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La sinistra ripudia i bombardamenti Nato  Manifesto – 3.7.07

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La guerra aerea in Afghanistan, 330 raid Usa in una settimana Il Manifesto 16/3/07
 

Perché ritirarsi dall'Afganistan Tariq Alì 3-03-07 e  preghiera donna afgana

PERCHE' MENTIRE SU RAMBOUILLET?
 

 
La Stampa – 27.7.10   Il vero volto della guerra afghana – Maurizio Molinari. La più grande fuga di documenti della storia americana riscrive la guerra in Afghanistan.

I CADUTI IN AFGHANISTAN E IL CUOCO DI GIULIO CESARE di Franco Cardini 24/9/09     Un soldato che cade durante un combattimento o un incidente di guerra è, appunto, un caduto: non è una “vittima

Le spesucce tricolori in Afghanistan...  Giancarlo Chetoni   21 Sett. 2009

BBC RIVELA TORTURE SOLDATI USA IN AFGHANISTAN  24/6/2009

Ecco la guerra degli Italiani  di Gianluca Di Feo 11 giugno 2009

  Afganistan: una tragedia senza fine John Ryan  19 Luglio 2007     
Cosa è successo in Afganistan nei cinque anni dall'invasione americana? 

Strada: "Basta con i Ponzio Pilato" - GIULIETTO CHIESA La Stampa – 10.4.07  

Lettera di Pietro al conduttore di Prima Pagina  March 29, 2007

"Ci sono due responsabili e i loro nomi sono Hamid Karzai e Romano Prodi". Così Gino Strada    9 aprile 2007

Finalmente l'America "impone" lo stop ai Bush
 

Lettera di Pietro  a Lidia Menapace

 Dichiarazione di voto di Turigliatto e Rossi / Interpellanza di Turigliatto:  D’Alema          

smentisca uso mercenari Aegis                                                 

Afghanistan - 26.6.2006   l gioco delle tre carte                                                                                                                            Gino Strada spiega cosa ci stiamo a fare in Afghanistan e perché dobbiamo andarcene

Afghanistan - 20.6.2006 Il Generale Mini: basta ipocrisie                                                 "Non si può ignorare la sovrapposizione tra Isaf e Enduring Freedom in Afghanistan"

Afghanistan - 01.3.2007   Scheda Conflitto

 



Le spesucce tricolori in Afghanistan...   

Scritto da Giancarlo Chetoni    Lunedì 21 Settembre 2009
 
Nel quanto ci costa la “missione di pace“ c’è un capitolo uscite a fondo perduto per la “ricostruzione“ dell’Afghanistan da far paura.
Dal 2002, nelle mani del pagliaccesco sindaco di Kabul, Karzai, e del suo gabinetto di trafficanti di droga e criminali di guerra sono finiti centinaia e centinaia di milioni di euro sottratti alle tasche dei contribuenti italiani dagli esecutivi Berlusconi, Prodi, Berlusconi.
Al Palazzo di Vetro ci siamo conquistati da un bel po’ di anni la medaglia di Paese donatore di primo livello. Un biglietto da visita, lo sostiene Frattini, di cui l’Italia può essere giustamente orgogliosa.
Insomma paghiamo molto, bene e senza fiatare tenendo peraltro la bocca rigorosamente chiusa sugli affari sporchi organizzati dai Segretari Generali delle Nazioni Unite.
Se le ricerche che abbiamo fatto sono corrette...
sono già quattro gli appuntamenti internazionali organizzati dal Palazzo di Vetro durante le gestioni Kofi Annan e Ban Ki Moon che ci hanno visto tra i più affezionati contribuenti-protagonisti per la “ricostruzione“ del Paese delle Montagne: Tokio 2002, Berlino 2004, Londra 2006, Parigi 2008.

Il 29 Giugno scorso, un comunicato molto ma molto fumoso dell’Ansa ci ha fatto sapere che questa volta il 5° raduno della “Spectre“ si terrà in Afghanistan, lontano da occhi indiscreti e, come ampiamente prevedibile, tra ingenti misure di sicurezza, arrivi e trasferimenti a “sorpresa“, stile zona verde di Baghdad.
Parteciperanno al summit di Kabul prima della fine del 2009 – dopo le elezioni farsa che incoroneranno l’ex Presidente della Unocal – i Ministri degli Esteri dell’Occidente ed un numero non precisato di misteriosissime fondazioni private.
Con tutta evidenza, sotto la spinta di sempre più pressanti esigenze economiche e militari, i tempi dei “rifinanziamenti“ organizzati dall’ONU per la “ricostruzione“ dell’Afghanistan si stanno pericolosamente accorciando. Gli scarponi di Enduring Freedom ed ISAF-NATO in Afghanistan, in soli 450 giorni, sono lievitati da 67.000 a 118.000.
Nei prossimi 4 anni, l’Italia aumenterà il proprio contingente dagli attuali 3.250 militari a più di 6.000, con il via libera, già esecutivo, del Consiglio Supremo di Difesa che vede al vertice, come Capo delle Forze Armate, un sempre più invadente ed aggressivo Giorgio Napolitano. Il padre-padrone della Repubblica Italiana delle Banane che sponsorizza improponibili delfini per la prossima occupazione del Quirinale.
Un Presidentissimo che ci costa, al netto dei risparmi annunciati dal Segretario Generale Donato Marra, la sommetta niente male di 228 milioni di euro all’anno per il triennio 2010-2012.
Cresciuti vertiginosamente anche i costi dell’approvvigionamento logistico, dell’usura materiali e delle dotazioni militari USA-NATO in Afghanistan, sempre più sofistiche e micidiali.

