| RASSEGNA STAMPA |
La vera lezione di Auschwitz
La Shoa oggi viene troppo legata alla difesa di Israele. Perdendo il suo
significato universale
Tony Judt - Il Sole 24 Ore Domenica 27.1.08
Testo tratto dal discorso tenuto dall'autore a Brema, in occasione del
ricevimento del premio Hannah Arendt.
Negli ultimi anni il rapporto tra Israele e l'Olocausto è mutato. All'inizio
l'identità di Israele fu costruita sul rifiuto del passato, trattando
l'Olocausto come una prova di debolezza, una debolezza che era compito di
Israele superare dando vita a un nuovo tipo di ebreo. Oggi, quando Israele è
esposto al biasimo internazionale per il modo di gestire i rapporti con i
palestinesi e per l'occupazione del territorio conquistato nel 1967, i suoi
difensori tendono a chiamare in causa la memoria dell'Olocausto. Attenti,
dicono, se criticate Israele con troppa veemenza, sveglierete i demoni
dell'antisemitismo. Anzi, il messaggio è che un atteggiamento fortemente critico
nei confronti di Israele non si limita a risvegliare l'antisemitismo: è di per
sé antisemitismo. E con l'antisemitismo si apre la strada che porta - o ritorna
- al 1938, alla "notte dei cristalli" e di là a Treblinka e ad Auschwitz. Se
volete sapere dove va a finire, dicono costoro, non avete che da visitare Yad
Vashem a Gerusalemme, l'Holocaust Museum a Washington o i monumenti
commemorativi e i musei sparsi in tutta Europa.
Comprendo i sentimenti che dettano queste affermazioni. Ma queste affermazioni
in sé sono molto pericolose. Quando a me e ad altri, con la scusa che non vanno
risvegliati gli spettri del pregiudizio, viene rimproverato il dissenso nei
confronti di Israele, rispondo che il problema va posto al contrario. E proprio
un tabù del genere che può stimolare l'antisemitismo. Da qualche anno visito
università e scuole superiori, negli Stati Uniti e altrove, per tenere
conferenze sulla storia europea del dopoguerra e la memoria della Shoah. Sono
gli argomenti che tratto anche nell'università dove insegno. E posso dire quali
conclusioni ne ho derivate. Oggi non c'è bisogno di ricordare agli studenti il
genocidio degli ebrei, le conseguenze storiche dell'antisemitismo e il problema
del male. Tutti conoscono queste cose, con un'ampiezza ignota ai loro genitori.
Ed è così che dev'essere. Ma mi ha colpito recentemente la frequenza con cui
affiorano nuove domande: «Perché ci fissiamo sull'Olocausto?», «Perché (in certi
Paesi) è illegale negare l'Olocausto ma non altri genocidi?», «Non si sta
esagerando la minaccia dell'antisemitismo?». E ancora, sempre più spesso: «Non è
che Israele sta usando l'Olocausto come scusa?».
Due sono i miei timori: che sottolineando l'eccezionalità storica dell'Olocausto
e al contempo invocandolo costantemente in riferimento alle vicende
contemporanee, abbiamo creato confusione nei giovani; e che gridando
all'antisemitismo ogni volta che qualcuno attacca Israele o difende i
palestinesi stiamo allevando una generazione di cinici. Perché la verità è che
oggi l'esistenza di Israele non è in pericolo. E oggi, qui in Occidente, gli
ebrei non si trovano ad affrontare minacce e pregiudizi neppure lontanamente
paragonabili a quelli del passato, né paragonabili ai pregiudizi attualmente
nutriti nei confronti di altre minoranze. Facciamo un piccolo esercizio. Vi
sentireste al sicuro, accettati e benvenuti, negli Stati Uniti, oggi, se foste
un musulmano o un immigrato clandestino? E se foste un "Paki" in certe zone
dell'Inghilterra? O un marocchino in Olanda? Un "beur" in Francia? Un nero in
Svizzera? Uno "straniero" in Danimarca? Un rumeno in Italia? Uno zingaro ovunque
in Europa? E non vi sentireste più al sicuro, più integrati, più accettati come
ebrei? Credo che siamo tutti in grado di rispondere.
In molti di quei Paesi - Olanda, Francia, Stati Uniti, per non parlare della
Germania - la minoranza ebrea locale è fortemente rappresentata nel mondo degli
affari, dei media e delle arti. In nessuno di quei Paesi gli ebrei sono
stigmatizzati, minacciati o emarginati.
