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il manifesto  03 Marzo 2007
Perché ritirarsi dall'Afghanistan
Tariq Ali
È l'Anno Sesto dell'occupazione Nato in Afghanistan sotto l'egida dell'Onu, una missione congiunta Usa-Europa. Il 26 febbraio alcuni attentatori suicidi talebani hanno cercato di assassinare Dick Cheney, in visita alla base aerea di Bagram considerata «sicura» (l'ex base aerea sovietica, considerata altrettanto sicura durante un precedente conflitto). Nell'attacco sono morti due soldati americani e un mercenario («contractor»), nonché altre venti persone che lavoravano nella base.
Questo episodio da solo avrebbe dovuto far capire al Vicepresidente Usa le dimensioni della debacle afghana. Nel 2006 le perdite sono aumentate in modo sostanziale: le truppe Nato hanno perso quarantasei soldati in scontri con la resistenza islamica o per l'abbattimento di elicotteri.
Ora i ribelli controllano almeno venti distretti nelle province di Kandahar, Helmand e Uruzgan, dove le truppe Nato hanno preso il posto dei soldati americani. E non è certo un segreto che in queste zone molti quadri dirigenti sostengono sottobanco i guerriglieri. La situazione è fuori controllo. All'inizio della guerra la signora Bush e la signora Blair sono apparse in numerosi programmi televisivi e radiofonici, sostenendo che lo scopo della guerra era liberare le donne afghane. Provate a ripeterlo oggi, e le donne vi sputeranno in faccia.
Chi è responsabile di questo disastro? Perché il paese è ancora sottomesso? Quali sono gli obiettivi strategici di Washington nella regione? Qual è la funzione della Nato? E per quanto tempo un paese può restare occupato contro la volontà della maggioranza della popolazione?
Quando sono caduti i talebani in pochi hanno pianto, in Afghanistan e altrove, ma le speranze alimentate dalla demagogia occidentale non sono durate troppo a lungo.
È apparso presto evidente che la nuova élite trapiantata nel paese si sarebbe messa in tasca il grosso degli aiuti stranieri e avrebbe creato le proprie reti criminali di corruzione e clientelismo.
La popolazione ha sofferto. Una capanna di fango col tetto di paglia per ospitare una famiglia di profughi senzatetto costa meno di cinquemila dollari. Quante ne sono state costruite? Quasi nessuna. Ogni inverno centinaia di persone muoiono di freddo perché non hanno una casa. Invece, si è preferito che società di pubbliche relazioni occidentali organizzassero in tutta fretta e a caro prezzo il voto elettorale, sostanzialmente a beneficio dell'opinione pubblica occidentale.
I risultati non hanno favorito il sostegno alla Nato nel paese. Hamid Karzai, il presidente fantoccio, ha rappresentato simbolicamente il suo isolamento e il suo istinto di auto-conservazione rifiutando le guardie addette alla sua sicurezza, che erano della sua stessa etnia pashtun. Ha preferito i marines americani, con l'aria dura da Terminator, e li ha avuti.
L'Afghanistan sarebbe stato reso più sicuro con un intervento limitato, stile Piano Marshall? Naturalmente è possibile che la costruzione di scuole e ospedali gratuiti e di alloggi per i poveri, e la ricostruzione dell'infrastruttura sociale distrutta dopo il ritiro delle truppe sovietiche nel 1989, avrebbero stabilizzato il paese. Sarebbero anche serviti dei contributi statali all'agricoltura e al lavoro a domicilio per ridurre la dipendenza dalla coltivazione di oppio. Il 90% della produzione mondiale di oppio è in Afghanistan. Secondo stime Onu, all'eroina si deve il 52% del prodotto interno lordo del paese, e il settore dell'agricoltura dedicato all'oppio continua a crescere in fretta. Tutto questo avrebbe richiesto uno stato forte e un diverso ordine mondiale. Solo un utopista un po' folle avrebbe potuto aspettarsi che i paesi Nato, occupati a portare avanti le privatizzazioni e la deregulation nei loro paesi, si lanciassero in esperimenti sociali illuminati all'estero.
E così la corruzione delle élite è cresciuta, come un tumore non curato. I fondi occidentali che avrebbero dovuto contribuire alla ricostruzione sono stati usati per costruire le residenze lussuose delle élite locali. Nell'Anno Secondo dell'Occupazione le case sono state l'oggetto di uno scandalo gigantesco. I ministri del governo si sono concessi, per sé e per i propri amici fidati, immobili di pregio. A Kabul i prezzi dei terreni hanno raggiunto un picco dopo l'occupazione, perché gli occupanti e i loro tirapiedi dovevano vivere nello stile a cui si erano abituati. I colleghi di Karzai si sono costruiti le loro grandi ville, protette dalle truppe Nato, sotto gli occhi dei poveri.