L’amministrazione Bush, dal Novembre 2001 al Dicembre 2008, ha bruciato nel Paese delle Montagne risorse per 179 miliardi di dollari, la NATO ne ha buttati dalla finestra 102.
Le forze ISAF sono arrivate alla spicciolata ed in tempi più lunghi su un “campo operativo” che non offre, contrariamente all’Iraq, lo sfruttamento e la commercializzazione sui mercati esteri di risorse petrolifere e minerarie per il sostentamento delle forze di occupazione, né di una polizia e di un esercito dipendenti dal “governo centrale“ di Kabul che conta attualmente su un organico di 170.000 uomini, in questo caso male armati e peggio retribuiti, demotivati ed a corto di addestramento.
La stima de Jaap De Hoop Scheffer sulla permanenza delle truppe occidentali in Centro Asia per 25 anni, nel mese di agosto scorso è stata rivista al rialzo a 40 dal Capo di Stato Maggiore di Sua Maestà Britannica, sir David Richards. La bolletta che l’Occidente, già in piena crisi economica, dovrà pagare in Afghanistan sarà di dimensioni catastrofiche al di là della piega che prenderà sul campo la guerra tra “pacificatori“ e “terroristi“.
L’ultima Conferenza dei Paesi donatori si è tenuta il 10-11 giugno 2008 a Parigi, alla presenza di Sarkozy e della Rice.
Il Ministro degli Esteri Bernard Kouchner in quell’occasione affermerà di aver raccolto dalla “Comunità Internazionale“ – composta, a suo dire, da 67 Stati aderenti e 17 fondazioni private – fondi per complessivi 19,95 miliardi di euro.
Né Ban Ki Moon né Kouchner riveleranno, nella conferenza di chiusura, la lista ufficiale dei Paesi presenti al vertice.
Frattini dal canto suo, al ritorno a Roma, invierà alle agenzie di stampa un breve comunicato in cui renderà noto che nel triennio 2008-2011 l’impegno dell’Italia in Afghanistan si sarebbe attestato a 150 milioni di euro per “liberare il Paese dal terrorismo e dalla droga e permettere al Governo di Kabul di prendere definitivamente in mano la situazione“.
Per quanto ne abbiamo saputo, in via confidenziale, l’entità del finanziamento a fondo perduto garantito per l’occasione dall’Italia all’ONU nella capitale francese sarebbe più ingente.
Ma non è questo il punto.
[Il “pledge “ ammesso ufficialmente dal Bel Paese a Berlino 2004 raggiungerà i 145 milioni di euro.]
Passiamo ora alla voce “Cooperazione italiana allo sviluppo“, gestione diretta DGCS in Afghanistan, organizzazione del Ministero degli Esteri.
Dal 2001 al 2008, la Farnesina ha approvato iniziative “umanitarie“ per 436 milioni e ha erogato finanziamenti, anche qui a fondo perduto, per 355 milioni di euro.
In particolare, è stato incrementato il sostegno ai trust fund del Governo Karzai per 35 milioni di euro e 104 se ne sono andati per il collegamento stradale Kabul-Bamyan (i dati sono ufficiali ed a disposizione in rete).
La stessa “Cooperazione italiana allo sviluppo” fornisce sulla “riabilitazione stradale“ Kabul-Bamyan una seconda versione (anch’essa consultabilissima), questa volta con un importo complessivo di spesa di 36 milioni di euro e la costruzione di un ponte sulla stessa viabilità per un importo di 2 milioni di euro, nella provincia di Wardak.
Un finanziamento “tricolore” allocato lontanissimo dalla provincia di Herat, con tutta evidenza finalizzato a soddisfare trasferimenti celeri di blindati e colonne militari di Enduring Freedom in uscita da Kabul con direzione est-sud/est, a ridosso del confine con il Pakistan, coperto ipocritamente dalla Farnesina con motivazioni di particolare interesse “turistico culturale“: il sito dei buddha scolpiti nella roccia. Quando i profughi afghani dispersi tra Iran, Turkmenistan e Pakistan sono almeno 4 milioni. Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere.
E’ rimasta inoltre famosa la decisione del Ministro degli Esteri D’Alema di destinare 52 milioni di euro alla riforma del… sistema giudiziario dell’Afghanistan, quando in Italia sono attualmente pendenti 3,5 milioni di processi penali e 5,4 milioni di processi civili.
Autolesionismo? Macché. Il Baffo di Gallipoli cercava punti oltreoceano con Bush. Del resto, con l’ attacco alla ex Jugoslavia, per qualche mese, con Clinton c’era già riuscito.
In Afghanistan operano o hanno operato a libro paga del Ministero degli Esteri, per uscite non precisate, Intersos, Alisei, Aispo, Coopi, Msf, Terres des Hommes ed il Cesvi.
Ong, l’ultima, da cui continuano ad uscire pestilenziali vapori di zolfo e personaggi come Barbara Contini, già governatore farsa della provincia di Nassiriya, oggi senatrice del PdL.
I costi già salatissimi della “cooperazione“ a carico dei Ministero degli Esteri sono surclassati da quelli militari della “missione di pace“ sopportati dal Ministero della Difesa, a corto di palanche per tenere in servizio 50.000 tra graduati-precari e sottoufficiali dell’Esercito di cui si libererà Brunetta. Il nuovo Modello di Difesa e le “missioni di pace” dell’Italietta si preparano a lasciare sul terreno molti, moltissimi cadaveri.
Cominciamo ora col dire che agli italiani perbene, quelli che pagano le ritenute d’acconto alla fonte, l’avventura in Afghanistan sta costando nel 2009, centesimo meno centesimo più, 1.000 euro al minuto, 60.000 all’ora, 1.440.000 al giorno e 43.200.000 al mese per un totale (parziale, e spiegheremo il perché) di 525.600.000 euro all’anno.
La prima domanda logica che ci viene in mente a questo punto è: in cambio di quale obbiettivo economico-industriale, di quale interesse energetico, commerciale, diplomatico o geopolitico mettiamo sul piatto dell’Afghanistan queste ingentissime risorse finanziarie anno dopo anno per chissà quanto tempo, magari come prevede il Capo di Stato Maggiore di Sua Maestà fino al 2050?
Le finalità del Quirinale, di Palazzo Chigi, Farnesina e Palazzo Baracchini, che ci ripetono tv e giornali sono davvero quelle di combattere i terroristi pashtun del fantomatico Mullah Omar a casa loro perché non vengano a farci fuori a casa nostra?
No.
Sotto c’è ben altro ed un po’ alla volta lo tireremo fuori, dai rapporti Roma-Washington alla “privatizzazione” delle Forze Armate, per passare, se ce ne sarà bisogno, alle modalità di acquisto ed impiego dei Predator ed al resto… spike e designatori laser compresi.
Non butteremo giù dei muri ma ci sentiremo almeno più sereni, con la coscienza tranquilla per non aver taciuto.

http://www.pressante.com/politica-e-ordine-mondiale/1517-le-spesucce-tricolori-in-afghanistan.html

 

Ecco la guerra degli Italiani

di Gianluca Di Feo collaboratore di Repubblica e L’Espresso

Afghanistan: l'Italia schiera mille combattenti più 2.000 uomini di supporto. Una missione che non si può più chiamare di pace. Ecco la strategia del nostro contingente

 

Dalla fine di maggio la Folgore è passata all'iniziativa. Nelle province di Farah, al confine con la grande area di Helmand cuore dei talebani, e di Baghdis, al confine turkmeno strategico per il traffico di oppio, mille soldati italiani hanno cominciato a muoversi con le forze afghane per riprendere il controllo del territorio.

