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La figura del buffone che dice la verità senza esser creduto perché appunto considerato buffone è già nell’Aut-Aut di Kierkegaard. «Accadde, in un teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripetè l’avviso: la gente esultò ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l’esultanza generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo».
 
 
23/9/2007

Il vero antipolitico? E' il palazzo

BARBARA SPINELLI

Forse la cosa più intelligente su Beppe Grillo l’ha detta Raffaele Bonanni, segretario generale della Cisl, lunedì in un incontro televisivo con Romano Prodi. La sua idea è che «finché ci saranno molti politici che vogliono fare a tutti i costi i piacioni, divenendo un po’ comici, è chiaro che i comici tenderanno a far politica». Il che è poi simile a quello che disse un giorno nel 2001 il giornalista-investigatore Travaglio, quando la trasmissione Satyricon parlò di un’ultima intervista di Borsellino ­ girata per Rai News 24 e contenente precisi accenni ai legami tra Berlusconi, Dell’Utri e il mafioso Mangano, stalliere di Berlusconi ­ che i telegiornali Rai ignoravano da mesi: «La Rai invita giornalisti che non parlano - ­ così Travaglio - ­ dunque è naturale che le domande di politica le facciano i comici satirici». A quell’epoca fu il comico Luttazzi a rompere il silenzio, e subito fu allontanato dalla Rai. Adesso allontanare Grillo non si può, perché tante cose son cambiate intorno a noi. Né la politica né le televisioni né i giornali hanno il potere di estromettere il nuovo mondo della comunicazione e della denuncia che si chiama blogosfera e che include siti come quello di Grillo o di YouTube.

Qui è una delle novità che si accampano davanti ai poteri costituiti, non solo politici ma anche giornalistici: la blogosfera, i movimenti alla Grillo, i giovani diffidenti che firmano proposte di legge perché sono abituati a rispondere a sondaggi-votazioni su Internet sono nuovi poteri che fanno apparizione in una democrazia non più veramente rappresentativa, né veramente rappresentata.

Politici e giornalisti ne discutono animosamente ma non sembrano comprendere tali fenomeni, e di conseguenza ne sottovalutano la forza. Più precisamente, non vedono i tre ingredienti che hanno dato fiato e potenza al fenomeno Grillo. Primo ingrediente, la complicità che lega il giornalista classico al politico, e che ha chiuso ambedue in una sorta di recinto inaccessibile: il giornalista parla al politico e per il politico, il politico parla al giornalista di se stesso e per se stesso, e nessuno parla della società, che ha l’impressione di non aver più rappresentanti.

Secondo ingrediente: l’esclusione da tale recinto dell’informazione alternativa che sempre più possente cresce attorno a esso e non è più emarginabile. Oggi essa disvela e denuncia le complicità esistenti, non solo in Italia ma in molte democrazie. Terzo ingrediente: la domanda di politica e non di anti-politica che emana da blog e movimenti alternativi. Pochi sembrano capire che Grillo in realtà denuncia l’anti-politica, e non la politica. Pochi sembrano capire che egli invoca la politica. Forse non lo capisce nemmeno lui. Uno dei motivi per cui si discute senza guardare in faccia questi tre elementi è la cecità peculiare dei giornali dell’establishment (i giornali mainstream). Essi vengono processati allo stesso modo in cui sono processati politici e partiti. È sotto processo la loro complicità con i politici, ed è questo nesso che si tende a occultare: il nesso fra marasma della politica e marasma della stampa. Il fenomeno ha cominciato ad amplificarsi in America, tra l’11 settembre 2001 e la guerra in Iraq: fu la blogosfera a raccogliere i documenti che certificavano l’enorme imbroglio concernente le armi di distruzione di massa e i legami di Saddam con Al Qaeda. La menzogna del potere politico fu accettata da giornali indipendenti come il New York Times, che nel frattempo ha chiesto scusa ai lettori perché di copie ne perse molte. Fu quella l’ora in cui l’antipolitica dei blog divenne politica: quando la politica degenerò in antipolitica e fallì, cavalcando sondaggi e paure.

