Elena Granaglia
Benché sempre più invocato anche da attori quali la Confindustria,
il merito costituisce un valore cruciale per la sinistra. Alcune
ragioni sono intrinseche: selezionare gli accessi alle carriere
sulla base del merito è parte dell'eguaglianza di opportunità,
qualsiasi sia la versione scelta. Inoltre, nella versione
sostanziale, cara alla sinistra, promuovere il merito significa
migliorare le condizioni di vita dei più svantaggiati, abbassando al
contempo le rendite dei più avvantaggiati: più si sviluppano i
talenti di chi nasce in condizioni di svantaggio socio-economico,
più si amplia il novero dei partecipanti al gioco competitivo e più
diminuiscono i premi per chi nasce avvantaggiato.
Sotto la bandiera del merito, non a caso, si sono sviluppate nel 700
le grandi battaglie contro le aristocrazie.
Altre ragioni sono più contingenti rispetto alla situazione
italiana. Come difendere un forte stato sociale dedito anche alla
fornitura dei servizi, se i fornitori sono scelti sulla base di
appartenenze politico-clientelari, automatismi e più complessive
norme contrattuali insensibili alla qualità delle prestazioni
erogate? Ancora, promuovere i meriti, ad esempio, nella ricerca,
potrebbe stimolare gli incrementi di produttività necessari
all'incremento delle remunerazioni e, anche per questa via, al
sostegno dello stato sociale.
Ciò riconosciuto, se ci si muove in una prospettiva di sinistra, una
maggiore riflessione appare necessaria nei confronti sia delle
politiche sociali necessarie alla promozione sostanziale del merito
sia del ruolo da attribuire al merito all'interno dei più
complessivi principi di giustizia sociale.
Rispetto alle politiche da attivare, istruzione, formazione, lotta
alla povertà monetaria dei bambini sono gli interventi oggi più
invocati. La domanda è: sono sufficienti? Non voglio, ovviamente,
auspicare misure così estreme, quali l'abolizione della famiglia,
pur invocate da molti sostenitori della
meritocrazia sostanziale, gran parte delle ineguaglianze
apparentemente naturali (soprattutto nelle abilità cognitive e in
altre caratteristiche centrali per il successo nel mercato del
lavoro) avendo origine sociale, nella famiglia.
La domanda è semplicemente se, contro opposizioni semplicistiche fra
eguaglianza ex ante e eguaglianza ex post, la promozione stessa del
merito non richieda una maggiore eguaglianza nella distribuzione
delle risorse e nelle più complessive condizioni economiche.
Istruzione e formazione rischiano, infatti, di arrivare tardi,
quando gran parte delle ineguaglianze apparentemente naturali, già
sono state trasmesse. Similmente, portare il reddito delle famiglie
con bambini alla soglia di povertà potrebbe essere del tutto
insufficiente.
Passando al ruolo del merito all'interno dei più complessivi
principi di giustizia sociale, il rischio è quello di non
distinguere con sufficiente nettezza fra una concezione
meritocratica dell'uguaglianza di opportunità e quella che, con
Rawls, potremmo definire una concezione democratica.
Per la prospettiva meritocratica, il merito costituisce un titolo
valido sia per accedere alle carriere sia per legittimare le
eventuali ineguaglianze remunerative ad esso associate. La
prospettiva democratica, invece, disgiunge i due requisiti,
condividendo il primo, ma non il secondo, nell'assunto che il merito
non sia del tutto riducibile alla scelta, controllabile dagli
individui, di sforzarsi.
Anche nell'ipotesi irrealistica di un pieno contrasto dell'influenza
delle disuguaglianze socio-economiche, un quid di disuguaglianza
naturale nelle abilità resterebbe irriducibilmente presente.
Premiare i meriti significherebbe, dunque, attribuire una rendita a
chi nasce più dotato. E perché considerare legittime le rendite
dovute alla casualità della lotteria genetica?
Peraltro, come individuare i meriti in un contesto di crescente
interdipendenza produttiva e in un contesto di mercato, dove è
spesso impossibile sapere se ciò che è premiato è frutto della
casualità di avere beni e/o caratteristiche apprezzati oppure della
competenza? E' utile ricordare come grandi difensori del mercato,
quali Hayek e Nozick, difendevano quest'ultimo non per ragioni
meritocratiche, ma per ragioni di libertà e, nel caso di Hayek, per
ragioni di benessere.
Nella prospettiva meritocratica, inoltre, il focus della giustizia
distributiva è una opportunità: quella di accedere al mercato del
lavoro sulla base di una gara competitiva aperta a tutti. Altre
opportunità sono difese solo in via strumentale, per realizzare
quella opportunità, e/o per fornire puntelli, qualora, per ragioni
indipendenti dal merito, si perda il lavoro o non si possa lavorare.
Questa appare una visione riduttiva delle opportunità. Si pensi, ad
esempio, ai i 6,5 milioni di lavoratori dipendenti che nel nostro
paese guadagnano meno di 1000 euro al mese, già fortunati rispetto
ad altri lavoratori più precari. Come è possibile che il reddito
guadagnato permetta di acquistare le prestazioni necessarie, dalla
sanità all'abitazione alle pensioni, alla cura lasciando uno spazio
solo residuale agli interventi per chi non ce la fa? Il che vale
anche per redditi largamente superiori. Rimarrebbero, altresì,
sottovalute le opportunità non materiali, dal godimento
dell'istruzione per il solo piacere dell'arricchimento della mente,
al godimento dei beni relazionali e dei beni ambientali, riguardino
essi l'ambiente naturale o quello dei nostri spazi urbani.
Infine, da un lato, è certamente vero che accedere alle carriere
sulla base dei propri meriti, piuttosto che delle raccomandazioni,
contribuisce alla civiltà delle relazioni sociali. Dall'altro lato,
però, la concezione meritocratica rischia di minare il senso di
appartenenza ad una comune umanità e la propensione a relazionarsi
agli altri sulla base dell'eguale considerazione e rispetto. Pur
senza condurci al finale del libro sulla
meritocrazia di Young, dove il narratore è ucciso da una
massa inferocita di individui con un basso quoziente di
intelligenza, il rischio è quello, già paventato dai moralisti
scozzesi, di favorire la rottura dei legami sociali, inducendo gli
individui a ritrarsi dalla «scena comune». Il peso della cultura
meritocratica, peraltro, è da molti considerato una variabile
importante nello spiegare la minore generosità dello stato sociale
statunitense rispetto agli stati sociali europei.
Alla luce di questi limiti, a me pare che la sinistra debba, con
nettezza, schierarsi a favore della concezione democratica. Richiami
a visioni della vita come gara, ad uno stato sociale il cui
obiettivo ultimo sia quello di fare a meno dello stato sociale
stesso, espressi nel dibattito pubblico, mi sembrano, invece,
riflettere un'oscillazione verso la concezione meritocratica, che
rischia di lasciare insoddisfatte dimensioni importanti
dell'eguaglianza e delle opportunità.