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SCHEDA AFGFHANISTAN vedi anche Iran, prodromi di guerra
Ecco la guerra degli Italiani
di Gianluca Di Feo – collaboratore di Repubblica e L’Espresso
Afghanistan: l'Italia schiera mille combattenti più 2.000 uomini di supporto. Una missione che non si può più chiamare di pace. Ecco la strategia del nostro contingente
Dalla fine di maggio
la Folgore è passata all'iniziativa. Nelle province
di Farah, al confine con la
grande area di Helmand cuore dei talebani, e
di Baghdis, al confine turkmeno strategico per il
traffico di oppio, mille soldati italiani hanno
cominciato a muoversi con le forze afghane per
riprendere il controllo del territorio.
È la prima volta dalla fine della seconda guerra
mondiale che l'Italia schiera una simile quantità di
militari operativi: mille combattenti, altri 2000
uomini di supporto. Una missione
che non si può più chiamare di pace, concordata e
benedetta dall'amministrazion e Obama.
Da allora, attacchi e scontri si sono moltiplicati:
quasi uno al giorno.
E altri rinforzi sono in
arrivo: nuovi operativi, nuovi blindati, nuovi
elicotteri. Ecco la strategia
del nostro contingente e gli strumenti bellici per
realizzarla. Con foto e video delle attività.
Americani e italiani, guerra
senza quartiere al terrorismo e sostegno alla
rinascita dell'Afghanistan. Fino
a un anno fa erano missioni rigorosamente
separate, con mandati, metodi e finalità molto
diverse. Il governo Berlusconi, senza cambiare né le
regole d'ingaggio né i numeri complessivi della
spedizione, ha abbattuto la barriera. E l'offensiva
voluta da Barack Obama renderà le due operazioni
sempre più intrecciate.
Già oggi nelle mappe della regione affidata al
nostro comando spicca una grande
macchia ovale, con una sigla esplicita 'Operation
box Tripoli'. È una zona sottratta al nostro
controllo per volontà della Nato
e consenso del nostro governo: territorio di caccia
esclusivo dei marines della Task Force Tripoli, dal
nome della prima battaglia combattuta due secoli fa
dai fanti di Marina statunitensi contro i pirati
musulmani. Nessuno degli alleati deve avvicinarsi a
meno di 20 chilometri.
È considerata uno dei santuari dei talebani,
utilizzato per organizzare le spedizioni verso
Kandahar. Lì sono avvenuti alcuni degli scontri più
feroci dell'ultimo anno e anche dei bombardamenti
che hanno provocato decine e decine di vittime
civili.
Ma anche una fetta
rilevante dei rinforzi che il presidente americano
sta mandando in Afghanistan prenderà posizione tra
gli avamposti della Folgore. L'obiettivo è
potenziare e motivare i reparti della polizia
afgana, quelli che devono gestire il controllo di
strade e paesi. Da giugno, 1.800 marines li
affiancheranno, presidiando otto nuove postazioni
nella regione 'italiana'. In particolare, stanno
costruendo una grande
base intorno all'aeroporto di Shindand, una
struttura colossale creata dai sovietici e
strategica anche per la vicinanza al confine
iraniano.
Altri fortini avanzati, sempre con guarnigione mista
americana-afgana, vengono
edificati in tutta l'area di Farah, spesso a pochi
chilometri da quelli dei nostri parà in modo da
garantire appoggio reciproco in caso di attacco. La
strategia del Pentagono è chiara: isolare la regione
di Helmand, il cuore dell'etnia pashtun e della
presenza fondamentalista. Per questo un'ala della
nuova armata statunitense si muoverà dal confine
pachistano; l'altra invece opererà a cavallo della
regione di Herat per sigillare le vie di fuga verso
Iran e Turkmenistan.
