| RASSEGNA STAMPA |
Una selezione di articoli inviatami da Lorenzo Mazzucato
Liberazione – 12.10.10
Afghanistan: una proposta contro l'imbroglio demagogico - Ramon Mantovani
Noi proponiamo il ritiro unilaterale delle truppe italiane, la fine della guerra della Nato, un cessate il fuoco e un negoziato politico interno e internazionale (con il concorso del Pakistan e dell'Iran) garantiti dal presidio del territorio da parte di una forza di Caschi Blu (con l'esclusione dei paesi attualmente belligeranti). Altre "soluzioni" sono semplicemente la prosecuzione della guerra o, peggio ancora, l'ennesimo imbroglio demagogico, cinicamente giocato sulla pelle degli afghani e degli stessi soldati italiani. Il governo italiano, se avesse una propria politica estera, dovrebbe proporre in sede Nato il ritiro e l'apertura di una nuova fase gestita dall'Onu, dai paesi dell'area e dai belligeranti afghani. Ma una simile proposta, per quanto sia l'unica pragmatica e realistica, si scontrerebbe con la vera natura della guerra e con i suoi veri obiettivi (che non sono cambiati solo perché dall'unilaterale "Enduring Freedom" siamo passati al "multilateralismo occidentale" della Nato), e contro gli interessi dell'industria bellica Usa. Quindi il governo italiano dovrebbe ritirare unilateralmente le proprie truppe, seguendo l'esempio olandese, proprio per esercitare l'unica pressione seria e possibile in sede Nato e verso gli Usa, al fine di mettere fine ad una guerra che mai potrà essere vinta sul piano militare. L'opposizione (parlamentare), se avesse una propria politica estera diversa da quella degli Usa e quindi diversa da quella del governo Berlusconi, presenterebbe immediatamente una mozione in Parlamento per il ritiro unilaterale, sia per mettersi in sintonia con l'opinione pubblica sia per sfruttare le evidenti contraddizioni fra Lega e Pdl. Ma non lo farà. Continuerà a vagheggiare "ridiscussioni della missione", non meglio precisate "exit strategy" senza proporre nulla di concreto e così via. Finirà inevitabilmente con il discutere, anche dividendosi, delle false piste proposte dal governo (come quella di La Russa sulle bombe), utili solo a rappresentare, nella politica spettacolo, come unica dialettica possibile quella interna ai favorevoli alla guerra, e a far apparire come estremistica, irrealistica e velleitaria qualsiasi idea o proposta che sia contraria alla guerra come soluzione del problema afghano. Noi abbiamo mille ragioni per essere contro questa guerra. Sono politiche ed anche etiche. La principale delle quali è che siamo contro la costruzione di un nuovo ordine mondiale, conseguente alla globalizzazione capitalistica, nel quale i paesi "occidentali" dominano e "governano" il mondo sconvolto dalla crisi, attraverso la "guerra permanente" e la riduzione dell'Onu ad "ente inutile". Perciò siamo contro la Nato e contro il governo Usa. Perciò pensiamo che su questo punto corra un confine fra ciò che è di sinistra e ciò che è di destra. Il resto sono chiacchiere e pagliacciate buone solo per i talk show.
I dieci anni di disastri della "guerra globale" - Raffaele K. Salinari
I soldati italiani uccisi in Afghanistan segnano con la loro morte il decennale della "guerra totale globale contro il terrorismo" voluta dall'amministrazione Bush, per rispondere all'attacco contro le Torri gemelle. E' dunque ora di fare un bilancio di questi anni, di questa vera e propria guerra che solo l'Italia continua a non riconoscere come tale e che è costata al momento almeno duemila soldati morti e forse almeno cinquantamila afghani tra guerriglieri e civili, tra i quali moltissimi bambini. Il 7 ottobre 2001 il governo Usa, appoggiato dalla Coalizione Internazionale contro il terrorismo, lanciò infatti il primo di una lunga serie di attacchi aerei contro l'Afghanistan, bombardando le aree governate dai talebani e, contemporaneamente, con gli stessi aerei, lanciando razioni alimentari a sostegno delle popolazioni che fiancheggiavano l'Alleanza del Nord, antitalebana. Il Primo ministro inglese di allora, quel Tony Blair tanto ammirato da una parte della sinistra italiana come campione della terza via, dopo il fallimento di Clinton, chiarì oltre ogni dubbio che gli aiuti umanitari erano da quel momento parte integrante della strategia bellica, imprimendo così una torsione inaccettabile che, da allora, ha costretto tutte le agenzie umanitarie indipendenti, o a lasciare l'Afghanistan, o a lavorare in condizioni estremamente pericolose. La snaturazione dell'aiuto umanitario è andata ben oltre il teatro di guerra afghano: ha dato il via ad una progressiva strumentalizzazione dell'aiuto umanitario a fini squisitamente bellici smantellando progressivamente i pilastri sui quali poggia: l'indipendenza, la neutralità e il diritto all'accesso a tutti i civili in stato di necessità. Dal punto di vista politico, in questi dieci anni, va ricordato come la guerra in Afghanistan abbia trovato in Italia unanime consenso da parte di tutti i partiti - soprattutto quando erano nella maggioranza - e di tutti i governi. Vale la pena rileggere le dichiarazioni di voto in occasione dei ricorrenti finanziamenti della "missione di pace" per avere un quadro lucido delle reali "indifferenze" che vivono all'interno dei maggiori partiti sul tema capitale della Pace e della Guerra, e che mostrano un sostanziale disprezzo per l'articolo 11 della nostra Costituzione, salvo poi ad evocarla quando si tratta di questioni inerenti ai rapporti di potere interni alla "casta". Ma la guerra in Afghanistan non è solo violazione della nostra Costituzione, è anche supina accettazione di una lunga serie di violazioni dei Diritti umani che rientrano nelle Convenzioni internazionali sottoscritte dal nostro paese: quella contro la tortura, e basta pensare a Bagram, o quella sui diritti dei bambini. Due settimane or sono, alle Nazioni Unite si è svolto il Vertice sugli Obiettivi di Sviluppo del Millennio. Il nostro paese si è presentato con un risibile 0,1 per cento del suo Pil da destinare agli impegni presi, anche questi, dieci anni or sono. Sarà banale ricordarlo ma la guerra in Afghanistan costa quasi 2 milioni di euro al giorno. Su quali basi si decide allora di spendere oltre 600 milioni di euro in un anno per mantenere in Afghanistan 3.300 soldati, sostenuti da 750 mezzi terrestri e 30 veicoli? E ancora, dove troveremo i fondi per aggiungere al nostro contingente altri 700 militari? Come è possibile che, a fronte di una politica di tagli che colpisce i posti letto negli ospedali, mortifica la scuole ed il lavoro, respinge in mare donne e bambini che spesso vengono proprio da quei luoghi di guerra, si trovino i fondi per continuare una "guerra infinita"? A fronte di una cooperazione civile che in Afghanistan, come in tutto il resto del mondo, arranca faticosamente, e che non riesce ad avere soldi se non per qualche scuola, pozzo o ospedale che sia, bisogna ricordare che il Parlamento stanzia 24 miliardi di euro per la difesa nel bilancio 2010. Ora, è bene discutere delle alleanze che la sinistra dovrebbe tessere per ribaltare i rapporti di forza politici attualmente vigenti, è interessante il dibattito lanciato dal manifesto a questo proposito, e forse questa è una modalità irrituale per rispondere alle sollecitazioni di Valentino Parlato: entrare con il ricordo di chi e cosa sostiene questo anniversario di sangue per irrompere nelle felpate polemiche e nei tatticismi di partito e ricordare alle sinistre litigiose e personalizzate che è questo l'orizzonte degli eventi a cui dobbiamo far riferimento per determinare la nostra agenda politica.
Manifesto – 12.10.10
Il coraggio della verità - Tommaso Di Francesco
«Mi sono rotto», aveva scritto su Facebook uno dei militari feriti, e ieri uno dei parenti all'arrivo delle bare a Ciampino si è rivolto così al ministro La Russa: «Godetevi lo spettacolo». Se sulla tragedia afghana i diretti interessati hanno avuto parole così disperate e irrituali, che dire dell'ansia monumentale di Piero Fassino che vuole un mausoleo per i militari italiani caduti in «missione di pace»? È possibile che Fassino dopo anni di guerre definite spudoratamente missioni di pace, non abbia ancora capito. Il fatto è che le guerre giustificate per «salvare i civili» e «la pace», sono uno degli assi portanti del Partito democratico che così appare adeguato a governare, con assunzione della guerra in un'ottica di legittimità «costituente». All'interno di quell'asse bipolare che fa sì ormai che le guerre, come quella in Afghanistan, siano votate da entrambi gli schieramenti e sostenute anche dai governi di centrosinistra, basta ricordare la guerra jugoslava. Allora il responsabile esteri del Pd ripete che in Afghanistan le truppe italiane non stanno facendo la guerra, contro ogni evidenza. Contro quel che avviene sul campo, contro le dichiarazioni dei nostri soldati, contro i ringraziamenti del comandante in capo, il generale Petraeus, e in contraddizione con i ministri in carica che ora, di fronte alle troppe disfatte, avvertono la necessità «elettorale» del ritiro. Sarebbe utile sapere dalla sinistra in guerra quali risultati abbia raggiunto finora di quelli dichiarati in partenza. I talebani dilagano nei due terzi del paese, rioccupano le aree da poco conquistate dalle truppe Usa e Nato, Karzai - che tratta separatamente con i talebani - è stato eletto con i brogli e le ultime elezioni sono state disertate, i soldati afghani sono impreparati e infiltrati, il conflitto si è esteso al Pakistan, i signori della guerra comandano, l'obiettivo attuale è comprare i talebani, i civili sono il target dei raid aerei e dei droni. A proposito di vigliaccheria degli agguati talebani, come definire l'azione di scaricare sui villaggi, in anonimato d'alta quota, tonnellate di Cruise e cluster bomb intelligenti perché rientrano nei target definiti a migliaia di chilometri di distanza, nel centro di comando di Tampa in Arizona? Il politically correct degli «italiani brava gente» non funziona più. Il ministro La Russa chiede al parlamento che gli aerei Amx siano armati di bombe, ma la verità è che noi già siamo protagonisti della guerra aerea afghana con il ruolo degli alti ufficiali italiani che decidono i raid aerei nel comando unificato di Tampa. In effetti, di un mausoleo ci sarebbe bisogno: per le vittime civili. Fin dalla guerra «umanitaria» jugoslava, dove i raid della Nato provocarono 3.500 vittime civili secondo il nuovo governo di Belgrado. Fassino le ha dimenticate, La Russa si fa forte di questa dimenticanza. E la moltiplica, con le vittime civili della guerra «cattiva» all'Iraq, e con quelle bipartisan in Afghanistan. Sono decine e decine di migliaia dicono le stime degli organismi umanitari e dell'Onu. È la consapevolezza oggettiva di questo crimine che terrà lontano il terrorismo da casa nostra o non è piuttosto il contrario, come avverte lo stesso Obama? Non sono ormai in sopravanzo la conta dei morti e il principio di vendetta che hanno ispirato l'attacco all'Afghanistan dopo l'11 settembre? Il rispetto che dobbiamo ai militari italiani caduti è reale solo se esercitiamo il coraggio della verità. Sono morti per salvare un'alleanza militare che non ha più ragione di esistere ma che rappresenta, dentro la crisi, l'unica consistenza materiale dell'Occidente dopo l'89. E noi dichiariamo che non voteremo più per partiti di sinistra o per una coalizione di centrosinistra che non rispetti, non solo a parole, l'articolo 11 della Costituzione.
