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dal blog mondocane di Fulvio Grimaldi   http://fulviogrimaldi.blogspot.com/   

Al Guadalquivir delle stelle di Fulvio Grimaldi

.pubblicata da Fulvio Grimaldi il giorno giovedì 27 ottobre 2011 alle ore 17.47.

Piuttosto fallire con onore, che riuscire con la frode. (Sofocle)

Sui gradini salì Ignazio / con tutta la sua morte addosso.

Cercava l’alba, / ma l’alba non era. / Cerca il suo dritto profilo,

e il sogno lo disorienta. / Cercava il suo bel corpo

 e trovò il suo sangue aperto. / Non ditemi di vederlo! …

 Non ci fu principe di Siviglia / da poterglisi paragonare,

 né spada come la sua spada / né cuore così vero.

Come un fiume di leoni / la sua forza meravigliosa,

e come un torso di marmo / la sua armoniosa prudenza.

 Aria di Roma andalusa / gli profumava la testa

 dove il suo riso era un nardo / di sale e d’intelligenza… (Garcia Lorca)

Linciaggio:odio e frustrazione, di chi non ce l’ha fatta a essere umano, perché l’umanità l’ha venduta per 30 denari (e anche meno), per un uomo vero.

Dai recessi più oscuri del preumano, prima della clava per la sopravvivenza, da un brodo primordiale di cellule che si frantumano e si divorano in un parossismo di annichilimento, coloro che si arrogano la direzione dei destini del mondo traggono il materiale per forgiare strumenti di autodifesa e di dominio. Di terrore. Torturatori di Guantanamo e Abu Ghraib, combustori di corpi nell’Inquisizione, crociati crocifiggitori e impalatori, stupratori e mazzieri in divisa di poliziotti, militari di Tsahal, bombardieri all’uranio e al fosforo, gassatori italiani del popolo libico ed etiopico, sperimentatori eugenetici del nazismo tedesco e statunitense, creatori dei videogiochi dalla vincita per primato di assassinii. E “giovani rivoluzionari” islamisti. Il pulp, lo splatter di Dario Argento sono una patetica rincorsa del reale.

Mi fa pensare a quello che ho visto poi al G8 di Carlo Giuliani, uniformati e con le stellette del servizio al popolo che infierivano su inermi, stesi, contorti e nudi di tutto. Con ferri gommati, calci, pugni, caschi, calci di fucile, a esaurimento, per minuti. Diaz e Bolzaneto. Visto lì e visto, o saputo, cento altre volte, chè di terremotati o pensionati, di balordi o irregolari, di migranti o detenuti, alla mercè di uniformati, formati alla tortura, si trattasse. Sempre inermi, balocchi di sadici, immuni e impuniti per legge del signore. E così che vogliono affrontarti, così che sanno prevalere. Alla pari, da mercenari la cui lealtà e il cui impegno durano quanto i 30 denari percepiti, fuggono come topi. La cupola dei licantropi così li vuole e così li forma (ricordate Full Metal Jacket?) a sua guardia pretoriana. Sfruttare, esaltare il necrofilo orgasmo da violenza sui deboli, storia lunga millenni e soprattutto storia nostra, cristiana. Nessun picchiatore sa combattere un avversario qualsivoglia, la sua dimensione è quella del fucilatore nazisionista di fronte al bambino con il sasso. E’ per questo, per renderti preda facile, che ti disarmano a forza di liturgie della “non-violenza” (tua, non loro). Fenomenologia planetaria, da Israele a Piazza San Giovanni in Roma all'ora dell'autodifesa per sopravvivere, da Santiago o Atene a Valdisusa, da Wall Street a Londra o Parigi. Da Bengasi a Tripoli.

Muammar Gheddafi, arabo, africano, libico. Quanto basta per renderlo inviso a loro, prezioso a noi e compagno delle vittime che ci infliggono da Portella delle Ginestre e da Piazza Fontana. Le vittime degli dei sono tutte sorelle. I carnefici e i loro mandanti sono tutti gli stessi. Nostra progenie. Nostro peccato originale. Li avete visti, i torturatori, all’opera sul corpo inerme di un combattente fino alla fine per il giusto, per il bene. E’ il suo eroismo, la sua capacità di amore, la sua forza, che hanno fatto ribollire subconsci e alimentato la furia cannibalesca degli impotenti. E’ perché mi specchio orrido nella tua bellezza che ti penetro con un tubo di ferro, ti scotenno, ti strascino e sbatto e colpisco, ti lacero le carni, ti annichilisco nel mio urlo a Dio, Allah u Akbar, ti perforo con il piombo. Ai suoi seviziatori, Mutassim, il figlio, ha tirato sberleffi e ai loro uncini ha risposto nel momento della morte, “Le mie ferite sono le mie medaglie”. Talis pater… Oggi un altro figlio, Seif al Islam, guida la Resistenza. Su tutto questo il CNT dei felloni ha cercato di stendere il velo, liso e intriso di veleno, della menzogna e dell’umiliazione. "Gheddafi ferito da pallottola vagante e tosto trasportato in ospedale, morto all’arrivo"; "Gheddafi rintanato in un tubo", reminiscente del buco nel quale i bollettini del Pentagono hanno infilato il Saddam virtuale, mentre quello vero sparava contro il nemico le ultime munizioni. Di inventiva ne hanno poca. Di impunità mediatica, tantissima.

La jena umana rideva. Parafrasando Cesare: Siamo venuti, abbiamo visto, lui è morto, ah, ah, ah! Era venuta a Tripoli, puntuale, la Persefone degli inferi, per farsi un girocollo con le ossa di Gheddafi, un paio di guanti con la sua pelle. Del grottesco rimbalzo delle versioni sulla morte, tutte diverse, mi convince quella comparsa e subito rinchiusa nel cassetto dei frodatori medatici. Truppe speciali Nato riescono a penetrare nell’estremo ridotto della difesa di una Sirte polverizzata, catturano Gheddafi, suo figlio, li interrogano alla loro maniera, li trattengono in attesa del giorno del segnale. Quando Hillary Clinton sarebbe arrivata all’appuntamento per proclamare la vittoria su tacchi infilati nel corpo del nemico abbattuto. Allora hanno messo quei corpi vivi nelle mani dei giustizieri. Gente di Misurata. Trofeo di guerra per chi doveva eliminare, con la ritualità di macellerie da videogioco di formazione, colui che si era opposto nel nome dell’uomo alle orrende nefandezze compiute dalla Nato (“Non mi arrenderò mai”, mandò a dire al boia di Washington) e dai detriti di barbarie a Misurata e nei centri conquistati. Con l’operazione Osama bin Laden, assassinio di uno morto dieci anni prima, non si era potuto fare perché trattavasi di controfigura da nascondere nel mare. E da far sparire, con lo schianto del loro elicottero, gli operativi di quella missione. Ma con Gheddafi si è tornati all’antica maniera, quella di Lumumba, di Omar al Mukhtar, di Ceausescu, di Saddam: il nemico straziato, umiliato, sbranato. Quanto più lo mostriamo, tanto più ci rispettano e restano atterriti davanti alla nostra potenza. Non è per diffondere questo messaggio che normalmente pudiche trasmissioni televisive e foto in tutto il mondo ci hanno cannoneggiato per giorni con le immagini del martirio di Gheddafi e degli avvoltoi che grufolavano sul suo corpo? Che vi sia di lezione. Anche perché così vi abituate, tante atrocità alla fine diventano normalità, ci si può convivere. Anche la sinistra che, arricciato un po’ il naso davanti a quell’ uomo finito peggio di un maiale nel mattatoio, per otto mesi si è fatta minchionare dal messaggio totalitario e unanime del Gheddafi pazzo, del dittatore che uccide la propria gente, dei “giovani rivoluzionari”. Per otto mesi ha pestato nel torbido, rimasticando sciocche falsità sulla primavera araba anche in Libia, o sulle efferatezze del regime 42ennale del “dittatore”.

 

Gheddafi era giovane e davvero bello e magnetico quando, nel 1977, lo vidi a Sebha, a otto anni di una rivoluzione di popolo, guidata dai giovani ufficiali nasseriani. Era già in piedi quella sua costruzione sociale, la Terza Dottrina Universale, che verrà poi declinata nel Libro Verde, basata sulla democrazia diretta, espressa attraverso assemblee di base, comitati popolari, congressi nazionali che dibattevano, decidevano, governavano. Un atto drammaticamente eversivo, terrorizzante per i padroni dell'ordine esistente-fine della storia, perché tale da far crollare di colpo il castello di carte false della “democrazia rappresentativa”, quella dei mandati elettorali a prescindere. In quel Congresso nazionale, Gheddafi annunciò la sua rinuncia a qualsiasi incarico di potere nelle nuove istituzioni. Rimase la Guida, certamente dotata di enorme autorità morale e politica. Il padre della patria. E iniziarono alcune delle tante forme di oppressione brutale che i distributori di interventi umanitari hanno rimproverato a Gheddafi, fin dal giorno in cui, nel 1969, aveva cacciato dai piedi della Libia il re-travicello Idris, bengasiano, islamista duro, despota e fantoccio dei britannici, perpetuatore dei trent’anni del più feroce dei colonialismi, quello italiano. Fu l’inizio di 42 anni di ininterrotta oppressione. Oppressione inflisse al suo paese quando lo liberò delle basi angloamericane e ne nazionalizzò il petrolio, fin lì rubato dalla regina d’Inghilterra. I libici soffrirono oppressione quando i livelli di vita della popolazione migliorarono fino a diventare i primi del Continente e il paese si meritò gli elogi dell’ONU per la sua difesa dei diritti umani: sanità e istruzione gratis, sostegno agli anziani e cura dell’infanzia, mortalità infantile minima, alfabetizzazione totale, casa assicurata alle nuove coppie, piena occupazione e 2 milioni di lavoratori immigrati con gli stessi diritti dei cittadini. L’oppressione assunse forme acquatiche con l’alluvione di acqua potabile che la più grande opera idraulica del mondo, realizzata a partire dalla scoperta di un gigantesco mare fossile, forniva da bere a tutto il popolo, facendo simultaneamente “fiorire il deserto” come nessuno l’aveva mai saputo fiorire, neanche rubando l’acqua ai suoi titolari… Oppressione fu certamente quella che sconfisse gli alqaidisti tozzi del Gruppo di Combattimento Libico Islamico, autori, su istigazione feudal-capitalista, di una serie di rivolte contro il governo e di tentativi di assassinio di Gheddafi. Sono quelli che oggi comandano a Tripoli liberata e costringono il pendaglio da forca a stelle e strisce e presidente del CNT, Mustafa Jalil, a proclamare l’islamizzazione costituzionale della Libia, con tanto disharìa e governance saudito-qatariota. Al posto delle assemblee, dei dibattiti e delle decisioni di popolo, ci saranno partiti, ovviamente equipollenti tra di loro, come vogliono, sotto etichette di varia fantasia, le omogenee borghesie capitaliste. Ci saranno elezioni. Non si corrono più rischi con le nostre elezioni. Ce lo siamo garantito in Iraq, Afghanistan. Messico, con Bush. Si potrà blaterare, ma guai se si dovesse andare in piazza a spiegazzare la giacca a un Marchionne, a un Rothschild, o a un George Soros. Le donne si sentiranno finalmente libere sotto il burka.

 Ma non si doveva tutti quanti andare a strappargli il velo, alle donne musulmane

Fortissima fu l’oppressione gheddafiana nei confronti dei suoi ministri e cicisbei che ambivano a nient’altro che a fare, vuoi come i satrapi produttori di petrolio, per la svendita dei diritti e delle ricchezze dei loro popoli, vuoi come i manipolatori, venditori e speculatori multinazionali, cui inflisse accordi che riservavano a loro il 10% della resa e al paese il 90%, distribuito fra tutti i cittadini, al contrario preciso di quanto avveniva tra Exxon, Total, BP, Re Abdallah e califfi vari. L’oppressione si estese ai palestinesi dei cui rappresentanti, bulimici di protettori israeliani e business, e dei cui nazicolonizzatori, denunciava alla Lega Araba e all’ONU i crimini e il malaffare. L’oppressione esercitata da questo tiranno assunse dimensioni mondiali quando, fin dal 1969 e per sempre, si batté con tutti i mezzi contro l’apartheid e per la liberazione dei popoli d’Africa, e non solo, dal gioco coloniale. A impegnarsi a fondo contro questo oppressore e i suoi modi si sono battuti per quarant’anni le monarchie assolute che, privatizzati i propri paesi, per privatizzare e rendere al libero mercato la Libia inviarono combattenti e soldi ai rivoltosi islamisti; i nostalgici realisti ansiosi di rioccupare il trono di Idris; la ciurmaglia Al Qaida-Fratelli Musulmani determinata a depredare il paese e asservire il popolo a forza di sharìa, taglio delle mani, pulizia etnica di neri; i patrioti nella cerchia dirigente che sotterraneamente brigavano con Cia, MI6 e cupola finanziaria, per allestire, insieme a un po’ di ammiratori di Barbara d’Urso (TV show alla Berlusconi), per la fratellanza capitalista occidentale quel banchetto coloniale che sempre garantisce qualche briciola alla servitù; la “comunità internazionale” che, in rappresentanza del 7% degli strati ricchi mondiali, ma dotata di Nato e dei suoi mezzi di distruzione di massa, ha provveduto a disintegrare popolo e paese. Esempio di grandioso salto evolutivo tecnologico, Sirte rasa al suolo casa per casa, acquedotto per acquedotto, fogna per fogna, ospedale per ospedale, deposito di viveri per deposito di viveri, persona per persona. E mai arresa. Come non si sono mai arresi i cittadini non spuri di una nazione che impertinentemente era diventata tale, fuori dal circuito chicaghiano della globalizzazione e della fase finale imperialista del capitale. Credete che quel popolo, privato di mezzi di difesa, alla furia genocida della più grande coalizione armata avrebbe resistito otto mesi (e resista!) senza il patrimonio disseminato in quelle menti e in quei cuori da Muammar Gheddafi in quarant’anni di dignità e di giustizia sociale, di libertà e sovranità, senza il padre e fratello-guida, erede dei martiri della migliore umanità, Lumumba, Sankara, Allende, Che, Mandela, Kenyatta, Ho Ci Minh?

E mentre queste forze della “superiore civiltà” ripercorrevano le stesse vie aperte dalla conferenza di Berlino del 1985 su chi dovesse rubare più Africa e uccidere più africani, affrontando il “dittatore sanguinario”, carri armati made in Usa, ma pilotati da sauditi, rollavano verso Bahrein per schiacciare sotto cingoli e mitraglia una sollevazione di popolo contro un tiranno autentico. Droni Usa sostenevano a forza di stragi il despota yemenita contestato dal popolo più impoverito del mondo, come il governo marionetta insediato a Mogadiscio da coloro che hanno condannato la Somalia al caos creativo perpetuo.

L’Africa voluta dal visionario realista di Sirte era una definitiva prova di oppressione. Popoli affidati dall’astuto geografo coloniale a perenni dispute fratricide, confessionali, etniche, tribali, sotto il tallone di fermissimi governanti eletti con il gioco delle tre carte ed eterodiretti, avevano intravvisto all’orizzonte la nascita di un loro continente, unito e capace di tener testa. Gheddafi aveva proposto la strategia liberatoria di un’unità degli africani e gli aveva fornito i mezzi materiali: banche, investimenti, valute, telecomunicazioni, progetti sociali.

L’esistenza di una cupola degli affari e del potere – assurta a principale se non unica istanza destinata a determinare monopolisticamente le scelte strategiche, a scapito di tutto il resto - orientando le teocrazie e gli stessi organi rappresentativi, governando il flusso di risorse finanziarie e di determinazioni politiche, con decisioni irrevocabili, sottratte al controllo dei destinatari di quelle decisioni: di coloro che ne pagheranno il prezzo e ne sosterranno i sacrifici. Infine la formazione di un fronte bipartisan da sopravvivere agli stessi conflitti interpartitici perché cementato da una commistione e condivisione di interessi materiali, da una rete di affari trasversale e indifferente alle linee di demarcazione politica… Così ben scrive il buon Marco Rivelli, guru della sinistra democraticamente antagonista. Ma si riferisce alla TAV e chissà perché non alla Libia. Eppure se ne sarebbe potuto trarre il fortificante messaggio che siamo tutti nella stessa barca e a quanto viene fatto ai libici corrispondono, in economie di scala, la rapine e le devastazioni della Valdisusa.

Hanno esposto, con la vestale assassina celebrante in letizia, il corpo di Muammar martoriato, malmenato, tagliato, sodomizzato, nella cella frigorifera di Misurata, quella nella quale si consumavano i riti della tonnara dei "giovani rivoluzionari": neri e soldati sgozzati e smembrati, ragazze violentate e mutilate (ne avete prova nel mio documentario e in mille riprese fatte nel delirio del massacro e occultate dai media). Chi non aderiva, sgozzato e carbonizzato. La belva ci poteva ridere sopra. Le milizie di un Allah confezionato da cristiani, assoldate e drogate di sangue, del tutto inette in battaglie con chi si batteva per la causa dell'uomo, battaglie mai vinte prima che la Nato facesse di vita deserto, tabula rasa. I briganti di ventura a cui i mandanti avevano dato l’incarico del Terrore, ancora una volta avevano superato se stesse. Bene.

Bene anche per il papa.Tanto da non elicitare neanche un lieve tossicchiare di riprovazione dalla finestra dell’Angelus. Del resto Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli e vicario del papa, , protagonista positivo del mio filmato con le sue temerarie denunce dei massacri Nato e la difesa di Gheddafi e delle sue opere, non è forse rientrato ora a Tripoli aspirando a pieni polmoni “la nuova aria di libertà nelle strade”? Veramente strade neanche ancora libere da migliaia di corpi massacrati a forza di liberazione islamista. Chissà se Martinelli si ricorderà, quando caleranno i veli sui visi delle donne e bruceranno le chiese, delle parole dettemi sull’altra libertà, quella di prima, quella di tutte le religioni in Libia, quella dei cittadini che disponevano del proprio destino. Sempre preti sono. E se c’è una dittatura, una monarchia assoluta garantita da IOR e castighi infernali, di quelli esemplificati su Gheddafi, non stava a Tripoli. .

A noi hanno abituato a pensare in schemi binari: si, no. E’ roba Usa, sono i film western che ci hanno incastrato in un dualismo ontologico: di là il cattivo, di qua il buono, l’indiano e Custer, lo sceriffo e il il dolce sciroppo della semplificazione: il buono e il cattivo. Ci risparmia di dover scartabellare tra informazioni su cose lontane e complesse, la cultura, la storia, l’immaginario, i bisogni, le strutture sociali, sul perché così e non come da noi. Dobbiamo rispondere lottando contro queste strumentali, banali e fuorvianti personalizzazioni. Quelli infatti parlano di Gheddafi e solo di Gheddafi, cane pazzo, dittatore, tiranno sanguinario, venduto all’Occidente, venduto all’Oriente. Il popolo libico è solo un affresco sul fondale della farsa. Puntare sul personaggio serve a non far conoscere un popolo che sanguina, cui spezzettano i bambini, su cui lanciano torme di subumani, che affogano nell’uranio e bruciano nel fosforo, cui polverizzano case, scuole, ospedali. E, soprattutto, un popolo che con Gheddafi stava bene. Li avete mai visti, questi libici? Si sono ammonticchiati per otto mesi e il cumulo cresce e crescerà. Chissà a quali portentose missioni giornalistiche si dedicavano a Tripoli, o Bengasi, o Misurata, i miei colleghi, per non aver mai avuto modo di vedere quel sangue, quei frantumi, quegli orrori dei mercenari (dei media e dei sinistri parleremo in un prossimo post). Forse ora, però, l’individualismo isterico che genera questa sineddoche, la parte per il tutto, trova la sua nemesi nel tutto che si riconosce nella parte. “Gheddafi vive”, non è una figura retorica. Uno che ha dedicato tutta la sua vita al popolo, ai popoli, ne ha condiviso fino all’ultimo momento la lotta e da forze necrofaghe, troppo cavernicole per essere definite demoniache, è stato straziato, diventa sangue e coscienza della sua gente.

