Nel mondo contemporaneo la richiesta di
multiculturalismo è forte. Il multiculturalismo
è invocato a gran voce nella pratica sociale,
culturale e politica, soprattutto nell’Europa
Occidentale e in America. Questo non sorprende
affatto, dato che gli accresciuti contatti e
interazioni a livello mondiale, e soprattutto le
diffuse migrazioni, hanno posto culture diverse
l’una accanto all’altra. L'ampia accettazione
del precetto di “amare il prossimo” aveva
probabilmente avuto origine dal fatto che i
vicini conducevano più o meno lo stesso tipo di
vita (“Continuiamo questa conversazione la
prossima domenica mattina, quando l’organista fa
una pausa”), ma per osservare quel precetto
oggi, è necessario riuscire a provare interesse
per un prossimo il cui modo di vivere è molto
diverso. Che non sia un compito facile è stato
mostrato ancora una volta dalla confusione che
circonda le recenti vignette danesi sul profeta
Maometto e dal furore che hanno creato. La
natura globale del mondo contemporaneo,
peraltro, non ci concede il lusso di ignorare
gli ardui problemi che il multiculturalismo
pone.
Una delle questioni principali riguarda il modo
in cui gli esseri umani sono considerati. Devono
essere classificati secondo le tradizioni (in
particolare la religione) della comunità in cui
sono nati, e questa identità non scelta deve
avere la priorità rispetto ad altre affiliazioni
riguardanti la politica, la professione, la
classe, il genere, la lingua, la letteratura,
l’impegno sociale e molte altre? O le persone
devono essere considerate sulla base delle loro
varie affiliazioni e associazioni, secondo
priorità che spetta a loro decidere (assumendosi
la responsabilità di una scelta ragionata)?
Dobbiamo inoltre valutare l'opportunità del
multiculturalismo basandoci sulla possibilità
che le persone con background culturali diversi
siano “lasciate sole”, o su quella che la loro
capacità di scegliere in maniera ragionata sia
sostenuta dall’istruzione e dalla partecipazione
alla società civile? Non si possono eludere
questi punti fondamentali se vogliamo valutare
il multiculturalismo in modo equo.
È utile, quando si discute della teoria e della
pratica del multiculturalismo, soffermarsi
particolarmente sull’esperienza inglese.
L’Inghilterra è stata all’avanguardia nel
promuovere un multiculturalismo inclusivo, che è
passato attraverso successi e difficoltà, e il
cui esempio è importante per gli altri paesi
europei e per gli Stati Uniti. Nel 1981 in
Inghilterra, a Londra e a Liverpool, vi sono
stati disordini per ragioni razziali, anche se
non paragonabili a quelli che si sono verificati
in Francia nell’autunno del 2005, e questo ha
portato a un ulteriore sforzo verso
l’integrazione. Negli ultimi venticinque anni,
la situazione è rimasta stabile e piuttosto
tranquilla. In Inghilterra il processo di
integrazione è stato favorito dal fatto che
tutti i residenti provenienti da paesi del
Commonwealth, che costituiscono la maggior parte
degli immigranti non bianchi, hanno da subito
pieno diritto di voto, anche quando non hanno la
cittadinanza inglese. L’integrazione è stata
anche favorita dal trattamento non
discriminatorio nei confronti degli immigrati in
materia di assistenza sanitaria, scuola e
previdenza sociale. Nonostante tutto questo,
però, negli ultimi tempi l'Inghilterra ha
constatato la emarginazione di un gruppo di
immigrati e la presenza di un terrorismo
allevato in casa propria. Giovani musulmani
provenienti da famiglie di immigrati – nati,
istruiti e cresciuti in Inghilterra – hanno
ucciso molte persone nel luglio del 2005 a
Londra in un attacco suicida.
Le discussioni sulla politica multiculturale
inglese, perciò, hanno una portata assai più
vasta e suscitano interesse e passioni assai
maggiori di quel che i limiti della questione in
sé farebbero pensare. Sei settimane dopo gli
attacchi terroristi di luglio a Londra, quando
Le Monde pubblicò un articolo intitolato “Il
modello multiculturale inglese in crisi”, al
dibattito si unì subito il leader di un’altra
istituzione liberale, James A. Goldston,
direttore dell’Open Society Justice Initiative
in America, che definì l’articolo del Monde
“esagerato” e replicò: “Non usiamo la minaccia
del terrorismo per giustificare l'archiviazione
di un quarto di secolo di successi raggiunti
dagli inglesi nel campo delle relazioni
razziali.” Qui c’è un’importante questione di
carattere generale che va presa in
considerazione e discussa.
Io sostengo che il vero problema non è se “il
multiculturalismo sia andato troppo in là” (Goldston
sintetizza così una delle posizioni dei
critici), ma quale forma specifica debba
assumere il multiculturalismo. Il
multiculturalismo è solo la tolleranza della
diversità delle culture? Non fa differenza se
chi sceglie le pratiche culturali è un bambino a
cui sono imposte nel nome della “cultura della
comunità” o è una persona che decide liberamente
e che ha adeguate possibilità di informarsi e di
ragionare sulle alternative? Quali opportunità
hanno, a scuola o nella società in generale, i
membri di comunità differenti di conoscere altre
religioni e di capire come ragionare sulle
scelte che gli esseri umani devono fare, foss'anche
implicitamente?
(Traduzione di Maria Sepa)
Amartya Sen
ha ricevuto il Premio Nobel per
l’economia nel 1998.