«Godetevi lo show» - Fausto della Porta
ROMA - Il dolore per la perdita di una persona cara, ma anche qualcosa in più. L'attimo rabbioso di uno zio che di fronte al corpo del nipote portato giù a braccia dai compagni dal C130 appena atterrato dall'Afghanistan, volta la testa verso La Russa e non si trattiene: «Signor ministro, godetevi lo spettacolo», dice guardando il responsabile della Difesa fermo sulla pista dell'aeroporto di Ciampino con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, quello del Consiglio Silvio Berlusconi e quello della Camera Gianfranco Fini per onorare il rientro della salme di Sebastiano Villa, Gianmarco Manca, Francesco Vannozzi e Marco Pedone, i quattro alpini uccisi sabato in un agguato nella regione di Farah. Non è la prima volta che i corpi dei soldati italiani morti in Afghanistan (34 fino a oggi) vengono sbarcati nello scalo alla periferia della capitale. È la prima volta però che la rabbia per queste morti si fa così plateale. Una protesta che imbarazza La Russa, che però non si fa prendere di sorpresa. E più tardi, parlando con i giornalisti, smorza la tensione. «I parenti - dice il ministro - in queste occasioni hanno il diritto a qualsiasi reazione emotiva, sia quella di quello zio che quelle affettuose dimostrate da altri parenti anche oggi». Subito dopo la cerimonia le salme dei quattro alpini sono state trasportate all'Istituto di medicina legale della Sapienza per l'autopsia. Ufficialmente la causa della morte è «lesione da scoppio» ma i periti nominati dai magistrati della procura di Roma che hanno aperto un'indagine per attentato con finalità di terrorismo, hanno a disposizione sessanta giorni per consegnare le in procura la relazione conclusiva. Questa mattina alle 10,30, nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, a Roma, si terranno i funerali. Nell'attentato compiuto sabato dai talebani a Farath è rimasto ferito anche il caporal maggiore Luigi Cornacchia. Anche la madre dell'alpino, al quale gli psicologi hanno comunicato ieri la morte dei compagni, ha parlato contro la guerra in Afghanistan. «Mio figlio è stato miracolato, voglio solo che rientri», ha detto Cesidia Di Giandomenico ai microfoni di Radio 24. «Non manderei nessuno in Afghanistan si risolvano i problemi da soli», ha proseguito. Cornacchia è un militare esperto. Otto missioni all'estero, tre delle quali proprio in Afghanistan. «Ma stavolta - ha spiegato la donna - era partito scontento, perché lasciava un bambino di un anno». Nell'attentato il caporal maggiore ha riportato «la frattura del secondo metatarso del piede sinistro, lo schiacciamento della seconda vertebra lombare e un trauma da pressione da onda d'urto», come riferisce l'ultimo bollettino medico. Nonostante questo riesce a stare in piedi e, seppure a fatica, a camminare. Le sue condizioni fisiche non destano particolare preoccupazione e ieri è stato trasferito nell'ospedale di Kandahar. «Mio figlio mi diceva che i talebani sono sempre in agguato. Loro vogliono la guerra. Luca mi ripete sempre 'noi dobbiamo andare là, perché degli innocenti hanno bisogno di noi'».
Prc: no al rifinanziamento, un patto fra pacifisti. Vecchi spettri per nuovi Ulivi
Daniela Preziosi
«In Afghanistan è in corso una guerra violentissima», «iniziare i bombardamenti aerei italiani per maggiore sicurezza è una scervellata iniziativa. È impensabile una futura collaborazione di governo con forze di centrosinistra che oggi vi aderissero». Fabio Mussi, fra i fondatori di Sinistra ecologia e libertà, è scatenato contro quelli che all'inizio appaiono i tentennamenti del Pd di fronte alla proposta del ministro La Russa. Ma la schiarita arriva: Piero Fassino, il democratico più possibilista verso La Russa (come ha riferito Repubblica) aggiusta il tiro: il Pd «non è favorevole ad armare i caccia» ed è «contrario a misure che possano coinvolgere la popolazione civile». L'alleanza futura fra la sinistra e Pd è salva, ammesso che non cada prima sotto i veti dell'Udc? Il Pd non voterà le bombe, se si porrà l'occasione. Ma sulle missioni militari, con verdi o dipietristi che chiedono il ritiro delle truppe, le distanze restano più che evidenti. Del resto «guerra o pace» è il dilemma tolstojano che spacca da sempre il centrosinistra. Da quel '90 in cui Pietro Ingrao votò in dissenso dal Pds contro una missione nel Golfo, ogni volta che si sfiora il tema a sinistra partono le scosse. Le stesse che hanno fatto ballare i governi dell'Ulivo e dell'Unione, fino a costringerli a ricorrere al soccorso del centrodestra per il rifinanziamento delle missioni. Nonostante questo anche la sinistra radicale, quand'è stata al governo, ha deluso i suoi. Lo dimostra che il fatto che l'assemblea «verso Genova 2011», un cartello di associazioni antimilitariste e pacifiste che preparano le iniziative per i dieci anni dal G8, hanno deciso di tenere fuori i partiti dal comitato organizzatore. Anche quelli 'amici'. E infatti per un Mussi che minaccia di non allearsi con il Pd se vota le bombe, ieri c'era un Nichi Vendola che annunciava «una stagione di assoluta collaborazione con il Pd». Ma il giorno prima aveva chiesto il ritiro delle truppe, che nel Pd chiede solo la minoranza di Marino. «Le contraddizioni ci sono state», ammette Paolo Ferrero, segretario Prc ed ex ministro dell'Unione, «ma oggi si può fare un passo avanti. Abbiamo apprezzato che alcune forze politiche dell'opposizione si siano pronunciate con nettezza per il ritiro. Ma questo orientamento non può essere valido solo quando si sta all'opposizione». Quindi, a nome della Federazione della sinistra propone «all'Idv, a Sel e a tutte le forze dell'opposizione che concordano sul ritiro immediato delle truppe, di costruire un patto d'azione pacifista che ci impegni per l'oggi e per il domani a tenere una posizione contraria alla guerra in Afghanistan, a prescindere dalla collocazione politica in cui ci potremo trovare nel futuro». In pratica una 'lobby pacifista'. Che gioca a carte scoperte con alleati e elettori: anche al governo, non voterà il rifinanziamento della missione a Kabul. Eppure venerdì scorso al manifesto Oliviero Diliberto, segretario Pdci e anche lui della Fds, nell'elenco dei punti irrinunciabili per un'alleanza non aveva inserito il ritiro delle truppe. «Non c'è contraddizione», replica Ferrero. «Il fronte democratico va fatto a prescindere. Ma voglio esplicitare dei punti di disaccordo». Attenzione, l'oggetto del patto è solo l'Afghanistan, non le missioni militari in genere. Del resto, spiega il verde Angelo Bonelli, «è l'unica rimasta su cui fra noi e il Pd c'è differenza. Alle vere operazioni di peace keaping siamo sempre stati disponibili. Ma l'Afghanistan è il nostro Vietnam. E un'alleanza si potrà fare solo se nel programma c'è l'exit strategy». Ma non dovrebbero esserci problemi: il presidente Obama ha già detto che l'exit strategy deve iniziare nel 2011. I democratici italiani si accingono a chiederla ora in parlamento. È molto improbabile che non lo scrivano nel programma del Nuovo Ulivo.
