Egitto
Tunisia Libia
GHEDDAFI E GLI
ALTRI di Fulvio Grimaldi
Guerra
umanitaria e propaganda di guerra varie da L'Ernesto
FERRERO:
CONTRO OGNI
GUERRA UMANITARIA IN LIBIA - 25.02.11
Varie di
Pietro Ancona
E' l'ENI
l'obiettivo della insurrezione contro Gheddafi?
di Pietro Ancona 22.2.11
La
fine del colonialismo comincia adesso
di Ferhat Mehenni
Bye-bye Mubarak
- Michele Giorgio Manifesto 12.2.11
LA STRATEGIA DEL DOMINIO CON IL CONSENSO Né “rivoluzione islamica” né
“ribellione popolare”: L’Egitto marcia verso la “democratizzazione” imperiale
USA. 12 febbraio 2011
Il Cappello di Obama
(sulla rivoluzione egiziana) di Pietro Ancona 12.2.11
La
gioia di piazza Tahrir. Poi le scarpe contro Mubarak
-
Michele Giorgio
Manifesto 11.2.11
«Se se ne va è un sogno, ha vinto il popolo» - Mi.Gio.
Manifesto 11.2.11
La «storia è in marcia», ma l'Europa tace -
Anna Maria Merlo
Manifesto 11.2.11
Tra
rivolta e rivoluzione
- Nicola Melloni Liberazione 10.2.11
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Bye-bye Mubarak
- Michele Giorgio
IL CAIRO
- Gioia, felicità, danze, canti, baci, carezze, abbracci, pianti, risate, fuochi
artificio, barche sul Nilo. Un fiume di parole non basta a descrivere come
milioni di egiziani hanno festeggiato ovunque nel paese il sogno divenuto
realtà, l'addio alla presidenza dopo ben trent'anni di Hosni Mubarak, l'unico
leader conosciuto da almeno la metà della popolazione. Una festa coinvolgente e
colorata che andrà avanti nei prossimi giorni e che sancisce la vittoria della
«seconda rivoluzione egiziana», quella dei giovani, nota anche come la
«rivoluzione 2.0», come l'aveva battezzata giovedì il blogger Wael Ghonim, tra i
primissimi promotori dell'insurrezione contro il faraone del terzo millennio
dopo Cristo. «Congratulazioni all'Egitto, il criminale ha lasciato il palazzo»,
così Ghonim ha salutato, ovviamente su Twitter, l'addio del raìs. Il primo
obiettivo è stato raggiunto dal popolo egiziano, ma già si guarda avanti, alla
ricostruzione dell'Egitto su nuove basi, politiche ed economiche.
La gioia
è proporzionale all'incertezza politica. Siamo ad un passaggio fondamentale
della storia del più importante dei paesi arabi, che, peraltro, potrebbe dare il
via all'effetto domino tanto evocato in Medio Oriente dopo la rivolta tunisina
del mese scorso. Dietro l'angolo forse c'è l'insurrezione di giovani e popoli di
altri paesi della regione, dominati come lo sono stati gli egiziani, da regimi
oppressivi e, quasi sempre, fedeli esecutori delle politiche degli Stati uniti.
Mubarak, lasciando la presidenza ha trasmesso i suoi poteri allo stato maggiore
dell'esercito guidato dal generale Mohammed Tantawi, il ministro della difesa.
Tantawi è una figura grigia e poco stimata - anche se ieri sera era davanti al
parlamento a salutare la folla - che con ogni probabilità sarà soltanto il volto
e il portavoce del Consiglio militare supremo dove svetta il capo di stato
maggiore, generale Sami Enan, un comandante che piace molto agli Stati uniti e
che gode di simpatie anche tra i Fratelli musulmani, per la sua «onestà e
rettitudine».
Enan e
gli altri generali saranno il presente dell'Egitto, nella speranza che non
diventano anche il futuro del paese, violando l'impegno preso di garantire
l'avvio di quel processo di riforme democratiche per il quale hanno lottato
milioni di egiziani e sono morti oltre 300 manifestanti. «In nome di Allah il
misericordioso e il compassionevole: cittadini, durante le difficili circostanze
che sta attraversando l'Egitto il presidente Hosni Mubarak ha deciso di lasciare
la carica di capo dello Stato e ha incaricato lo stato maggiore delle forze
armate di amministrare gli affari del paese. Che Allah possa aiutare tutti». Con
queste parole il vicepresidente Omar Suleiman ha annunciato in un brevissimo
intervento televisivo l'abbandono del potere da parte del raìs, senza aggiungere
alcun dettaglio sul suo futuro personale o quello del premier Ahmed Shafiq.
Mubarak, che in un discorso trasmesso giovedì aveva rifiutato di dimettersi,
ieri mattina ha lasciato improvvisamente il Cairo per recarsi alla sua residenza
di Sharm el Sheikh, nel Sinai, mentre piazza Tahrir si riempiva nuovamente di
centinaia di migliaia di dimostranti e altre decine di migliaia di persone
circondavano diversi palazzi delle istituzioni, la televisione di stato e si
avvicinavano alla residenza del presidente. Alla notizia delle dimissioni la
folla ammassata nella piazza Tahrir, epicentro per due settimane delle proteste,
è esplosa di gioia. «E' fatta, siamo all'epilogo. Mubarak oggi è a Sharm el
Sheikh, domani sarà a Jedda come l'ex presidente tunisino Ben Ali», ripeteva
Omar, giunto in piazza Tahrir con la moglie e i due figli per godere di un
momento che fino a qualche settimana fa nemmeno osava sognare.
