Perché ritirarsi
dall'Afghanistan
Tariq Ali
È l'Anno Sesto dell'occupazione Nato in Afghanistan
sotto l'egida dell'Onu, una missione congiunta Usa-Europa. Il 26 febbraio
alcuni attentatori suicidi talebani hanno cercato di assassinare Dick Cheney,
in visita alla base aerea di Bagram considerata «sicura» (l'ex base aerea
sovietica, considerata altrettanto sicura durante un precedente conflitto).
Nell'attacco sono morti due soldati americani e un mercenario
(«contractor»),
nonché altre venti persone che lavoravano nella base.
Questo episodio da solo avrebbe dovuto far capire al Vicepresidente Usa le
dimensioni della debacle afghana. Nel 2006 le perdite sono aumentate in modo
sostanziale: le truppe Nato hanno perso quarantasei soldati in scontri con
la resistenza islamica o per l'abbattimento di elicotteri.
Ora i ribelli controllano almeno venti distretti nelle province di Kandahar,
Helmand e Uruzgan, dove le truppe Nato hanno preso il posto dei soldati
americani. E non è certo un segreto che in queste zone molti quadri
dirigenti sostengono sottobanco i guerriglieri. La situazione è fuori
controllo. All'inizio della guerra la signora Bush e la signora Blair sono
apparse in numerosi programmi televisivi e radiofonici, sostenendo che lo
scopo della guerra era liberare le donne afghane. Provate a ripeterlo oggi,
e le donne vi sputeranno in faccia.
Chi è responsabile di questo disastro? Perché il paese è ancora sottomesso?
Quali sono gli obiettivi strategici di Washington nella regione? Qual
è la funzione della Nato? E per quanto tempo un paese può restare occupato
contro la volontà della maggioranza della popolazione?
Quando sono caduti i talebani in pochi hanno pianto, in Afghanistan e
altrove, ma le speranze alimentate dalla demagogia occidentale non
sono durate troppo a lungo.
È apparso presto evidente che la nuova élite trapiantata nel paese si
sarebbe messa in tasca il grosso degli aiuti stranieri e avrebbe creato le
proprie reti criminali di corruzione e clientelismo.
La popolazione ha sofferto. Una capanna di fango col tetto di paglia per
ospitare una famiglia di profughi senzatetto costa meno di cinquemila
dollari. Quante ne sono state costruite? Quasi nessuna. Ogni inverno
centinaia di persone muoiono di freddo perché non hanno una casa. Invece, si
è preferito che società di pubbliche relazioni occidentali
organizzassero in tutta fretta e a caro prezzo il voto elettorale,
sostanzialmente a beneficio dell'opinione pubblica occidentale.
I risultati non hanno favorito il sostegno alla Nato nel paese. Hamid Karzai,
il presidente fantoccio, ha rappresentato simbolicamente il suo isolamento e
il suo istinto di auto-conservazione rifiutando le guardie addette alla sua
sicurezza, che erano della sua stessa etnia pashtun. Ha preferito i marines
americani, con l'aria dura da Terminator, e li ha avuti.
L'Afghanistan sarebbe stato reso più sicuro con un intervento limitato,
stile Piano Marshall? Naturalmente è possibile che la costruzione di scuole
e ospedali gratuiti e di alloggi per i poveri, e la ricostruzione
dell'infrastruttura sociale distrutta dopo il ritiro delle truppe sovietiche
nel 1989, avrebbero stabilizzato il paese. Sarebbero anche serviti dei
contributi statali all'agricoltura e al lavoro a domicilio per
ridurre la dipendenza dalla coltivazione di oppio. Il 90% della produzione
mondiale di oppio è in Afghanistan. Secondo stime Onu, all'eroina si deve il
52% del prodotto interno lordo del paese, e il settore dell'agricoltura
dedicato all'oppio continua a crescere in fretta. Tutto questo avrebbe
richiesto uno stato forte e un diverso ordine mondiale. Solo un utopista un
po' folle avrebbe potuto aspettarsi che i paesi Nato, occupati a portare
avanti le privatizzazioni e la deregulation nei loro paesi, si lanciassero
in esperimenti sociali illuminati all'estero.