Non serve molto dunque cercar paragoni, evocare l’Uomo Qualunque. La figura del buffone che dice la verità senza esser creduto perché appunto considerato buffone è già nell’Aut-Aut di Kierkegaard. «Accadde, in un teatro, che le quinte presero fuoco. Il Buffone uscì per avvisare il pubblico. Credettero che fosse uno scherzo e applaudirono; egli ripetè l’avviso: la gente esultò ancora di più. Così mi figuro che il mondo perirà fra l’esultanza generale degli spiritosi, che crederanno si tratti di uno scherzo».

Quel che Grillo dice non è uno scherzo, perché con toni buffoneschi è proprio l’incendio dell’anti-politica che denuncia: l’incendio delle cose dette e non fatte, l’incendio del politico che pretende governare e in realtà s’azzuffa con l’alleato ed è in permanente campagna elettorale, l’incendio di una stampa che non indaga né spiega ma fa politica in prima persona, creando o disfacendo governi con sicumera senza precedenti. Né ha torto quando aggiunge: l’anti-politica non sono io, ma è al potere. È a quest’accusa che urge rispondere, non limitandosi a dire al comico: mettiti in politica anche tu, e vedrai come diverrai simile a noi. Difficile che Grillo imbocchi questa via. La sua è piuttosto contro-politica o, come spiega lo studioso Rosanvallon, democrazia negativa: è l’ambizione a rappresentare nuovi poteri di controllo, di vigilanza e denuncia che s’aggiungono alla democrazia rappresentativa e che riempiono il vuoto di partecipazione creatosi fra un’elezione e l’altra (Pierre Rosanvallon, La contro-Democrazia, Parigi 2006).

Questo significa che l’antipolitica nasce prima di Grillo, e non a causa di Mani Pulite ma perché Mani Pulite non è riuscita a eliminare immoralità e cinismi ma li ha anzi dilatati. Il male dell’anti-politica è cominciato con la Lega, per culminare nell’ascesa di Berlusconi e nel patto d’oblio che egli strinse con parte dell’ex-Dc, dell’ex-Psi, dell’ex-Pri (oltre che con la sinistra nella Bicamerale). È un male che ha contaminato parte della stampa e televisione: da anni quest’ultima dedica dibattiti sul pigiama della Franzoni, e mai ne dedica uno sulle carte scomparse dopo gli assassinii di Falcone e Borsellino. Il male è la carriera politica di un magnate televisivo alla cui origine sono denari di misteriosa provenienza, sono le leggi ad personam fatte approvare quando il magnate ha governato, ed è l’omertà su tutto ciò. La sua certezza di non esser colpito dal grillismo è lungi dall’esser fondata. Per questo impressiona l’indignazione che d’un tratto Grillo suscita in molti politici e giornalisti, come se nulla prima di lui fosse accaduto (un’eccezione è Eugenio Scalfari, che critica Grillo senza mai sottovalutare il pericolo Berlusconi). Si dice che alla diffidenza che dilaga si deve replicare con politiche bipartisan su quasi tutte le riforme, senza capire che gli entusiasti di Grillo non chiedono la fine dell’alternanza ma politiche che trasformino le alternanze in alternative.

Degli errori fatti a sinistra si parla molto, e non stupisce: perché tanti fedeli del sito Grillo vengono da quel campo, e perché la sinistra si è fatta dettare l’agenda da Berlusconi anche dopo la vittoria del 2006. Una porzione notevole del proprio tempo la passa mimetizzandosi con la destra su tasse, lavavetri, tolleranza zero, e anch’essa è in permanente campagna elettorale, imitando il leader dell’opposizione. Anche Veltroni sembra impegnato nella conquista della presidenza del Consiglio, più che d’un partito. Se ci son colpe a sinistra è di non aver denunciato quest’antipolitica nata ai vertici della politica ben prima di Grillo, non di averla troppo denunciata. Quel che la sinistra ha mancato di fare è rispondere a domande che riguardano legalità, moralità, giustizia. Altro che «blandire e coccolare il moralismo legalitario», come scrive Angelo Panebianco sul Corriere della Sera di ieri. Per la terza volta Berlusconi sta per tornare al governo (il potere ce l’ha ancora) e per la terza volta la sinistra sta perdendo l’occasione di varare una legge sul conflitto d’interessi.

