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L'Unità 2.9.2007                                                                          

La vera emergenza

Claudio Fava


 
Ci voleva il presidente dell’Associazione degli Industriali siciliani per farci capire che, nel Paese reale, l’emergenza mafiosa non sono i lavavetri ma i mafiosi: con un gesto senza precedenti Ivan Lo Bello ha comunicato che caccerà dalla sua associazione gli imprenditori che pagano il pizzo a Cosa Nostra. Sono bastate due righe d’agenzia per ribaltare il suggerimento di consociativismo mafioso che l’ex ministro dei Trasporti Lunardi propose qualche anno fa ai siciliani spiegando che alla mafia non c’è rimedio, e che dunque conviene abituarsi a conviverci. Un rimedio dunque c’è: basta non pagare. Ci perdonerà l’assessore Cioni di Firenze, ma ci sembra lontanissima, parole da un altro pianeta, anche la sua fiera intervista di qualche giorno fa.

Quella con cui annunciava la crociata contro gli stracci e i secchi dei maghrebini agli incroci della città. Se parliamo di sicurezza (e di rischi: quelli veri), il Paese reale oggi non sono i semafori di Firenze ma la periferia di Catania. Al signor Vecchio, presidente dei costruttori edili, hanno fatto quattro attentati in otto giorni: bombe, incendi, saracinesche divelte... L’ultimo, due giorni fa, dopo che era già stata disposta dal prefetto la protezione ventiquattrore su ventiquattro nei suoi confronti: una tanica piena di benzina lasciata davanti al deposito di un suo cantiere. Come dire: lo Stato può pure tentare di proteggervi con scorte e vigilanza, ma se noi mafiosi vogliamo farvi saltare in aria l’azienda, non ci ferma nessuno. Dal canto suo, il signor Vecchio ha fatto sapere, per la quarta volta (con una lettera aperta che l’Unità ha pubblicato ieri in prima pagina), che alle cosche lui non pagherà un centesimo.

In altri tempi, tempi non troppo remoti, a un imprenditore così tenace nel rivendicare la propria dignità di cittadino e di uomo, avrebbe fatto subito eco il saggio ammonimento degli altri imprenditori: non fare l’eroe, paga, campa tranquillo, pensa ai figli,che tanto per recuperare i piccioli ti basta evadere un poco di tasse... Andò più o meno così sedici anni fa con l’imprenditore Libero Grassi a Palermo. Grassi non pagò, andò il televisione e davanti a qualche milione di italiani spiegò che se si fosse piegato a quel miserabile ricatto mafioso non avrebbe più avuto la forza di guardare in faccia i figli. Due giorni dopo il presidente della sua associazione di categoria gli fece sapere, a mezzo stampa, che era un fesso, che a Palermo pagavano tutti e che quel baccano non serviva nemmeno al buon nome della Sicilia. Per Grassi fu una condanna a morte: isolato, umiliato, a completare il lavoro ci pensarono un paio di ragazzotti assoldati dalla cosca che pretendeva il pizzo. Lo ammazzarono sotto casa scaricandogli una pistola in testa, così gli altri avrebbero imparato da che parte stare.

Non tutti hanno imparato, non tutti si sono rassegnati. Il presidente degli industriali siciliani, che non fa solo accademia ma rischia anche le proprie aziende e la propria pelle, è uno che non s’è rassegnato. E che ha deciso di portare solidarietà al signor Vecchio senza chiacchiere ma nell'unico modo possibile: mandando a dire ai mafiosi che in Sicilia, tra quelli che non pagheranno più il pizzo, non ci sarà solo il costruttore catanese.

Certo adesso arriveranno i primi pelosissimi distinguo. Qualche commerciante si agiterà dicendo che lui il pizzo non sa cosa sia. Qualche collega di Lo Bello argomenterà che sì, certo, adesso denunciamo, però lo Stato, signori miei, dov’è lo Stato? che fanno a Roma? e cosa c’entriamo noi poveri cristi siciliani? Qualche gioielliere palermitano continuerà a pensare quello che ha sempre pensato: lui non paga il pizzo, al massimo fa un regalo, ecco, un regalino ogni tanto a certi amici, che così non gli fanno più rapine, risparmia sulla vigilanza e tiene la saracinesca alzata fino alle dieci di sera. E a Firenze qualcuno continuerà a lustrarsi con lo sguardo con gli strofinacci sequestrati durante la giornata ai lavavetri. Come se fossero kalashnikov e non scopette.
 

