| RASSEGNA STAMPA |
Manifesto - 90° dalla Rivoluzione d’ottobre
6.11.07
L'Ottobre operaio, rimosso dalla Russia - Rita Di Leo
Al ritorno da un viaggio a Pietroburgo mi trovo a rispondere alla solita domanda: ma com'è veramente? In quel «veramente», ripetuto in epoche diverse, c'è un interesse tutto speciale: come se lo stato delle cose prima nella Russia sovietica e poi postsovietica avesse, abbia riflessi su chi fa la domanda. Sul disagio di oggi, sulle illusioni di ieri. Questa volta ho risposto che i giovani stanno alla grande. E mi riferivo a quelli con cui avevo avuto a che fare, studenti dell'università, uguali ai nostri e persino migliori. Con gli stessi iPod, You Tube e sabati sera, epperò più informati e attenti a quel che accade nel mondo. E poi, a differenza dei loro padri, ti guardano dritto negli occhi, alla pari. Senza più quel misto di invidia, subalternità, venerazione verso chi arrivava dal favoloso modo «oltrecortina». Adesso anche per loro c'è quel che c'è oltrecortina e così possono confrontare, criticare, apprezzare. E' con i giovani che ho discusso del 1917, del passato sovietico, il tempo dei loro nonni, da cui sono presi molto meno che dalla guerra in Iraq o dal conflitto arabo-palestinese. Per discuterne, il pretesto è stata la mia visita allo Smolny, oggi sede del Governatore della città, all'epoca quartiere generale della rivoluzione, il posto dove Lenin visse dal novembre 1917 al marzo del 1918. Per tre quarti del Novecento, la sala dove si era svolto il Congresso dei Soviet che aveva proclamato la vittoria e lo spartano appartamento di Lenin sono rimasti come icone dell'evento. Andare a vedere il «Proclama sulla pace e sulla terra» di Lenin sulla scrivania dove forse era stato scritto non era proprio una bizzarria, eppure tale è apparsa ai miei giovani interlocutori. Passi il museo Puskin e la casa di Dostojevski, ma lo Smolny... La discussione sul passato del loro paese è cominciata così. Come mai tanto interesse da parte di un professore europeo? Per loro l'esperimento sovietico era una fase storica da saltare, per tornare agli inizi del Novecento, a Witte e Stolypin, i due ministri dello zar fautori per la Russia di una via europea, con imprenditori, banchieri e intellettuali ai posti di comando. I 74 anni dell'Urss e il caos degli anni di Eltsin, con gli oligarchi, il degrado e la subalternità agli Usa, erano tutti imputabili all'incapacità politica di chi li aveva sostituiti nel 1917. I giovani, si sa, sono radicali e contraddittori. Infatti è unanime la riconoscenza per Putin, l'uomo che ha ridato loro il rispetto per il proprio paese. I contrasti con i paesi ex sovietici sono valutati con spirito granderusso: mai i governanti attuali di quei territori avrebbero osato, se non fossero sobillati dagli americani, preoccupati per una Russia tornata a contare sulla scena internazionale. Per merito di Putin. Sincero è stato il loro sconcerto quando ho ricordato che Putin è un prodotto di quel passato che ripudiano, figlio un operaio comunista, premiato per il suo lavoro con un appartamento e un'automobile, privilegi distintivi del clima sociale dell'epoca. Allora il percorso ottimale di un bravo figlio di un bravo operaio portava a farlo diventare ingegnere e a spianargli la carriera professionale e politica. Per Putin la scelta di lavorare per i servizi segreti è stata un'affermazione di diversità, l'aspirazione a conoscere il mondo grazie agli incarichi nei servizi segreti. Quando i mass media e i cremlinologi lo raffigurano come uomo-spia, ancora una volta mostrano di non essere in grado di capire né l'uomo né l'ambiente in cui è cresciuto. Quanto ai miei giovani russi, è difficile far loro accettare che proprio con il loro presidente è stata rispettata - forse per l'ultima volta - la prassi sovietica per cui i leader politici dovevano avere una estrazione operaia e contadina. Nel loro orizzonte, infatti, di operai e contadini non c'è più traccia. Essi stessi sono del resto la prova del cambiamento del paese, quasi del tutto assimilato al resto dell'Europa. Certo ci sono ancora molte turbolenze nell'economia e nella politica, ma il dato certo è che il potere è tornato in mani borghesi. Il rovesciamento sociale, base dell'esperimento sovietico, risale ormai al passato ripudiato. E' rientrata la pretesa di considerare il lavoro manuale al primo posto della scala sociale: un primato che aveva una ricaduta politica ben precisa nel reclutamento di chi aveva la responsabilità di governo. Un governo che, nel più breve tempo possibile, avrebbe mostrato di creare un'economia migliore di quella capitalistica, e una società alternativa. Il tutto grazie alla classe operaia che, con il 1917, aveva conquistato la possibilità di farsi valere nei confronti di chi l'aveva tenuta socialmente e politicamente subalterna. Con la vittoria del 1917 era appunto possibile fare meglio degli sconfitti, obbligandoli a prestare i propri specialismi, la propria cultura, al nuovo potere: l'ingegnere come vicedirettore e l'operaio promosso direttore della fabbrica espropriata. Per i miei giovani russi stavo narrando una storia fantapolitica, mai sentita perché in famiglia e a scuola nessuno aveva raccontato della fase del «comunismo di guerra». Essendo di estrazione borghese e intellettuale, avevano succhiato con il latte materno l'avversione per il Partito comunista, il disprezzo per come governava il paese. Ma si trovavano sprovveduti di fronte all'ipotesi che alla base di tanto disprezzo vi fosse un rovesciamento sociale; che in famiglia potessero avercela con i dirigenti del Partito per l'esclusione sociale subita; per le conseguenze personali che potevano essere derivate dall'emarginazione sociale del lavoro intellettuale; per non essere diventati loro, tecnici e intellettuali, i dirigenti