Gli scontri attesi per giugno saranno solo una prova
generale della battaglia prevista per agosto, quando
i fondamentalisti tenteranno di ostacolare le
elezioni presidenziali. "Quella che abbiamo vissuto
finora è stata la quiete prima della tempesta,
legata al raccolto del papavero da oppio, ma la
minaccia d'ora in poi continuerà a crescere fino
alle elezioni", spiega il generale Rosario
Castellano, comandante delle forze italiane e di
tutto il dispositivo Nato nella regione
sud-occidentale.
Anche gli italiani riceveranno altri rinforzi.
Truppe scelte, per potenziare la
Task Force 45: l'élite dei commandos che opera nella
terra di nessuno lontano dai fortini. E un
reparto di nuove autoblindo
Freccia, con torrette e cannoncini per proteggere i
convogli.
"L'aspetto militare è solo una componente della
missione", insiste il generale Castellano, che
sottolinea l'attività svolta dai centri per il
sostegno alla popolazione: "Siamo qui per insegnare
a pescare, non per distribuire pesci".
Ma anche gli afgani
chiedono più fondi, per finanziare progetti e
iniziative. E a fronte di
un costo che quest'anno rischia di arrivare a mezzo
miliardo per la spedizione armata in Afghanistan, i
finanziamenti disponibili per attività umanitarie
sono di poche decine di milioni.
Una cosa è certa. Nessuno in Afghanistan parla più
di missione di pace. Che
si tratti di una guerra è chiaro sin dai simboli. In
tutte le basi della Nato
le bandiere sono sempre a mezzasta: il segno di
lutto viene dedicato a ogni caduto, occidentale o
delle forze governative afgane.
E sono mesi che non si vedono le bandiere
sventolare in alto
(11 giugno 2009)
Cara compagna Menapace,
Turigliatto: D’Alema smentisca uso mercenari Aegis
Roma, 28 marzo 2007 - "Nel decreto sul rifinanziamento delle missioni è previsto uno stanziamento di 3.498.000 euro a favore di un'agenzia di sicurezza privata che ingaggia mercenari per l'incolumità dei nostri tecnici in Iraq. Chiedo al ministro D'Alema se risponde al vero che si tratti della famigerata Aegis Defence Services di Tim Spicer, coinvolta in numerose violazioni dei diritti umani". È quanto afferma Franco Turigliatto, senatore di "Sinistra Critica", che oggi ha presentato un'interrogazione al ministro degli Esteri.
"Non si capisce perché‚ ci siano ancora nostri tecnici legati ai PRT (Provincial Reconstruction Team, ndr), che sono la parte civile dell'occupazione militare dell'Iraq da cui ci siamo ritirati; mentre per altre attività civili di ricostruzione - continua Turigliatto - basterebbe sostenere il qualificato personale iracheno esistente. A meno che non salti fuori un interesse dell'Eni nella spartizione del bottino di guerra petrolifero...".
"Certo che un governo di centrosinistra sia implicato anche nell'utilizzo di mercenari è davvero troppo. Spero che D'Alema possa smentire. L'Aegis - prosegue Turigliatto - è una banda di malfattori che ha suscitato polemiche persino negli Stati Uniti quando Rumsfeld li aveva ingaggiati nel 2004. Questi contractor sono un esercito privato di migliaia di combattenti e senza regole d'ingaggio certe, e hanno partecipato persino alle torture nel carcere di Abu Ghraib”.
“Non c'è solo la guerra in Afghanistan nel decreto di ieri, ma forse anche la 'guerra sporca in Iraq", conclude Turigliatto.
Fonte: Apcom
PERCHE' MENTIRE SU
RAMBOUILLET?
IL MITO DI
RAMBOUILLET COME INACCETTABILE DIKTAT AL GOVERNO SERBO
All'inizio dell'aprile 1999 lo storico giornale della sinistra tedesca "TAZ" pubblica un articolo in cui "rivela" l'esistenza nei testi di Rambouillet di un annesso (l' "appendice B") che avrebbe comportato l'occupazione militare da parte della Nato di tutta la Federazione Jugoslava. Nell'arco di un mese la notizia fa il giro dei vari mass media a livello internazionale. Così in Italia è Luciana Castellina a parlarne per prima, il 17 aprile su "Il Manifesto", mentre in Francia "L'Humanité" dedica a questo annesso due pagine il 30 aprile. Gli utenti di Internet scoprono l'affaire verso il 14 aprile, grazie a un articolo dello statunitense Peter Schwarz che ha una larga diffusione.