Nei tempi della storia, incommensurabilmente piccoli a metro di universo, ma decisivi per il pur breve cammino dell’uomo, della vita, Muammar Gheddafi è immortale. Gheddafi è la Libia. E l’uomo nuovo. Gheddafi è tutti noi in marcia. La comunità degli uomini ha perso un uomo, sottrattogli da ominicchi, ruffiani e quaquaraquà. Ma ha guadagnato una guida nella tempesta.

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Tripoli, bel suol d’amore dal blog di Fulvio Grimaldi

“Tripoli, bel suol d’amore”, sottratta a camicie nere e ascari, oggi ha questo significato. Un amore che ride sui volti e vibra tra case, tende, scuole, deserto. Un amore che riesce a far volare la vita oltre la una domanda paralizzante che, nella sua infinita accoratezza, ci ha davvero sfregiato il cuore: “Perché ci fanno questo?” Al centro della domanda, l’Italia del baciamano, l’Italia delle colpe, l’Italia beneficiata. L’Italia i cui Tornado guidano i bombardieri sui beni e sui corpi dei figli dei 600mila massacrati da Graziani. L’Italia, i cui ratti di regime, con il pugnale del colpo alla spalla ancora sanguinante in mano, vanno a elemosinare petrolio e business ai gangster di Bengasi.

“Perche ce lo fanno?” Ve lo fanno, fratelli libici, perché non vi siete lasciati globalizzare, perché all’élite di tagliagole che tiranneggia il mondo e ne succhia il midollo non avete lasciato campo libero per depredarvi impunemente. Perché avete conversato e trattato con gli altri alle vostre condizioni, condizioni che non dovevano compromettere quello che per l’ONU era stato il più alto Indice di Sviluppo Umano del continente e il primato nel rispetto dei diritti umani: istruzione, sanità, casa, lavoro, anziani, maternità, infanzia, donne. Perché avete tenuto fuori dalle palle chi veniva con la pretesa di sostituire la dittatura dei consigli d’amministrazione alla vostra forma di democrazia socialista. Perché siete quelli che ai fratelli africani e di altre parti non garantivano CIE e affini, discriminazione, esclusione, razzismo, ma lavoro e dignità. A due milioni e mezzo su sei milioni di autoctoni. I quattro scalzacani felloni che si sono venduti alla schiavitù politica, economica, sociale e morale dell’imperialismo e che oggi “governano” a Bengasi, sono i transfughi della Cia, già spiaggiati a Washington e Londra da decenni per coltivare la presa della Libia da parte del “libero mercato”. E sono i due ex-ministri che oggi si fingono statisti del Consiglio di Transizione che, a partire dal 2005, entrarono in attrito con Gheddafi e si videro smantellare i progetti di libero mercato, liberalizzazione, privatizzazione, globalizzazione della miseria, fine dello Stato sociale, per i quali avevano lungamente brigato con governi e multinazionali. Un attrito che nel 2010 divenne scontro aperto tra la fazione “neoliberista” e i fedeli alla linea del socialismo come da Libro Verde.

Bab el Aziza, in piena capitale, era la casa di Gheddafi. Fu bombardata da Reagan nel 1986, 100 vittime innocenti, tra cui la piccola figlia adottiva del leader. Oggi è un rudere massiccio, con urlanti ancora tutti i segni della barbarie occidentale. Allora si doveva punire un paese che, guidato da chi ne aveva capeggiato rivoluzione, riscatto dal colonialismo italiano e dall’asservimento a Londra, inserimento nella comunità dei popoli sovrani e delle società giuste, si era costruito in nazione, riferimento, dopo Nasser e con algerini, iracheni, siriani e palestinesi, per il rinascente movimento per l’unità araba. Abbattuto Saddam, relativamente normalizzata l’Algeria, minata da tradimenti la resistenza palestinese, accerchiata la Siria, isolato, bombardato, squartato il Sudan, consolidate con le armi e la repressione le oscene satrapie arabe vassalle, la Libia aveva volto lo sguardo al suo retroterra geografico e, già sostenitrice fattiva dei processi di liberazione nel sud del continente, con l’Unione Africana era diventata il motore del rifiuto alla nuova colonizzazione. Ma Bab el Aziza è stata nuovamente bombardata, ridotto in macerie il nuovo edificio, colpiti i quartieri tutt’intorno. Se non fosse stato per un grande uomo, Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli e vicario apostolico per la Libia, non avremmo saputo di neanche un morto dell’apocalisse scatenata sulla Libia, a partire dai 40 civili qui uccisi nell’Alba dell’Odissea.
Abbiamo visto e frequentato gli scudi umani di Bab el Aziza, quelli “comandati lì da Gheddafi”, quasi che l’uomo più amato della Libia avesse adottato il modello israeliano dei ragazzi legati ai carri armati in marcia su Gaza. Lo stesso transfert usato per attribuire a Gheddafi, forte della militanza di un intero popolo, quel mercenariato che è invece praticato, con i killer seriali della Blackwater, dagli esportatori di democrazia. In Libia non c’è bisogno di mercenari. Un popolo in armi fa sei mesi di servizio di leva, un mese all’anno di aggiornamento e addestra i suoi ragazzi e le sue giovani, fin dalle scuole, alla difesa della patria. C’erano anche questi nella grande spianata di Bab el Aziza, sotto le palme e tra i ruderi dei palazzi devastati. E c’erano coloro che erano venuti da lontano, dal deserto, con i loro tamburi, nelle loro tende da settimane, c’erano donne a migliaia, di ogni età, ragazze velate accanto ad adolescenti in blu jeans, la gente dei sobborghi, professionisti, studenti, nomadi delle cabile. A sfidare i serial killer del cielo notte dopo notte, un’immensa folla tumultuante, un grande palco per le canzoni di lotta e d’amore, per gli interventi e gli appelli, ogni tanto un’esplosione di slogan, foto di Muammar innalzate da sorridenti matrone con i bimbetti in braccio. Dappertutto i concatenamenti in danze antiche. Devo riandare ai primi tempi della rivoluzione bolivariana, attorno a Hugo Chavez, per ritrovare un simile concentrato di forza, di positività, di entusiasmo, di determinazione, costi quel che costi.

La rivelazione più clamorosa e inconfutabile delle criminali frodi inflitte all’opinione pubblica internazionale a giustificazione di colpo di Stato e aggressione Nato, l’abbiamo avuta nelle cittadine sul mare della periferia tripolina; Suk Jamal, Tajura, Fajlun. Qui, secondo i cialtroni dei media e i delinquenti della guerra, c’era stata la pistola fumante che rendeva inevitabile e improcrastinabile l’intervento umanitario a difesa dei civili sterminati da Gheddafi. Qui ci sarebbero state rivolte di massa, soppresse nel sangue dal “pazzo sanguinario”. Sono centri di decine di migliaia di abitanti, sfolgoranti di luci, fervide di attività, con spiagge sconfinate a orlare un mare incontaminato, miraggio di turisti che i villaggi turistici delle tirannie petrolifere rischiavano di perdere a favore di luoghi più raggiungibili, meno artificiali e inquinati dalla corruzione e dagli antiestetismi del vacanzierato occidentale. Con il plusvalore dell’accoglienza di genti autentiche, ospitali, incredibilmente cordiali e rispettose. Non è solo il petrolio e la porta all’Africa che ha solleticato il tradimento interventista dei fratelli monarchi del Golfo. Abbiamo percorso questi luoghi in lungo e in largo, a nostro piacimento, fermandoci presso chi volevamo, girando per i mercati della ricca agricoltura sviluppata nei decenni del recupero di acque sotterranee con acqua a tutti, entrando nelle case, ascoltando i racconti dei congiunti delle vittime, riprendendo le distruzioni di abitazioni.

– British Civilians for Peace in Libya

PERCHI SUONA LA CAMPANA DEI PACIFINTI - IL TRIDENTE AFRICANO lunedì 4 aprile 2011

La marcia degli ausiliari del né – né  di Fulvio Grimaldi

Avete visto come, ora che le forze patriottiche di Gheddafi stanno ricacciando nelle loro tane mercenari e loro padrini, che saltano fuori civili maciullati dai missili umanitari e che la muta dei cani da guerra occidentali è in pieno marasma sul che fare, tra di loro, rispetto agli ascari scatenati e spappolati e per Gheddafi, giornali e tv della nostra libera stampa abbiano fatto scivolare verso il lontano basso e il lontano interno? It’s the press, baby.

L’appello degli italiani brava gente per la manifestazione per la pace, il 2 aprile a Roma e ovunque, inizia così: “Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Gheddafi ha voluto la guerra contro i propri cittadini e i migranti che attraversano la Libia. E il nostro paese ha scelto la guerra contro Gheddafi”. Seguono le firme di noti pacifisti: Strada, Ovadia, Vauro, Vergassola, Morgantini e si accodano Arci, Donne in nero, Punto Rosso, Tavola della pace (quelli di D’Alema in testa), Rifondazione, Sinistra Critica, Arci, Acli, CGIL, Libera e Gruppo Abele e tutta la compagnia di giro del né-né (di cui vanitosamente rivendico la paternità, quando lo usai per la prima volta da Belgrado con Casarini che inveiva contro Milosevic e faceva bastonare i sostenitori della Jugoslavia e D’Alema che bombardava donne e bambini). Non vi ho trovato il Campetto Antimperialista, ma quello già aveva dato il suo contributo con le idiozie anti-Gheddafi di quel Pasquinelli-quaquaraquà che già si era erto a corifeo dei trapanatori sciti di teste sunnite, per conto di Tehran, in Iraq. Soggettoni.

A questa manifestazione, che incongruamente parte sotto la citazione “La guerra non si può immunizzare, si può solo abolire” di Einstein, il papà della bomba e delle centrali atomiche, non partecipo. Per la prima volta in cento cortei contro la guerra. Lascio che si nettino le coscienze pacifintizzate e vaiolizzate da ignoranza, dabbenaggine, opportunismo, ambiguità, solipsismo, jattanza, coloro che, almeno nebbiosamente, sanno di averla giustificata, la guerra. Ma dubito che sentiranno un moto dell’anima in quella direzione: quando la presunzione si sposa all’ignoranza il risultato è scemenza. Quella che non si riscontra nelle decine di migliaia di statunitensi che, da molto prima di noi, marciano per tutti gli Usa denunciando la guerra imperialista di distruzione, morte e rapina, a sostegno di una banda di bigotti e sanguinari mercenari, fatti passare per “giovani rivoluzionari”, sostenuti e guidati da alcune centinaia di tagliagole dei servizi occidentali, senza specularmente inveire contro “il dittatore” da abbattere. Gli dia retta il manifestaiolo Tommaso De Francesco, che partecipa all’allegra brigata del né-né e, echeggiando la Voce del Padrone, scrive:”Saremo in piazza…” per cosa? Ma ovviamente in primis “per dire basta a Gheddafi. 42 anni di potere assoluto sono sufficienti, se ne deve e se ne può andare…” Tanto ci tiene alla sua democrazia, TDF, che si appropria del diritto primario di ogni popolo sovrano di decidere i propri governanti. E’ lui, a nome di tutti noi, poi, a poter dire se 40 anni di potere siano sufficienti, mica i cittadini libici! Quando la tracotanza si sposa all’ignoranza…

Concludiamo il tristo elenco con alcune presenze immancabili del 2 aprile. E’ per sottolinearne la coerenza: Chi votò nel 2004 l’O.d.g. berlusconide per rilanciare il nucleare in Italia, mettendosi sotto gli anfibi il referendum, e per riattivare le centrali dismesse di Trino e Caorso? C’era, ovviamente il verde Boato, già qualificatosi per il suo pre-berlusconiano “pacchetto giustizia”, ma c’erano e restate sbiogottiti: Vendola, Diliberto, PIsapia, Ramon Mantovani, Russo Spena, Maura Cossutta, Crucianelli, Belillo, Folena, Bettini, Mussi, Visco… il fior fiore di quelli che marciano il 2 aprile per abbattere Gheddafi, mentre se ne abbatte il popolo con missili armati delle scorie delle centrali nucleari..

Democrazia a Bengasi

Non solo petrolio e briglie geostrategiche e geopolitiche liberomercatiste a tutta l’Africa. Facendosi dettare da agenti Cia ed economisti neoliberisti il testo del documento, il 19 marzo i caporioni golpisti di Bengasi fondarono una nuova Società Petrolifera Nazionale e una nuova Banca Centrale. Appena due giorni prima gli Usa e i britannici avevano inserito nella risoluzione 1973  della No-fly-zone un testo che li autorizzava a congelare (cioè rubare) i conti della società petrolifera di Stato e della Banca Centrale Libica. Ecco perché le jene neoliberiste di mezzo mondo si sono date da fare per riconoscere immediatamente il Consiglio Nazionale di Transizione, oggi diretto da due mercenari Cia. Quei denari, come tutti gli altri del Fondo Sovrano libico, distribuiti, come suole per pagamenti esteri, in banche e società internazionali, verranno, per grazia dei passamano di Bengasi, privatizzati  e svenduti a multinazionali tipo Goldman Sachs, Bechtel, General Electric. E’ quanto i “liberatori” fecero per prima cosa nel 2004 in Iraq. Controllare la Banca Centrale significa controllare il tasso d’interesse, il debito, cioè controllare ogni cosa. E’ il sistema bancario, bellezza. Renderci tutti, nazioni o individui, schiavi del debito. E perciò che i golpisti di Bengasi hanno fatto della loro “Banca Centrale”, su disposizione “alleata”, l’autorità monetaria competente per le politiche monetarie del paese. Quindi responsabile di un assetto sociale ed economico che liberi la Libia dalle provvidenze pubbliche che le avevano garantito il primato dello Sviluppo Umano nel continente, tasse quasi zero, casa, scuola, sanità assicurate, prezzi degli alimenti di base, sottratti all’inflazione da manipolazione occidentale attraverso sovvenzioni, eccetera, eccetera. Era proprio la salvezza dei civili che stava a  cuore alla “coalizione dei volenterosi? Ci hanno pensato i marciatori contro Gheddafi? Se andate a vedere, ci hanno pensato dozzine di politici e giornalisti del Sud del mondo, capeggiati da Hugo Chavez (appena giustamente insignito in Argentina del “Premio Giornalistico Rodolfo Walsh”, il più prestigioso riconoscimento giornalistico latinoamericano. A lui auguri e a Telesur grazie) e dai paesi dell’ALBA.

Democrazia a casa nostra

Ma no, che non ci hanno pensato. Tutti questi giustizieri di dittatori sono consapevoli dell’insuperabile valore della loro democrazia salva-civili e abbatti-dittattori, tanto da arrogarsi il diritto di decidere sui modus regendi di popoli che nella loro, di democrazia, non si sono mai sognati di mettere becco. Forse, chissà, perche non sono tanto convinti di una democrazia che criminalizza i fuggitivi, partecipa a tutte le guerre da genocidio, morde il mondo come un serpente a sonagli morde il coniglio; ha capi che, in società con la mafia, rubano e allestiscono stragi, sorvegliano i loro cittadini come neanche li mio bassotto punta il tasso, dopo averli intossicati di menzogne e consumi suicidi; tagliano la pipì, la mensa, la salute, le vacanze, il tempo libero, a lavoratori con paghe da raccoglitori di pomodori e distribuiscono 100 milioni di dividendi anche a chi guadagna quanto 1.037 dei suoi dipendenti; accecano ogni vista del futuro ai giovani, prostituiscono bambini per vendere ciarpame in tv, impongono un’istruzione  da schiavi, sfrattano depredati dalle loro case, campano di narcotraffico, armi ed evasione fiscale,  attendono terremoti per sfasciare comunità e speculare sui tuguri di cartone e di merda culturalmente parlando, si mettono a capo personaggi che hanno sistemato nel cesso la costituzione democratica…

2 aprile, epitaffio della sinistra

La manifestazione arcobaleno del 2 aprile illustra l’inesistenza  della Sinistra nel mondo occidentale evidenziandone la tracotante, eurocentrica, incapacità di analisi, classica dei rivoluzionari da salotto e delle sue chimeriche rivoluzioni non violente e colorate. Gente che si inebria dei “comitati rivoluzionari sorti spontaneamente a Bengasi e in tutto il paese per la libertà e la democrazia”, sollecita aiuti, spesso non meglio specificati (Rossanda, l’indicibile), agli ammutinati, invocava la liquidazione di Gheddafi e sorvola su vessilli monarchici, presenze occidentali spurie, rifornimenti dalla giunta militare egiziana, antilaicismo spinto, caccia al “gheddafiano” e al lavoratore “negro”. Socchiude anche gli occhi sui motivi vergognosi – petrolio e quattrini -  rivelatisi nei primi provvedimenti dei capibanda e preferisce guardare verso il deserto e vederci “Gheddafi che uccide il proprio popolo”. Ma si riunisce in cortei di purificazione a denunciare quella Nato che ai golpisti è indispensabile per averla vinta su un popolo da eliminare in parte e, per il rimanente, da depredare e mirafiorizzare. Quella Nato che, senza il supporto della sinistra glamour e dell’intellettualità happy hour  nella satanizzazione dell’irriducibile “dittatore”, difficilmente ce l’avrebbe fatta a sottrarre al popolo libico tutto quello che faticosamente aveva strappato ai colonialisti, per collocarvi le maquiladoras collaudate sui corpi delle donne messicane.

C’è un’offensiva mondiale, di portata apocalittica, che punta all’appropriazione del petrolio e di tutto, passando sopra autostrade lastricate di cadaveri, e questi mitologi della rivoluzione e della verità, ci mettono i guard-rail. A casa loro agitano contro Marchionne e Maroni e in difesa delle vittime di costoro; fuori, reggono lo strascico dei marchionni e vi soffocano le vittime di quelli. E’ la loro idea di “internazionalismo”. E’ la nuova “sinistra Nato”. Quando coincidono la “narrazione”, i referenti morali e gli obiettivi della “sinistra” con quelli dei suoi presunti nemici, capitalisti e imperialisti, riuniti nel golem Nato, vuol dire che qui non c’è più nessuna sinistra. E siccome siamo a buon punto di una catena di grosse aggressioni, ognuna delle quali ci costa e costerà occhi della testa e gonfierà invece la borsa, l’assolutismo ideologico e il controllo militare su tutti noi, questi damerini e damigelle della “sinistra” ci faranno ridere fino a tristi lacrime quando torneranno, fatta fuori la Libia, a prendersela con Marchionne o Maroni. 