E così la corruzione delle élite è cresciuta, come un tumore non curato. I
fondi occidentali che avrebbero dovuto contribuire alla ricostruzione
sono stati usati per costruire le residenze lussuose delle élite locali.
Nell'Anno Secondo dell'Occupazione le case sono state l'oggetto di uno
scandalo gigantesco. I ministri del governo si sono concessi, per sé e per i
propri amici fidati, immobili di pregio. A Kabul i prezzi dei terreni hanno
raggiunto un picco dopo l'occupazione, perché gli occupanti e i loro
tirapiedi dovevano vivere nello stile a cui si erano abituati. I colleghi di
Karzai si sono costruiti le loro grandi ville, protette dalle truppe Nato,
sotto gli occhi dei poveri.
Si aggiunga a questo che il fratello minore di Karzai, Ahmad Wali
Karzai, è diventato uno dei più grandi signori della droga nel paese. A un
recente incontro con il Presidente del Pakistan, quando Karzai si è messo a
frignare sull'incapacità del Pakistan di fermare il traffico di frontiera,
il generale Musharraf gli ha suggerito che forse dovrebbe dare il buon
esempio richiamando all'ordine suo fratello.
Se le condizioni economiche non sono migliorate, gli attacchi militari della
Nato hanno preso spesso di mira civili innocenti. Ciò ha portato a violente
proteste anti-americane nella capitale, lo scorso anno. Quella che
inizialmente era ritenuta da alcuni abitanti un'azione di polizia necessaria
contro al-Qaeda a seguito degli attacchi dell'11 settembre, ora è percepita
da una maggioranza sempre maggiore di persone nell'intera regione come
un'occupazione imperiale vera e propria. I talebani stanno crescendo e
costruendo nuove alleanze, non perché le loro pratiche religiose settarie
godano di maggiore consenso, ma perché essi sono l'unico ombrello a
disposizione per la liberazione nazionale. Come hanno scoperto a proprie
spese gli inglesi e i russi negli ultimi due secoli, agli afghani non è mai
piaciuto essere occupati.
In nessun modo la Nato può vincere questa guerra ora. Inviare più truppe
significherebbe più morti, ed eventuali combattimenti su larga scala
destabilizzerebbero il vicino Pakistan. Musharraf si è già preso la colpa
per un raid aereo su una scuola musulmana in Pakistan. Dozzine di bambini
sono stati uccisi e in Pakistan gli islamisti hanno organizzato
dimostrazioni di massa per protestare. Secondo alcune fonti, in realtà il
raid «preventivo» sarebbe stato effettuato da aerei militari Usa. Questi
avrebbero mirato a una presunta base terroristica, ma il governo pakistano
ha preferito assumersi la responsabilità dell'accaduto per evitare
un'esplosione di rabbia anti-americana.
Il fallimento della Nato non può essere attribuito al governo pakistano.
Casomai, la guerra in Afghanistan ha creato una situazione critica in due
province pakistane. La maggioranza pashtun dell'Afghanistan ha sempre avuto
legami stretti con i pashtun del Pakistan. La frontiera fu un'imposizione
dell'impero britannico ed è sempre stata porosa. Nel 1973 io stesso,
indossando indumenti pashtun, la attraversai senza alcuna difficoltà. È
praticamente impossibile costruire uno steccato come in Messico o un muro
come in Israele lungo i 2500 chilometri di confini montagnosi e in larga
misura non segnati che separano i due paesi. La soluzione è politica, non
militare. Gli obiettivi strategici di Washington in Afghanistan appaiono
inesistenti, a meno che gli Usa non abbiano bisogno di questo conflitto per
mettere in riga gli alleati europei che li hanno traditi sull'Iraq.
