Intrecci tra la teoria marxiana e la decrescita
ipotizzata da Latouche
- Mauro Trotta
È possibile, ma, soprattutto, è utile coniugare le teorie legate alla
decrescita con il pensiero di Marx? E, d'altro canto, chi, sulla scorta
delle idee marxiane, vuole fuoriuscire dal sistema capitalistico
dovrebbe forse richiamarsi alla decrescita? A queste domande,
schierandosi apertamente per il sì in entrambi i casi, intende dare una
risposta il recente Marx e la decrescita. Perché la decrescita ha
bisogno del pensiero di Marx di Marino Badiale e Massimo Bontempelli
(edizioni abiblio, 2010, pp. 46, euro 8). È un libro lungo meno di
cinquanta pagine, agile e scorrevole, in cui si esaminano le ragioni per
cui le teorie della decrescita e quelle del pensatore di Treviri
dovrebbero entrare in contatto e contaminarsi vicendevolmente. Gli
autori hanno scelto consapevolmente di dedicare poco spazio alle idee di
Latouche e concentrarsi soprattutto su quelle dell'autore del Capitale.
Questo perché la decrescita appare loro un sistema teorico chiaro e
coerente, esente da tutte quelle distinzioni interpretative che hanno
attraversato e attraversano l'opera del «Moro». Gli autori si limitano
quindi a una breve descrizione della decrescita, mettendone in evidenza
il carattere strutturalmente anticapitalista insito nel suo rifiuto di
ogni idea di sviluppo, rivolgono l'attenzione alle tematiche legate
all'ambiente, e infine al suo aspetto conviviale, non pauperistico. Il
discorso si complica quando si passa alla disamina delle teorie
marxiane. Badiale e Bontempelli ne individuano essenzialmente tre: il
materialismo storico, la teoria della rivoluzione comunista e quella del
modo di produzione capitalistico. A loro parere è proprio quest'ultima
teoria che si rivelerebbe utile, anzi indispensabile, al movimento della
decrescita. Perché adottandola, vedendo il capitale come rapporto
sociale, affrontando senza mascherarli gli sconvolgimenti che
deriverebbero dall'applicazione delle sue idee, questo movimento non
solo si troverebbe ad allargare e approfondire la propria base teorica
ma sarebbe davvero in grado di passare compiutamente dal livello
intellettuale e morale a quello propriamente politico. Dall'altra parte,
per il marxismo, la contaminazione con le teorie della decrescita
risulterebbe più che salutare poiché queste, secondo gli autori,
rappresentano oggi l'unica prospettiva di lotta anticapitalista nei
paesi occidentali: «il fattore capace di far esplodere la contraddizione
fondamentale del capitalismo e di far nascere una nuova, non
predeterminata, forma di società». Insomma, «solo dall'incontro fra il
pensiero di Marx e la decrescita può nascere un anticapitalismo che sia
capace di confrontarsi, sul piano teorico e politico, con la realtà del
capitalismo attuale». Libro davvero interessante, scritto in maniera
chiara, Marx e la decrescita sembra però aprire più problemi di quanti
non ne risolva. Da un lato, anche per la sua brevità, sembra non andare
completamente a fondo dei tanti nodi del pensiero marxiano che affronta,
dall'altro pare tralasciare alcuni aspetti fondamentali, come ad esempio
quello della soggettività rivoluzionaria o quello dell'organizzazione
politica. Sembra dunque che questo testo possa rappresentare l'inizio di
un percorso, che andrà però approfondito e chiarito. E sta qui il suo
più grande pregio, nel fatto di indurre a discutere e approfondire i
vari problemi affrontati nel volume dai due autori.
L’invenzione
dell’economia Latouche
Oltre la tetra
teologia della crescita infinita
- Benedetto Vecchi
L'ultimo saggio di Serge Latouche ha un titolo che lascia pochi dubbi.
Per lo studioso francese l'economia, cioè quella disciplina che
privilegia l'analisi del «vivere in società» a partire dalla produzione
delle condizioni materiali della sua riproduzione, è un'invenzione.
Latouche non è nuovo a queste tesi, già presenti nei suoi precedenti
studi dedicati all'Africa e a quel «pianeta dei naufraghi» che è
diventata la Terra con la diffusione planetaria dell'«industrialismo».