Uno dei discorsi che fanno i  compagnucci più rigorosi della parrocchia rosa-tramonto è che quei regimi totalitari del Terzo Mondo non hanno niente a che fare con il socialismo. Dato per indiscutibile che molti di essi registrino consistenti elementi di progresso sociale, di consenso e partecipazione popolari, riforma agraria, nazionalizzazioni, emancipazione della donna, diritti civili e sociali ineguagliati in Occidente, ciò che conta qui, oggi, non è tanto una discussione dottrinale sul socialismo in questo o quel paese, bensì la lotta contro l’imperialismo dittatura mondiale. Ma cosa volete, una sinistra che è tanto illuminata da  potere, meglio dei fatti, meglio della documentata stragrande maggioranza dei libici, meglio di tutti gli analisti latinoamericani, interpretare la realtà libica, poi naviga coerentemente nell’oscurità quando si tratta di elaborare alternative credibili che, a casa sua, le garantiscano l’appoggio maggioritario dei lavoratori. Allora tocca capire che dietro all’irrazionale odio per il leader libico si nasconde una cosciente politica di colonizzazione di chi non ha e non vuole ciò che noi già abbiamo, e tanto meno quello che vogliamo, promettiamo e non sappiamo minimamente fare.

Sinistra tricefala

Sono tre le posizioni di una sinistra sistemata nella tasca posteriore dell’imperialismo. Le prime due sono concordi nella demonizzazione di Gheddafi e del sistema libico, ma sono divise tra una corrente bellicista e una più o meno anti-bellicista, causa la discrepanza sulla necessità di una guerra per distruggere il governo di Gheddafi. Quella bellicista, PD, ecologisti incongrui, sindacati e affini, è intimamente intrecciata nei modi politici ed economici dei centri imperialisti e dice di appoggiare l’intervento come male minore rispetto ai massacri di Gheddafi del proprio popolo. L’antibellicista del “né con Gheddafi né con la guerra”, che auspica la distruzione del governo libico, annovera qualche “sinistra parlamentare”, la maggioranza della sinistra extraparlamentare, autoproclamatasi emme-elle o trotzkista, Ong e piattaforme pacifiste varie. Coincide con gli aggressori negli obiettivi, ne differisce nei metodi. Entrambe queste varianti considerano che i valori di democrazia, diritti umani, libertà, ecc., come intesi dal liberalismo borghese europeo, e le forme di organizzazione delle società europee, siano del tutto preferibili ad altre forme di governo e società sviluppatesi in vari paesi del Sud, disinvoltamente definite “dittature” o “autocrazie”. E’ una sinistra grottescamente eurocentrista nel modo di guardare al resto del mondo e ai suoi conflitti sociali che, a volte, riesce a contagiare perfino qualche organizzazione progressista nel Terzo Mondo, vedi alcune formazioni palestinesi, che mimeticamente adottano quell’analisi politica. In ogni caso, entrambe le correnti vogliono per la Libia, in forma più o meno consapevole, una soluzione neocolonialista, mentre difendono l’eliminazione di colui che oggi guida la resistenza al neoclonialismo.

C’è un’ultima tendenza, fortemente minoritaria che, senza essere necessariamente pro o contro il governo legittimo della Libia, trova motivi sufficienti, in sintonia con i media e i governanti di quei paesi in America Latina che di progresso e antimperialismo sanno, per sospettare della limpidezza e genuinità dei “rivoluzionari di Bengasi”. Capisce che è in atto un’operazione imperialista per togliere di mezzo un governo nazionalista e non succube delle multinazionali e della loro macelleria sociale. Correttamente, leninisticamente, questa sinistra senza virgolette afferma che una giusta posizione antimperialista è prendere partito per Gheddafi come massimo rappresentante di uno Stato sovrano aggredito dall’imperialismo e tralasciare le eventuali discrepanze, da considerare secondarie. In questa corrente si collocano alcuni partiti comunisti, come il KKE greco e la maggioranza dei governi latinoamericani. Tra le tre, la più perniciosa per l’internazionalismo e la solidarietà  è sicuramente quella del né-né del 2 aprile, visto che, difendendo all’apparenza posizioni anti-guerra, concede legittimità politica a un imperialismo impegnato a distruggere lo Stato libico. Risultato pratico: una mobilitazione inefficace e ambigua che placa gli animi nella consapevolezza di aver lavorato per giustizia e pace. Ne vengono forzature e abusi della realtà come i civili tutti ammazzati da Gheddafi, i mercenari africani, gli scudi umani comandati, mentre i superarmati rivoltosi, per quanto conigli in fuga senza missili Nato, sono civili rivoluzionari che di civili non ne hanno colpito neanche uno. Un ulteriore cerotto sulla coscienza se lo applicano denunciando come Gheddafi, tutt’altro che coerente antimperialista, con l’imperialismo abbia convissuto e brigato e, dunque, abbia affossato quella che era l’iniziale rivoluzione libica. Si dovrebbero chiedere cosa avrebbe dovuto fare uno Stato sottoposto per decenni a brutali sanzioni, bombardamenti, isolamento per salvaguardare le buone condizioni e la vita stessa del suo popolo.

La Libia come non la si vuole vedere il 2 aprile

Forse non è vero che la Libia era solo un limone spremuto dall’ingordigia di Gheddafi e di una sua famiglia tipo Borgia, forse non era poi, a parte i fisiologici aspetti di corruzione nella burocrazia al vertice (allora prendiamocela anche con Cuba e, comunque, lanci la prima pietra…), quella dittatura  spietata che schiacciava popolo e migranti e monopolizzava a fini di clan le ricchezze petrolifere. Forse c’era realtà nei Comitati Popolari che riunivano i rappresentanti, direttamente eletti e revocati, di settori sociali e tribali e, salendo per li rami, fino al Congresso del Popolo, prendevano le decisioni politiche e risolvevano i conflitti. Forse tocca riesaminare le categorie “dittatura” e “democrazia”. Forse quello di Libia era un assetto più vicino alla “dittatura del proletariato” di quanto non lo sia mai stato un paese del nostro emisfero. Quanto alla sinistra occidentalista, che disconosce l’esistenza di altre forme di organizzazione sociale rispetto a quelle prodotte dal capitalismo in Europa e Nord America, queste complessità  politiche, sociali, culturali, storicamente e geograficamente determinate, non riescono a entrare nella ristrettezza della sua mentalità eurocentrista, per la quale le categorie del pensiero liberale (vedi “il manifesto” alla Rossanda), come democrazia/dittatura, buoni/cattivi, sono le uniche che la sua analisi sociale accetta.

Gheddafi a sinistra

Per uscire dall’isolamento e liberarsi della tagliola delle sanzioni, la Libia accettò una misura di privatizzazioni, di rapporti commerciali e diplomatici con l’Occidente. E pure i salamelecchi con Berlusconi che, quanto meno, tenevano alla larga gli avvoltoi anglo-franco-Usa e compensavano, con il risarcimento dei 5 miliardi, le infinite sofferenze e nefandezze inflitte a quel popolo. Con un matrimonio di convenienza, garantì petrolio, oltreché a cinesi, russi e indiani, anche ad alcuni paesi occidentali non troppo intrusivi, in cambio della sopravvivenza del suo popolo (ora compromessa). Ciononostante il paese restò in cima alla classifica continentale per livelli di vita, diritti alla salute, alla casa, all’istruzione. Ma su questa strategia si frantumò l’unità del gruppo dirigente tra chi voleva spingere avanti il processo, fino ad arrivare a un mercato libero alla predazione esterna, e sono i dirigenti transfughi oggi a Bengasi, Londra, Parigi, e chi, come Gheddafi, pensava che con questo cammino si era arrivati all’orlo del baratro. Datano da un paio di anni fa i tentativi del leader di riorientare questa politica, con la rinazionalizzazione delle imprese, la ripresa in mano libica della colossale opera del “Grande Fiume Sotterraneo” (in Libia non si paga né l’acqua, né la luce e la benzina costa 10 centesimi), una più equa distribuzione dei proventi dagli idrocarburi, la lotta alla corruzione ai vertici della burocrazia, a vantaggio dei settori meno privilegiati e a detrimento di quelli più agiati. Una scelta irritante per burocrati voraci e partner della Libia che avevano di mira il saccheggio all’irachena, o alla messicana. Gheddafi si spostava a sinistra. Da qui, l’attivazione delle quinte colonne, dei quisling e dell’aggressione. Con le mosche cocchiere sinistre che, pungendo, iniettavano il veleno del “Gheddafi che fa la guerra al suo popolo”.

Dittatura? Democrazia?

Concludendo, guardandosi allo specchio sullo sfondo dei suoi salotti, o dei suoi giornali sovvenzionati, la sinistra che si proclama marxista (vedi anche l’ambiguo Burgio sul “manifesto”: “natura dispotica del regime di Gheddafi”, “brutalità della sua reazione contro un’insurrezione popolare tesa a instaurare un regime democratico”) considera in fondo che la forma di governo occidentale dovrebbe essere quella desiderabile per i popoli oppressi. Perciò non dedica una parola a definire il contenuto delle parole “dittatura” e “democrazia”, lasciando da parte la questione fondamentale posta da Marx e da Lenin: dittatura e democrazia sono concetti vuoti se non si precisa quali classi o gruppi sociali esercitano la dittatura, o la democrazia, chi controlla lo Stato e al servizio di quali interessi.

Parafrasando Lenin, che definì l’imperialismo la fase suprema del capitalismo, quando questo sta per decomporsi definitivamente, si può dire che la sinistra Nato è la fase suprema della sinistra occidentalista, la fase terminale di una sinistra alla deriva che sta perdendo le sue ultime occasioni per collegarsi alla realtà delle masse nel suo e negli altri paesi.  

Colonialisti tra il 1884 e il 2011-04-2011

I capi di 14 potenze capitaliste  europee, più gli Usa, si incontrarono in una conferenza a Berlino 126 anni fa, per decidere come l’Africa, le sue terre e le sue vaste risorse, godute da una popolazione allora autosufficiente, potessero essere divise tra loro in colonie. Nessun africano era stato invitato al Congresso di Berlino del 1884. Quel congresso fu l’inizio della trasformazione del capitalismo in un sistema di imperialismo globale. Entro il 1902, il 90% dell’Africa era finita sotto controllo europeo. In tutto il continente, esclusa l’Etiopia, l’autogoverno venne spazzato dalla carta geografica. La cosiddetta “corsa all’Africa” di Gran Bretagna, Francia, Belgio, Italia, Germania, Portogallo, Spagna e Usa rese possibile la crescita e l’arricchimento delle moderne classi capitaliste, banchieri, monopoli, sindacati. E, come prima l’America Latina, l’Africa venne saccheggiata  e decimata (20 milioni di morti nel solo Congo belga), mentre i capitalisti occidentali si addentrarono nel XX secolo con nei forzieri le più grosse fortune della storia umana.

La Conferenza di Londra del 29 marzo 2011 fu convocata dalle stesse potenze che parteciparono all’incontro del 1884. L’Unione Africana rifiutò di partecipare, così come la maggioranza degli Stati africani, tranne Marocco e Tunisia. Non c’erano né Russia, né Cina, né India, né Brasile, il che non impedì al Washington Post  e a tutta la stampa di titolare: “I leader mondiale affermano che la campagna militare continuerà fino alla destituzione di Gheddafi”. E fino a quando non troveranno un sostituto accettabile per l’imperialismo, oggi universalmente chiamato “comunità internazionale”.

C’è una differenza tra Berlino e Londra. Allora se ne potevano infischiare di accampare la scusa dei “diritti umani” e della “democrazia”. Non c’era molto da preoccuparsi dell’opinione pubblica. La coscientizzante rivoluzione russa non c’era ancora stata e neanche quella messicana. Oggi si proclama pubblicamente e ossessivamente che i motivi sono puri: salvare vite e promuovere la libertà. Poi venne la felice stagione dell’anticolonialismo armato di massa e le potenze indebolite dal loro scontro interimperialista per il dominio del mondo, gli uni, e dell’Europa, gli altri, dovettero soccombere alle lotte di liberazione, sostenute da URSS, Cina, Nord Corea, Germania Democratica, Cecoslovacchia, Cuba e… Libia di Gheddafi. Ora siamo alla rivincita e, a partire dalla Libia, dal Nordafrica, dal Sudan, gli ex-colonialisti vogliono imporre regimi fantoccio che concedano loro il prelievo delle risorse continentali. Nel colonialismo classico  le potenze acquisivano formalmente il potere statale e, con esso, quello giuridico, amministrativo e militare. Gli indigeni fornivano personale amministrativo, burocrati, soldati, risorse naturali e manodopera semischiavistica, condizioni presenti anche nell’attuale neocolonialismo nel quale, però, lo Stato è formalmente lasciato in mano di clienti autoctoni.

Quella contro la Libia è una guerra dei ricchi. L’ordine imperialista globale formatosi negli anni ’80 del 19°secolo e che continua oggi, è il più grande violatore dei diritti umani di ogni tempo e luogo e, lo disse un moderato come Martin Luther King, il massimo promotore di violenza nel mondo oggi. E prendetevela con Gheddafi, masochimbecilli!

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/

 

ALCUNI INTERROGATIVI SULLA GUERRA IN LIBIA

 È vero o non è vero che il cimitero mostrato il 26 febbraio 2011 per giorni a mezzo mondo perché doveva contenere migliaia di fosse comuni si è rivelato essere invece vecchio e inerente ai lavori di ristrutturazione del cimitero di Tripoli? È vero o non è vero che Mike Mullen e Robert Gates, rispettivamente capo degli Stati Maggiori Riuniti e ministro della Difesa statunitensi hanno persino “negato che esistano prove sul fatto che Gheddafi abbia usato aerei ed elicotteri contro la popolazione”? È vero o non è vero che le notizie della prima ora sui 10mila morti e 50mila feriti avanzate dall’emittente saudita Al Arabyia provenivano come fonte da un falso rappresentante del Tribunale penale internazionale e si sono rivelate campate per aria? È vero o non è vero che quasi sempre le notizie di massacri di civili in Libia riportate dai media si basano su lanci della britannica Reuter, a loro volta fondati su racconti telefonici di libici del fronte anti Gheddafi? È vero o non è vero che negli ultimi venti anni abbiamo avuto molte dimostrazioni di falsi fabbricati ad arte, come ad esempio le fosse comuni di Timisoara attribuite a Ceaucescu in Romania, rivelatesi a distanza di anni un falso; oppure l'esistenza delle armi di distruzione di massa di Saddam Hussein, inventate ad arte per giustificare con ragioni "umanitarie" l'intervento militare occidentale? È vero o non è vero che Gheddafi cacciò dalla Libia le basi militari e le compagnie petrolifere britanniche e statunitensi, e che lo stesso Gheddafi, col sostegno a movimenti di liberazione nazionale e anticolonialisti di mezzo mondo continua ad essere una spina nel fianco degli Usa e di Israele? È vero o non è vero che imporre una no-fly zone richiederebbe la distruzione preventiva delle difese aeree libiche, cioè la guerra? È vero o non è vero che la Carta delle Nazioni Unite prevede una legittimazione ad interventi militari ONU unicamente se ci fosse un’aggressione ad altri Paesi, ipotesi oggi inesistente? È vero o non è vero che proprio ieri un milione di persone in Italia si è mobilitato a favore della Costituzione, che all'art. 11 recita proprio “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali '' ?

SPETTA AL POPOLO LIBICO DECIDERE DEL PROPRIO AVVENIRE SENZA INGERENZE MILITARI ESTERNE. L'EUROPA E GLI STATI UNITI, VISTE LE LORO RESPONSABILITÀ DEL PERIODO COLONIALE, DOVREBBERO EVITARE QUALSIASI INGERENZA MILITARE IN LIBIA, FAVORENDO INVECE UNA SOLUZIONE PACIFICA TRA LE PARTI IN LOTTA.

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 Riflettiamo sulla Libia Varie da Mondocane di Fulvio Grimaldi 19 marzo 2011

La Lega Araba si inserisce nella canea imperialista che chiede l'interdizione al volo a Gheddafi, onde poter radere al suolo la Libia sfuggita alla globalizzazione delle necrocrazie occidentali e agli sguatteri che si illudono di poterne racimolare le briciole. Nessuna sorpresa. Si chiama Vertice della Lega Araba, ma si legge Congresso di Vienna 1815, con l'imperatore alla tavola imbandita e i cani europei - qui satrapi mediorientali - a razzolare sotto, in attesa dell'osso. Siamo anche al Vertice di Yalta che s'inchiappettava i popoli nel plauso di Togliatti. Siamo all'Europa che, si faceva fottere la Jugoslavia da USraele, per mezzo di bombe e ascari sauditi e Al Qaida. Possa la fantastica insurrezione anti-globalizzazione, anti-colonialismo e antidespotismo degli arabi, cui appartiene di diritto il popolo libico resistente che oggi gioisce a Ras Lanuf, Brega e Misurata, spazzare via burattini e burattinai. Con tutti i suoi abietti corifei mediatici di "sinistra".

Nel momento in cui la Clinton suonava la carica degli avvoltoi con bomba contro la Libia, ero a Viterbo a una conferenza sulla "primavera araba". Accanto alla Mecozzi, Cgil, che cinguettava di "società civile" libica da soccorrere, e a Parlato che, ancora dolorante per le frustate ricevute da Rossanda per aver scritto cose in difesa di Gheddafi, "antimperialista nel mondo arabo e in Africa e promotore di benessere sociale", borbottava che i libici di Allah e della bandiera monarchica erano diversi dagli insorti di Tunisia ed Egitto, dal palco si erse, con la virulenza di tutti i rinnegati dalla coscienza sporca, tale Latif Al Saadi, l'iracheno. Sbraitato il dovuto contro un Gheddafi impoveritore e stragista del suo popolo, coerentemente lo accoppiava al "sanguinario dittatore" Saddam, la cui rimozione era costata, ma questo non l'ha ricordato, il giusto prezzo di due milioni di iracheni ammazzati. L'imbelle Occidente, lamentava poi il compare dei fuorusciti che, in cambio di sterline e dollari, giuravano sulle armi di distruzione di massa di Saddam, stava esitando a saltare addosso a Gheddafi, proprio come per anni aveva abbandonato gli iracheni tra le zanne del dittatore iracheno. Un abbandono che qualche iracheno aveva subito sulla pelle sotto forma di ininterrotti bombardamenti, bombe, embargo genocida e scatenamento di Khomeini contro il suo paese. Come tutti i fuorusciti che si rispettino, Latif era andato in cerca di fortuna e compensi occidentali già alcuni decenni fa. Tuttavia dell'Iraq conosceva vita, morte e cazzate. "Quando gli americani arrivarono, assicurava, gli iracheni magari non gli gettavano fiori (e questo non poteva non ammetterlo), ma se ne restarono chiusi in casa, in speranzosa attesa di democrazia e diritti umani". Che sarebbero arrivati in forma di sterminio di una nazione, rasatura al suolo di un grandioso edificio di benessere, cultura millenaria, dignità e rettitudine antimperialista, genocidio affidato a marines stupratori e a milizie iraniane trapanatrici di teste sunnite. Il mestatore se la spassava intanto in Europa tra le coccole di intervistatori con velina Cia-Mossad. Io, invece, c'ero a Baghdad, come c'ero stato tante volte dal 1977 in poi. E gli iracheni non li avevo visti "chiusi in casa", ma in piazza o in armi in tutto il paese a infliggere all'invasore e ai suoi sgherri locali il massimo danno dai tempi del Vietnam. Dignità che sta ai Latif del mondo come un roseto a una latrina. Cosa volete, l'ominicchio rappresenta in Italia il Partito Comunista Iracheno. Già, quello che, su ordine di Mosca, nel 1979 si schierò con gli ayatollah all'assalto del proprio paese e, coerentemente, appena insediati i mezzani dell'occupante al "governo" dell'Iraq sbranato, vi si sono associati. Oggi, in quel regime, continuano a reggere bordone ai ratti e ai loro ammaestratori.

