| RASSEGNA STAMPA |
vedi: DECRETO DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI 21 maggio 2008
LIBERAZIONE
Il decreto discrimina, le vere emergenze sono altre
di Giuliano Pisapia (Presidente della Commissione per la riforma del Codice
Penale)
29 dicembre 2007
Nelle fabbriche, nei cantieri, nei luoghi di lavoro continua la strage di vite
spezzate dalla mancanza di quella sicurezza che lo Stato ha il dovere di
garantire a tutti. Napoli brucia sommersa dall’immondizia, l’intero Paese è
sconfitto da una Giustizia sempre più sull’orlo di un collasso che rischia di
diventare irreversibile.
Sono più di due milioni e mezzo le famiglie che vivono sotto la soglia di
povertà: il 10% delle famiglie italiane non ha i soldi per mangiare e il 14,7%
non ha la possibilità di curarsi. Il potere d’acquisto dei salari è in continua
diminuzione, il costo della vita in inesorabile aumento. La precarietà è in
vertiginoso, progressivo aumento.
In Palestina si continua a morire; le guerre e le violenze aumentano in tutto il
mondo e, in Italia, aumentano le basi e le spese militari. In questa situazione,
sempre più insostenibile, il Governo, nell’ultimo Consiglio dei Ministri
dell’anno, invece di prendere gli indispensabili provvedimenti per porre freno
ad una deriva senza approdo, approva nuovi incentivi per le imprese e approva un
decreto legge sulla sicurezza (sic!), con norme che neppure il governo
Berlusconi aveva osato proporre.
Un provvedimento ingiustificato, discriminatorio e incostituzionale, non solo
per l’insussistenza di quei presupposti di "straordinaria necessità e urgenza"
che possono giustificare la decretazione d’urgenza (art. 77 Cost.), ma anche
perché in contrasto con le sentenze della Corte Costituzionale che hanno
ritenuto illegittima la reiterazione di decreti legge non convertiti. Se a ciò
si aggiunge che, nel 2007 (in particolare negli ultimi 6 mesi), vi è stata una
sensibile diminuzione dei reati (meno rapine, meno omicidi, meno incendi, meno
scippi etc.), con un bilancio positivo che non ha precedenti, vi sono tutti i
motivi per dire che la misura è colma.
Malgrado l’incontestabile fallimento del cd. pacchetto sicurezza del 2001;
malgrado l’ingloriosa fine del cd. decreto "antirumeni" , si è perseverato
nell’errore, di merito e di metodo, approvando un decreto che servirà affatto
per contrastare la criminalità ma che avrà l’effetto, cercato e voluto da una
parte del centrosinistra, di creare nuove difficoltà alla sinistra, proprio
mentre sta faticosamente avanzando un importante, improcrastinabile e prezioso
percorso unitario.
La sicurezza (nei luoghi di lavori, nelle città, nelle proprie abitazioni) è un
bene non negoziabile e lo stato ha il dovere di proteggere i cittadini, ma un
Governo di cui fa parte anche la sinistra non può fare proprie, appropriandosele
dal centrodestra, norme inutili, ingiuste, pericolose e, in parte, criminogene.
Tanto più che - in un momento in cui, al nord, sta dilagando la politica
xenofoba della Lega - sarebbe stato invece urgente intervenire, con poche,
incisive e condivise, modifiche legislative in grado di dare una risposta alle
esigenze, e alle richieste, di una giustizia equa, celere ed efficiente.
Come può, la sinistra, e chiunque crede nei valori della democrazia, accettare
che sia punito con tre anni di reclusione, chi, pur non avendo commesso alcun
reato, rientra, per lavorare e non per delinquere, nel nostro Paese, dopo
esserne stato allontanato a seguito di un provvedimento amministrativo? Come è
possibile dimenticare la dura, e vincente, battaglia, in Parlamento e nel Paese,
contro una analoga proposta dal Governo Berlusconi?
Come può, la sinistra, accettare l’espulsione di chi lavora regolarmente, e vive
onestamente, ma non è in grado di dimostrare di avere risorse economiche
sufficienti", perché gli è impedita, dalla legge o dal datore di lavoro, la
regolarizzazione della propria posizione?
Come è possibile far propria una norma, a dir poco incivile, che prevede non
solo l’espulsione di una persona "sospetta, ma anche dei suoi familiari, con una
sorta di responsabilità oggettiva che neppure il fascismo aveva previsto in caso
di espulsione, di confino o di altre limitazioni della libertà personale?
Il tutto sarebbe giustificato, si legge nei comunicati stampa, dalla novità
dell’espulsione immediata di cittadini comunitari ""sospettati" di terrorismo, e
sarebbe stato accettato anche a seguito dell’impegno del governo di una corsia
preferenziale per la modifica della Bossi-Fini.
Ebbene, l’espulsione preventiva dei "sospetti di terrorismo" altro non è che la
proroga di una norma, approvata dal centrodestra nella scorsa legislatura, che,
oggi come allora, è ben difficile non considerare criminogena. In presenza di
una persona sulla quale gravano sospetti di terrorismo, lo Stato ha il dovere di
fare tutti i controlli e gli accertamenti necessari: se è un terrorista non si
può certo lasciarlo libero di andare all’estero a seminare odio e sangue. Se,
invece, terrorista non è, allora l’espulsione sarebbe ingiusta, in quanto
colpirebbe un innocente (e i suoi familiari), e pericolosa perche rischia di
creare le condizioni per il suo ingresso in un circuito illegale, rendendolo
facile preda della criminalità organizzata.
Per quanto concerne la garanzia di una corsia preferenziale per la modifica
della legge sull’immigrazione, si può solo dire, pur comprendendo le difficoltà
di chi ha un ruolo istituzionale, che nulla può giustificare storture
costituzionali, politiche e giuridiche quali quelle contenute nel decreto legge
approvato dal Governo.
Il decreto, oltre a tutto, è già operativo, mentre, è inutile nasconderselo, il
disegno di legge avrà un percorso non agevole e non vi è certezza alcuna che
sarà approvato senza modifiche peggiorative. Ora la parola passa al Parlamento,
dove la sinistra dovrà liberarsi dalla morsa in cui non pochi, anche all’interno
del centrosinistra, cercano di stringerla, con la speranza di stritolarla. Solo
una sinistra, unita e plurale, potrà contrastare tale disegno e determinare
quella svolta, politica e sociale, necessaria per il Paese e indispensabile, non
solo per riconquistare il consenso perduto, ma anche per interloquire con i
tanti che ancora intendono affrontare, e risolvere, le vere emergenze.