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 Delitto Notarbartolo alla luce del "Il ritorno del Principe" Giuseppina Ficarra

pubblicato nella rivista ilpuntodue.it   http://www.ilpuntodue.it/?q=node/295    

Secondo una versione schematica e semplicistica del processo per il delitto Notarbartolo, la Corte d’assise di Bologna giudica  colpevole il Palizzolo  con sentenza del luglio 1902, condannandolo a 30 anni di reclusione. Ma, a seguito della  pressione esercitata dal Comitato “Pro Sicilia” (*), la Corte di Cassazione, poco dopo, il 27 gennaio 1903, annulla la sentenza di Bologna per un “vizio di forma”, aprendo così la via all’assoluzione del Palizzolo

Questa versione, oltre ad ignorare il fatto storico di una grande manifestazione antimafia, la prima forse della storia, promossa dal partito antipalizzoliano   (Renda in  Storia della mafia pag.154,  Umberto Santino antimafia civile e sociale), ed attribuire erroneamente al “sentire mafioso” dei Siciliani l’esito del processo,  non tiene conto che nella vicenda del processo per il delitto Notarbartolo, durata 10 anni, sono da tenere in considerazione  vari  fattori di natura politica e la concomitanza con importanti eventi storici. (Come fa notare Renda op.cit.paf.150 “Quando si scopre il cadavere del Notarbartolo sul treno fra Termini e Trabia, gli ospedali di Palermo sono ancora pieni dei feriti di Caltavuturo…. Non passano  che alcune settimane, e il movimento dei Fasci dei lavoratori dilaga impetuoso”  e più avanti: “Tecnicamente, fra la denuncia contro i fasci accusati di mafia e la mancata denuncia contro il Palizzolo come mandante in assassinio non vi è alcun rapporto. Nella realtà, il legame è assai profondo. Intanto per le autorità. Il clima di tensione. che subito dopo l’assassinio del Notarbartolo si instaura a Palermo, è tale che politicamente ne nasce un turbinio di situazioni difficili da classificare per ordine di importanza, chiamando magistratura e polizia a indagare contemporaneamente sulla mafia «vera» che ha eseguito l’omicidio dell’ex direttore generale del Banco di Sicilia e sulla mafia «presunta» che dovrebbe mettere a ferro e fuoco la Sicilia.).     

In “Il ritorno del Principe” di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato (pag.206), leggiamo: “un eventuale condanna definitiva di Palizzolo era, dunque,incompatibile con gli equilibri politici esistenti?  Direi proprio di si.”  E ancora: “L’assoluzione del Palizzolo non era un’eccezione, ma un caso paradigmatico di quella che era la normalità” invece “ La consegna di mafiosi dell’ala militare, (ilFontana, esecutore materiale del delitto) mediante patteggiamento all’interno della classe dirigente con gli esponenti dell’alta mafia è sempre rientrata, nelle tradizioni del sistema mafioso”. (op. cit.pag.207)

 Il presidente del Consiglio Depretis alcuni anni prima, nell’ottica di questi equilibri politici, per mantenere un assetto di potere “che ripartisce le potestà sovrane dello Stato tra borghesia industriale del Nord e classe dirigente meridionale”  (in Il ritorno del Principe pag.202), aveva rifiutato di emanare il decreto ministeriale necessario a dare esecuzione all’articolo 7 della legge di pubblica sicurezza con il quale si disponeva che per esercitare la funzione di guardia campestre occorreva avere la fedina penale pulita. Una norma necessaria per contrastare la mafia.  A questo proposito scrive Renda (op. cit. pag 125): “Esisteva la legge , ma si faceva in modo che per legge non fosse impedito che il mafioso fosse campiere, curatolo o guardiano”. Caso emblematico del prevalere della logica degli equilibri politici era stato anche quello del procuratore generale  Tajani, del mandato di cattura da lui fatto spiccare contro il questore Albanese e degli ostacoli  e mancato sostegno che gli furono opposti dalle autorità governative locali e dallo stesso Ministero, delle sue dimissioni dalla magistratura in senso di protesta. (vedi ai nostri giorni De Magistris, Forleo, etc!)  

Diceva Sciascia: “Il potere non è nel Consiglio comunale di Palermo. Il potere non è nel Parlamento della Repubblica. Il potere è sempre altrove. …...”
In “Il ritorno del Principe” di Saverio Lodato e Roberto Scarpinato leggiamo:
“Le imposture del potere non servono infatti solo a legittimarlo ma anche a celare la sua oscenità. Il vero potere è sempre “osceno”. Opera cioè nel fuori scena.

