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DECRESCITA

L’invenzione dell’economia Latouche

Oltre la tetra teologia della crescita infinita - Benedetto Vecchi

Latouche: "Scommettiamo sulla decrescita" ottobre 2009

 Decrecita a Cuba

Ascolta Serge Latouche. La decrescita felice

Intrecci tra la teoria marxiana e la decrescita ipotizzata da Latouche - Mauro Trotta

 

È possibile, ma, soprattutto, è utile coniugare le teorie legate alla decrescita con il pensiero di Marx? E, d'altro canto, chi, sulla scorta delle idee marxiane, vuole fuoriuscire dal sistema capitalistico dovrebbe forse richiamarsi alla decrescita? A queste domande, schierandosi apertamente per il sì in entrambi i casi, intende dare una risposta il recente Marx e la decrescita. Perché la decrescita ha bisogno del pensiero di Marx di Marino Badiale e Massimo Bontempelli (edizioni abiblio, 2010, pp. 46, euro 8). È un libro lungo meno di cinquanta pagine, agile e scorrevole, in cui si esaminano le ragioni per cui le teorie della decrescita e quelle del pensatore di Treviri dovrebbero entrare in contatto e contaminarsi vicendevolmente. Gli autori hanno scelto consapevolmente di dedicare poco spazio alle idee di Latouche e concentrarsi soprattutto su quelle dell'autore del Capitale. Questo perché la decrescita appare loro un sistema teorico chiaro e coerente, esente da tutte quelle distinzioni interpretative che hanno attraversato e attraversano l'opera del «Moro». Gli autori si limitano quindi a una breve descrizione della decrescita, mettendone in evidenza il carattere strutturalmente anticapitalista insito nel suo rifiuto di ogni idea di sviluppo, rivolgono l'attenzione alle tematiche legate all'ambiente, e infine al suo aspetto conviviale, non pauperistico. Il discorso si complica quando si passa alla disamina delle teorie marxiane. Badiale e Bontempelli ne individuano essenzialmente tre: il materialismo storico, la teoria della rivoluzione comunista e quella del modo di produzione capitalistico. A loro parere è proprio quest'ultima teoria che si rivelerebbe utile, anzi indispensabile, al movimento della decrescita. Perché adottandola, vedendo il capitale come rapporto sociale, affrontando senza mascherarli gli sconvolgimenti che deriverebbero dall'applicazione delle sue idee, questo movimento non solo si troverebbe ad allargare e approfondire la propria base teorica ma sarebbe davvero in grado di passare compiutamente dal livello intellettuale e morale a quello propriamente politico. Dall'altra parte, per il marxismo, la contaminazione con le teorie della decrescita risulterebbe più che salutare poiché queste, secondo gli autori, rappresentano oggi l'unica prospettiva di lotta anticapitalista nei paesi occidentali: «il fattore capace di far esplodere la contraddizione fondamentale del capitalismo e di far nascere una nuova, non predeterminata, forma di società». Insomma, «solo dall'incontro fra il pensiero di Marx e la decrescita può nascere un anticapitalismo che sia capace di confrontarsi, sul piano teorico e politico, con la realtà del capitalismo attuale». Libro davvero interessante, scritto in maniera chiara, Marx e la decrescita sembra però aprire più problemi di quanti non ne risolva. Da un lato, anche per la sua brevità, sembra non andare completamente a fondo dei tanti nodi del pensiero marxiano che affronta, dall'altro pare tralasciare alcuni aspetti fondamentali, come ad esempio quello della soggettività rivoluzionaria o quello dell'organizzazione politica. Sembra dunque che questo testo possa rappresentare l'inizio di un percorso, che andrà però approfondito e chiarito. E sta qui il suo più grande pregio, nel fatto di indurre a discutere e approfondire i vari problemi affrontati nel volume dai due autori.