«Lui
non rinunciava alla presidenza ma noi non ci siamo arresi, siamo rimasti qui,
certi che presto o tardi avrebbe ceduto», spiegava il dottor Mansour Mahfouz con
il camice bianco e un fascia con i colori della bandiera egiziana giunto in
piazza assieme ad una nutrita delegazione di medici ed infermieri. Intorno nel
frattempo si ballava e cantava, in un tripudio di bandiere egiziane. La gioia
dell'annuncio ha cancellato in un attimo la delusione che molti avevano provato
dopo la diffusione, in tarda mattinata, del secondo comunicato dei vertici
militari, che dava l'idea di un sostegno delle forze armate al raìs contestato
da gran parte del paese. «E' la prova che la politica egiziana è controllata da
Israele e Stati uniti» aveva commentato con ira un ex deputato dei Fratelli
musulmani, Mohammed Ashiyeh. Poi tutti hanno compreso che sono stati i generali
a spedire Mubarak in riva al Mar Rosso. «Per noi la vita ricomincia adesso» ha
commentato, appena giunto in piazza Tahrir per i festeggiamenti, il premio Nobel
per la pace e uno dei leader dell'opposizione egiziana, Mohammed El Baradei. «Il
mio messaggio al popolo egiziano è: vi siete guadagnati la libertà, fatene il
miglior uso e che Allah vi benedica», ha proseguito El Baradei, un probabile
candidato alla presidenza. L'Egitto ora è in mano ai militari che i Fratelli
musulmani, principale movimento di opposizione, si sono affrettati ad elogiare
per «aver mantenuto le promesse».
Le
incognite però sono tante nonostante l'atteggiamento positivo e vicino alla
gente che soldati e ufficiali hanno avuto in questi quindici giorni nei quali
hanno presidiato le strade del Cairo e di altre città. Le forze armate non hanno
ancora comunicato quale sarà l'iter della transizione. In base all'articolo 84
della costituzione egiziana, in caso di vacanza del potere, la presidenza viene
assunta ad interim dal presidente dell'Assemblea del popolo e le elezioni devono
venire celebrate entro i successivi 60 giorni. Ma è chiaro che l'esercito non
affiderà alcun incarico a Fathi Sorour, speaker di una Assemblea dominata dai
deputati del Pnd, il partito di Mubarak, eletta alla fine dello scorso anno tra
brogli e frodi senza precedenti, e, quindi, non riconosciuta dal popolo. Fino a
ieri il vice-presidente (ed ex capo dei servizi segreti) Suleiman sembrava il
più gettonato a guidare il periodo tra il «governo militare» e la nascita di una
leadership politica eletta democraticamente. Non piace molto agli egiziani ma
Washington e Israele cercheranno di imporlo alla giunta militare che ha preso i
poteri, perché è considerato, come dice qualcuno, la «migliore garanzia di
stabilità e continuità per l'intera regione». Non è però chiaro se Suleiman goda
del pieno appoggio dell'esercito e ierisera circolavano voci, rilanciate dalla
Bbc, che anche lui avrebbe rinunciato all'incarico dopo un aspro scontro con i
vertici militari. Ieri sera è sceso in campo anche il segretario generale della
Lega Araba, Amr Moussa, che salutando lo «storico cambiamento» in Egitto e ha
invitato al «consenso nazionale» dopo le dimissioni di Mubarak. Egiziano, ex
ministro degli esteri, Musa fa parte del Consiglio dei saggi e non nasconde le
sue ambizioni presidenziali. Qualsiasi soluzione venga trovata ai piani alti
tuttavia verrà respinta dal popolo se non verrà accompagnata dalle riforme
annunciate. Gli egiziani in queste due settimane hanno imparato a non avere più
paura e non resteranno a guardare di fronte alla nascita di una dittatura
militare o di un nuovo regime, simile a quello attuale ma con un nuovo volto.
La gioia di piazza Tahrir. Poi le scarpe contro Mubarak
- Michele Giorgio Manifesto 11.2.11
IL CAIRO - «Rivoluzione: missione compiuta». La
folla ondeggiava e cantava ieri sera mentre in Piazza Tahrir, attraverso Twitter,
in omaggio ad una rivolta cominciata in internet, giungevano queste parole
scritte da Wael Ghoneim, il cyber-militante simbolo dell'insurrezione arrestato
dalla polizia politica e liberato dopo 12 giorni di detenzione. Peccato che il
Faraone, che pareva avesse ceduto di schianto dopo 17 giorni di manifestazioni
oceaniche, alla fine spiazza tutti e non se ne va. Nonostante i milioni di
persone che urlavano un solo slogan: «Hosni Mubarak vattene». Nonostante Obama,
che annunciava che «lì si fa la storia». L'uomo che per trent'anni ha avuto il
controllo dell'Egitto poggiandosi su un apparato di sicurezza e repressione
feroce, che ha consentito il ripetersi di elezioni-farsa, che sognava di passare
lo scettro al figlio dando inizio ad una dinastia, ha annunciato la fine dello
stato d'emergenza che durava dal 1981, ribadito che rispetterà gli impegni presi
e non si ricandiderà, promesso che garantirà lo svolgimento di elezioni libere e
ceduto i poteri al suo vice Suleiman. Ma senza cedere ai «diktat» di altri Paesi
e con l'avvertenza che «non lascerò mai questa terra». Fino alla tarda serata di
ieri il potere appariva saldamente nelle mani del Consiglio militare supremo,
che nel suo primo comunicato aveva annunciato di aver preso ad interim i poteri
politici e la guida del paese.
Ma nella notte Mubarak ha ribaltato tutto e
annunciato in un messaggio televisivo alla nazione il trasferimento delle
deleghe a Omar Suleiman, il vicepresidente ed ex capo dei servizi di sicurezza
che Stati Uniti e Israele vorrebbero vedere al potere, garante di una
transizione «ordinata» che non metta in discussione l'attuale posizione politica
e diplomatica dell'Egitto nella regione e verso l'Occidente. Un boato di
felicità aveva accolto quella che sembrava essere la fine del regime. Dopo era
cominciata la festa. «L'esercito e il popolo sono uniti» hanno urlato alcuni,
«viva l'Egitto» altri. Migliaia di egiziani hanno continuano ad affluire verso
la piazza simbolo della rivolta presidiata da decine di mezzi corazzati che,
almeno fino a tarda sera, non hanno effettuato alcun movimento. «Sono qui perché
non voglio perdermi questo momento storico, il momento in cui il presidente
lascerà il paese» diceva Alia Mossallam, 29 anni. Khaled e Ammar, amici per la
pelle, invece si abbracciavano felici brindando simbolicamente con l'acqua
minerale alla fine del regime di Mubarak, costretto a farsi da parte come il
tunisino Ben Ali. «This is people power» ripeteva da parte sua un uomo sulla
quarantina rivolgendosi ai giornalisti stranieri presenti, corretto
immediatamente da un ragazzo: «No, questo è il potere dei giovani, dei giovani
della rivoluzione».
