Tracrizione dell'intervista di Enzo Biagi
a Pippo Fava una settimana prima che venisse ammazzato.
Biagi: Giuseppe Fava, giornalista,
scrittore catanese, autore di romanzi e di opere per il teatro. Fava, per i
suoi racconti a cosa si è ispirato?
Fava: alle mie esperienze giornalistiche. Io ti chiedo scusa ma sono
esterrefatto di fronte alle dichiarazioni del regista svizzero. Mi rendo
conto che c'è un'enorme confusione sul problema della mafia. Questo signore
ha avuto a che fare con quelli che dalle nostre parti sono chiamati ''scassapagliare''.
Delinquenti da tre soldi come se ne trovano su tutta la terra. I mafiosi
sono in ben altri luoghi e in ben altre assemblee. I mafiosi stanno in
Parlamento, sono a volte ministri, sono banchieri, sono quelli che in questo
momento sono ai vertici della nazione. Bisogna chiarire questo equivoco di
fondo: non si può definire mafioso il piccolo delinquente che ti impone la
taglia sulla tua piccola attività commerciale... quella è piccola
criminalità che credo esista in tutte le città italiane e europee. Il
problema della mafia è molto più tragico e importante, è un problema di
vertici della nazione che rischia di portare alla rovina, al decadimento
culturale definitivo l'Italia.
Biagi: Tu hai fatto conoscenza diretta del mondo della mafia, come
giornalista?
Fava: Sì, ho conosciuto diversi personaggi dell'una e dell'altra
parte. Attraverso le cronache, le indagini che andavamo conducendo e che
abbiamo puntualmente riferito sui nostri giornali.
Biagi: Chi
ricordi di più di questi tipi? Dei vecchi mafiosi, ad esempio? Sono
cambiati?
Fava: Un uomo sì. C'è un abisso tra la mafia di vent'anni fa e quella
di oggi. Allora il mafioso per eccellenza era Genco Russo. Io sono stato a
casa di Genco Russo e, mi si perdoni il termine, sono stato l'unico ad avere
l'onore di intervistarlo. Ad avere un memoriale firmato che iniziava con le
parole ''Io sono Genco Russo, il re della mafia''. Genco Russo governava il
territorio di Mussomeli dove, da vent'anni, non c'era stato non dico un
omicidio ma nemmeno uno schiaffo. Non c'era un furto, tutto procedeva in
ordine, nella legalità più assoluta. Era la vecchia mafia agricola, la quale
governava un territorio di una forza straordinaria che il mondo di allora
non poteva ignorare. Controllava tra i 15 e i 40mila voti di preferenza.
Nessun uomo politico poteva ignorare questa potenza determinate. Era
sufficiente che Russo spostasse quei voti non da un partito all'altro, ma
anche all'interno dello stesso partito per determinare la fortuna o meno di
un uomo politico. Ecco perché poteva andare alla Regione Sicilia e
spalancare con un calcio la porta degli assessori: lui era il padrone. Poi
la società si modificò e i mafiosi non furono più quelli come Genco Russo. I
mafiosi non sono quelli che ammazzano, quelli sono gli esecutori. Anche al
massimo livello. Si fanno i nomi dei fratelli Greco. Si dice che siano i
mafiosi vincenti a Palermo, i governatori della mafia. Non è vero: sono
anche loro degli esecutori. Sono nella organizzazione, stanno al posto loro.
Un'organizzazione che riesce a manovrare centomila miliardi l'anno. Più, se
non erro, del bilancio di un anno dello Stato italiano. E' in condizione di
armare degli eserciti, di possedere flotte, di avere una propria aviazione.
Infatti sta accadendo che la mafia si sia impadronita, almeno nel medio
termine, del commercio delle armi.
Gli americani contano in questo, ma neanche loro avrebbero cittadinanza in
Italia, come mafiosi, se non ci fosse il potere politico e finanziario che
consente loro di esistere. Diciamo che questi centomila miliardi, un terzo
resta in Italia e bisogna riciclarlo, ripulirlo, reinvestirlo. E quindi ecco
le banche, questo prolificare di banche nuove. Il Generale Dalla Chiesa
l'aveva capito, questa era stata la sua grande intuizione, che lo portò alla
morte. Bisogna frugare dentro le banche: lì ci sono decine di miliardi
insanguinati che escono puliti dalle banche per arrivare alle opere
pubbliche. Si dice che molte chiese siano state costruite con i soldi
insanguinati della mafia.
Biagi: una volta si diceva che la
forza dei mafiosi è la capacità di tacere. Adesso?
Fava: Io sono d'accordo con Nando Dalla Chiesa: la mafia ha acquisito
una tale impunità da essere diventata perfino tracotante. Le parentele si
fanno ufficialmente. Certo, si alzano le mani quando qualcuno sta per essere
ammazzato, si cerca di tirare fuori l'alibi personale e morale. Io ho visto
molti funerali di Stato. Ora dico una cosa di cui solo io sono convinto,
quindi può non essere vera: ma molto spesso gli assassini erano sul palco
delle autorità.
Biagi: cosa vuol dire essere ''protetti'', secondo il linguaggio dei
mafiosi?
Fava: Poter vivere dentro questa società. Ho letto un'intervista
esemplare, a quel signore di Torino che ha corrotto tutto l'ambiente
politico torinese. Diceva una cosa fondamentale, una legge mafiosa che è
diventata parte della cultura nazionale: non si fa niente senza l'assenso
del politico e se il politico non è pagato. Noi viviamo in questo tipo di
società, dove la protezione è indispensabile se non si vuol condurre la vita
da lupo solitario. Questa vita può essere anche affascinante,
orgogliosamente soli fino all'ultimo, ma 60 milioni di italiani non potranno
farlo.
Biagi: Vorrei fare a tutti una domanda: secondo voi cosa si deve fare
per eliminare questo fenomeno?
Fava: A mio parere tutto parte dall'assenza dello Stato e al
fallimento della società politica italiana. Forse è necessario creare una
seconda Repubblica, in Italia, che abbia delle leggi e una struttura
democratica che elimini il pericolo che il politico possa diventare succube
di se stesso, della sua avidità, della ferocia degli altri, della paura o
che possa anche solo diventare un professionista della politica. Tutto parte
da lì, dal fallimento degli uomini politici e della politica. Della nostra
democrazia, così come con la nostra buona fede l'abbiamo appassionatamente
costruita e che ci si sta sgretolando nelle mani.
Dalla Chiesa: Io ci ho pensato a lungo, credo che la regola
principale sia far capire che il delitto non da potere, ma che anzi lo
toglie.