L’invenzione dell’economia Latouche

Oltre la tetra teologia della crescita infinita - Benedetto Vecchi

L'ultimo saggio di Serge Latouche ha un titolo che lascia pochi dubbi. Per lo studioso francese l'economia, cioè quella disciplina che privilegia l'analisi del «vivere in società» a partire dalla produzione delle condizioni materiali della sua riproduzione, è un'invenzione. Latouche non è nuovo a queste tesi, già presenti nei suoi precedenti studi dedicati all'Africa e a quel «pianeta dei naufraghi» che è diventata la Terra con la diffusione planetaria dell'«industrialismo». Il saggio, da oggi in libreria per Bollati Boringhieri - L'invenzione dell'economia (pp. 257, euro 18) - , ha però l'ambizione di ricostruire i frames culturali che hanno reso possibile questa invenzione, cercando le sue radici nell'Europa del Settecento, quando lo sviluppo è diventato un dogma a cui intellettuali, uomini di chiesa, ministri e uomini politici hanno fatto propri. Per Latouche, infatti, nelle società precapitaliste la produzione di beni per garantire la sopravvivenza della specie non contemplava la distruzione sistematica delle risorse naturali, né la colonizzazione della vita da parte del lavoro. Da qui, l'enfasi data a quelle «economie della sussistenza» che caratterizzava buona parte il mondo conosciuto: economie di sussistenza sopravvissute nel Sud del Mondo fino ai nostri giorni. Ma Latouche non è uno studioso che si limita a registrare asetticamente questo o quel fenomeno sociale. Ha lavorato a lungo in Africa ed è stato testimone di come «l'adozione» del modello di sviluppo «occidentale» abbia determinato in quel continente la cancellazione di legami sociali, di culture che hanno, per molti secoli, rappresentato forme di vita e relazioni sociali «altre» da quelle vigenti in Europa e Stati Uniti. E provocatoriamente ha spesso presentato le forme sociali precapitaliste come un antidoto al «fallimento» del modello di sviluppo industriale, vista la loro capacità di salvaguardare l'ambiente e per il loro «antiutilitarismo». Latouche è però latore anche di una proposta politica che è stata riassunta dal termine «decrescita», cioè di quella possibilità di cambiare stili di vita, modelli produttivi che prendano congedo da quell'immane ammasso di merci che è il capitalismo. E le sue riflessioni acquistano un altro significato perché presentate come una risposta «politica» all'attuale crisi economica. Lo studioso francese è una firma nota ai lettori de «il manifesto», ma l'intervista che segue nasce proprio dalla discussione nata attorno alla sua proposta di decrescita, laddove viene presentata come un decalogo di buone intenzioni difficilmente traducibile in proposte a breve periodo.

 

 Lei parla di «decrescita». Ne ha anche stilato un manifesto ne La scommessa della decrescita (Feltrinelli) e nel Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri). ma in molte hanno sollevato obiezioni sulla sua praticabilità..... Le critiche hanno spesso messo l'accento sul fatto che uscire da un modello di crescita basato sull'accumulo di bene comporta un abbassamento della qualità della vita. Posso dire che la decrescita significa uscire da un modello di sviluppo e da un cambiamento profondo nel nostro stile di vita. Ma questo non significa una qualità della vita peggiore rispetto a quella che caratterizza le società nel nord del pianeta. Semmai vanno cambiati i criteri, i parametri che stabiliscono la qualità o meno della vita in una società.  L'industrialismo ha significato un accumulo di merci che andavano consumate per poi essere nuovamente prodotte. Questo ha determinato inquinamento e un «consumo» delle risorse naturali senza la loro riproduzione. È lo stato del pianeta che consiglia di cambiare direzione di marcia, perché così facendo c'è il rischio che il crollo del capitalismo coincida con la fine della specie umana. La decrescita può dunque costituire una soluzione. Questo non significa che bisogna rinunciare a macchine e utensili che hanno migliorato la nostra condizione. Piuttosto va accentuato il loro valore d'uso e non di scambio. Da qui l'uso di materiali meno inquinanti nella prospettiva che durino molto più nel tempo e che consumino meno energia. C'è poi il tema degli stili di vita. Qui il cambiamento deve essere radicale, perché occorre tener presente i limiti naturali dello sviluppo.

La decrescita pone anche problemi di democrazia. Chi decide? E quali sono gli organismi di controllo sui decisori? Beh, se il problema si riassumesse nelle due domande che lei fa saremmo già a buon punto. Saremmo cioè in una situazione in cui ci si pone di organizzare democraticamente la fuoriuscita dalla «società della crescita». In tutti gli incontri che faccio è questo il problema che pongo ai miei interlocutori, perché la decrescita indica la direzione di marcia, ma non pone vincoli a come intraprenderla. Dobbiamo sperimentare forme di vita e di costruzione di legami sociali democratici dove la sobrietà, riduzione dei consumi e uso di energie rinnovabili svolgano una funzione, appunto, di indirizzo, di orientamento nelle scelte. In altri termini, serve una preliminare rivoluzione culturale che metta a tema la critica della teologia dello sviluppo economico, cioè di quella ideologia che imbriglia uomini e donne in relazioni sociali che non consentano una vita felice. Uso il termine felicità, come sinonimo di libertà, superamento della mercificazione dei rapporti umani e liberazione dalla necessità.