Certo, i leader di al-Qaeda sono ancora alla macchia, ma la loro cattura
sarà il risultato di un efficace lavoro di polizia, non della guerra, né
dell'occupazione. Che effetto avrà il ritiro della Nato? Qui l'Iran, il
Pakistan e gli stati dell'Asia centrale saranno fondamentali nel
garantire una costituzione confederale che rispetti le differenze etniche e
religiose. L'occupazione Nato non ha reso questo compito facile. Il suo
fallimento ha rafforzato i talebani, e i pashtun si stanno unendo sempre di
più sotto il loro ombrello.
Qui come in Iraq, la lezione è fondamentale. È molto meglio che i
cambiamenti di regime vengano dal basso, anche se ciò comporta una lunga
attesa come in Sudafrica, in Indonesia o in Cile. Le occupazioni distruggono
le possibilità di un cambiamento organico e creano problemi molto maggiori
di prima. L'Afghanistan non ne è che un esempio.
Il discorso del ministro degli esteri italiano, secondo il quale
questa sarebbe una guerra giusta perché legale, ossia sancita dal Consiglio
di sicurezza dell'Onu, è un argomento debole. Il Consiglio di sicurezza non
è eletto, né risponde all'Assemblea generale. È dominato con il pugno di
ferro da cinque stati che sono i vincitori della Seconda guerra mondiale. Le
sue decisioni non riflettono il punto di vista di quasi nessun continente.
Se gli Usa avessero imposto al Consiglio di sicurezza di appoggiare
l'avventura imperiale in Iraq, D'Alema sarebbe stato favorevole alla sua
occupazione? L'unica domanda da porre è questa: i soldati europei devono
essere mandati a uccidere e a farsi uccidere per proteggere gli interessi
egemonici dell'Impero americano?
Traduzione Marina Impallomeni
Traduzione a cura di Marina Impallomeni
Tariq Ali vive da lungo tempo in Inghilterra, dove dirige la rivista
'New Left Review'. Nato nel 1944 a Lahore, città oggi in territorio
pakistano, ma che all'epoca faceva parte dei possedimenti britannici in
India, si trasferì ventenne in Inghilterra, dove continuò gli studi nel
campo della politica, della filosofia ed dell'economia, presso l'Exeter
College di Oxford. Entrando a far parte della Federazione Laburista
Universitaria, fu dapprima membro della commissione del Gruppo Socialista, e
in seguito, a partire dal 1965, presidente della Oxford Union. Con la guerra
del Vietnam nella sua fase più acuta, Tariq Ali si guadagnò una reputazione
di rilievo nazionale partecipando a dibattiti accanto a personaggi come
Henry Kissinger o come il Segretario agli Esteri britannico Michael Stewart.
Tariq Ali è autore de "Lo scontro dei fondamentalismi. Crociate, jihad e
modernità" e di "Bush in Babilonia. La ricolonizzazione dell'Iraq"
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KANDAHAR: questo messaggio è una preghiera.