Dopodiché fu una valanga. A sinistra il fatto che Rambouillet fu un inaccettabile diktat contro il governo serbo, inaccettabile in quanto avrebbe comportato l'occupazione militare di tutta la Federazione Jugoslava, divenne un dogma. Tra gli altri, lo ha sostenuto Peter Gowan, autorevole redattore della "New Left Review". Negli Stati Uniti lo ha sostenuto Noam Chomsky, e in Italia già si è detto di Luciana Castellina. Anche studiosi seri delle questioni balcaniche, come Xavier Bougarel, hanno fatto propria questa analisi, come anche riviste specializzate del livello di "Labour Focus on Eastern Europe", diretta da Gus Fagan (1). I termini si sprecano. Quella di Rambouillet fu una truffa, una trappola, un imbroglio, un ricatto, un documento bidone, un pasticcio ad arte, una vicenda indecente ecc. ecc.I testi integrali di Rambouillet, inclusa l' "appendice B", sono disponibili al lettore italiano nel volume, curato da Tommaso Di Francesco, La Nato nei Balcani, Ed. Riuniti, Roma, pubblicato nel giugno 1999, alle pp. 99-151. La famigerata "appendice" compare alle pp. 147-150.
La "conferenza di pace" sul Kosovo venne convocata dal "Gruppo di Contatto" il 29 gennaio, e la base negoziale era costituita dalla quarta versione (datata 27 gennaio) di ipotesi di accordo tra le parti stilata dal mediatore Hill. La conferenza a Rambouillet si aprì il 6 febbraio 1999 e si concluse il 23 febbraio. Successivamente venne riaperta il 15 marzo a Parigi (all'Avenue Kléber) e si chiuse definitivamente il 18 marzo con la firma della sola delegazione kosovara albanese al documento in questione. I bombardamenti della Nato sulla Federazione Jugoslava iniziarono il 24 marzo con l'obiettivo di obbligare Belgrado ad accettare il documento ufficializzato la settimana precedente.
Quanti hanno scritto relativamente all' "appendice B" hanno sostanzialmente affermato:
a) l' "appendice" in questione era segreta e fu resa pubblica solo in aprile;
b) l' "appendice" in questione, e tutta la parte relativa all'implementazione militare fu secretata nei confronti della delegazione negoziale serba fino al giorno prima della rottura delle trattative, cioè il 17 marzo fu quindi un'aggiunta "dell'ultimo minuto";
c) l' "appendice" in questione non era conosciuta, fino al 17 marzo, da nessuno, neppure dagli alleati Nato degli Stati Uniti;
d) di conseguenza il testo firmato dalla delegazione kosovara albanese il 18 marzo è molto diverso da quello uscito dalla conferenza a Rambouillet il 23 febbraio;
e) la delegazione negoziale serba aveva accettato la parte politica dell'accordo, ma l' "appendice" in questione implicava l'occupazione di tutta la Jugoslavia da parte della Nato, e come tale inaccettabile dalla Federazione Jugoslava: fu cioè il casus belli che fece fallire i negoziati sul Kosovo.
"Non si trattava di una proposta di accordo, bensì di un testo scritto apposta per essere rifiutato da una delle parti e quindi ideato per attizzare il fuoco...", scrive Joseph Halevi su "Il Manifesto" del 21 aprile; e L. Castellina, nell'art. cit. (Mettereste la vostra firma sotto quell' "accordo"?) scrive: "la presenza militare dell'alleanza atlantica non era prevista solo [in Kosovo] ma nientemeno che in tutto il territorio della Repubblica Jugoslava...quanto stipulato a Rambouillet: la completa occupazione militare della Serbia e del Montenegro... a tempo indeterminato. In queste condizioni non c'è da farsi molta meraviglia se Milosevic non ha firmato... la prospettiva... [è] la riduzione del paese ad uno stato coloniale degno del XIX secolo".L' "appendice B" era segreta?