Si aggiunga a questo che il fratello minore di Karzai, Ahmad Wali Karzai, è diventato uno dei più grandi signori della droga nel paese. A un recente incontro con il Presidente del Pakistan, quando Karzai si è messo a frignare sull'incapacità del Pakistan di fermare il traffico di frontiera, il generale Musharraf gli ha suggerito che forse dovrebbe dare il buon esempio richiamando all'ordine suo fratello.
Se le condizioni economiche non sono migliorate, gli attacchi militari della Nato hanno preso spesso di mira civili innocenti. Ciò ha portato a violente proteste anti-americane nella capitale, lo scorso anno. Quella che inizialmente era ritenuta da alcuni abitanti un'azione di polizia necessaria contro al-Qaeda a seguito degli attacchi dell'11 settembre, ora è percepita da una maggioranza sempre maggiore di persone nell'intera regione come un'occupazione imperiale vera e propria. I talebani stanno crescendo e costruendo nuove alleanze, non perché le loro pratiche religiose settarie godano di maggiore consenso, ma perché essi sono l'unico ombrello a disposizione per la liberazione nazionale. Come hanno scoperto a proprie spese gli inglesi e i russi negli ultimi due secoli, agli afghani non è mai piaciuto essere occupati.
In nessun modo la Nato può vincere questa guerra ora. Inviare più truppe significherebbe più morti, ed eventuali combattimenti su larga scala destabilizzerebbero il vicino Pakistan. Musharraf si è già preso la colpa per un raid aereo su una scuola musulmana in Pakistan. Dozzine di bambini sono stati uccisi e in Pakistan gli islamisti hanno organizzato dimostrazioni di massa per protestare. Secondo alcune fonti, in realtà il raid «preventivo» sarebbe stato effettuato da aerei militari Usa. Questi avrebbero mirato a una presunta base terroristica, ma il governo pakistano ha preferito assumersi la responsabilità dell'accaduto per evitare un'esplosione di rabbia anti-americana.
Il fallimento della Nato non può essere attribuito al governo pakistano. Casomai, la guerra in Afghanistan ha creato una situazione critica in due province pakistane. La maggioranza pashtun dell'Afghanistan ha sempre avuto legami stretti con i pashtun del Pakistan. La frontiera fu un'imposizione dell'impero britannico ed è sempre stata porosa. Nel 1973 io stesso, indossando indumenti pashtun, la attraversai senza alcuna difficoltà. È praticamente impossibile costruire uno steccato come in Messico o un muro come in Israele lungo i 2500 chilometri di confini montagnosi e in larga misura non segnati che separano i due paesi. La soluzione è politica, non militare. Gli obiettivi strategici di Washington in Afghanistan appaiono inesistenti, a meno che gli Usa non abbiano bisogno di questo conflitto per mettere in riga gli alleati europei che li hanno traditi sull'Iraq.
Certo, i leader di al-Qaeda sono ancora alla macchia, ma la loro cattura sarà il risultato di un efficace lavoro di polizia, non della guerra, né dell'occupazione. Che effetto avrà il ritiro della Nato? Qui l'Iran, il Pakistan e gli stati dell'Asia centrale saranno fondamentali nel garantire una costituzione confederale che rispetti le differenze etniche e religiose. L'occupazione Nato non ha reso questo compito facile. Il suo fallimento ha rafforzato i talebani, e i pashtun si stanno unendo sempre di più sotto il loro ombrello.
Qui come in Iraq, la lezione è fondamentale. È molto meglio che i cambiamenti di regime vengano dal basso, anche se ciò comporta una lunga attesa come in Sudafrica, in Indonesia o in Cile. Le occupazioni distruggono le possibilità di un cambiamento organico e creano problemi molto maggiori di prima. L'Afghanistan non ne è che un esempio.
Il discorso del ministro degli esteri italiano, secondo il quale questa sarebbe una guerra giusta perché legale, ossia sancita dal Consiglio di sicurezza dell'Onu, è un argomento debole. Il Consiglio di sicurezza non è eletto, né risponde all'Assemblea generale. È dominato con il pugno di ferro da cinque stati che sono i vincitori della Seconda guerra mondiale. Le sue decisioni non riflettono il punto di vista di quasi nessun continente. Se gli Usa avessero imposto al Consiglio di sicurezza di appoggiare l'avventura imperiale in Iraq, D'Alema sarebbe stato favorevole alla sua occupazione? L'unica domanda da porre è questa: i soldati europei devono essere mandati a uccidere e a farsi uccidere per proteggere gli interessi egemonici dell'Impero americano?