L'ambasciatore libico in Ghana ha rivelato intercettazioni telefoniche tra Cia e MI6 britannico e la dirigenza dei ribelli a Bengasi nelle quali si definisce l'appoggio mediatico al colpo di Stato concordato con CNN, BBC, Al Jazira e agenzia Reuters, media cui è stato dato il compito di produrre, con le falsità in parte già smascherate, il giusto clima per far trangugiare alla gente un'altra impresa staticida.

Notizia buona: il governo libico si sta riprendendo il territorio sottratto dai mercenari monarchici e integralisti, cari all'Occidente. Le città cadono come foglie, tanto sembrerebbe il sostegno dato ai golpisti dalla popolazione. Gli stessi commessi viaggiatori delle centrali della disinformazione belluina ammettono che a Misurata e addirittura a Bengasi si manifestano folle che invocano Gheddafi. I liberatori puntano su Tobruk al confine egiziano. Da tutto questo si vede quale sostegno di popolo avessero le rispettive parti, i vendipatria reazionari e i patrioti. Le motivazioni dei mercenari sono sempre più deboli di chi difende la patria, una causa giusta, la dignità. Notizia cattiva: i satrapi arabi corrotti e venduti impongono alla Lega Araba di condividere con i cannibali europei la zona di non-volo per bombaroli Nato. Domanda: in Yemen, Bahrein, Saudia, Oman, i monarchi assoluti sparano su folle inermi. Nessuna no-fly-zone?
 

Mohammed Badie, dei Fratelli Musulmani, sollecita il popolo egiziano a smetterla con scioperi e manifestazioni e a sostenere l'esercito e il suo governo, quello che vuole modificare la costituzione senza permettere la minima partecipazione degli insorti. Puntello filo-americano di Mubaraq, la fratellanza ha esteso ora i suoi tentacoli tra i salafiti e nostalgici del re-fantoccio degli inglesi a Bengasi.

In Yemen, scena di una rivolta di portata egiziana, le truppe di Ali Saleh, portinaio del Pentagono, sparano ogni giorno sul popolo: patrioti marxisti del Sud, minoranza scita del Nord da sempre esclusa, masse affamate e represse e, ieri, anche sugli studenti. Decine di morti. Com'è che i media e Rossanda tacciono e gli interventori umanitari non intervengono? Vale anche per Bahrein, Giordania e Marocco. Sarà perché lì i licantropi hanno già il controllo? Rispondiamo e poi riflettiamo sulla Libia.

Truppe saudite sono entrate in Bahrein, il microsultanato che vede da un mese decine di migliaia di manifestanti chiedere la caduta del despota Al Khalifa e venire sparati dai giannizzeri del monarca. Lo hanno chiesto, tremebondi, tutti gli emirati del Golfo. Per i diritti umani e la democrazia, in difesa della rivolta "come in Libia"? Grulli! Per transennare Al Khalifa e appendere al pennone dell'ammiraglia della V Flotta Usa un po' di crani di donne e uomini liberi.

In Marocco continuano le agitazoni contro un dittatore vero, Mohammed VI, sovrano assoluto per grazia di dio. Gli sbirri del regime hanno massacrato i militanti del Partito Socialista Unificato, antigovernativo e antimperialista, che difendevano la loro sede di Casablanca contro l’assalto “alla Diaz” dei pretoriani del re. L’attacco è stato respinto e in tutto il paese continuano le manifestazioni contro il tiranno e la sua globalizzazione del libero mercato e della miseria. E si accentua la durissima repressione. Nessuna informazione su questo né all’interno, né nelle gazzette mignotte internazionali. Si sa qualcosa solo grazie a testimoni. Altrimenti la gente potrebbe chiedersi, perché menano alla Libia e non a questo avanzo putrescente del Medioevo?

Lo sconcio Liberti che da anni ce la mena sul “manifesto” con le sparate propagandistiche contro le nazioni africane che, ultime riserve di dignità e sovranità, si ostinano a camminare per conto proprio (Eritrea, Sudan, Libia, Costa D’Avorio, resistenti somali, Zimbabwe) e l’embedded ultrà Del Re di “Repubblica” conducono a Bengasi una nobile gara per spremere dalle rape del golpismo monarco-integralista-occidentale un po’ di sangue vero. Visto il catafascio della ribellione che ancora due giorni fa doveva sommergere l’intero paese e spazzare via Gheddafi (e, con lui, 40 anni di primato democratico e sociale in Africa), uno ripiega sulle donne (a sinistra funziona sempre) che preferirebbero il burka dei rivoltosi all’emancipazione ghedaffiana; l’altro si straccia le vesti sui poveri armamenti (ma chi glieli ha dati?) dei poveri “rivoluzionari” (monarchici): le batterie antiaeree sono “arrugginite”, i pick-up con mitraglia pesante sono “scalcinati”, i Kalachnikov sono “vecchi”. Veramente, al tempo dei trionfi vandeani, tutto risultava molto scintillante nelle immagini. Più decente del manifestaiolo, Del Re ammette che a Bengasi sono scomparse le bandiere del re-fantoccio e sono riapparse quelle nazionali verdi. Rivela addirittura che il comandante militare di piazza ora si aggira furtivo in abiti civili. Sono alla frutta. Purchè non gli imbandiscano la tavola i manovratori alla consolle.

Qualche spiritosone ha tirato fuori le foto di Hillary Clinton che, assicurando grande amicizia e augurandosi grossi affari, sorride radiosa mano in mano con il figlio di Gheddafi. Era solo due anni fa. I grossi affari non sono venuti, sono andati ad altri in Europa e Asia, gli Usa si sono incazzati e Gheddafi deve bruciare sul rogo insieme alla Libia libera. Poi, lo stesso bello spirito, ha rimesso in circolazione un rapporto sulla Libia compilato dai 47 paesi membri del Consiglio Onu sui diritti umani appena nel gennaio scorso: un peana ai risultati raggiunti e ai miglioramenti conseguiti. Elogi che si aggiungevano a quelli storici dell’ONU alla Libia per vantare quel governo il più elevato indice di sviluppo umano di tutto il continente. Meno di due mesi dopo, la stessa ONU scatta sull’attenti davanti alla megera incazzata e deferisce il benemerito dei diritti umani al Tribunale Internazionale dell’Aja. Quel tribunale dei padroni cui gli Usa rifiutano di aderire per le troppe efferatezze genocide compiute da 60 anni in qua.

 

 

GHEDDAFI E GLI ALTRI   di Fulvio Grimaldi venerdì 4 marzo 2011

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2011/03/gheddafi-e-gli-altri.html   

La terra è tua madre, lei ti diede la nascita dal suo ventre. E’ colei che ti allattò e ti alimentò. Non disubbidire a tua madre e non tosare i suoi capelli, tagliare le sue membra, lacerare la sua carne, o ferire il suo corpo. Devi solamente aggiustare le sue unghie, fare che il suo corpo sia pulito da ogni lordura. Darle la medicina per curare ogni sua malattia. Non mettere pesi gravosi sopra la sua mammella, fango o cemento sopra le sue costole. Rispettala e ricorda che se sei troppo aspro con lei, non ne troverai un’altra. Non distruggere la tua dimora, il tuo rifugio, o ti perderai.

(Muammar Gheddafi).

Forse è per questo che gira con una tenda. Mentre il nostro viaggia di Arcore in Grazioli in Certosa in castelli in Santa Lucia e costruisce Milano 2 e C.A.S.E.

C’è qualcuno in giro che s’è chiesto perché mai quasi tutti i governanti, i progressisti, rivoluzionari, antimperialisti del Sud del mondo, America Latina in testa, pur non negando critiche al Gheddafi degli ultimi 10 anni sotto ricatto occidentale, si schierano a difesa del legittimo governo libico e del suo leader e denunciano le mire imperialiste di una “comunità internazionale” che da vent’anni, con la scusa dei dittatori e con l’uso di provocatori e provocazioni, assalta e massacra popoli, stende sul mondo una cappa di miseria sul quale danzano alcune migliaia di ultraricchi, svuota libertà e diritti democratici, sociali, culturali, avvia ovunque Stati di polizia intrecciati alla criminalità organizzata, traffica in droga e armi, distrugge la possibilità di istruirsi e informarsi? C’è qualcuno che pensa che questi siano peggiori di Bush, Cheney, Obama, D’Alema, Fassino, Berlusconi, Netaniahu, Calderon, Karzai, Al Maliki, i golpisti killer dell’Honduras?

Coerenze. Voto bipartisan, salvo IDV, per la missione afghana nel 2010. Missione dei 36 “professionisti” italiani caduti e dei 34mila raid aerei all’anno (il doppio rispetto al 2007), per 25 miliardi e mezzo di euro tra Afghanistan, lotta ai pirati somali (in difesa di pesca di frodo e scarico di rifiuti tossici europei), Unifil, addestramento di ascari vari...62 milioni alla ricostruzione. "Per il buon nome del paese" (Pinotti, PD). Da promuovere ora in Libia.

I vernacolari del "Campo Antimperialista", collaudato il loro pluralismo nell'unione antimericana con i neonazisti di Franco Freda, manifestata la loro chiaroveggenza politica con orgasmatici applausi al trapanatore iracheno-iraniano di resistenti e sunniti, Moqtada, perfezionano la missione schierandosi "con l'insurrezione popolare" in Libia. Loro vestale, Emma Bonino, ancora zuppa di sangue serbo, iracheno, afghano.

Potenza dell’ignoranza. Andrea Camilleri, Luigi Ciotti, Cristina Comencini, Magherita Hack, Dacia Maraini, Moni Ovadia, Igiaba Scego, firmano un appello "Fermiamo il massacro in Libia". Come si compromette una vita onorata. In arrivo anche gli amici del giaguaro, Saviano, Fazio, Santoro, tutto il PD, il papa, Sgrena, l'intera celebrata "società civile" in marcia per "promuovere i diritti culturali delle popolazioni contro dirigenti corrotti e venduti". Sono bravi, chiedono di sfasciare ma senza sparare troppo.

Dall'inizio del 2011 Israele ha rapito e incarcerato 80 bambini palestinesi nella Gerusalemme Est occupata e stuprata dai coloni carburati da Obama. Ne invade le case di notte e se li porta via. Innumerevoli sono le denunce di tortura e abusi sessuali. Ieri ad altre 22 famiglie della città è arrivato l'ordine di demolizione delle loro case. Parlarne? Ma se sono riusciti anche a occultare i 500 bambini terroristi sterminati da Piombo Fuso...


Al Jazira pompa le balle dei "ribelli democratici". Gli editoriali di Al Jazira sono gestiti da agenti dei servizi segreti con targa BBC. Al Jazira trasmette ogni singola patacca del defunto Bin Laden, senza controlli di autenticità, favorendo la "guerra al terrorismo". E' dal Qatar che gli Usa lanciarono l'invasione dell'Iraq, visto che Turchia e Arabia Saudita rifiutarono. E' un pollaio che si fa difendere dal capo volpe.

Al Jazira inventa bombardamenti aerei di Gheddafi (smentiti da tutti, compresi i satelliti russi), il delegato libico al Tribunale dell'Aja offre in pasto ai media e ai Obama 10mila morti, subito confermati da Al Jazira (e poi il Tribunale smentisce di avere tale delegato). Ma come, l'emittente del Qatar non era anti-israeliana? Sì, ma filo-americana e, da tv pagata dall'emiro, anche filo-monarchica, ovunque qualche stronzo risusciti un re.

In Sudan, distretto di Abyei, 70 ammazzati e villaggi rasi al suolo perchè il Sud secessionista grazie a USraele, UE, comboniani e Vaticano vuole anche quella regione assegnata al Nord. C'è quel po' di petrolio che è rimasto al Sudan libero. Se possono somalizzare la Libia, vuoi che non ci provino con il Sudan che, oltre agli idrocarburi, ha il Nilo? Già tengono Etiopia, Ruanda, Uganda, Kenya. Per l’Eritrea, a forza di trattamento alla Saddam, si avvicina l’ora. Usraele ueber alles anche in Africa.

Centinaia di migliaia di iracheni manifestano nel "Grande Giorno della Collera" in tutto il paese "restituito alla democrazia", ma non a luce, acqua, pane, scuola, vita. Vengono abbattuti come mosche in città militarizzate, sotto coprifuoco e proibite ai giornalisti. Il popolo di Mosul ha cacciato il generale fantoccio con i suoi 450 sgherri. Ovunque vengono costretti alla fuga governatori fantoccio installati dagli occupanti e loro sicari. La rivolta è in prima linea contro l’occupazione, causa di tutto. Ne avete sentito niente?

La Libia si difende da reazionari salafiti e monarchici ansiosi di Occidente e neoliberismo, chiamati “patrioti”. I governatori di Wisconsin, Ohio, Idaho e altri Stati Usa si difendono da centinaia di migliaia di manifestanti che assediano da settimane i palazzi del potere contro leggi neoliberiste che eliminano sindacati, contratti, diritti, chiamati “estremisti”. Un’insurrezione di lavoratori nel cuore dell’impero. Visto come ci si avventano i media?

L'ONU sanziona la Libia e fa scattare orde distruttrici su ordine Usa. L'ONU classifica il Messico primo al mondo per violazioni dei diritti umani. Mortalità materna 5 volte superiore a quella degli altri paesi. Con 35mila ammazzati in quattro anni si muore di più che in qualsiasi paese non in guerra. 2.500 donne uccise all’anno per reprimere l’opposizione e disintegrare il tessuto sociale con la psicosi della paura. 170 incarcerate per aborto con pene fino a 25 anni. 20mila migranti scomparsi o uccisi ogni anno. Zitti, da lì arrivano la droga per il mercato Usa e i dollari per le sue banche, dollari con i quali si finanziano le campagne elettorali dei presidenti. I cinque Stati Usa che risultano i massimi riciclatori di denaro da droga sono i cinque Stati che contribuiscono maggiormente alle campagne presidenziali.

Obama, vindice del diritto internazionale, decide che urge abbattere il leader di un paese sovrano. Non è interferenza. E' democrazia ai tempi dei Berlusconi e di tutti i masochimbecilli della "sinistra". Curioso: quelle del governo sono "milizie" e "mercenari" “che “sparano sulla folla”, quelle dei ribelli con istruttori Blackwater sono "truppe" e "volontari", quando non “civili inermi” (con tanto di RPG e cannoni moderni). Mentre Karzai in Afghanistan e al Maliki in Iraq hanno truppe e gli altri sono "terroristi". E dal sole piove e di notte ci si abbronza.

‎2010: 10mila afghani, all'80% civili, uccisi da USA e Isaf (160mila mercenari nella più lunga e costosa guerra dell'era democratica), 712 militari occupanti, migliaia di contractors, di cui 36 italiani, morti per le lacrime tossiche del mandante La Russa. 1000 civili pakistani, fatti passare per "taliban", massacrati dai droni Cia nell'alleato Pakistan. Bombe Cia-Mossad a tutto spiano nelle moschee e città pakistane per destabilizzare un paese dal popolo ostile. Exit strategy di Obama svaporata e quattro enormi basi permanenti annunciate. Ma che mascalzone quel Gheddafi!

Nello Stato di Chihuahua hanno appena ucciso tre famigliari di una donna, Maria Magdalena Reyes Salazar, che si batteva per la giustizia per l'assassinio di suo figlio. Poi le hanno incendiato la casa. I narcos minacciano di sgozzare i bambini di un asilo a Ciudad Juarez. Qui sono state uccise in gennaio-febbraio 79 donne, il 32% in più rispetto ai due mesi del 2010. Quando qualche biasimo al presidente complice o un bell’ "intervento umanitario"?

Israele, che detesta gli anti Ben Ali, anti-Mubaraq, anti-Saleh, anti-Abdallah, adora (infiltra) i "rivoluzionari", anche un po' linciatori, di Bengasi. Portatrice, come questi, di diritti umani e democrazia, ha ammazzato altri tre palestinesi a Gaza e ha raso al suolo per la 20esima volta un villaggio beduino nel Sinai, 19 volte ricostruito, per far spazio ai coloni. Chiede ai beduini il costo degli smantellamenti

Antropologia imperiale, ovvero quando le facce spiegano. A Tehran le belle gnocche "verdi" ingioiellate e fresche di stilista. A Brega, Cirenaica, dove lealisti e ribelli si contendono il terminale petrolifero, i "rivoluzionari libici" di Anno Zero. Una turba barbuta armatissima, parossistica, schiumante, urlante in una specie di ballo di S.Vito alla salafita "Allah u Akbar". Del tutto simile a studenti, operai, donne, poveri del Cairo e Tunisi...

Le lotte nelle piazze arabe sono una lotta transnazionale di proporzioni epiche. Si combatte per dignità, diritti, giustizia e sovranità. Sono lotte che non possono prescindere della consapevolezza del nemico: l'imperialismo globalizzante che sta attaccando la Libia che quelle lotte le aveva vinte. L'ordine globale vive o muore con la rivoluzione pan-araba. Ne fa parte il popolo libico, non chi lo frantuma.

Fidel Castro: "La campagna colossale di bugie sparse dai mezzi di comunicazione di massa, ha creato una grande confusione nell'opinione pubblica mondiale. Passerà del tempo prima di poter ricostruire ciò che è successo realmentre in Libia e di separare i fatti reali dai falsi che sono stati diffusi". Già, nel frattempo le armate barbare passeranno sulla nostra coscienza nel viaggio verso Tripoli.

Il ”satrapo” Gheddafi, che non ha manco un palazzo d'oro o ville in Sardegna e Santa Lucia. L'ONU pone la Libia al primo posto nel Continente per Indice di Sviluppo Umano, reddito, longevità, istruzione, sanità (tutti gratuiti), distribuzione della ricchezza, la più bassa mortalità infantile, la maggiore partecipazione popolare al potere. Il Libro Verde garantisce la proprietà della terra a chi la lavora e della casa a chi ci abita. Coinvolge i lavoratori nella gestione delle aziende. Ogni decisione politica è presa dai Comitati Popolari e dal Congresso del popolo. Ma la burocrazia era corrotta e faceva affari con i capitalisti. Come a Cuba. Allora diamo addosso a Gheddafi, più tardi a Cuba, noi del popolo sovrano e benestante grazie alla "porcata" di Calderoli, la modernità di Marchionne, la gentilezza di Maroni, il patriottismo di La Russa, la sobrietà di Berlusconi, il socialismo di Bersani. Sono nostri i diritti umani!


Gheddafi ha sottratto la sua gente al vampirismo neoliberista e alle basi Usa, ha sempre avversato i monarchi arabi venduti, ha sostenuto la liberazione di Nicaragua, Cuba, Angola, Mozambico, Sudafrica, Palestina, baschi, irlandesi, ha preso uno spezzatino tribale e ne ha fatto una nazione moderna laica, si batte per l'unità africana. Ma i suoi burocrati erano corrotti e lui pazzo. Diamogli addosso.

Quando Gheddafi, dal solito "bunker" alla Hitler, articolato in ristoranti sul mare, palazzi di congressi e piazze pubbliche, accusa Al Qaida, sa bene cosa dice. Al Qaida in Afghanistan, in Kossovo e Bosnia, Cecenia, Yemen, Somalia, Maghreb, Latinoamerica, Europa. Sempre un bonus per l'imperialismo e un'inculata per arabi e musulmani. Possibile che l'illuminante "cui prodest" non interessi nessuno?

Hanno sequestrato decine di miliardi del "tesoro di Gheddafi". Fondi del commercio estero del governo libico depositati in banche occidentali. In vista del furto del petrolio finora negato agli Usa, la criminalità organizzata "comunità internazionale" esegue una rapina con scasso (di sicari armati locali) dei beni di un popolo cui i futuri fantocci garantiranno sopravvivenza con Marchionne e narcotraffico. 700 miliardi, invece, Obama li ha cavati dai cittadini per darli alle banche che li avevano rovinati. In 40 miliardi di euro si calcola il “tesoro” del guitto mannaro, questo sì personale.

