| RASSEGNA STAMPA |
1) - 16.05.2005 Violenze a Bolzaneto, saranno processati in 45
2) - 10.05.07 Unità G8, la prima condanna: la polizia deve pagare per i pestaggi
3)
-
21.7.07 Il manifesto Il G8 non riunisce i
movimenti
«Dobbiamo continuare a batterci per la verità. E per Carlo Giuliani» Orsola Casagrande
liberazione -
21.7.07 - Genova 2001-2007,
«Siamo qui e dove serve»
- Checchino Antonini
- Don Andrea Gallo,
testimone della trappola di via Tolemaide
1) 16.05.2005
Violenze a Bolzaneto, saranno processati in 45
di red
Poliziotti, carabinieri, agenti della polizia
penitenziaria e medici in servizio presso la caserma di Bolzaneto di Genova
durante il vertice del G8 del 2001: sono 45 i rinvii a giudizio disposti dal
giudice per le udienze preliminari Maurizio De Matteis. Il rinvio a giudizio dei
45 arriva dopo 11 udienze preliminari dell’inchiesta sulle violenze ed abusi
denunciati dai manifestanti che furono portati nel carcere genovese nel luglio
del 2001.
Solo un agente della polizia penitenziaria di Vercelli è stato completamente
prosciolto, mentre altri cinque indagati hanno avuto una sentenza di non luogo a
procedere solo per alcuni capi di imputazione. Il processo è stato fissato al 12
ottobre.
Tra le persone rinviate a giudizio figura anche il vicequestore Alessandro Perugini, all' epoca dei fatti vice capo della Digos di Genova, già rinviato a giudizio insieme ad altri poliziotti per abuso di ufficio, falso e calunnia nei confronti di sette persone arrestate senza motivo il 21 luglio e per aver minacciato con una pistola gli arrestati ed aver percosso un manifestante (il processo è ancora in corso). Tra gli altri che saranno processati: il generale della polizia penitenziaria Oronzo Doria e Biagio Antonio Gugliotta, ispettore della polizia penitenziaria, responsabile della sicurezza del centro di detenzione provvisorio.
Per l' inchiesta sui presunti soprusi e pestaggi da parte delle forze dell' ordine e di personale sanitario avvenuti nella caserma di Bolzaneto i pm Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati avevano chiesto 47 rinvii a giudizio: 14 agenti e dirigenti della polizia normale, 16 di quella penitenziaria, 2 carabinieri, 5 fra medici e infermieri. Le accuse, a vario titolo, sono abuso d' ufficio, violenza privata, falso ideologico, abuso di autorità contro detenuti o arrestati, violazione dell'ordinamento penitenziario e della convenzione per la salvaguardia dei diritti dell' uomo e delle libertà fondamentali. L'inchiesta durata due anni e 7 mesi, iniziò dopo le denunce dei maniestanti, nell'agosto 2001. Sono oltre 150 le parti lese, di cui 40 persone picchiate anche nella scuola Diaz.
«Dopo il rinvio a giudizio c'è ora bisogno urgentemente di un provvedimento di rimozione o quantomeno di sospensione dal servizio per quei poliziotti e carabinieri imputati per le violenze commesse all'interno della caserma Bolzaneto durante il G8 di Genova». È stato il commento di Francesco Caruso, uno dei portavoce dei disobbedienti. «È una questione di igiene politica e morale: hanno pestato a sangue e torturato giovani inermi, hanno falsificato prove e verbali, hanno impedito loro di contattare legali o parenti, li hanno seviziati, insultati, minacciati, costretti per giorni a rimanere in piedi con le braccia alzate contro al muro senza possibilità di dormire, di bere o di mangiare. Malgrado tutto ciò, questi torturatori allo stato attuale prestano servizio nella polizia, nell'arma dei carabinieri, nella penitenziaria».