Pochi
decidono per tutti, in questo mondo. Gli altri giacciono e subiscono. Siamo
tutti uguali: il sangue scorre rosso, il dolore si esprime in grida e
lacrime. Per tutti. Io sono nata a Kandahar 22 anni fa, sono stata in Italia
per quasi tutta l'infanzia e per questo non smetterò mai di ringraziare mio
padre che ha voluto che io vedessi un mondo diverso di pace, poi sono
tornata in Afghanistan, dove c'era tutta la mia gente. Ho conosciuto gli
italiani, sono come noi. Ho amato la capacità degli italiani di capire, di
non giudicare, di commuoversi. Così a questo popolo che ho amato invio la
mia preghiera. In Italia c'è la mafia che si è diffusa come un cancro in
tutto il mondo, facendo male e tanto. Sono felice che nessuno per questo
abbia mai pensato di bombardare l'Italia, di darla a governare a stranieri,
di riempirla di bombe, mine e pianto. Sono felice perché la mafia non
avrebbe perso mentre gli italiani avrebbero visto i loro sogni trasformarsi
in orrore e incubi. Ero a Kandahar quando sono cominciati i bombardamenti
occidentali. Ero là con il mio bimbo e il mio giovane uomo. E così il mio
giovane uomo è andato a combattere. Non volontario, non terrorista. E'
partito perché i giovani ragazzi vengono arruolati dagli eserciti, in tutto
il mondo, quando c'è guerra. Aveva 20 anni, senza guardare il suo bimbo che
piangeva. Forse immaginava che non l'avrebbe visto più, non voleva
ricordarlo in lacrime. Cadevano le bombe l'ultima volta che l'ho visto vivo,
il rumore era assordante e la gente gridava e correva in cerca di rifugi che
non ci sono. Così non so se ha sentito il mio saluto. L'ho accompagnato per
alcuni metri lungo la strada e per una volta ho gioito di indossare il
burqa: non ha visto lacrime ed erano tante, ha portato il mio ricordo mentre
gli dicevo che nessuna bomba e nessun nemico può uccidere chi è protetto da
un amore grande, come il mio per lui. Ma l'amore in Afghanistan ha perso da
tempo. E il mondo è piccolo e se l'amore perde, perde per tutti. La notte ho
stretto forte il mio bimbo che non dormiva più. Chiedeva "perché?", ma io
non sapevo cosa rispondergli. Non si può dire a un bimbo che il mondo odia
il terrorismo, e così, per risposta, bombarda noi. Tutto quello che quella
notte, quella dopo e quelle prima gli dicevo era: "la mamma è qui con te". E
ora vorrei morire perché in una di quelle notti da incubo la casa è esplosa
su noi abbracciati. E che ha potuto fare mamma per il suo bimbo? Gli avevo
promesso protezione; ora la bomba è caduta e lui nel terrore mi ha guardata
come a ricordarmi la promessa. Non ha urlato, questo lo ricordo. Io l'ho
fatto ed era un grido animale che mi risuona nelle orecchie in ogni istante,
sono saltata sul corpo del mio piccolo come un'aquila sulla preda. Sentivo
del sangue scivolarmi lungo le gambe e tra il dolore e l'angoscia non capivo
di chi fosse, continuavo a pregare Dio che fosse il mio, a implorarlo che
fosse il mio. Non lo era. Come vorrei spiegare a tutte le mamme; ma le
mamme, lo so, non hanno bisogno di altre spiegazioni. Alzi gli occhi al
cielo e vorresti solo morire, perché tutto il resto non importa, perché non
c'è niente che può consolarti, perché la morte è nulla per una madre quando
ha suo figlio che grida fra le braccia. Ho chiesto a Dio di mandare un'altra
bomba a uccidermi, sentivo di non farcela. Invece stavo già correndo,
cercando aiuto, tra le bombe e le fiamme e altre mamme con fagottini
sanguinanti tra le braccia. Il mio bimbo vivrà senza le gambe, urla tutto il
giorno, si lamenta tutta la notte. Ho affidato la mia lettera a un'amica che
è corsa via per salvare i suoi, io da qui non posso scappare, il mio bambino
è steso in un letto. Aspettiamo la fine, le bombe continuano a cadere e io
spesso chiedo ad una di colpirci per non vedere il resto, per non dover dire
a lui che gli ho dato una vita senza futuro, per non dovergli dire che lo
aspetta solo il dolore. Spero che ci colpisca e ci porti via insieme, in un
posto nel quale io possa proteggerlo; solo questo sarebbe il mio Paradiso.
