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                                                                   RASSEGNA STAMPA       Afghanistan

 

                                                      Manifesto – 3.7.07

 

Stragi afghane, Onu contro Usa - Roberto Zanini
Roma - E' colpa degli afghani che non si spostano, o dei cattivi talebani che usano i civili come scudi umani. Gli americani ci provano, a non falciare donne e contadini, ma non sempre ci riescono. I soldati «fanno del loro meglio per evitare di colpire i civili, ma accade qualche volta che le armi sbaglino obiettivo», ha detto ieri l'ambasciatore Usa alle Nazioni unite, Zalmay Khalilzad. Non è colpa di nessuno. Si è aperta ieri a Roma la conferenza internazionale sulla giustizia in Afghanistan, ma ciò di cui parleranno il segretario generale dell'Onu, il leader della Nato, i capi delle potenze vincitrici e il presidente afghano uscito dall'invasione non sarà il duello tra il codice penale e la sharia. Sarà il duello tra il bisogno di leggi e l'imposizione dell'unica legge esistente in Afghanistan, quella del più forte. Sarà il duello tra gli Stati uniti e le Nazioni unite. «Sono molto preoccupato e amareggiato per la continua violenza e in particolare per le vittime civili in Afghanistan». Appena prima di prendere l'aereo per Roma, ieri il segretario generale dell'Onu Ban Ki-Moon ha lanciato il suo dado. Basta massacri di civili, meglio un nemico vivo che un amico morto. Lo aveva detto anche al presidente afghano Karzai appena il giorno prima, mentre le agenzie battevano la notizia dell'ennesimo massacro collaterale nel sud talebanizzato dell'Afghanistan, 80 cadaveri dopo un raid della Nato che ha bersagliato con il medesimo scrupolo miliziani armati, donne e bambini. Venerdì scorso a Kabul, Ban aveva incontrato Karzai e i responsabili della forza internazionale Isaf, chiedendo «attenzione» nei confronti di quelli che il gergo militare liquida come effetti collaterali. Ventiquattro ore dopo, la strage. L'ennesima, forse solo la peggiore per numero di vittime, ma uguale in tutto a quelle che l'hanno preceduta. La missione dell'Onu a Kabul ha provato a fare di conto. Almeno 600 civili sono stati uccisi dall'inizio dell'anno in Afghanistan, e in più della metà dei casi a premere il grilletto sono state le forze armate afghane e internazionali. Dei civili uccisi fino ad oggi, ha detto all'agenzia francese Afp il portavoce della missione Onu a Kabul, Adrian Edwards, «poco più del 52% sono stati uccisi da forze filo-governative, e il restante 48% dalle forze anti-governative». Edwards ha precisato che si tratta di stime, talvolta raccolte «con informazioni di seconda mano, dal momento che non sempre risulta possibile andare noi stessi sul terreno». La strage di sabato, ad esempio: responsabili locali hanno affermato che 45 civili, in maggioranza donne e bambini, e 62 ribelli sono stati uccisi nei bombardamenti aerei «alleati» nel distretto della provincia di Helmand, la regione meridionale considerata (con ottime ragioni) il focolaio dell'insurrezione talebana. La Nato ha invece dichiarato che i civili uccisi erano «meno di una dozzina» ed ha accusato gli insorti di avere utilizzato la popolazione come scudo umano. Una strage o un errore. Un massacro di grandi proporzioni o un'ammazzatina. L'appello di Ban Ki-Moon, così ravvicinato al vertice di Roma, schiera l'Onu con una nettezza che segnala quanto i rapporti tra Washington e il resto del mondo siano davvero deteriorati. E la «risposta» dell'ambasciatore americano Khalilzad, quello «stiamo facendo del nostro meglio», esprime la medesima nettezza del campo atlantico. E' un muro contro muro, apparentemente senza soluzione. «La guerra non è una scienza esatta», ha detto ieri Khalilzad, «è certo che quando ci sono vittime civili dobbiamo fare ciò che è opportuno, inoltre i comandi americani hanno adottato una certa flessibilità nell'assistenza della popolazione nelle aree colpite». L'ambasciatore americano assicura che «quando ci si trova davanti a perdite civili, queste vengono sempre indagate», e promette che gli Usa lavoreranno per «una strategia complessiva», ma niente di più. I raid continueranno, i talebani vanno combattuti con i mezzi a disposizione, il resto è danno collaterale. Oggi il leader dell'Onu avrà un difficile faccia a faccia con quello della Nato Jaap De Hoop Scheffer. Molto più della ricostruzione del sistema giuridico afghano, sarà questo il centro della duegiorni romana. Il duello sulla pelle degli afghani ha avuto delle ricadute anche in Italia, che partecipa alla missione militare con 2015 uomini e difficilmente può chiamarsi fuori dai massacri alleati. Dopo l'ultima strage il ministro della difesa Arturo Parisi, non esattamente una colomba, era sbottato: «O si impara a prendere la mira - aveva detto domenica - oppure è meglio astenersi dallo sparare». Ieri una nota del Quirinale, che sarebbe la massima autorità italiana, ha rilevato «la necessità che la comunità internazionale adotti con urgenza ogni possibile misura per migliorare il coordinamento delle forze e la coerenza tra azioni e obiettivi sul terreno». Insomma prendere la mira, ma detto meglio.