C'era una volta la missione di pace - Andrea Fabozzi
Da missione di pace a missione di guerra, dalla guida dell'Onu a quella della Nato, dall'armamento leggero a quello di assalto: così si è evoluta la spedizione italiana in Afghanistan discussa per la prima volta in parlamento il 9 ottobre 2001, meno di un mese dopo l'attentato alle Torri gemelle. Manca un ultimo passaggio ma non è lontano: l'approvazione di un codice penale speciale per le missioni militari all'estero. Una legge delega (attualmente al senato) che prevede l'assoluta non punibilità del militare che spara in ossequio a un ordine ricevuto. Riavvolgendo il nastro di questi nove anni di partecipazione italiana alla missione Isaf si scopre che il passaggio dalla pace alla guerra non è avvenuto per uno scivolamento progressivo, piuttosto per strappi repentini, quasi sempre negati dai governi in carica ma puntualmente confermati qualche mese dopo. Perciò l'esperienza insegna che quando il ministro La Russa ipotizza di armare con le bombe i caccia Amx significa che le bombe sono già pronte e che le bombe arriveranno. L'Italia ha inaugurato la sua partecipazione alla missione Nato Enduring Freedom - caccia ad Al Qaeda e attacco ai taleban - escludendo qualsiasi coinvolgimento sul suolo afghano: furono inviate navi e una portaerei per il pattugliamento. Dalla fine del 2001 invece il nostro paese ha aderito alla missione Isaf - che continua a significare «assistenza» alla sicurezza - con 350 militari soprattutto tecnici poi diventati 450 nel 2002. All'epoca la decisione fu pressoché unanime, centrodestra e Ulivo votarono persino lo stesso dispositivo, si distinsero solo i partiti alla sinistra dei Ds e qualche parlamentare della Quercia (il quotidiano Libero, direttore Feltri, mise in prima pagina le foto dei pochi traditori della patri). Ma nel 2003 la missione era già cambiata: passò sotto la guida Nato e uscì da Kabul, il ministro della difesa Martino parlò di una missione di «almeno sei mesi» che sarebbe costata «qualche decina di miliardi di lire». Partirono un migliaio di alpini, all'Italia fu assegnata l'area ovest di Herat oltre a quella di Kabul. Cominciarono le divisioni nel centrosinistra allora all'opposizione: l'Ulivo presentò quattro mozioni diverse, alcuni parlamentari votarono a favore dell'invio degli alpini altri contro, il Prc presentò una sua mozione che fu votata anche da alcuni dissidenti dell'Ulivo. Ma i veri problemi per il centrosinistra cominciarono quando andarono al governo Prodi e l'Unione. Anche perché un attimo prima di passare le consegne il ministro Martino annunciò la partenza dei cacciabombardieri e come benvenuto al centrosinistra il segretario generale della Nato chiese «nuove regole d'ingaggio forti» e «un numero minimo di restrizioni». Cominciò allora il dibattito sulle regole d'ingaggio e sui caveat - cioè i limiti imposti dall'Italia al comando internazionale per l'impiego dei soldati italiani. A questi si attaccò disperatamente la sinistra della coalizione prodiana nel tentativo di limitare la partecipazione nazionale alle azioni di guerra. Un errore, col senno di poi, visto che le regole d'ingaggio sono sostanzialmente rimaste immutate anche adesso che gli italiani combattono orgogliosamente - si è solo ridotto da 72 a 6 ore il tempo concesso al governo per rispondere alle richieste di impiego dei militari fuori dai settori di nostra competenza. Il punto è che si risponde sempre di sì e che le definizioni «difesa attiva» e «protezione preventiva» lasciano spazio a tutte le condotte. Furono il governo di centrosinistra e il ministro Parisi a giustificare persino le prime incursioni della Task force 45, il gruppo di assalto Nato che opera nella provincia meridionale di Farah di cui si cominciò a sapere nel gennaio del 2008. Fu così che gli italiani, compresi i parlamentari di maggioranza, appresero dal ministro della difesa afghana che sarebbero stati impiegati nelle pericolose regioni del sud. Poco alla volta, nel 2007, il governo di centrosinistra spostò in Afghanistan i veicoli senza pilota Predator e poi gli elicotteri d'attacco Mangusta, spiegando che non sarebbero stati utilizzati in maniera offensiva. Con il centrodestra al governo le cose sono diventate più facili. Il ministro La Russa, sempre sostenendo che le regole d'ingaggio non sono cambiate ma solo diventate «più flessibili», ha prima escluso del tutto e poi serenamente annunciato la partenza dei cacciabombardieri Tornado, fino all'ottobre 2008 ritenuti incompatibili con una missione «di pace». Di lì in poi il passo è stato breve e non ha richiesto alcun coinvolgimento del parlamento, se non le informative nelle commissioni: i Tornado hanno dei cannoncini dunque non si vede perché non lasciarglieli usare («così come gli elicotteri Mangusta», ha detto La Russa nel settembre 2009, confermando che i Mangusta stanno lì per attaccare). E infine i quattro aerei Amx hanno lasciato a casa delle bombe che invece potrebbero essere impiegate - ha detto ieri il segretario della Nato Rasmussen - «senza alcuna contraddizione con la nostra strategia in Afghanistan». Con Napolitano ha salutato le salme. Oggi alle 10.30, nella basilica romana di S. Maria degli Angeli, ci saranno i funerali solenni dei quattro alpini uccisi. Trasmessi anche in diretta tv. «Dotare gli aerei di bombe suona tanto di rappresaglia. Bombardare in modo indiscriminato è contro il diritto internazionale, e non si creda alla balla dei bombardamenti mirati»
«Vogliono nuove armi speculando sui caduti» - Tommaso Di Francesco