del partito al posto di Khrusciov e di Brezhnev, ex operai. In mio soccorso parlò una fanciulla ebrea il cui nonno - «un grande scienziato» - era andato in galera accusato di sabotaggio mentre la famiglia aveva perso la casa e tutti erano stati cacciati dal lavoro e dalle scuole. Ma dopo un po' lo avevano rimandato al suo laboratorio di ricerca, ma sulla targhetta del direttore c'era il nome di un operaio della manutenzione, segretario della cellula di partito del laboratorio. L'esempio era così pertinente da sembrare inventato, solo che (per mia fortuna) la voce della studentessa vibrava di derisione per l'affronto subito dal nonno. Un operaio a capo di un laboratorio! Subito i miei giovani interlocutori quasi gridarono che l'esperimento sovietico non poteva riuscire proprio a causa di quel ribaltamento sociale. Se i comunisti non avessero perseguitato e umiliato «il grande scienziato», egli avrebbe lavorato al meglio per il proprio paese. E così gli altri esperti, gli specialisti borghesi dell'economia e dell'amministrazione, i professori, gli intellettuali. I giovani davano insomma per scontata la cooperazione da parte dello strato sociale sconfitto, e non avevano la minima cognizione della guerra civile, dapprima combattuta col sangue e poi vissuta tragicamente per decenni tra le pareti di casa, negli ambienti di lavoro, nei tribunali, nelle carceri, nei campi. Non erano in grado di capire la sfida lanciata dai rukovoditel'y, i capi d'estrazione popolare contro gli intelligenty, gli intellettuali che a vario titolo facevano valere la propria funzione. Una funzione che prevedeva ruoli di comando nei luoghi dove si produceva, si amministrava, si studiava. Aspro e continuo era stato il conflitto tra il Partito comunista, al governo in nome dello strato sociale del lavoro esecutivo, e coloro che quel lavoro dovevano renderlo effettivamente esecutivo e cioè far funzionare fabbriche, uffici, scuole. Si trattava di chiedere, a chi si considerava al potere, di lavorare come prima del 1917, quando c'erano i padroni. E chiederlo in una situazione paradossale, essendo i dirigenti tecnici, intellettuali borghesi, messi su un gradino sociale e politico inferiore. I ragazzi di Pietroburgo mi hanno subito replicato che era un assurdo: gli operai devono lavorare e quelli che hanno studiato devono comandare. Ho replicato che l'esperimento sovietico era consistito proprio in quell'assurdo, nella scommessa che la scala sociale rovesciata facesse funzionare il loro paese meglio di prima. E anzi che quello che stava accadendo nella Russia sovietica era assurto all'epoca come modello di riferimento per chi nel resto del mondo voleva liberarsi del capitalismo e della borghesia. Ho detto loro che per decenni quell'ipotesi, quel modello erano stati tenuti in considerazione in Europa, in America, nei paesi del terzo mondo. Erano increduli e straniti. E obiettavano: ma gli intellettuali europei, americani e tutti gli altri, come potevano auspicare un sistema sociale che li rendeva subalterni? E subalterni al Partito comunista, fatto di gente del popolo, di burocrati, di opportunisti? E' allora che mi sono resa conto che non avevamo mai usato il termine «socialismo». E che potevo utilizzarlo senza danni per la mia credibilità spiegando che in passato gli intellettuali erano divisi al loro interno, tra chi in nome del socialismo voleva il cambiamento della società e dell'economia, e chi viceversa si riconosceva nel contesto borghese e capitalistico. In tutto il mondo, il 1917 e l'esperimento sovietico erano stati appunti identificati con il socialismo, erano la prova che il socialismo era possibile e che capitalismo e borghesia erano il passato. Su una tale scommessa gli intellettuali si erano appunto divisi, tra quelli che per il socialismo accettavano i costi dell'apprendistato operaio e contadino del potere e quelli che ne denunciavano ogni mossa con disprezzo ed odio, covandone il fallimento. Padroni dei media, per 70 anni costoro hanno alimentato una furiosa guerra ideologica. Innanzitutto hanno negato al socialismo il carattere di esperimento, con un suo inizio, un suo svolgimento e fasi diverse e contraddittorie, terribili e tragiche, così come era accaduto al capitalismo nei suoi secoli di crescita, di crisi e di rinnovamento. Gli uomini del capitalismo hanno avuto tutto il tempo per sperimentare il proprio potere sugli uomini del lavoro, per passare dall'uso della forza alla ricerca del consenso. Gli uomini del socialismo invece dovevano rispettare ogni virgola delle promesse contenute nei testi sacri che lo descrivevano. E fin da subito fu denunciato il distacco tra le belle parole dei libri e tutto ciò che i sovietici facevano, in nome degli operai al potere e del socialismo. Fin da subito da sinistra fu avallata l'ipotesi del tradimento del socialismo e dell'Ottobre nei confronti di chi per decenni rimase immerso e sommerso nella vita quotidiana dell'esperimento. Da destra invece la versione corrente fu che i russi in rivolta dovevano fermarsi al febbraio 1917 e lasciar fare ai Witte e agli Stolypin. Proprio come pensano oggi gli studenti di Pietroburgo. Non vi sono più intelligenty disposti a rappresentare il punto di vista operaio sull'esperimento sovietico fallito, a indagare sulle ragioni del fallimento, a ripercorrere i 74 anni di vita dell'Urss. Non vi è più alcuna curiosità politica né culturale: né là né qui. Sul primo esperimento di potere operaio, è calato un macigno tale che forse è meglio negare addirittura che vi sia mai stato. Al massimo, gli intellettuali discettano sulla precarietà del lavoro, ma gli operai come attori politici sono usciti dal loro orizzonte. Non c'è più nessuno interessato a comporre i fili che legano le vicende dell'esperimento sovietico alla realtà degli operai di oggi.