Nel 2006 la voce della società civile siciliana riesce ad imporre nelle primarie la candidatura di Rita Borsellino. Ma la reazione dei vertici fu immediata e Rita fu lasciata priva di sostegno! (Il ritorno del Principe pag.23) Nel 2008 viene respinta a larghissima maggioranza la proposta di impedire che facciano parte  della Commissione Parlamentare Antimafia soggetti inquisiti per mafia e di detta Commissione entrarono a fare parte soggetti condannati per fatti di corruzione con sentenza definitiva. (Il ritorno del Principe pag.48)

Non ci sono due Sicilie, non c’è nessun “spartiacque”: condanna di Palizzolo, assoluzione di Palizzolo, repressione dei fasci siciliani, “assoluzione” di Andreotti, Cuffaro senatore, vicenda di Rita Borsellino e quant’altro. Prevale sempre il potere osceno!  Finora!    

Leggo in una presentazione del libro Il ritorno del Principe: La mafia oggi appare cancellata dalle priorità di chi governa. I cittadini che ancora le si oppongono, le associazioni di Addio Pizzo, Ammazzateci Tutti, la Confindustria Siciliana fino a quanto potranno reggere la battaglia (contro il pizzo, contro la 'mdrangheta, contro la mafia) se lasciati isolati?
La battaglia contro il Principe deve essere una rivoluzione civile che mette assieme tutte le componenti dello stato: magistratura, polizia e politica.
Il Principe deve sentirsi isolato, escluso dalla società, dal mondo istituzionale.
E' lui l'anomalia.
Amaro il finale del magistrato, nella lunga intervista con il giornalista.
"Se il meridione dovesse essere abbandonato al suo destino, le mafie - quelle alte e quelle basse - avrebbero finalmente coronato l'antico sogno di riaffermare la loro totale supremazia su quella parte del paese.Verrebbe da dire: buona fortuna, Italia".
http://unoenessuno.blogspot.com/2008/07/il-ritorno-del-principe-di-saverio.html

Negare la specificità e la portata nazionale della mafia e coinvolgere in essa solo la Sicilia e i Siciliani, nonché la loro storia e relative mentalità e abitudini ,(n.d.r il loro presunto “sentire mafioso”),  non consente di leggere e affrontare  la realtà con l’intelligenza necessaria.(Renda op. cit. pag.177)

(*)Per quanto riguarda il comitato «Pro-Sicilia», Salvatore Lupo in Storia della mafia Donzelli 2007  a  pag.156/157  scrive:                

“Il «Pro-Sicilia» guadagnò forze e consensi ben oltre l’area palermitana, ma nel corso di questa espansìone geografica il riferimento allo specifico del caso Palizzolo si fece più tenue mentre prevalevano temi modellati sugli argomenti nittiani di Nord e Sud, sulle polemiche liberiste a proposito del «mercato coloniale», sulle altre ragioni della protesta meridionale.”

A  questo proposito Renda (op. cit.)  ci dice che “il processo al Palizzolo divenne un processo ai Siciliani, e se ne disse quel che Lombroso o Niceforo nei loro libri non osarono mai scrivere.”

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P.S.

Renda (op. cit. pag. 163) scrive: Il “Comitato pro Sicilia” non ebbe però gli sviluppi che i suoi promotori certamente si aspettavano. Sul piano organizzativo si estese in tutta l’isola,  costituendo nelle varie province ben 60 sezioni e raccogliendo 200 mila adesioni. Sul piano politico il suo principale successo fu, invece, solo l’annullamento della condanna del Palizzolo".

Queste osservazioni di Renda sembrano avvalorare il pensiero di Lupo sopra riportato sul Comitato Pro Sicilia. Renda che a pag. 162 aveva chiamato il "Pro Sicilia" nuovo Partito, ci parla qui di sezioni  e dice che si estese in tutta l'isola e noi sappiamo che la mafia non era estesa in tutta l'isola dove invece possiamo pensare che fervesse la protesta meridionale.. Ci fa intendete infine che non aveva il solo scopo dell’annullamento della condanna del Palizzolo.