I 45 rinvii a giudizio per i fatti di Bolzaneto arrivano mentre è da poco iniziato il processo contro 28 poliziotti per le irruzioni notturne nella scuola Diaz e nel mediacenter Pascoli la notte del 21 luglio. Ancora in corso anche l’ultimo “troncone” dei processi sui fatti genovesi , quello contro 25 manifestanti accusati di «devastazione e saccheggio»
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http://www1.autistici.org/radiofficine/index.php?option=com_content&task=view&id=267&Itemid=2
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manifesto – 21.7.07
3) Il G8 non riunisce i
movimenti
Quando si
risente «Genova libera» scandito come davanti alla Diaz nella notte
dell'assalto mentre la gente uscita in barella o come a un anno di distanza
quando il movimento era tornato a gridare in via XX settembre avvinghiati
uno all'altro (in caso di cariche), quando «Genova libera» lo senti davanti
alla Questura con una manifestazione semi-organizzata fuggita al rituale di
piazza Alimonda, vuol dire che qualche svolta nella giornata c'è stata. Se
le contraddizioni si giocano anche nei simboli e nella scelta dei luoghi,
allora ieri tutto parte nella tarda mattinata con Luca Casarini, il leader
delle tute bianche di allora, che entra a Palazzo Ducale a passo accelerato
insieme a un centinaio dei centri sociali del nord-est abbraccia Don Andrea
Gallo e si concedono insieme alle telecamere. Dietro lo striscione: «Governo
Prodi vergogna - De Gennaro macellaio». «Genova ci parla del presente e del
futuro non del passato. La memoria non è una cosa statica - grida Casarini
al megafono - siamo qui per dire venite tutti a Vicenza a settembre». Poi
attacca il muro compatto contro le indagini e i processi sul G8, quella che
chiama «una copertura bipartisan» e denuncia la promozione di De Gennaro. A
piazza Alimonda di Casarini arriverà solo lo striscione, lui non lo vede
nessuno.
Poche ore dopo Palazzo Ducale, parte un corteo organizzato dal Comitato
Piazza Carlo Giuliani dallo stadio Carlini, sei anni fa la roccaforte delle
Tute bianche e soprattutto il punto di partenza di quel corteo autorizzato e
poi caricato violentemente in via Tolemaide. Sono solo centocinquanta.
Centri sociali zero. Dietro il camion prestato dalla Compagnia unica dei
portuali, Heidi Giuliani, senatrice di Rifondazione, il parlamentare europeo
di Rifondazione Vittorio Angoletto, il deputato Francesco Caruso (sempre
Rifondazione) e il capogruppo di Rifondazione alla Camera Gennaro Migliore.
Ad aprire il corteo «Strage di stato rapido 904, 23-12-84», uno dei tanti
sugli eccidi dal '47 a oggi. Il sound system fa fatica a caricare gli animi.
La canicola fa il resto. A piazza Alimonda però di gente ce n'è eccome.
Tanti genovesi che erano al G8, facce nuove di ragazzini quindicenni che
lasciato il motorino vengono a vedere com'e. Si rivedono sindacati,
associazioni, partiti, centri sociali. Gli amici di Carlo si stendono a
terra sullo striscione di quest'anno: «Indignazione». Se la prendono anche
con quelli de La 7 che hanno montato un palco che non finisce più, alto tre
metri da terra. «Un po' di ritegno - grida uno di quelli che sei anni fa ha
passato un paio di notti bivaccando per non far lavare il sangue di Carlo -
Qui è morta una persona». Quelli niente, sono di un service. Poi Giuliano
Giuliani chiarisce a tutti: «Ho dato io l'autorizzazione. E' il punto da cui
si guarda la piazza e quel che è successo». Così alle 17 da tre metri
d'altezza si vedono Giuliani padre, accanto a Don Gallo e un avvocato, dare
le spalle alla piazza perché dalla diretta si veda la piazza medesima.