Al generale Fabio Mini, ex comandante della Nato in Kosovo, abbiamo rivolto alcune domande sulla «proposta» del ministro della difesa La Russa, mentre tornano le bare dei nostri militari, di dotare i cacciabombardieri Amx di bombe. «Si tratta di un allargamento delle armi a disposizione del contingente - dice il generale Mini - che per me è molto pericoloso non tanto perché ci bombardano cose non facilmente individuabili e non sappiamo chi è che definisce gli obiettivi, ma perché chi lo ha fatto in questi lunghi nove anni non ha realizzato alcun vantaggio anzi ha peggiorato la situazione». Perché tutti si dimenticano le stragi di civili provocate dai raid Nato, che alimentano a Kabul l'isolamento di Karzaj e la popolarità dei talebani? Sì, è una tristissima realtà afghana, sembra che i civili non contino, nel senso che le morti civili tutto sommato non hanno peso e invece Karzaj stesso si sta rendendo conto che uno degli handicap che lui ha è proprio questo supporto diretto o indiretto che dà alle azioni dei bombardamenti degli americani e degli altri, un supporto che gli fa alienare completamente tutte le simpatie o quel poco di sostegno che ha. Perché la strategia dei bombardamenti aerei ha talmente peggiorato la situazione che il presidente Obama aveva ordinato già al comandante in capo McKiernan di smetterla. E quando questo nicchiava o comunque non si è dimostrato d'accordo con questo tipo di filosofia, è stato rimosso. Quello successivo, McChrystal, si è insediato con la promessa di ridurre le vittime civili, quasi esclusivamente derivate dai raid aerei. Purtroppo c'è un fatto: la spinta politica negli ambienti americani si deve sempre scontrare con una spinta paritetica, ma contraria, dei militari i quali resistono e sotto la forma, e la scusa, di proteggere le proprie forze in pratica scelgono o pensano di scegliere la via migliore o la via più corta per risolvere i problemi. Purtroppo dal 2001 questa via dei bombardamenti non è stata né migliore e neanche la più breve. Non ti sembra che ci sia anche in Italia una pressione del blocco industrial-militare in questa storia degli aerei da bombardamento? È un fatto quasi normale per gli americani, non lo era per noi. Adesso sta diventando un nostro scandalo tutto nostro nazionale. Quello degli aerei, perché quando si parla di incrementare o di armare gli aerei, si parla anche di acquistare i Predator armati. A parte i costi e a parte il fatto dei soldi che non esistono e che comunque dovrebbero invece essere destinati al miglioramento della situazione dell'esercito, dei soldati, delle famiglie... A parte tutto questo, il fatto fondamentale è che oggi si sta parlando di questo sfruttando i morti per fare acquistare cose che non servono e non serviranno a nessuno. Delle cose fantasiose: 110 F35 per un nemico che non esiste, aerei armati e bombe di vario tipo che lì nel quadro afghano non servono assolutamente a niente, sono non solo eccessive ma ridondanti. Lì di bombardamenti aerei e di aerei da bombardamento ce ne sono perfino troppi e non è che sono i loro e che non ce li danno a noi. A noi basta fare un fischio se qualche comandante italiano dice che ha bisogno di un bombardamento aereo e dà gli obiettivi esatti, che arrivano gli aerei in cinque minuti. Non è che i nostri sono in sofferenza, sono in una situazione per la quale, secondo me molto opportunamente fino adesso, non hanno fatto scempio della logica e dell'umanità andando a bombardamenti discriminati. E chi vuole vendere e comprare mezzi che costano l'ira di dio e che non serviranno a niente, fa una speculazione su questi nostri morti. C'è ora questa apertura «di responsabilità» del Pd per bocca di Fassino, con il richiamo storico al Kosovo. Quando il governo di centrosinistra diede disponibilità della basi Nato e inviò i propri caccia a bombardare. Anche lì vittime civili dimenticate, eppure per il nuovo governo di Belgrado le vittime civili sono state 3.500. Hanno risolto qualcosa 78 giorni di raid Nato sull'ex Jugoslavia? No, anzi dai bombardamenti è arrivata una situazione ancora più confusa e il primo ambito di confusione è il quadro giuridico internazionale. Oggi il Kosovo è un esempio talmente negativo per un sacco di paesi che nessuno ne vuole più parlare. Quella pseudo sentenza della corte internazionale dell'Aja che dichiara la secessione non in contraddizione con il diritto internazionale, è una barzelletta. Era sbagliata la domanda delle autorità di Belgrado, che chiedevano se la proclamazione unilaterale d'indipendenza violava la Risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza dell'Onu che riconosceva la sovranità di Belgrado. La domanda vera era ed è se quella proclamazione d'indipendenza viola l'intero diritto internazionale e gli equilibri mondiali. È così, ed è un caos giuridico, aperto proprio dai bombardamenti Nato. E quelli che rivendicano questo tipo di responsabilità non si rendono conto che è una responsabilità negativa non positiva. Non un esempio di maturità ma di sudditanza. È stato fatto quello che gli altri chiedevano ma senza chiedere quali fossero i motivi per i quali si poteva fare. La questione della catastrofe umanitaria era per molti versi artefatta - v. l'invenzione della strage di Racak e il ricatto di Rambouillet - e ingigantita. Una bomba più devastante delle bombe vere. E adesso vogliono fare altrettanto con l'Afghanistan? Con i risultati del Kosovo e dei paesi dei Balcani, tutti tenuti a distanza dall'Unione europea perché non hanno gli standard per convivere con altri popoli, ci si chiede: è questo che vogliamo fare dell'Afghanistan? È l'esempio da portare nell'Asia centrale dove già ci sono troppe tensioni tutte intorno, basta vedere l'estensione del conflitto anche al Pakistan? Agli errori non c'è mai fine. E Fassino, vuole un mausoleo ai soldati caduti in «missione di pace»... Ho scritto un libretto sugli eroi che uscirà prossimamente. Mi ha fatto impressione una cosa. Gli Stati uniti sono l'unico paese al mondo che ha un cimitero militare «aperto»: sono previsti i piani di espansione, sono stati acquisiti 45-50 ettari di terreno intorno ad Harlington per ospitare altre salme perché loro non vedono la fine alle vittime. Capitalizzeranno sulle vittime. Se ora ci mettiamo a fare un mausoleo anche per questo, vuole dire che anche noi abbiamo le vittime a numero aperto. Invece dovremmo averlo a numero chiuso.