7.11.07
La stella dell’Ottobre - Ida Dominijanni
Né il 24 né il 26 ma il 25 di ottobre 1917, per il nostro calendario il 7 novembre, novant'anni fa giusto oggi: il tempo della rivoluzione, per Lenin, era un'ora esatta. Né prima né dopo, l'ora che o la cogli o passa e non torna. Il novantesimo, per un anniversario, è invece un tempo incerto: non ha la passione calda e partigiana del decennale né la distanza fredda e ponderata del centenario; per le regole del grande show mediatico è un fuori sincrono, per i criteri politici del presente un'assurdità. Mario Tronti la mette in metafora: «Questo anniversario è come una stella che cade in una palude. Ma quando cade una stella ci tocca un desiderio. Il mio è questo, che nei dieci anni che ci separano dal centenario accada qualche sorpresa, che renda almeno possibile il discorso». Il discorso sull'Ottobre, nonché quello sulla rivoluzione di cui l'Ottobre continua a essere simbolo imprescindibile, oggi è in effetti un discorso impossibile. E non da oggi, né solo dall''89 o dal '91, quando il crollo del Muro di Berlino prima e dell'Urss poi ha travolto, con gli esiti, anche l'inizio dell'esperimento sovietico: il revisionismo storico era al lavoro già da prima, e in vent'anni ha reso di senso comune l'equivalenza fra i due totalitarismi, comunista e nazista, del Novecento, quando non, à la Nolte, l'interpretazione del secondo come reazione (legittima) al primo. Di contro, una memoria «ortodossa» del mito dell'Ottobre resiste nella sinistra europea, ma senza carica e in difensiva, come se le mancassero, prima che le giuste risposte, le giuste domande da rivolgere a quell'evento. Novant'anni dall'inizio e sedici dalla fine dell'esperimento sovietico: ancora troppo pochi per la giusta distanza che serve a un bilancio storico e teorico? Evidentemente sì, ancora troppo pochi per un bilancio lucido, realistico e anche disincantato. Una volta chiesero a Chu en-lai: quali, secondo lei, le conseguenze della Rivoluzione francese? E lui: troppo presto per dirlo. Però, rifugiarsi nella retorica minoritaria, o in un culto passivo della memoria, non serve a niente, lanciarsi nei giudizi di valore nemmeno. Bisogna piuttosto rimettere a punto delle coordinate, provare almeno a interpretare la storia visto che è diventato sempre più difficile cambiarla. Prima coordinata: la Rivoluzione d'ottobre sta dentro la Grande guerra. Senza guerra mondiale, niente rivoluzione russa. Nel 1914 finisce quella che Polanyi chiama la pace dei cento anni, nel '17 l'Ottobre apre l'età delle guerre civili mondiali, a cominciare da quella che subito si consuma all'interno della Russia. Dunque l'Ottobre è un evento europeo. Eppure l'unificazione europea sembra compiersi oggi nel segno della sua cancellazione, come se fosse possibile riammettere - o riannettere - i paesi dell'Est solo al prezzo di chiudere in parentesi la storia della rivoluzione, del socialismo e dell'Urss... La Russia è Europa, oggi come novant'anni fa. Non a caso allora l'effetto dell'Ottobre rimbalzò immediatamente nell'Europa continentale, in particolare nei paesi più vicini allo «spirito» russo come la Germania. E oggi, senza ricollocare quell'evento e il seguito nella storia europea, non ci può essere ricostruzione della storia e della memoria né qui né lì. E non ci può essere nemmeno un' Europa credibile. Al di là della memoria passiva e minoritaria che dicevi poco fa, la Rivoluzione d'ottobre è diventata una sorta di evento indicibile, o impensato, anche per la cultura della sinistra radicale occidentale, nata nel '68 sulla base della critica e del rifiuto del socialismo reale e del comunismo di stato. Come se il seguito indifendibile della storia sovietica si fosse mangiato l'evento originario. Si può ancora separare l'evento originario dal seguito? O il seguito era tutto inscritto nell'origine? La rivoluzione bolscevica resta un evento simbolico ineludibile, per almeno due ragioni, tuttora effettivamente impensate, o quantomeno da tornare a pensare, negli effetti storici e nei risvolti teorici. Primo: l'Ottobre segna la fine della storia delle classi subalterne. Per la prima volta gli «umiliati e offesi» conquistano il potere e rovesciano una tradizione millenaria di sconfitte. C'era stato, sottolineato da Lenin, il precedente della Comune di Parigi; ma da Parigi a San Pietroburgo c'è un salto di dimensione: la conquista del Palazzo d'inverno è il farsi Stato, cioè potere e autorità, delle classi subalterne. Le quali purtroppo - il fallimento sta qui - finiranno molto presto con il ricalcare, nei fini e nei mezzi, la storia del potere, dello Stato e del governo delle classi dominanti. E' sottile il confine fra potere e dominio, e travalicarlo sembra ineluttabile: l'eterogenesi dei fini dell'Ottobre ci riconsegna questo problema in tutto il suo spessore. Secondo: l'Ottobre è stato, secondo la geniale definizione di Gramsci, una «rivoluzione contro il Capitale». La rivoluzione scoppia, imprevista, laddove secondo lo schema marxiano ortodosso non c'erano le condizioni perché scoppiasse. Questo imprevisto segnerà la storia del Movimento operaio, facendo esplodere la frattura fra socialdemocrazia e partiti comunisti. Ma