Naturalmente tutte le ansie di redenzione hanno un lato oscuro, politico-religioso. E la contro-politica può diventare simile all’anti-politica che denuncia. Può generare populismo, e fantasticare un Popolo compatto, non più diviso in parti (dunque in partiti). Può mettere tutti sullo stesso piano: mafia, gravi corruzioni, e Burlando che evita la multa mostrando il tesserino di parlamentare. Ma questa è l’elettricità della denuncia, come si diceva all’inizio della Rivoluzione francese quando Marat costruì il suo sito di denuncia e sorveglianza: allora era un giornale, si chiamava L’amico del popolo.

È un’elettricità rischiosa, che può spingere il cittadino a farsi delatore. Ed è elettricità che comporta grida, insulti pesanti. Quel che mi piace di meno in Grillo è il suo urlare, che per forza genera tali insulti. L’urlo ­ perfino quello dipinto da Munch ­ è qualcosa che non dà forza al pensiero. Tucholsky fu trattato come un buffone dai benpensanti della repubblica di Weimar, quando fin dal 1931 scrisse che quel che più l’indisponeva in Hitler era il suo urlare. Fu trattato come un buffone anche lui, nonostante avesse visto bene l’incendio, e tanti spiritosi credettero si trattasse di uno scherzo. Grillo ha più risorse di lui. Urlare sempre non gli serve.

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Lo sciagurato protettorato sul Kosovo

NAZIONALISMO, VELENO D'EUROPA

Barbara Spinelli su La Stampa di oggi 3-03-2008

Nata per stemperare i nazionalismi violenti, l'Unione Europea ha compiuto in questi giorni un passo paradossale, dagli effetti forse sinistri: quasi senza rendersene conto, la maggior parte dei suoi Stati ha decretato che l'indipendenza del Kosovo era una cosa non solo ineluttabile ma buona e giusta, così come il Signore vide che erano una cosa buona la terra e il cielo appena creati. D'un colpo i principali governi europei hanno smentito la propria storia, decidendo di proteggere uno Stato che ha come palese ragion d'essere la segregazione etnica. Si sono trasformati in una forza che legittima Stati razziali, inserendoli in una Comunità che a parole li rifiuta.

Dicono i fautori del riconoscimento che la mossa era ineluttabile, visto il naufragio della diplomazia. Dicono anche che non sarà vera indipendenza, e che dunque non esisterà contagio: sarà un'indipendenza sotto sorveglianza, finta. Il nuovo Stato sarà un protettorato europeo come dal '99 è stato un protettorato Onu e Nato. Ma l'Europa svela la propria inconsistenza, mostrandosi così schiava della necessità. E svela la propria pochezza, scommettendo sulla forza civilizzatrice d'un protettorato che sbarazza i kosovari di responsabilità primarie: spetterà infatti all'Europa proteggere le minoranze, non ai kosovari. Questi ultimi non devono migliorare: alla civiltà penserà l'Europa, se ci penserà. Vero è che c'è inquietudine nell'Unione, che non c'è l'entusiasmo americano di fronte all'incancrenirsi di nazionalismi nel continente. Ma l'inquietudine è appena un'increspatura sulle acque del fatalismo. L'Europa non sa la storia che fa, e sembra aver scordato che la storia è tragica.