Afghanistan, quei fondi fantasma per la ricostruzione - Luigi De Magistris
Da tanto tempo chiediamo il ritiro dei soldati italiani dall'Afghanistan. Non solo sull'onda tragicamente emotiva successiva alla morte dei nostri militari. La presenza italiana nella guerra afgana non solo viola la Costituzione (art. 11: «l'Italia ripudia la guerra...come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»), ma è priva di senso in uno scenario paurosamente confuso. Il Presidente Obama, alcuni giorni fa, ha bollato come fallimentare la guerra degli Usa in Afghanistan, costata all'America migliaia di morti e miliardi di dollari. Il Senato americano ha diffuso i risultati di un'inchiesta dalla quale emerge che i talebani - la cui sconfitta è stata la ragione fondante della guerra - controllano società beneficiarie di ingenti finanziamenti statunitensi per l'Afghanistan. I primi risultati degli accertamenti che stiamo effettuando al parlamento europeo evidenziano che circa i 2/3 dei finanziamenti internazionali destinati alla ricostruzione dell'Afghanistan non sono mai giunti a destinazione finale. I prenditori e predatori di soldi pubblici godono per tutto questo. Aumentano esportazioni e utilizzo di armi in Afghanistan. In questo settore la spesa pubblica non viene tagliata (come per scuola, università, ricerca, giustizia e sicurezza). Gli interessi dei signori della guerra si sono rimpinguati. Questa crescita esponenziale di spese militari è coincisa con la nascita della Difesa SPA, con la privatizzazione di gran parte dei servizi del ministero della difesa, secondo i desiderata del ministro La Russa. Lo stesso sistema che hanno creato per la Protezione civile connection. Giocano con la pelle di giovani italiani, quasi tutti meridionali, anche perché gli danno soldi invece che le paghe di fame solitamente previste per i militari. Il golpismo del governo italiano si misura anche nella politica estera e di difesa. Secondo La Russa bisognerebbe inviare cacciabombardieri e procedere ai bombardamenti. L'Italia dovrebbe, quindi, dichiarare lo stato di guerra. E' duro ascoltare i pensieri e le emozioni di militari italiani che credono nella funzione che esercitano, convinti di partecipare a una missione di pace, mentre sono stati mandati al massacro, senza difesa, solo per interessi economici, affari e genuflessione ai desiderata del governo americano. In Afghanistan si sta consumando anche la sconfitta della Nato che, dopo il crollo del muro di Berlino, non ha più ragione di esistere. Non possiamo lavorare per l'Europa unita e federale, magari dal Portogallo alla Russia, amica e non succube degli Usa, e nello stesso tempo puntare armi convenzionali e nucleari verso Est. L'Afghanistan può risorgere con le armi della diplomazia, con la cooperazione civile sottratta ai signori della corruzione, con il ruolo delle ong più importanti, con una vera missione di pace sotto l'egida dell'Onu. Via da lì, al più presto, prima che sia troppo tardi.