La gioia si è trasformata in rabbia immediatamente dopo il
discorso di Mubarak. In migliaia hanno preso a lanciare scarpe contro il Faraone
in segno di dispregio, si è alzato un coro che chiedeva le dimissioni e sono
partite le invocazioni all'esercito ad andare insieme dal raìs per deporlo. Oggi
centinaia di migliaia di egiziani continueranno a manifestare, al Cairo e nel
resto del paese. La caduta del presidente non è che la prima delle
rivendicazioni dei gruppi di giovani e della società civile che hanno guidato la
rivolta. La voglia di cambiamento e di giustizia è enorme - tutti chiedono che
vengano giudicati e puniti i responsabili della strage di oltre 300 egiziani
compiuta da polizia e servizi di sicurezza - ma che difficilmente troverà
soddisfazione nel passaggio di poteri al vicepresidente (che Piazza Tahrir non
vuole) o nelle strategie dell'esercito, che è uscito definitivamente allo
scoperto e potrebbe assumere un ruolo più definito concentrando il potere in una
sorta di giunta militare. Il Consiglio militare supremo ha diffuso due
comunicati ieri pomeriggio nei quali si è preso carico di «esaminare le misure
necessarie per preservare la sicurezza del paese» e «sostenere le legittime
richieste della popolazione». Se Suleiman appare il candidato preferito da
Washington e Tel Aviv, l'esercito potrebbe non essere d'accordo, preferendo
assumere collettivamente la responsabilità del paese o proporre un nuovo
candidato. Non va dimenticato che entrambe le parti hanno due efficaci strumenti
di pressione: gli aiuti militari statunitensi da una parte e il trattato di Camp
David con Israele dall'altra. Di fatto, come si legge sui documenti dei
diplomatici americani diffusi da Wikileaks, i comandi militari egiziani
considerano gli aiuti un indennizzo dovuto per il rispetto del trattato. Il
premier israeliano Netanyahu perciò è stato rapido nel mettere in chiaro già
ieri sera cosa si aspetta dal nuovo Egitto che, in sostanza, vorrebbe come
quello dominato per trent'anni da Mubarak.
«Israele desidera stabilità e
continuità e che sia preservata la pace, quale che sia il governo al potere», ha
detto prima ancora del discorso del presidente sconfitto. Dagli Usa Barack Obama
si è sbilanciato poco, limitandosi a ripetere quanto già dichiarato più volte
dall'inizio della crisi egiziana. «Siamo testimoni della storia che si schiude -
ha detto il presidente Usa - È un momento di trasformazione che sta avvenendo
perché il popolo egiziano chiede un cambiamento. Sono i giovani ad essere
all'avanguardia. Una nuova generazione, la vostra generazione - ha precisato
rivolgendosi agli universitari americani della Northern State University - che
vuole che la sua voce sia udita. Vogliamo che questi giovani e tutti gli
egiziani sappiano che l'America continuerà a fare ogni cosa che può per
sostenere una transizione ordinata e autentica verso la democrazia in Egitto».
Belle parole ma la Casa Bianca ha già fatto schierare navi da guerra nel
Mediterraneo meridionale, pronte ad intervenire per tenere aperto il Canale di
Suez se in Egitto non avverrà la «transizione ordinata». Gli americani sanno
bene che buona parte degli 80 milioni di egiziani puntano ad un cambiamento
profondo, perché vogliono vivere finalmente un'esistenza decorosa, non più tra
gli stenti come hanno dovuto fare sino ad oggi. Accanto alla rivolta di Piazza
Tahrir dilagano gli scioperi di lavoratori di ogni settore che ricevono stipendi
da fame. Ieri a scioperare sono stati i 62mila autisti di autobus e mezzi di
trasporto pubblici. «Non torneremo alla guida sino a quando non verranno accolte
le nostre richieste - ha spiegato Wael Riad, un autista - Vogliamo l'aumento
immediato dello stipendio, 700 pound al mese (meno di 100 euro) sono una
miseria, a stento riusciamo a mangiare».
Il via libera agli scioperi è stato
proprio il governo a darlo, annunciando l'aumento, a partire da aprile, del 15%
delle pensioni e dei salari dei dipendenti pubblici. Assecondando i dipendenti
statali, principale bacino di consenso, il regime credeva di poter placare il
malcontento esploso in rivolta il 25 gennaio. Invece quel provvedimento ha
spinto migliaia di egiziani a scendere in strada per reclamare «aumenti per
tutti e non per pochi». Faisal, un insegnante, si lamentava ieri per «le
ricchezze del presidente». «Noi moriamo di fame e la famiglia Mubarak invece si
è arricchita», ha detto l'uomo in riferimento alle notizie circolate nei giorni
scorsi sul patrimonio di diversi miliardi di dollari che il raìs e e la sua
famiglia avrebbero accumulato in tutti questi anni. Gli scioperi si
intensificano ovunque. Ieri 24mila operai della Misr Spinning di Mahallah
(Delta), hanno fermato gli impianti della più importante fabbrica tessile del
paese, dichiarandosi solidali con la protesta in Piazza Tahrir. Seimila
lavoratori sono in sciopero nell'area del Canale di Suez, con grande
preoccupazione di Usa e Ue. Ma l'Egitto va ricostruito anche a partire dal
rispetto dei diritti umani e politici. Amnesty ha chiesto la fine dei poteri
arbitrari delle forze di sicurezza, il rilascio dei prigionieri di coscienza e
l'introduzione di garanzie contro la tortura. Parole che, si spera, verranno
ascoltate. I dubbi però restano forti. Ieri il Guardian ha riferito la denuncia
fatta da attivisti egiziani di centinaia di arresti e torture compiute anche
dall'esercito egiziano. Accuse respinte dai comandi militari. Il futuro
dell'Egitto è un foglio bianco tutto da scrivere.
«Se se ne va è un sogno, ha vinto il popolo» -
Mi.Gio.
