FEDE E POLITICA
Incontinenza religiosa
Barbara Spinelli
QUANDO il contrasto
tra esigenze e opinioni diverse viene vissuto
come sconfitta, quando smette di esser visto come un elemento che feconda le
democrazie e si comincia a giudicarlo mortifero, quando lo si vuol sradicare
per non averlo saputo governare, fa apparizione nella storia europea quello
che Karl Popper ha chiamato - dandogli un colore negativo - mito della
cornice. L'incontro con chi la pensa in modo differente dal mio o ha bisogni
diversi dai miei diventa impossibile e
minaccioso, se tra me e l'altro non pre-esiste una cornice comune di valori
che hanno il proprio fondamento non solo nelle leggi, nelle costituzioni,
nella politica, ma essenzialmente nella cultura e nella religione.
Ma
la cornice deve fondarsi su valori non prevaricatori da parte di una
maggioranza o una religione. Il rispetto dell'altro non è negoziabile e
tuttavia va sempre ridiscusso e riorganizzato, se si vuole che il nemico
della società aperta (il cannibale descritto da Popper) sia persuaso. Chi
mitizza la cornice vede in essa qualcosa di
eternamente statico, fondato esclusivamente sul vocabolario ultimo di Dio (o
meglio: sull'idea che ci si fa del vocabolario ultimo di Dio). Per costoro,
cultura e religione prevalgono su costituzioni e
leggi, come cemento destinato a tenere assieme gli individui, gli Stati, e
quell'insieme di nazioni che hanno deciso di fondare un'unità superiore come
accade nell'Unione europea. Va da sé che cultura e religione sono, in simili
casi, quelle di chi auspica la cornice intesa
come prevaricazione: in Occidente sono la cultura e la religione cristiane,
considerate uniche vere garanti delle unità nazionali e sovranazionali. Va
da sé che i garanti in questione si sentono chiamati a far politica al posto
dei politici classici, e non solo si sentono chiamati ma giustificati: senza
la loro continua interferenza, il politico d'oggi non saprebbe che dire,
come decidere. È così che le correnti dell'ortodossia radicale cristiana
(gli evangelicali da cui sono scaturiti i theo-con) hanno
preso il potere negli Stati Uniti, stringendo
un'alleanza con Bush e lanciandosi con lui in una guerra mondiale tra
culture.
Lo stesso accade
ultimamente in alcuni paesi dell'Unione europea, specie in Italia e Polonia.
In ambedue i casi siamo di fronte a una variante
dei fondamentalismi musulmani e anche ebraici. Una
variante meno violenta ma che alla lunga può avere effetti nefasti, sulle
religiosità individuali e sulla Chiesa stessa. Una variante che
s'esprime in forme d'incontinenza patologica, a giudicare dalla
sistematicità con cui la religione viene
mescolata alla cosa pubblica. I promotori della cornice prevaricatrice
sono in Italia parti importanti del clero, a
cominciare dalla Conferenza episcopale e dal suo presidente Ruini. In
Polonia è la maggioranza politica guidata dai fratelli Kaczynski
a esigere che l'Unione europea accetti
l'incontinenza cattolica polacca come comune e uniforme tavola delle leggi.
Al
patriottismo costituzionale, che l'Europa voleva darsi e che avrebbe fatto
fallimento a seguito dei referendum in Francia e Olanda, occorrerebbe ora
sostituire un patriottismo cristiano, di carattere culturale. Forse
vale la pena ricordare che il patriottismo costituzionale non è
un'invenzione delle sinistra e di Habermas. Fu
coniato dal filosofo Dolf Sternberger - antinazista, conservatore - in un
articolo sulla Frankfurter Allgemeine del 23-5-1979. In Italia va sempre
più crescendo, quest'interferenza di parte del clero nella politica e nelle
deliberazioni dei partiti, di governo e d'opposizione. È un immischiarsi
ormai quasi quotidiano: nelle leggi e nei referendum sulla
fecondazione assistita come sulla devoluzione, nelle procedure che regolano
l'interruzione della gravidanza come nelle riforme costituzionali, nelle
unioni di fatto come nell'uso giudiziario delle intercettazioni telefoniche
e perfino nella scelta di chi dirige
la Banca d'Italia. Il giurista Gustavo Zagrebelsky ha
descritto con preoccupazione quest'attacco ai fondamenti laici della
costituzione italiana, dovuta a due fattori concomitanti: l'indebolirsi
della separazione fra politica e religione che il Concilio Vaticano II aveva
sancito, e lo svuotarsi del preambolo sulla laicità della costituzione.