I raid visti dal basso: una strage di innocenti - Emanuele Giordana
KABUL - Se c'è un argomento che suscita in ogni afghano risentimento, rabbia o preoccupazione, questo è il tema delle vittime civili. Quando parli della guerra, può essere un contadino, un avvocato, un profugo o persino un membro del governo, il primo pensiero va alle vittime innocenti. La maggior parte tra loro è da imputare ai taleban, secondo quanto dicono i rapporti sulla morte quotidiana, ma la maggioranza delle vittime ascritte alla Nato e agli americani si deve invece ai raid aerei che, in maniera indiscriminata, uccidono, a quanto pare in rapporto di almeno uno (guerrigliero) a cinque (civili). Stima approssimata, tra l'altro, perché troppo spesso da una parte e dall'altra le cifre vengono gonfiate o nascoste. Ogni giorno in Afghanistan vengono uccisi in media 14 civili. Nei primi sei mesi del 2010 si è registrato, all'alba del decimo anno di guerra, il numero più elevato di morti e di feriti tra la popolazione (oltre che per i militari occidentali, specie americani e britannici, mentre è più difficile invece la conta dei soldati afghani perché Kabul non dà cifre). Secondo Afghanistan Rights Monitor (Arm), nel primo semestre dell'anno l'Afghanistan ha visto morire 1.074 civili, mentre sono oltre 1.500 i feriti. Il 2010, secondo Arm, si configura dunque come l'«anno peggiore» dall'inizio del conflitto, un refrain per altro che si ripete annualmente. perché anche il 2009 era peggiore dell'anno precedente: 2.412 vittime contro le 2.118 del 2008. Pvvero una crescita del 14%, dice un documento di Unama, la missione Onu a Kabul. Sono diminuite, dicevamo, le morti attribuite alle forze occidentali o all'esercito afghano, mentre la guerriglia ha ucciso 530 persone in più rispetto all'anno prima, un aumento del 41% dovuto all'aumento degli attacchi suicidi. In sostanza due terzi delle vittime civili sono da imputarsi alla guerriglia mentre un terzo (il 28% meno rispetto al 2008) è da imputare alla Nato, agli americani e all'esercito afghano (con un oscuro 8% di non attribuibile). Uanma però rilevava anche che il 61% delle vittime da ascriversi agli occidentali sono state uccise durante raid aerei. Quelli in cui il ministro La Russa sembra voler coinvolgere il contingente italiano. Per capire meglio cosa possa significare armare i caccia con le bombe andiamo alla sede di Afghanistan Analysts Network (Aan), un centro di ricerca molto accreditato a Kabul. E commentiamo le parole del ministro con Fabrizio Foschini, risorsa italiana dell'Ann. Foschini è stato la prima volta in Afghanistan nel 2003 e da allora ci passa lunghi periodi. Parla anche un ottimo dari, una delle due lingue più importanti del paese. «Che i bombardamenti siano la cosa più odiosa di una guerra è abbastanza ovvio - dice - e anche la loro efficacia, da qualsiasi punto la si voglia vedere, è molto dubbia. Nel caso specifico bisogna valutare il terreno: stiamo parlando di tre distretti del Farah passati sotto controllo italiano. Due di questi, il Gulistan (dove sono morti gli alpini italiani sabato, ndr) e Bakwa, sono considerati tra i più instabili di una regione, il Farah in generale, che è area di guerra vera e propria dal 2006 - e direi per tre motivi: l'infiltrazione taleban da Sud, anche per via della pressione esercitata nell'Helmand da americani e britannici; gli effetti dei raid aerei, che hanno creato risentimento e odio e alienato in molti casi il favore della popolazione civile. E, ultimo motivo ma non meno importante, per la presenza di un piccolo ma diffuso gruppo di potere legato al presidente Hamid Karzai che fa il bello e il cattivo tempo e che gestisce il 90% dei "posti" importanti. Ciò ha suscitato ulteriore risentimento e ovviamente ha creato degli "esclusi": gente che per i taleban diventa facile reclutare». In altre parole, conclude Foschini, «non so se potrà funzionare qui lo stesso approccio italiano che, comunque lo si voglia giudicare, ha funzionato nella regione di Herat dove la presenza dei taleban è minore. In un certo senso la gestione precedente, e le scelte del governo centrale, hanno fatto terra bruciata. Da questo a pensare di armare gli aerei ce ne corre perché, come spiegano molti osservatori, un ciclo di violenza ne richiama altra e alla fine finisce per favorire proprio la guerriglia».
Repubblica – 12.10.10
90mila uomini e 3 miliardi di euro, ecco il vero volto della guerra – Carlo Bonini
ROMA - In principio, marzo del 2003, furono un colonnello, mille uomini, una promessa di impiego non superiore ai sei mesi e una bolletta da 100 milioni di euro. Una fiche per sedere al tavolo della "War on Terror". E su un fronte, quello afgano, degradato, con l'avvio dell'offensiva alleata in Iraq, a retrovia. Sette anni e 90mila uomini dopo (tanti sono i nostri soldati ruotati tra i distretti di Kabul, Herat, Farah), ci "scopriamo" in guerra. Con un contingente che, tra due mesi, arriverà a 3mila 950 uomini, articolato in tre "battle group", una task force di reazione rapida (la "TF 45"), una robusta forza aerea di attacco (caccia "Amx", elicotteri "Mangusta", droni "Predator", elicotteri multi-uso dell'Aviazione e, proprio da ieri, anche della Marina), unità meccanizzate (carri armati "Dardo", blindati pesanti da trasporto "Freccia"), per un costo di missione che toccherà i 675 milioni di euro annui, 56 milioni al mese. Oltre 3 miliardi di euro dall'inizio di questa avventura. Ora, il Parlamento, stupito, chiede come sia stato possibile ritrovarsi impantanati nell'inferno afgano. Eppure, il nostro "surge" ha avuto padri bipartisan. I numeri, nel tempo, sono stati sotto gli occhi di tutti, solo a volerli vedere. Esattamente come il progressivo build-up militare concordato dall'Italia all'interno della Nato. Con un anno - il 2006 - a fare da spartiacque. Tra il maggio e il giugno di 4 anni fa, alla vigilia dell'assunzione del comando Nato per le operazioni belliche nel sud dell'Afghanistan (luglio), il governo Prodi, con il sostegno dell'allora opposizione di centro-destra, battezza nuove regole di ingaggio per il nostro contingente, autorizzando le operazioni offensive di "search and destroy" (ricerca e distruzione del nemico) previo nulla osta del governo entro 72 ore dalla richiesta di ingaggio. Di più. Il nostro contingente sale a oltre 2.300 uomini e Palazzo Chigi dà