Qualche spirito birbante pare riesca a manomettere il microfono per pochi
secondi. Heidi sul palco non ci sale. Dove si fermò il Defender Cisco
intanto canta «rimani acceso scintillante come un diamante nel carbone» ma
qualcosa non decolla. Neppure il minuto di silenzio è stato un minuto, pochi
secondi e via, poi un grande applauso alle parole di Haidi che riabbraccia
la piazza: «Noi non vogliamo fare silenzio. Noi donne quando partoriamo un
figlio non lo facciamo per la guerra, per la violenza fascista». A un certo
punto i centri sociali organizzano una protesta alla Questura. Heidi la
annuncia dal palco. Giuliano s'incazza. Qualche centinaio partono con Caruso
in un corteo aperto dalla Digos con lo striscione «De Gennaro ha amato i
manganelli. Piazza Alimonda e via Tolemaide: non dimentichiamo!». Arrivati
davanti alla Questura bloccano l'incrocio per un'assemblea autorganizzata.
Caruso grida ai genovesi «siamo venuti a raccontarvi la verità sulla Diaz e
Bolzaneto». Intanto qualcuno attacchina le foto del ragazzo di Ostia, 16
anni, pestato dal vice della Digos di allora Alessandro Perugini proprio lì
davanti alla Questura. Una piccola delegazione femminile simbolicamente
porta lo striscione proprio davanti all'entrata. Accanto c'è anche il
questore Pesenti, venuto a salutare Caruso che chiede scusa ma «ho da fare»
e grida «riprendiamoci questa città», mentre tutti scandiscono «Genova
libera».
«Dobbiamo continuare a
batterci per la verità. E per Carlo Giuliani»
Orsola
Casagrande
Era stata trasformata ad arte in un caso mondiale, la prova dei legami tra
no global e terrorismo internazionale. I giornali non si erano risparmiati:
titoloni gridati per dire che alla scuola Diaz c'era una pericolosa
terrorista. Ma Suna Gol, giornalista turca, era una rifugiata politica. In
Svizzera aveva ottenuto la protezione delle Nazioni unite per le torture e
la persecuzione subita in Turchia da dove era dovuta fuggire, accusata di
appartenere al Mlkp, una formazione marxista leninista considerata illegale
da Ankara. A Genova, alle manifestazioni contro il G8, ci era arrivata con
un amico turco, anche lui giornalista. Spinti, come tanti, dal comune
sentire antimperialista, contro la globalizzazione e le ingiustizie. Genova
per lei, come per centinaia di altre persone, si è trasformata in un incubo
dal quale è impossibile uscire. Oggi Suna continua a vivere in Svizzera. In
carcere Suna ci era già stata. In Turchia e da lì era scappata nel 1996.
Ci puoi raccontare come siete arrivati a Genova? Avevamo capito fin da
quando siamo andati alla stazione per comprare il biglietto che arrivare a
Genova sarebbe stata un'impresa. La polizia al confine con l'Italia
squadrava minuziosamente tutti i viaggiatori. E chi corrispondeva, nel loro
immaginario, ad un potenziale no global veniva perquisito accuratamente, i
documenti controllati dieci volte. A Milano ci hanno detto che non c'erano
treni per Genova. Dopo un'attesa eterna abbiamo trovato il modo di
spostarci. La visione di Genova è stata scioccante. Una città blindata,
divisa in zona rossa e zona gialla, dove ogni movimento era controllato e
stabilito da un ordine che era impossibile sovvertire. Quindi sono
iniziate le manifestazioni. Stazioni, l'aeroporto, le autostrade erano
presidiate dalle forze dell'ordine. Una nave da guerra aveva funzioni di
aeroporto nei giorni clou. I sommozzatori controllavano il mare. L'ospedale
San Martino aveva preparato 300 bare di plastica. Il corteo era un gruppo
variegato, dove si parlavano cento lingue diverse. Eppure c'era un'unica
lingua comune, quella della lotta contro lo sfruttamento, la
globalizzazione. Nonostante gli ostacoli, la campagna mediatica
terroristica, gli allarmismi che miravano a creare un clima di terrore, in
piazza c'erano trecentomila persone. Lungo il percorso autorizzato c'erano