Pubblicato il: 02.09.07

 

L'Unità 11.9.2007
 

Lavavetri: la Procura di Firenze dice no all'arresto

Osvaldo Sabato


 
Se fare il lavavetri è un mestiere girovago, così lo definisce l'ordinanza di Palazzo Vecchio, per chi la viola non scatta la tagliola delle norme penali ma dell'illecito amministrativo. In sintesi è questa la convinzione che ha spinto il procuratore capo di Firenze, Ubaldo Nannucci, a chiedere al Gip del tribunale del capoluogo toscano l'archiviazione delle denunce a carico dei lavavetri, bloccati e identificati dopo la famosa ordinanza, firmata il 25 agosto scorso dall'assessore alla sicurezza Graziano Cioni, che prevedeva una denuncia, un'ammenda o fino a tre mesi di arresto per chi veniva sorpreso con spugna e secchio ai semafori della città.

Il procuratore ha spiegato che la sua richiesta deriva dal fatto che «il mestiere girovago di lavavetri è previsto dalla legge come illecito amministrativo e per il principio di specialità non può essere oggetto di illecito penale». Quanto all'ipotesi di un racket, è sempre Nannucci a dire che non ci sono inchieste in corso. La richiesta del procuratore era nell'aria. Da giorni aveva manifestato forti perplessità sul provvedimento «è opinabile» aveva commentato dalle ferie. Rientrato al lavoro, naturalmente, non ha cambiato idea. Anzi. La settimana scorsa aveva aggiunto «non sono così convinto che sia ineccepibile».

Ieri la richiesta di archiviazione delle denunce, che di fatto svuota completamente il contenuto dell'ordinanza n° 774 e costringe il sindaco di Firenze, Leonardo Domenici, ad annunciare: «Stiamo mettendo a punto una nuova ordinanza». Sicuramente nella prossima sparirà la definizione del lavavetri come mestiere girovago.

Il primo cittadino di Firenze però non ha nessuna intenzione di fare marcia indietro su un atto che, come confermato da un sondaggio fatto da Publicares (Gruppo Swg) ottiene il consenso del 79% degli italiani, anche il centro sinistra e la sinistra approvano il divieto dell'attività rispettivamente nel 78 e nel 63% dei casi. Ma è chiaro, che per i lavavetri il quadro dovrebbe cambiare radicalmente con il venir meno di una loro presunta responsabilità penale, se colti a "lavorare" agli incroci dei semafori. Domenici esprime «doverosa attenzione e rispetto» per l'atto del procuratore capo di Firenze relativo «all'ordinanza dello scorso 25 agosto di cui molto si è discusso». Sulla sicurezza però i punti neri riguardano ancora una volta le competenze dei sindaci. È in questo filone che si innesta anche la richiesta di Sergio Cofferati e Leonardo Domenici su maggiori competenze dei Comuni.

Altrimenti si crea lo stesso paradosso che si sta verificando sempre a Firenze, con i vigili urbani che si arrendono ai posteggiatori abusivi, perché non hanno strumenti a disposizione per bloccare la loro presenza sulle strade. Anche questa è un'altra emergenza, denunciata dall'assessore Graziano Cioni. «Volevamo arrestarli ma il pm di turno ci ha consigliato di non farlo per motivi giuridici» racconta il comandante Alessandro Bartolini. «Ci devono dire cosa dobbiamo fare, devono sciogliere questo nodo, per avere una certezza di azione» insiste l'assessore Cioni, in attesa del pacchetto del governo sulla sicurezza. Intanto a Palazzo Vecchio basterebbe che per ora fosse la prefettura a dire qualcosa di più chiaro.

 

Pubblicato il: 11.09.07