Sarebbe il primo caso di un documento che è al contempo segreto e disponibile gratuitamente a milioni di persone. Il testo di Rambouillet inclusivo della parte di "implementazione militare" e dell' "appendice B" era disponibile da fine febbraio 1999 sul sito Internet del "Balkan Action Council". Che vari giornalisti se ne siano accorti solo ad aprile (quando l'inizio dei bombardamenti faceva diventare il Kosovo e Rambouillet notizia di prima pagina, e non solo questione di "specialisti") è altro discorso. Se ne rende forse conto L. Castellina che nella prefazione al volume La Nato nei Balcani afferma che il problema fu che "i nostri solerti media hanno sempre preferito nasconderlo". Nei "nostri solerti mass media" andrebbero allora inclusi anche "Il Manifesto", che da fine febbraio a metà di aprile non ne parlò, oltre a tutti i mass media della Federazione JugoslavaQuando venne presentata ai negoziatori la parte di "implementazione militare" inclusiva dell' "appendice B"?
Esattamente il 19 febbraio, e non il 17 marzo. Il testo uscito da Rambouillet il 23 febbraio e quello siglato il 18 marzo sono assolutamente identici. Tutta la voluminosa documentazione esistente e tutte le testimonianze, anche da parte serba, concordano in modo totale. Allorquando viene affermato da parte dei negoziatori che questa parte venne loro sottoposta "all'ultimo minuto" ci si riferisce non ai negoziati di Parigi-Kléber, ma ai negoziati di Rambouillet, quindi alla data del 19 febbraio, non a quella del 17 marzo.
Si tenga inoltre conto che tra il 6 e il 18 febbraio i lavori furono sostanzialmente improduttivi, e la situazione mutò con la presentazione di una nuova proposta d'accordo il 18 febbraio (che accoglieva molte osservazioni della delegazione serba, facendo sì che quest'ultima iniziasse a collaborare fattivamente alle trattative). La parte militare fu scritta dal gen. W. Clark, ed il suo testo era stato concordato con i paesi dell'Alleanza Atlantica (2).
L' "appendice B" prevedeva l'occupazione militare di tutta la Federazione Jugoslava da parte della Nato ed i negoziati fallirono a causa di questo?
La delegazione serba e tutti i mass media della Federazione Jugoslava non hanno mai affermato una cosa del genere. Essendo i diretti interessati la loro opinione al proposito è da ritenersi significativa, e unanimemente hanno sempre affermato che il testo di Rambouillet non venne firmato perché prevedeva la presenza della Nato in Kosovo. Il casus belli non fu l' "appendice B", ma la presenza della Nato in Kosovo.
In realtà problemi sorsero anche sulla parte politica. A Rambouillet la delegazione serba espresse l'opinione che erano stati fatti "dei passi in avanti", e che l'accordo verteva sull'80% del testo. Tuttavia si presentò a Parigi-Kléber con un altro testo politico che ribaltava completamente quanto discusso tre settimane prima, facendo infuriare lo stesso negoziatore russo, vicino alle preoccupazioni jugoslave, e rendendo impossibile qualsiasi sviluppo del negoziato (3).
Per quanto riguarda in specifico l' "appendice B", si tratta di un dispositivo standard in questo genere di operazioni militari, ed è ripreso praticamente alla lettera dagli accordi di Dayton del 1995 relativi alla Bosnia, e dai molteplici accordi che accompagnano lo stazionamento di truppe (solitamente statunitensi o francesi) in paesi stranieri. Da un lato forniva un diritto di transito alle truppe Nato attraverso la Federazione Jugoslava per poter dispiegarsi in Kosovo, dall'altro, garantendo libertà di movimento, assicurava che in una situazione in cui il Kosovo sarebbe rimasto non solo sulla carta all'interno della Serbia, le truppe Nato non si sarebbero trovate "imbottigliate" a fronte di eventuali sviluppi militari nella regione (come avvenne più volte in Bosnia con le truppe dell'UNPROFOR dal 1992 al 1995). Entrambi questi fattori a giugno non sussistevano più: le truppe Nato erano massicciamente dispiegate in Albania e in Macedonia, ed oggi il Kosovo era ed è solo sulla carta ancora parte della Serbia - le frontiere non sono oggi controllate da Belgrado, a differenza di quanto stabilito da Rambouillet.