apre anche il passaggio teorico dalla critica dell'economia politica di Marx alla critica della politica di Lenin. Con la Rivoluzione d'ottobre accade qualcosa che nello schema logico di Marx non era compreso, e che ha a che fare con l'autonomia e l'irriducibilità della politica. L'atto di Lenin mostra che il politico non sta dentro l'economico, non ne consegue e lo eccede. Lenin sta alla critica della politica come Marx sta alla critica dell'economia: è questo «il salto» di Lenin, un salto logico e storico che in seguito verrà variamente assunto o rifiutato, ma che resta a tutt'oggi un problema inevaso. Mi viene in mente Zizek, in Tredici volte Lenin. Anche lui si interroga sull'«eccedenza» del Lenin politico rispetto al Marx della forma-merce, anche lui rovescia l'idea «fallimentare» di Lenin in una rivalutazione della sua «follìa» - per «follìa» intendendo la sua capacità di cogliere nella catastrofe della guerra «l'urgenza del momento» rivoluzionario, e di spezzare così lo storicismo evoluzionista della Seconda internazionale. Lenin dunque non come «volontarista soggettivista», ma come politico dell'eccezione. E Stalin, all'opposto, come figura del ritorno «a un realistico 'senso comune'» economico-sociale. Infatti, Lenin riprende la grande tradizione della politica moderna europea e porta la politica al centro della rivoluzione. E probabilmente una delle ragioni principali del fallimento dell'esperimento sovietico sta proprio nel fatto che questa centralità della politica, nel dopo-Lenin, finisce. Si torna al primato dell'economia, imbarcandosi nella costruzione del socialismo con gli stessi schemi logici e metodologici del secondo libro del Capitale. Ne parlò una volta Rita di Leo. E' questa la matrice del fallimento: l'idea di organizzare un'economia non capitalistica ma restando dentro le regole della scienza economica, in competizione diretta e simmetrica con il capitalismo. Non funziona, e non funzionava neanche in Marx: senza politica, la critica dell'economia politica ha il fiato corto. Anche Lenin insomma ci riporta alla questione dell'autonomia del politico? Ci riporta alla questione di come la politica riesca a mantenere il suo statuto autonomo, senza diventare economia politica. Lenin, pur senza la necessaria consapevolezza teorica - all'epoca c'erano già stati Weber e tutta la scienza politica e giuridica, soprattutto tedesca, tra Otto e Novecento - aveva colto che la politica era il vero elemento rivoluzionario che l'Ottobre, nella sua follia storica, faceva intravedere. L'Ottobre, o il Febbraio? Nel novantesimo della rivoluzione, non è ancora risolta la controversia fra chi nell'Ottobre vede l'esito del processo rivoluzionario, e chi ci vede invece il suo tradimento, il colpo di Stato bolscevico che strangola nella culla la fragile democrazia russa messa al mondo dalla rivoluzione di febbraio. Ma no, la Rivoluzione di febbraio ricalcava lo schema delle rivoluzioni borghesi, di uno sviluppo economico-sociale che cercava la sua espressione e i suoi canali politici. Quella di Ottobre è il contrario, l'uno-due di Lenin rompe lo schema: mettersi alla testa della rivoluzione borghese per portarla oltre se stessa, questa è l'intuizione geniale - ancora attualissima per i governi delle sinistre, se ancora ce ne fossero. Ovviamente questo produce moltissimi problemi, perché non stabilizza la situazione, ma la destabilizza. Con l'Ottobre la politica moderna arriva a quel punto di tensione, che bisognerebbe oggi ritrovare e rilanciare. Ma perché da quel punto precipita? Tu dici: perché dalla politica si regredisce all'economia. Solo questo, o c'è dell'altro? C'è dell'altro, sì, che gli eredi dell'Ottobre non calcolarono: qualcosa che attiene non al rapporto fra politica ed economia, ma a quello fra politica e storia, e fra discontinuità e regolarità. Ci manca purtroppo, sul dopo-Rivoluzione russa, un'opera come quella di Tocqueville, L'ancien régime et la révolution, sul dopo-Rivoluzione francese. Contro il senso comune, Tocqueville legge l'89 francese non come il rovesciamento ma come il completamento del processo di centralizzazione del potere cominciato con la monarchia assoluta, processo che continuerà infatti con Napoleone e la costruzione dello Stato-nazione: sotto la rottura rivoluzionaria, si ristruttura la continuità. Lo stesso accade in Unione sovietica: sotto la rivoluzione, l'identità della Grande Russia si ristruttura nelle nuove forme dello Stato e del partito unico. La continuità del processo storico presenta regolarmente il conto alle discontinuità della politica. Stalin in qualche modo lo sapeva, e perciò usò la seconda guerra mondiale come guerra patriottica. E Putin oggi riconverte la memoria dell'Unione sovietica, deprivata della matrice dell'Ottobre, in un segmento di memoria, e di rilancio, della Grande Russia: in linea con quanto accade ovunque si mobiliti, sotto il termine «civiltà», la riserva simbolica di una dimensione antropologica e culturale più antica della storia degli stati nazionali. Riepilogo: la storia della Rivoluzione russa mostra che la dimensione politica è più forte della struttura economica, ma deve vedersela con una terza dimensione, quella