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LA FIDUCIA IN UN INTERVENTO ONU IN DARFUR E' MAL RIPOSTA 19 11 2007 DI STEPHEN GOWANS
Comunità internazionale:
promozione della soluzione del problema del Darfur
Darfur, Amnesty: Russia e Cina violano embargo su armi
La Rice: «Khartoum deve accettare un contingente di pace dei caschi blu» Corriere della Sera sabato 12 aprile 2008
Darfur. La mano israeliana dietro la crisi e il conflitto
Terrore e Guerre: LA FIDUCIA IN UN INTERVENTO ONU IN DARFUR E' MAL RIPOSTA DI STEPHEN GOWANS What's Left?Molti attivisti occidentali si sono mobilitati a favore di richieste disanzioni contro il Sudan e di un intervento ONU nel Darfur. Ma uno sguardo sui recenti interventi occidentali nei “punti caldi” del mondo suggerisce che questa fiducia è mal riposta. Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati, e il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, indicano nobili scopi come fondamento ai loro interventi, gli obiettivi reali sono invariabilmente conformati agli interessi economici delle compagnie multi-nazionali e delle banche di investimento che dominano le politiche dei paesi occidentali. Peggio ancora, l’intervento ha tipicamente portato al deterioramento delle crisi umanitarie, e non al loro miglioramento.Il conflitto come pretesto Gli Stati Uniti e altre potenze imperialiste cercano, o provocano, il conflitto in paesi che non dominano politicamente. Essi utilizzano questi conflitti come pretesti per intervenire in altri paesi in diversi modi:militarmente, tramite “mandatari” (che possono includere l’ONU), finanziando un’opposizione interna, o attraverso una combinazione di questi mezzi. L’obiettivo è quello di sfruttare questi paesi economicamente. Il controllo politico, tramite un dittatore o un governo fantoccio, permette ai grandi paesi di proteggere ed espandere gli investimenti delle proprie compagnie e banche multi-nazionali, nonchè di aprire le porte alle proprie esportazioni.Ossia, gli Stati Uniti e altre potenze imperialiste sono impegnate in un’inesorabile ricerca di dominio politico su paesi che al momento non controllano, al fine di sfruttarne le risorse, il patrimonio e i mercati, creando o determinando conflitti che forniscano pretesti al loro intervento. In Yugoslavia, gli Stati Uniti, la Germania e la Gran Bretagna incoraggiarono i secessionisti a dichiarare unilateralmente l’indipendenza dalla Federazione Yugoslava ed aiutarono i Kosovari albanesi ad intraprendere una lotta di guerriglia per rendere il Kosovo un paese indipendente. I conflitti che ne seguirono con il governo federale furono presi a pretesto dalla NATO per intervenire militarmente e porre un freno al conflitto. I governi secessionisti e le guerriglie del KLA (Kosovo Liberation Army) furono dipinti dai media occidentali come le vittime, mentre il governo federale, che stava reagendo alle provocazioni, fu descritto come un istigatore. Il risultato fu che la Yugoslavia venne ri-balcanizzata e portata sotto il controllo di Stati Uniti e Germania, che da allora hanno imposto una tirannia neo-liberale e le cui compagnie, banche e ricchi investitori hanno potuto rilevare il patrimonio federale in precedenza di proprietà pubblica o sociale. (1) In Iraq gli Stati Uniti utilizzano il conflitto tra Sunniti, Sciiti e Kurdi come pretesto per rimanere nel paese come forza occupante. Se i soldati fossero ritirati troppo presto, ci viene detto che ne risulterebbe una guerra civile generale (come se una guerra totale, sostenuta dalle forze statunitensi e britanniche, non esistesse già). Similmente, ci viene assicurato che, se i soldati fossero ritirati dall’Afghanistan, Al-Qaeda tornerebbe ad utilizzare il paese come base delle sue operazioni, conducendo ad una sequenza di nuovi 11/9. Più di un decennio fa gli Stati Uniti provocarono un conflitto nel Golfo - o almeno permisero che uno continuasse - quando l’Iraq non venne fermato dall’ambasciatore americano, April Gillespie, dopo che chiese