In ultima analisi quello che conta è se si considera realistico che la Nato, o gli USA, avessero come obiettivo l'occupazione militare di tutta la Federazione Jugoslava. I dati di fatto relativi al processo negoziale del febbario-marzo scorso non consentono di fare un'affermazione del genere tanto più la conclusione delle operazioni militari nel giugno 1999. Dal punto di vista politico è ancor più insostenibile, se non immaginando, con grande sforzo di fantasia, la Serbia come "baluardo antimperialista", "la Jugoslavia come il Vietnam!", come taluni hanno effettivamente sostenuto la scorsa primavera (4).Rambouillet fu un diktat al governo serbo?
Sicuramente Rambouillet fu un ultimatum alla Serbia. Ma non fu solo, o tanto, questo: fu un doppio ultimatum. Alla Serbia per ciò che riguardava lo stazionamento di truppe Nato in Kosovo, e ai kosovaro albanesi per ciò che riguardava l'abbandono della loro rivendicazione principale, l'indipendenza. I kosovaro albanesi accettarono il diktat, anche se questo comportò la fine politica di Adem Demaçi, l'allora rappresentante politico dell'UÇK. Il suo portavoce di allora, Albin Kurti, poi sequestrato dalla polizia serba e oggi desaparecido, affermò lucidamente che "questo piano non porterà la pace nei Balcani, e non darà la libertà e i diritti che spettano al popolo kosovaro", mentre Adem Demaçi venne definito da James Rubin il 23 febbraio "il maggiore ostacolo al processo di pace". Per strappare l'accettazione da parte dei kosovaro albanesi la diplomazia internazionale non si fermò di fronte a nulla: a Rambouillet, mentre da un lato venivano fatte pesanti minacce militari (ovviamente indirette) e politiche nei confronti dell'UCK, d'altro lato circolò una lettera (datata 22 febbraio) da parte dell'amministrazione americana che rassicurava i kosovaro albanesi circa la tenuta di un referendum in capo a tre anni lettera che fu solo uno "specchietto per le allodole" non essendo mai stata firmata (Dini ha ricordato questo avvenimento, poi confermato dalla pubblicazione di tutti gli atti della conferenza) (5). Quando poi Thaci lesse il 23 febbraio la lettera di accettazione "in linea di principio" del documento, affermando che considerava comunque imprescindibile l'espressione della volontà popolare in Kosovo, i diplomatici occidentali si affrettarono a specificare che si trattava di dichiarazioni "unilaterali e quindi irrilevanti".
Pedrag Simic ha ricordato in modo credibile la posizione negoziale degli statunitensi: "Accettate 28.000 soldati della Nato in Kosovo. Sul resto a noi va bene qualsiasi cosa". In una situazione che rischiava concretamente di precipitare in un conflitto generalizzato a livello balcanico, l'unica cosa che interessava la Nato era di impedire, o meglio, di circoscrivere il conflitto, garantendo la stabilità regionale. La propria presenza militare in Kosovo aveva questa logica e questa finalità. Il regime di Belgrado decise di non accettare il diktat e di puntare tutte le carte su una divisione del Kosovo manu militari.