Ho affidato così la mia lettera a un'amica che è scappata in Europa. E' per
gli italiani, popolo che ho amato e nel quale credo ancora. Non credo che
nessuna delle belle persone che ho incontrato lì da voi avrebbe voluto
pagare con le sue tasse la bomba che ha tolto le gambe e la speranza a mio
figlio. Eppure quella bomba l'avete pagata voi, tutti voi, togliendo i soldi
alle pensioni dei vostri vecchi o i soldi per i vostri malati e dandoli
invece per colpire i nostri bimbi. Se favorire involontariamente chi uccide
innocenti è terrorismo, allora gli italiani sono terroristi? Non lo sono,
come non lo sono io. Siamo le vittime di questa guerra. Non cestinate la mia
preghiera, voglio immaginare che esiste una speranza, che chi non ha soldi o
interessi possa dire: "non uccideteci più". Non cestinate la mia speranza.
Penso che magari se ci stringiamo tutti potrebbe non succedere più e altri
bimbi come il mio correranno ancora, con le loro gambe, davanti ai loro
genitori orgogliosi. Vi prego mandate a tutti questo mio messaggio. Spedite
a tutti la mia storia, che almeno a qualcun altro possa servire, ho in mente
questa lettera mentre sto aspettando vicino a mio figlio. Quando cadrà
Kandahar pensate anche a noi.
Anna
17
Febbraio 2002
Afghanistan - 20.6.2006
Il Generale Mini: basta ipocrisie
"Non si può ignorare la sovrapposizione tra Isaf e Enduring
Freedom in Afghanistan"
La situazione in Afghanistan peggiora di giorno in
giorno. Gli Usa e la Nato, che guida la missione Isaf,
chiedono a tutti gli alleati un maggiore contributo
militare. All'Italia, nello specifico, il segretario
generale dell'Alleanza Atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, ha
chiesto un incremento del nostro contingente (attualmente di
circa 1.300 uomini). Il governo italiano sta ora valutando
l'invio di sei cacciabombardieri Amx, di elicotteri da
combattimento e di un contingente di forze speciali.
Generale Mini, non le pare che simili mezzi e forze
siano poco compatibili con una missione "di pace"?
Il problema dell’ampliamento della missione
Isaf-Nato, e quindi anche della partecipazione
militare italiana, è di carattere giuridico prima
che operativo. In quanto tale, esso diventa
istituzionale e non può essere lasciato alla sola
valutazione tecnico-militare. Il problema nasce
dall’inserimento di Isaf in un contesto
artificiosamente dichiarato post-bellico e dalla
sottovalutazione della capacità dei guerriglieri
talebani di costituire un’aperta minaccia nei
riguardi delle forze Usa, del governo di Kabul e di
chiunque lo appoggi.
Quindi secondo lei, generale, non è
vero che la guerra in Afghanistan è finita, come
tutti continuano a dire?
La guerra contro i talebani, parte essenziale di
‘Enduring Freedom’, non è mai finita. Gli Stati
Uniti hanno ridotto le forze e altre nazioni
hanno dato un modesto contributo, ma la guerra
si è spostata laddove si spostavano i resti del
precedente regime afgano. Queste forze si sono
riorganizzate e, con l’aiuto esterno, stanno
destabilizzando vaste aree del paese. Nessuno ha
dichiarato la fine delle ostilità con i talebani.
E’ stata anche scartata l’idea di convocare i
talebani a un tavolo della pace e imporre le
condizioni dei vincitori perché così facendo si
sarebbe riconosciuta la legittimità
internazionale del loro governo, che non era
stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma che
era stato interlocutore ufficiale di tutti e
perfino degli Stati Uniti. Né nessuno ha pensato
a trascinare ciò che restava della dirigenza
talebana sconfitta davanti ad un tribunale
internazionale per crimini contro l’umanità.
L’operazione ‘Enduring Freedom’, la guerra
contro i talebani, continua ed è stata inserita
nel quadro più vasto della ‘Guerra al Terrore’.
Il che significa che è destinata a durare ancora
a lungo.