Il pericolo di cui gli ebrei - e non solo loro - dovrebbero preoccuparsi, se
c'è, viene da un'altra direzione. Abbiamo agganciato la memoria dell'Olocausto
così saldamente alla difesa di un unico Paese - Israele - che rischiamo di
provincializzarne il significato morale.
È vero, il problema del male nel secolo scorso, per citare Hannah Arendt, ha
preso la forma del tentativo tedesco di sterminare gli ebrei. Ma non si tratta
solo dei tedeschi e non si tratta solo degli ebrei. Non si tratta neppure solo
dell'Europa, anche se è là che quel tentativo è avvenuto. Il problema del male -
del male totalitario, del male del genocidio - è un problema universale. Ma se
lo si manipola per trarne un vantaggio locale, ciò che accadrà (e io credo stia
già accadendo) è questo: coloro che vivono in contesti lontani da quel crimine -
o perché non sono europei o perché sono troppo giovani perché per loro il
ricordo di quell' evento abbia rilevanza - non capiranno che rapporto abbia con
loro la memoria che ne viene coltivata e smetteranno di ascoltare quando
cercheremo di spiegarglielo.
In altre parole l'Olocausto perderà la sua risonanza universale. Dobbiamo
sperare che ciò non avvenga e dobbiamo trovare il modo per mantenere intatta la
lezione centrale che davvero può venirci dalla Shoah: e cioé la facilità con cui
le persone - un popolo intero - possono essere diffamate, demonizzate e
annientate. Ma non approderemo a nulla, se non riconosciamo che questa lezione
potrà anche essere messa in dubbio e dimenticata. Se non mi credete, andate a
chiedere, fuori dai paesi sviluppati dell'Occidente, qual è la lezione di
Auschwitz. Avrete riposte ben poco rassicuranti.
Non c' è una soluzione facile a questo problema. Ciò che pare chiaro agli
europei dell'Europa occidentale è ancora oscuro per gli europei di'Est, come era
oscuro agli stessi europei dell'Ovest quarant'anni fa. Il monito morale di
Auschwitz, che campeggia a caratteri cubitali sullo schermo della memoria
europea, è quasi invivisibile per africani e asiatici. E ancora - e forse
soprattutto - ciò che sembra lampante alle persone della mia generazione avrà
sempre meno senso per i nostri figli e i nostri nipoti. Possiamo preservare un
passato europeo che la memoria sta sfumando in storia? Non siamo condannati a
perderlo, anche solo in parte?
Forse tutti i nostri musei, i nostri monumenti commemorativi, le nostre gite
scolastiche obbligatorie non sono il segno che oggi siamo pronti a ricordare, ma
indicano invece che riteniamo di esserci lavati la coscienza e di poter
cominciare a mollare e a dimenticare, delegando alle pietre il compito di
ricordare al posto nostro. Non so: l'ultima volta che sono stato al Monumento
agli ebrei d'Europa assassinati, a Berlino, annoiati ragazzini in gita
scolastica giocavano a rimpiattino tra le steli. Quello che so per certo è che
se la storia deve svolgere il compito che le compete, e conservare per sempre
traccia dei crimini passati e di tutto il resto, è meglio lasciarla stare.
Quando andiamo a saccheggiare il passato per profitto politico - scegliendone i
pezzi che fanno al caso nostro e reclutando la storia a insegnare
opportunistiche lezioni morali - ne caviamo cattiva morale e anche cattiva
storia. Nel frattempo, forse dovremmo, tutti quanti, fare attenzione quando
parliamo del problema del male. Perché di banalità ce n'è più di un tipo. C'è la
notoria banalità di cui parlava Hannah Arendt: l'inquietante, normale,
familiare, quotidiano male dentro gli esseri umani. Ma c'è anche un'altra
banalità, quella dell'abuso: l'effetto di appiattimento e desensibilizzazione
del vedere o dire o pensare la stessa cosa troppe volte, fino a stordire chi ci
ascolta e a renderlo immune al male che descriviamo. Questa è la banalità -la
banalizzazione - che rischiamo oggi.
Dopo il 1945 la generazione dei nostri genitori accantonò il problema del male
perché per loro - aveva troppo significato. La generazione che verrà dopo di noi
corre il pericolo di accantonare il problema perché ora contiene troppo poco
significato. Come si può impedire che ciò avvenga? In altre parole, come si può
fare in modo che il problema del male resti la questione fondamentale della vita
intellettuale, e non solo in Europa? Non ho una risposta ma sono sicuro che
questa è la domanda giusta. È la domanda che Hannah Arendt ha posto sessant'anni
fa. E sono certo che la porrebbe ancora oggi.
Di Tony Judt è in libreria «Dopoguerra». Mondadori. pagg.l.076. €32.00.