l’autorizzazione di invadere il Kuwait. L’Iraq fu dunque intrappolato nell’intraprendere un’invasione che Washington utilizzò come pretesto per lanciare la guerra del Golfo. L’effetto fu quello di avviare il processo di portare l’Iraq, e le sue considerevoli risorse petrolifere, sotto il controllo degli Stati Uniti. (2) Il Sudan oggi non è sotto il controllo politico statunitense e, come l’Iraq, è una fonte immensa di riserve petrolifere e il candidato per fornire profitti giganteschi che vengano raccolti da compagnie petrolifere straniere. L’amministrazione Bush si lamenta del fatto che il governo del Sudan interferisce nelle industrie petrolifera e petro-chimica sudanesi. Khartoum non è dunque un sostenitore delle tre libertà che più stanno a cuore a Washington: il libero commercio, la libera impresa e il libero mercato. Questo, dal punto di vista di Washington, rappresenta una minaccia agli interesi della politica estera (cioè delle grandi compagnie) statunitense. Se la politica sudanese impedisce alle compagnie petrolifere statunitensi di sfruttare le risorse del paese, il Sudan rappresenta una minaccia algi interessi della politica estera degli Stati Uniti. Di conseguenza, deve essere trattato come un nemico. E in effetti è un nemico -ma solo un nemico della classe dei membri dei consigli di amministrazione, delle famiglie capitaliste ereditarie e dei banchieri investitori, nel cui interesse il libero commercio, la libera impresa e il libero mercato sono promossi e rafforzati. Il Sudan, il suo popolo, e le politiche economicamente nazionaliste del suo governo non sono, in ogni caso, nemici delle gran parte degli Americani. (3) Esistono conflitti in corso nel Darfur che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno utilizzato per discutere dell’intervento occidentale. Esiste un conflitto per l’acqua e la terra tra le popolazioni sedentarie e quelle nomadi, reso più aspro dalla desertificazione. Esiste un conflitto tra gruppi ribelli, che hanno attaccato installazioni governative, e il governo stesso. Ed esiste un conflitto tra i vari gruppi ribelli. Questi conflitti sono utilizzati dagli Stati Uniti e dai loro alleati come pretesti per imporre sanzioni ed argomentare a favore dell’intervento. Ma gli Stati Uniti non sono più interessati alla soluzione di questi conflitti più di quanto lo fossero alla soluzione di quelli in Yugoslavia. Essi sono interessati al dominio politico del Sudan, così che le compagnie petrolifere di Stati Uniti e Gran Bretagna possano accumulare enormi profitti dalle grandi riserve dipetrolio del Sudan. Il primato dell’inganno Non c’era nessun genocidio in Kosovo. Quando i patologi legali andarono acercare i resti di migliaia di corpi che la NATO sosteneva essere nascosti per tutto il Kosovo, essi ne trovarono duemila - un numero coerente con una guerriglia di piccola scala, non con una campagna di genocidio. Ma dopo che la NATO intervenne militarmente con una campagna di bombardamenti di 78 giorni, migliaia di persone fuggirono, ponti, fabbriche scuole ed ospedali furono distrutti e centinaia, se non migliaia, di civili rimasero uccisi.Ciò che era una guerriglia a bassa intensità fu trasformato in una crisi umanitaria dalla NATO. (4) Non c’erano armi di distruzione di massa in Iraq. Ma dopo che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna lo invasero, circa 600.000 Iracheni morirono in conseguenza della violenza provocata dall’invasione, quattro milioni fuggirono dalle loro case, la povertà divenne dilagante e le infrastrutture distrutte dai bombardamenti statunitensi e britannici si trovarono in rovina. Un paese un tempo moderno che usava i guadagni da petrolio per sviluppare se stesso economicamente e per costruire un robusto sistema di stato sociale fu trasformato da Stati Uniti e Gran Bretagna in un disastro umanitario quasi senza pari. (5) Secondo la commissione ONU delegata di investigare sulle accuse di Washington secondo cui il governo sudanese stia perseguendo