La conclusione è nota. La Nato pensava che con qualche giorno di bombardamenti Belgrado avrebbe accettato Rambouillet. Belgrado pensava di poter arrivare alla divisione del Kosovo come riuscì in passato ad arrivare alla divisione della Bosnia. I kosovaro albanesi pensavano che sarebbe giunta l'ora della liberazione nazionale. Invece oggi Rambouillet è carta straccia, il Kosovo è del tutto perso per Belgrado, e i kosovaro albanesi vivono in un paese distrutto, nel caos totale, senza alcun diritto democratico.Perché mentire su Rambouillet? E' questione di banale ignoranza, o d'incorreggibile pigrizia mentale, o addirittura di malafede? Non è il primo caso in cui delle leggende si installano e diventano dei luoghi comuni. Dopo un anno leggiamo ad es. che "è stato confermato che Racak fu una montatura", o dopo cinque anni ci capita di sentire che la strage di 37 civili a Sarajevo nell'agosto 1995 (una delle innumerevoli, dato che a Sarajevo morirono migliaia di civili) fu causata dagli stessi Musulmani-Bosniak, "come dice un rapporto Onu". Non contano tutti i documenti, le analisi, l'evidenza, le testimonianze. Non conta neppure che, per Sarajevo, l'Onu dica esattamente l'opposto di quanto gli viene attribuito. Glielo si continua ad attribuire, semplicemente. E ancora: quanti articoli di giornale hanno affermato che Rugova era contro l'indipendenza del Kosovo? Esempi di questo tipo possono purtroppo essere moltiplicati (almeno) per dieci.
Da parte mia non so formulare una risposta valida per il complesso di questi casi - salvo che è, secondo banale buon senso, da escludersi una "malafede generalizzata". Una mia ipotesi è che, a monte, a sinistra non si sono fatti (e non si voglia sostanzialmente fare) i conti con quanto è avvenuto a est da un decennio a questa parte, sullo stalinismo e sulla restaurazione capitalista. Molti si adagiano su "teorie" complottistiche, che hanno molti difetti, ma hanno il pregio che chi le adotta non deve farsi troppe domande. Nel (piccolo) caso dell' "appendice B", le menzogne pubblicate han forse fatto sentire più forti nelle proprie convinzioni antimperialiste alcuni settori di sinistra. Ma non c'è alcun bisogno di mentire per condannare i vari imperialismi all'opera. La realtà, purtroppo, è più che sufficiente.
Note:
(1) L'articolo in questione di X. Bougarel, peraltro molto interessante, è apparso su "Le Monde Diplomatique" del settembre 1999, e non appare nella versione italiana della rivista. Uno strano destino ha avuto invece l'articolo di Paul-Marie De La Gorce, Histoire secrète des négociations de Rambouillet, apparso su "Le Monde Diplomatique" nel maggio 1999 (pubblicato anche nella versione italiana). L'articolo non parla dell' "appendice B", e quanto afferma è sicuramente vero per molti aspetti (molto vi sarebbe invece da dire su quello che non appare in questo articolo, ma questo è un altro discorso). Nonostante questo viene citato a sostegno e a riprova dei vari discorsi relativi alla famigerata "appendice B". Si veda per esempio François Chesnais, Tania Noctiummes, Jean-Pierre Page, Réflexions sur la guerre en Yougoslavie, Parigi, ottobre 1999.
(2) La leggenda di un testo presentato a marzo diverso da quello di febbraio sorse subito, da fine marzo 1999, ed è particolarmente tenace, detta e ripetuta. Sullo svolgimento di Rambouillet e Parigi-Kléber venne pubblicato un pregevole articolo, per quanto riguarda la ricostruzione fattuale, di Federico Fubini, Il bacio di Madeleine, ovvero come (non) negoziammo a Rambouillet, Limes, 2, giugno 1999, e soprattutto la scorsa estate è uscito il monumentale volume curato da Marc Weller, The Crisis in Kosovo 1989-1999. From the Dissolution of Yugoslavia to Rambouillet and the Outbreak of Hostilities, Documents & Analysis Publishing Ltd. Pedrag Simic, presente a Rambouillet come consigliere di Vuk Draskovic, ha esposto la sua opinione in Les négociations de Rambouillet du point de vue serbe, pubblicato sul giornale di Amburgo "Die Zeit" il 17 maggio, e pubblicato in trad. francese nel volume collettivo Maîtres du monde? Ou les dessous de la guerre des Balkans, Parigi, settembre 1999. La decisione sulla centralità della presenza Nato in Kosovo venne presa dal Consiglio Atlantico tra il 24 e il 30 gennaio 1999, ed era cosa sostanzialmente risaputa (si v. per es. la conferenza stampa di Madeleine Albright il 14 febbraio).