centinaia di poliziotti e carabinieri: un unico blocco, un muro
impenetrabile. Ed era così in tutta la città. In alcuni punti si sono
verificati subito scontri con i poliziotti che hanno usato i gas. I
manifestanti rispondevano con i sassi e con le scritte sui muri, «poliziotti
assassini». Hanno picchiato senza pietà attivisti e giornalisti. Quando
prendevano qualcuno, lo circondavano e lo massacravano di botte. A fine
manifestazione era impossibile rientrare in treno o in autobus. E voi
cosa avete fatto a quel punto? Io e il mio amico Mesut abbiamo cercato
un posto per passare la notte. Siamo andati alla scuola Diaz e abbiamo
tirato fuori il nostro saccoapelo. Verso mezzanotte abbiamo sentito dei
colpi alla porta e qualcuno ha cominciato a gridare che c'era la polizia. I
poliziotti hanno prima spaccato tutti i vetri, poi hanno colpito la porta e
alla fine sono riusciti ad entrare. Noi siamo rimasti come paralizzati. Ed è
cominciato il linciaggio. Hanno spaccato la mascella a una ragazza vicino ad
una scala, hanno rotto il naso e la bocca e Benjamin K., un'altra ragazza ha
subito un trauma cranico. Hanno spinto giù dalle scale Lena, dopo averla
presa a calci e pugni. Abbiamo saputo dopo che a causa di quelle botte ha
avuto dei danni ai polmoni ed è stata anche operata. A te cosa è
successo? Mi hanno trascinata sul pavimento per diversi metri,
prendendomi a calci e pugni. Mi hanno spaccato la testa: in ospedale mi
hanno dato sette punti. Non riuscivo a muovere il corpo. La scuola Diaz,
quando mi hanno portata via, era un luogo di guerra, sangue ovunque, grida
nei corridoi. E' stata una una vera mattanza. Portavano via la gente in
ambulanza, mezzo svenuta e continuavano a picchiarla. L'ospedale stesso era
un posto di tortura. Soltanto il secondo giorno mi hanno concesso di andare
al bagno. Mi sono lavata e ho pensato per un attimo che forse questa tortura
stava finendo. Ma poi mi hanno detto che ci lasciavano lavare solo perché
c'era un parlamentare in visita. Dopo l'ospedale sei stata portata a
Bolzaneto. Appena entrati a Bolzaneto un poliziotto ha alzato la mano e
ha gridato «Hi Hitler». Ci hanno preso nuovamente a calci e pugni. Ci hanno
fatti stare per ore in piedi con le mani contro il muro. A noi donne
gridavano di tutto. Qualche ragazza è stata costretta a spogliarsi davanti
ai poliziotti. Quando chiedevamo di poter chiamare gli avvocati, le nostre
famiglie, ci ridevano in faccia. Tra noi si era creata una grande
solidarietà. E' stato questo a farci resistere. Da Bolzaneto sei finita
al carcere di Voghera. Mi hanno messo in cella di isolamento. Quando,
prima di uscire, ho chiesto l'anello che mi avevano tolto mi hanno detto che
non riuscivano a trovarlo. A tanti hanno fatto sparire soldi e gioielli. Il
25 mattina c'è stato il processo. Mi rilasciavano. Mi hanno detto che mi
rispedivano in Turchia, nonostante io sul mio documento svizzero fosse
scritto che non potevo rientrare in Turchia. Per fortuna il mio avvocato,
Massimo Pastore, è riuscito a bloccare l'estradizione. Mi hanno imposto il
divieto di entrare in Italia per cinque anni. Sono passati sei anni. Che
cosa provi? Il ricordo di quei giorni è vivo nella mia memoria, non
riesco a non pensarci. Le conseguenze di quella violenza li ho sotto gli
occhi. La mia gamba continua ad essere molto gonfia e i medici non trovano
il modo per far passare questo gonfiore. Quando sono andata a Genova, mi
trovavo in Svizzera da cinque anni. Avevo molta nostalgia del mio paese, la
Turchia. Ma potevo andare altrove, girare. Oggi sono in Svizzera ed è come
un carcere. Sono stata in cura da uno psicologo per molti anni. Mi batterò
sempre per la giustizia, per la verità. Noi eravamo nel giusto a Genova. E i
video e il processo l'hanno dimostrato. Non dimenticherò mai Carlo Giuliani.