Il presidente Chavez che, per demonizzare due disobbedienti, era stato inventato ospitante di Gheddafi, ha espresso solidarietà a Gheddafi contro le belve imperialiste. Ha detto: "Sarei un codardo se, sulla base di falsità, condannassi chi è stato mio amico". Uomo vero. Berlusconi e Frattini, nella tomba dei morti viventi, hanno avuto un sussulto.

La balla risolutrice per i genocidi imperiali: "Il dittatore ha massacrato il proprio popolo". Chi non interverrebbe umanitariamente, vero D'Alema, Prodi, Berlusconi? Così con le false stragi di Milosevic a Sarajevo e in Kosovo, con i massacri di curdi e sciti da parte di Saddam, con lo sterminio di donne per mano taleban. Ma mai con le Torri Gemelle, il metrò di Londra, il treno di Madrid. Ma quelli li ha fatti Al Qaida, mica i loro governi.

Tre commandos dei marines olandesi, cioè Nato, sono sbarcati dalla nave "Tromp" a Sirte, tuttora in mano libica, per innescare la rivolta anche lì. Le truppe regolari li hanno catturati. E' spontanea un'insurrezione "Allah u Akbar", guidata a Bengasi da istruttori e armatori Usa-Nato, coperta da false stragi mediatiche di Gheddafi, incitata dalla moglie di colui che sbranò la Jugoslavia, zeppa di commandos imperiali?

Provasto a normalizzare con militari e fantocci le potenziali rivoluzioni anti-globalizzazione in Egitto e Tunisia, scatenati i secessionisti salafiti in Libia e berberi in Algeria, la Libia, che contrattava alla pari con il mondo e respingeva gli Usa, è bella e incastrata. Si torna, come in Jugoslavia, a mafia-narco-statarelli, come ai bei tempi del colonialismo. Qui Cirenaica, Tripolitania e Fezzan a sbranarsi per gli sghignazzi e il petrolio Usa

Cirenaica come Kosovo. "Consiglieri" Usa a Bengasi stanno già ponendo le fondamenta per una nuova base Bondsteel da cui intervenire sull'Africa tutta, in culo a UE, Cina e Russia. Prima la creazione di una quinta colonna di invasati e banditi islamici, poi le false stragi di Slobo e Gheddafi sovrapposte a quelle vere degli ascari, quindi criminalizzazione del "dittatore", bombe e squartamento del paese. La globalizzazione funziona. Oddio, se la dovrà vedere con Attac e I Social Forum. Paura!!!

Frattini, amico di Mubaraq, Ben Ali e gaglioffi sanguinari vari, manichino Standa, baciatore di deretani arcoriani, a nome del baciatore di anelli sollecita Piombo Fuso su Gheddafi. Meglio del moralista Chavez.Astuto! Le sanzioni Usa-UE hanno messo sotto scacco Eni, Finmeccanica, banche, cordate varie. Con un colpo gli Usa fanno fuori Libia e Italia, nel giubilo dei nostri media, sinistri e destri. E il guitto mannaro offre le basi d'attacco, come D'Alema con il Kosovo. Taffazzi al posto di Mattei. Che scaltri! Appunto masochimbecilli.

Fulvio Grimaldi

Fonte: http://fulviogrimaldi.blogspot.com
Link: http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2011/03/gheddafi-e-gli-altri.html    
4.03.2011

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Occhio, la Libia è un'altra cosa di Fulvio Grimaldi

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2011/02/occhio-la-libia-e-unaltra-cosa.html   

Noi siamo la razza che governa il mondo... Non rinunceremo al nostro ruolo nella missione della nostra razza, grazie a Dio, per la civilizzazione del mondo... Dio ci ha fatto il suo popolo eletto... ci ha reso tanto capaci di governare da poter gestire governi tra popoli selvaggi e senili.
(Senatore Usa Alfred Beveridge) 
 
  
La stampa è tanto potente nella creazione di immagini da poter far sembrare una vittima il criminale e mostrare la vittima come fosse il criminale. Questa è la stampa, una stampa irresponsabile. Se non stai attento, i giornali ti faranno odiare la gente che è oppressa e amare coloro che opprimono.
(Malcolm X, "Discorsi e dichiarazioni selezionati")
 
 
C'è da aspettarsi che i progressi in fisiologia e psicologia diano ai governi molto più controllo sulla mentalità dell'individuo di quanto non ne abbiano perfino gli Stati totalitari. Fichte disse che l'educazione dovrebbe puntare alla distruzione del libero arbitrio in modo che, quando gli studenti hanno lasciato la scuola, siano incapaci per il resto della vita di pensare o agire diversamente da quanto avrebbero voluto i loro maestri.
(Bertrand Russell, "L'impatto della Scienza sulla Società")

Fatta la tara al sistema mediatico occidentale e magari ascoltata l'emittente dell'America libera, Telesur, e anche la problematicità di Al Jazira, deprechiamo pure il bagno di sangue in Libia, con la repressione dei settori fedeli a Gheddafi, ma anche con l'ambiguità di un'informazione le cui contraddizioni tra commenti e immagini sfida la logica. E le cui motivazioni e i cui burattinai dovrebbero sollecitarci qualche riflessone. Non arrendiamoci al sanguinolento Grand Guignol che tutta la stampa, destra e "sionistra", in quell'unanimità che fa sempre gioco alla destra, spara sulla Libia e contro Gheddafi. Bombardamenti aerei sulla popolazione, mercenari stragisti, defezioni di militari, aviazione, ambasciatori, feriti sparati negli ospedali, testimoni rientrati che hanno "sentito colpi di fucile", migliaia di cadaveri per le strade, "esperti" tv fuorusciti da trent'anni dalla Libia che invocano la democrazia occidentale, mosche su quella patacca che passa per viva ed è già putrescente e ancora vorrebbe infettare i popoli che ne sono esenti... In Iraq cianciavano di fosse comuni di Saddam, mai trovate, mentre ne allestivano per migliaia, oggi un po' per volta scoperte con cadaveri datati dal 2003 in qua.

Molto è già stato smentito, molto non si è mai visto, neanche con immagini da cellulare, le manifestazioni di massa di Egitto, Tunisia, Yemen, Bahrein, stanno alle folle in campo in Libia come un tsunami sta al ponentino. Con ogni evidenza lo scontro è tra schieramernti militari che riflettono la spaccatura nazionale (e i maneggi esterni, italiani compresi), non un'insurrezaione di popolo. La spaccatura corre all'interno di militari e apparato politico, a loro volta specchio di una frattura sociale tra tribù e regioni: la Cirenaica, cara agli inglesi che la volevano staccare dalla Libia, da sempre secessionista con mire di emirato islamico, dove oggi si fanno sventolare le bandiere senussite del vecchio re Idriss. Burattino del colonialismo (lo stesso eroe nazionale Omar Al Mukhtar detestava i cirenaici e  lì considerava traditori); e la Tripolitania, storicamente più avanzata, moderna, laica. La collusione divenuta collisione tra settori sociali cresciuti attorno agli investimenti stranieri, occidentali, arrivati dopo la svolta liberista gheddafiana dei primi anni '90, e ora ansiosi di arricchimento e protagonismo politico (come i "verdi" iraniani che, pure loro, fanno passare gente da loro ammazzata per vittime del governo), e la massa della popolazione con il più alto reddito pro capite della regione che difende le conquiste dello stato sociale assicurate dalla Jamayria.

Per il Cairo, Obama si è speso in favore della transizione desiderata dal popolo ma, ovviamente, reinterpretata pro domo sua; per la Libia tace perchè deve nascondere le mani in pasta nella sedizione. Così, l'UE e Israele, da sempre predoni insoddisfatti e bulimici delle risorse della Libia, ma con l'handicap di aver circuito il leader libico per il suo petrolio, il terrore dei migranti, Unicredit, Finmeccanica, Eni, Acea, Juventus, quattrinose quote libiche salva-imprese. Gli Usa, meno compromessi politicamente e propagandisticamente, eppure fortemente presenti con le loro multinazionali, hanno obiettivi geostrategici più corposi e meglio sostenuti, cosa che può far ventilare un intervento armato, come temuto da Fidel Castro. Puntano alla possibilità di strappare la Libia completamente all'Europa, togliendo a Gheddafi un punto di forza politico-economico, di mettere le mani sul rubinetto del gas e del petrolio libico, in modo da far sgocciolare all'Europa più o meno idrocarburi a vantaggio della propria superiorità e del reclutamento, sotto ricatto petrolifero, di ascari europei per le guerre imperiali. Vogliono appropriarsi della più vasta riserva d'acqua sotterranea dell'Africa (sogno di Israele dopo aver acchiappato, con il Sud Sudan, pseudostato separato grazie al concorso di Israele e comboniani, l'Alto Nilo) e, soprattutto, collocare in Libia quel comando Usa per Africa e Medioriente che è il recentemente costituito Africom. Africom la cui sede è stata rifiutata dall'Algeria (il che spiega anche i moti rivoltosi in quel paese, alimentati soprattutto dai secessionisti berberi, curati dall'Occidente). Insomma un altro dei  lavoretti elencati  nel piano israeliano del 1982 per il mondo arabo, dopo il Sudan spaccato in due e forse, con il Darfur, domani in tre, l'Iraq tripartito tra curdi, sciti e sunniti, il Libano tra cristiani-sunniti e sciti, l'Egitto tra copti e musulmani (ma lì i tiri al tritolo del Mossad sono stati un autogol) e via dividendo e imperando per il resto del pianeta.

Chiediamoci, dunque, a cosa serva la demonizzazione di Gheddafi, di cui peraltro nessuno ammira le eccentricità folcloristiche, ma di cui si devono comprendere le ragioni per l'apertura all'Occidente dopo decenni di scontro asprissimo, in collegamento con molti movimenti di liberazione del mondo. La bufala Lockerbie, lo schianto dell'aereo sulla Scozia, con centinaia di morti in alto e in basso, del quale, sulla base di concreti indizi, si può immaginare uno zampino Cia alla maniera dell'11 settembre, addebitato in un processo-burletta a un cittadino libico, e una campagna parossistica contro il "terrorista" Gheddafi, sostenitore di terrorismi in mezzo mondo a partire da irlandesi e baschi, minacciavano di essere la pistola fumante per lanciare sulla Libia quanto era stato scagliato sull'Iraq. E la Libia, nel mondo arabo, era isolata. Sarebbe stata la fine di uno dei più riusciti esperimenti nazionali e sociali del Sud del mondo.

Si trattava, con la "svolta verso l'Occidente, l'apertura a un mercato moderatamente libero, le fusa ai satrapi bancari e istituzionali europei, la rinuncia (non "distruzione" come i velinari dicono) alle armi di distruzione di massa, di salvaguardare indipendenza, sovranità e benessere del popolo libico. Chiediamoci a cosa serviva la satanizzazione di Saddam, non abbattuto dall'assalto iraniano istigato da Washington e quindi affogato in un occeano di merda e di sangue dalle invenzioni dei centri imperialisti dell'abbruttimento conoscitivo. Ricordiamoci delle armi di distruzione di massa esibite da Powell, Saddam che macinava gli oppositori nel tritacarta, che gassava i curdi, che sbudellava nemici, suo figlio che puniva i giocatori per le sconfitte facendoli giocare con palle di ferro e frustandone i piedi. Ricordiamo che da quelle falsità sono stati uccisi tre milioni di iracheni tra embargo e guerra. Vale per Aristide a Haiti, Chavez in Venezuela, Ahmadinejad, Bgabgo in Costa d'Avorio, Arafat, i pirati e Shabaab in Somalia, Milosevic in Serbia, i sandinisti in Nicaragua, il "terrorismo islamico".

Si tratta manifestamente di costruire nella provetta dei veleni un'opinione pubblica maggioritaria a favore di genocidi pro-democrazia e, con particolare accanimento, di fuorviare un mondo di sinistra, con risvolti antimperialisti, già anticoloniale in tempi meno indecorosi, fino a intrupparlo, come Pinocchio sul carro diretto nel Paese dei Balocchi e dei futuri somari, nelle proprie retrovie. La tremenda lezione del Vietnam, vincitore tanto grazie ai Vietcong quanto alla collera organizzata di un'umanità bene informata.

Muammar Gheddafi può fare il caudillo decorato come un albero di Natale e socio nei consigli d'amministrazione occidentali quanto vuole. Nessuno da questa parte del Mediterraneo e dall'altra dell'Oceano gli perdonerà mai di aver cacciato un grottesco re-travicella e, con lui, i padrini britannici, di aver ridato al suo popolo le ricchezze predate dai coloni italiani, la dignità offesa dallo stupro culturale dei colonizzatori, di aver costruito una nazione, di aver dato a un popolo del Terzo Mondo, tutto da spremere e tenere in schiavitù a garanzia dei propri privilegi, la forza di una nazione, di essersi fatto pagare un pur minimo risarcimento dagli epigoni dei Balbo e Graziani genocidi.

Qualche saputo stigmatizza che Gheddafi non abbia mai fatto "nulla di concreto per la Palestina. Cosa poteva fare da 10mila km di distanza e con in mezzo l'Egitto sionistizzato di Mubaraq, senza vedersi bombardato un'altra volta da USraele come quando gli uccisero la figlia? Ha saputo denunciare senza tregua i crimini di Israele, ha invocato e rafforzato un'unità africana contro la manomissione del neocolonialismo. E' stato un appoggio importante per i combattenti irlandesi. Oggi, per le strade del suo paese ci si ammazza. Di chiaro e certo non ne sappiamo ancora niente. Ma sappiamo che in Occidente si mente per la gola. Egitto, Tunisia, Yemen, Bahrein, Somalia, dove di sicuro ci sono popoli insorti contro rais e globalizzazione della miseria, rischiano di fuggire dalla stalla. Guai a perdere anche la Libia, dove quella globalizzazione deve essere fatta arrivare. E' una tragedia più che per Gheddafi, per il popolo libico e, dunque, per noi. Noi italiani, prima di parlare di Libia e Gheddafi, anche solo per sghignazzare sulle sue bizzarrie di costume, o indignarci della sua difesa con le armi di uno Stato che qualcuno vuiole divorare, niente al confronto con il nostro guitto mannaro, dovremmo sciacquarci la bocca. E magari cercare di leggere tra le righe di melma di Repubblica o del Manifesto un barbaglio di logica e di verità. E magari, ancora, tirar via da dove schiacciano lotte di liberazione i nostri mercenari.

 

 

E LUCEAN LE STELLE, TRA BUCHI NERI di Fulvio Grimaldi venerdì 11 marzo 2011

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2011/03/e-lucean-le-stelle-tra-buchi-neri.html   

(compreso quello della vestale di Rue de Rivoli) Con qualche pillola di saggezza di Fidel Castro in calce.

Di ogni singola cosa chiedi cos’è in sé, quale è la sua natura. (Marco Aurelio) La democrazia non è la legge della maggioranza, ma la protezione della minoranza elitaria.(Albert Camus) E lucean le stelle. La notte è buia e percorsa da vapori mefitici, alcuni , emessi dalle femministe ginocrate radical-chic la cui coscienza di classe le fa preferire alle turbe femminili antiglobalizzazione del Cairo di gran lunga le signore pro-globalizzazione dei quartieri alti di Tehran. Ma si è accesa Venere a segnare la riconquista di terre e città strappate ai golpisti libici. Da Zawiyah e tutto l’occidente a Ras Lanuf in oriente sventola di nuovo la bandiera dello Stato libico sovrano. La maciulleranno gli artigli della “comunità internazionale”, insieme a 40 anni di Libia sovrana nell’Africa da unire contro gli avvoltoi. Ma tant’è, ora è gioia. Resiste Bengasi, con la popolazione ostaggio delle bande monarchiche e integraliste e, soprattutto, con la profondità strategica fornita dall’Egitto e garantita dalla giunta militare controrivoluzionaria. E' apparso Sirio quando al Cairo gli insorti hanno occupato i covi dei servizi segreti, dove gli sbirri tentavano di distruggere i documenti dei loro crimini, abusi, torture, e dove, a dispetto dei militari sotto comando Usa, hanno cacciato il premier clonato da Mubaraq. Vi si è aggiunta Venere quando donne vere, come quelle di Bahrein, Yemen, Tunisia, Messico, Honduras, a Piazza Tahrir hanno contrastato con i loro corpi gli sgherri della controrivoluzione. Il firmamento si è illuminato quando alla provocazioni di carattere confessionale delle bande continuiste, indubbiamente scatenate dal nuovo regime a fini di intimidazione e di un caos richiedente “polso fermo” contro i “disordini”, ha risposto la milionata di musulmani e copti uniti nella piazza degli irriducibili. In tutta la sua possanza è apparso Orione con alle sue porte i lampi di una collera che, dall’Africa, Medioriente e Asia, ha incendiato gli umiliati e offesi dal medesimo nemico in Wisconsin e Ohio, nella pancia del mostro.

Altra luce ci illumina dalla Tunisia e abbaglia il matamoros Maroni. Sono quei ragazzi, volontari della rivoluzione e della solidarietà che, pur ancora impegnati a spazzare i resti del regime, sono accorsi in massa, nella latitanza della “comunità internazionale”, ad accogliere e soccorrere con cibo, riparo, riposo, farmaci, i centomila fuggiti alle devastazioni golpiste e all’imminenza dell’armagheddon Nato. Sono questi nuovi arabi, non gli sparacchiatori invasati sulle contraeree fornite dalla giunta post- e-neo-Mubaraq. Un lampo di luce l’ha sparato nell’oscurità delle menzogne fatte raccontare ai profughi dagli agenti mediatici della guerra, uno di questi volontari quando ha spiegato come l’abbandono di queste masse di fuggiaschi da parte delll’Europa serva anche a distrarre e mettere in difficoltà acute la nuova Tunisia impegnata nello scontro con la controrivoluzione. Questi profughi che, per captatio benevolentiae, balbettano di atrocità subite da Gheddafi, che si dicono libici e a Lampedusa si rivelano tunisini, mi ricordano le ondate kosovare che si abbattevano sui confini albanesi ai tempi di un’inventata “pulizia etnica” (oggi “Gheddafi bombarda il suo popolo”) e di vere bombe Nato. Sapevano, anche costoro, cosa dire al microfono delle Botteri che li arpionavano all’ingresso dei campi di accoglienza (riandate al dalemiano “Arcobaleno”, infestato da ladroni nostrani) e dai racconti “giusti” dipendevano pasto e brandina.

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Mondocane blog di Fulvio Grimaldi  http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2011/03/pazzi-sanguinari.html   

 

mercoledì 23 marzo 2011

PAZZI SANGUINARI

 

Il popolo libico prenderà le armi, le bombe, gli arsenali, Armeremo le donne, venite a combattere contro le nostre donne, banda di codardi. Siamo pronti a una lunga guerra… Sappiamo che i popoli di Africa, Asia, America Latina e anche dell’Europa stanno con noi.

(Muammar Gheddafi)

Gli Stati Uniti vogliono impadronirsi del petrolio libico, non gliene fotte niente dei popoli della regione. Quando gli importò della vita dei popoli che continuano a bombardare in Iraq e Afghanistan? Non hanno ucciso solo con le bombe, ma con la fame e la miseria miliardi di esseri umani. Agli Stati Uniti non importa niente della vita di nessuno su questo pianeta!

(Hugo Chavez)

Non si può dire che la civiltà non avanza. In ogni guerra ti uccidono in modo nuovo.