(3) Questo testo è disponibile al lettore italiano nel volume cit. La Nato nei Balcani, pp. 81-98. La versione originale, che include le cancellature e le aggiunte al testo del 23 febbraio, e che evidenzia anche a livello grafico la modifica quasi totale del testo di Rambouillet, è disponibile nel cit. vol. di M. Weller e fin dalla fine di marzo sul sito del "Balkan Action Council". Sulle prese di posizione serbe durante la conferenza di Parigi-Kléber si veda l'articolo di Roksanda Nincic in "Vreme News Digest" n. 389, del 22 marzo 1999.
(4) Sulla natura sociale della Serbia mi permetto di rinviare al mio articolo pubblicato nel numero zero di "Balkan".
(5) Questi atti sono nel volume cit. di M. Weller. Il fatto che siano disponibili da molti mesi non impedisce all'inglese Robert Fink di scrivere tra le cose più fantasiose mai scritte su Rambouillet (The Trojan horse that "started" a 79-day war, "The Indipendent" il 26 novembre 1999).
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La Stampa – 27.7.10 Il vero volto della guerra afghana – Maurizio Molinari La più grande fuga di documenti della storia americana riscrive la guerra in Afghanistan svelando che i servizi pakistani aiutano i taleban, che sono avvenute molte stragi di civili rimaste nascoste, che la guerriglia bersaglia gli aerei della Nato con i missili «Stinger», che i droni non sono perfetti e che una task force segreta dà la caccia a 70 leader jihadisti. Sono le maggiori rivelazioni sulla guerra afghana contenute in 92 mila documenti segreti dell’esercito Usa che Wikileaks ha svelato con una decisione che per la Casa Bianca «mette in pericolo la sicurezza nazionale». E’ un volume di rivelazioni che fa impallidire i «Pentagon Papers» che il «New York Times » pubblicò nel 1971 svelando la genesi della guerra in Vietnam. Ciò che distingue i documenti che Wikileaks ha consentito a New York Times, Guardian e Der Spiegel di pubblicare in contemporanea è il fatto che si tratta di descrizioni minuziose con una valanga di dettagli su eventi, logistica e nomi inerenti a quanto avvenuto dal gennaio 2004 al dicembre 2009, ovvero incluso il primo annodi presidenza di Obama. La mole di notizie politicamente più imbarazzanti per la Casa Bianca riguarda l’implicazione del Pakistan nel sostegno ai taleban. Islamabad riceve ogni anno 1 miliardo di dollari di aiuti, il segretario di Stato Hillary Clinton vi ha appena fatto tappa promettendone altri 500 milioni e ora gli americani apprendono che ufficiali dei servizi segreti pachistani (Isi) partecipano alle riunioni operative nelle quali i taleban progettano attacchi contro le truppe Usa. Si tratta in particolare degli agenti dell’«Ala S» dell’Isi a cui la Cia nel 2008 addebita la partecipazione nell’attacco all’ambasciata indiana a Kabul e il tentativo di assassinare il presidente afghano Hamid Karzai.Atessere i rapporti con i taleban è il «generale Hamid Gul, ex capo dell’Isi dal 1987 al 1989» attraverso «alleati » come i capi mujaheddin Jaluluddin Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar. Nel gennaio 2009 Gul si reca a Wana, nel Waziristan del Sud, per incontrare tre capi taleban e tre «uomini arabi» - probabilmente di Al Qaeda - per pianificare la vendetta dopo l’eliminazione da parte di un drone della Cia di Osama al Kini, capo di Al Qaeda in Pakistan. È in quella sede che viene deciso di mandare a Ghazni, in Afghanistan, «50 arabi e 50 waziri». In molti casi si tratta di futuri kamikaze che provengono da una madrassa (scuola islamica) di Peshawar, in Pakistan, dove «il generale Gul si reca una volta al mese». I