della continuità storica che prevale sulle rotture politiche, e con una quarta dimensione, antropologico-culturale, nel lungo periodo decisiva. Non solo nel lungo periodo, ma anche nel momento sorgivo della rivoluzione. Mi sono chiesto: perché la rivoluzione scoppia, imprevista, in Russia? Perché proprio lì? Perché lì c'era la massima oppressione dei contadini, il massimo aggravamento delle condizioni di vita degli operai, la massima sofferenza della guerra fra i soldati.. ma forse non anche perché l'anima russa, il misticismo del pellegrino russo, un certo humus religioso avevano fecondato il terreno per l'evento escatologico della rivoluzione? L'Ottobre non si capisce senza Dostoevskij. La rivoluzione fu un atto apocalittico, un salto - un «assalto al cielo» appunto. Non c'è spiegazione solo razionale di un evento in cui agisce l'impulso a qualcosa d'altro. Nell'atto della rivoluzione si vede che la politica tocca una dimensione teologica, e libera dimensioni dell'essere umano imprigionate nell'homo oeconomicus, in una concezione borghese della vita. Dalla quantità alla qualità: è questo lo spostamento dall'economico al politico, su cui oggi bisognerebbe impiantare un programma strategico di nuovi rovesciamenti. Anche oggi, in uno scenario completamente diverso da quello del 1914, ci troviamo al passaggio da un'epoca di pace, anzi di guerra fredda, a un'epoca di guerre civili mondiali. Ma senza rivoluzione...Cos'è oggi «la rivoluzione», cos'è diventata questa parola nel nostro immaginario? «Rivoluzione» è termine assai controverso, sul piano storico-politico nonché sul piano etimologico e semantico. C'è chi lo riconduce al copernicano giro ritornante delle orbite, più che alla frattura: come vedi, il tema del rapporto fra discontinuità e continuità, fra rottura e ritorno, è insito nella parola stessa. Se vuoi un'immagine, per me «rivoluzione» è Lenin che dice ai soldati contadini russi di non sparare sui soldati operai tedeschi ma di voltare i fucili e sparare sui generali zaristi. Questo è «rivoluzione»: la trasmutazione di tutti i valori correnti, quando non regge più nulla di quello che c'è e bisogna saltare al di là. Il problema però non è il salto, l'evento rivoluzionario, ma il processo successivo. Perché la rivoluzione si mangia i suoi figli, perché si capovolge in oppressione? Per questa domanda non abbiamo ancora una risposta, se non la constatazione di una antropologia pessimistica, comprovata dall'esperienza, che la potenza della storia è più forte di quella della politica. La storia ha dalla sua la continuità e la continuità vince sempre sulla rottura: è una lotta impari. La politica, e la rivoluzione, perde perché la storia vince, dici tu. Ma se perdesse anche perché si incolla al potere? Perché con la presa del potere la politica, e la rivoluzione, diventa solo potere, e il potere diventa solo dominio? Hannah Arendt, Simone Weil e tutto il pensiero politico femminile del Novecento hanno posto questa domanda. Che resta anch'essa inevasa. D'accordo. Insieme con un'altra, posta anche da Carl Schmitt e dalla lettura che ne abbiamo dato in Italia negli anni Ottanta, di come portare il politico oltre lo Stato. Questione da riaprire, perché la politica moderna nasce prima dello Stato moderno e può andare oltre lo Stato moderno - anche se il Leviatano è stato così forte da conquistare per secoli tutto il terreno della politica. Come pure prima della costruzione dello Stato sovietico c'era nel Movimento operaio un'articolazione che dopo viene quasi tutta risucchiata dall'obiettivo del farsi-Stato. Dopo la storia dell'Urss, dovrebbe dunque essere ancora pensabile un comunismo che non si fa Stato, o oltre lo Stato...ma per questo non serve ancora Marx, la marxiana «estinzione» dello Stato? No, perché l'estinzione dello Stato prevedeva il passaggio della dittatura del proletariato, ovvero del massimo dello Stato...Anche in Occidente, l'espansione del sociale non ha portato e non pare portare a una politica oltre lo Stato, ma a più Stato, nella forma dello Stato sociale, e meno politica. Semmai bisognerebbe recuperare il comunismo autogestionale, e il solidarity for ever del primo socialismo, ridotti a esperienza minoritaria dal comunismo fatto Stato. Ma non sto proponendo di tornare all'alternativa Lenin o Luxemburg: nessuna delle esperienze del comunismo novecentesco è ripetibile oggi. La memoria è buona memoria se è una memoria attiva, se serve per andare oltre il passato, non per ripeterlo. L'Ottobre stesso è irripetibile: ricordarlo serve per aprire l'immaginario e l'intelligenza a pensare che cosa di nuovo potrebbe accadere se si aprisse un processo di crisi dell'ordine costituito. La rivoluzione è davvero impensabile, oggi, se non ritorna un passaggio di crisi di sistema che rimetta in moto la critica di tutto ciò che è. Non una crisi economica, non le file davanti alle borse o alle banche che vediamo ogni tanto in tv, ma una crisi politica, un conflitto fra grandi potenze per la ridefinizione degli spazi politici sui due oceani. E' la geopolitica forse oggi il luogo di una crisi possibile, di un conflitto fra finanza-mondo e politica-mondo sulla riorganizzazione del Nomos della Terra.