Manifesto 11.2.11
IL CAIRO - «L'avevamo detto che questa era la
settimana dell'addio per Mubarak e così è stato. Abbiamo vinto, l'Egitto ha
vinto, i giovani hanno vinto». Non riesce a contenere l'entusiasmo Ahmed Maher,
uno dei leader del Movimento 6 Aprile che passerà allo storia dell'Egitto per
aver guidato la «seconda rivoluzione», divampata il 25 gennaio sull'onda della
rivolta tunisina e che ha portato alla fine dei trent'anni di potere assoluto di
Hosni Mubarak, il raìs che si considerava un nuovo faraone. Gli abbiamo rivolto
qualche domanda nelle fasi concitate, cariche di entusiasmo e tensione, di ieri
sera in piazza Tahrir, con un'attenzione particolare al ruolo delle Forze
Armate, che di fatto ora sono alla guida del paese. È la vittoria tanto attesa e
sognata? Sì, attesa e ottenuta. E' il successo dei tanti giovani che si sono
uniti subito a questa battaglia, degli egiziani che non hanno esitato a sfidare
un potere che appariva imbattibile. E' la vittoria di coloro che hanno dato la
vita per costruire un nuovo Egitto, democratico e moderno. Dei feriti che ancora
sono in ospedale. Vi aspettavate proprio ora le dimissioni di Mubarak? Il raìs
in fondo appariva sicuro di poter rimanere al suo posto fino al termine del
mandato. Invece qui in Piazza Tahrir abbiamo sempre creduto che fosse sul punto
di cedere. Di fronte ad una massa di egiziani, sempre più forte e numerosa, non
poteva resistere più a lungo. Alla fine anche chi lo ha sempre difeso e
appoggiato ha dovuto accettare la realtà e ha preso le distanza dal raìs,
lasciando al suo destino. E ora? Ora vogliamo festeggiare il successo che
abbiamo voluto e cercato con forza e tanti sacrifici. Il paese deve celebrare la
vittoria della seconda rivoluzione. Poi occorrerà procedere velocemente alla
ricostruzione dell'Egitto. Le Forze Armate sono scese in campo, contribuendo in
modo decisivo a questa svolta eccezionale. Tuttavia non si può fare a meno di
considerare che i generali continuano a fare la storia di questo paese. Non vi
spaventa tutto questo? Il rapporto tra il popolo e l'esercito è stato sino ad
oggi ottimo. I nostri soldati hanno garantito Piazza Tahrir ed evitato il
ripetersi degli attacchi della polizia e dei burattini di Mubarak e del suo
partito contro la folla pacifica riunita in questo luogo da oltre due settimane.
Per questo motivo tutto ci lascia credere che i militari si limiteranno a
garantire la pace e la sicurezza del paese e di tutti noi. La gioia che stiamo
vivendo è anche la gioia dei soldati che in questo paese sono giovani, parte
degli stessi giovani che hanno anticipato in internet la rivoluzione del 25
gennaio guidandola successivamente nelle strade. I prossimi obiettivi della
rivoluzione quali sono? Quelli che abbiamo ripetuto tante volte in questi
giorni. Gli egiziani chiedono che autorità civili prendano al più presto la
guida del paese lasciando tornare le Forze Armate al loro compito naturale, la
difesa dell'Egitto dai nemici esterni. Subito dopo vogliono che il paese proceda
alla revisione della Costituzione e alla revoca delle leggi d'emergenza (in
vigore da trent'anni, ndr). Infine, ma già nei prossimi mesi, dovranno svolgersi
elezioni politiche e presidenziali per eleggere un Parlamento e un capo dello
Stato che siano finalmente rappresentativi del popolo egiziano. Ma ci aspettiamo
anche politiche immediate per affrontare le crisi più gravi del paese, a
cominciare dalla disoccupazione giovanile e dalla povertà. Siamo certi che la
rivoluzione sarà capace di esprimere i nuovi leader egiziani.
La «storia è in marcia», ma
l'Europa tace - Anna Maria Merlo
PARIGI - Le notizie in provenienza dall'Egitto si
sono accavallate per tutto il pomeriggio di ieri, annunciando il discorso di
Hosni Mubarak in serata e un possibile imminente abbandono del rais. E l'Europa?
Assente. Restano senza risposta le richieste telefoniche su eventuali reazioni.
Sul web, réactions européennes, reactiones europeas, european reactions o
Europäische Reaktion non danno nessun risultato. Di Cathy Ashton, l'alta
rappresentante per la politica estera dell'Unione europea, si sono perse le
tracce (ma siamo alle soglie del week-end, di solito lascia Bruxelles per la
Gran Bretagna con ampio anticipo sul fine settimana). Anche ieri, la prudenza
estrema è stata la divisa del vecchio continente, mentre Obama ha fatto una
dichiarazione in serata sottolineando che «la storia è in marcia» e la Cia, già
nel pomeriggio, annunciava attraverso una dichiarazione del suo direttore, Leon
Panetta, le «dimissioni immediate» di Mubarak. Gli Usa hanno contatti sia con il
regime che con l'opposizione, anche quella più informale, come i rappresentanti
dell'imprenditoria del paese. L'Europa, che non ha saputo prevedere le
rivoluzioni arabe, accecata dalla paura dell'immigrazione e dell'islamismo, sta
a guardare e aspetta per reagire. La sola proposta è stata, da parte di
Bruxelles, di proporre di «rafforzare l'assistenza» all'Egitto, in vista di «una
transizione» politica pacifica e «ordinata».
La Commissione europea, senza mai nominare il
presidente Mubarak, in questi giorni si è limitata a dire: «chiediamo senza
tardare la messa in opera di riforme necessarie, ivi compreso che delle elezioni
libere e giuste siano organizzate il più presto possibile». Per il premier
britannico David Cameron, «la transizione deve essere rapida, credibile e
iniziare subito». La Francia era ieri tutta presa da questioni di politica
interna, tra la grande protesta della magistratura contro gli attacchi del
presidente Nicolas Sarkozy e uno sciopero nella scuola contro i tagli della
spesa. Il presidente in serata era atteso in tv, ma per parlare dei problemi che
«interessano la gente».
