|
È-- Capolettera -->
un bene che la questione salariale sia oggi al centro del dibattito
pubblico. A causa dell'inflazione e di retribuzioni del tutto inadeguate
(in Europa solo il Portogallo si colloca sotto l'Italia quanto a livello
dei salari), la condizione del lavoro dipendente nel nostro Paese è
ormai insostenibile. Va detto tuttavia con chiarezza che non si tratta
di una novità. Negli ultimi 25 anni la quota di ricchezza attribuita ai
redditi da lavoro è diminuita di oltre 15 punti di Pil, mentre la quota
attribuita ai profitti è balzata dal 2 al 16%. Dopo gli accordi del
1992-93, che abolirono la scala mobile e vararono la concertazione,
circa il 3% del Pil (45 miliardi di euro in valori correnti) è passato
dal monte-salari ai redditi da capitale. Non stupisce che nel corso di
questo periodo il valore reale delle retribuzioni non sia cresciuto e
per molte categorie sia addirittura diminuito.
È dunque positivo che il tema dei bassi salari e dell'impoverimento
delle classi lavoratrici sia al centro del confronto tra governo e parti
sociali avviatosi dopo la pausa festiva. Meno positivo appare il modo in
cui si intende affrontarlo affidandosi a misure di natura fiscale, quasi
che controparte del lavoro non siano più l'impresa e le pubbliche
amministrazioni, ma il Tesoro.
Sono state avanzate proposte diverse, che vanno tenute ben distinte tra
loro.
Si è parlato di ridurre il carico fiscale sul lavoro dipendente e sulle
pensioni attraverso un aumento delle detrazioni a beneficio dei
percettori di redditi medio-bassi. Siamo favorevoli a tale ipotesi,
fermo restando che la copertura degli oneri che essa comporta non potrà
certo gravare sul lavoro e che di analoghe agevolazioni dovrà
beneficiare anche la vasta platea dei lavoratori «dipendenti mascherati»
(co.co.co., co.co.pro., associati in partecipazione e partite Iva),
sinora esclusa da tutte le misure di tutela del lavoro dipendente.
Ulteriori tagli alla spesa rischierebbero di tradursi in nuove riduzioni
dell'offerta pubblica di beni e servizi, in ulteriori tagli allo Stato
sociale, cioè in un'ulteriore diminuzione del salario reale. Per le
detrazioni andranno pertanto impiegati i notevoli risultati ottenuti sul
fronte della lotta all'evasione e le risorse che deriverebbero da una
revisione del profilo ingiustificatamente restrittivo della politica di
bilancio. Ma va altresì previsto un aumento del peso fiscale sui redditi
da capitale (profitti e rendite, a cominciare dalle plusvalenze, che in
Italia godono di un intollerabile regime di privilegio).
Si parla anche di detassare gli aumenti contrattuali a partire dalla
contrattazione di secondo livello. Questa proposta - non per caso
avanzata in passato da forze del centrodestra - è a nostro parere
sbagliata e pericolosa, e tale da comportare seri rischi anche sul
terreno dei diritti del lavoro. Essa lascerebbe intatta la condizione
lavorativa e retributiva di quanti lavorano in situazioni di apparente
autonomia e di quanti vivono di pensione. Inoltre si inscrive nel
contesto di una campagna volta a privilegiare la contrattazione di
secondo livello (dalla quale resta oggi escluso circa il 70% dei
lavoratori), in modo da collegare i salari alla produttività,
incentivando attraverso la detassazione proprio la parte variabile e
aleatoria del salario o, peggio, quella legata a non controllabili
indici di bilancio. Ne deriverebbe la marginalizzazione di quel
fondamentale strumento di redistribuzione e di solidarietà per il mondo
del lavoro che è il contratto collettivo nazionale. Si realizzerebbe
così il sogno del padronato: individualizzare il rapporto di lavoro e
scaricare sui lavoratori i rischi d'impresa. Tutto ciò contribuirebbe a
mutare anche la natura del sindacato, che - fatti propri gli obiettivi
della competizione di mercato - cesserebbe di concepire se stesso quale
autonoma rappresentanza del lavoro e quale controparte del capitale.
Potremmo aggiungere altre osservazioni critiche. Riteniamo tuttavia che
quelle sin qui svolte bastino suggerire la necessità di cercare altre
soluzioni. La questione salariale nel nostro Paese discende dalla scelta
del padronato italiano di ridurre al minimo costi, diritti e capacità
conflittuale del lavoro. Non è la conseguenza delle presunte rigidità
del modello contrattuale vigente né della scarsa produttività del nostro
apparato produttivo. Che è un problema reale e di prima grandezza. Ma
che consegue alla scelta di una parte cospicua delle imprese di
destinare i profitti alla speculazione finanziaria piuttosto che agli
investimenti in ricerca e innovazione.
Sul governo incombe la responsabilità primaria di tener fede alle
promesse (a cominciare dalla restituzione strutturale del fiscal drag e
dall'innalzamento delle aliquote fiscali sulla rendita); di varare
misure efficaci contro il carovita e la precarietà; di rinnovare in
tempi rapidi il contratto dei dipendenti pubblici e di operare affinché
vengano chiusi al più presto anche i contratti dei meccanici e del
commercio. Occorre invertire la tendenza (che ha ispirato anche il
Protocollo sul welfare) a premiare il salario di rischio e a favorire il
ricorso agli straordinari. È necessario soprattutto smettere di
incoraggiare le imprese nella ricerca di profitti facili, che prendono
poi sistematicamente la strada della speculazione finanziaria.
Al sindacato chiediamo di continuare a svolgere la propria funzione di
autonomo rappresentante degli interessi di chi lavora e di controparte
dei datori di lavoro, dai quali va preteso il rispetto dei diritti dei
lavoratori, a cominciare dal diritto costituzionale a una retribuzione
proporzionata alla quantità e qualità del lavoro prestato e sufficiente
ad assicurare al lavoratore e alla sua famiglia un'esistenza libera e
dignitosa.
Alla sinistra tutta, infine, compete l'onere di dimostrarsi all'altezza
dei propri compiti e obiettivi. È necessario ottenere dal governo il
rispetto degli impegni assunti e mettere in campo efficaci iniziative
contro la precarietà e per il salario, a cominciare da nuovi meccanismi
che garantiscano il recupero del potere d'acquisto eroso
dall'inflazione. Di questo dovrà trattare il confronto con il governo,
se non si vorranno nuovamente deludere le aspettative del mondo del
lavoro e le stesse necessità del Paese.
Mario Alcaro, Emiliano
Brancaccio, Alberto Burgio, Bruno Casati, Paolo Ciofi, Aurelio Crippa,
Piero Di Siena, Mario Dogliani, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Giorgio
Galli, Luciano Gallino, Francesco Garibaldo, Claudio Grassi, Dino Greco,
Paolo Leon, Giorgio Lunghini, Alfio Mastropaolo, Gianni Pagliarini,
Felice Roberto Pizzuti, Marilde Provera, Enrico Pugliese, Riccardo
Realfonzo, Marco Revelli, Tiziano Rinaldini, Massimo Roccella, Rossana
Rossanda, Ersilia Salvato, Massimo Serafini, Bruno Steri, Antonella
Stirati, Aldo Tortorella, Mario Tronti, Katia Zanotti, Stefano
Zuccherini
per adesioni: bassisalari@gmail.com
12/01/2008 |