8.11.07
Da oggi in edicola «I rifugi di Lenin», viaggio nella Russia putiniana
Che cosa rimane di quel 7 novembre - Rossana Rossanda
Astrit Dakli è stato spedito a Mosca da il Manifesto nel 1990, nel precipitare dell'ex-comunismo e nell'incerto delinearsi del dopo. Le restaurazioni non sono mai allegre, di brevemente gioioso c'era stata l'anno prima la caduta del Muro di Berlino, ma l'andare a pezzi del primo e massimo socialismo reale è stato il dissolversi d'un corpaccio ammalato e già informe. Avrebbe potuto essere, se non un fervente inizio, almeno una spettacolosa assunzione critica del passato, avventura di vita e morte di molti milioni di persone, simbolo mondiale della grande e tragica storia del Novecento. Non è stato così in nessun momento e forse non lo è ancora se non nel lavoro privato di pochissimi studiosi. Astrit ha visto da vicino la confusa agonia d'un sistema già spento, gli ultimi anni d'un Gorbaciov partito tardi e perdente, l'avanzata di Boris Eltsin, Corvo Bianco, sul quale si erano brevemente posate diverse speranze - rozzo ma autentico - mentre il paese, che aveva perso la parola da un pezzo, al momento di prenderla non la ritrovava più. E non l'ha neanche ora, a distanza di vent'anni. Nei quali ha subìto, balbettando approssimative riposte ai sondaggi, cambiamenti decisivi, più convulsi che entusiasmanti. È stata, come è stato scritto, la grande liquidazione, proprio a suon di quattrini, di quel che restava del socialismo reale. Una fine ingloriosa, nello spudorato farsi proprietaria dell'ex-nomenklatura comunista dovunque ci fosse qualcosa da arraffare e nel cieco arrangiarsi dei più, fra miserie crescenti e barlumi di agiatezze intraviste e irraggiungibili. Da Mosca Astrit ha scritto quasi giornalmente di questo terremoto. Del fallimento d'un Gorbaciov venuto troppo tardi per salvare il salvabile, ammesso che ancora ce ne fosse, della sua caduta per opera di un gruppo di comunisti dementi, dell'umiliazione che gli inflisse Corvo Bianco e del suo trionfante procedere, rozzo ma niente affatto ingenuo, ancorché col passo barcollante di chi alza troppo il gomito. Eltsin teneva una direzione precisa: bombardato nel 1993 il parlamento con l'approvazione di tutte le democrazie del mondo, disciolta l'Unione sovietica in una notte, ridisegnata una Russia a sua immagine e controllo, avrebbe proceduto alla divisione delle spoglie elargendo ricchezze contro appoggi fra un intrigo e l'altro, ai quali la società in catalessi non oppose un solo sussulto. Finché egli medesimo non dovette andarsene, non prima di avere designato suo successore un ignoto funzionario del Kgb, il Vladimir Putin che sta al Cremlino ancora oggi, anche se sulla via dell'uscita per le imminenti elezioni presidenziali. Più opaco e obbediente il Putin non poteva apparire. Ma tanto opaco e obbediente non doveva essere, se è riuscito a mettere fuori senza scosse Eltsin e famiglia, ad acquistarsi i consensi della gente con la guerra crudele e senza fine alla Cecenia, a dividere gli oligarchi diventati in un battibaleno miliardari, ad alcuni riprendendo le ricchezze per una non luminosa via giudiziaria, come a Mikhail Khodorkovskij, ad altri imponendo un indispettito esilio, come a Boris Berezovskij, con altri intessendo accordi, come con Roman Abramovic. Obiettivo, una Russia che torna a contare sulla scena mondiale, democrazia zero, poteri ridistribuiti e riaccentrati, il tutto baciato dall'impennarsi spropositato del prezzo del petrolio e del gas, con i quali tenere a bada l'Europa. Ora Putin deve lasciare, non si capisce se per sempre o a termine, non senza avere nominato successore un suo fido, lasciando una Russia in crescita dopo un decennio di rovina, uno stato autoritario e renitente agli Stati uniti, e un vasto consenso attorno alla sua persona. Se, come scrive Moshe Levin, Stalin ha liquidato il leninismo non solo con una repressione feroce ma anche puntando sull'orgoglio d'un popolo che molto sopportava pur di crescere e vantare un orgoglio nazionale - Majakovskij ne era stato il cantore più moderno e disperato - Vladimir Putin sembra aver fatto piazza pulita di ogni opposizione con lo stesso mezzo. Questo il quadro