Studio Isfol, lavoro sicuro solo grazie a
parenti e amici
La migliore agenzia di collocamento è ancora e sempre la famiglia
Nella repubblica dei raccomandati
Lo è un italiano su due
di
FILIPPO CECCARELLI
ROMA - E' incredibile come l'Italia sia
condannata incessantemente a cambiare per rimanere sempre più uguale a se
stessa. Il mercato del lavoro, per dire: dopo la riforma del collocamento,
dopo il culto della flessibilità, dopo la nascita delle agenzie interinali,
dopo le controversie sulla legge Biagi, ecco che da una ricerca dell'Isfol
viene fuori che il 40 per cento della gente ha trovato un posto grazie a
parenti, conoscenti o potenti.
E così la Repubblica delle raccomandazioni racimola anche dai numeri
aggiornati l'ennesima conferma, che poi è la solita maledetta
santificazione, nel senso che i concorsi pubblici producono occupazione per
la misera quota del 15 per cento, mentre i nuovi canali, i centri per
l'impiego governati da soggetti privati, si fermano al 5 per cento. Il
resto, beh, non tutto, ma insomma, la restante quota di lavori trovati in
buona parte si deve a lei, come ti sbagli: la vecchia, cara e gratissima
"raccomanda".
E infatti. "Mi raccomando, non fate troppe raccomandazioni" faceva lo
spiritoso Andreotti con i giovani deputati. Su quante dovessero farne,
esattamente, per raggiungere la modica quantità clientelare, famigliare o
para-famigliare il più autorevole e longevo rappresentante del quarantennio
democristiano non si diffondeva oltre. Nei primissimi anni ottanta un
sondaggio diffuso durante una trasmissione di Mike Bongiorno lo proclamò a
furor di popolo il capo da cui gli italiani si sarebbero volentieri fatti
raccomandare.
Presente in studio, il Divo Giulio assaporò il primato con qualche arguta
battutina delle sue, comunque dispensandosi dal raccontare che nella
industriosa segreteria aveva impiantato un sistema di doppi, tripli e
quadrupli registri gerarchici di segnalazione, all'apice dei quali si poneva
l'indicazione, vergata di suo pugno, a pennarello: "Mi sta molto a cuore".
A Remo Gaspari, d'altra parte, un altro campione del genere con un'altra
mitica segreteria (gestita dall'indimenticabile Tilli, l'uomo che dava la
mano a braccia conserte), ecco, sì, si deve a Gaspari la metafisica scoperta
che le raccomandazioni, quando diventavano troppe, scappavano di mano al
potente e finivano per annullarsi l'una con l'altra, come se nel loro intimo
indicibile contenessero gli anticorpi contro se stesse.
"Troppi raccomandati - teorizzava don Rè allargando le braccia - uguale
nessun raccomandato".
Ma intanto la pratica, o forse l'arte dell'aiuto, della segnalazione, della
premura, del piacere, della mano, della spintarella, del calcio in culo,
insomma dell'interessamento del potente acquistava nei canoni della Prima
Repubblica un valore sconfinante nel meteorologico o addirittura nel
cosmico, come si deduce da una ormai antica filastrocca in dialetto veneto a
proposito degli interventi con cui l'astro nascente dei dorotei Tony
Bisaglia reclamizzava l'opera sua: "Par el so vivo interessamento/ sorge el
sol e cresse el vento".
E ancora. Nessun dc si è mai adirato per essere messo all'indice come un
capo clientelare, un vero boss, un manager o uno sparviero dell'assistenza.
Ma quando si notava - come nel caso di Rumor al tramonto - che non era più
grado di fare anche i minimi favori, una nomina a Cavaliere, ad esempio,
erano strilli o pianti o stridore di denti. In compenso, alla lunga, quella
curiosa classe dirigente arrivò a modulare l'attività raccomandatoria
secondo sottili e variatissimi moduli, alcuni anche simbolici, e polemici, e
in questo senso il palmares della più arzigogolata crudeltà va all'onorevole
siciliano Carmelo Santalco che riuscì a far nominare dai suoi nemici
consultore della Cultura della provincia di Messina un contadino analfabeta
di Enna. Per poi rivelare il tutto, additando al pubblico ludibrio la
nequizia di una segnalazione da lui stesso congegnata.