una politica di genocidio, queste accuse non hanno fondamento. É’ vero, stabilì la commissione, che Khartoum abbia risposto in modo sproporzionato agli attacchi alle forze governative da parte dei gruppi ribelli, ed è vero che Khartoum sia implicata in crimini di guerra, ma la commissione non trovò alcuna prova che il governo sudanese sia coinvolto nel progetto di tentare di eliminare un gruppo identificabile, caratteristica fondamentale di una politica di genocidio. Per come avvengono i disastri umanitari, il disatro in Iraq è di gran lunga peggiore. Perciò chi si fiderebbe di chi commette quel disastro - chi, dopo che tutti mentirono sul genocidio in Kosovo e sulle armi vietate in Iraq - per intervenire in Darfur e risolvere quella crisi umanitaria? Sarebbe come consegnare le chiavi della propria auto ad un noto ladro e bugiardo patologico. (6)Ignorare i conflitti L’altro lato della medaglia è che ci sono paesi che gli Stati Uniti già dominano in cui avvengono terribili disastri umanitari e violazioni dei diritti umani, ma di cui molto poco viene raccontato. Quando scoppiano conflitti in questi paesi, tali conflitti sono ignorati dai media occidentali, poichè non sono necessari come pretesti per interventi da parted ei governi occidentali. In effetti, è nell’interesse di Washington che questi conflitti non siano portati all’attenzione dell’opinione pubblica.In Etiopia, per esempio, migliaia di membri dell’opposizione furono imprigionati dopo che si svolsero le elezioni. Recentemente, il governo ha minacciato di giustiziare dozzine di capi di opposizione con accusa di tradimento. Giornalisti stranieri e gruppi in difesa dei diritti umani sono stati espulsi dal paese. Poichè l’Etiopia è politicamente dominata dagli Stati Uniti, non c’è ragione per portare il suo deplorevole primato all’attenzione del pubblico. Non c’è bisogno di creare un caso per un intervento. L’Etiopia è già sotto il tallone degli Stati Uniti. Di conseguenza, poche persone sanno qualcosa di ciò che succede nel paese dal momento che l’Etiopia è fuori dallo schermo radar della demonizzazione dei media occidentali. Ma è probabile che si conosca Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe, che molti credono aver commesso tutti i crimini che Meles Zenawi, primo ministro dell’Etiopia, ha commesso. Tranne che Mugabe non ha arrestato migliaia di membri di opposizione o minacciato di giustiziare i leader di opposizione. La differenza tra Zenawi e Mugabe è che Zenawi è un fantoccio degli Stati Uniti e Mugabe non lo è. Per opporsi alle ingerenze imperialiste in Africa meridionale e cercare di nazionalizzare l’economia dello Zimbabwe, Mugabe è nel pieno centro dello schermo radar della demonizzazione occidentale. (7) Ci sono circa mezzo milione di persone rifugiate in Somalia in conseguenzadell’invasione da parte dell’Etiopia, intrapresa agli ordini del governo degli Stati Uniti. Questo è un disastro umanitario creato da un “mandatario” statunitense. Non esiste una “Campagna per la Salvezza della Somalia”. (8) Nella Repubblica Democratica del Congo esiste un conflitto provocato dai precedenti “mandatari” degli Stati Uniti, Rwanda e Uganda, che ha condotto alla morte di quattro milioni di persone dal 1997. I 200.000 morti del Darfur (80 percento per inedia e malattie, 20 per cento per violenze) sono ben poca cosa rispetto ai milioni di morti del Congo. Ma mentre esiste una “Campagna per la Salvezza del Darfur”, non c’è nessuna “Campagna per laSalvezza del Congo”. (9) La soluzione per il Darfur Se l’intervento ONU in Darfur non è una soluzione - e non lo è - che cos’è? Sebbene talvolta sembri che le Nazioni Unite siano un corpo neutrale che democraticamente decide come risolvere i conflitti, ciò non è quello che l’ONU è veramente. Le Nazioni Unite, su tutte le questioni rilevanti, sono il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, un ristretto gruppo di forze principalmente imperialiste che fanno ciò che i paesi imperialisti fanno: provano a