È la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale che l'Italia schiera una simile quantità di militari operativi: mille combattenti, altri 2000 uomini di supporto. Una missione che non si può più chiamare di pace, concordata e benedetta dall'amministrazion e Obama.

Da allora, attacchi e scontri si sono moltiplicati: quasi uno al giorno. E altri rinforzi sono in arrivo: nuovi operativi, nuovi blindati, nuovi elicotteri. Ecco la strategia del nostro contingente e gli strumenti bellici per realizzarla. Con foto e video delle attività.

Americani e italiani, guerra senza quartiere al terrorismo e sostegno alla rinascita dell'Afghanistan. Fino a un anno fa erano missioni rigorosamente separate, con mandati, metodi e finalità molto diverse. Il governo Berlusconi, senza cambiare né le regole d'ingaggio né i numeri complessivi della spedizione, ha abbattuto la barriera. E l'offensiva voluta da Barack Obama renderà le due operazioni sempre più intrecciate.

Già oggi nelle mappe della regione affidata al nostro comando spicca una grande macchia ovale, con una sigla esplicita 'Operation box Tripoli'. È una zona sottratta al nostro controllo per volontà della Nato e consenso del nostro governo: territorio di caccia esclusivo dei marines della Task Force Tripoli, dal nome della prima battaglia combattuta due secoli fa dai fanti di Marina statunitensi contro i pirati musulmani. Nessuno degli alleati deve avvicinarsi a meno di 20 chilometri.

È considerata uno dei santuari dei talebani, utilizzato per organizzare le spedizioni verso Kandahar. Lì sono avvenuti alcuni degli scontri più feroci dell'ultimo anno e anche dei bombardamenti che hanno provocato decine e decine di vittime civili.



Ma anche una fetta rilevante dei rinforzi che il presidente americano sta mandando in Afghanistan prenderà posizione tra gli avamposti della Folgore. L'obiettivo è potenziare e motivare i reparti della polizia afgana, quelli che devono gestire il controllo di strade e paesi. Da giugno, 1.800 marines li affiancheranno, presidiando otto nuove postazioni nella regione 'italiana'. In particolare, stanno costruendo una grande base intorno all'aeroporto di Shindand, una struttura colossale creata dai sovietici e strategica anche per la vicinanza al confine iraniano.

Altri fortini avanzati, sempre con guarnigione mista americana-afgana, vengono edificati in tutta l'area di Farah, spesso a pochi chilometri da quelli dei nostri parà in modo da garantire appoggio reciproco in caso di attacco. La strategia del Pentagono è chiara: isolare la regione di Helmand, il cuore dell'etnia pashtun e della presenza fondamentalista. Per questo un'ala della nuova armata statunitense si muoverà dal confine pachistano; l'altra invece opererà a cavallo della regione di Herat per sigillare le vie di fuga verso Iran e Turkmenistan.

Gli scontri attesi per giugno saranno solo una prova generale della battaglia prevista per agosto, quando i fondamentalisti tenteranno di ostacolare le elezioni presidenziali. "Quella che abbiamo vissuto finora è stata la quiete prima della tempesta, legata al raccolto del papavero da oppio, ma la minaccia d'ora in poi continuerà a crescere fino alle elezioni", spiega il generale Rosario Castellano, comandante delle forze italiane e di tutto il dispositivo Nato nella regione sud-occidentale.

Anche gli italiani riceveranno altri rinforzi. Truppe scelte, per potenziare la Task Force 45: l'élite dei commandos che opera nella terra di nessuno lontano dai fortini. E un reparto di nuove autoblindo Freccia, con torrette e cannoncini per proteggere i convogli.

"L'aspetto militare è solo una componente della missione", insiste il generale Castellano, che sottolinea l'attività svolta dai centri per il sostegno alla popolazione: "Siamo qui per insegnare a pescare, non per distribuire pesci". Ma anche gli afgani chiedono più fondi, per finanziare progetti e iniziative. E a fronte di un costo che quest'anno rischia di arrivare a mezzo miliardo per la spedizione armata in Afghanistan, i finanziamenti disponibili per attività umanitarie sono di poche decine di milioni.

Una cosa è certa. Nessuno in Afghanistan parla più di missione di pace. Che si tratti di una guerra è chiaro sin dai simboli. In tutte le basi della Nato le bandiere sono sempre a mezzasta: il segno di lutto viene dedicato a ogni caduto, occidentale o delle forze governative afgane. E sono mesi che non si vedono le bandiere sventolare in alto

(11 giugno 2009)

----- Original Message -----

From: pietroancona@tin.it
To: redazione@ilmanifesto.it
Sent: Thursday, March 29, 2007 12:45 PM
Subject: lettera a Lidia Menapace

Cara compagna Menapace,

 
ho letto la tua dichiarazione di voto. Un bel componimento letterario, un esempio di oratoria politica.
Resta il fatto che hai accettato di finanziare la presenza di nostri soldati in terra altrui alleati di una mostruosa potenza che ha già popolato di centinaia di migliaia di mutilati e di malati una popolazione innocente che non ci ha mai fatto nulla di male.
 Hai bagnato le tue mani nel sangue di un popolo oppresso
da quaranta anni di invasioni dello straniero prepotente prima russo ora Nato.
 Come la socialdemocrazia tedesca del 1914 al dunque si sposano gli interessi della borghesia sciovinista!
  Noin ha senso dire se cade il governo vince la destra, I due termini del problema dal punto di vita dell'etica kantiana e di quella socialista (che è la stessa cosa) sono inconfrontabili.
 Mi vergogno per la sinistra italiana che finisce sempre nel fango!!
  Pietro Ancona da Palermo

 

 

----- Original Message -----
From: pietroancona@tin.it
To: primapaginarai primapaginarai
Cc: conflitti@peacereporter.it
Sent: Tuesday, April 10, 2007 9:46 AM
Subject: diffamazione di Gino Strada