Secondo il giornalista precelto dal canale Tf1 per
condurre la serata, Jean-Pierre Pernaud, «la Tunisia è fuori quadro» (per non
parlare dell'Egitto, neppure menzionato). Mercoledì sera, Sarkozy è stato
interpellato alla tradizionale cena del Crif, il Consiglio rappresentativo delle
istituzioni ebraiche di Francia. Il presidente del Crif, Richard Pasquier, ha
espresso inquietudine circa i Fratelli musulmani in Egitto, denunciando il fatto
che «sotto la bandiera della democrazia e della libertà, si camuffa gente che
cerca di distruggere la libertà e la democrazia». Sarkozy se l'è cavata
ricordando che «le manifestazioni in Tunisia o in Egitto non hanno gridato
"abbasso l'occidente, abbasso l'America, o abbasso Israele". Non hanno
propugnato un ritorno al passato di un'età d'oro islamica mitificata.
Non se la sono presa con nessuna minoranza».
Sarkozy è nell'imbarazzo, a causa delle rivelazioni sulle ultime vacanze della
ministra degli esteri Michèle Alliot-Marie e del primo ministro, François Fillon.
La prima, dopo aver proposto il 14 gennaio l'aiuto della polizia francese al
presidente Ben Ali, poi fuggito il 17, tra Natale e Capodanno era in Tunisia,
dove ha utilizzato due volte (gratis) un aereo del clan Ben Alì proprio mentre
la rivoluzione era al culmine. intempestive anche le vacanze di Fillon, che è
stato ospitato da Mubarak, assieme alla famiglia, per visitare le vestigia
dell'antico Egitto, sempre tra Natale e Capodanno. Nel 2008, Sarkozy aveva
proposto a Mubarak la co-presidenza dell'Unione per il Mediterraneo, una nuova
struttura volutra dalla Francia per facilitare il «dialogo», che visibilmente
non è servita a nulla.
Tra rivolta e rivoluzione
- Nicola Melloni Liberazione 10.2.11
Le
esplosioni di protesta del Medio Oriente e più in generale del bacino del
Mediterraneo riportano la piazza e le masse al centro del panorama politico. Non
può essere una sorpresa che queste rivolte avvengano in quei paesi periferici ma
non estranei al ciclo di sviluppo capitalista, paesi marcati non solo da regimi
politici dittatoriali ed autoritari ma da sperequazioni di reddito
inaccettabili. La questione sociale che trent'anni di sbornia neo-liberale ci
aveva chiesto di dimenticare è attuale come non mai e dimostra tutti i limiti di
un modello di sfruttamento che inevitabilmente pone la questione delle
contraddizioni del capitale. Di qui le rivolte per il pane in Algeria e
l'effetto domino in Tunisia ed in Egitto, paese che, è vero, continua a crescere
in termini di PIL ma è nonostante questo attanagliato da una crisi economica
durissima, contrassegnata da massicce fughe di capitali, drastica diminuzione
degli investimenti stranieri diretti e calo del turismo. Soprattutto, anche la
crescita economica degli ultimi anni non ha portato nessun beneficio alla
popolazione, con la cricca di Mubarak in controllo di larghi settori
dell'economia e lesta ad appropriarsi dei profitti, immiserendo sempre più la
popolazione ed allo stesso tempo cercando di cancellare qualsiasi opposizione
politica al regime. In tale contesto hanno preso forza i Fratelli Musulmani che
si sono basati su un approccio di tipo mutualistico, come altre organizzazioni
musulmane nella regione.
I
Fratelli Musulmani creano ospedali e organizzano i sindacati, in molti casi
provvedono ad un sistema alternativo di welfare, come in fondo facevano molti
gruppi socialisti in Europa tra XIX e XX secolo. Di qui la loro innegabile
popolarità - e d'altronde un modello simile ha adottato anche Hamas in
Palestina. I Fratelli Musulmani, comunque, nonostante le fobie americane, non
sono un gruppo estremista, in molti aspetti simile all'AKP turco (il partito di
Erdogan) anche se ovviamente le evoluzioni politiche di una rivoluzione, nel
caso questa davvero avvenisse, non si possono mai dare per scontate, come l'Iran
insegna. Il punto, naturalmente, è cercare di capire quali siano le relazioni di
forza tra i diversi schieramenti, come ci insegnava Antonio Gramsci,
schieramenti che contengono le forze del vecchio regime, attori internazionali
ed i vari movimenti politici e sociali che sostengono la rivoluzione. La caduta
dell'Unione Sovietica, ad esempio, vide il riaffermarsi di quella stessa
nomenklatura che doveva essere rimossa dal movimento democratico.
E
il fatidico 1989 nell'Est Europa ha spesso visto emergere il capitale
transnazionale come il vero vincitore del cambiamento, mentre in Iran, come
detto, la cacciata dello Sha portò ad una vera rivoluzione in cui però i
protagonisti finirono per essere i gruppi religiosi e non il movimento
socialista che pure era parte integrante delle piazze di Teheran. In breve, la
differenza tra rivolta e rivoluzione la si può valutare solamente a cose fatte,
cercando di capire chi in effetti risulta vincitore alla caduta del tiranno e
se, in effetti, quei famosi rapporti di forza (non solo politici ma anche e
soprattutto economici) si sono invertiti a favore delle forze antagoniste. La
piazza non deve dimostrare solo la sua forza d'urto, ma anche la sua capacità di
farsi classe dirigente. Quel che sta avvenendo in Egitto è, con tutta evidenza,
il tentativo di contenere la rivolta, sostituendo Mubarak con Suleiman, ovvero
l'uomo forte dell'esercito che diverrebbe il garante dei poteri economici
tradizionali e, allo stesso tempo, dei tradizionali alleati dell'Egitto di
Mubarak, Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele (tutti preoccupatissimi delle
rivolte di piazza, alla faccia della retorica pro-democrazia!).