spartirsi il mondo tra di esse. Gli Stati Uniti, membro dominante del Consiglio di Sicurezza, non hanno interesse nella soluzione del conflitto in Darfur. Essi sono interessati alla instaurazione di una presenza militare permanente per estorcere al governo sudanese il controllo sul petrolio del Sudan. Se gli Stati Uniti possono indurre altri paesi ad impegnare i soldati per raggiungere i loro obiettivi, tanto meglio. Impantanati in Iraq e Afghanistan, una missione militare ONU per assicurare lo scopo statunitense di portare il Sudan sotto il dominio statunitense è uno sviluppo ben accettato a Washington. Dovrebbe essere chiaro che il risultato degli interventi ONU e NATO è quello di rendere piccoli conflitti disastri umanitari. Gordon Brown, primo ministro britannico, sostiene che il Darfur sia il maggiore disastro umanitario del mondo. Ci sono 200.000 morti in Darfur, ma ce ne sono circa 600.000 in Iraq. Ci sono quattro milioni di rifugiati in Iraq, e molti meno in Darfur. (10) Intellettuali liberal come Michael Ignatieff, il precedente professore di Harvard e oggi aspirante alla carica di primo ministro canadese, disse che una guerra doveva essere mossa in Iraq a causa di ciò che Saddam fece ai Kurdi. L’intervento militare statunitense sotto l’autorizzazione dell’ONU fu ritenuto portatore di pace, prosperità, diritti umani e democrazia tra le sponde del Tigri e dell’Eufrate. Ciò che portò fu invece qualcosa di molto peggiore di ciò in cui Saddam Hussein era coinvolto. (11) La soluzione per il Darfur è fermare la pressione sull’amministrazione USA per l’intervento in Sudan e cominciare a fare pressione sull’unico gruppo ribelle che non firmerà un accordo di pace affinchè lo faccia. Khartoum si è seduta al tavolo con i gruppi ribelli per elaborare un accordo di pace ed un unico gruppo ha rifiutato anche solo di partecipare agli incontri. I conflitti non possono essere risolti se una delle parti non è interessata alla pace. Nè possono essere risolti se forze potenti stanno usando i conflitti come pretesti per invadere ed imporre sanzioni.Se si impone una pressione sugli strenui ribelli per giungere alla pace con Khartoum, e la pace ne consegue, cosa avverrà dopo? Gli attivisti che protestavano a favore dell’intervento occidentale in Darfur volgeranno il loro sguardo per salvare il Congo dalla sua crisi umanitaria? La pressione popolare sarà rivolta ad indurre l’Etiopia a ritirarsi dalla Somalia? E cosa, riguardo all’Iraq? Le stesse persone che si scandalizzarono con profondo risentimento morale per il Darfur, chiederanno l’immediato ritiro dei soldati stranieri dall’Iraq? Non dovrebbero forse chiedere questo, come prima cosa? Dopo tutto, le dimensioni del disastro iracheno sono peggiori di quello in Darfur, e sono gli stessi governi degli attivisti ad aver commesso il disastro maggiore.Si potrebbe pensare che i popoli statunitense ed inglese darebbero priorità ad azioni per l’immediato ritiro dei soldati dall’Iraq, piuttosto che incanalare le loro energie per spingere i governi che mentirono e determinarono tragedie in Yugoslavia e Iraq ad intervenire in un altro paese ricco di petrolio. Gli attivisti hanno l’obbligo di capire i modelli istituzionali di comportamento dei loro stessi governi, di indagarele forze che determinano quei modelli, e di evitare che l’emozione comprometta la ragione e la capacità di analisi. Non è bene che si permetta ai nostri stessi governi e mezzi di informazione di mobilitare le nostre energie al fine di agire per conto di finalità imperialiste, distraendoci nel contempo da progetti che siano legittimamente nell’interesse della maggior parte dell’umanità intera. (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=3921&mode=thread&order=0&thold=0)
Secondo un
rapporto dell'organizzazione internazionale, Mosca e Pechino eludono il
bando sulla vendita delle armi al Sudan, imposto dal 2005, e forniscono
aerei da guerra alle milizie Janjaweed per il bombardamento delle zone dove
vivono civili.