 
Caro Dr.Protti,
 
lei non è riuscito a dissimulare del tutto il suo malanimo( che è quello della destra sciovinista italiana e del giornalismo enbeddeb statunitense) nei confronti di Gino Strada.
Gino Strada è figura luminosa di medico e di uomo di pace.
Se l'Italia è ancora amata dalle popolazioni di tante nazioni povere del mondo lo deve a Gino Strada ed ai collaboratori di Emergency.
Lei, nell'affanno di dipingerne male la figura, si è spinto a dire che Gino Strada ha dichiarato di preferire i talebani alla "civiltà occidentale". Falsità assoluta .
E' bene ricordare che la "civiltà occidentale" negli ultimi sei anni ha provocato quattro milioni di morti ed altrettanti di feriti e mutillati e la gente come lei non si chiede perchè mai bombardiamo  chi non ci ha fatto nulla di male dal Kossovo alla Somalia!!
 Quando si strappa i capelli per l'ostaggio ucciso pensi a quante persone ogni notte muoiono nelle zone "liberate" per bombardamenti o rastrellamenti degli squadroni della morte di Negroponte ed Israele.
 Spero che vorrà riflettere per bene e non affliggerci nei prossimi giorni con  il suo sciovinismo,
 Pietro Ancona da Palermo
 
 

 

FRANCO TURIGLIATTO (Misto-SC). Signor Presidente, come da tempo
annunciato, voterò negativamente il decreto sulle missioni militari,
il cui capitolo principale è il sostegno alla guerra in Afghanistan
che, indipendentemente dalle furbizie parlamentari, trova, non a
caso, il pieno sostegno delle destre che quella politica di guerra
hanno avviato, politica di guerra e di distruzione. Ricordo che il
presidente Bush parlò di ridurre quel Paese all'età della pietra,
quel presidente Bush dal cui comando dipendono oggi le truppe della
NATO e quindi anche quelle dell'Italia. Come è stato evidente,
regole di ingaggio umanitarie differenziate da quelle americane in
un teatro di guerra sono una contraddizione in termini: siamo in
Afghanistan dentro il dispositivo militare della NATO per uccidere e
per farsi uccidere. La situazione per il nostro Paese sta diventando
sempre più compromessa: siamo percepiti come occupanti e
l'escalation militare in corso rappresenta una via di non ritorno.
Solo il ritiro del nostro contingente potrebbe far svolgere
all'Italia un ruolo di pace e rendere credibile la proposta di una
conferenza internazionale, altrimenti è pura ipocrisia e mera
copertura della guerra. Ho votato contro tutti gli ordini del giorno
della destra, che incrementavano la presenza bellica dell'Italia in
quel Paese: la posizione che qui esprimo sul decreto è infatti la
più lontana, abissalmente più lontana dalle forze della destra.
Davanti alle nostre coscienze nessuna furbizia è possibile. In
questo sono confortato dal pieno sostegno al mio voto parlamentare
dell'associazione dei veterani di guerra americani del Vietnam e
dell'Iraq, segno che la sensibilità per la pace sta crescendo anche
negli Stati Uniti. In questo quadro, come già affermai un mese fa,
confermo il mio appoggio esterno al Governo, ma confermo anche che
di volta in volta deciderò le convergenze possibili. Da ultimo, il
Governo italiano faccia ogni sforzo per restituire ai loro cari
l'interprete di Mastrogiacomo e il mediatore di Emergency che ha
consentito la liberazione del giornalista: ai tragici lutti dovuti
al fuoco amico in analoghe circostanze, non vorrei che si
aggiungessero quelli della galera amica.


FERNANDO ROSSI (Misto-Consum). Signor Presidente, dobbiamo uscire
dal grande macello della guerra afghana. Ce lo impone la nostra
Costituzione, ce lo chiede la grande maggioranza degli italiani e
dovrebbe ancora guidarci (pur in tempi di cedimenti morali ed ideali
verso la beatificazione del mercato e dell'affarismo) il DNA della
sinistra e della cultura popolare. Abbiamo realizzato un indulto che
conteneva tanti elementi negativi, ma dicendo che ce lo aveva
chiesto un grande Papa; tutti hanno finto di dimenticare che lo
stesso Papa ci aveva anche chiesto di non fare la guerra. Quello
afghano è un macello straziante senza senso in cui Berlusconi ci ha
cacciato e da cui sbagliamo a non uscire. L'Afghanistan è il maggior
produttore mondiale, oggi con noi che lo occupiamo, della droga, ne
detiene il mercato e tutte quelle risorse vanno a finire dove vanno
a finire anche i fondi della grande criminalità: nei paradisi
fiscali. Ma oggi tra grande finanza e criminalità i confini sono
sempre più labili. Oggi, parlare di Afghanistan è parlare di altro.
Qui stiamo parlando della tenuta del Governo e di come scavargli
sotto ed a tale obiettivo purtroppo, oltre ai Casini dona ferentes
lavora anche qualcuno del centro dell'Unione. Questa è la mia
maggioranza, Prodi è il mio presidente del Consiglio, da cui vorrei
vedere applicato tutto il programma elettorale e non solo le parti
peggiori di quel compromesso. Così come avrei voluto, insieme a
tanti salariati, impiegati, precari e pensionati italiani, che
avessimo questa volta evitato, come troppe volte è successo, di
vedere solo la prima parte del film: quella dei sacrifici. Come ho
già fatto nella precedente votazione sulla politica estera non
parteciperò alla votazione di un decreto che giudico profondamente
sbagliato e peggiorato rispetto all'ottobre 2006 dal fatto che se ne
riparlerà solo tra un anno, dalla decisione di costruire una nuova
base americana a Vicenza, dall'acquisto dei 131 aerei F35 da 200
milioni di euro l'uno, dai recenti accordi dell'Italia con Israele e
dai venti di guerra che spirano sull'Iran. L'unico modo di salvare i
nostri soldati è portarli a casa. Le chiedo di poter allegare agli
atti il testo integrale del mio intervento.
 

Turigliatto: D’Alema smentisca uso mercenari Aegis

 

Roma, 28 marzo 2007 - "Nel decreto sul rifinanziamento delle missioni è previsto uno stanziamento di 3.498.000 euro a favore di un'agenzia di sicurezza privata che ingaggia mercenari per l'incolumità dei nostri tecnici in Iraq. Chiedo al ministro D'Alema se risponde al vero che si tratti della famigerata Aegis Defence Services di Tim Spicer, coinvolta in numerose violazioni dei diritti umani". È quanto afferma Franco Turigliatto, senatore di "Sinistra Critica", che oggi ha presentato un'interrogazione al ministro degli Esteri.