Un Egitto
fedele a Washington è garanzia di stabilità della regione, una stabilità che
protegge gli affari delle potenze occidentali nell'area ma, come ormai sempre
più spesso, l'orizzonte temporale degli "strateghi" americani ed europei è
brevissimo. Il sostegno a governi corrotti e autoritari e alle politiche
israeliane di espansione neo-coloniale, insieme alle avventure militari, hanno
avuto il solo effetto di medio-termine di esasperare i conflitti, accrescere la
povertà e radicalizzare in senso religioso le istanze di cambiamento. La
ritirata del socialismo su scala planetaria, purtroppo, ha consegnato le masse a
promesse di riscatto sociale di tipo millenaristico e spesso reazionarie, nel
Maghreb come in Europa. La crisi del modello di capitalismo occidentale apre
nuovi scenari, a cominciare dal sud del mondo che più ha sofferto per le
contraddizioni generate dalla mercificazione delle relazioni sociali di questo
trentennio neo-liberista. Il problema, pressante ed urgente come non mai, è la
capacità di offrire soluzione alternative per rilanciare la lotta e per evitare
che la barbarie sia l'unica alternativa al capitalismo.
****
sabato 26 febbraio 2011
Un film
già visto! La Libia come l'Iran...
A scorrere oggi le immagini delle televisioni, a leggere i giornali
compresi quelli di "sinistra" si rivede lo stesso film dei dittatori
cattivissimi che opprimono i loro popoli e si dedicano a sadici spargimenti di
sangue. Questo film l'abbiamo visto prima e durante la prima guerra dell'Irak (Desert
Storm), della guerra per il Kossovo e per la disintegrazione della Jugoslavia,
della seconda guerra contro l'Irak alla ricerca di armi di distruzione di massa
che non si trovarono mai, della guerra contro l'Afghanistan alla ricerca di Bin
Laden e dei terroristi che avrebbero fatto crollare le Torri gemelle, delle
manifestazioni in Iran contro Ahmadinjed. C'è una novità importante: alla
batteria massmediatica occidentale si sono unite le due emittenti televisive
arabe AlJazeera e Al Arabia che hanno assunto il monopolio della informazione di
quanto avviene da quelle parti tutto rigorosamente nello interesse dei
plurimiliardari feudatari dell'Arabia Saudita e della nuova borghesia
"liberista" che in tutto il Nord Africa e nella penisola arabica vorrebbe fare
affari con gli occidentali, arricchirsi e che è sempre più insofferente per le
quote di reddito che in Iran ed in Libia sono assorbite dal welfare, dai salari
e dagli investimenti sociali.
Altre informazioni non possiamo averne. Abbiamo già visto nel 2003 le
cannonate del carro armato americano contro le finestre del decimo piano
dell'Hotel Palestine Ginevra abitato da giornalisti. Abbiamo visto il terrore
sul viso di Giuliana Sgrena ferita e salvata dalla morte dall'eroico Calipari.
Ad oggi 400 giornalisti sono stati uccisi nelle zone di guerra. I pochi che
riescono a seguire il fronte o lavorano nelle zone occupate debbono essere
autorizzati dai Comandi Militari USA ed i loro servizi vengono rigorosamente
censurati.-
Tutto quello che abbiamo saputo o che sappiamo delle zone "calde" del
pianeta dove gli americani portano la loro "pace" assieme a pacchetti di
"diritti umani" viene filtrato dai servizi di informazione. I servizi ammettono
soltanto giornalismo "embedded", militante anzi....militarizzato.
Oggi la Stampa di Torino portava a grandissimi titoli questa dichiarazione
di Gheddafi: "Chi non è con me deve morire!" frase smentita ieri sera da un
giornalista di rai new24 attribuendola ad un errore di traduzione. In effetti
Gheddafi ha detto: " Se il popolo non mi vuole, merito di morire!. Nonostante la
correzione la frase manomessa è stata riportata da tutta la stampa italiana e
credo mondiale e l'intervento di correzione è stato ignorato. Montagna di
menzogne si sommano a montagne di menzogne. Alcune di queste sono anche
grossolane e ridicole come quella delle fosse comuni che non erano altro che
immagini vecchie di un anno del cimitero di Tripoli. Ma la scienza della
disinformazione non bada a queste quisquilie. Anche se la notizie è falsa in
modo strepitoso viene messa in circolo lo stesso sulla base di un principio di
sedimentazione di un linguaggio, di una cultura dell'avvenimento che qui sarebbe
troppo lungo discutere. Insomma anche se falsa si incide nella memoria del
pubblico.
La rivolta popolare o meglio il golpe contro il despota Gheddavi, è mossa
dalle stesse forze che si agitano contro Ahmadinjed e ne reclamano la morte; è
la borghesia che vorrebbe fare affari con l'Occidente, arricchirsi e che non
sopporta il monopolio statale
sul petrolio e sul metano e vorrebbe che i proventi non fossero tutti
investiti in sanità, pensioni, opere pubbliche, salari, scuola...La Libia ha
dato sicurezza e benessere a tutti i suoi abitanti e per quaranta anni ha
assorbito per quasi la metà della sua popolazione immigrati dai paesi poveri
dell'africa. Anche centinaia di migliaia di egiziani lavorano in Libia. E' stato
ricordato che il reddito procapite è il più alto dell'Africa, la vita media è di
77 anni pari a tre volte quella africana ed il livello di scolarizzazione assai
alto.
Alla insofferenza della borghesia che vorrebbe arricchirsi subito bisogna
sommare un dato
regionale e tribale. La Libia è l'unione di tre regioni. La Cirenaica, la
Tripolitania ed il Fezzan. La Cirenaica è luogo in cui era radicata la monarchia
e non ha mai accettato del tutto di essere governata da Tripoli. Sul
risentimento dei cirenaici e sulle pretese della borghesia si è costruito il
blocco di forze, sostenuto dagli USA, che forse sta per abbattere Gheddafi.
Purtroppo il regime non ha tenuto conto che 42 anni sono tanti, tantissimi
e che il potere si corrompe ed invecchia. Lo stesso Gheddafi è molto
invecchiato. Fa impressione vedere che il secondo uomo della Libia è uno dei
figli di Gheddafi e che non si vede non emerge un gruppo dirigente che pure c'è
stato se ha fatto moderna e forte la Nazione. Oggi il regime non ha una classe
dirigente in grado di proporsi e di cimentarsi con il futuro. Questo pesa, pesa
l'idea di Gheddafi di sentirsi eterno ed insostituibile se non con qualcuno del
suo stesso sangue. Ma i suoi oppositori sono una pure e semplice riedizione del
colonialismo e dei suoi ascari che Gheddafi scacciò con la rivoluzione indolore
di quaranta anni fa. La libia peggiorerebbe se passasse dalla gestione arcaica
del potere di Gheddafi a quella del principe ereditario di re idris e dei
petrolieri e generali USA che gli stanno dietro.