Amnesty International ha accusato oggi Cina e Russia di fornire armi al
regime sudanese, che verrebbero usate per continuare il genocidio in Darfur.
Le acccuse indicherebbero perciò che Mosca e Pechino violano un embargo
sulla vendita delle armi nel Paese africano imposto alla comunità
internazionale dall'Onu sin dal 2005Secondo un rapporto dell'organizzazione,
presentato oggi, le armi verrebbero ritirate direttamente dai membri della
milizia Janjaweed, protetta dal governo di Omar Hassan el Beshir,
“padre-padrone” del Sudan.
L'ambasciatore sudanese presso le Nazioni Unite, Abdel Mahmood Abdel Haleem,
ha definito le accuse “una bugia, illazioni senza base né fondamento”.
Amnesty ha presentato nel suo rapporto anche diverse fotografie che
ritraggono le forze aree militari locali mentre scaricano armi. Per Haleem,
“le foto non costituiscono alcuna prova. Potrebbero essere state scattate
nella Repubblica africana centrale, o nel sud del Sudan, ma non nel Darfur.
Non abbiamo alcuna missione di combattimento in quella zona”.
Nel testo del rapporto, il gruppo chiede al Consiglio di Sicurezza dell'Onu
di rinforzare l'embargo sulle armi, emanato nel marzo 2005 e diretto ad
entrambe le fazioni in guerra. Il coinvolgimento di Mosca e Pechino sarebbe
provato da alcune fotografie che ritraggono jet militari cinesi di tipo
“Fanfan” e russi, gli Antonov 26, nella zona di Nyala, vicino al teatro di
guerra. Questi sarebbero usati per il bombardamento di zone densamente
popolate da civili.
Il valore dell'investimento totale sarebbe di 45 milioni di dollari: 24 a
Pechino e 21 a Mosca. Questo coinvolgimento, conclude l'organizzazione
umanitaria, dimostra che “alcuni Stati, compresi membri dello stesso
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, permettono e partecipano
all'ingresso di armi destinate al massacro dei civili in Darfur”.
Il massacro del Darfur, in corso da quattro anni, ha causato la morte di
oltre 200mila persone. Le milizie Janjaweed sono accusate di aver costretto
alla fuga o ucciso decine di migliaia di abitanti del Darfur per motivi
etnici.
Russia e Cina rispondono ad Amnesty: non vendiamo armi al Sudan
I ministeri degli Esteri di Mosca e Pechino hanno
rigettato le accuse dell'organizzazione internazionale, sottolineando il
loro rispetto per le decisioni Onu. La Cina conferma l'invio di ingegneri
militari in Darfur per fermare il genocidio.
Le armi russe “non sono in Darfur”, mentre la Cina “ha sempre mantenuto un
approccio responsabile alla vendita di arsenale bellico, trattando con gli
Stati e non con i singoli o le organizzazioni”. È questa la risposta di
Mosca e Pechino ad Amnesty International, che ieri ha accusato i due governi
di vendere armi al Sudan per continuare il genocidio in atto nel Darfur.
Un comunicato del ministero russo degli Esteri rilasciato nella serata di
ieri afferma che “l'esercito nazionale coopera con le altre nazioni sempre e
soltanto in linea con le leggi internazionali. Abbiamo rispettato il bando
sulla vendita delle armi al Sudan, emanato dalle Nazioni Unite nel 2005”.