La sinistra ripudia i bombardamenti Nato
Roma - Sinistra democratica, Verdi, Rifondazione, Comunisti italiani, Sinistra critica ma anche ong come Emergency. L'ennesima strage di civili in Afghanistan solleva a sinistra una nuova ondata di protesta contro la partecipazione italiana alla missione Nato in quel paese. Non ha aiutato a rasserenare il clima la dichiarazione con cui il ministro della Difesa Arturo Parisi ha preso in qualche modo le distanze dai raid indiscriminati degli americani ma anche delle forze dell'Alleanza atlantica («Siamo lì per difendere il popolo afghano. Impariamo a mirare o asteniamoci dai bombardamenti»). La linea del governo è stata prontamente recepita da una riunione del Consiglio Supremo di Difesa presso il Quirinale che ha diffuso ieri una breve nota per ribadire la richiesta italiana di adottare con urgenza «ogni possibile misura per migliorare il coordinamento delle forze impiegate e la coerenza tra azioni ed obiettivi sul terreno». Questo, aggiunge la nota, «anche al fine di mantenere il giusto equilibrio fra le esigenze relative alla sicurezza e quelle funzionali al processo di consolidamento delle istituzioni democratiche afgane e di sviluppo economico del paese, che potrà decollare soltanto con la piena fiducia e la partecipazione consapevole delle popolazioni locali». La linea, insomma, non cambia. Nonostante l'annunciata offensiva dell'Alleanza non abbia ancora raggiunto i risultati sperati e anzi sia costretta a continui bombardamenti su presunti drappelli talebani nel Sud e nell'Est del paese. Il quadro si fa drammatico ogni giorno di più. «L'Afghanistan è sempre più simile al mattatoio iracheno, il massacro di inermi non è un errore ma il frutto deliberato dell'offensiva 'Achille'», attacca Silvana Pisa, senatrice di Sd, che chiede al governo di predisporre quanto prima una «strategia di uscita» dalla guerra. Sulla stessa linea Jacopo Venier del Pdci: «Senza una svolta le truppe devono essere ritirate, L'unica strada percorribile è la convocazione di una conferenza di pace che raccolga intorno a un tavolo tutti i protagonisti dei conflitto e che faccia tacere subito le armi a partire da quelle dell'Isaf». Concorde anche Elettra Deiana, deputata del Prc: «Continuare a chiedere di limitare le vittime civili nei bombardamenti operati dalla Nato e dalle forze della coalizione in Afghanistan è ipocrita - denuncia Deiana - non essendoci obiettivi militari su cui concentrare gli sforzi bellici è assolutamente inevitabile, per la Nato, colpire alla cieca coinvolgendo la popolazione inerme, l'Onu deve chiedere una sospensione delle attività militari». Mauro Bulgarelli, senatore dei Verdi, sottolinea invece l'ipocrisia della concomitanza con la conferenza sulla giustizia in corso a Roma: «Bisogna sospendere i bombardamenti. E' assurdo discutere astrattamente di stato di diritto e giustizia mentre la gente muore. Lo stesso governo italiano non può farsi promotore della difesa dei diritti umani e poi continuare a far parte di quella coalizione di forze che quotidianamente li violano». Mentre Salvatore Cannavò e Franco Turigliatto di Sinistra critica avvisano che senza ritiro non voteranno il decreto sulle missioni nemmeno con la fiducia