 

Un discorso, il suo, dove sono presenti echi di temi marxisti, come la critica all'alienazione, ma anche delle teorie che fanno coincidere il capitalismo o l'economia di mercato con la modernità... Conosco le critiche che alcuni amici marxisti fanno alla decrescita. A loro rispondo sempre che uscire dal capitalismo è anche il mio obiettivo. Ma, a differenza di loro, mi pongo un problema preliminare: come far uscire il capitalismo dalle nostre vite? e qui ritorno alla necessità di una rivoluzione culturale prima che politica. Cito André Gorz, un francese amato anche in Italia, almeno in alcune componenti della sinistra italiana. Nella sua opera Gorz parla espressamente che il movimento operaio è stato, per lungo tempo, convinto che il superamento del capitalismo non significasse necessariamente una critica dell'industrialismo. Ed è stato lo stesso Gorz che ha parlato del socialismo reale come una variante dell'industrialismo, prigioniero com'era del feticcio dello sviluppo e del progresso. Siamo nella situazione in cui possiamo applicarci alla costruzione di una società libera, senza dover necessariamente pagare degli alti tributi alla distruzione dell'ambiente e delle risorse naturali come è accaduto nel socialismo reale.

Lei ha affermato che la crisi economica rende la decrescita una soluzione politica a portata di mano... Si, ma la mia concezione del tempo non ha nulla a che vedere con la contingenza. La decrescita è un processo sociale e politico di lungo periodo. Per il momento bisogna continuare a denunciare i limiti sociali dello sviluppo economico. Prendiamo la Cina. Se continua lo sviluppo economico del tipo industriale c'è il rischio del collasso ecologico. e infatti anche a Pechino cominciano a manifestarsi forti dubbi sulla strada intrapresa. C'è poi negli Stati Uniti una forte attenzione verso la cosiddetta green economy. Segnali incoraggianti, che vanno aiutati a crescere. Sapendo però che sono solo piccoli segnali di una inversione di tendenza. Occorre lavorare affinché dai piccoli passi nascano grandi movimenti per trasformare la società.

 

Latouche: "Scommettiamo sulla decrescita" ottobre 2009


Per il filosofo ed economista francese Serge Latouche è la via d’uscita dalla crisi. "Non siamo più minacciati dalla catastrofe, siamo già nella catastrofe, e abbiamo il privilegio fantastico di assistere al crollo della civiltà occidentale".


di Fabrizio Ricci *)


C'è un legame evidente tra il liberalsocialista Aldo Capitini, filosofo e politico antifascista, “partigiano” della non violenza e Serge Latouche, filosofo ed economista, “partigiano” della decrescita. Anche la teoria della decrescita infatti è una forma di pensiero non violento, rivolto nei confronti del pianeta. Non sorprende dunque che in occasione del 40esimo anniversario della morte dell'ideatore della Marcia per la Pace Perugia-Assisi, la Fondazione Aldo Capitini abbia voluto invitare proprio il professor Latouche a tenere a Perugia una lectio magistralis sulla “Decrescita come uscita dalla crisi”. Il pubblico, numerosissimo e costretto a stringersi all'inverosimile per ascoltare il professore francese, è stato comunque ripagato con un'ora e mezza di analisi e teoria, a metà tra sogno e realtà, utopia e concretezza. Peraltro in un ottimo italiano.
    L'esordio di Latouche è di quelli fulminanti: “Noi che siamo qui in questo momento abbiamo il privilegio fantastico di assistere al crollo della civiltà occidentale. Si tratta di un una fatto rarissimo, paragonabile alla fine dell'Impero Romano. Con la differenza che questo si è svolto in un arco temporale di 700 anni, mentre il crollo della nostra civiltà si compierà in meno di trent'anni”.

    Da “obiettore della crescita”, Latouche fa partire la sua critica da Adam Smith, che della crescita è “sognatore” e teorizzatore. Sì, perché l'idea di Smith, quella di costruire una società in cui tutti si arricchiscono sempre di più, è all'inizio soltanto un'utopia, un “sogno” appunto. “Ma come spesso accade e speriamo che sarà così anche per la Decrescita - osserva Latouche - le utopie di oggi possono diventare almeno in parte la realtà di domani”. Quella di Adam Smith lo diventa intorno al 1850, grazie all'invenzione del sistema termoindustriale, basato sull'energia fossile, che nell'arco di un secolo porta al compimento della società “dei consumi”. Essa, secondo Latouche, poggia su tre piedi: la pubblicità, che spinge al consumo “rendendoci infelici di ciò che abbiamo”, il credito, che dà i mezzi per realizzare l'impulso consumistico e “l'obsolescenza programmata” che forza a consumare di continuo.