Se posso concludere con una nota positiva: Genova mi ha fatto conoscere
tante persone, mi ha dato l'opportunità di sviluppare e approfondire
amicizie che non avrei mai costruito.
(Ha collaborato Murat Erol)
liberazione - 21.7.07
Genova 2001-2007,
«Siamo qui e dove serve»
- Checchino Antonini
Genova - «Fu lui a convincerci di restare calmi, eravamo molto
determinati. Nessuno decise di ripartire». Veniva da Napoli, Migliore, dove
il 17 marzo 2001 la polizia aveva assalito un grande corteo no global. «Non
credevamo proprio si potesse ripetere in grande quell'orrore che avevamo
attribuito all'impazzimento della questura». In parecchi hanno issato le
tende al Carlini, oggi giocheranno a pallone, condivideranno lo spazio anche
per discutere, proiettare video e stare ancora insieme. Ma ieri era il
giorno del ricordo più dolente, del ritorno in Alimonda, del minuto di
silenzio quando le lancette si appuntano sull'ora in cui la pistola di un
carabiniere mise fine alla vita di un ragazzo di 23 anni che aveva raccolto
un estintore proprio per difendere se e gli altri, dopo tre ore di scontri
nella trappola di Via Tolemaide. Quando l'ordine pubblico fu violentato
proprio da chi avrebbe dovuto tutelarlo. E' un rito collettivo che si ripete
ogni anno con minime variazioni. E si ripeterà fin quando non ci saranno
verità e giustizia. Qualcuno continuerà a cantare, leggere poesie, lasciare
piccole cose e striscioni sulla grata all'angolo della chiesa. Un ritorno
«bello, doloroso e necessario nello stesso tempo», spiega Betta Piccolotti,
una dei due coordinatori nazionali dei Gc. Ieri, in una piazza ingombra
dalla invasiva postazione di La7, circolavano anche copie della mostra sui
Luoghi resistenti, le lotte di comunità, ideata e realizzata dai milanesi
del Progetto comunicazione, gli stessi che avevano fatto il Libro bianco a
un anno da quel luglio, in collaborazione con Socialpress. Pochi o tanti,
Haidi Giuliani esorta a non farsi venire il complesso dei numeri. «Bisogna
esserci e qui e dove serve: Vicenza, la Val Susa, Ferrara…». Ieri, comunque,
si era almeno in mille, tra chi ha sfilato e chi ha atteso in piazza. E
c'erano manifestanti di allora, vittime dei pestaggi, militanti politici e
sindacali, parlamentari della sinistra radicale, cittadini genovesi e
delegazioni da altri luoghi dove hanno scavato i social forum (Bologna,
l'Abruzzo, Firenze, Asti), c'era Rosa Piro, la mamma di Dax ucciso anche lui
a 26 anni dalle coltellate fasciste, come Renato Biagetti a Roma solo un
anno fa, c'era Francesco Barilli, l'animatore del sito delle Reti meno
invisibili, c'era Italo Di Sabato dell'osservatorio contro la repressione
(un'iniziativa dei gruppi parlamentari Prc), c'era Paolo Beni, leader
dell'Arci che consegnerà in serata al comitato PiazzaCarloGiuliani, con
Roberto Presciutti, l'amministratore delegato di Liberazione, il ricavato
della distribuzione del video-denuncia che ricostruisce la vicenda di Piazza
Alimonda. C'erano parecchi dei portavoce del Gsf, da Raffaella Bolini (Arci,
reduce dalla cerimonia della dedica ad Angelo Frammartino della sala dei
deuptati del Prc) ad Alessandra Mecozzi (Fiom), da Alfio Nicotra a Luciano
Muhlbauer e poi Luca Casarini, Francesco Caruso, Antonio Bruno fino a
Vittorio Agnoletto, all'epoca "portavoce dei portavoce", adesso eurodeputato
Prc, promotore dell'assemblea di domani contro il progettato G8 in Sardegna,
e firmatario, tra gli altri, di una lettera ai parlamentari dell'Unione,
polemica sull'avvicendamento De Gennaro-Manganelli e che chiede una vera
inchiesta parlamentare.