luce verde al dispiegamento nel teatro delle operazioni di Farah (Afghanistan occidentale) della più grande unità di forze speciali mai impiegata dai tempi della Somalia. Viene battezzata "Task Force 45". È composta da 200 uomini selezionati tra i ranger del 4° reggimento alpini, gli incursori di marina del Comsubin, il 9° reggimento paracadutisti Col Moschin, il 185° Rao della Folgore. È un'epifania. Nell'aprile del 2007, infatti, mentre il costo della missione sfonda per la prima volta il tetto dei 300 milioni di euro annui, è ancora il governo Prodi a disporre l'invio al fronte di carri armati "Dardo" (i "carri neri degli italiani", li battezza l'insorgenza afgana) e di elicotteri d'attacco "Mangusta". Mentre nel febbraio 2008, quando il centro-sinistra si prepara a lasciare Palazzo Chigi, nel distretto di Farah, viene costituito il primo "battle group" destinato ad affiancare nelle operazioni di "search and destroy" la Task Force 45. A giugno del 2008, Silvio Berlusconi è a Palazzo Chigi per il suo secondo mandato. La spesa per finanziare la missione sale a 349 milioni di euro. Necessari a salire un altro gradino del nostro build-up. In settembre, arriva infatti nel teatro delle operazioni una prima coppia di caccia "Tornado" e, due mesi dopo, viene costituito, sempre nel distretto di Farah, un secondo "battle group" con un incremento dei nostri effettivi di 500 uomini. Anche i "caveat" imposti ai nostri Stati Maggiori si modificano significativamente. E nel prendere atto che 72 ore sono un tempo infinito per un esercito in guerra, il termine temporale per l'autorizzazione di Palazzo Chigi a operazioni offensive di "search and destroy" scende a 6 ore. La notte per il giorno. Il giorno per la notte. Insomma, già nel gennaio del 2009, un Paese meno distratto potrebbe concludere che in Afghanistan i nostri uomini stanno combattendo una guerra. Anche perché, con l'aumento della spesa, anche il cosiddetto "dispositivo" d'arma si è modificato. Lungo la linea del fronte, con l'impiego dei carri "Dardo" e dei "Mangusta", è infatti diventato di routine l'uso dei potenti mortai da 120 millimetri Thompson, che consentono il bombardamento a distanza delle postazioni dell'insorgenza Talebana. Ma il Parlamento non discute. E così, anche il 2009, passa con la ratifica burocratica di un nuovo incremento di spesa (che sfiorerà i 600 milioni di euro) e di un nuovo rafforzamento del "nostro dispositivo". A gennaio di quest'anno, il contingente supera i 3200 uomini, 4 caccia Amx, dopo un lungo addestramento nel deserto del Nevada, sostituiscono i "Tornado". E nell'estate scorsa, a sud di Herat fanno la loro comparsa 17 blindati "Freccia". Bestioni da 28 tonnellate su ruote (quattro volte il peso dei "Lince"), inadatti alle montagne afgane, ma necessari al trasporto rapido di unità da combattimento (ogni mezzo carica 11 militari) lungo le poche rotabili. Poi, la strage degli alpini. L'invito del ministro della Difesa ("il Parlamento decida se dotare i caccia Amx di bombe"). L'affacciarsi dell'oziosa domanda ("siamo in guerra?"). E, intanto, una nuova partenza per il fronte. Storia di ieri. Tre elicotteri EH-101 della Marina militare addestrati al volo notturno, alle operazioni speciali e alla guida caccia.
La Stampa – 12.10.10
E adesso il fronte non attira più. "Sempre meno soldati volontari"
Francesco Grignetti
ROMA - Partire, sì. I soldati italiani si avvicendano a migliaia in Afghanistan, nessuno si tira indietro. Non potrebbero neanche a volerlo. «Il reparto parte. E tutti partono», sintetizza il maresciallo Pasquale Fico, un veterano dell’Iraq, delegato del Cocer-Esercito. «I colleghi partono motivatissimi. Non vedo stanchezza in giro». Anche altri delegati del Cocer confermano: «Non si va in Afghanistan per soldi, ma per motivazione». Epperò non c’è storia tragica degli ultimi tempi che non riveli anche altro: tanti soldati si sfogano su Facebook e dicono «basta», «questa è l’ultima volta», «non me la sento più». E allora c’è da interrogarsi. «Dal nostro punto di vista - racconta il maresciallo elicotterista Domenico Leggiero, che conduce un seguitissimo Osservatorio militare - non si notano grandi segni di stanchezza nel personale, quanto nell’opinione pubblica. Ai militari si dice di andare in Afghanistan e loro ci vanno con convinzione. Magari rassegnati, ma ci vanno. Sono molti i giovani, invece, che dapprima si avvicinano con curiosità all’universo militare e poi si spaventano». A scandagliare i blog e i social network, però, ad esempio il sito «forzearmate.eu», si coglie un fortissimo sentimento di disorientamento. «Onore ai camerati caduti in questa terra di m***a.... un paracadutista che è stato personalmente lì per quasi 7 mesi». «Sono un maresciallo dell’Aeronautica, faccio le mie più sentite condoglianze alle famiglie, ma ora non se ne può più di morire per nulla, ma vi rendete conto: nulla, i militari muoiono e io sono convinto che non cambierà nulla. La guerra è persa, è ora di rientrare». «Sono stato anche io lì nel 2008. Confermo che è una guerra ormai persa. Lì non vogliono la pace. Stanno bene così. La situazione è grave come negli anni passati. Bisogna pensare al rientro. Condoglianze alle famiglie dei colleghi morti». «Sono un 1° maresciallo della brigata alpina Julia di cui facevano parte i quattro colleghi morti, voglio mandare un grossissimo “in bocca al lupo” a tutto il personale che è lì e a quello che partirà in questi giorni. State attenti, cercate di ritornare tutti ai vostri cari». «Sono un militare impegnato attualmente in Afghanistan, vorrei esprimere le mie condoglianze ai famigliari delle vittime cadute per questo martoriato paese. Onore ai caduti!». «Non siamo eroi, siamo uomini che fanno il proprio dovere, consci delle responsabilità e del pericolo. Chiediamo solo di essere rispettati». «Ritirateci! Politici lecchini». «Rivolgo le mie più sentite condoglianze alle famiglie dei colleghi caduti per una guerra inaccettabile sperando che al più presto verrà deciso il rientro dall’Afghanistan». Commento finale del generale Fabio Mini, ex comandante Nato delle truppe in Kosovo, coscienza critica delle nostre forze armate: «I soldati partono. Ma a parte i militari, c’è qualcuno a cui frega più niente dell’Afghanistan? A me non pare. Non resta che aspettare il giorno in cui i politici annunceranno la pace. Evviva».