Il saggio, da oggi in libreria per Bollati Boringhieri - L'invenzione
dell'economia (pp. 257, euro 18) - , ha però l'ambizione di ricostruire
i frames culturali che hanno reso possibile questa invenzione, cercando
le sue radici nell'Europa del Settecento, quando lo sviluppo è diventato
un dogma a cui intellettuali, uomini di chiesa, ministri e uomini
politici hanno fatto propri. Per Latouche, infatti, nelle società
precapitaliste la produzione di beni per garantire la sopravvivenza
della specie non contemplava la distruzione sistematica delle risorse
naturali, né la colonizzazione della vita da parte del lavoro. Da qui,
l'enfasi data a quelle «economie della sussistenza» che caratterizzava
buona parte il mondo conosciuto: economie di sussistenza sopravvissute
nel Sud del Mondo fino ai nostri giorni. Ma Latouche non è uno studioso
che si limita a registrare asetticamente questo o quel fenomeno sociale.
Ha lavorato a lungo in Africa ed è stato testimone di come «l'adozione»
del modello di sviluppo «occidentale» abbia determinato in quel
continente la cancellazione di legami sociali, di culture che hanno, per
molti secoli, rappresentato forme di vita e relazioni sociali «altre» da
quelle vigenti in Europa e Stati Uniti. E provocatoriamente ha spesso
presentato le forme sociali precapitaliste come un antidoto al
«fallimento» del modello di sviluppo industriale, vista la loro capacità
di salvaguardare l'ambiente e per il loro «antiutilitarismo».
Latouche è però latore anche di una proposta politica che è stata
riassunta dal termine «decrescita», cioè di quella possibilità di
cambiare stili di vita, modelli produttivi che prendano congedo da
quell'immane ammasso di merci che è il capitalismo. E le sue riflessioni
acquistano un altro significato perché presentate come una risposta
«politica» all'attuale crisi economica. Lo studioso francese è una
firma nota ai lettori de «il manifesto», ma l'intervista che segue nasce
proprio dalla discussione nata attorno alla sua proposta di decrescita,
laddove viene presentata come un decalogo di buone intenzioni
difficilmente traducibile in proposte a breve periodo.
Lei parla di «decrescita». Ne ha anche stilato un manifesto ne La
scommessa della decrescita (Feltrinelli) e nel Breve trattato sulla
decrescita serena (Bollati Boringhieri). ma in molte hanno sollevato
obiezioni sulla sua praticabilità..... Le critiche hanno spesso
messo l'accento sul fatto che uscire da un modello di crescita basato
sull'accumulo di bene comporta un abbassamento della qualità della vita.
Posso dire che la decrescita significa uscire da un modello di sviluppo
e da un cambiamento profondo nel nostro stile di vita. Ma questo non
significa una qualità della vita peggiore rispetto a quella che
caratterizza le società nel nord del pianeta. Semmai vanno cambiati i
criteri, i parametri che stabiliscono la qualità o meno della vita in
una società. L'industrialismo ha significato un accumulo di merci che
andavano consumate per poi essere nuovamente prodotte. Questo ha
determinato inquinamento e un «consumo» delle risorse naturali senza la
loro riproduzione. È lo stato del pianeta che consiglia di cambiare
direzione di marcia, perché così facendo c'è il rischio che il crollo
del capitalismo coincida con la fine della specie umana. La decrescita
può dunque costituire una soluzione. Questo non significa che bisogna
rinunciare a macchine e utensili che hanno migliorato la nostra
condizione. Piuttosto va accentuato il loro valore d'uso e non di
scambio. Da qui l'uso di materiali meno inquinanti nella prospettiva che
durino molto più nel tempo e che consumino meno energia. C'è poi il tema
degli stili di vita. Qui il cambiamento deve essere radicale, perché
occorre tener presente i limiti naturali dello sviluppo.
La decrescita pone
anche problemi di democrazia. Chi decide? E quali sono gli organismi di
controllo sui decisori?
Beh, se il problema
si riassumesse nelle due domande che lei fa saremmo già a buon punto.
Saremmo cioè in una situazione in cui ci si pone di organizzare
democraticamente la fuoriuscita dalla «società della crescita». In tutti
gli incontri che faccio è questo il problema che pongo ai miei
interlocutori, perché la decrescita indica la direzione di marcia, ma
non pone vincoli a come intraprenderla. Dobbiamo sperimentare forme di
vita e di costruzione di legami sociali democratici dove la sobrietà,
riduzione dei consumi e uso di energie rinnovabili svolgano una
funzione, appunto, di indirizzo, di orientamento nelle scelte. In altri
termini, serve una preliminare rivoluzione culturale che metta a tema la
critica della teologia dello sviluppo economico, cioè di quella
ideologia che imbriglia uomini e donne in relazioni sociali che non
consentano una vita felice. Uso il termine felicità, come sinonimo di
libertà, superamento della mercificazione dei rapporti umani e
liberazione dalla necessità.