(Will Rogers)

La mia idea della nostra civiltà è che si tratta di roba scadente, miserabile, piena di crudeltà, vanità, arroganza, avidità e ipocrisia.

(Mark Twain)

La stampa è tanto potente nel suo ruolo di costruttore di immagine da poter far passare un criminale per vittima e la vittima come fosse il criminale. Questa è la stampa, una stampa irresponsabile. Se non stiamo attenti, i giornali vi faranno odiare gli oppressi e amare coloro che opprimono.

(Malcolm X, 1964)

Che qualcuno che può stramaledica i guru, le santone, i cagasotto e gli infami (categoria che i rivoluzionari e i carcerati conoscono bene e gli strateghi della provocazione sanno bene utilizzare) spurgati in vetta alla massa amorfa, ma almeno un tantino raziocinante e dubbiosa, del cosiddetto popolo di sinistra. Hai visto mai che non possa funzionare in un paese da quasi duemila anni soffocato dalle spire della superstizione, degli iettatori e dei malefici. E’ questo il grido della rabbia, della disperazione e della nausea di chi se ne sta aggrappato, con altri quattro gatti (onore alla Rete dei Comunisti e a pochi altri nuclei di chiaroveggenza), a una zattera aggredita e squassata da uno tsunami di vergogne, ipocrisie, falsità, protervia, scatenato da quel mare nel quale, tra vele immacolate, pensavamo di navigare verso terre migliori. Terre finite in condizioni paragonabili alla devastazione che ci illustrano le immagini dal Giappone. Chi hanno di fronte i becchini della verità, i necrofori dei macelli bellici, gli stupratori di popoli da spolpare ed estinguere? Chi dovrebbe opporsi, disarmarli, smascherarli, saldarsi ai pezzi di umanità che lottano? Questa accozzaglia di eurocolonialisti, razzisti, assolutisti del pensiero unico predicato dai pulpiti di una chiesa dogmatica, proterva e corrotta quanto quella dei satrapi post-San Pietro, che a quell’altro di pensiero unico sono sconciamente speculari? Falsari di monete riciclate, narcisi onanistici che tra sé e la realtà pongono il diaframma di uno specchio riflettente solo la propria immagine, liftata per la centesima volta, perfettamente integrata nella scenografia allestita dai battitori di quelle monete. Tale è la teppaglia intellettuale saprofita che pretende di guidare alla liberazione gli umiliati e oppressi offrendosi vuoi come palo, vuoi come pornosguattera, alla lapdance del bordello capitalista.


E un pensierino non può non andare alle ginocrate che si pretendono vindici delle donne perché generatrici di vita e dunque intrinsecamente portate al bene e alla pace: davanti a un Obama finto tentennante, pensieroso del suo elettorato antiguerra e del debito da bancarotta inflitto a un popolo mazziato da guerre, padroni e banche, si sono erte, digrignando i missili all’uranio, sei sado-donne allupate di orgasmi di sangue: Hillary Clinton, segretario di Stato, Susan Rice, ambasciatrice all’ONU, Samantha Power e Gayle Smith, direttrici del think-tank di guerra National Security Council, Nancy Pelosi, ex-speaker, Janet Napolitano, responsabile sicurezza interna: guai se il gigolò di Parigi ci dovesse precedere nel furto con scasso della Libia e, magari, dell’Africa! E sono partiti i Tomahawk. A questo sestetto di Gorgoni viperochiomate vanno aggiunte le prefiche italiane, foglie di fico lacrimanti sulla guerra, ma sodali nell’anatema al “pazzo sanguinario”, che di quella guerra è addotto a pretesto. Da Rossanda, equipollente per spocchia e toppate di D’Alema, alla correa delle devastazioni urbanistiche di Rutelli e Veltroni, Patrizia Sentinelli, dall’annebbiata Concita de Gregorio (L’Unità), fazianamente concorde sul “pazzo sanguinario”, a certe sciacquette pseudo-giornalistiche convocate da Gad Lerner, in fregola bellico-sionista quanto l’ospite prediletta, Bonino, perché arricchissero i latrati anti-Gheddafi di una trasmissione deontologicamente imperfettibile per non dare mai voce a un solo rappresentante della parte da smerdare (e pensare che, oltre ai transfughi libici acquisiti ai valori occidentali, onnipresenti all’ “Infedele”, si aggirano per Roma decine di studenti libici che, pur maltrattati dalla polizia, insistono a manifestare in difesa del loro legittimo governo). Tutta gente che s’infioretta con le roselline del no alla guerra, legato indissolubilmente alle spine del no a Gheddafi. Il quale, infatti, si toglierà di mezzo grazie ai pii voti dei barbari ante portas.


Un capo dello Stato, venerato dalle “sinistre”, custode dinastico dei piani della P2, ma anche, sulla carta, dell’articolo 11 della Costituzione, il quale, da capo di forze armate che bruciano vive masse di esseri umani, ora anche in Libia, dunque primo responsabile istituzionale dell’ennesimo crimine genocida ordinato dai suoi mandanti ed eserguito dai suoi subordinati, si erge tonitruante, blaterando:“Non siamo entrati in guerra. Si tratta di intervento di pace in soccorso a popolazioni minacciate, autorizzato dal Consiglio di Sicurezza ” (fedele alla linea fin da quando, nel 1941, disse: “L’operazione Barbarossa civilizza i popoli slavi ”. Il nostro “sicuro alleato è lanciato alla conquista della Russia ” e occorre “un corpo di spedizione italiano per affiancare il titanico sforzo bellico tedesco ”, per “far prevalere i valori della Civiltà e dei popoli d’Occidente sulle barbarie dei territori

orientali ”).

Apologeta delle glorie italiche, questo autonominato “migliorista” si potrà così pregiare di essere rimasto nel solco tracciato dalla spada che nel 1915 ha mandato 600mila concittadini e chissà quanti vicini a un macello reso inutile dall’accettazione austriaca delle condizioni di Roma, ma estremamente utile ad Agnelli e alla nascente industria degli armamenti. Un solco che si allunga fino al 1940, quando, come oggi al seguito dei predoni della Libia, per raccattare briciole del festino imperiale ci precipitiamo dietro ai nazisti a pugnalare alla schiena la cara sorella Francia. Tradizione eletta, gagliardamente difesa dal presidente. E’ suo, idealmente, il salotto postribolare nel quale, bevendo tè di Ceylon o mangiando bufale degli amici casertani, venerande maestre e intoccabili guru si scambiano eleganti e astuti distinguo tra “pazzi sanguinari da eliminare” e “guerre da evitare”, dove il secondo termine dell’equazione viene svuotato dall'invocazione per una “solidarietà europea alle forze che esprimono i bisogni sociali e di democrazia politica, accogliendo le domande di aiuto con denaro e mezzi e forse anche con qualcosa di simile alle brigate internazionali ” (Rossana Rossanda su “Il Fatto quotidiano”, 21/3/11). Insulto sanguinoso postumo a quelle brigate che, se oggi ci fossero, da tutt'altra parte si schiererebbero, con buona pace della veneranda maestra.

Esprimendosi su uno dei fogli più atlantici e filosionisti, dopo aver preso a scudisciate sul suo “manifesto” gli ultimi resistenti di un’informazione libica corretta, la nonna nobile del “quotidiano comunista” si esibisce in un carpiato con avvitamento da standing ovation imperiale, attribuendo a Muammar Gheddafi la scissione della Cirenaica, la scelta delle armi e della guerra civile. Sarà l’aria di Parigi, da anni aspirata dalle nobili narici: Sarkozy non avrebbe saputo fare meglio. A reggerle lo strascico di lino di Fiandra, occasionalmente inzuppato di sangue, tutto il caravanserraglio della sinistra “pacifista” di rincalzo bellico, Tavola della Pace, Arci, Cgil, Ong dalla vista lunga sugli affari della solidarietà, gli imbecilli del Campo Antimperialista, turibolanti vari di una democrazia che, comunque, è privilegio della “civiltà superiore”, anche se ti stravolge il voto, ti cancella la conoscenza, ti ruba i diritti, spadroneggia sul tuo corpo, ti affama, ti bastona se manifesti e va a sterminare con le bombe chi la soffre e la pensa come te. A chi ancora fa fatica a sciogliersi dalle volute della fuffa vendoliana, regaliamo questo esempio di rigore morale e coerenza logica del privatizzatore della Puglia e santo subito dell’opportunismo nazionale: “Dobbiamo impedire che Gheddafi completi la sua macelleria civile, ma dobbiamo anche vigilare con cautela che l’opzione militare non si trasformi in qualcosa di imprevedibile “ (ma quando mai!, garantisce Hillary Clinton). Poi, guardato nelle bocche aperte dei suoi sbigottiti chierichetti, questo gommoso prelato pugliese ha preso qualche centimetro di distanza dalla carneficina, rimediando però subito, grazie alla provata disinvoltura con cui amministra i voti, con la scelta napoletana anti-De Magistris e pro-sindaco-Morcone, prefetto di ferro, militarizzatore di incazzatissimi vigili urbani. Predilezione per il poliziotto coerente con la fedeltà al partito “d’opposizione” appena corso in sostegno a una maggioranza bellica minata dagli scaltri mal di pancia della Lega (gas, petrolio e infrastrutture libiche a puttane, orde di infedeli in arrivo).

Tutta questa teppa geneticamente modificata e abbeveratas al glifosato Cia, regala ai cleptocrati maltusiani della reggenza e del vassallaggio imperiali l’avallo della satanizzazione del nemico da abbattere e del paese da sbranare. Le bande armate e assassine di Bengasi, istruite e foraggiate dal compare egiziano e dai servizi occidentali (lo ha dichiarato ieri lo stesso “comandante” dei rivoltosi), con al miserando seguito turbe di invasati religiosi e di poveri ingenui minchionati, imbandierate dei vessilli di chi sta per fotterli, sono la “società civile”, “il popolo libico”, “la folla inerme macellata dal pazzo sanguinario”. Muammar Gheddafi, l’uomo che riscattò un paese decimato dai precursori fascisti dei terminator democratici, gli diede dignità, benessere, diritti sociali e di partecipazione politica che neanche ci sogniamo, che si batté per l’unità araba e poi per quella africana contro il revanscismo colonialista, che seppe trattare in piena sovranità con un mondo insofferente alla parità nei rapporti, escludendo dagli affari gli avvoltoi Usa e francesi, è stato deformato in carceriere e stragista del suo popolo, in aguzzino di migranti, in pagliaccio con la tenda e la guardia del corpo femminile (pensate da che pulpito!). E quando la stragrande maggioranza di quel popolo aveva sbaragliato i consapevoli o inconsapevoli mercenari di coloro che nel continente vogliono ripetere all’ennesima potenza le razzie e i genocidi d’antan, francesi, britannici, italiani, Usa (che ora si azzannano sull’osso tra di loro), quando folle di famiglie sono salite sui tetti di Tripoli per opporre la loro dignità ai missili degli “a volte ritornano”, Gheddafi è stato unanimemente proclamato, appunto, pazzo sanguinario che uccide la sua gente, che la utilizza come scudi umani a difesa della sua satrapia.

Non c’è un governante della “coalizione dei volenterosi”, della “comunità internazionale”, come si sono manifestate in questi decenni, che sia migliore dei Gheddafi, Milosevic, Saddam, Mullah Omar. Non c’è una sedicente “democrazia” occidentale che possa guardare dall’alto in basso i regimi demonizzati. Non c’è nessuno che abbia ammazzato e contaminato in giro per il mondo quanto la presunta civiltà occidentale. Nessuno degli Stati aggrediti e disfatti aveva un assetto sociale terrificante come il nostro campione di democrazia e diritti umani: il 5% più ricco degli Usa controlla il 72% della ricchezza del paese. L’80% in basso ne controlla il 7%. I 400 statunitensi più ricchi hanno insieme più ricchezza di tutti gli altri 150 milioni di persone. La “crisi” da loro fabbricata ha fruttato alle imprese Usa i più alti utili di tutti i tempi. L’80% dei guadagni realizzati negli ultimi trent’anni sono andati all’1% più ricco. Confrontate questo modello, per imporre il quale si distruggono popoli e paesi, con le condizioni di vita dei libici sotto Gheddafi, quelli del più alto Indice di Sviluppo Umano sancito dall’ONU. I pazzi sanguinari stanno tutti quanti dalla nostra parte, sghignazzano sorseggiando il tè da madame Rossanda, ne pettinano lo scudiscio praticato sulla testa dei colleghi reprobi che alla questione libica si sono avvicinati con la consapevolezza che lì si stava per abbattere la mannaia dei boia dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Jugoslavia, della Somalia, dell’Honduras, del Messico, del Ruanda, dei settanta assalti o colpi di Stato assestati dall’Occidente ai popoli dalla fine della seconda guerra mondiale. Ogni volta compiendo il crimine supremo contro l’umanità come sancito a Norimberga.


Li potete vedere sgranati lungo questo scritto. E andassero a svergognarsi, i frodatori e idioti che comprendono nello stesso schieramento i rivoluzionari arabi all’attacco della globalizzazione imperiale e dei suoi despoti “democratici” con i vandeani al soldo straniero in Libia, andassero a istruirsi a Piazza Tahrir, da dove la virago ruffiana Hillary Clinton è stata cacciata con ignominia, dove al maggiordomo Ban Ki-moon a pedate è stato detto cosa pensa dell’ONU e delle sue risoluzioni la primavera araba vera. Andassero a Tunisi e al Cairo a sentirsi chiedere quando la “comunità internazionale”, già sodale dei Mubaraq e dei Ben Ali, vorrà effettuare il suo intervento umanitario contro chi sta massacrando centinaia di veri inermi e veri giusti a Bahrein, in Yemen, in Arabia Saudita, nella Repubblica Araba Saharaui. Andassero e poi confrontassero quei volti e quei vessilli con la bandiere francesi, britanniche e statunitensi issate dai “rivoluzionari democratici” di Bengasi, ansiosi di Hillary e Sarkozy, magari mentre, urlando e sparacchiando per aria, schiacciano sotto i desert boots Timberland le facce dei patrioti caduti a Bengasi in difesa dall’unità e della sovranità della Libia.

Sono cultori della simbologia delle date, gli occultisti della ”guerra al terrore”. 11 settembre 1973, Pinochet, 11 settembre 2001, Torri Gemelle e Pentagono, 11 marzo 2004, attentato al treno a Madrid, 11/11 2005, salta l’albergo di Amman con dentro un incontro cino-palestinese, 26/11 2008, 150 morti a Mumbai… E’ del 19 marzo la carneficina “volenterosa” di Tripoli. Era del 24 marzo la pioggia di bombe sulla Belgrado innocente del “dittatore sanguinario” Milosevic e io osservavo con orrore i bimbi nelle incubatrici senza più corrente, i maciullati nell’ambasciata cinese e nell’hotel Intercontinental, proprio accanto all’albergo dove ero arrivato sottraendomi a un TG3 che rinfocolava le missioni da Aviano. Finirono sulla Serbia e sul Kosovo, “da salvare” come oggi la Libia, 23mila tra bombe e missili all'uranio. Migliaia di morti, neanche un soldato Usa. Era il 19 marzo 2003, quando, nel paese del “mostro sanguinario” Saddam, il primo missile “volenteroso” fece sbattere il mio autista contro un pilone sull’autostrada Amman-Baghdad. E’ di cosa possa essere l’inizio un primo missile, in gran parte l’ho vissuto in diretta, per cui un minimo di credito mi può essere dato se azzardo una previsione su cosa ne seguirà per la Libia (e poi per l’Iran, per l’attacco al quale vettori nucleari sono attualmente al collaudo sulla Libia con i missili all’uranio ammazza-generazioni). Tre milioni di morti (accertati) e quattro milioni di sradicati e profughi, 500mila vedove, 2 milioni di orfani, la culla della civiltà incenerita e depredata, una nazione frantumata in feudi rivali, industria, agricoltura, infrastrutture del più avanzato paese della regione rase al suolo, fame, sete, addiaccio, per un “volgo disperso che nome non ha” (ma, va detto contro tutti gli occultamenti, che ogni giorno il volgo quel nome continua da 8 anni a stamparlo sui corpi e beni di occupanti e loro fantocci). I miei amici e compagni, decoro di una frequentazione di trent’anni, dissolti nel turbine della mattanza bellica, negli eccidi degli squadroni della morte israeliani, nelle decimazione di sunniti e resistenti di ogni confessione ed etnia, ma tutti iracheni. I loro figli e figli dei figli, per secoli e millenni, devastati e deformati dalle armi chimiche e radioattive che gli invasori, loro sì, avevano e usavano (in Giappone gli stessi necrofagi che radioattivizzano bimbetti libici sono partiti alla grande, con 21milla morti e passa tra tsunami e bombe a tempo delle centrali atomiche, ottimo presagio per uno sfoltimento di popolazioni che s i prolunga in tempi che sono evi e per un ulteriore trasferimento di ricchezze alla cupola. Intanto l’apocalisse libica è servita anche a distogliere da quella giapponese e a mutare il nostro terrore in compiacimento “umanitario”).

Per essere degni dell’attenzione della “comunità internazionale” occorrono alcune condizioni, alle quali quanto resta di nazioni libere e autodeterminate farebbe bene a rinunciare. Avere idrocarburi, le sue reti di distribuzione e una posizione geostrategica interessante; voler mantenere il controllo sulle proprie risorse naturali e umane; avere un assetto sociopolitico partecipativo, distribuire la ricchezza e guardarsi dai modelli neoliberisti; azzardarsi a promuovere l’integrazione del Sud del mondo in funzione antimperialista; una composizione di etnie e confessioni unitesi in nazione, ma suscettibili di essere divise e dominate; la nazionalizzazione delle proprie ricchezze strategiche; essere oggetto della demonizzazione dei media internazionali e deformati dalla disinformazione; ove reso possibile dall’umanitarismo democratico delle sinistre, smarrire la solidarietà internazionalista tra sfruttati e oppressi. Visto il quadro complessivo, per la Libia la vedo proprio male. Anche perché ho visto altre cose: vicini sahariani ricchi di uranio nei quali spuntano inusitati terrorismi Al Qaida da reprimere (altra pistola fumante per un’invasione), a est un Egitto normalizzato nell’alveo USraeliano da una giunta militare, diretta emanazione del Pentagono, a ovest una Tunisia che ancora resiste a un recupero analogo, tutt’intorno una Lega Araba che appoggia la massima offesa alla presunta legalità ONU e del diritto internazionale operata dalla stessa ONU, salvo dolersi, ma con sussiego, di una salvezza dei civili che diventa strage di civili.

Ma, soprattutto, ho visto un Sudan già a fianco dell’Iraq nel 1991 e nel 2003 e perciò ripetutamente bombardato dai pirati di Washington, poi scopertosi vasto giacimento di petrolio e ospite del più lungo corso del Nilo. Le sopraelencate condizioni il Sudan le ha tutte. E dunque il divide et impera, alternativa alla destabilizzazione tramite quinte colonne chiamate “rivoluzioni colorate”, s’è mosso appena dopo l’ìndipendenza del 1956. Le briglia perdute dai colonialisti britannici passarono nelle mani di israeliani, statunitensi e dei penetratori comboniani del Vaticano, che vi guidarono convogli di armi e dollari verso il Sud. Il Sud era ancora analfabeta,, ma nero, cristiano-animista e… ricco di petrolio, miniere, foreste, biodiversità, che uno Stato improvvido e ingenuo aveva, nazionalizzandolo, reso patrimonio di tutti. Ci misero 50 anni, ma ce l’hanno fatta: il Sud Sudan è indipendente. Allora si sono mossi verso ovest, altro deposito di risorse appetibili e tormentato da una contesa per l’acqua tra musulmani nomadi e musulmani agricoltori stanziali. Con il fuoristrada di un insolitamente bravissimo ambasciatore d’Italia andammo a distribuire misere quantità di acqua agli insabbiati di una migrazione di disperati, mentre il governo cercava di rimediare alla catastrofe provocata dai crimini climatici dell’Occidente componendo i contrastanti bisogni con i mezzi di un paese sotto embargo e ostracizzato dalla "comunità internazionale".