Traduzione Marina Impallomeni

Traduzione a cura di Marina Impallomeni


Tariq Ali vive da lungo tempo in Inghilterra, dove dirige la rivista 'New Left Review'. Nato nel 1944 a Lahore, città oggi in territorio pakistano, ma che all'epoca faceva parte dei possedimenti britannici in India, si trasferì ventenne in Inghilterra, dove continuò gli studi nel campo della politica, della filosofia ed dell'economia, presso l'Exeter College di Oxford. Entrando a far parte della Federazione Laburista Universitaria, fu dapprima membro della commissione del Gruppo Socialista, e in seguito, a partire dal 1965, presidente della Oxford Union. Con la guerra del Vietnam nella sua fase più acuta, Tariq Ali si guadagnò una reputazione di rilievo nazionale partecipando a dibattiti accanto a personaggi come Henry Kissinger o come il Segretario agli Esteri britannico Michael Stewart.
Tariq Ali è autore de "Lo scontro dei fondamentalismi. Crociate, jihad e modernità" e di "Bush in Babilonia. La ricolonizzazione dell'Iraq"

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KANDAHAR: questo messaggio è una preghiera.

Pochi decidono per tutti, in questo mondo. Gli altri giacciono e subiscono. Siamo tutti uguali: il sangue scorre rosso, il dolore si esprime in grida e lacrime. Per tutti. Io sono nata a Kandahar 22 anni fa, sono stata in Italia per quasi tutta l'infanzia e per questo non smetterò mai di ringraziare mio padre che ha voluto che io vedessi un mondo diverso di pace, poi sono tornata in Afghanistan, dove c'era tutta la mia gente. Ho conosciuto gli italiani, sono come noi. Ho amato la capacità degli italiani di capire, di non giudicare, di commuoversi. Così a questo popolo che ho amato invio la mia preghiera. In Italia c'è la mafia che si è diffusa come un cancro in tutto il mondo, facendo male e tanto. Sono felice che nessuno per questo abbia mai pensato di bombardare l'Italia, di darla a governare a stranieri, di riempirla di bombe, mine e pianto. Sono felice perché la mafia non avrebbe perso mentre gli italiani avrebbero visto i loro sogni trasformarsi in orrore e incubi. Ero a Kandahar quando sono cominciati i bombardamenti occidentali. Ero là con il mio bimbo e il mio giovane uomo. E così il mio giovane uomo è andato a combattere. Non volontario, non terrorista. E' partito perché i giovani ragazzi vengono arruolati dagli eserciti, in tutto il mondo, quando c'è guerra. Aveva 20 anni, senza guardare il suo bimbo che piangeva. Forse immaginava che non l'avrebbe visto più, non voleva ricordarlo in lacrime. Cadevano le bombe l'ultima volta che l'ho visto vivo, il rumore era assordante e la gente gridava e correva in cerca di rifugi che non ci sono. Così non so se ha sentito il mio saluto. L'ho accompagnato per alcuni metri lungo la strada e per una volta ho gioito di indossare il burqa: non ha visto lacrime ed erano tante, ha portato il mio ricordo mentre gli dicevo che nessuna bomba e nessun nemico può uccidere chi è protetto da un amore grande, come il mio per lui. Ma l'amore in Afghanistan ha perso da tempo. E il mondo è piccolo e se l'amore perde, perde per tutti. La notte ho stretto forte il mio bimbo che non dormiva più. Chiedeva "perché?", ma io non sapevo cosa rispondergli. Non si può dire a un bimbo che il mondo odia il terrorismo, e così, per risposta, bombarda noi. Tutto quello che quella notte, quella dopo e quelle prima gli dicevo era: "la mamma è qui con te". E ora vorrei morire perché in una di quelle notti da incubo la casa è esplosa su noi abbracciati. E che ha potuto fare mamma per il suo bimbo? Gli avevo promesso protezione; ora la bomba è caduta e lui nel terrore mi ha guardata come a ricordarmi la promessa. Non ha urlato, questo lo ricordo. Io l'ho fatto ed era un grido animale che mi risuona nelle orecchie in ogni istante, sono saltata sul corpo del mio piccolo come un'aquila sulla preda. Sentivo del sangue