Un discorso, il suo,
dove sono presenti echi di temi marxisti, come la critica
all'alienazione, ma anche delle teorie che fanno coincidere il
capitalismo o l'economia di mercato con la modernità...
Conosco le critiche
che alcuni amici marxisti fanno alla decrescita. A loro rispondo sempre
che uscire dal capitalismo è anche il mio obiettivo. Ma, a differenza
di loro, mi pongo un problema preliminare: come far uscire il
capitalismo dalle nostre vite? e qui ritorno alla necessità di una
rivoluzione culturale prima che politica. Cito André Gorz, un francese
amato anche in Italia, almeno in alcune componenti della sinistra
italiana. Nella sua opera Gorz parla espressamente che il movimento
operaio è stato, per lungo tempo, convinto che il superamento del
capitalismo non significasse necessariamente una critica
dell'industrialismo. Ed è stato lo stesso Gorz che ha parlato del
socialismo reale come una variante dell'industrialismo, prigioniero
com'era del feticcio dello sviluppo e del progresso. Siamo nella
situazione in cui possiamo applicarci alla costruzione di una società
libera, senza dover necessariamente pagare degli alti tributi alla
distruzione dell'ambiente e delle risorse naturali come è accaduto nel
socialismo reale.
Lei ha affermato che
la crisi economica rende la decrescita una soluzione politica a portata
di mano...
Si, ma la mia
concezione del tempo non ha nulla a che vedere con la contingenza. La
decrescita è un processo sociale e politico di lungo periodo. Per il
momento bisogna continuare a denunciare i limiti sociali dello sviluppo
economico. Prendiamo la Cina. Se continua lo sviluppo economico del tipo
industriale c'è il rischio del collasso ecologico. e infatti anche a
Pechino cominciano a manifestarsi forti dubbi sulla strada intrapresa.
C'è poi negli Stati Uniti una forte attenzione verso la cosiddetta green
economy. Segnali incoraggianti, che vanno aiutati a crescere. Sapendo
però che sono solo piccoli segnali di una inversione di tendenza.
Occorre lavorare affinché dai piccoli passi nascano grandi movimenti per
trasformare la società.
Latouche:
"Scommettiamo sulla decrescita" ottobre 2009
Per il filosofo ed
economista francese Serge Latouche è la via d’uscita dalla crisi. "Non
siamo più minacciati dalla catastrofe, siamo già nella catastrofe, e
abbiamo il privilegio fantastico di assistere al crollo della civiltà
occidentale".
di
Fabrizio Ricci *)
C'è un legame
evidente
tra il liberalsocialista Aldo Capitini, filosofo e politico
antifascista, “partigiano” della non violenza e Serge Latouche, filosofo
ed economista, “partigiano” della decrescita. Anche la teoria della
decrescita infatti è una forma di pensiero non violento, rivolto nei
confronti del pianeta. Non sorprende dunque che in occasione del 40esimo
anniversario della morte dell'ideatore della Marcia per la Pace
Perugia-Assisi, la Fondazione Aldo Capitini abbia voluto invitare
proprio il professor Latouche a tenere a Perugia una
lectio magistralis sulla
“Decrescita come uscita dalla crisi”. Il pubblico, numerosissimo e
costretto a stringersi all'inverosimile per ascoltare il professore
francese, è stato comunque ripagato con un'ora e mezza di analisi e
teoria, a metà tra sogno e realtà, utopia e concretezza. Peraltro in un
ottimo italiano.
L'esordio di Latouche è
di quelli fulminanti: “Noi che siamo qui in questo
momento abbiamo il privilegio fantastico di assistere al crollo della
civiltà occidentale. Si tratta di un una fatto rarissimo, paragonabile
alla fine dell'Impero Romano. Con la differenza che questo si è svolto
in un arco temporale di 700 anni, mentre il crollo della nostra civiltà
si compierà in meno di trent'anni”.
Da “obiettore
della crescita”,
Latouche fa partire la sua critica da Adam Smith, che della crescita è
“sognatore” e teorizzatore. Sì, perché l'idea di Smith, quella di
costruire una società in cui tutti si arricchiscono sempre di più, è
all'inizio soltanto un'utopia, un “sogno” appunto. “Ma come spesso
accade e speriamo che sarà così anche per la Decrescita - osserva
Latouche - le utopie di oggi possono diventare almeno in parte la realtà
di domani”. Quella di Adam Smith lo diventa intorno al 1850, grazie
all'invenzione del sistema termoindustriale, basato sull'energia
fossile, che nell'arco di un secolo porta al compimento della società
“dei consumi”. Essa, secondo Latouche, poggia su tre piedi: la
pubblicità, che spinge al consumo “rendendoci infelici di ciò che
abbiamo”, il credito, che dà i mezzi per realizzare l'impulso
consumistico e “l'obsolescenza programmata” che forza a consumare di
continuo.