Può darsi che diventi un protettorato USA come l'Irak.
Pietro Ancona
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giovedì 24 febbraio 2011
fidel
castro interviene sulla crisi libica
Il petrolio si è trasformato nella principale ricchezza nelle mani delle
transnazionali yankee; attraverso questa fonte di energia hanno potuto disporre
di uno strumento che ha accresciuto considerevolmente il loro potere politico
nel mondo. Fu la loro principale arma quando decisero di liquidare con facilità
la Rivoluzione Cubana non appena vennero promulgate le prime leggi giuste e
sovrane nella nostra patria: privarla del petrolio.
Su questa fonte di energia si è sviluppata la civiltà attuale. Il
Venezuela è stata la nazione di questo emisfero a pagarne il maggior prezzo. Gli
Stati Uniti si fecero padroni degli enormi giacimenti di cui la natura aveva
dotato questo paese fratello.
Alla fine dell'ultima Guerra Mondiale si iniziò ad estrarre dai giacimenti
dell'Iran, come pure da quelli dell'Arabia Saudita, dell'Iraq e dei paesi arabi
situati vicino a quelli, sempre più rilevanti quantità di petrolio. Il consumo
mondiale è aumentato progressivamente fino alla favolosa cifra di circa 80
milioni di barili al giorno, compresi quelli che si estraggono nel territorio
degli Stati Uniti, a cui si sono ulteriormente sommati il gas, l'energia
idraulica e quella nucleare. Fino all'inizio del XX secolo il carbone era stato
la fonte fondamentale di energia che aveva reso possibile lo sviluppo
industriale, prima che si producessero migliaia di milioni di automobili e
motori consumatori di combustibile liquido.
I rifiuti del petrolio e del gas sono associati a una delle maggiori
tragedie, assolutamente non risolta, che soffre l'umanità: il cambiamento
climatico.
Quando la nostra Rivoluzione vide la luce, l'Algeria, la Libia e l'Egitto
non erano ancora produttori di petrolio e gran parte delle sostanziose riserve
di Arabia Saudita, Iraq, Iran ed Emirati Arabi dovevano ancora essere scoperte.
Nel dicembre del 1951 la Libia si trasforma nel primo paese africano a
conquistare l'indipendenza dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui il suo
territorio fu scenario di importanti combattimenti tra le truppe tedesche e
quelle del Regno Unito, che diedero fama ai generali Erwin Rommel e Bernard L.
Montgomery.
Il 95% del suo territorio è totalmente desertico. La tecnologia ha
permesso di scoprire importanti giacimenti di petrolio leggero di eccellente
qualità che oggi raggiungono un milione 800 mila barili al giorno e abbondanti
depositi di gas naturale. Tale ricchezza le ha permesso di ottenere
un'aspettativa di vita che raggiunge quasi i 75 anni, e le più alte entrate pro
capite dell'Africa. Il suo arido deserto è ubicato su un enorme lago di acqua
fossile, equivalente a più di tre volte la superficie di Cuba, che le ha reso
possibile costruire un ampia rete di tubature di acqua dolce che si estende per
tutto il paese.
La Libia,
che aveva un milione di abitanti al momento dell'indipendenza, ne conta oggi più
di 6 milioni.
La
Rivoluzione Libica avvenne nel mese di settembre del 1968. Il suo principale
dirigente era Muammar-al-Gheddafi, militare di origine beduina, che nella sua
prima gioventù si ispirava alle idee del leader egiziano Gamal Abdel Nasser. Non
c'è dubbio che molte delle sue decisioni siano da collegarsi ai cambiamenti che
si produssero quando, come in Egitto, una monarchia debole e corrotta venne
rovesciata in Libia.
Gli abitanti di questo paese hanno millenarie tradizioni guerriere. Si
dice che gli antichi libici facevano parte dell'esercito di Annibale quando fu
sul punto di liquidare l'antica Roma con la forza che attraversò le Alpi.
Si potrà essere o no d'accordo con Gheddafi. Il mondo è stato invaso da
ogni tipo di notizia, specialmente con l'impiego dei mezzi di informazione di
massa. Si dovrà aspettare il tempo necessario per conoscere in modo rigoroso
quanto ci sia di verità o di menzogna, o il groviglio dei fatti di ogni tipo
che, in mezzo al caos, si sono prodotti in Libia. Ciò che per me è assolutamente
evidente è che il governo degli Stati Uniti non è assolutamente preoccupato per
la pace in Libia, e non esiterà a dare alla NATO l'ordine di invadere questo
ricco paese, forse nel giro di poche ore o di pochissimi giorni.
Coloro che con perfide intenzioni hanno inventato la menzogna secondo cui
Gheddafi si sarebbe diretto in Venezuela, come hanno fatto la sera di domenica
20 febbraio, hanno ricevuto oggi una degna risposta dal Ministro delle Relazioni
Estere del Venezuela, Nicolas Maduro, quando ha dichiarato testualmente che
esprimeva “l'auspicio che il popolo libico trovi, nell'esercizio della sua
sovranità, una soluzione pacifica alle sue difficoltà, che preservi l'integrità
del popolo e della nazione libica, senza l'ingerenza dell'imperialismo...”
Per parte mia, non immagino il presidente libico che abbandona il paese,
eludendo le responsabilità che gli vengono addossate, siano o no false in parte
o nella loro totalità.
Una persona onesta sarà sempre contro qualsiasi ingiustizia venga commessa
con qualsiasi popolo del mondo, e la peggiore, in questo momento, sarebbe quella
di stare in silenzio davanti al crimine che la NATO si prepara a commettere
contro il popolo libico.
La dirigenza di questa organizzazione bellicista ha fretta di compierlo.
E' doveroso denunciarlo!
