Vittorio MESSORI
Borboni
tratto da: Vittorio MESSORI, Le cose della
vita, Paoline, Milano 1995, p. 304s.
Qualche tempo fa, uno studioso meridionale, Michele Topa, ha pubblicato sul
quotidiano di Napoli, "Il Mattino", una serie di articoli frutto di non
conformistiche ricerche. Quei saggi sono stati raccolti in un grosso volume
dal titolo "Così finirono i Borbone di Napoli", pubblicato dall'editore
Fiorentino. Lo storico articola la sua ricerca soprattutto attorno agli
ultimi due re, quelli sui quali si è scatenata la campagna di diffamazione
gestita dai Savoia, usurpatori del loro regno. Al centro del libro, dunque,
Ferdinando II, re delle Due Sicilie dal 1830 al 1859 (il "re bomba", secondo
la leggenda ingiuriosa creata anche dalla massoneria inglese) e il figlio
Francesco II, spodestato da garibaldini e sabaudi nel 1860, dopo un solo
anno di regno e aggredito e diffamato anche per avere rifiutato - lui,
cattolicissimo - l'offerta del Piemonte di spartirsi lo Stato Pontificio.
Non certo per pigrizia, ma perché non sapremmo dir meglio, riportiamo qui
parte della recensione al volume di Michele Topa apparsa su un numero di
questo giugno della "Civiltà Cattolica" (oggi, tutt'altro che
"reazionaria"), a firma di padre S. Discepolo.
Ecco, dunque: «Molti manuali di storia presentano Ferdinando II come un
mostro, un boia incoronato, un tiranno senza freni, alla testa di un governo
che era la negazione di Dio. Queste falsità furono orchestrate e diffuse da
inglesi e piemontesi con fini machiavellici; ma poi furono sconfessate dagli
stessi autori. Gladstone ritrattò, affermando che le sue lettere erano false
e calunniose, che era stato raggirato e che "aveva scritto senza vedere".
Settembrini, autore di un infame libretto, confessò che fu "arma di guerra".
Ferdinando II, in realtà, secondo lo storico, fu un re onesto, intelligente,
capace, galantuomo, profondamente amante del suo popolo. Il regno fu
caratterizzato da benessere, fioritura culturale, artistica, commerciale,
agricola e industriale. Poche le tasse, la terza flotta mercantile d'Europa,
una delle più forti monete, il debito pubblico inesistente, l'emigrazione
sconosciuta. Il miracolo economico del Sud Italia fu elogiato nel Parlamento
inglese da lord Peel. L'industria era all'avanguardia, con il complesso
siderurgico di Pietrarsa, che riforniva buona parte d'Europa, e il cui
fatturato era dieci volte rispetto all'Ansaldo di Sampierdarena. Oltre al
primo bacino di carenaggio d'Europa, Napoli ebbe la prima ferrovia d'Italia.
120 chilometri raggiunsero presto i 200 ed erano già pronti i progetti per
estendere la ferrovia in tutto il regno. I prodotti come la pasta e i guanti
erano esportati in tutto il mondo. Prima del crollo, il Regno delle Due
Sicilie aveva il doppio della moneta di tutti gli Stati della Penisola messi
insieme. Sono significative alcune cifre del primo censimento del Regno
d'Italia: nel Nord, per 13 milioni di cittadini, c'erano 7.087 medici; nel
Sud, per 9 milioni di abitanti, i medici erano 9.390. Nelle province rette
da Napoli gli occupati nell'industria erano 1.189.582. In Piemonte e Liguria
345.563. In Lombardia 465.003».
Continua la sua sintesi del libro di Michele Topa il recensore della
"Civiltà Cattolica": «Certo, c'era il rovescio della medaglia: un governo
paternalistico, una polizia - nella bassa forza - corrotta, una forte
censura. Erano però le caratteristiche dei governi del tempo ed erano
avvertire solo dai ceti intellettuali. Ferdinando Il, se è attaccabile sul
piano strettamente politico, non lo è su quello morale. Le repressioni del
1848, così enfatizzate, sono da considerarsi moderate in confronto con
quelle di altri Stati o con il modo con il quale l'Inghilterra represse i
moti coloniali. Ferdinando II graziò moltissime persone per i reati politici
e di 42 condanne a morte non ne fu eseguita nessuna».
Se così stavano le cose (e dati, cifre, documenti,
starebbero a confermarlo) come mai il crollo del Regno del Sud davanti
all'aggressione garibaldina? Continuiamo, allora, a trascrivere:
«Causa prima della fine fu la prematura morte di Ferdinando Il. Suo figlio
Francesco II, mite, dolce, cavalleresco, mal consigliato e tradito dai suoi
collaboratori comprati dall'oro piemontese, si trovò a combattere non solo
contro Garibaldi, ma contro Vittorio Emanuele II (suo cugino), Cavour, la
Francia, l'Inghilterra. Lo sbarco dei Mille avvenne sotto la protezione
della flotta inglese e, nella decisiva battaglia di Milazzo, Garibaldi aveva
sull'esercito napoletano la supremazia di 5 a 1. Il tradimento, la
corruzione e l'inettitudine dei generali portarono Garibaldi a Napoli. Ma
nella battaglia sul Volturno i napoletani ebbero la meglio, a Caiazzo i
garibaldini furono sconfitti, a Capua travolti. Il mito dell'infallibilità
di Garibaldi fu infranto, a stento riuscì a salvare la vita...».
Ci permettiamo, poi, di rimandare pure a quanto scrivevamo al proposito, in
una raccolta precedente, sui tre milioni di franchi oro versati in segreto
ai capi dei Mille per comprare la resa dei borbonici (cfr. Pensare la
storia, p. 258s). Ma che avvenne dopo? Ecco: «A Napoli, bastarono 62 giorni
di dittatura garibaldina per distruggere le floride finanze e l'economia del
Paese, che crollò industrialmente. Il disavanzo napoletano alla fine del
1860 era già salito a 10 milioni di ducati, nel 1861 a 20 milioni. Ben
presto gli abitanti del Regno toccarono con mano quanto più duro fosse il
nuovo regime. Molti divennero "briganti". Per domarli, dovette intervenire
un esercito di 120.000 uomini...».
Adesso, siamo avvertiti: prima di ingiuriare qualcosa a qualcuno definendoli
"borbonici", conviene informarsi meglio.
http://www.storialibera.it/epoca_contemporanea/risorgimento/regno_delle_due_sicilie_e_borbone/articolo.php?id=454&titolo=Borboni