scivolarmi lungo le gambe e tra il dolore e l'angoscia non capivo di chi fosse, continuavo a pregare Dio che fosse il mio, a implorarlo che fosse il mio. Non lo era. Come vorrei spiegare a tutte le mamme; ma le mamme, lo so, non hanno bisogno di altre spiegazioni. Alzi gli occhi al cielo e vorresti solo morire, perché tutto il resto non importa, perché non c'è niente che può consolarti, perché la morte è nulla per una madre quando ha suo figlio che grida fra le braccia. Ho chiesto a Dio di mandare un'altra bomba a uccidermi, sentivo di non farcela. Invece stavo già correndo, cercando aiuto, tra le bombe e le fiamme e altre mamme con fagottini sanguinanti tra le braccia. Il mio bimbo vivrà senza le gambe, urla tutto il giorno, si lamenta tutta la notte. Ho affidato la mia lettera a un'amica che è corsa via per salvare i suoi, io da qui non posso scappare, il mio bambino è steso in un letto. Aspettiamo la fine, le bombe continuano a cadere e io spesso chiedo ad una di colpirci per non vedere il resto, per non dover dire a lui che gli ho dato una vita senza futuro, per non dovergli dire che lo aspetta solo il dolore. Spero che ci colpisca e ci porti via insieme, in un posto nel quale io possa proteggerlo; solo questo sarebbe il mio Paradiso. Ho affidato così la mia lettera a un'amica che è scappata in Europa. E' per gli italiani, popolo che ho amato e nel quale credo ancora. Non credo che nessuna delle belle persone che ho incontrato lì da voi avrebbe voluto pagare con le sue tasse la bomba che ha tolto le gambe e la speranza a mio figlio. Eppure quella bomba l'avete pagata voi, tutti voi, togliendo i soldi alle pensioni dei vostri vecchi o i soldi per i vostri malati e dandoli invece per colpire i nostri bimbi. Se favorire involontariamente chi uccide innocenti è terrorismo, allora gli italiani sono terroristi? Non lo sono, come non lo sono io. Siamo le vittime di questa guerra. Non cestinate la mia preghiera, voglio immaginare che esiste una speranza, che chi non ha soldi o interessi possa dire: "non uccideteci più". Non cestinate la mia speranza. Penso che magari se ci stringiamo tutti potrebbe non succedere più e altri bimbi come il mio correranno ancora, con le loro gambe, davanti ai loro genitori orgogliosi. Vi prego mandate a tutti questo mio messaggio. Spedite a tutti la mia storia, che almeno a qualcun altro possa servire, ho in mente questa lettera mentre sto aspettando vicino a mio figlio. Quando cadrà Kandahar pensate anche a noi.  Anna

17 Febbraio 2002




 

http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idpa=&idc=7&ida=&idt=2&idart=5685
Afghanistan - 20.6.2006
Il Generale Mini: basta ipocrisie

"Non si può ignorare la sovrapposizione tra Isaf e Enduring Freedom in Afghanistan"

La situazione in Afghanistan peggiora di giorno in giorno. Gli Usa e la Nato, che guida la missione Isaf, chiedono a tutti gli alleati un maggiore contributo militare. All'Italia, nello specifico, il segretario generale dell'Alleanza Atlantica, Jaap de Hoop Scheffer, ha chiesto un incremento del nostro contingente (attualmente di circa 1.300 uomini). Il governo italiano sta ora valutando l'invio di sei cacciabombardieri Amx, di elicotteri da combattimento e di un contingente di forze speciali.
Generale Mini, non le pare che simili mezzi e forze siano poco compatibili con una missione "di pace"?
 
Il problema dell’ampliamento della missione Isaf-Nato, e quindi anche della partecipazione militare italiana, è di carattere giuridico prima che operativo. In quanto tale, esso diventa istituzionale e non può essere lasciato alla sola valutazione tecnico-militare. Il problema nasce dall’inserimento di Isaf in un contesto artificiosamente dichiarato post-bellico e dalla sottovalutazione della capacità dei guerriglieri talebani di costituire un’aperta minaccia nei riguardi delle forze Usa, del governo di Kabul e di chiunque lo appoggi.
 