E' una storia tragica per l'Unione come per i Balcani, cui stiamo aprendo le porte senza pensieri seri sul futuro. Per quanto concerne l'Unione si conferma la malattia gravissima in cui da anni viviamo: incapace di unirsi, abolendo i diritti di veto posseduti da ciascuno Stato, l'Europa ridiventa preda dei dèmoni. Tutta la sua politica di allargamento, ormai, è all'insegna del nazionalismo ritrovato. Ogni nuovo staterello cui si promette l'adesione avrà il suo veto, neppure addolcito dalla coscienza - viva nei paesi fondatori - dei propri storici errori e orrori. La dipendenza dagli Stati Uniti si dilata, si fa patologica rivalità mimetica. Diverremo potenza anche noi se riscopriremo lo Stato nazione e ne creeremo perfino di nuovi: questo diciamo a noi stessi, vacuamente. Con una variante però: se l'Europa fosse una federazione all'americana, sopporterebbe queste variazioni di appartenenze interne. Nelle condizioni attuali, essendo una somma di mini-sovranità, rischia la degenerazione. Rischia di fare quel che non vorrebbe: di riaccendere le identità etniche, facendosene garante e dissimulandole.

Questo ritorno dei nazionalismi è tragico anche per i Balcani e gli organismi internazionali. Nel prospettare l'indipendenza sotto protettorato, i ministri degli Esteri francese e inglese, Kouchner e Miliband, dissero nel 2007 che lo status quo non poteva essere accettato, e che le aggressioni serbe non andavano dimenticate. In realtà è lo status quo che oggi si accetta, e la smemoratezza dilaga. Lo status quo delle spartizioni, delle persecuzioni delle minoranze, delle logiche belliche. La smemoratezza di quel che sembrò essere l'intervento occidentale nei Balcani: una lotta contro l'odio etnico, non per suscitare mini Stati razziali. Tutto questo nasce inoltre con le migliori intenzioni: per la liberazione dei popoli. Con 90 anni di ritardo, l'Europa vive il suo momento wilsoniano, come lo chiama lo storico indiano Erez Manela. L'autodeterminazione dei popoli, proposta dal presidente Wilson tra il 1918 e il 1919, viene riproposta da un'Europa immemore di quel che già allora si nascondeva dietro l'autodeterminazione: i protettorati, i conflitti, le ipocrisie, la violenza delle disillusioni.

Anche questa volta c'è ipocrisia: i dirigenti dell'Unione sanno che l'indipendenza non funzionerà senza stampelle esterne. Che la Serbia con l'appoggio russo affamerà il Kosovo, cominciando a fargli mancare l'energia (il 45 per cento dell'elettricità kosovara viene da Belgrado). Sa che la legalità internazionale non potrà essere invocata, visto che la risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza, approvata nel '99, prometteva a Belgrado il rispetto dei confini esistenti.

Tragica è infine l'impresa in cui l'Europa s'imbarca per lungo tempo. Senza essere ancora un'Unione, bloccata dai veti interni, l'Europa si permette la più costosa delle avventure: l'avventura dei protettorati coloniali, iniziata in Bosnia-Erzegovina e combinata con negoziati d'adesione sempre meno esigenti e sempre più tattici. Un'avventura potenzialmente sciagurata, visto che nessuno osa rompere con le pratiche del protettorato Nato-Onu. A ciò si aggiunga il dramma dei fuggitivi serbi: la più ampia popolazione di profughi in Europa. Sono 700.000 i serbi fuggiti da Bosnia e Croazia (in Croazia restano i serbi convertiti al cattolicesimo, scrive lo studioso Raju Thomas). A essi s'aggiungono 207.000 serbi e Rom del Kosovo.

