Il lavoro e la nostra
reputazione
di Furio Colombo, Il Fatto 22 Giugno 2010
Gli stranieri esitano a investire in Italia per l'incertezza fiscale e
l'alto livello di corruzione, non per quei sindacati che, come a
Pomigliano, si oppongono agli accordi con le imprese.
Quanti giorni sono trascorsi tra la notizia della fabbrica Foxcomm di
Shenzen (Taiwan) e la notizia della fabbrica Fiat di Pomigliano d’Arco
(Italia)? Conto dalle date del Corriere della Sera: Shenzen, 3 giugno.
Pomigliano d’Arco, a partire dal 12 giugno, dunque meno di 10 giorni.
Che cosa hanno in comune i due diversi luoghi di lavoro in due parti
così lontane del mondo? Hanno in comune una realtà (Shenzen) e un
progetto annunciato e imposto (Pomigliano) di organizzazione del lavoro
radicalmente nuova. Si chiama WMC (World Class Manufacturing), elimina
tutti i tempi morti e si fonda sui 6 zero (0 difetti, 0 stock, 0 tempi
morti, 0 conflitti, 0 attesa per i clienti, 0 uso di carta per
comunicare) o sui 7 sprechi (sovrapproduzione, tempi inutili, lavoro a
vuoto, troppo magazzino, movimenti non necessari, pezzi difettosi,
attesa). In Italia questo cambiamento del modo di lavorare, e dunque di
vivere quando non si mangia o non si dorme, sta provocando elogi
smodati, come se il lavoro operaio senza intervalli e senza soste fosse
una nuova fonte di energia rinnovabile. In Italia si fa notare con un
brillio di entusiasmo che l’operaio farà, per ogni gesto cronometrato,
solo pochi passi, anzi un passo solo (non sprechiamo tempo e forze
fisiche) e una torsione del torso (ti volti appena per afferrare il
pezzo o strumento utile). In Italia c’è chi sta annunciando che il
futuro è già cominciato, che vuol dire che chi deve lavorare lavora,
quasi senza muoversi dai due metri di vita quotidiana che gli spettano,
e il resto è riservato ai dirigenti, agli azionisti, ai fornitori, ai
clienti serviti in tempo, dunque ai consumatori soddisfatti. A Shenzen
la scena è identica, la produzione va a gonfie vele, il profitto è top,
l’azionista di Apple (il computer) che ha appena annunciato di avere
superato Microsoft nella quantità di prodotti venduti si conta a
milioni, il profitto a miliardi. Con due particolari che vale la pena di
notare. I lavoratori hanno gradatamente superato le 60 ore di lavoro
settimanali (standard, per la Foxcomm), mangiano per 10 minuti, dormono
in speciali locali messi a disposizione dall’azienda per evitare i tempi
morti di andare e venire da casa.
A Shenzen l'unico errore dei razionali pianificatori di lavoro della
Foxcomm sembra essere stato di collocare i dormitori all’ultimo piano.
Dall’inizio di gennaio 11 operai si sono uccisi buttandosi dal tetto. Il
dodicesimo, Yan Li, anni 27, si è suicidato mentre Steve Jobs –
azionista di maggioranza della Apple – celebrava la produzione
(ampiamente prevenduta) del primo milione di iPad. A Shenzen c’è una
grande libertà sul come apri, chiudi, conduci e organizzi la tua
fabbrica, che ovviamente riguarda esclusivamente i padroni. La Foxcomm,
nel tempo libero dalla produzione per la Apple, lavora, con lo stesso
ritmo entusiasta, per Bell, Nokia, Hewlett Packard. A Shenzen nessuno si
è mai sognato di chiudersi nella gabbia dell’art. 41 della Costituzione
Italiana.
Nessuno deve aprire un tavolo con i rompiscatole della Fiom o ascoltare
i dubbi della Cgil. Qui tutti pensano che sia meglio avere un lavoro che
non averlo, anche se – come si vede – a qualcuno saltano i nervi. E
siccome, una volta imparato con razionalità e rigore il nuovo metodo WMC,
i nervi saltano anche agli operai francesi della Telecom, che si
uccidono con lo stesso ritmo dei colleghi cinesi, forse una contro-prova
della perfezione multietnica della nuova organizzazione del lavoro è
necessaria.