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21 febbraio 2011
Dalla
Libia un duro colpo all'Italia
Una intensa e martellante campagna propagandistica sta accreditando la
menzogna di un leader che massacra il suo popolo con una repressione feroce
fatta anche di bombardamenti aerei. Si parla di diecimila morti che naturalmente
si attribuiscono a responsabilità di Gheddafi e del suo governo. Una potente e
quasi impenetrabile cortina fumogena si è alzata sugli avvenimenti. Filtrano
solo le "notizie" confezionate dalla batteria massmediatica occidentale.
Gheddafi si trova nella condizione in cui venne a trovarsi Milosovic durante la
crisi del Kossovo nella quale fu fatto credere all'opinione pubblica mondiale un
genocidio a danno degli albanesi quando invece erano i serbi ad essere
rastrellati, uccisi o costretti a scappare dalle loro case. I massmedia arabi
più importanti di proprietà dell'Arabia Saudita forniscono la versione
quotidiana degli avvenimenti e partecipano attivamente alla congiura mediatica.
Gli insorti vengono fatti passare per inermi cittadini amanti della libertà e
della democrazia e non viene spiegato come abbiano fatto a conquistare
militarmente tante città. Si tratta di un colpo di Stato con epicentro in
Cirenaica che è stato minuziosamente preparato dagli USA e da Israele che in
questo modo regolano i conti con una realtà nazionale da sempre autonoma e non
asservita come la Tunisia, l'Egitto, il Marocco, lo Yemen, la Giordania, agli
interessi coloniali e geostrategici dell'Occidente. La posta in gioco è una
profonda modificazione degli equilibri politici che non mette in discussione il
lager di Gaza e che probabilmente si estenderà al controllo di tutto il Libano.
Da questa crisi abilmente manovrata dagli USA esce anche una Italia più debole
che dovrà rinegoziare gli accordi sugli approvvigionamenti di gas e di petrolio
con i nuovi padroni americani ed i loro prestanomi. L'Italia e la Libia hanno
realizzato per tantissimi anni una politica di pace e di cooperazione basata
sulla esistenza del metanodotto ideato e concepito in Sicilia dall'Ente
Minerario Siciliano a suo tempo proposto come alternativa vincente al trasporto
del gas con navi. E' un durissimo colpo alla economia italiana ed alla sua
sicurezza energetica. L'Italia uscirà da questa crisi con le ossa rotte. Questa
crisi si sommerà alle tante altre che riguardano la nostra industria
manifatturiera a cominciare dalla Fiat e renderà assai difficile e problematico
il recupero. I guai non arrivano mai da soli!
Non sappiamo quale sarà il destino della Libia e se resterà unita o si
frammenterà in due o tre staterelli secondo la tecnica del salame affettato che
gli USA praticano con successo da anni a cominciare dalla Corea. Può darsi che
Gheddafi non sarà in grado di continuare a controllare la Tripolitania anche
perchè ha gestito il governo soltanto in termini familistici e senza proporsi la
costruzione di un gruppo dirigente forte e preparato per lo Stato. Gheddafi è
anziano e non ha successione dentro l'attuale dirigenza. Ha fatto una politica
che ha garantito ricchezza ed indipendenza alla Libia ma non ha curato lo Stato
che è sempre stato una specie di masseria. Ma certamente le condizioni del suo
popolo sono migliori di quelle che hanno portato alla rivolta i tunisini e gli
egiziani. La Libia ha sempre avuto un grande numero di lavoratori stranieri ai
quali ha dato da mangiare per tanti decenni ed il reddito dei suoi sei milioni
di abitanti è stato di 15 mila dollari contro gli 8 mila della Tunisia, i 4.300
del Marocco ed i 5000 mila dell'Egitto. Certamente ci sono problemi di diseguale
distribuzione del reddito e di riforme ma non si può dire che la popolazione
libica non abbia fruito dei proventi del petrolio in misura certamente maggiore
di quella che gli USA concedono in Iraq. La fine della Libia indipendente si
rifletterà sull'Europa che dovrà fare i conti con una nuova situazione per gli
approvvigionamenti energetici dal Sud e non è detto che gli USA non preparino un
colpo per spezzare le reni alla Russia che non ha voluto fare gestire agli
oligarchi integrati nelle multinazionali di Wall Street le sue risorse
petrolifere ed i suoi gasdotti.
Tutte le pedine che gli USA muovono sullo scacchiere mondiale sono
finalizzate agli interessi particolari del suo imperialismo. Sono tutte pedine.
Non c'è e non ci sarà mai una politica di pace ed Obama non solo non è
diverso da Bush nel suprematismo a stelle e strisce ma è ancora più pericoloso
per la capacità di manipolazione. Ricordate che fece credere di essere con il
Presidente dell'Honduras nello stesso giorno in cui questi veniva rapito da un
aereo militare americano! Continua una guerra senza fine in Afghanistan ed a
diffondere la favole di AlQaeda e del terrorismo per giustificare il lager e le
torture di Guantanamo.
Pietro Ancona
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mercoledì 23 febbraio 2011
la rottura
dello Stato Libico, la secessione della Cirenaica
Giusto piangere i morti libici. Giusta l'esecrazione del tiranno e della
sua famiglia di spocchiosi dissipatori. Ma tutto l'Occidente oggi in gramaglie
non versò una sola lacrimuccia per le centinaia di morti egiziani e neppure per
tutti gli altri che hanno pagato con la vita la richiesta di pane e giustizia
La rivolta libica è diversa: è una secessione tribale sollecitata da forze
straniere legate al controllo del petrolio.La secessione della Cirenaica nè è
una prova.... Ha ragione Berlusconi ad avvertire sui pericoli del dopo Gheddafi.
L'Italia rischia di essere trascinata nell'abisso e non solo per i pericoli
delle ondate migratorie ma per gli interessi energetici e commerciali...
Non ho dubbi che il prossimo colpo sarà sferrato contro la Russia. La
cupola criminale delle multinazionali con sede a Wall Street ha deciso di fare
fuori l'Eni e l'Italia e farà di tutto per sfasciare la Russia dopo il
fallimento del suo tentativo di impadronirsi del gas con l'Oligarca che Putin
tiene giustamente in galera...
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