Stessa linea per Jiang Yu, portavoce del dicastero cinese, che ha definito
le accuse “infondate” ed ha ricordato “il rispetto del Paese per le
decisioni Onu. Pechino non vende armi a chi è sottoposto ad embargo”.
Secondo il rapporto presentato ieri da Amnesty, invece, le armi russe e
cinesi sarebbero state inviate nel Paese africano e ritirate direttamente
dai membri della milizia Janjaweed, protetta dal governo di Omar Hassan el
Beshir, “padre-padrone” del Sudan. Per leggere il testo completo del
rapporto, clicca qui.
L'ambasciatore sudanese presso le Nazioni Unite, Abdel Mahmood Abdel Haleem,
ha definito le accuse “una bugia, illazioni senza base né fondamento”.
Amnesty ha presentato nel suo rapporto anche diverse fotografie che
ritraggono le forze aree militari locali mentre scaricano armi che, afferma
il gruppo, provengono da Russia e Cina, “entrambi membri permanenti del
Consiglio di Sicurezza Onu”.
Il massacro del Darfur, in corso da quattro anni, ha causato la morte di
oltre 200mila persone. Le milizie Janjaweed sono accusate di aver costretto
alla fuga o ucciso decine di migliaia di abitanti del Darfur per motivi
etnici.
Per cercare di fermare la strage, l'Onu ha proposto un piano di pace
multinazionale a cui ha aderito ieri anche Pechino. Nel corso della stessa
conferenza stampa in cui ha rigettato le accuse di Amnesty, infatti, la
portavoce Yu ha confermato che “invierà nella regione degli ingegneri
militari, nell'ambito dell’operazione Onu, per cercare di fermare il
genocidio”.
Data articolo: agosto 2007
Fonte: AsiaNews
Comunità internazionale: promozione della soluzione del problema del Darfur
2008-03-19 14:42:05 cri
Il 18 marzo a Ginevra in Svizzera si sono concluse le consultazioni
informali per la soluzione del problema del Darfur avviate congiuntamente
dall'inviato speciale del segretario generale dell'Onu per il problema del
Darfur Jan Eliasson e dall'inviato speciale per lo stesso problema
dell'Unione Africana Salim Ahmed Salim. La conferenza ha rappresentato un
nuovo sforzo della comunità internazionale per infrangere l'attuale impasse
del problema del Darfur e promuovere il raggiungimento di progressi
essenziali durante il processo politico. Ecco di seguito un servizio in
merito del nostro corrispondente a Ginevra.
L'Onu e l'Unione Africana guidano da sempre il processo di riconciliazione
politica del problema del Darfur. Durante la conferenza l'inviato speciale
dell'Unione Africana per il problema del Darfur Salim ha detto francamente
che il processo di riconciliazione politica del problema del Darfur si trova
ancora di fronte a molte difficoltà, e che il quadro generale non è
ottimistico.
Dopo la conferenza sul processo di pace nel Darfur tenutasi nell'ottobre
2007 in Libia, negli ultimi mesi il processo politico del Darfur è finito in
un impasse. L'inviato speciale del segretario generale dell'Onu per il
problema del Darfur Jan Eliasson ritiene necessario accelerare il processo
politico della regione:
"Tutte le parti partecipanti alla conferenza nutrono un consenso, ritenendo
necessario accelerare il processo politico del Darfur, perchè molti stanno
soffrendo per via dei conflitti. Nel contempo riteniamo che il processo
politico debba presentare una partecipazione ancora più ampia, con
l'ingresso di organismi sociali, capitribù, associazioni femminili,
esponenti economici, ecc. Noi abbiamo continuato e continueremo nel nostro
impegno in merito."