Nella stessa pagina, immediatamente prima, Renda (op. cit. pag. 163), ci riporta la dichiarazione di Angelo Maiorana: <<Non meno significativa fu la dichiarazione dell’on. Angelo Maiorana, prossimo ministro delle finanze del governo Giolitti:

‘‘Il movimento di opinione pubblica che, dopo il verdetto di Bologna, si è determinato in Sicilia, è uno dei più profondi e coscienti che da lunga pezza siensi manifestati nell’isola nostra Non giova dissimularsene né l’estensione né la intensità. Errano molti per ignoranza, taluno per malafede, quei giornali dell’Alta Italia che l’attribuiscono alla riscossa della mafia. Così dicendo, mostrano di disconoscere le più essenziali condizioni dello spirito pubblico siciliano e contribuiscono ad inasprire un dissidio che purtroppo ripete assai complesse e diverse cagioni E vero: altra cosa è Palizzolo, altra cosa è la Sicilia. Ma che perciò? Il fatto Palizzolo non è che l’indice o l’occasione o la goccia del vaso, per usare la frase volgare; ma la questione è molto più alta e complessa. Negarla vuol dire aggravarla; falsarla. significa invelenirla”.>>

Per le pagine di Renda vedi   Renda_I_processi_Notarbartolo

vedi anche Parliamo di sicilianismo Giuseppina Ficarra

vedere:

Giuseppe Marchesano
Processo contro Raffaele Palizzolo e c.i. Arringa
Tipografia Calogero Sciarrino,  Palermo,  1902 
http://www.storiamediterranea.it/darts_md1_page.php?p=idl&idlibro=53

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Umberto Santino ("Dal Gattopardo al papello: una lunga storia di patti oscuri" La Repubblica 7 nov.2009) "L'Italia scopriva la mafia con il delitto Notarbartolo del primo febbraio 1893 e nonostante l'esito del processo, conclusosi con l'assoluzione del principale imputato, il deputato Raffaele Palizzolo, sono emerse le compromissioni di uomini di potere con la malavita organizzata. Scriveva Napoleone Colajanni: "e' risultato a luce meridiana che polizia, magistratura, autorita' altissime di ogni genere prese nel loro insieme tutto fecero per riuscire all'impunita' del presunto reo, per deviare la giustizia dalla scoperta della verita'".

Dal sito del Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" riprendiamo il seguente intervento dal titolo "La trattativa Mafia-Stato: una storia che si ripete" originaramente apparso sul quotidiano "La Repubblica", cronaca di Palermo, il 7 novembre 2009 con il titolo "Dal Gattopardo al papello: una lunga storia di patti oscuri". Umberto Santino ha fondato e dirige il Centro siciliano di documentazione "Giuseppe Impastato" di Palermo. Da decenni e' uno dei militanti democratici piu' impegnati contro la mafia ed i suoi complici. E' uno dei massimi studiosi a livello internazionale di questioni concernenti i poteri criminali, i mercati illegali, i rapporti tra economia, politica e criminalita'.]

Le dichiarazioni di Massimo Ciancimino hanno portato alla ribalta il tema della trattativa tra capimafia e rappresentanti dello Stato e da piu' parti si grida alla novita'. Certo, il "papello" con le richieste dei mafiosi, irricevibili anche dallo Stato piu' scalcagnato, puo' essere considerato un fatto nuovo ma il rapporto tra mafia siciliana e uomini e settori delle istituzioni e' una costante nella storia della mafia e ne ha costituito insieme la forza e la specificita'. Un breve promemoria.

 Gia' in quelli che possono definirsi "fenomeni premafiosi", documentabili dal XVI secolo alla prima meta' dell'Ottocento, periodo d'incubazione del fenomeno mafioso, ci sono reati che coniugano signoria territoriale e modalita' di accumulazione, come per esempio l'abigeato, che non sarebbero possibili senza la complicita' delle compagnie d'armi, forze dell'ordine del tempo, o il coinvolgimento in prima persona dei loro capitani. E' il caso di Mario de Tomasi, prima arruolato tra le guardie a piedi, poi capitano d'armi, capostipite della famiglia in cui nascera' lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Come dire che all'inizio della dinastia piu' che un gattopardo e' uno sciacallo, un personaggio di umili origini che all'interno delle istituzioni usa il crimine per arricchirsi e per scalare posizioni sociali. Fin dai primi anni della formazione dello Stato unitario si parla di "mafia politica".

Nel 1861 il deputato Diomede Pantaleoni in un rapporto al ministro dell'Interno Bettino Ricasoli scriveva che molti delitti rimanevano impuniti nonostante che gli autori fossero notori e che i "facinorosi" erano legati al partito della Societa' nazionale, il partito governativo. Si legge nel rapporto di Pantaleoni: "Si legano a questo partito... persone di mal affare, facinorosi, accoltellatori, che spesso con grandissimo scandalo e danno del governo si veggono nominati anco a posti governativi".