 

"Non si capisce perché‚ ci siano ancora nostri tecnici legati ai PRT (Provincial Reconstruction Team, ndr), che sono la parte civile dell'occupazione militare dell'Iraq da cui ci siamo ritirati; mentre per altre attività civili di ricostruzione - continua Turigliatto - basterebbe sostenere il qualificato personale iracheno esistente. A meno che non salti fuori un interesse dell'Eni nella spartizione del bottino di guerra petrolifero...".

 

"Certo che un governo di centrosinistra sia implicato anche nell'utilizzo di mercenari è davvero troppo. Spero che D'Alema possa smentire. L'Aegis - prosegue Turigliatto - è una banda di malfattori che ha suscitato polemiche persino negli Stati Uniti quando Rumsfeld li aveva ingaggiati nel 2004. Questi contractor sono un esercito privato di migliaia di combattenti e senza regole d'ingaggio certe, e hanno partecipato persino alle torture nel carcere di Abu Ghraib”.

 

“Non c'è solo la guerra in Afghanistan nel decreto di ieri, ma forse anche la 'guerra sporca in Iraq", conclude Turigliatto.

 

Fonte: Apcom

PERCHE' MENTIRE SU RAMBOUILLET?
IL MITO DI RAMBOUILLET COME INACCETTABILE DIKTAT AL GOVERNO SERBO


febbraio 2000, di Ilario Salucci
 

 



All'inizio dell'aprile 1999 lo storico giornale della sinistra tedesca "TAZ" pubblica un articolo in cui "rivela" l'esistenza nei testi di Rambouillet di un annesso (l' "appendice B") che avrebbe comportato l'occupazione militare da parte della Nato di tutta la Federazione Jugoslava. Nell'arco di un mese la notizia fa il giro dei vari mass media a livello internazionale. Così in Italia è Luciana Castellina a parlarne per prima, il 17 aprile su "Il Manifesto", mentre in Francia "L'Humanité" dedica a questo annesso due pagine il 30 aprile. Gli utenti di Internet scoprono l'affaire verso il 14 aprile, grazie a un articolo dello statunitense Peter Schwarz che ha una larga diffusione.
Dopodiché fu una valanga. A sinistra il fatto che Rambouillet fu un inaccettabile diktat contro il governo serbo, inaccettabile in quanto avrebbe comportato l'occupazione militare di tutta la Federazione Jugoslava, divenne un dogma. Tra gli altri, lo ha sostenuto Peter Gowan, autorevole redattore della "New Left Review". Negli Stati Uniti lo ha sostenuto Noam Chomsky, e in Italia già si è detto di Luciana Castellina. Anche studiosi seri delle questioni balcaniche, come Xavier Bougarel, hanno fatto propria questa analisi, come anche riviste specializzate del livello di "Labour Focus on Eastern Europe", diretta da Gus Fagan (1). I termini si sprecano. Quella di Rambouillet fu una truffa, una trappola, un imbroglio, un ricatto, un documento bidone, un pasticcio ad arte, una vicenda indecente ecc. ecc.

I testi integrali di Rambouillet, inclusa l' "appendice B", sono disponibili al lettore italiano nel volume, curato da Tommaso Di Francesco, La Nato nei Balcani, Ed. Riuniti, Roma, pubblicato nel giugno 1999, alle pp. 99-151. La famigerata "appendice" compare alle pp. 147-150.
La "conferenza di pace" sul Kosovo venne convocata dal "Gruppo di Contatto" il 29 gennaio, e la base negoziale era costituita dalla quarta versione (datata 27 gennaio) di ipotesi di accordo tra le parti stilata dal mediatore Hill. La conferenza a Rambouillet si aprì il 6 febbraio 1999 e si concluse il 23 febbraio. Successivamente venne riaperta il 15 marzo a Parigi (all'Avenue Kléber) e si chiuse definitivamente il 18 marzo con la firma della sola delegazione kosovara albanese al documento in questione. I bombardamenti della Nato sulla Federazione Jugoslava iniziarono il 24 marzo con l'obiettivo di obbligare Belgrado ad accettare il documento ufficializzato la settimana precedente.
Quanti hanno scritto relativamente all' "appendice B" hanno sostanzialmente affermato:
a) l' "appendice" in questione era segreta e fu resa pubblica solo in aprile;
b) l' "appendice" in questione, e tutta la parte relativa all'implementazione militare fu secretata nei confronti della delegazione negoziale serba fino al giorno prima della rottura delle trattative, cioè il 17 marzo ­ fu quindi un'aggiunta "dell'ultimo minuto";
c) l' "appendice" in questione non era conosciuta, fino al 17 marzo, da nessuno, neppure dagli alleati Nato degli Stati Uniti;
d) di conseguenza il testo firmato dalla delegazione kosovara albanese il 18 marzo è molto diverso da quello uscito dalla conferenza a Rambouillet il 23 febbraio;
e) la delegazione negoziale serba aveva accettato la parte politica dell'accordo, ma l' "appendice" in questione implicava l'occupazione di tutta la Jugoslavia da parte della Nato, e come tale inaccettabile dalla Federazione Jugoslava: fu cioè il casus belli che fece fallire i negoziati sul Kosovo.
"Non si trattava di una proposta di accordo, bensì di un testo scritto apposta per essere rifiutato da una delle parti e quindi ideato per attizzare il fuoco...", scrive Joseph Halevi su "Il Manifesto" del 21 aprile; e L. Castellina, nell'art. cit. (Mettereste la vostra firma sotto quell' "accordo"?) scrive: "la presenza militare dell'alleanza atlantica non era prevista solo [in Kosovo] ma nientemeno che in tutto il territorio della Repubblica Jugoslava...quanto stipulato a Rambouillet: la completa occupazione militare della Serbia e del Montenegro... a tempo indeterminato. In queste condizioni non c'è da farsi molta meraviglia se Milosevic non ha firmato... la prospettiva... [è] la riduzione del paese ad uno stato coloniale degno del XIX secolo".