È per questa via,
secondo Zagrebelsky, che alcuni in Vaticano vorrebbero trasformare il
cattolicesimo in religione civile, come in America. Costoro si sentono
giustificati a intervenire nella politica perché
giudicano la politica priva di idee integratrici forti (la Repubblica, 25-11-2005).
La scarsa legittimazione del potere politico e il venir meno
di un partito cattolico è all'origine di
quest'intromissione di parti consistenti del clero nella politica italiana:
un'intromissione che avviene all'insegna della dismisura, che è ormai
interferenza diretta perché non più mediata dalla Dc, e che al tempo stesso
è profondamente selettiva. Il potere ha bisogno di sentirsi legittimato da
autorità religiose perché in fondo si ritiene delegittimato: questo è vero
non solo per Berlusconi ma anche per gli eredi del Pci (i Ds), per
Rifondazione di Bertinotti, e per quei cattolici che pur essendo minoritari
nei due schieramenti aspirano all'egemonia culturale. Ma
anche i rappresentanti della Cei credono di avere bisogno della politica,
per conquistarsi una legittimazione. L'esasperata ansia di rendere
la Chiesa politicamente visibile rivela una condizione di
sfinimento, di non-autosufficienza.
La Chiesa come la
vede Ruini non si sente abbastanza profetica, e per questo si erge a Chiesa
del potere quasi senza accorgersi che nello stesso momento in cui ha
l'impressione di ergersi, si degrada. È una Chiesa che non riesce
a evangelizzare, che cerca le stampelle nei
palazzi politici e che si trasforma in lobby, assetata di esenzioni fiscali
e privilegi come altre lobby. È una Chiesa che riduce la religione
all'etica, ma che nelle stesse battaglie morali si mostra oscuramente
selettiva.
La lobby ha i suoi
rappresentanti nella Conferenza episcopale e in uomini come Lorenzo Ornaghi,
già allievo-consigliere dell'ideologo leghista Gianfranco Miglio, oggi
consigliere di Benedetto XVI e rettore della Cattolica (un articolo
illuminante è apparso ieri su questo giornale, firmato da Giacomo Galeazzi),
e l'etica è da essa usata in funzione di quel che
si prefigge come lobby. Pronta a battersi su embrioni o aborto, il suo
silenzio è totale sulla morale del politico: sulla corruzione, la mafia, il
crimine che si mescola al potere,
la Conferenza episcopale è muta, abissalmente.
Le parole violente
di Giovanni Paolo II contro la mafia - il Convertitevi!
lanciato nella valle dei templi ad Agrigento dodici anni fa - è da
anni introvabile nel sito internet del Vaticano. Questa debolezza del
cristianesimo che si nasconde dietro l'affermazione di un potere
politico non unisce la Chiesa ma la lacera, oltre a minare la religiosità
delle coscienze. Le iniziative ecumeniche di
Assisi sono messe in forse dalla decisione di togliere l'autonomia alla
basilica. Esperienze non ortodosse faticano a
esistere. Ed è significativo l'allarme accorato,
forte, con cui uomini della Chiesa reagiscono alla sua trasformazione in
lobby. È il caso di Monsignor Casale, arcivescovo emerito di Foggia. In
un'intervista al Corriere del 25 novembre, Casale insorge contro la
benedizione impartita dal vescovo Fisichella a Casini: «Torna con insistenza
una concezione della cristianità che il Concilio ci
aveva fatto superare, l'idea della Chiesa difesa da uno Stato che ne
tutela i valori. Ma noi dovremo esser difesi solo
dalla parola di Dio».