Dieci anni dopo, nel 1871, il procuratore di Palermo Diego Tajani incrimina il questore Giuseppe Albanese che arruolava mafiosi arcinoti nella polizia e si serviva di alcuni di essi per eliminare altri delinquenti. Albanese fu prosciolto e Tajani annotava: "La maffia che esiste in Sicilia non e' pericolosa, non e' invincibile di per se', ma perche' e' strumento di governo locale". Pochi anni dopo Leopoldo Franchetti, nella sua inchiesta privata sulla Sicilia condotta assieme a Sidney Sonnino, parlava della mafia come "industria del delitto" praticata dai "facinorosi della classe media", cioe' della nuova classe dirigente e sottolineava che lo Stato infieriva sulle classi popolari ma era impotente contro la mafia e la "classe abbiente" o almeno "sopra la parte dominante di essa".

Era impotente o albergava la serpe in seno? Com'e' noto, l'inchiesta di Franchetti e Sonnino desto' un vespaio di polemiche ma per molti aspetti e' ancor oggi attuale. L'Italia scopriva la mafia con il delitto Notarbartolo del primo febbraio 1893 e nonostante l'esito del processo, conclusosi con l'assoluzione del principale imputato, il deputato Raffaele Palizzolo, sono emerse le compromissioni di uomini di potere con la malavita organizzata. Scriveva Napoleone Colajanni: "e' risultato a luce meridiana che polizia, magistratura, autorita' altissime di ogni genere prese nel loro insieme tutto fecero per riuscire all'impunita' del presunto reo, per deviare la giustizia dalla scoperta della verita'". E ne traeva motivo per concludere: "la mafia di governo ha rigenerato la mafia dei cittadini".

Il questore di Palermo Sangiorgi in una serie di rapporti redatti tra il 1898 e il 1900 ricostruiva un organigramma dei gruppi mafiosi molto simile a quello attuale e rilevava complicita' di rappresentanti delle forze dell'ordine e della magistratura. Il processo nato dalle denunce di Sangiorgi, celebratosi tra il maggio e il giugno del 1901, non accolse la tesi che esistesse l'associazione mafiosa e quelle carte sono rimaste sepolte per piu' di ottant'anni. Sarebbe troppo lungo parlare della repressione delle lotte contadine, dai Fasci siciliani di fine Ottocento agli anni '50 del secolo scorso, dell'impunita' dei responsabili di innumerevoli delitti e della strage di Portella della Ginestra, punto d'incontro di vari soggetti che miravano all'esclusione delle sinistre dal governo nazionale e regionale e ci riuscirono pienamente gia' nel maggio del '47, con la rottura della coalizione antifascista al governo dal '44. Quell'impunita' ha una sola spiegazione: la mafia faceva parte del blocco agrario al potere assieme agli industriali del Nord e la violenza aveva una funzione irrinunciabile, era la risorsa a cui si ricorreva tutte le volte che quel potere veniva messo in forse dal movimento contadino.

 Per andare a tempi più vicini, penso che non si sia riflettuto abbastanza sull'esito del processo ad Andreotti. Il processo e' finito "all'italiana": con un reato di associazione a delinquere semplice accertato fino al 1980 (quando non c'era ancora il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso introdotto dalla legge antimafia del 13 settembre 1982, dieci giorni dopo il delitto Dalla Chiesa), ma prescritto, e l'assoluzione per gli anni successivi. Ma e' pure "all'italiana" l'archiviazione di una verita' giudiziariamente conclamata, cioe' che un uomo politico per molti anni al vertice delle istituzioni e' stato associato a delinquere. Questo risulta da sentenze definitive ma bisognerebbe sapere che se il tramite dei rapporti con l'universo mafioso era Salvo Lima, i rapporti di Andreotti con l'ex sindaco di Palermo sono durati fino alla sua morte, nel marzo 1992.

Ora stiamo assistendo a una sorta di balletto delle amnesie e dei ricordi ripescati dopo molti anni. Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha richiamato atti giudiziari precedenti e prima in un'intervista alla televisione e poi parlando davanti alla Commissione antimafia ha affermato che ci sono stati almeno due tentativi di intavolare la trattativa e a proposito della strage di Capaci ha evocato un'"entita' esterna". Il problema e' se questa "entita' esterna" assumera' un volto o se restera' vaga ed astratta e se sulle stragi di mafia si riuscira' a ricostruire per intero il quadro delle responsabilita'. Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, frutto delle confidenze dei Graviano, portano a Dell'Utri e a Berlusconi. Ma c'e' una bella differenza tra l'accenno generico, il sentito dire e la prova giudiziaria. Se non si raccoglieranno prove sufficienti, si potranno riscrivere le sentenze dei processi per le stragi del '92 e del '93, individuando altri responsabili all'interno del mondo mafioso, ma per l'ennesima volta si dissolveranno nelle nebbie le figure dei mandanti esterni. E il lascito del passato non potrà non ipotecare il futuro.