Quindi secondo lei, generale, non è vero che la guerra in Afghanistan è finita, come tutti continuano a dire?
 
La guerra contro i talebani, parte essenziale di ‘Enduring Freedom’, non è mai finita. Gli Stati Uniti hanno ridotto le forze e altre nazioni hanno dato un modesto contributo, ma la guerra si è spostata laddove si spostavano i resti del precedente regime afgano. Queste forze si sono riorganizzate e, con l’aiuto esterno, stanno destabilizzando vaste aree del paese. Nessuno ha dichiarato la fine delle ostilità con i talebani. E’ stata anche scartata l’idea di convocare i talebani a un tavolo della pace e imporre le condizioni dei vincitori perché così facendo si sarebbe riconosciuta la legittimità internazionale del loro governo, che non era stato riconosciuto dalle Nazioni Unite, ma che era stato interlocutore ufficiale di tutti e perfino degli Stati Uniti. Né nessuno ha pensato a trascinare ciò che restava della dirigenza talebana sconfitta davanti ad un tribunale internazionale per crimini contro l’umanità. L’operazione ‘Enduring Freedom’, la guerra contro i talebani, continua ed è stata inserita nel quadro più vasto della ‘Guerra al Terrore’. Il che significa che è destinata a durare ancora a lungo.
 
Una guerra che gli Stati Uniti, impegnati altrove, vogliono lasciar combattere agli alleati Nato, Italia compresa, che però sono in Afghanistan nell’ambito di una missione che non è di guerra. Se la missione Isaf della Nato “eredita” la guerra ‘Enduring Freedom’ degli Usa non si crea un cortocircuito, una sovrapposizione poco chiara tra due missioni di natura diversa?
 
Oggi, le forze di ‘Enduring Freedom’ non sono oggettivamente sufficienti a controllare militarmente il territorio minacciato, ed è per questo che gli Stati Uniti hanno chiesto alla Nato un maggior coinvolgimento. Ma per giustificarlo, non si è chiesto di partecipare alla guerra e ampliare ‘Enduring Freedom’. Si è preferito rimanere ancorati al criterio iniziale di Isaf, ovvero al quadro di una missione che – come dice il suo stesso nome – è di assistenza al mantenimento della sicurezza in appoggio al governo di Kabul. Il progetto di Isaf, inizialmente concentrato solo nella capitale afgana, prevedeva che, mano a mano che l’autorità del nuovo governo veniva riconosciuta e che veniva negoziato lo scioglimento delle milizie personali dei signori della guerra locali, le forze di sicurezza afgane avrebbero progressivamente esteso il proprio controllo ad altri territori, con il sostegno di Isaf laddove necessario.
 
Quindi lo scopo originario della missione Isaf era solo quello di sostenere la graduale espansione dell’autorità del nuovo governo di Kabul nelle zone già “pacificate” dalla missione ‘Enduring Freedom’. Ma nella realtà non è questo che sta accadendo: Isaf si sta sostituendo a ‘Enduring Freedom’ nella fase di “pacificazione” di un territorio. Non è così?   

Le zone prescelte per l’ampliamento di Isaf, ovvero il sud dell’Afghanistan, non sono quelle pacificate da ‘Enduring Freedom’, ma anzi proprio quelle in cui la guerra contro i talebani continua con vere e proprie offensive militari, seppur di carattere asimmetrico. Chi assume la responsabilità della sicurezza in queste aree si deve predisporre per fare due cose: la guerra contro i talebani, al posto o al fianco degli Usa, o la repressione di una rivolta armata interna, al fianco o al posto del governo afgano – un governo che molti degli stessi signori della guerra che ne fanno parte considerano ininfluente, che molti ribelli considerano illegittimo e che i talebani considerano d’usurpazione.
 
Ma se Isaf è diventata una missione di guerra “ereditando” di fatto le funzioni di ‘Enduring Freedom’ – il che spiega la necessità di mandare caccia bombardieri e forze speciali – non lo si dovrebbe dire chiaramente? Non ci dovrebbe essere una seria e franca discussione sul mutamento del mandato Isaf?
 