    Questi elementi, secondo il teorico della Decrescita, fanno della società dei consumi una “società totalitaria soft”, in cui l'uomo non è più padrone del suo destino perché è sottomesso “all'imperialismo dei mercati”, al “dominio della mano invisibile”. Una società simile è destinata pertanto a condurci inesorabilmente a quella che gli esperti chiamano “la sesta scomparsa delle specie”, un'estinzione di massa come quella che cancellò dal pianeta i dinosauri. La differenza è che stavolta si viaggia a una velocità impressionante. “Bisogna stare seduti bene per sentire quello che sto per dire – ha avvertito Latouche rivolto al pubblico in sala – ogni giorno si estinguono tra le 50 e le 200 specie”. Ovviamente, si tratta per lo più di batteri, di specie invisibili, ma non solo di queste (ci sono ad esempio anche le api: in Italia ne sono scomparse 23 miliardi in pochissimo tempo).

    Campanelli di allarme talmente clamorosi che portano Latouche a dire: “Non siamo più minacciati dalla catastrofe, siamo già nella catastrofe”. L'ultimo rapporto dell'Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) afferma infatti che anche se smettessimo da oggi di bruciare anche una sola goccia di petrolio non potremmo comunque evitare l'innalzamento di due gradi della temperatura globale entro la fine del secolo. Conseguenze? “Centinaia di milioni di emigrati dell'ambiente, la metà del Bangladesh sott'acqua, ma anche una buona parte dell'Italia”. E questo, secondo il professore francese, è “lo scenario migliore”, perché i due gradi potrebbero diventare sei e allora possiamo “dire addio alla specie umana”.

    E qui arriviamo alla parte centrale della lectio del professor Latouche: creare una alternativa alla società della crescita per uscire dalla crisi. Arriviamo cioè alla Decrescita. Sulla lavagna allestita per la lectio compare allora un cerchio (“un circolo virtuoso”) con 8 “r” collocate tutte intorno. E' il progetto politico di Latouche, “l'utopia concreta della Decrescita”. Le 8 “r” rappresentano 8 parole d'ordine: rivalutare (prima di tutto la sobrietà), riconcettualizzare (la scarsità e l'abbondanza, il pubblico e il privato), ristrutturare (il sistema produttivo, costruendo cose più utili), rilocalizzare (“non è possibile che 8.000 camion trasportino ogni giorno acqua San Pellegrino dall'Italia alla Francia e acqua Evian dalla Francia all'Italia”), ridistribuire (“l'occidente rappresenta il 20% della popolazione mondiale e consuma più dell'86% delle risorse naturali”), riutilizzare (“per risparmiare risorse naturali e creare posti di lavoro”), riciclare (“ciò che non è possibile riutilizzare”), ridurre (“la nostra impronta ecologica, ma anche gli orari di lavoro”).

    Ma i critici di Latouche e del suo movimento hanno gioco facile a dire: sono tutte cose astratte, se volete essere credibili dovete fare proposte concrete e presentare un programma. E allora ecco che, per concludere la sua lectio, il professore francese decide di stare al gioco e di presentare il suo “programma elettorale”.

    “Ho sognato che mi candidavo alle elezioni presidenziali con un programma elettorale in pochi punti. Proponevo di ridurre del 75% la nostra impronta ecologica, introducendo una tassa ambientale sui trasporti, per favorire il consumo a 'chilometri zero'. Al tempo stesso proponevo di ricostruire l'agricoltura contadina, rinunciando all'uso dei pesticidi, di trasformare i guadagni di produttività in riduzione dell'orario di lavoro e altre cose simili. Sulla base di questo programma mi sono candidato, sono stato eletto con il 51% e ho iniziato ad applicare il programma. La settimana dopo sono stato assassinato”.

    Quale è la morale della favola? “Primo. Ciò che non è ancora possibile a livello globale, può comunque esserlo a livello locale o individuale. Secondo. Ciò che non è possibile oggi potrebbe esserlo domani. Terzo. Ciò che non è possibile qua è già possibile altrove, come in America Latina”. In conclusione, per Latouche “la Decrescita è una scommessa che non siamo sicuri di vincere. Ma in ogni caso, vale la pena di tentare”.


*) rassegna.it