Ci sono certamente differenti modi di giudicare una scelta politica, e
questo vale anche per la recente proposta del governo che ci è stata
presentata con l’orribile nome di «Dico». Il primo modo è quello che si
ispira al pragmatismo, che guarda ai risultati concreti. Chi segue
questa via, si pone una domanda semplice: era possibile fare di più? Se
consideriamo la situazione politica del Paese, la prepotenza di una gran
parte del mondo cattolico, l’invadenza dei vescovi la risposta è no, non
si poteva far di più.
Lo si capisce anche guardando lo sguardo supplice dei tanti parlamentari
che temono di non poter essere rieletti senza il voto delle parrocchie e
che implorano un buffetto di approvazione da parte del loro vescovo di
riferimento. Ammettiamolo dunque, non si poteva fare di più. Con qualche
perplessità sul concetto cattolico di mediazione: cento metri da
percorrere, li facciamo tutti noi e loro si lamentano ugualmente.
La manifesta soddisfazione dimostrata dalla senatrice Binetti mi fa però
sospettare che esistano altri modi di considerare il problema. So per
certo, ad esempio, che esistono persone un po’ meno pragmatiche (e un
po’ meno ciniche) che vedono nella proposta del governo una rinuncia -
piuttosto dolorosa - a un riconoscimento pubblico che molte coppie di
fatto si aspettavano e che, in un recente passato, molti rappresentanti
della sinistra che sta governando il Paese si erano impegnati ad
ottenere. Secondo costoro, il progetto di legge del governo finisce con
l’essere una sintesi molto impoverita di contenuti di un lavoro politico
che ha evidentemente trovato difficoltà insuperabili all’interno della
coalizione di centro-sinistra, ed è inutile perder tempo a spiegare chi
come e perché, questi fatti li conosciamo benissimo.
Mi sembra dunque opportuno che ci chiediamo, a questo punto, quanto
siano giustificati tutti questi sgomenti, quanto comprensibili queste
paure, quanto irresistibili questi ricatti. Comincio così dall’argomento
che mi interessa di più: ci stiamo comportando da Paese laico, o il
concetto stesso di laicità, attraverso una serie incredibile di
travisamenti, ha assunto significati completamente diversi da quelli nei
quali le persone come me hanno sempre creduto?
Scelgo un articolo di Giuseppe Dalla Torre, professore di Diritto
Ecclesiastico e rettore della «Lumsa», che trovo negli atti del convegno
di studio del Comitato Nazionale di Bioetica organizzato in occasione
del suo 15° anniversario. Scrive Dalla Torre: «Certo uno Stato laico non
imporrà, con la forza del braccio secolare, un’etica al corpo sociale;
ma non potrà fare a meno di tradurre in norme quei valori etici che,
alla prova delle regole democratiche, risulteranno diffusi e condivisi
nel corpo sociale. In maniera più esplicita si deve dire che le comunità
religiose... hanno il diritto, ma dire anche il dovere, di intervenire
nello spazio pubblico, quindi politico, proponendo i propri valori, e
quindi i propri progetti di società cercando democraticamente di
acquisire, intorno ad essi, significativi consensi». Un discorso, se non
altro, apprezzabile per la sua chiarezza: poiché noi cattolici siamo più
numerosi, le nostre regole morali sono migliori delle vostre e possiamo
imporle a tutti.
Questa definizione di laicità è esattamente il contrario della mia, e mi
piacerebbe molto che su questa peculiare enunciazione intervenissero
Viano, Lecaldano, Rodotà, Mori, Giorello e gli altri intellettuali laici
che l’articolo di Dalla Torre dovrebbe aver non poco turbato. Dal canto
mio, e in attesa di riaprire questa discussione se e quando arriveranno
tempi migliori, mi limito a segnalare al professor Dalla Torre che tutte
- ma proprio tutte - le inchieste che sono state fatte negli ultimi anni
in Italia sui temi che vengono definiti «eticamente sensibili» questa
maggioranza cattolica ortodossa non l’hanno proprio registrata, anzi. La
maggioranza dei cittadini è invece favorevole alla fecondazione
assistita, alla pillola abortiva, al diritto di decidere in merito alla
fine della propria esistenza, alla pillola del giorno dopo, alla legge
194 e così via fino ai Pacs: ripeto, per chiarezza, Pacs, non Dico. La
sensazione, dunque, è che il Vaticano - e i Cardinali, e i Vescovi, e i
professori di Diritto Ecclesiatico - abbiano tutto il diritto di
difendere le proprie idee e di parlare in nome della propria fede, ma
dovrebbero risparmiarci i ragionamenti sulla democrazia e le ipotesi
sulle maggioranze. La sensazione è che le loro possibili maggioranze
vengano ottenute commerciando, in modo piuttosto truffaldino, in
Parlamento, e che non abbiano niente a che fare con il Paese. D’altra
parte ricordo che alcuni anni orsono l’allora cardinale Ratzinger, in
una intervista a «Repubblica», ammise che la secolarizzazione del Paese
aveva comportato un forte perdita di popolarità e di consensi del mondo
cattolico, che non poteva essere più considerato maggioranza;
ed è di pochi giorni or sono un editoriale di Ezio Mauro nel quale
questi stessi eventi vengono esaminati alla luce del nuovo atteggiamento
“bellicoso” del Vaticano, volontà di prevaricazione secondo alcuni,
servizio secondo altri.
