Letture consigliate che, per dirla con le parole del sociologo Giovanni Lo Monaco, possono contribuire: "a svelare l’infondatezza di uno stereotipo pernicioso e opprimente come quello che identifica la cultura siciliana con quella mafiosa; identificazione che in mano a mafiosi e collusi è divenuta, all’occorrenza, un conveniente mezzo di banalizzazione del fenomeno criminoso, ma per i siciliani si è trasformata nel tempo in una marcatura negativa, difficile (ma non impossibile) da cancellare."

 

Francesco Renda Storia della mafia  Sigma 1997 pag.93/94/95 e pag.102

 

Sul piano del giudizio storico generale, quel che non è mai da dimenticare sono le circostanze di tempo e di luogo. La Destra non governò l’Italia in tempi di ordinaria amministrazione, ma nel tempo in cui si trattò di fare l’Italia. Pertanto. si trovò a dover fronteggiare il problema Sicilia e il problema meridionale mentre era impegnata fino allo spasimo nella costruzione e consolidamento della nuova nazione italiana. Per come stavano le cose. dopo il 1860. suo compito essenziale era innanzitutto e soprattutto il completamento della unificazione territoriale strappando all’Austria il dominio su Venezia e facendo di Roma la capitale d’Italia. Vi si aggiungeva non meno perentoriamente il problema del pareggio del bilancio statale, come pure del nordino amministrativo del nuovo regno. Era poi da fronteggiare l’ostilità del Papato e della Chiesa cattolica che mal tolleravano la nascita di uno Stato italiano sotto il segno di una ispirazione liberale considerata anticristiana. Non meno pericolose erano le trame del legittimismo borbonico. E infine ci era da tenere a bada l’attivismo garibaldino, specie di mina vagante che minacciava di creare imbarazzi più o meno compromettenti. In tale situazione. la Sicilia e il Mezzogiorno in generale, assai poco conosciuti. di fatto punto amati, e per di più colpevoli di non essere in maggioranza favorevoli alla Destra, ma anzi di esserne attivamente ostili. parteggiando per la Sinistra o per i cattolici e persino per i Borbone. si trovarono al di fuori della strada maestra che si doveva percorrere. e abbandonati alloro destino, se ne affrontarono i problemi, anche i più gravi, compreso lo stabilimento dell’ordine costituzionale, ricorrendo alla soluzione militare o ai provvedimenti polizieschi più o meno sommari e spicciativi. Si poteva fare diversamente? Non è questo il problema. La storia considera solo quel che è stato fatto, non quello che si poteva fare e non si è fatto.

 

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La mafia, figlia naturale della politica di forza attuata in Sicilia e nel Mezzogiorno, venne anche essa inclusa fra i problemi da risolvere con la politica di forza. E poiché dalla Sicilia e dal Mezzogiorno non si tralasciava di rivendicare il pari diritto di partecipare alla direzione politica del paese, e non si nascondeva il proposito di voler esercitare tale diritto sotto le bandiere della sinistra, si ricorse allo stratagemma di assumere l’esistenza della mafia come argomento e prova che l’isola e in generale il Mezzogiorno non fossero ancora tanto moderni e civili da partecipare a condizioni di parità col Centro e col Nord alla guida politica del paese e nemmeno da essere governati con le stesse leggi costituzionali che al Centro e al Nord venivano regolannente applicate. Come conseguenza di tale concezione aberrante, i ceti dominanti siciliani e meridionali vennero considerati così coinvolti con la mafia e il brigantaggio da concepire e praticare la lotta alla mafia come lotta coinvolgente anche gli stessi ceti dominanti colpevoli di alimentare e rappresentare sia l’opposizione sociale che l’opposizione politica. In tal modo, la Destra si trovò per sua scelta, forse troppo poco meditata, a dover governare la Sicilia senza la collaborazione dei siciliani e contro le loro politiche aspirazioni. Si ripeté pertanto quel che già era accaduto al Borbone, e cioè che il governo della Destra andava in un senso, e la politica siciliana in altro.

In tale anomalia, quel che accadde di anomalo non fu però solo il radicamento del fenomeno mafioso nel territorio. Crebbe in misura altrettanto vistosa la opposizione politica, e in particolare l’opposizione di Sinistra, divenuta nella sua quasi generalità, specie dopo la rivolta palermitana del 1866, una forza costituzionale, consapevolmente autocandidata a svolgere in Sicilia il ruolo di governo che la Destra non riusciva ad esercitare. Quindi, il teorema politico di una Sicilia e di un Mezzogiorno posti al di fuori della civiltà moderna e inabilitati a partecipare oltre che alla direzione anche alla dialettica politica del paese si rivelò del tutto inattuale e fuorviante. La Sicilia partecipava e come, mettendo la Destra continuamente alle corde.