"De Gennaro ha Amato i Mangnelli" si leggere sullo striscione, felice per
sintesi ed efficacia, di centri sociali genovesi e Network delle comunità in
movimento, tirato fuori nell'inatteso fuori-programma: un corteo non
autorizzato, pacifico e senza tensione, fino alla questura dove una
delegazione di cinque ragazze, lo porterà fino all'uscio della polizia sotto
la quale risuonavano le parole delle due poliziotte che esultavano per
l'omicidio di un ragazzo di 23 anni. Sui muri, a segnare il cammino del
corteo, volantini che cucivano le foto dei misfatti di polizia al G8 con gli
slogan accattivanti della pubblicità di Arma e ps, tipo "vicini alla gente".
«E' stata la risposta alla provocazione del Coisp, un sindacatino di ps che
voleva manifestare in Alimonda - spiega l'altro coordinatore dei Gc,
Federico Tomasello mentre il deputato Caruso chiede scusa ai genovesi per
l'occupazione temporanea della strada - ma questa iniziativa vuole
denunciare la promozione di De Gennaro subito dopo la sua iscrizione al
registro degli indagati per la Diaz».
Don Andrea Gallo, testimone della trappola di via Tolemaide
Genova - «Carlo è da tutte le parti, adesso sta al Dal Molin. Penso che arriverà anche alla Maddalena dove vogliono fare un altro G8». Come se non fosse bastato quello di sei anni fa qui a Genova, vuole dire Andrea Gallo quasi 80 anni, prete e partigiano, che ieri ha dato appuntamento ai giornalisti a palazzo Ducale. Nel 2001 era qui il cuore della kermesse dei cosiddetti otto grandi. Ora è finalmente tornato alla sua normalità: ci sono mostre di grande livello e un bar famoso per i cocktail. E' aperto a tutti fino a notte fonda. E con l'arrivo del prete della Comunità di San Benedetto al Porto e di Luca Casarini dal nord-est è una specie di speakers corner, luogo dove si può prendere parola. I nordestini, arrivati da Padova, Bologna ma soprattutto Vicenza, srotolano uno striscione: "Governo Prodi vergogna. De Gennaro macellaio". Prima dell'abbraccio con Casarini, don Gallo aveva ricordato di essere «testimone della trappola di via Tolemaide», quando centinaia di carabinieri e poliziotti hanno preso d'assalto il corteo regolarmente autorizzato che scendeva dal Carlini verso la zona rossa sparando tonnellate di gas Cs e decine di pistolettate. Quel giorno di sei anni fa furono assaliti e violentati tutti i cortei che volevano assediare simbolicamente la zona rossa. Dopo ore di scontri, tra i manifestanti che provavano a difendersi perché non avevano vie di fuga, la pistola di un carabiniere mise fine alla vita di un ragazzo di 23 anni. Il caso sarà archiviato, ma per 25 manifestanti ci sarà l'incredibile incriminazione per devastazione e saccheggio. Un video presentato da pochi giorni dalla segreteria del Genoa Legal Forum rivela che a turbare l'ordine pubblico furono in realtà i reparti che l'avrebbero dovuto tutelare. Per questo don Gallo chiede un'assoluzione per i venticinque. Chiede un «segnale», sarebbe un «inizio di pacificazione». «L'anno prossimo - continua - vorrei una vera riconciliazione» auspica ricordando che, prima di essere il teatro della più grande violazione dei diritti civili in Occidente dal '45, Genova fu la città che tenne a battesimo la battaglia per la smilitarizzazione della polizia. Di presente e futuro, più che del passato, vorrà parlare anche Casarini. «Il G8 