nel novantesimo anniversario della Rivoluzione d'Ottobre, peraltro cancellato da qualche anno dal calendario delle festività russe. Che rimane di quella data, di quella rivoluzione, delle speranze e delle sofferenze, del settantennio che è seguito, nelle teste e nel cuore della gente? Sollievo, rancore, nostalgia? Di quelli del 1917 non vive più nessuno, sono morti da un pezzo, sepolti nel cimitero Novodevici quando non sono stati gettati dal loro stesso partito al vento o in qualche fossa destinata a sparire. La borghesia fa tesoro di sé, erige in figure storiche anche i suoi più importanti nemici, negli Stati uniti ogni ragazzo sa non solo di Gettysburg o della tomba del generale Grant, ma dei perdenti della guerra civile. Non c'è stata una damnatio memoriae degli schiavisti del sud, eroi anzi di Via col vento. Non è stato così per i grandi conflitti del XX secolo: come ha scritto pro domo sua Carl Schmitt, sono rimasti, da una parte e dall'altra, imperdonati. Anzi lo scacco del 1917 non trova riscatto prima di tutto nella sinistra: la posta era troppo grande, troppo clamorosi gli errori e pesanti le colpe della rivoluzione comunista - primo l'essersi pensata. Sono meno di venti anni che l'Unione sovietica è stata sciolta in un colloquio a tre in un bosco bielorusso. Ma pochi ne scrivono, ancor meno vi badano, e se se ne parla è in termini di esecrazione. In Occidente. E là? Astrit Dakli e Mario Dondero sono andati per quasi due mesi, quest'estate, in giro per l'immensa Russia a cercare la memoria della gente comune, quella sulla quale è passato sopra il diluvio. Queste pagine e queste fotografie lo raccontano. Sono pagine sobrie, attente, se mai con una punta di ironia. Emozionanti. (...) La Russia è un'immensa pelle di leopardo. Su di essa, poche città e molta campagna e fiumi e deserti e popolazioni ancora alle soglie della modernità o molto indietro, si era steso l'altrettanto immenso reticolo della società sovietica, ma non l'aveva unificata, sviluppandone una parte, lasciando a se stessa o immiserendo l'altra, e restando perdipiù isolato, fantasticato con passione o con odio, poco ascoltando, molto imponendo silenzi. Come potrebbe oggi quel paese avere un'idea di sé? Ne ha tante, a pezzi e a bocconi, riflessi di diverse esperienze, positive o negative, a volte tragiche, che ogni suo frammento approssimativamente proietta su un universo non ben conosciuto al suo tempo né indagato ora. E a chiazze sta passando anche quel che del settantennio doveva prendere il posto, un capitalismo che come sempre si fa strada in modo torrentizio, distruggendo e mettendo radici, distruggendo e lasciando rovine. Così passano per queste pagine mercato e arcaismi, insegne luminescenti e degrado, ricchezze sterminate e miserie, spiagge piene di ombrelloni e vagare di ubriachi fra i resti fatiscenti d'un kolkhoz, le comode cuccette della linea Mosca-Pietroburgo e i lentissimi treni e autobus delle periferie, gli alberghi e i ristoranti a cinque stelle (magari con tocco nostalgico, consumo di moda) e qualcuno che ancora impone un percorso di guerra, fra documenti e ricevute e telefonate di controllo prima di concedere una stanza dove finalmente fare pipì. A chiazze è anche il paesaggio umano, giovani in carriera e giovani con qualche scrupolo, poche babe e molte efficaci affittacamere, medichesse di prim'ordine e sparizione assoluta del maschio al momento del parto, intellettuali e accademici che avanzano ciascuno spiegazioni e previsioni differenti, salvo il convenire che adesso è meglio di dieci anni fa, e che fra venti e maree sopravvivono le tradizionali virtù del buon popolo russo, cioè il bisogno di giustizia, di un primato della persona ma non senza inclinazione al collettivo - solo difetto generale l'aver cessato di leggere. Nessuno ha pronunciato, pare, la parola postmoderno, né sembra essersi doluto della vaghezza della legalità e del prosperare del crimine, forse così consueti da non essere oggetto di comunicazione. Comunque anche per i russi far soldi è più impellente che far democrazia; quanto al socialismo, è del tutto off, al più «romanticismo» degli inizi, i soli che i russi salvano in opportuna lontananza. (...)