Una guerra che gli Stati Uniti,
impegnati altrove, vogliono lasciar
combattere agli alleati Nato, Italia
compresa, che però sono in Afghanistan
nell’ambito di una missione che non è di
guerra. Se la missione Isaf della Nato
“eredita” la guerra ‘Enduring Freedom’ degli
Usa non si crea un cortocircuito, una
sovrapposizione poco chiara tra due missioni
di natura diversa?
Oggi, le forze di ‘Enduring Freedom’ non
sono oggettivamente sufficienti a
controllare militarmente il territorio
minacciato, ed è per questo che gli
Stati Uniti hanno chiesto alla Nato un
maggior coinvolgimento. Ma per
giustificarlo, non si è chiesto di
partecipare alla guerra e ampliare
‘Enduring Freedom’. Si è preferito
rimanere ancorati al criterio iniziale
di Isaf, ovvero al quadro di una
missione che – come dice il suo stesso
nome – è di assistenza al mantenimento
della sicurezza in appoggio al governo
di Kabul. Il progetto di Isaf,
inizialmente concentrato solo nella
capitale afgana, prevedeva che, mano a
mano che l’autorità del nuovo governo
veniva riconosciuta e che veniva
negoziato lo scioglimento delle milizie
personali dei signori della guerra
locali, le forze di sicurezza afgane
avrebbero progressivamente esteso il
proprio controllo ad altri territori,
con il sostegno di Isaf laddove
necessario.
Quindi lo scopo
originario della missione Isaf era solo
quello di sostenere la graduale
espansione dell’autorità del nuovo
governo di Kabul nelle zone già
“pacificate” dalla missione ‘Enduring
Freedom’. Ma nella realtà non è questo
che sta accadendo: Isaf si sta
sostituendo a ‘Enduring Freedom’ nella
fase di “pacificazione” di un
territorio. Non è così?
Le zone prescelte per l’ampliamento
di Isaf, ovvero il sud
dell’Afghanistan, non sono quelle
pacificate da ‘Enduring Freedom’, ma
anzi proprio quelle in cui la guerra
contro i talebani continua con vere
e proprie offensive militari, seppur
di carattere asimmetrico. Chi assume
la responsabilità della sicurezza in
queste aree si deve predisporre per
fare due cose: la guerra contro i
talebani, al posto o al fianco degli
Usa, o la repressione di una rivolta
armata interna, al fianco o al posto
del governo afgano – un governo che
molti degli stessi signori della
guerra che ne fanno parte
considerano ininfluente, che molti
ribelli considerano illegittimo e
che i talebani considerano
d’usurpazione.
Ma se Isaf è diventata una
missione di guerra “ereditando” di
fatto le funzioni di ‘Enduring
Freedom’ – il che spiega la
necessità di mandare caccia
bombardieri e forze speciali – non
lo si dovrebbe dire chiaramente? Non
ci dovrebbe essere una seria e
franca discussione sul mutamento del
mandato Isaf?
Il fatto che i contingenti Isaf
dovranno farsi carico della guerra
ai talebani, per conto di Washington
o di Kabul, impone senza dubbio la
necessità di un esame serio della
situazione e lo scioglimento dei
nodi giuridici. Non ci sono dubbi
che in ambito Nato e in Italia si
possa fare serenamente. Se si decide
per l’opzione militare, il vero
impegno istituzionale diventa quello
di calibrare lo strumento militare
da costituire e le regole d’ingaggio
in relazione alla reale situazione e
a un nuovo mandato. La cosa peggiore
che possa succedere è che si
assumano nuovi impegni e nuovi
rischi mantenendo i vecchi criteri
d’impiego e le ipocrisie di sempre:
fingendo che la situazione sia
“normale”, ignorando o negando
l’evidenza della sovrapposizione di
Isaf a ‘Enduring Freedom’,
spacciando per ricognitori di campi
d’oppio dei caccia bombardieri e per
missionari di pace degli incursori e
sabotatori superaddestrati
all’infiltrazione in territorio
ostile e alla guerra asimmetrica.