2001 è stata l'espressione più tragica e visibile di cosa succede quando la democrazia si chiude». Un concetto valido soprattutto dove gli aerei della Nato bombardano le popolazioni civili, secondo Casarini per il quale gli anni passati da quelle di luglio «pesano come montagne»: «non è così per tutti sennò non si capisce perché De Gennaro è stato promosso da capo a supercapo della polizia». L'iniziativa al Ducale è il modo che centri sociali e Comunità di San Benedetto ha scelto per continuare a denunciare la repressione «con semplicità e naturalezza». C'è uno «spazio pubblico» da tenere aperto e che rischia di «essere soffocato dalla politica ufficiale: tutti i germi della repressione stanno in quella separatezza», dice ancora Casarini presentando i suoi compagni di viaggio vicentini e lanciando un'ultima toccata alle «coperture bipartisan» nei confronti dei vertici della polizia sotto accusa a Genova, ma tutti promossi dopo quei fatti. Lo sgombero di campi rom da parte di sindaci del centrosinistra, il mantenimento dei Cpt, l'aumento delle spese militari sono per Casarini il segnale di una strategia di «ordine e sicurezza che vale per una minoranza. A Genova a essere salvaguardati sono stati solo in otto. Genova per noi, ora, è soprattutto Vicenza». E' dalla città veneta, mobilitata contro la nuova base Usa che arrivano i segnali peggiori. Ne parla Franco Pavin che è tornato a Genova per la prima volta dal 20 luglio di sei anni fa: «Da noi l'aria è pessima. E' stata sgomberata due volte la sede della Cub, il sindacato schieratissimo con il no a Dal Molin. Ufficialmente viene detto che è successo per finita locazione, ma loro avevano pagato l'affitto fino a settembre. Nella sede sono intrappolate anche 1.500 dichiarazioni dei redditi e sembra che stamattina sia stato arrestato uno di quelli che ieri era andato a riprendersi la sede. Lo sgombero di una sede sindacali è roba da ventennio. Per questo diventa fondamentale l'appuntamento che abbiamo lanciato per un campeggio a settembre che difenda il presidio permanente».
Repubblica – 17.3.08
Le violenze impunite del lager Bolzaneto - GIUSEPPE D'AVANZO
C'era anche un carabiniere "buono", quel giorno. Molti
"prigionieri" lo ricordano. "Giovanissimo". Più o meno ventenne, forse "di
leva". Altri l'hanno in mente con qualche anno in più. In tre giorni di
"sospensione dei diritti umani", ci sono stati dunque al più due uomini
compassionevoli a Bolzaneto, tra decine e decine di poliziotti, carabinieri,
guardie di custodia, poliziotti carcerari, generali, ufficiali, vicequestori,
medici e infermieri dell'amministrazione penitenziaria. Appena poteva, il
carabiniere "buono" diceva ai "prigionieri" di abbassare le braccia, di levare
la faccia dal muro, di sedersi. Distribuiva la bottiglia dell'acqua, se ne aveva
una a disposizione. Il ristoro durava qualche minuto. Il primo ufficiale di
passaggio sgridava con durezza il carabiniere tontolone e di buon cuore, e la
tortura dei prigionieri riprendeva. Tortura. Non è una formula impropria o
sovrattono. Due anni di processo a Genova hanno documentato - contro i 45
imputati - che cosa è accaduto a Bolzaneto, nella caserma Nino Bixio del reparto
mobile della polizia di Stato nei giorni del G8, tra venerdì 20 e domenica 22
luglio 2001, a 55 "fermati" e 252 arrestati. Uomini e donne. Vecchi e giovani.