Il fatto che i contingenti Isaf dovranno farsi carico della guerra ai talebani, per conto di Washington o di Kabul, impone senza dubbio la necessità di un esame serio della situazione e lo scioglimento dei nodi giuridici. Non ci sono dubbi che in ambito Nato e in Italia si possa fare serenamente. Se si decide per l’opzione militare, il vero impegno istituzionale diventa quello di calibrare lo strumento militare da costituire e le regole d’ingaggio in relazione alla reale situazione e a un nuovo mandato. La cosa peggiore che possa succedere è che si assumano nuovi impegni e nuovi rischi mantenendo  i vecchi criteri d’impiego e le ipocrisie di sempre: fingendo che la situazione sia “normale”, ignorando o negando l’evidenza della sovrapposizione di Isaf a ‘Enduring Freedom’, spacciando per ricognitori di campi d’oppio dei caccia bombardieri e per missionari di pace degli incursori e sabotatori superaddestrati all’infiltrazione in territorio ostile e alla guerra asimmetrica.
Enrico Piovesana
  

 Fabio Mini è Tenente Generale dell'Esercito italiano.

Le sue specializzazioni militari includono quelle in missili anti-carro e difesa NBC, Ufficiale addetto alla Pubblica Informazione della NATO, Ispettore CBM per gli Accordi di Stoccolma ed in Operazioni Psicologiche. Ha comandato tutti i livelli di unità meccanizzate, dal Plotone alla Brigata. Il suo ultimo incarico operativo è stato quello di comandante della Brigata “Legnano” durante l’operazione “Vespri Siciliani” contro il crimine organizzato in Sicilia.
E’ stato in seguito responsabile della preparazione, addestramento e primo schieramento della Brigata in Somalia. I suoi incarichi di Stato Maggiore comprendono quelli di Ufficiale alle Operazioni e Difesa NBC presso il 4º Reggimento Corazzato, e di Capo Sezione di Stato Maggiore presso la Brigata Meccanizzata “Granatieri di Sardegna”.
Dal 1979 al 1981 è stato assegnato negli Stati Uniti presso la 4º Divisione di Fanteria a Fort Carson, nel Colorado, dove ha svolto gli incarichi di Ufficiale addetto ai Piani ed Operazioni, Secondo in Comando della Divisione Esercitazioni e Valutazioni (EED) e Capo della Divisione Esercitazioni e Valutazioni/Centro Simulazione Combattimento.
Al suo ritorno in Italia ha prestato servizio quale Ufficiale Addetto al Reparto Impiego del Personale dello Stato Maggiore dell’Esercito, Capo dell’Ufficio Studi e Coordinamento dello Stato Maggiore dell’Esercito, Capo dell’Ufficio Pubblica Informazione e Portavoce del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito.
Dal 1993 al 1996 ha svolto l’incarico di Addetto Militare a Pechino, Repubblica Popolare Cinese. Con il grado di Generale di Divisione, ha diretto l’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze (ISSMI).
Nel 1999 ha svolto due incarichi concomitanti presso lo Stato Maggiore della Difesa quali Capo dell’Ufficio Generale per le Comunicazioni e la Pubblica Informazione e Capo dell’Ufficio Generale di “Euroformazione”.
A partire dal gennaio 2001 ha assunto la funzione di Comando Interforze delle Operazioni nei Balcani.
Nel 2002 il generale Mini ha assunto il comando delle operazioni di pace in Kosovo a guida NATO (KFOR).
Le sue decorazioni comprendono l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (OMRI), la Medaglia al Merito Mauriziana, la Medaglia di Lungo Comando, la “U.S. Army Commendation Medal” e la Medaglia “BA YI” della Repubblica Popolare Cinese.
Ha scritto molto su questioni militari, strategiche e geopolitiche. Tra i suoi lavori i libri: “Comandare e comunicare” (Alinari-Firenze, 1989), e “L’altra strategia” (Franco Angeli-Roma, 1998).
E’ autore di oltre venti saggi e di molti articoli pubblicati su riviste militari e civili come “La Rivista Militare”, “Limes” e “Heartland”.
Nel 2001 ha curato la versione italiana del libro “Guerra senza limiti”, i cui autori sono i colonnelli della Repubblica Popolare Cinese Qiao Liang e Wang Xiaosui. Ha fondato e continua a dirigere “Newstrategy”, un istituto di ricerca e studio non a scopo di lucro. E’ membro delle Conferenze Mondiali Pugwash e del Comitato scientifico di Limes. Svolge regolarmente seminari informativi presso le scuole ed i centri di addestramento nazionali dei Servizi di intelligence su questioni strategiche dell’Asia, dell’Estremo Oriente e sul terrorismo e crimine organizzato. (Tratto da AnalisiDifesa)