Il fallimento del teorema, manifestamente sbagliato, emerse in tutta chiarezza, inappellabilmente, nel 1874, allorché, sciolta la Camera dei deputati e indette le elezioni generali anticipate, la Sinistra in Sicilia ottenne un trionfo che ebbe del clamoroso. Su 48 seggi, ne conquistò infatti 40. In alcuni collegi, vinse con voto quasi plebiscitario. Francesco Ferrara, famoso economista, nel collegio Palermo I ricevette 203 voti su 214; Filippo Florena. nel collegio di Mistretta, 537 su 593; Francesco Paternostro, nel collegio di Corleone 561 su 563. Lo sc co subito dalla Destra fu tanto più grave, in quan

 

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to il risultato elettorale siciliano non ebbe l’uguale in nessuna altra parte d’Italia. Chi di spada ferisce di spada perisce. La Destra fu ripagata con la sua stessa moneta. Voleva distruggere la Sinistra siciliana, e invece ne fu distrutta. Il voto siciliano del 1874 diede origine alla caduta della Destra nella cosiddetta rivoluzione parlamentare del 1876. Ma a ciò si giunse perché la Destra rimase imperterrita nel perseguimento dei suoi errati propositi.

Il voto siciliano del 1874 non era ancora la catastrofe. La Destra aveva conservato pur se risicata e precaria la maggioranza dei seggi alla Camera, e il governo Minghetti era rimasto al potere. Ragionevolmente si poteva quindi riflettere sul perché del risultato siciliano, e anche se ne potevano trarre degli utili ammaestramenti. La Destra aveva assai benemeritato dal paese, e se c’era qualcosa che non andava, poteva essere prontamente modificato. Invece, si tenne la via della ostinata contrapposizione. Il voto siciliano fu denigrato, demonizzato, dipinto con i più foschi colori. Si gridò alla ingratitudine, alla malafede, al capovolgimento dei valori, al trionfo del malcostume e dell’inganno. In contrasto coi numeri e coi fatti, si aggiunse ancora che il voto medesimo non era suscettibile di influire sugli equilibri italiani, perché era insieme un voto di opposizione mafiosa e di opposizione meridionale, anzi, peggio ancora, un voto di opposizione regionale. Dire opposizione meridionale o regionale non era meno ingiurioso che dire opposizione mafiosa. Il regionalismo cavallo di battaglia della opposizione cattolica era ormai considerato un crimine.

 

pag.102

A Villa Ruffi, in Romagna, i capi del Partito repubblicano venivano arrestati dalla polizia con l’accusa di esscre oppositori anticostituzionali. La loro colpa era quindi solo politica e tutta politica. In Sicilia, invece, in quel di Sciacca, in particolare, gli internazionalisti fra cui il fratello di Saverio Friscia, capo autorevole della Sezione italiana della Internazionale socialista. venivano catturati e inviati immediatamente al confino non perchè nemici pericolosi dell’ordine costituito, ma perchè associati per delinquere e sospetti di appartenere alla mafia Non politici dunque ma criminali e solo criminali. Con l’accusa di manutengolismo veniva anche carcerato il barone Angelo Varisano di Enna, grande patriota del ‘48. e nel tentativo di incastrare il barone Nicolo Turrisi Colonna era stata anche disposta una perquisizione a sorpresa della polizia in una sua fattoria nelle Madonie alla cerca di briganti. Fu conseguenziale che all’arresto del barone Varisano facesse seguito una vibrata protesta politica anche di carattere patriottico (il goerno arrestava un eroe della lotta contro i Borbone) che valicò i confini dell’isola. Non meno energica fu la protesta del barone Turrisi Colonna.

Le autorità ne traevano occasione per raffermare le loro antiche convinzioni. Il Franchetti ne concludeva: “Manca alla generalità dei siciliani il sentimento della legge superiore a tutti e uguale per tutti”. 

Ci dice invece Giovanni Lo Monaco che i siciliani accordano allo Stato una fiducia significativamente maggiore (42%) rispetto a quella rilevata nella ricerca di Marcello Dei (2002) su un campione nazionale (22%).

 

 

di Fr. Renda vedi anche Capitolo VI  I processi Notarbartolo

Renda  A proposito dei rapporti mafia-politica