L' "appendice B" era segreta?
Sarebbe il primo caso di un documento che è al contempo segreto e disponibile gratuitamente a milioni di persone. Il testo di Rambouillet ­ inclusivo della parte di "implementazione militare" e dell' "appendice B" ­ era disponibile da fine febbraio 1999 sul sito Internet del "Balkan Action Council". Che vari giornalisti se ne siano accorti solo ad aprile (quando l'inizio dei bombardamenti faceva diventare il Kosovo e Rambouillet notizia di prima pagina, e non solo questione di "specialisti") è altro discorso. Se ne rende forse conto L. Castellina che nella prefazione al volume La Nato nei Balcani afferma che il problema fu che "i nostri solerti media hanno sempre preferito nasconderlo". Nei "nostri solerti mass media" andrebbero allora inclusi anche "Il Manifesto", che da fine febbraio a metà di aprile non ne parlò, oltre a tutti i mass media della Federazione Jugoslava

Quando venne presentata ai negoziatori la parte di "implementazione militare" inclusiva dell' "appendice B"?
Esattamente il 19 febbraio, e non il 17 marzo. Il testo uscito da Rambouillet il 23 febbraio e quello siglato il 18 marzo sono assolutamente identici. Tutta la voluminosa documentazione esistente e tutte le testimonianze, anche da parte serba, concordano in modo totale. Allorquando viene affermato da parte dei negoziatori che questa parte venne loro sottoposta "all'ultimo minuto" ci si riferisce non ai negoziati di Parigi-Kléber, ma ai negoziati di Rambouillet, quindi alla data del 19 febbraio, non a quella del 17 marzo.
Si tenga inoltre conto che tra il 6 e il 18 febbraio i lavori furono sostanzialmente improduttivi, e la situazione mutò con la presentazione di una nuova proposta d'accordo il 18 febbraio (che accoglieva molte osservazioni della delegazione serba, facendo sì che quest'ultima iniziasse a collaborare fattivamente alle trattative). La parte militare fu scritta dal gen. W. Clark, ed il suo testo era stato concordato con i paesi dell'Alleanza Atlantica (2).
L' "appendice B" prevedeva l'occupazione militare di tutta la Federazione Jugoslava da parte della Nato ed i negoziati fallirono a causa di questo?
La delegazione serba e tutti i mass media della Federazione Jugoslava non hanno mai affermato una cosa del genere. Essendo i diretti interessati la loro opinione al proposito è da ritenersi significativa, e unanimemente hanno sempre affermato che il testo di Rambouillet non venne firmato perché prevedeva la presenza della Nato in Kosovo. Il casus belli non fu l' "appendice B", ma la presenza della Nato in Kosovo.
In realtà problemi sorsero anche sulla parte politica. A Rambouillet la delegazione serba espresse l'opinione che erano stati fatti "dei passi in avanti", e che l'accordo verteva sull'80% del testo. Tuttavia si presentò a Parigi-Kléber con un altro testo politico che ribaltava completamente quanto discusso tre settimane prima, facendo infuriare lo stesso negoziatore russo, vicino alle preoccupazioni jugoslave, e rendendo impossibile qualsiasi sviluppo del negoziato (3).
Per quanto riguarda in specifico l' "appendice B", si tratta di un dispositivo standard in questo genere di operazioni militari, ed è ripreso praticamente alla lettera dagli accordi di Dayton del 1995 relativi alla Bosnia, e dai molteplici accordi che accompagnano lo stazionamento di truppe (solitamente statunitensi o francesi) in paesi stranieri. Da un lato forniva un diritto di transito alle truppe Nato attraverso la Federazione Jugoslava per poter dispiegarsi in Kosovo, dall'altro, garantendo libertà di movimento, assicurava che in una situazione in cui il Kosovo sarebbe rimasto non solo sulla carta all'interno della Serbia, le truppe Nato non si sarebbero trovate "imbottigliate" a fronte di eventuali sviluppi militari nella regione (come avvenne più volte in Bosnia con le truppe dell'UNPROFOR dal 1992 al 1995). Entrambi questi fattori a giugno non sussistevano più: le truppe Nato erano massicciamente dispiegate in Albania e in Macedonia, ed oggi il Kosovo era ed è solo sulla carta ancora parte della Serbia - le frontiere non sono oggi controllate da Belgrado, a differenza di quanto stabilito da Rambouillet.
In ultima analisi quello che conta è se si considera realistico che la Nato, o gli USA, avessero come obiettivo l'occupazione militare di tutta la Federazione Jugoslava. I dati di fatto relativi al processo negoziale del febbario-marzo scorso non consentono di fare un'affermazione del genere ­ tanto più la conclusione delle operazioni militari nel giugno 1999. Dal punto di vista politico è ancor più insostenibile, se non immaginando, con grande sforzo di fantasia, la Serbia come "baluardo antimperialista", "la Jugoslavia come il Vietnam!", come taluni hanno effettivamente sostenuto la scorsa primavera (4).

Rambouillet fu un diktat al governo serbo?
Sicuramente Rambouillet fu un ultimatum alla Serbia. Ma non fu solo, o tanto, questo: fu un doppio ultimatum. Alla Serbia per ciò che riguardava lo stazionamento di truppe Nato in Kosovo, e ai kosovaro albanesi per ciò che riguardava l'abbandono della loro rivendicazione principale, l'indipendenza. I kosovaro albanesi accettarono il diktat, anche se questo comportò la fine politica di Adem Demaçi, l'allora rappresentante politico dell'UÇK. Il suo portavoce di allora, Albin Kurti, poi sequestrato dalla polizia serba e oggi desaparecido, affermò lucidamente che "questo piano non porterà la pace nei Balcani, e non darà la libertà e i diritti che spettano al popolo kosovaro", mentre Adem Demaçi venne definito da James Rubin il 23 febbraio "il maggiore ostacolo al processo di pace". Per strappare l'accettazione da parte dei kosovaro albanesi la diplomazia internazionale non si fermò di fronte a nulla: a Rambouillet, mentre da un lato venivano fatte pesanti minacce militari (ovviamente indirette) e politiche nei confronti dell'UCK, d'altro lato circolò una lettera (datata 22 febbraio) da parte dell'amministrazione americana che rassicurava i kosovaro albanesi circa la tenuta di un referendum in capo a tre anni ­ lettera che fu solo uno "specchietto per le allodole" non essendo mai stata firmata (Dini ha ricordato questo avvenimento, poi confermato dalla pubblicazione di tutti gli atti della conferenza) (5). Quando poi Thaci lesse il 23 febbraio la lettera di accettazione "in linea di principio" del documento, affermando che considerava comunque imprescindibile l'espressione della volontà popolare in Kosovo, i diplomatici occidentali si affrettarono a specificare che si trattava di dichiarazioni "unilaterali e quindi irrilevanti".
Pedrag Simic ha ricordato in modo credibile la posizione negoziale degli statunitensi: "Accettate 28.000 soldati della Nato in Kosovo. Sul resto a noi va bene qualsiasi cosa". In una situazione che rischiava concretamente di precipitare in un conflitto generalizzato a livello balcanico, l'unica cosa che interessava la Nato era di impedire, o meglio, di circoscrivere il conflitto, garantendo la stabilità regionale. La propria presenza militare in Kosovo aveva questa logica e questa finalità. Il regime di Belgrado decise di non accettare il diktat e di puntare tutte le carte su una divisione del Kosovo manu militari.
La conclusione è nota. La Nato pensava che con qualche giorno di bombardamenti Belgrado avrebbe accettato Rambouillet. Belgrado pensava di poter arrivare alla divisione del Kosovo come riuscì in passato ad arrivare alla divisione della Bosnia. I kosovaro albanesi pensavano che sarebbe giunta l'ora della liberazione nazionale. Invece oggi Rambouillet è carta straccia, il Kosovo è del tutto perso per Belgrado, e i kosovaro albanesi vivono in un paese distrutto, nel caos totale, senza alcun diritto democratico.