kamikaze pachistani di questa madrassa dal luglio all’ottobre 2009 si fanno esplodere a Kandahar, Kunduz e Kabul. Avviene anche che gli agenti dell’Isi aiutano i taleban a redigere i piani: il 19 giugno 2006 si incontrano a Quetta e i pachistani «premono per fargli condurre attacchi a Maruf, nel distretto di Kandahar». Quando il 7 febbraio 2007 gli ufficiali Usa affrontano quelli di Islamabad, la risposta che ottengono è un irridente «fateci sapere quando vedete i guerriglieri lungo il confine» e nel dispaccio «top secret» l’estensore commenta: «Dubito che i pachistani ci daranno una mano visto che l’Isi è implicato negli attraversamenti illegali del confine». Islamabaddefinisce il materiale pubblicato «fuorviante», ma a prenderlo sul serio è John Kerry, capo della commissione Esteri del Senato, secondo cui «impone un urgente riequilibrio delle nostre politiche». Da tempo Kerry sostiene di aumentare la pressione - anche militare - sugli alleati pachistani dei taleban e di Al Qaeda, e ora ha munizioni a sufficienza per tornare alla carica. Poi vi sono le rivelazioni che hanno a che vedere con i dettagli militari del conflitto. I documenti svelano che i droni della Cia non sono infallibili come si pensa: in almeno 38 casi Predator e Reaper sono caduti per difetti tecnici obbligando i reparti speciali a pericolosi interventi per recuperarne i pezzi, impedendo ai taleban di impossessarsene. I mujaheddin inoltre «hanno ancora gli Stinger» forniti dagli americani negli Anni Ottanta per combattere l’Armata Rossa. Li usano per bersagliare elicotteri e aerei della Nato e, in almeno un caso, hanno abbattuto un Ch-47 causando la morte di 7 soldati, il 30 maggio 2007 nell’Helmand. Poi vi sono le morti civili di cui non si era avuta notizia: si tratta di vittime di almeno 144 episodi diversi, dall’uccisione di un «uomo sordomuto» a quella di «una donna non vedente» a causa di interventi di militari e paramilitari nel tentativo di eliminare capi di Al Qaeda come Abu Layth Ali Libi. I morti in questione potrebbero essere centinaia e il governo di Kabul si è detto «sotto choc» per la decisione dei comandi Usa di tenerli segreti. Le vittime civili si sovrappongono a volte alle operazioni della task force 373 - di cui finora si ignorava l’esistenza - a cui il Pentagono ha affidato la missione di «trovare ed eliminare» i 70 capi più importanti di taleban e Al Qaeda. Fra le altre rivelazioni quelle sui servizi afghani «alle dipendenze della Cia», i «cento kamikaze giunti dall’Iran» e le tracce di Osama bin Laden che in un caso premiò un guerrigliero «abile con gli esplosivi» regalandogli una «moglie araba». Nel mare di documenti ci sono anche riferimenti agli italiani. Sono registrate ad esempio le proteste dell’Estonia per lo scambio di prigionieri che portò alla liberazione del reporter Mastrogiacomo: «L’Italia ha ceduto ai terroristi». Ci sono riferimenti all’attività di Emergencye alle operazioni in cui sono stati coinvolti i nostri soldati. Apparentemente (ma lo scrutinio delle carte è ancora in corso) nulla di particolarmente scabroso. La Casa Bianca sapeva della pubblicazione in arrivo da una settimana e vi ha reagito con il consigliere per la Sicurezza Jim Jones accusando Wikileaks di «irresponsabilità» perché «mette a rischio vite americane e alleate » mentre il portavoce Robert Gibbs ha definito la fuga di notizie «un reato federale». Gibbs ha però tenuto a precisare che le questioni politiche più spinose - il ruolo pachistano e le vittime civili - sono «da tempo nell’agenda del Presidente», facendo capire che i rimedi sono già in atto.