Il protettorato Nato-Onu è stato in realtà un disastro. Lo spiega nei dettagli un rapporto redatto nel 2007 dall'Istituto di Politica Europea di Berlino, per l'esercito tedesco: in quasi nove anni, Onu e Nato hanno consentito che nascesse uno Stato criminale, che mescola radicalismo politico, servizi deviati, razzismo, mafia. Quasi tutti i suoi dirigenti, a cominciare da Hashim Thaci (premier dal novembre 2007) hanno militato nell'Armata di liberazione del Kosovo, e sono legati alla mafia internazionale e italiana: il Kosovo è specializzato nel commercio d'armi, nel riciclaggio di denaro sporco, nel traffico di droga, di clandestini, di prostituzione. È uno Stato che tollera linciaggi antiserbi come quello del marzo 2004. Che segrega i serbi in villaggi-ghetti. Che perseguita i Rom.

Ma l'Europa di queste cose non si è occupata a fondo. Si è occupata della bandiera e dello statuto della nazione: senza dare garanzie vere ai serbi, senza domandarsi cosa fosse per loro il Kosovo, considerandoli eternamente colpevoli delle colpe di Milosevic. La guerra contro quest'ultimo si giustifica ex post solo se oggi non si accettano i piccoli Milosevic kosovari. Li si accetta, invece. Qui è il paradosso: grazie all'ombrello aperto dall'Europa, il male può di nuovo insinuarsi nelle sue pieghe.

Nel rapporto degli studiosi tedeschi, la comunità internazionale appare complice di questi nazionalismi violenti: «grottesco è il suo rifiuto di vedere la realtà», e insano l'ottimistico «compiacimento da incompetenti» che anima i suoi massimi rappresentanti. Le forze Kfor della Nato, le forze Unmik dell'Onu, sono implicate in grandi nefandezze mafiose. L'amministrazione Usa ha sistematicamente «preferito i politici più violenti», fin dai tempi di Clinton, e «più volte ha aiutato i criminali a fuggire». Nella base Usa in Kosovo c'è un carcere stile Guantanamo, il Campo Bondsteel (dal nome d'un comandante Usa in Vietnam).

I nazionalismi sono un veleno per l'Europa: alla lunga possono renderla irriconoscibile. Ancora non esiste come Unione, ed eccola pronta a creare protettorati che col tempo secerneranno risentimenti e impunità. Sotto un protettorato o dentro l'Unione (lo si è visto in Austria, Italia, Polonia) tutto diventa possibile: i razzismi al potere, l'illegalità, e quel fenomeno sempre più diffuso cui la Banca Mondiale diede il nome di State Capture, nel 2000. La «cattura dello Stato» avviene a opera di persone o gruppi che privatizzano il potere, aggirando leggi e istituzioni. Visto che esiste l'Europa come garanzia esterna, le nazioni e i loro dirigenti possono permettersi ogni cosa: i risentimenti e la caccia al diverso, l'abitudine all'irresponsabilità e la «cattura dello Stato».

Barbara Spinelli su La Stampa di oggi 3-03-2008

Quando il
sindaco Moratti si dichiara «profondamente amareggiata dalle parole del
cardinale» (Corriere, 4-4) accampa un ben stravagante diritto: il diritto ad
avere un’aspettativa politica verso il proprio vescovo. Tale è l’identità
cristiana invocata dalla destra. Non la cura dei poveri, degli ultimi, del
diversi. Ma un orgoglio da tener acceso facendo leva sul più orrido dei
marchingegni politici: la paura.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/grubrica.asp?ID_blog=40&ID_articolo=104&ID_sezione=55&sezione=


La Stampa 6/4/2008

Quanto è cristiana la destra

Chi ha visto su Internet il film Fitna, che in arabo significa stato di
divisione, guerra civile, sarà stato colpito dalla violenza con cui si parla
non tanto dei terroristi che pretendono rappresentare Dio ma del Corano e
delle sue sure. Ogni attentato corrisponde a una sura, ogni assassinio
attinge ai suoi versetti: come se per parlare dei territori palestinesi
occupati si mostrassero le pagine bibliche che incitano allo sterminio dei
Cananei e dei tanti popoli insediati nella terra promessa. Autore del film è
un parlamentare olandese, Geert Wilders, appartenente all’estrema destra. Un
partito minoritario, se non fosse che la sua ideologia in Europa è diffusa,
per nulla marginale. È ideologia dominante nel Popolo della libertà che
aspira a governare l’Italia: nella Lega, ma anche in Alleanza nazionale e
Forza Italia. È solida corrente di pensiero in Francia.