La tendenza della situazione in Sudan esercita un'influenza diretta
sull'intera parte orientale e centrale dell'Africa. Negli ultimi anni, la
comunità internazionale ha compiuto instancabili sforzi per risolvere la
crisi del Darfur. In un'intervista a RCI, il rappresentante speciale del
governo cinese per il problema del Darfur Liu Guijin, partecipante alle
consultazioni informali, ha illustrato il lavoro compiuto dal governo
cinese:
"La Cina si è molto impegnata per spingere il governo del Sudan ad accettare
le truppe miste del peace-keeping dell' Onu e dell'Unione Africana, il che è
ampiamente riconosciuto dalla comunità internazionale. Inoltre la Cina è il
primo paese non africano che ha inviato delle truppe del peace-keeping nel
Darfur. Il governo cinese si è anche molto impegnato nell'offerta di
assistenza umanitaria alla regione, inviando solo l'anno scorso dei
materiali pari a 80 milioni di RMB."
Inoltre Liu Guijin ha affermato che la Cina si impegna per la soluzione
politica permanente e completa del problema di Darfur. Su questo punto, la
Cina non ha interessi privati.
"Cerchiamo di risolvere il problema del Darfur in modo permanente e
sostenibile, il che corrisponde alla politica della Cina verso i paesi in
via di sviluppo dell'Africa. Non intendiamo fare uno show, nè attenuare
delle cosiddette pressioni, ma solo dare i propri contribuiti e sforzi per
la pace e lo sviluppo del Sudan e per la soluzione del problema."
In un'intervista a RCI, l'inviato speciale
dell'Unione Africana Salim ha espresso un alto apprezzamento per il ruolo
giocato dalla Cina nel processo di soluzione del problema del Darfur:
"La Cina è un paese molto importante, non solo perchè è membro permanente
del Consiglio di Sicurezza dell'Onu ma anche è amico dei paesi africani. La
Cina ha fatto tutto quello che ha potuto per la pace nel Darfur; la
conclusione dei conflitti nella regione corrisponde ai diritti e interessi
del popolo di Sudan, e il maggiore beneficiario è il popolo locale." http://italian.cri.cn/241/2008/03/19/126@100370.htm
Corriere della Sera sabato 12 aprile 2008
La Rice: «Khartoum deve accettare un contingente di pace dei caschi blu»
In Darfur prosegue il massacro
Aerei dell'esercito e miliziani arabi ha nuovamente saccheggiato villaggi
nel nord della regione sudanese STRUMENTI
Un bambino in un un campo profughi
L’ultimo attacco è stato lanciato venerdì. Aerei dell’esercito sudanese
hanno bombardato villaggi nel nord Darfur, poi sono arrivati i janjaweed, i
miliziani arabi a cavallo o a dorso di cammello per completare, come al
solito, il lavoro: ammazzare gli uomini sopravvissuti, violentare le donne,
insultarle e schermirle umiliandole (“ora hai in grembo un figlio arabo”),
rapire i bambini per trasformarli in schiavi, portar via le mandrie e
saccheggiare il saccheggiabile.
SCORRERIE QUOTIDIANE - Ma forse, nel momento in cui leggete, quella di
venerdì è diventata la penultima incursione. Infatti le scorrerie dei
miliziani arabi contro le popolazioni civili di origine africana che abitano
le regioni occidentali del Sudan si ripetono ormai quotidianamente. “Non c’è
più tempo! Il governo di Khartoum deve accettare un contingente di pace dei
caschi blu per fermare il genocidio”, ha ammonito il segretario di Stato
americano, Condoleeza Rice, venerdì, a margine dell’Assemblea Generale delle
Nazioni Unite, durante un incontro tra 25 paesi e l’Unione Europea.
ANNAN E LA RICE - Sabato le ha fatto eco il segretario delle Nazioni Unite,
Kofi Annan che, in un editoriale pubblicato da un giornale francese, ha
lanciato un appello al Sudan perché sia ragionevole: “Condanno l’escalation
che sta prendendo il conflitto in Darfur – ha scritto il capo dell’Onu –. E’
una vergogna per tutta l’Africa”, ha aggiunto. Mentre la Rice ha ribadito la
posizione americana: “Se Khartoum continuerà a impedire l’accesso in Darfur,
occorrerà pensare a un’azione unilaterale”.