Sospinti dal benefico soffio della vulgata, entusiasticamente condivisa dalle solite sinistre di pace e democrazia, secondo cui il regime sudanese macellava a centinaia di migliaia insorti inermi, arrivarono le armi, gli istigatori e istruttori, e, naturalmente, tutta la brigata spionistica delle Ong. E Omar el Bashir, presidente sudanese legittimamente eletto in elezioni pluripartitiche, divenne “tiranno sanguinario” e fu accusato di genocidio dal Tribunale Penale Internazionale. Così Gheddafi, che non è neppure presidente (lo è il Congresso del Popolo), ma solo “pazzo sanguinario”: incriminato da quel bel tribunale supra partes (pare inventato dal guitto mannaro) e assicurato da Hillary Clinton e giustizieri vari all’esecuzione prima che il Tribunale debba scomodarsi a fingere una qualche indagine sul posto. E un altro tribunale di questa impeccabile giurisdizione è quello sul Libano, che, a dispetto delle responsabilità logiche e acclarate del Mossad, briga per rovesciare su Hassan Nasrallah, leader della Resistenza libanese, la paternità dell’assassinio del premier Rafiq Hariri, coinvolgendovi il primo governo non prono a USraele creato dalla buona volontà dei libanesi. Gli israeliani già si leccano le bombe a grappolo e pregustano la rivincita. Dopodichè toccherà alla disobbediente Siria, dove qualcosa di molto simile alla farsa pseudo-rivoluzionaria libica, o alle sceneggiate verdi di Tehran, sta già serpeggiando. Notare: quel Tribunale Penale, paradossalmente non riconosciuto dagli Usa che pure lo manovrano, si è finora occupato solo di due governanti del Sud del mondo, sgraditi alla “comunità internazionale”. Chissà come, gli sono sfuggiti carnefici patentati e criminali di guerra come Mubaraq, i golpisti honduregni, i satrapi sauditi, i massacratori di Baghdad e Afghanistan, gli assassini di Serbia, Somalia e Colombia, Bush, Clinton, Blair, Obama fino, giù giù, a D’Alema. Gente che magari conta sul Nobel per la pace.

Il popolo libico si difende alla grande, con il coraggio che dimostrò nel resistere per decenni ai precursori italiani degli assalitori di oggi. Ma ha contro il mondo e in culo le sinistre democratiche. Salvo un miracolo per cui il saggio Putin neutralizza il gorbacioviano Medvedev e con Cina, America Latina, India, Germania, riesce a imporre un cessate il fuoco e la mediazione, fin dal primo giorno proposta da Venezuela e paesi dell’Alba, tra i protagonisti, la Libia come l’abbiamo conosciuta e stimata noi non esisterà più. Come sotto Giolitti e il fascismo, le dune e le tende beduine genereranno resistenti, ma saranno impregnate di molto sangue prima dell’avvento dell’inevitabile riscatto. Il paese verrà disintegrato e la nazione distrutta. Un altro “ritorno all’età della pietra”, come quello promesso agli iracheni dal vero pazzo, Cheney. La sua struttura sociale verrà smantellata per far posto a mercati, speculatori, ladri e missionari: scuole, acqua, case, infrastrutture industriali che non servono alla rapina delle risorse, ospedali, case del popolo, tutti servizi e diritti già garantiti, ma incompatibili con la globalizzazione wallstreetiana. Gli effetti collaterali su donne e bambini sono già iniziati, i masnadieri alla Karzai e Al Maliki che i colonialisti imporranno al vertice del paese, ne prolungheranno l’effetto nel tempo. Che non è solo l’estinzione progressiva da uranio, ma il saccheggio del patrimonio storico, Cirene, Leptis Magna, la fine delle scuole gratuite, anche per sordomuti e ciechi (arriveranno i comboniani?). La “comunità internazionale” stanzierà fondi sottratti ai beni sequestrati allo Stato libico per una ricostruzione affidata a gente come Halliburton, Impregilo (se una briciola resterà all’Italia), Raitheon, Carlyle, Veolia, che intascheranno profitti e lasceranno agli stracci abitazioni, acquedotti, rifornimenti energetici, mobilità, istruzione, alimentazione. L’avanzatissima industria petrolifera verrà sottratta al suo titolare e produrrà nuovi utili ai predatori Usa e francesi, fin qui tenuti alla larga. Lo strato in alto della “comunità internazionale” serrerà il pugno sul rubinetto degli idrocarburi e “Greenstream”, il gasdotto che ci avrebbe riscaldato e illuminato per decenni, detestato dagli Usa, verrà sostituito da tubature che vanno in direzione diversa.

La Libia giacerà in rovina.

Ci saranno le Sgrena, le Rossanda, le Camusso, i Carotenuto, i Bersani, i Fazio, i Saviano, i Vendola che, uniti ai Casini, ai La Russa, ai Fini, ai Berlusconi con rispettive mignotte, ai Ratzinger con relativi prelati dell’assalto umanitario, ai vari pifferai diritto umanisti delle Ong, all’intera rasserenata schiera degli utili idioti e degli amici del giaguaro, che inneggeranno alla rimozione del “pazzo sanguinario”. Insieme al noto cronista Stefano Liberti (“il manifesto”), destabilizzatore africano oggi al lavoro a Bengasi tra i suoi “giovani rivoluzionari”, più efficace della migliore testa di cuoio britannica, plauderanno ai vincitori. Fino al momento in cui si succhieranno il pollice e guarderanno dall’altra parte quando i vincitori semineranno di detriti libici il sacro suolo europeo, bruceranno altri pezzi di continente e segheranno altri rami sui quali stanno seduti gli azionisti di minoranza europei. Con gli equi rapporti economici tra paesi africani e Russia, Cina, India, Brasile, il continente stava proseguendo la sua uscita dal saccheggio coloniale e dal vampirismo neocolonialista. L’Unione Africana voluta da Gheddafi e promossa con i proventi del petrolio, proprio come fa Chavez nei confronti dell’arco di paesi antimperialisti latinoamericani, era il primo spiraglio di luce visto da quei popoli dopo i secoli dell’oscurità eurocolonialista e il breve risveglio anticolonialista con tanto di Che Guevara. Era una forza in grado, se non di neutralizzare, di condizionare gli eccessi filo-imperialisti dei despoti di Uganda, Ruanda, Kenya, Etiopia, Marocco, Ciad (con la Costa d’Avorio il colpaccio non gli è ancora riuscito: Gbagbo, anche lui "dittatore sanguinario" poichè legittimo presidente vincitore sull’emissario FMI dei monopoli capitalisti, Uttara, sta ancora lì). L’Unione Africana passerà sotto il cappello dell’Africom, comando Usa per la conquista del continente. In conseguenza si abbatteranno sull’Europa milioni di disperati, di vittime di un destino iniziato con la caduta di Muammar Gheddafi. E se l’Europa piangerà, gli Usa, dal fondo della loro bancarotta fatta pagare ad altri, potranno ridere. E pensare che, in assenza della complicità con gli aggressori e con le sue falsità, e in presenza delle contraddizioni che dilaniano la banda dei rapinatori, ascoltando con coerenza democratica il 70% degli italiani contrari alla guerra, chissà quanto avrebbe potuto una mobilitazione di massa voluta da sinistri e centrosinistri! Che qualcuno li stramaledica!

Ogni corpo spogliato e devastato, ogni bambino mutilato o fatto a pezzi, ogni vedova alla mercé, ogni orfano, ogni anziano abbandonato, ogni giovane derubato di futuro, ogni ragazza finita nel mercimonio del consumo democratico, ogni guerrigliero resistente torturato o ammazzato, avranno scritto nel loro sangue la hybris della nostra civiltà, i nomi dei paesi che li hanno annichiliti. E i nomi di chi, cianciando di pace, gli ha negato quanto sacrosantamente dovuto: la difesa della verità. Verità che avrebbe significato sopravvivenza e giustizia. Possano le armate di spettri strappati a milioni di corpi in Vietnam, Iraq, Afghanistan, Jugoslavia, Libia, mondo, riunirsi a incontenibile e imbattibile nemesi degli uccisori di umanità. E delle loro cortigiane.

A volte ritornano. Anzi sempre.

 

Caro Fulvio,

sono disgustato dall'atteggiamento della cosiddetta "sinistra radicale" sulla Libia. L'arrogante Sullo, l'arrogante Rossanda, degni compari di Kouchner e Cohn-Bendit. Quei confusionari del Campo Antimperialista che danno un colpo al cerchio e uno alla botte. Che orrore.

Dovremo quindi vedere l'ennesimo scempio di una nazione sovrana che ha avuto l'ardire di non mettersi a pecora davanti agli imperialisti.

Con una sinistra radicale così non c'è nemmeno bisogno della verminosa destra che abbiamo al governo.

Sono sulla stessa lunghezza d'onda. A dire il vero sono addirittura più conseguentemente filoimperialisti a sinistra che non a destra. La sinistra ce l'ha sempre avuta a morte con Gheddafi (La Sapienza docet).

A destra vediamo all'opera da par suo questo governo di vili e voltagabbana che dopo aver ratificato il trattato di amicizia con la Libia se ne lavano il culo su semplice richiesta di Obama.

Degni di Casa Savoia, di cui si diceva che non aveva mai finito una guerra dalla stessa parte dove l'aveva iniziata, a meno che non avesse cambiato fronte un numero pari di volte.

Sono affranto e disgustato.

Adesso vado a Piazza Farnese, perché hanno iniziato i bombardamenti.

Piotr.

DI  FIORE  IN  FIORE  DI STERCO  IN  STERCO  martedì 15 marzo 2011

http://fulviogrimaldi.blogspot.com/2011/03/di-fiore-in-fiore-di-sterco-in-sterco.html  

I minzoliniani di Reporters Sans Frontieres, mignotte pseudogiornalistiche tenute  in piedi solo perché fatte passare per ”autorevoli fonti” dall’intera combutta degli embedded occidentali, “manifesto” compreso, colgono la sempre gradita occasione dei rigurgiti bellici dell’imperialismo per sparare su alcune croci rosse ancora non fatte saltare: gli orrendi manipolatori della libertà di stampa alla boss Robert Menard si avventano, apripista di macelli, su chi? Elementare, Watson: Birmania, Corea del Nord, Cina, Iran, Vietnam, Siria e Algeria (questi ultimi unici votanti NO alla No-fly-zone chiesta dai tremebondi despoti della Lega Araba, alla faccia dell’ “unanimità” sancita dal “manifesto”) e reprobi vari. In Iraq, il governo ascaro e gli occupanti hanno ucciso 350 giornalisti dal 2003, record mondiale, attaccato 160 nelle ultime due settimane, bastonato i giornalisti che seguivano la manifestazione contro sicari e mandanti Usa-Iran di centomila iracheni venerdì scorso a Baghdad. Ma RSF non ha visto, non ha sentito, non ha parlato. Ben meritati i 100mila dollari che ogni due per tre Menard riceve dal Dipartimento di Stato.

La veneranda maestra che dai salotti di Parigi tira le briglie del ronzino “manifesto”, “ragazza del secolo scorso” rimasta incastrata da quelle parti, ha esercitato la frusta dello Zeitgeist eurocentrico sul groppone del quadrupede. Il cui torto era di aver impiegato quanto di giornalismo vero sopravvive nel “giornale comunista” di occuparsi in modo onesto e competente della faccenda libica. Rossa di indignazione, Rossanda ha ululato contumelie contro i suoi sprovveduti scolaretti per non “aver sostenuto la buona causa” dei ribelli di Bengasi e per avere così minato la compattezza dell’analisi e dell’azione della “comunità internazionale”, ossia dell’onorata società. Nessuno nel giornale ha osato intaccare il piedistallo di somma ignoranza, proterva supponenza, sovrana arroganza, su cui si erge questo catafalco del più rozzo sinistrismo radical chic. Una genìa di meretrici imbellettate che ha sistematicamente lavorato a favore del nemico di classe tappando occhi e orecchi al suo innocente seguito sulla realtà vera delle contraddizioni di classe, sull’aspetto reale del mostro sotto la maschera della democrazia e dei diritti umani. Della marcia dei necrocrati sui corpi di milioni e milioni di esseri umani, la veneranda maestra ha fatto una promenade lungo i Champs Elysees, una fiaccolata umanitaria. Con la variante dell’invocazione finale a non fare la guerra, cosa che suona, una volta che hai concordato sui crimini del giustiziando, come la richiesta al boia di non affilare troppo la lama. Miserabile tentativo di mascherare la propria sostanziale identità ideologico-culturale con i fornitori di corda da impiccato ai popoli istigati ad abbattere governanti disobbedienti all’Impero. Che, e questo è ovviamente peggio, disobbediscono perfino ai dogmi ottusi dei tardivi rigurgiti eurorazzisti della madama delle Tuleries.

Scompaiono così dalle cronache e riflessioni del “manifesto”, dopo l’infelice e prematurissima scomparsa del migliore dei giornalisti, Stefano Chiarini, le residue occhiute competenze e saggezze dei suoi epigoni resistenti. Chi richiamato da Tripoli (non sia mai che si ascolti la voce dei reprobi!) a compilare secche cronache inoffensive, chi spedito a Tunisi a ripetere, banalizzando in democrazia sindacal-borghese una rivoluzione, i suoi nefasti iracheni, chi addirittura spedito a orgasmarsi – “Arriveremo a Tripoli, l’urlo delle ragazze di Bengasi” – tra le quinte colonne di ascari monarco-fondamentalisti che invocano e ricevono il caldo supporto dei becchini imperialisti della Libia e del mondo. Grazie alle scudisciate della veneranda maestra, ancora una volta, dopo Serbia, Iraq e Afghanistan, Tibet e Myanmar, “il manifesto” ha dato il suo contributo.

La Lega Araba si inserisce nella canea imperialista che chiede l’interdizione al volo a Gheddafi, onde poter radere al suolo la Libia sfuggita alla globalizzazione delle necrocrazie occidentali e agli sguatteri che si illudono di poterne racimolare le briciole. Nessuna sorpresa. Si chiama Vertice della Lega Araba, ma si legge Congresso di Vienna 1815, con l’imperatore alla tavola imbandita e i cani europei – qui satrapi mediorientali – a razzolare sotto, in attesa dell’osso. Siamo anche al Vertice di Yalta che s’inchiappettava i popoli nel plauso di Togliatti. Siamo all’Europa che, si faceva fottere la Jugoslavia da USraele, per mezzo di bombe e ascari sauditi e Al Qaida. Possa la fantastica insurrezione anti-globalizzazione, anti-colonialismo e antidespotismo degli arabi, cui appartiene di diritto il popolo libico resistente che oggi gioisce a Ras Lanuf, Brega e Misurata, spazzare via burattini e burattinai. Con tutti i suoi abietti corifei mediatici di “sinistra”.

In Giappone esplodono le centrali nucleari, costruite da delinquenti di segno berlusconiano per terremoti del 6° grado quando questo, prevedibilissimo, era dell’8°. Che i 200mila, per ora, evacuati e in fuga dalla nube radiottiva per un raggio di 200 km e le masse di contaminati e in parte morituri, possano portarsi via tutti i necrogeni che dagli schermi tentano di imbonirci sull’innocuità della catastrofe e sull’indifettibilità dei progetti nucleari. Si annidano, prezzolati, nel CNR e hanno per guru Chicco Testa, presidente del Forum Nucleare Italiano e compagno di merende nei consigli di amministrazione di vari vampiri bancari e della malthusiana Rothschild, tumore sionista che da un paio di secoli punta a divorare il genere umano e il suo habitat mediante il governo mondiale dei genocidi. Già, trattasi proprio di quel chicco di erbaccia saprofita che nasce legambientino e si accredita tra noi gonzi salutando così la vittoria referendaria contro il nucleare (1987): “Il risultato è di grandissimo interesse politico. La battaglia è stata dura per i grossi interessi in campo”. Incontrai questo pappagallino delle lobbies più cannibalesche quando era presidente dell’Enel e disseminava di tralicci scuole, ospedali e borghi. Affrontato da me per il TG3, quando ancora si poteva, sull’ecatombe strisciante dell’elettrosmog cancerogeno, sdegnato agitò le braccia verso il cielo strepitando:”Ma dovi li vedi tutti questi tralicci?”. Dall’alto ci mandavano la loro risposta i bimbetti che sull’incombente Monte Mario (Roma) assorbivano da anni l’elettrosmog sparatogli da mezza dozzina di chicchiani tralicci e ripetitori. Ora sappiamo perchè Gelmini e suoi padrini lavorino per scolaresche e studenterie, per ricercatori e docenti, che si rimbecilliscano in scuole private gemellate ad aziende nucleari e affini e si facciano castrare in istituti pubblici trasformati in CIE.

Nichi Svendola tentenna tra Luigi De Magistris e il poliziotto Mario Morcone. Il primo, magistrato martire per aver osato inquisire potenti, virgulti del verminaio che ci dirige, si candida a sindaco a nome di una militanza progressista che ha raccolto l’entusiastica adesione del popolo perbene napoletano. Il secondo spunta da un PD autorottamatosi con primarie sprofondate nel ludibrio dei brogli e degli scannamenti reciproci. Fallito il continuismo brigantesco e fallimentare di Bassolino con il di lui prosecutore Cozzolino, dalle maleodoranti ceneri del bassolinismo monnezzaro e termovalorizzante, è sorta la bassoliniana fenice del prefetto Morcone. Gettando nel panico e nella confusione Vendola e i suoi chierici, Gennaro Migliore, Giuseppe De Cristofaro, rigeneratisi nelle “fabbriche di Nichi” dal degrado bertinottista. L’angustia è forte: il popolo partenopeo ansioso di pulizia e rinascita, i lesionati da un ventennio di mala amministrazione, tracimata in corruzione e illegalità varie, la cosiddetta società civile che, rivoltata la moneta cattiva di Berlusconi, vi ha trovato la faccia di Bersani, la stessa base depistata, ma non del tutto decerebrata, di SEL, sono tutti come un uomo per De Magistris. Con lui a Napoli c’è il rischio di fare il grande botto del cambio. Bello, ma quello è di sinistra davvero e il PD come ci rimarrebbe? E Vendola non ha fatto la sua opa sul partito-eunuco, blandendolo con la boccuccia di rosa offerta nientemeno che a UDC e FLI? Per uno che ha intitolato l’aeroporto di Bari al gay-fobico mangiacomunisti Woytila, privatizzato il più grande acquedotto europeo, quello Pugliese, per poi lasciar languire per anni il decreto di ripubblicizzazione imposto dalla collera sociale, accolto 3, 4 inceneritori della Marcegaglia, innalzato la soglia dell’inquinamento di Taranto, messo in mano 120 milioni di euro e la sanità pugliese a quei samaritani del San Raffaele di Don Verzé, terapeuta del guitto mannaro, emulato modi e immagini del peggiore berlusconismo da mercante in fiera, per uno così intrupparsi con De Magistris vuol dire derazzare. E possibilmente perdere, uscendo dal così ben seminato, l’anelato carrozzone per il Paese dei Balocchi chiamato parlamento. Lupanare o Chiesa che sia. Tanto si tratta di equivalenze. Chissà a chi si avvinghierà quest’edera. Comunque, al nostro magniloquente fuffarolo della “nuova narrazione” rimane un sogno, una grande speranza catartica: “Che ci sia uno sciopero generale di Cgil, Cisl, Uil, tutti uniti”. L’ha espressa nel momento in cui Cisl e Uil firmavano  nel Commercio e nel Terziario l’ennesimo contratto per schiavi.