Enrico Piovesana
Fabio Mini è
Tenente Generale dell'Esercito italiano.
Le sue specializzazioni militari includono quelle in
missili anti-carro e difesa NBC, Ufficiale addetto alla
Pubblica Informazione della NATO, Ispettore CBM per gli
Accordi di Stoccolma ed in Operazioni Psicologiche. Ha
comandato tutti i livelli di unità meccanizzate, dal Plotone
alla Brigata. Il suo ultimo incarico operativo è stato
quello di comandante della Brigata “Legnano” durante
l’operazione “Vespri Siciliani” contro il crimine
organizzato in Sicilia.
E’ stato in seguito responsabile della preparazione,
addestramento e primo schieramento della Brigata in Somalia.
I suoi incarichi di Stato Maggiore comprendono quelli di
Ufficiale alle Operazioni e Difesa NBC presso il 4º
Reggimento Corazzato, e di Capo Sezione di Stato Maggiore
presso la Brigata Meccanizzata “Granatieri di Sardegna”.
Dal 1979 al 1981 è stato assegnato negli Stati Uniti
presso la 4º Divisione di Fanteria a Fort Carson, nel
Colorado, dove ha svolto gli incarichi di Ufficiale addetto
ai Piani ed Operazioni, Secondo in Comando della Divisione
Esercitazioni e Valutazioni (EED) e Capo della Divisione
Esercitazioni e Valutazioni/Centro Simulazione
Combattimento.
Al suo ritorno in Italia ha prestato servizio quale
Ufficiale Addetto al Reparto Impiego del Personale dello
Stato Maggiore dell’Esercito, Capo dell’Ufficio Studi e
Coordinamento dello Stato Maggiore dell’Esercito, Capo
dell’Ufficio Pubblica Informazione e Portavoce del Capo di
Stato Maggiore dell’Esercito.
Dal 1993 al 1996 ha svolto l’incarico di Addetto
Militare a Pechino, Repubblica Popolare Cinese. Con il grado
di Generale di Divisione, ha diretto l’Istituto Superiore di
Stato Maggiore Interforze (ISSMI).
Nel 1999 ha svolto due incarichi concomitanti presso lo
Stato Maggiore della Difesa quali Capo dell’Ufficio Generale
per le Comunicazioni e la Pubblica Informazione e Capo
dell’Ufficio Generale di “Euroformazione”.
A partire dal gennaio 2001 ha assunto la funzione di
Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani.
Nel 2002 il generale Mini ha assunto il comando delle
operazioni di pace in Kosovo a guida NATO (KFOR).
Le sue decorazioni comprendono l’Ordine al Merito della
Repubblica Italiana (OMRI), la Medaglia al Merito Mauriziana,
la Medaglia di Lungo Comando, la “U.S. Army Commendation
Medal” e la Medaglia “BA YI” della Repubblica Popolare
Cinese.
Ha scritto molto su questioni militari, strategiche e
geopolitiche. Tra i suoi lavori i libri: “Comandare e
comunicare” (Alinari-Firenze, 1989), e “L’altra strategia”
(Franco Angeli-Roma, 1998).
E’ autore di oltre venti saggi e di molti articoli
pubblicati su riviste militari e civili come “La Rivista
Militare”, “Limes” e “Heartland”.
Nel 2001 ha curato la versione italiana del libro “Guerra
senza limiti”, i cui autori sono i colonnelli della Repubblica
Popolare Cinese Qiao Liang e Wang Xiaosui. Ha fondato e continua
a dirigere “Newstrategy”, un istituto di ricerca e studio non a
scopo di lucro. E’ membro delle Conferenze Mondiali Pugwash e
del Comitato scientifico di Limes. Svolge regolarmente seminari
informativi presso le scuole ed i centri di addestramento
nazionali dei Servizi di intelligence su questioni strategiche
dell’Asia, dell’Estremo Oriente e sul terrorismo e crimine
organizzato. (Tratto da AnalisiDifesa)