Perché mentire su Rambouillet? E' questione di banale ignoranza, o d'incorreggibile pigrizia mentale, o addirittura di malafede? Non è il primo caso in cui delle leggende si installano e diventano dei luoghi comuni. Dopo un anno leggiamo ad es. che "è stato confermato che Racak fu una montatura", o dopo cinque anni ci capita di sentire che la strage di 37 civili a Sarajevo nell'agosto 1995 (una delle innumerevoli, dato che a Sarajevo morirono migliaia di civili) fu causata dagli stessi Musulmani-Bosniak, "come dice un rapporto Onu". Non contano tutti i documenti, le analisi, l'evidenza, le testimonianze. Non conta neppure che, per Sarajevo, l'Onu dica esattamente l'opposto di quanto gli viene attribuito. Glielo si continua ad attribuire, semplicemente. E ancora: quanti articoli di giornale hanno affermato che Rugova era contro l'indipendenza del Kosovo? Esempi di questo tipo possono purtroppo essere moltiplicati (almeno) per dieci.
Da parte mia non so formulare una risposta valida per il complesso di questi casi - salvo che è, secondo banale buon senso, da escludersi una "malafede generalizzata". Una mia ipotesi è che, a monte, a sinistra non si sono fatti (e non si voglia sostanzialmente fare) i conti con quanto è avvenuto a est da un decennio a questa parte, sullo stalinismo e sulla restaurazione capitalista. Molti si adagiano su "teorie" complottistiche, che hanno molti difetti, ma hanno il pregio che chi le adotta non deve farsi troppe domande. Nel (piccolo) caso dell' "appendice B", le menzogne pubblicate han forse fatto sentire più forti nelle proprie convinzioni antimperialiste alcuni settori di sinistra. Ma non c'è alcun bisogno di mentire per condannare i vari imperialismi all'opera. La realtà, purtroppo, è più che sufficiente.

 

Note:

(1) L'articolo in questione di X. Bougarel, peraltro molto interessante, è apparso su "Le Monde Diplomatique" del settembre 1999, e non appare nella versione italiana della rivista. Uno strano destino ha avuto invece l'articolo di Paul-Marie De La Gorce, Histoire secrète des négociations de Rambouillet, apparso su "Le Monde Diplomatique" nel maggio 1999 (pubblicato anche nella versione italiana). L'articolo non parla dell' "appendice B", e quanto afferma è sicuramente vero per molti aspetti (molto vi sarebbe invece da dire su quello che non appare in questo articolo, ma questo è un altro discorso). Nonostante questo viene citato a sostegno e a riprova dei vari discorsi relativi alla famigerata "appendice B". Si veda per esempio François Chesnais, Tania Noctiummes, Jean-Pierre Page, Réflexions sur la guerre en Yougoslavie, Parigi, ottobre 1999.

(2) La leggenda di un testo presentato a marzo diverso da quello di febbraio sorse subito, da fine marzo 1999, ed è particolarmente tenace, detta e ripetuta. Sullo svolgimento di Rambouillet e Parigi-Kléber venne pubblicato un pregevole articolo, per quanto riguarda la ricostruzione fattuale, di Federico Fubini, Il bacio di Madeleine, ovvero come (non) negoziammo a Rambouillet, Limes, 2, giugno 1999, e soprattutto la scorsa estate è uscito il monumentale volume curato da Marc Weller, The Crisis in Kosovo 1989-1999. From the Dissolution of Yugoslavia to Rambouillet and the Outbreak of Hostilities, Documents & Analysis Publishing Ltd. Pedrag Simic, presente a Rambouillet come consigliere di Vuk Draskovic, ha esposto la sua opinione in Les négociations de Rambouillet du point de vue serbe, pubblicato sul giornale di Amburgo "Die Zeit" il 17 maggio, e pubblicato in trad. francese nel volume collettivo Maîtres du monde? Ou les dessous de la guerre des Balkans, Parigi, settembre 1999. La decisione sulla centralità della presenza Nato in Kosovo venne presa dal Consiglio Atlantico tra il 24 e il 30 gennaio 1999, ed era cosa sostanzialmente risaputa (si v. per es. la conferenza stampa di Madeleine Albright il 14 febbraio).

(3) Questo testo è disponibile al lettore italiano nel volume cit. La Nato nei Balcani, pp. 81-98. La versione originale, che include le cancellature e le aggiunte al testo del 23 febbraio, e che evidenzia anche a livello grafico la modifica quasi totale del testo di Rambouillet, è disponibile nel cit. vol. di M. Weller e fin dalla fine di marzo sul sito del "Balkan Action Council". Sulle prese di posizione serbe durante la conferenza di Parigi-Kléber si veda l'articolo di Roksanda Nincic in "Vreme News Digest" n. 389, del 22 marzo 1999.

(4) Sulla natura sociale della Serbia mi permetto di rinviare al mio articolo pubblicato nel numero zero di "Balkan".

(5) Questi atti sono nel volume cit. di M. Weller. Il fatto che siano disponibili da molti mesi non impedisce all'inglese Robert Fink di scrivere tra le cose più fantasiose mai scritte su Rambouillet (The Trojan horse that "started" a 79-day war, "The Indipendent" il 26 novembre 1999).