Nel momento in cui la Clinton suonava la carica degli avvoltoi con bomba contro la Libia, ero a Viterbo a una conferenza sulla “primavera araba”. Accanto alla Mecozzi, Cgil, che cinguettava di “società civile” libica da soccorrere, e a Parlato che, ancora dolorante per le frustate ricevute da Rossanda per aver scritto cose in difesa di Gheddafi, “antimperialista nel mondo arabo e in Africa e promotore di benessere sociale”, borbottava che i libici di Allah e della bandiera monarchica erano diversi dagli insorti di Tunisia ed Egitto, dal palco si erse, con la virulenza di tutti i rinnegati dalla coscienza sporca, tale Latif Al Saadi, l’iracheno. Sbraitato il dovuto contro un Gheddafi impoveritore e stragista del suo popolo, coerentemente lo accoppiava al “sanguinario dittatore” Saddam, la cui rimozione era costata, ma questo non l’ha ricordato, il giusto prezzo di due milioni di iracheni ammazzati. L’imbelle Occidente, lamentava poi il compare dei fuorusciti che, in cambio di sterline e dollari, giuravano sulle armi di distruzione di massa di Saddam, stava esitando a saltare addosso a Gheddafi, proprio come per anni aveva abbandonato gli iracheni tra le zanne del dittatore iracheno. Un abbandono che qualche iracheno aveva subito sulla pelle sotto forma di ininterrotti bombardamenti, bombe, embargo genocida e scatenamento di Khomeini contro il suo paese. Come tutti i fuorusciti che si rispettino, Latif era andato in cerca di fortuna e compensi occidentali già alcuni decenni fa. Tuttavia dell’Iraq conosceva vita, morte e cazzate. “Quando gli americani arrivarono, assicurava, gli iracheni magari non gli gettavano fiori (e questo non poteva non ammetterlo), ma se ne restarono chiusi in casa, in speranzosa attesa di democrazia e diritti umani”. Che sarebbero arrivati in forma di sterminio di una nazione, rasatura al suolo di un grandioso edificio di benessere, cultura millenaria, dignità e rettitudine antimperialista, genocidio affidato a marines stupratori e a milizie iraniane trapanatrici di teste sunnite. Il mestatore se la spassava intanto in Europa tra le coccole di intervistatori con velina Cia-Mossad. Io, invece, c’ero a Baghdad, come c’ero stato tante volte dal 1977 in poi. E gli iracheni non li avevo visti “chiusi in casa”, ma in piazza o in armi in tutto il paese a infliggere all’invasore e ai suoi sgherri locali il massimo danno dai tempi del Vietnam. Dignità che sta ai Latif del mondo come un roseto a una latrina. Cosa volete, l’ominicchio rappresenta in Italia il Partito Comunista Iracheno. Già, quello che, su ordine di Mosca, nel 1979 si schierò con gli ayatollah all’assalto del proprio paese e, coerentemente, appena insediati i mezzani dell’occupante al “governo” dell’Iraq sbranato, vi si sono associati. Oggi, in quel regime, continuano a reggere bordone ai ratti e ai loro ammaestratori.

Wikileaks, che nulla ha saputo anticiparci sulle trame occidentali e indigene contro la Libia e che nulla mai ci rivela sul rosario di crimini dei sionisti e sui loro squadroni della morte operanti in tutto il mondo contro persone, organizzazioni, Stati, governi, non omologati, è stato cacciato dal “Guardian”, unico organo non di destra e integrato nelle guerre imperialiste che ne aveva pubblicato il fasullame.

L’ambasciatore libico in Ghana ha rivelato intercettazioni telefoniche tra Cia e MI6 britannico e la dirigenza dei ribelli a Bengasi nelle quali si definisce l’appoggio mediatico al colpo di Stato concordato con CNN, BBC, Al Jazira e agenzia Reuters, media cui è stato dato il compito di produrre, con le falsità in parte già smascherate, il giusto clima per far trangugiare alla gente un’altra impresa staticida.

Notizia buona: il governo libico si sta riprendendo il territorio sottratto dai mercenari monarchici e integralisti, cari all’Occidente. Le città cadono come foglie, tanto sembrerebbe il sostegno dato ai golpisti dalla popolazione. Gli stessi commessi viaggiatori delle centrali della disinformazione belluina ammettono che a Misurata e addirittura a Bengasi si manifestano folle che invocano Gheddafi. I liberatori puntano su Tobruk al confine egiziano. Da tutto questo si vede quale sostegno di popolo avessero le rispettive parti, i vendipatria reazionari e i patrioti. Le motivazioni dei mercenari sono sempre più deboli di chi difende la patria, una causa giusta, la dignità. Notizia cattiva: i satrapi arabi corrotti e venduti impongono alla Lega Araba di condividere con i cannibali europei la zona di non-volo per bombaroli Nato. Domanda: in Yemen, Bahrein, Saudia, Oman, i monarchi assoluti sparano su folle inermi. Nessuna no-fly-zone?

 

NO-fly-zone, che vieta la sovranità sull’aria di quel paese, suona inoffensivo. Ma significa che a uno Stato viene tolto piratescamente un suo diritto. Per cosa? L’ho vissuto per 12 anni in Iraq: Bush, Clinton e ri-Bush bombardavano impunemente massacrando civili, distruggendo depositi di viveri, acquedotti, comunicazioni, radendo al suolo villaggi, colture, armenti. Difendersi era proibito. Democrazia!

 

Mohammed Badie, dei Fratelli Musulmani, sollecita il popolo egiziano a smetterla con scioperi e manifestazioni e a sostenere l’esercito e il suo governo, quello che vuole modificare la costituzione senza permettere la minima partecipazione degli insorti. Puntello filo-americano di Mubaraq, la fratellanza ha esteso ora i suoi tentacoli tra i salafiti e nostalgici del re-fantoccio degli inglesi a Bengasi.

In Yemen, scena di una rivolta di portata egiziana, le truppe di Ali Saleh, portinaio del Pentagono, sparano ogni giorno sul popolo: patrioti marxisti del Sud, minoranza scita del Nord da sempre esclusa, masse affamate e represse e, ieri, anche sugli studenti. Decine di morti. Com’è che i media e Rossanda tacciono e gli interventori umanitari non intervengono? Vale anche per Bahrein, Giordania e Marocco. Sarà perché lì i licantropi hanno già il controllo?  Rispondiamo e poi riflettiamo sulla Libia.

Truppe saudite sono entrate in Bahrein, il microsultanato che vede da un mese decine di migliaia di manifestanti chiedere la caduta del despota Al Khalifa e venire sparati dai giannizzeri del monarca. Lo hanno chiesto, tremebondi, tutti gli emirati del Golfo. Per i diritti umani e la democrazia, in difesa della rivolta “come in Libia”? Grulli! Per transennare Al Khalifa e appendere al pennone dell’ammiraglia della V Flotta Usa un po’ di crani di donne e uomini liberi.

In Marocco continuano le agitazoni contro un dittatore vero, Mohammed VI, sovrano assoluto per grazia di dio. Gli sbirri del regime hanno massacrato i militanti del Partito Socialista Unificato, antigovernativo e antimperialista, che difendevano la loro sede di Casablanca contro l’assalto “alla Diaz” dei pretoriani del re. L’attacco è stato respinto e in tutto il paese continuano le manifestazioni contro il tiranno e la sua globalizzazione del libero mercato e della miseria. E si accentua la durissima repressione. Nessuna informazione su questo né all’interno, né nelle gazzette mignotte internazionali. Si sa qualcosa solo grazie a testimoni. Altrimenti la gente potrebbe chiedersi, perché menano alla Libia e non a questo avanzo putrescente del Medioevo?

Lo sconcio Liberti che da anni ce la mena sul “manifesto” con le sparate propagandistiche contro le nazioni africane che, ultime riserve di dignità e sovranità, si ostinano a camminare per conto proprio (Eritrea, Sudan, Libia, Costa D’Avorio, resistenti somali, Zimbabwe) e l’embedded ultrà Del Re di “Repubblica” conducono a Bengasi una nobile gara per spremere dalle rape del golpismo monarco-integralista-occidentale un po’ di sangue vero. Visto il catafascio della ribellione che ancora due giorni fa doveva sommergere l’intero paese e spazzare via Gheddafi (e, con lui, 40 anni di primato democratico e sociale in Africa), uno ripiega sulle donne (a sinistra funziona sempre) che preferirebbero il burka dei rivoltosi all’emancipazione ghedaffiana; l’altro si straccia le vesti sui poveri armamenti (ma chi glieli ha dati?) dei poveri “rivoluzionari” (monarchici): le batterie antiaeree sono “arrugginite”, i pick-up con mitraglia pesante sono “scalcinati”, i Kalachnikov sono “vecchi”. Veramente, al tempo dei trionfi vandeani, tutto risultava molto scintillante nelle immagini. Più decente del manifestaiolo, Del Re ammette che a Bengasi sono scomparse le bandiere del re-fantoccio e sono riapparse quelle nazionali verdi. Rivela addirittura che il comandante militare di piazza ora si aggira furtivo in abiti civili. Sono alla frutta. Purchè non gli imbandiscano la tavola i manovratori alla consolle.

Qualche spiritosone ha tirato fuori le foto di Hillary Clinton che, assicurando grande amicizia e augurandosi grossi affari, sorride radiosa mano in mano con il figlio di Gheddafi. Era solo due anni fa. I grossi affari non sono venuti, sono andati ad altri in Europa e Asia, gli Usa si sono incazzati e Gheddafi deve bruciare sul rogo insieme alla Libia libera. Poi, lo stesso bello spirito, ha rimesso in circolazione un rapporto sulla Libia compilato dai 47 paesi membri del Consiglio Onu sui diritti umani appena nel gennaio scorso: un peana ai risultati raggiunti e ai miglioramenti conseguiti. Elogi che si aggiungevano a quelli storici dell’ONU alla Libia per vantare quel governo il più elevato indice di sviluppo umano di tutto il continente. Meno di due mesi dopo, la stessa ONU scatta sull’attenti davanti alla megera incazzata e deferisce il benemerito dei diritti umani al Tribunale Internazionale dell’Aja. Quel tribunale dei padroni cui gli Usa rifiutano di aderire per le troppe efferatezze genocide compiute da 60 anni in qua.

Invece nessuna rampogna dell’ONU (rimasta bruciata dalle invettive USraeliane per l’unico atto decente compiuto in decenni: il rapporto Goldstone su Piombo Fuso) per lo stillicidio di civili ammazzati in Palestina. E neanche per le condizioni degli 11mila prigionieri politici palestinesi, senza processo e con tortura. E neppure per Ahmad Sa’adat, segretario generale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, lasciato catturare da Arafat nel 2002, chiuso in una prigione dell’ANP sotto sorveglianza Usa e britannica, rapito dai nazisionisti nel 2006 e sbattuto da allora in mostruoso isolamento. Da quella “Via Tasso”, Sa’adat incoraggia il suo popolo a manifestare compatto il 15 marzo, in patria e all’estero, in Cisgiordania e a Gaza, contro la frammentazione dei palestinesi e per la cancellazione dell’infamia degli Accordi di Oslo. Ha un bell’incoraggiare il compagno Sa’adat: la divisione palestinese è dovuta unicamente a chi, sconfitto, non ha voluto riconoscere l’esito di elezioni democratiche stravinte da Hamas, ha tentato un colpo di stato a Gaza, e s’è venduto al nemico genocida. Con questa gente non c’è nulla da unificare. C’è solo da spazzarli via. Come hanno fatto in Egitto con Mubaraq.

Alfonso Podlech, ex giudice argentino indagato insieme a 139 persone per l’assassinio di 25 italiani durante il golpe in Argentina del 1973, è stato rimesso in libertà dal tribunale del riesame di Roma che ha accolto le richieste dell’avvocato del criminale argentino.Si capisce perchè questo “porto delle nebbie” non proceda contro D’Alema e oggi Berlusconi per crimini di guerra (Serbia, Afghanistan, Libia).

Tutti in piazza per la costituzione, a cantare l’inno e sventolare il tricolore. Ottimo. Togliere inno e tricolore dalle grinfie di fascisti e colonizzati, strappare il Nabucco ai trogloditi leghisti, ottimo. Ma chi strappa la costituzione alle grinfie insanguinate del venerato criptoberlusconide sul Colle, pervicace violatore dell’art. 11 e trombettiere Nato anche per l’assalto alla Libia?

 

  EFFEMERIDI, tra “rivoluzionari” e “mercenari”  di Fulvio Grimaldi mercoledì 30 marzo 2011

 

L'aggressione dell'OTAN contro la Libia e la posizione della sinistra: Intervista di Fulvio Grimaldi 

Bernd Duschner

1. Da molte settimane ormai la NATO conduce una guerra contro la Libia, bombarda le sue città e le infrastrutture terrorizzando la popolazione. Quale obiettivo prerseguono gli USA e gli altri membri della NATO con la loro aggressione? Quali sono le ragioni del loro odio contro il governo di Gaddafi?

F. G.: L’odio e le diffamazioni contro Gheddafi sono puramente strumentali. C’è un contrato tra due concezioni politiche, sociali e geopolitiche. Gheddafi e la maggioranza dei libici che sta con lui difendono la sovranità dei popoli e il loro progresso sociale contro la penetrazione, interferenza, destabilizzazione e aggressione delle potenze imperialiste in piena offensiva neocolonialista. Per i governi della Nato, capeggiati dagli Usa, è intollerabile che vi siano aree del mondo, come la Libia, la Siria, certi paesi latinoamericani, che sfuggano al pensiero unico del libero mercato e di una globalizzazione che mira al più grande trasferimento di ricchezza dalle masse alle elites di tutta la storia umana. Gheddafi ha queste colpe imperdonabili per i predatori del capitalismo imperiale: distribuisce con equità la ricchezza nazionale, impone ai partner commerciali stranieri condizioni favorevoli agrli interessi nazionali libici e, su questa linea, ha offerto ampi spazi ai nemici strategici degli Usa, Russia e Cina, da decenni promuove l’unità e l’indipendenza araba e africana e ha convinto i governi africani a rifiutare la sede dell’Africom, ha promosso una valuta africana legata all’oro che avrebbe demolito il ruolo del dollaro e aggravato la crisi economico-politica Usa, è realizzatore di una democrazia partecipativa che strappa la maschera alla finta democrazia rappresentativa occidentale.

2. Col passare del tempo diventa sempre più chiaro che il governo di Gaddafi gode di un vasto sostegno fra la popolazione libica. Quakli sono, secondo te, le ragioni di questo appoggio?

F. G.: La Libia ha sei milioni è mezzo di abitanti. Ben cinque milioni sono nel le aree controllate dal governo legittimo, un milione si trova nelle zoe controllate dai mercenari del colpo di Stato occidentale e solo una piccola parte di questi sostiene i golpisti di Bengasi. Il popolo libico è tutto in armi e sostiene il suo governo e la sua guida. Lo hanno dimostrato i 2000 capitribù, riunitisi recentemente a Tripoli contro l’aggressione e la ribellione e che rappresentano la stragrande maggioranza delle tribù libiche. Viaggiando per la Tripolitania non si incontrano che spontanee manifestazioni di massa contro la Nato e di sostegno al governo e al leader. Tutto questo risulta anche dalla penosa performance militare dei ribelli, respinti dalle popolazioni locali anche per i loro comportamenti briganteschi e le atrocità che commettono contro civili. Senza l’intervento dei bombardieri e delle forze speciali Nato, in Libia non ci sarebbe più nessun conflitto. I libici sanno valutare il giudizio dell’ONU che ha classificato il loro Indice di Sviluppo Umano (Sanità, Istruzione, Lavoro, Casa, donne, maternità, aspettativa di vita…) primo in tutto il continente.

Protesta contro i "ribelli" controllati secondo Grimaldi dagli Stati Uniti. Foto tratta dal suo blog

3. Gli USA ed i loro alleati hanno proclamato un embargo ed un divieto di sorvolo sul suo proprio territorio contro la Libia. Quali sono le conseguenze di questo embargo sul rifornimento di viveri e medicine sulla vita  quotidiana in Libia.

F. G.: Le consequenze di questi provvedimenti si stanno aggravando di giorno in giorno. La manifestazione visiva più eloquente sono le chilometriche code ai distributori di benzina. Una nave cisterna dalla Sardegna, con un carico di benzina, è stato bloccato dalla Nato che chiude ogni accesso dal mare e dall’Egitto. Siamo nella situazione dell’Iraq o di Gaza: si vuole paralizzare, affamare, distruggere una società. Senza carburante non si raggiungono le scuole, gli ospedali, i mercati, il lavoro, gli uffici dell’amministrazione. I prezzi die generi di prima necessità sono aumentati, ma per il momento non sembra che vi siano gravi carenze alimentari. Con la continuazione dell’embargo, questi problemi potranno diventare drammatici. A quando una Free Libya Flottilla, sul modello di quelle per Gaza?

4. Qui da noi non si registrano quasi azioni di protesta contro questa guerra. Persino sui giornali della sinistra non c'è traccia di solidarietà con il popolo libico e con il suo governo. Come giudichi la parola d'ordine "né con la NATO, né con Gaddafi"?

F. G.: Se si accetta il paradigma imperialista che considera da liquidare ogni governo o leader non partecipe del concetto occidentale di „democrazia“ e „diritti umani“, di libero mercato e di sovranità limitata, non si ha la capacità di distinguere chi ha torto e chi ha ragione. La Sinistra ha perso da tempo ogni autonomia e alternativa visione del mondo e della struttura della società. Basta che gli si dica „democrazia“ e „dittatore“ che, ignorante di qualsiasi analisi in profondità di processi storici e culturali di matrice diversa, ripetono questo mantra imperialista che nasconde la campagna per il dominio mondiale. Proteste contro la guerra sono deboli e del tutto inefficaci quando non si accompagnino al sostegno a chi di questa guerra è vittima e di conseguenza viene diffamato. Si dice: „La guerra è brutta, ma Gheddafi e‘ più brutto“. Ignoranza, arroganza, eurocentrismo e paura di essere inclusi nel grande inganno del „terrorismo“. A ciò si aggiunge la costrizione imperialista, passivamente accettata, di non ascoltare mai la voce della parte aggredita.

5. Cosa possiamo e dobbiamo fare per appoggiareb il popolo librico e per far cessare questa guerra criminale?

F. G.:Qualcuno potrebbe rispondere: „pregare“, ma questo, al di là della sua discutibile efficacia, ci metterebbe sotto l’ombrello di una Chiesa che pronuncia banalità pacifiste, ma in sostanza non leva la voce per la giustizia. A noi spetta invece il compito di operare con ogni impegno per diffondere la verità vera sui motivi dell’aggressione, sulla natura die ribelli, sugli effetti stragisti dell’aggressione, sulla realtà politica, sociale, economica, della Libia. Articoli, conferenze, film, tv, radio, manifestazioni. Verrà anche il tempo in cui dovremmo organizzare spedizioni di aiuti umanitari in Libia. Chi può, dovrebbe formare delegazioni per la Libia, allo scopo di esprimere solidarietà a quel popolo e di riportare in patria informazioni corrette.

 http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=4950