E’un’ideologia che ha il potere di tacitare i dissenzienti, intimorire
giornali. La sua tesi centrale: questi sono tempi terribili, contrassegnati
dal dilagare dei diritti, del permissivismo, della perdita d’autorità e d’identità.
Giulio Tremonti nel suo ultimo libro li riassume con due parole, simili a
quelle di Oriana Fallaci dopo l’11 settembre: «Al fondo (della difesa dell’identità)
c’è qualcosa di molto più intenso che una parodia bigotta della tradizione:
è un misto di paura e orgoglio» (La Paura e la Speranza, Mondadori 2008).

Paura del diverso, che ci assedia. Orgoglio di chi si esalta, temprandosi,
nelle proprie radici e nello scontro di civiltà. Il film di Wilders infiamma
questo scontro come si fa con la brace: soffiandoci sopra. Più scontro c’è,
più ritroveremo noi stessi. Avere un nemico fa bene all’anima, fuori casa e
dentro.

Il libro di Tremonti è la traduzione delle immagini di Fitna. Il modo di
scrivere è analogo: formule brevi, a scatti, a slogan. Non mancano
riflessioni importanti sulla globalizzazione ma il nocciolo è lo scontro di
civiltà e la solitudine dell’individuo in Stati e società indeboliti. Quel
che lo salva è l’identificazione con comunità chiuse, piccole, etnicamente e
religiosamente omogenee. Lì sono le radici: immutabili, impermeabili a
qualsiasi incrocio-meticciato col diverso. Il valore da opporre al
mercatismo globale è l’esclusione: il contrario del messaggio di Gesù, oltre
che della storia laica d’Europa.

Quel che dà sicurezza, in chi cerca l’identità con orgoglio e paura, il
lettore lo scopre a partire da pagina 77: visto che è nella differenza che
si formano comunità unite, visto che l’identità «non è solo ciò che siamo,
ma anche differenza da ciò che non siamo», «tutto è chiuso nella coppia
dialettica “noi-altri”». «Non vale qui la logica “sia l’uno che l’altro”»:
prima veniamo noi con le nostre radici cristiane poi gli altri, con cui non
dev’esserci confusione. Un tempo l’avanguardia era la classe, dopo venne la
razza, ora ecco l’identità cristiana. Tremonti dice esplicitamente (è un suo
merito) che il Noi non serve solo a riempire il «vuoto nell’anima e nel
cuore». Serve alla politica per consolidare una «rivendicazione di potere»
altrimenti esangue, che non deve temere conflitti con l’Altro.

Anche in questo caso, come nel film olandese, non sono pensieri minoritari.
Tremonti s’immagina rivoluzionario controcorrente ma le sue sono idee
conformisticamente consensuali, che intimidiscono. Hanno impregnato per anni
l’America, e solo Obama le contesta veramente. Intimidiscono a tal punto che
ogni pensare diverso viene malinteso, demonizzato. Negli stessi giorni in
cui appariva Fitna (27 marzo), negli stessi giorni in cui in Italia si
discuteva il libro di Tremonti, in Inghilterra era dramma attorno a un
discorso, essenziale, dell’arcivescovo di Canterbury Rowan Williams. Il capo
della Chiesa anglicana è stato accusato ­ per aver detto che parti della
Shariah potrebbero conciliarsi col codice civile ­ di capitolazione verso il
nemico, di appeasement. Quel testo conviene leggerlo: non dice affatto le
cose che i giornali gli attribuiscono.