Questi
elementi, secondo il teorico della Decrescita,
fanno della società dei consumi una “società totalitaria soft”, in cui
l'uomo non è più padrone del suo destino perché è sottomesso
“all'imperialismo dei mercati”, al “dominio della mano invisibile”. Una
società simile è destinata pertanto a condurci inesorabilmente a quella
che gli esperti chiamano “la sesta scomparsa delle specie”,
un'estinzione di massa come quella che cancellò dal pianeta i dinosauri.
La differenza è che stavolta si viaggia a una velocità impressionante.
“Bisogna stare seduti bene per sentire quello che sto per dire – ha
avvertito Latouche rivolto al pubblico in sala – ogni giorno si
estinguono tra le 50 e le 200 specie”. Ovviamente, si tratta per lo più
di batteri, di specie invisibili, ma non solo di queste (ci sono ad
esempio anche le api: in Italia ne sono scomparse 23 miliardi in
pochissimo tempo).
Campanelli di
allarme talmente clamorosi
che portano Latouche a dire: “Non siamo più minacciati dalla catastrofe,
siamo già nella catastrofe”. L'ultimo rapporto dell'Ipcc
(Intergovernmental Panel on Climate Change) afferma infatti che anche se
smettessimo da oggi di bruciare anche una sola goccia di petrolio non
potremmo comunque evitare l'innalzamento di due gradi della temperatura
globale entro la fine del secolo. Conseguenze? “Centinaia di milioni di
emigrati dell'ambiente, la metà del Bangladesh sott'acqua, ma anche una
buona parte dell'Italia”. E questo, secondo il professore francese, è
“lo scenario migliore”, perché i due gradi potrebbero diventare sei e
allora possiamo “dire addio alla specie umana”.
E qui arriviamo
alla parte centrale
della lectio del professor Latouche: creare una alternativa alla società
della crescita per uscire dalla crisi. Arriviamo cioè alla Decrescita.
Sulla lavagna allestita per la lectio compare allora un cerchio (“un
circolo virtuoso”) con 8 “r” collocate tutte intorno. E' il progetto
politico di Latouche, “l'utopia concreta della Decrescita”. Le 8 “r”
rappresentano 8 parole d'ordine: rivalutare (prima di tutto la
sobrietà), riconcettualizzare (la scarsità e l'abbondanza, il pubblico e
il privato), ristrutturare (il sistema produttivo, costruendo cose più
utili), rilocalizzare (“non è possibile che 8.000 camion trasportino
ogni giorno acqua San Pellegrino dall'Italia alla Francia e acqua Evian
dalla Francia all'Italia”), ridistribuire (“l'occidente rappresenta il
20% della popolazione mondiale e consuma più dell'86% delle risorse
naturali”), riutilizzare (“per risparmiare risorse naturali e creare
posti di lavoro”), riciclare (“ciò che non è possibile riutilizzare”),
ridurre (“la nostra impronta ecologica, ma anche gli orari di lavoro”).
Ma i critici di
Latouche e del suo movimento hanno gioco facile a dire: sono tutte cose
astratte, se volete essere credibili dovete fare proposte concrete e
presentare un programma. E allora ecco che, per concludere la sua
lectio, il professore francese decide di stare al gioco e di presentare
il suo “programma elettorale”.
“Ho
sognato che mi candidavo alle elezioni presidenziali con
un programma elettorale in pochi punti. Proponevo di ridurre del 75% la
nostra impronta ecologica, introducendo una tassa ambientale sui
trasporti, per favorire il consumo a 'chilometri zero'. Al tempo stesso
proponevo di ricostruire l'agricoltura contadina, rinunciando all'uso
dei pesticidi, di trasformare i guadagni di produttività in riduzione
dell'orario di lavoro e altre cose simili. Sulla base di questo
programma mi sono candidato, sono stato eletto con il 51% e ho iniziato
ad applicare il programma. La settimana dopo sono stato assassinato”.
Quale è la
morale della favola?
“Primo. Ciò che non è ancora possibile a livello globale, può comunque
esserlo a livello locale o individuale. Secondo. Ciò che non è possibile
oggi potrebbe esserlo domani. Terzo. Ciò che non è possibile qua è già
possibile altrove, come in America Latina”. In conclusione, per Latouche
“la Decrescita è una scommessa che non siamo sicuri di vincere. Ma in
ogni caso, vale la pena di tentare”.
*) rassegna.it