Il Consiglio di Sicurezza a fine agosto ha deciso l’invio nella martoriata
regione sudanese di una forza di pace di 17 mila uomini e 3000 poliziotti,
per sostituire l’attuale missione dell’Unione Africana, che conta 7200
soldati male armati e male organizzati. Grazie alla Cina e alla Russia, che
minacciavano di porre il veto, però è stato aggiunto un codicillo: la
missione si farà solo se sarà accettata dal governo di Khartoum.
Un’assurdità
visto che quel governo è considerato il mandante (e talvolta con i
bombardamenti aerei, anche l’esecutore materiale) del massacri e delle
grossolane violazioni dei diritti umani in quell’area.
Un appartenente al Sudan Liberation Movement (Afp)
PACE VIOLATA - Ad Abuja in maggio è stato siglato un trattato di pace,
accettato da una sola delle fazioni darfuriane. Un trattato che è morto
subito, perché violato dal governo e dai ribelli. L’unico risultato è che
Minni Minnawi, capo della fazione firmataria, si è sistemato con un bel
posto di vice presidente del Paese, assistente del Presidente Omar Al Bashir
per le questioni del Darfur. Ora vive a Khartoum con una scorta, un’auto di
lusso e una bella residenza. I suoi uomini, pochi per la verità perché il
suo gruppo si è assottigliato, partecipano alle razzie assieme agli arabi.
“E’ in corso una grande offensiva del governo – racconta Jahafar Monrò,
portavoce della fazione del Sudan Liberation Army, guidata da Abdul Wahid Al
Nur -. I soldati e le milizie filogovernative stanno distruggendo le
campagne per impedire i raccolti. Tagliano gli alberi da frutta e ammazzano
il bestiame. Chi non è stato ucciso dalla violenza rischia ora di morire di
fame. L’esperienza del Ruanda dovrebbe insegnare qualcosa; se la comunità
internazionale non si muove saremo sterminati. Dopo non pianga e non ci
venga a dire “Abbiamo sbagliato a non intervenire, Chiediamo scusa”.
LA GUERRA SEGRETA - Al di là della violenza e dei massacri, in Darfur si
combatte una guerra segreta tra Stati Uniti, Cina e Russia. Il Sudan dava
ospitalità a Osama Bin Laden ed era stato messo dagli Stati Uniti nella
lista dei “Paesi canaglia”. Così le compagnie petrolifere americane che
esploravano il sud del Paese, dove è stato trovato oro nero in gran
quantità, sono state costrette ad andarsene, immediatamente rimpiazzate da
cinesi e malesi: imprenditori, operai, impiegati, ma anche capimafia e capi
bastone cinesi hanno letteralmente invaso il Sudan. E concessioni minerarie
di vario genere (comprese quelle petrolifere) sono state assegnate a uomini
chi Pechino. Assieme a Russia e Ucraina, poi, la Cina ha fornito a Khartoum
ogni genere di armi trasportate con urgenza all’aeroporto della capitale
dove per innumerevoli notti sono stati segnalati in arrivo enormi cargo
Antonov. I pezzi più grossi, elicotteri e (si dice, ma non c’è conferma)
carri armati sono arrivati invece a Port Sudan, scalo sul mar Rosso.
I CINESI - La capitale sudanese è ormai piena di negozi gestiti da cinesi,
di palazzi in costruzione o appena terminati eretti dai cinesi e di
motociclette importate dalla Cina. I cinesi sono dappertutto e hanno anche
il permesso di violare le rigide regole islamiche: ci sono perfino i
bordelli cinesi e naturalmente i ristoranti, gli unici dove, nonostante
l'alcool sia severamente bandito, si possa bere apertamente davanti a tutti
vino, birra e il tradizionale stomachevole liquore alla rosa. Solo in quei
locali si ha la certezza che non arriverà nessuna guardia islamica che, per
tutelare la moralità religiosa, potrebbe farci condannare a 100 frustate
sulla pubblica piazza.
Massimo A. Alberizzi 24 settembre 2006
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/09_Settembre/23/alberizzi.shtml