La Conferenza episcopale
che promuove partiti, candidati: secondo Casale, molti tra
coloro che guidano la Chiesa «fanno un'opera di supplenza che sta
diventando eccessiva e pericolosa», e che provocherà possenti reazioni
anticlericali. Tanto più che l'interventismo è, appunto, selettivo:
la Chiesa
interviene su embrioni «ma non si occupa dei
bambini che muoiono di fame o non hanno né casa né scuola, della giustizia
sociale, della pace». Così come è concepita da
parte dei propri vertici, la
Chiesa «si ritira nelle trincee dell'Occidente» e si fa
fondamentalista, pur di fuggire i nuovi compiti connessi alla propria
debolezza. È una linea di condotta pericolosa: per la religione, la Chiesa, la politica. E lo è
anche per l'Europa, perché il mito della cornice prevaricatrice tende
a escludere chi la pensa e crede in modo diverso,
e rischia di sfociare in guerre tra culture. Guerre tra
culture e religioni che l'Europa ha conosciuto in passato, e cui nel secolo
scorso ha tentato di rispondere con una Comunità che per definizione è
incompatibile con una cultura religiosa omogenea.
L'Europa ha certo
radici cristiane ma il suo patriottismo
difficilmente potrà essere altro che costituzionale, essendo plurale. Ha
detto giustamente lo storico delle religioni Jeffrey Stout, nel suo bel
libro su Democrazia e Tradizione, che il problema non è di sapere se le
Chiese possono o non possono esprimere con forza
le loro opinioni su temi delicati come aborto, fecondazione artificiale,
divorzio. La libertà d'opinione e di religione consente a ciascuno di dire
la propria convinzione. Viviamo in società dove la politica è stata
secolarizzata dal XVII secolo, ma questa
secolarizzazione obiettiva non si identifica in alcun modo con le dottrine
secolariste che bandiscono la religione dalla conversazione cittadina. Il
problema non nasce a causa dei temi di società su cui parte
delle gerarchie ecclesiastiche intervengono
sistematicamente, e non concerne neppure il loro diritto a parlare. Il
problema sono gli interlocutori e gli alleati che
tali gerarchie si scelgono: e gli interlocutori non sono le coscienze dei
singoli, ma i poteri politici su cui si esercitano pressioni.
Il problema è
l'aspirazione a imporre una comune cornice basata
sulla religione a società obiettivamente plurali, nelle nazioni e anche
nell'Unione europea. È un'aspirazione che Stout considera
del tutto irrealistica, solo ideologica, a meno
di non optare per una coercizione che il cristianesimo ormai da secoli
respinge (Jeffrey Stout, Democracy and Tradition, Princeton 2004). Per una
parte della Chiesa - e pensiamo qui al clero polacco - l'Unione europea è
invisa proprio per questo: perché con la sua pluralità, con l'indispensabile
secolarizzazione della sua politica, l'Europa è
incompatibile con il mito di una cornice cristiana imposta a tutti. Il
potere di lobby, le Conferenze episcopali locali lo esercitano meglio dentro
gli Stati, restando per il resto, come in Polonia, uniche depositarie di
un'autorità universalista.
La difesa della
cultura religiosa rischia di non differenziarsi molto, in simili casi, dalla
difesa di un'etnia. Anche questa difficoltà di accettare l'Europa laica e
plurale, da parte di alcuni frammenti del
cattolicesimo, è un problema per la Chiesa tutta intera. Il pericolo che essa corre è
l'affievolirsi delle fedi, l'emergere di un anticlericalismo vero, lo spreco
di un patrimonio universalista impareggiabile, e lo stesso vocabolario
ultimo delle Sacre Scritture.
La Stampa 27 novembre
2005
http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=66&tp=C