È però legittimo chiedersi, giunti a questo punto, dove in effetti
stiano le ragioni “forti” del non possumus della Chiesa
cattolica. Per un cattolico, il matrimonio è un sacramento, un atto
sacro, un “pegno della fede”; per lo Stato, il matrimonio è un
contratto, un istituto giuridico mediante il quale si dà forma legale
all’unione tra due persone (per ora di un uomo e di una donna) che
stabiliscono di vivere in comunione (di vita, di beni, di interessi)
anche in ordine alla formazione di una famiglia. E la famiglia è
l’insieme delle persone legate tra loro da un rapporto di convivenza, di
parentela e di affinità. A me sembra che lo Stato abbia già richiamato a
sé il diritto di definire questo istituto, di stabilirne le regole e i
privilegi, assicurandogli oltre tutto una assoluta autonomia nei
confronti di sacramenti e di sacralità. Che c’è di male, che c’è di
nuovo nel fatto che lo stesso Stato che ha elaborato una prima
definizione di matrimonio e di famiglia decida oggi di modificarla
tenendo conto degli importanti mutamenti ai quali sono andate incontro
le consuetudini sociali? Che c’è di strano, che c’è di immorale nel
fatto che tante nuove differenti famiglie stiano cercando di
far udire la propria voce, indicando insieme alle proprie sofferenze e
ai propri disagi anche la capacità di assumersi l’insieme delle
responsabilità che caratterizzano le unioni familiari tradizionali? E ai
cittadini (ai cittadini, non ai preti) che chiedono allo Stato sulla
base di quali garanzie si accinge a fare certe determinate scelte, lo
Stato può rispondere che le garanzie sono tutte lì, nella capacità di
queste nuove famiglie di assumersi specifiche responsabilità. Forse che
questa dichiarazione di intenti ha un peso diverso dal giuramento fatto
davanti a Dio o dalla promessa fatta davanti al sindaco?
Il significato delle parole, è bene ricordarlo, cambia nel tempo,
restare appesi alla semantica del passato è sbagliato e perdente. Un
genitore non è più, o non è più soltanto, colui che trasferisce il
proprio patrimonio genetico al figlio ma è anche colui che promette di
essere vicino al bambino che nascerà e si impegna a rispondere alle sue
domande e ai suoi bisogni. Non è anche questa una versione molto nobile
e dignitosa di genitore?
Anche le abitudini sociali cambiano, e cambiano rapidamente e
radicalmente. Negli Stati Uniti - Paese adorato per certe sue
prepotenze, ignorato per molte sue debolezze - nel 1992 oltre 6 milioni
di bambini venivano cresciuti ed educati da genitori omosessuali, con
ottimi risultati a sentire l’American Psychological Association e
l’American Society for Reproductive Medicine. Secondo Machelle Seibel,
direttore di uno dei più importanti giornali scientifici americani, le
coppie omosessuali americane stanno cercando sicurezza per la loro vita
comune all’interno di istituzioni riconosciute e protette e per questo
si battono per ottenere leggi che consentano loro di sposarsi: quando
riescono a farlo, si dimostrano straordinariamente consapevoli delle
responsabilità acquisite e si confermano ottimi educatori di figli
propri e adottati. Gli eterosessuali, dal canto loro, preferiscono
dedicarsi allo hooking-up, il che significa uscire alla sera
senza un appuntamento preciso e fare sesso con il primo venuto “per
conoscerlo meglio”. Il risultato è che diminuiscono non solo i
matrimoni, ma anche le coppie di fatto e la nascita del primo figlio
subisce continui rinvii. Chiediamoci dunque: siamo certi che abbiamo ben
capito cosa sta accadendo nel mondo? Siamo certi dell’utilità degli
strumenti della fede per interpretare e proteggere?
Quando leggo certe dichiarazioni della Cei («il testo normativo...
minaccia di incidere pesantemente... sul futuro della nostra società
nazionale) mi chiedo se sia in realtà possibile un dialogo, o se la
propensione di una certa parte del mondo cattolico non sia invece quella
di considerare con affetto e tenerezza la vecchia signora che, guardando
al passato, afferma con fierezza «domo mansi, lanam feci», non
ho mai lasciato la casa, ho trascorso gli anni a fare la calza. E il
desiderio di ragionare con loro di diritti individuali, chissà perché,
si dissolve.