Marchionne però ci crede – e ha persuaso un po’ più di mezza Italia,
senza troppe distinzioni fra destra e sinistra, sia perché si diffonde
il principio (ricordate il Catalano di Arbore?) che è meglio avere un
lavoro che non averlo, sia perché tutto appare così nuovo e moderno.
Dopotutto anche per la galleria del Frejus ci sono stati dei morti. E
infatti hanno il loro bel monumento a Torino. È il lavoro, bellezza.
Come in ogni buon thriller, ci sono storie marginali (side stories) che
rafforzano il plot (il racconto) dell’Italia che cambia. Una ce la
presenta il ministro Tremonti. Sostiene Tremonti che se le aziende
continuano a subire troppi controlli per esistere e per organizzare il
lavoro (art. 41 della Costituzione Italiana) resteremo sempre in coda
rispetto ai paesi che attraggono capitali stranieri. Sembra non sapere
che a New York non puoi ristrutturare un appartamento senza tre permessi
essenziali da tenere sempre in vista: vigili del fuoco, ufficio comunale
per le costruzioni, assicurazione contro gli infortuni per ciascuno dei
lavoratori che ti entrano in casa anche per un solo giorno.
Tremonti sembra non sapere che a New York, se hai un bambino sotto i 10
anni, sei tenuto a mettere sbarre alle finestre anche nel più elegante
appartamento di Park Avenue, e i controlli sono frequenti e implacabili.
Sembra non sapere che, prima di iniziare qualsiasi attività
imprenditoriale, devi dare notizie chiare su ambiente, condizione
sanitarie dei vani, uscite antincendio, materiali infiammabili,
destinazione delle scorie. Il principio dell’“ex post” commuove
pochissimo le autorità cittadine americane che saranno anche sensibili
alle esigenze di impresa, però vogliono vedere, sapere e certificare
prima, non dopo. Ma in questa Italia la sinistra non ce la fa a lasciare
da sola la destra.
E così, accanto a Tremonti, ma con la sua piena autonomia accademica,
compare il prof. Pietro Ichino, il quale sostiene: “Questo gravissimo
difetto (il fatto che i sindacati anche minoritari possano opporsi a un
accordo con la impresa, ndr) del nostro sistema delle relazioni
industriali, non è la sola causa della scarsa attrattività dell’Italia.
Ma molti osservatori qualificati lo considerano una delle cause
principali, assieme alla complessità e incomprensibilità del nostro
diritto del lavoro. È il “male oscuro” che impedisce da due decenni al
nostro Paese di crescere” (Il Corriere della Sera, 14 giugno).
Naturalmente Ichino sta dicendo: sbrigatevi a firmare a Pomigliano.
Cominciate a torcere il torso nelle posizioni prescritte da WMC o gli
stranieri (in questo caso Marchionne da Torino, forse perché è di
origine canadese) se ne vanno.
Posso aggiungere due o tre ragioni che – mi dicono – a volte pesano di
più sulla esitazione delle imprese straniere a investire in Italia?
Uno:l’incertezza fiscale; due: la bizzarria di leggi e ordinanze che
cambiano sempre, a seconda che il presidente di Regione o il sindaco
siano leghista o di Comunione e Liberazione; tre: il disastro dei
trasporti dal luogo di produzione alla frontiera o al porto più vicino;
quattro: la criminalità organizzata e il suo implacabile Wmc. Vorrei
citare, come riassunto di tutte queste ragioni, un capoverso
dell’articolo dedicato all’Italia (vita, lavoro, politica) da “The
Economist” 12-18 giugno 2010: “Ma l’Italia non è come altri Paesi;
l’Italia è un paese notoriamente corrotto.
Non sai mai quale inchiesta o intercettazione porta alla mafia. I
legislatori italiani dovrebbero prestare più attenzione a questo
aspetto…”. Forse la nostra reputazione non si gioca tutta sui tempi di
lavoro di Pomigliano. Difficilmente gli investitori stranieri, in un
paese con quattro ministri indagati più il presidente del Consiglio
molto cercato dai giudici, esiteranno a investire in Italia a causa
della presunta passione dei lavoratori per i Mondiali di calcio.
Da il Fatto Quotidiano del 20 giugno
lunedì, 21 giugno 2010, 17:52 *** link *** inserito da irenecampari ***
commenti (1)
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#1 22 Giugno 2010 - 18:17