La parola razzismo ha una radice celtica: identificava gli allevamenti equini, poi generalizzata per indicare i gruppi animali. Ecco cos’è la razza, naturale e biologica. L’antropologa Annamaria Rivera, docente all’università di Bari, ripercorre alcune delle più grandi contraddizioni linguistiche del nostro tempo, in cui «l’uso scorretto delle parole veicola pregiudizi, stereotipi ed errori». E spiega perché l’Italia è un Paese a rischio razzismo.
PARTIAMO PROPRIO DAL CONCETTO DI “RAZZA”.
Il termine “razzismo” è stato abbandonato tanto dagli scienziati sociali quanto da biologi e genetisti. Da molti anni, infatti, è riconosciuto come privo di qualsiasi valenza scientifica. Portando in sé l’idea della naturalizzazione (*) degli altri, questa parola ha aperto la strada alla gerarchizzazione e inferiorizzazione di certe popolazioni. Oggi ritorna in auge per merito di un’opera di pedagogia di massa, esercitata dall’alto e dai media.
“ETNIA” PUÒ ESSERE UN’ALTERNATIVA?
Nemmeno “etnia” è un termine neutro, lascito anch’esso del colonialismo in cui la dominazione passava dalla divisione in gruppi distinti. Mi è capitato di leggere espressioni come “persona di etnia cinese”. È evidente che si fa confusione con il concetto di nazionalità. Esistono soltanto gruppi minoritari all’interno degli Stati ed è per questo che preferisco utilizzare il termine minoranza.
MA IN ITALIA GLI OCCHI SONO SOPRATTUTTO PUNTATI SUI “CLANDESTINI”.
Questo è un termine orrendo, spregiativo e discriminatorio. Non si utilizza in nessun Paese civile. Nemmeno la parola irregolare sarebbe indicata. Invece, così facendo l’idea di appartenenza viene definita in termini essenzialistici, come a dire che il sans papier è tale per scelta o, peggio ancora, per natura. In verità sono le norme che creano la “clandestinità”. Per questo si dovrebbe dissentire e non utilizzare questa parola che è sintomo di deumanizzazione.
CHE SIGNIFICATO HA, INVECE, LA “CITTADINANZA”?
La cittadinanza è il tema di fondo che scalza tutta la retorica sull’integrazione. Ciò che difetta al nostro Paese sono i processi e gli strumenti per l’inserimento sociale. In Italia neanche i figli e nipoti dei migranti ottengono l’accesso alla cittadinanza; qui opera ancora lo jus sanguinis. La cittadinanza è il presupposto per l’accesso, libero e alla pari, alle risorse di un Paese, da noi sempre più difficile da ottenere.
CON QUALE TERMINE DEFINIREBBE L’ITALIA DI OGGI?
Purtroppo si è già realizzata una saldatura tra il cosiddetto razzismo di Stato e l’intolleranza popolare. Nel nostro Paese si è seminato odio, rifiuto, sospetto. Per arginare questa tendenza occorre una profonda consapevolezza; occorre riconoscere che il razzismo è un fenomeno “a geometria plurima e variabile”, in grado di colpire vittime sempre diverse. Che oggi si chiamano migranti od omosessuali.
http://www.terranews.it/news/2009/09/lessico-clandestino
http://oknotizie.virgilio.it/go.php?us=10a558e9e0e48718
Vedi L'imbroglio etnico in quattordici parole chiave di Gallissot René, Kilani Mondher, Rivera Annamaria che si può leggere online qui http://urlin.it/15595 vedi anche "Scontri di civiltà’ e inciviltà dei CPT Intervista ad Annamaria Rivera