(dalla prefazione de «I rifugi di Lenin»)
Lenin guarda dal piedistallo e non è contento - Astrit Dakli
Un’anticipazione dal libro
Vladimir Ilic guarda serio verso ovest, ma non indica nessuna direzione - sta con una mano in tasca e l'altra giù, lungo il fianco. Appare un po' preoccupato, forse per il fiume di auto che gli scorre tutt'intorno senza tregua, o per i grandi cartelloni che gli tolgono la visuale lontana per reclamizzare cellulari e auto di lusso, o forse per la piega sgradevole che hanno preso le cose nel Paese che una volta dirigeva. Non è per nulla contento e non lo nasconde. Certo, la sua posizione appare solidissima: enorme e bronzeo, sta in cima a un piedestallo di marmo rosso che lo mette infinitamente al di sopra dei piccoli comuni mortali moscoviti che a piedi, dentro qualche veicolo oppure sottoterra, nelle due linee di metropolitana che qui si incrociano, si affannano a correre qua e là sotto il suo sguardo. E però ovviamente non gli sfugge - non sfugge a nessuno - che di lui che sta lassù, a quei piccoli moscoviti lì in basso importa ogni giorno meno. Lo ignorano, non gli fanno nessun caso, come non fanno caso ai palazzoni messi ai bordi della piazza; gli unici che alzano qualche sguardo per osservarlo, a volte per tributargli rispetto, sono i turisti stranieri, tra i quali peraltro non manca chi si chiede: «Ma chi è quel tipo con la barbetta, là in cima?». Vladimir Ilic Uljanov, detto Lenin, domina ancora in effigie ploshad Oktjabrskaja, la piazza dell'Ottobre: è una delle piazze più brutte di Mosca, ma di questo non si può certo dare la colpa a lui. Così come domina le principali piazze di quasi tutte le città della Russia moderna, grandi o piccole che siano. Per certi versi è ancora, e forse resterà per un bel pezzo, volente o nolente, titolare delle cariche di padre della patria, fondatore, eroe nazionale: persino il suo corpo mortale imbalsamato continua a resistere dentro il mausoleo sulla Piazza Rossa, contro ogni logica di laica modernità e a dispetto delle voci che ormai da diciott'anni annunciano il suo imminente spostamento in un più congruo cimitero. Ma che differenza con gli anni d'oro, col settantennio durante il quale era unico e incontrastato punto cardinale del Paese: non solo chiamato a dar valore e senso a francobolli e banconote, o a prestare il proprio nome a metropolitane e fattorie, ma citato quotidianamente come ispiratore e garanzia per ogni iniziativa politica, sociale o economica! Ora tutto questo è scomparso, i punti di riferimento si sono spostati altrove, fra il Mercato e il Profitto, e forse la miglior rappresentazione simbolica del mutato ruolo di Lenin avviene quotidianamente proprio intorno al suo corpo imbalsamato: le lunghissime code di visitatori devoti sulla Piazza Rossa sono praticamente scomparse, salvo quando arriva qualche comitiva di turisti, e all'ingresso del Mausoleo non c'è più la guardia d'onore del reggimento del Cremlino, sostituita da un paio di poliziotti qualsiasi, con la divisa standard, l'aspetto un po' sciatto e dimesso, l'espressione seccata di chi è stato tolto per punizione dal più fruttuoso servizio di controllo fra i banchi del mercato e messo a sorvegliare un sospetto in guardina. Povero Lenin, passato senza muoversi dalla condizione di divinità a quella di detenuto. Eppure, al di là della malinconia, anche in questa così esplicita rappresentazione simbolica del cambiamento radicale che ha investito la Russia negli ultimi diciotto anni c'è qualcosa che non torna, che va esplorato più in profondità. Se davvero, come tutto a prima vista farebbe pensare, l'esperienza della Rivoluzione d'Ottobre è stata completamente rimossa dalla Russia, perché mantenere ancora, seppur depotenziati e immiseriti, questi suoi simulacri - per giunta proprio davanti al vero luogo della continuità del potere, il Cremlino, da cui nessun capo della Russia, da Ivan il Terribile a Vladimir Putin, ha mai voluto o saputo staccarsi? Non significa forse che quell'esperienza in realtà, a dispetto di tutto quel che è successo negli anni sovietici e in quelli successivi, ha ancora un senso e un radicamento in questo Paese, nella sua popolazione e persino nella sua classe dirigente? E' intorno a questa ipotesi che è nato il viaggio del manifesto attraverso la Russia, nell'estate 2007, con l'idea di raccontare luoghi e persone «normali» capaci, con la semplicità e banalità del loro vivere quotidiano, di spiegare che cosa sia oggi questo immenso Paese e da quali sentimenti sia percorso; è questa ipotesi che ci ha portati a incominciare il viaggio proprio da qui, da Mosca e da questa Piazza dell'Ottobre con la più grande statua di Lenin di tutta l'ex Unione sovietica. Anzi, dobbiamo dire ora di tutta la Russia, perché i monumenti al padre della rivoluzione sono pressoché totalmente scomparsi dalle altre repubbliche che facevano parte dell'Urss, mentre sono rimasti tutti o quasi al loro posto in Russia: e già questa è un'annotazione di qualche interesse, visto che difficilmente si può sostenere che dopo il crollo dell'Unione sovietica nel '91 la Russia abbia avuto governi più «di sinistra» rispetto alle altre repubbliche. Se ne deduce quindi che dopo il '91 la figura di Lenin ha perso la propria connotazione politica per assumerne una che lui stesso non avrebbe certo gradito: per i russi, a prescindere dall'orientamento politico, è rimasto comunque un importante statista «nazionale»; per gli altri, è passato nella categoria degli «occupanti stranieri». (...)