È un testo profondo, in cui si difende la laicità (Rowan parla di rule of
law, valevole per ciascuno) ma si cercano nuovi orizzonti: a questa laicità,
bisogna integrare i fedeli di altre tradizioni, come l’Islam. La shariah non
è un sistema di leggi, ma un metodo aspirante al bene che alcuni codificano
in modo «primitivista», opprimendo innanzitutto la donna. Non mancano però
convergenze, da valorizzare. I diritti nelle società liberali vanno
custoditi ma non «attivati per forza»: opporre a essi l’obiezione di
coscienza deve essere giuridicamente consentito, anche se tutti, cittadini
musulmani compresi, devono potersene avvalere. Esenzioni analoghe già sono
concesse per legge agli ebrei ortodossi, o ai cristiani sull’aborto. In
fondo, Rowan condivide la distinzione che Gustavo Zagrebelsky fa tra valori
e principi. I valori sono un bene finale, imposto dall’alto, senza badare ai
mezzi. I principi sono un bene iniziale con cui ci si incammina verso la
meta confrontandosi con la realtà. La laicità è un approdo arduo, cui si
giunge tramite l’adattamento e la ricerca di punti comuni con l’altro. Per
non sciuparla e perderla devi tener conto che ogni persona ha oggi più
identità: di fedele e cittadino, di musulmano e italiano, di italiano e
europeo. Queste dualità esistono anche nell’Islam, secondo Rowan.

Rowan è stato trattato come un erede di chi cedette a Hitler. Ma chi lo
attacca ha una singolare concezione della religione, dell’identità, della
laicità; sinistramente somigliante a quella degli integralisti musulmani,
che piegano la religione alla politica e a comunitarismi tribali. Non a caso
la Chiesa è vista, da Tremonti, come strumento di dominio. Serve a riempir
vuoti, non tanto spirituali ma di potere. Serve a escludere (con la formula
del Noi e gli Altri) e a creare capri espiatori.

Non tutta la Chiesa si presta a simile strumentalizzazione, lo si è visto
nei giorni scorsi a Milano. Di fronte a uno sgombero eccezionalmente brutale
di due campi nomadi (via Bovisasca, via Porretta), il cardinale Tettamanzi s’è
indignato: ha detto che «la legalità è sacrosanta», ma «qui si sta scendendo
abbondantemente sotto i limiti stabiliti dai fondamentali diritti umani». Il
rispetto della persona avrebbe imposto «qualche tanica d’acqua, del latte
per i più piccoli, un presidio medico, qualche soluzione alternativa»: «C’è
da augurarsi che la conquista dell’Expo non diventi il paravento per
nascondere o spostare più in là i drammi di questa città».

Questo tipo di Chiesa indispettisce la destra. Ha un «buonismo peloso»,
protesta Romano La Russa, dirigente An a Milano. Tremonti stesso dice, nel
libro: alla «vecchia tradizione puramente caritatevole» bisogna sostituire
la «responsabilità verso se stessi, verso la propria famiglia, verso la
propria comunità».

La carità ai suoi occhi è come il ‘68, contro cui si erge la destra italiana
ed europea. In realtà anche il ‘68 è paravento. Quel che si contesta è il
patrimonio conciliare e giovanneo della Chiesa, ed è la tradizione liberale
del Saggio sulla Libertà di John Stuart Mill (1859). È Mill e non il ‘68 che
teorizza il diritto di parola dato a ciascuno ­ perfino a chi sostiene la
poligamia ­ se non si vuol precipitare nella «tirannia del sentimento
predominante» e nel «profondo sonno dogmatico indotto da un’opinione
definitiva».

Condizione di questo liberalismo è tuttavia non usare la Chiesa. Quando il
sindaco Moratti si dichiara «profondamente amareggiata dalle parole del
cardinale» (Corriere, 4-4) accampa un ben stravagante diritto: il diritto ad
avere un’aspettativa politica verso il proprio vescovo. Tale è l’identità
cristiana invocata dalla destra. Non la cura dei poveri, degli ultimi, del
diversi. Ma un orgoglio da tener acceso facendo leva sul più orrido dei
marchingegni politici: la paura.