E tuttavia, per quanto fossero degli specialisti, degli efficaci "santi
protettori" o dei "santi in paradiso", come ancora si dice con significativa
scelta lessicale, dal punto di vista storico i capi democristiani sono
senz'altro da considerarsi più dei razionalizzatori che dei pionieri della
raccomandazione. Questa in effetti decisamente e gloriosamente li precede,
come dimostrano ben due straordinarie collezioni, la raccolta Grassi e la
raccolta Maffei, che documentano come già gli eroi del Risorgimento
indulgessero alla prassi di dar corso alle suppliche. Per non andare molto
più indietro nel tempo, risalendo il verbo "raccomandare" al latino
"accomandare", cioè affidare, là dove nella cura del popolo si consacra il
comando, con il contributo speciale della pietas e della caritas.
Con tale spirito, e lungi dal perdere il loro sconsolante valore, i dati
dell'Isfol sembrano se non altro in linea con la più profonda identità
nazionale. La quale a sua volta, nel corso del tempo, si è fatta
letteratura, vedi la raccomandazione mafiosa nel Giorno della civetta di
Sciascia; e anche giurisprudenza, vedi la sentenza della Cassazione secondo
cui: "La ricerca della raccomandazione è ormai tanto profondamente radicata
nel costume da apparire agli occhi dei più come uno strumento indispensabile
per ottenere non soltanto ciò a cui si ha diritto, ma anche per restituire
accettabile funzionalità a strutture pubbliche inefficienti". E qui si
potrebbe chiudere il discorso, arrivederci e grazie.
Sennonché ci si priverebbe forse di un molto interessante elemento di
riflessione ormai quasi più esistenziale che nazionale. Nel suo quasi
esaustivo Mi raccomando, sottotitolo L'arte della spintarella da Garibaldi a
Berlusconi (Baldini&Castoldi, 2002), Daniele Martini riporta un articolo in
cui veniva sintetizzato il ciclo di vita del cittadino comune: ci si
raccomanda per un buon posto in clinica e per una migliore assistenza al
parto; si raccomandano i figli a scuola e poi si cerca l'aiutino per farli
uscire dalla disoccupazione; quindi si cerca qualcuno di conosciuto per
raddrizzare le storture burocratiche e per fluidificare le pratiche
dell'eredità; e nelle metropoli occorre raccomandarsi pure per un posto al
camposanto.
Si capisce come la Rai non sia compresa nell'elenco. Ma quello è un luogo
che più di tanti altri da sempre accende la fantasia. Ne I complessi (di
Dino Risi, 1965) l'episodio di Guglielmo il Dentone, interpretato da Sordi,
fa ridere proprio perché l'aspirante conduttore non è raccomandato, ma
sbaraglia lo stesso tutti i concorrenti, anche parlando fluentemente in
fiammingo. Bene, passano 35 anni e quando è costretto ad abbandonare il tg
Gad Lerner mostra ai telespettatori un bigliettino di raccomandazione
affidatogli da un esponente politico. Una giornalista, anche capace. Passano
altri cinque anni, escono le intercettazioni di Vallettopoli, e subito si
capisce in quale ambito e in quale corporea e sciaguratissima logica di
scambio le segnalazioni radiotelevisive siano andate a parare.
Nella società della tecnologia e degli spettacoli diffusi è arduo trovare
qualcuno che parli a favore della raccomanda, ma forse è ancora più
difficile reperirne che non ne abbiano mai, in un modo o nell'altro, anche
indirettamente approfittato. "Chi è senza peccato scagli la prima pietra" ha
scelto saggiamente come epigrafe Giovanni Floris al suo recentissimo Mal di
merito. L'epidemia di raccomandazioni che paralizza l'Italia (Rizzoli). Vi
si racconta, fra l'altro, del database scoperto dall'Espresso alle Poste:
tutte le richieste archiviate, generalità dei raccomandati, nomi dei
raccomandatari (compreso un cardinale teologo della casa pontificia), esito
delle pratiche. Un piccolo campione d'Italia. Su 3203 casi, 841 assunti, 613
respinti, 86 in attesa di risposta. Ma soprattutto 1663 disoccupati: a
riprova dei dati Isfol e di un paese, in fondo, che si trasforma senza
requie per rimanere quello che è sempre stato.