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La Stampa – 27.7.10   Il vero volto della guerra afghana – Maurizio Molinari La più grande fuga di documenti della storia americana riscrive la guerra in Afghanistan svelando che i servizi pakistani aiutano i taleban, che sono avvenute molte stragi di civili rimaste nascoste, che la guerriglia bersaglia gli aerei della Nato con i missili «Stinger», che i droni non sono perfetti e che una task force segreta dà la caccia a 70 leader jihadisti. Sono le maggiori rivelazioni sulla guerra afghana contenute in 92 mila documenti segreti dell’esercito Usa che Wikileaks ha svelato con una decisione che per la Casa Bianca «mette in pericolo la sicurezza nazionale». E’ un volume di rivelazioni che fa impallidire i «Pentagon Papers» che il «New York Times » pubblicò nel 1971 svelando la genesi della guerra in Vietnam. Ciò che distingue i documenti che Wikileaks ha consentito a New York Times, Guardian e Der Spiegel di pubblicare in contemporanea è il fatto che si tratta di descrizioni minuziose con una valanga di dettagli su eventi, logistica e nomi inerenti a quanto avvenuto dal gennaio 2004 al dicembre 2009, ovvero incluso il primo annodi presidenza di Obama. La mole di notizie politicamente più imbarazzanti per la Casa Bianca riguarda l’implicazione del Pakistan nel sostegno ai taleban. Islamabad riceve ogni anno 1 miliardo di dollari di aiuti, il segretario di Stato Hillary Clinton vi ha appena fatto tappa promettendone altri 500 milioni e ora gli americani apprendono che ufficiali dei servizi segreti pachistani (Isi) partecipano alle riunioni operative nelle quali i taleban progettano attacchi contro le truppe Usa. Si tratta in particolare degli agenti dell’«Ala S» dell’Isi a cui la Cia nel 2008 addebita la partecipazione nell’attacco all’ambasciata indiana a Kabul e il tentativo di assassinare il presidente afghano Hamid Karzai.Atessere i rapporti con i taleban è il «generale Hamid Gul, ex capo dell’Isi dal 1987 al 1989» attraverso «alleati » come i capi mujaheddin Jaluluddin Haqqani e Gulbuddin Hekmatyar. Nel gennaio 2009 Gul si reca a Wana, nel Waziristan del Sud, per incontrare tre capi taleban e tre «uomini arabi» - probabilmente di Al Qaeda - per pianificare la vendetta dopo l’eliminazione da parte di un drone della Cia di Osama al Kini, capo di Al Qaeda in Pakistan. È in quella sede che viene deciso di mandare a Ghazni, in Afghanistan, «50 arabi e 50 waziri». In molti casi si tratta di futuri kamikaze che provengono da una madrassa (scuola islamica) di Peshawar, in Pakistan, dove «il generale Gul si reca una volta al mese». I kamikaze pachistani di questa madrassa dal luglio all’ottobre 2009 si fanno esplodere a Kandahar, Kunduz e Kabul. Avviene anche che gli agenti dell’Isi aiutano i taleban a redigere i piani: il 19 giugno 2006 si incontrano a Quetta e i pachistani «premono per fargli condurre attacchi a Maruf, nel distretto di Kandahar». Quando il 7 febbraio 2007 gli ufficiali Usa affrontano quelli di Islamabad, la risposta che ottengono è un irridente «fateci sapere quando vedete i guerriglieri lungo il confine» e nel dispaccio «top secret» l’estensore commenta: «Dubito che i pachistani ci daranno una mano visto che l’Isi è implicato negli attraversamenti illegali del confine». Islamabaddefinisce il materiale pubblicato «fuorviante», ma a prenderlo sul serio è John Kerry, capo della commissione Esteri del Senato, secondo cui «impone un urgente riequilibrio delle nostre politiche». Da tempo Kerry sostiene di aumentare la pressione - anche militare - sugli alleati pachistani dei taleban e di Al Qaeda, e ora ha munizioni a sufficienza per tornare alla carica. Poi vi sono le rivelazioni che hanno a che vedere con i dettagli militari del conflitto. I documenti svelano che i droni della Cia non sono infallibili come si pensa: in almeno 38 casi Predator e Reaper sono caduti per difetti tecnici obbligando i reparti speciali a pericolosi interventi per recuperarne i pezzi, impedendo ai taleban di impossessarsene. I mujaheddin inoltre «hanno ancora gli Stinger» forniti dagli americani negli Anni Ottanta per combattere l’Armata Rossa. Li usano per bersagliare elicotteri e aerei della Nato e, in almeno un caso, hanno abbattuto un Ch-47 causando la morte di 7 soldati, il 30 maggio 2007 nell’Helmand. Poi vi sono le morti civili di cui non si era avuta notizia: si tratta di vittime di almeno 144 episodi diversi, dall’uccisione di un «uomo sordomuto» a quella di «una donna non vedente» a causa di interventi di militari e paramilitari nel tentativo di eliminare capi di Al Qaeda come Abu Layth Ali Libi. I morti in questione potrebbero essere centinaia e il governo di Kabul si è detto «sotto choc» per la decisione dei comandi Usa di tenerli segreti. Le vittime civili si sovrappongono a volte alle operazioni della task force 373 - di cui finora si ignorava l’esistenza - a cui il Pentagono ha affidato la missione di «trovare ed eliminare» i 70 capi più importanti di taleban e Al Qaeda. Fra le altre rivelazioni quelle sui servizi afghani «alle dipendenze della Cia», i «cento kamikaze giunti dall’Iran» e le tracce di Osama bin Laden che in un caso premiò un guerrigliero «abile con gli esplosivi» regalandogli una «moglie araba». Nel mare di documenti ci sono anche riferimenti agli italiani. Sono registrate ad esempio le proteste dell’Estonia per lo scambio di prigionieri che portò alla liberazione del reporter Mastrogiacomo: «L’Italia ha ceduto ai terroristi». Ci sono riferimenti all’attività di Emergencye alle operazioni in cui sono stati coinvolti i nostri soldati. Apparentemente (ma lo scrutinio delle carte è ancora in corso) nulla di particolarmente scabroso. La Casa Bianca sapeva della pubblicazione in arrivo da una settimana e vi ha reagito con il consigliere per la Sicurezza Jim Jones accusando Wikileaks di «irresponsabilità» perché «mette a rischio vite americane e alleate » mentre il portavoce Robert Gibbs ha definito la fuga di notizie «un reato federale». Gibbs ha però tenuto a precisare che le questioni politiche più spinose - il ruolo pachistano e le vittime civili - sono «da tempo nell’agenda del Presidente», facendo capire che i rimedi sono già in atto.