Ragazzi e ragazze. Un minorenne. Di ogni nazionalità e occupazione; spagnoli,
greci, francesi, tedeschi, svizzeri, inglesi, neozelandesi, tre statunitensi, un
lituano. Studenti soprattutto e disoccupati, impiegati, operai, ma anche
professionisti di ogni genere (un avvocato, un giornalista...). I pubblici
ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati hanno detto, nella
loro requisitoria, che "soltanto un criterio prudenziale" impedisce di parlare
di tortura. Certo, "alla tortura si è andato molto vicini", ma l'accusa si è
dovuta dichiarare impotente a tradurre in reato e pena le responsabilità che
hanno documentato con la testimonianza delle 326 persone ascoltate in aula. Il
reato di tortura in Italia non c'è, non esiste. Il Parlamento non ha trovato mai
il tempo - né avvertito il dovere in venti anni - di adeguare il nostro codice
al diritto internazionale dei diritti umani, alla Convenzione dell'Onu contro la
tortura, ratificata dal nostro Paese nel 1988. Esistono soltanto reatucci d'uso
corrente da gettare in faccia agli imputati: l'abuso di ufficio, l'abuso di
autorità contro arrestati o detenuti, la violenza privata. Pene dai sei mesi ai
tre anni che ricadono nell'indulto (nessuna detenzione, quindi) e colpe che, tra
dieci mesi (gennaio 2009), saranno prescritte (i tempi della prescrizione sono
determinati con la pena prevista dal reato). Come una goccia sul vetro,
penosamente, le violenze di Bolzaneto scivoleranno via con una sostanziale
impunità e, quel che è peggio, possono non lasciare né un segno visibile nel
discorso pubblico né, contro i colpevoli, alcun provvedimento delle
amministrazioni coinvolte in quella vergogna. Il vuoto legislativo consentirà a
tutti di dimenticare che la tortura non è cosa "degli altri", di quelli che
pensiamo essere "peggio di noi". Quel "buco" ci permetterà di trascurare che la
tortura ci può appartenere. Che - per tre giorni - ci è già appartenuta. Nella
prima Magna Carta - 1225 - c'era scritto: "Nessun uomo libero sarà arrestato,
imprigionato, spossessato della sua indipendenza, messo fuori legge, esiliato,
molestato in qualsiasi modo e noi non metteremo mano su di lui se non in virtù
di un giudizio dei suoi pari e secondo la legge del paese". Nella nostra
Costituzione, 1947, all'articolo 13 si legge: "La libertà personale è
inviolabile. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque
sottoposte a restrizione di libertà" La caserma di Bolzaneto oggi non è più
quella di ieri. Con un'accorta gestione, si sono voluti cancellare i "luoghi
della vergogna", modificarne anche gli spazi, aprire le porte alla città, alle
autorità cittadine, civili, militari, religiose coltivando l'idea di farne un
"Centro della Memoria" a ricordo delle vittime dei soprusi. C'è un campo da
gioco nel cortile dove, disposti su due file, i "carcerieri" accompagnavano
l'arrivo dei detenuti con sputi, insulti, ceffoni, calci, filastrocche come "Chi
è lo Stato? La polizia! Chi è il capo? Mussolini!", cori di "Benvenuti ad
Auschwitz". Dov'era il famigerato "ufficio matricole" c'è ora una cappella
inaugurata dal cardinale Tarcisio Bertone e nei corridoi, dove nel 2001
risuonavano grida come "Morte agli ebrei!", ha trovato posto una biblioteca
intitolata a Giovanni Palatucci, ultimo questore di Fiume italiana, ucciso nel
campo di concentramento di Dachau per aver salvato la vita a 5000 ebrei. Quel
giorno, era venerdì 20 luglio, l'ambiente è diverso e il clima di piombo. Dopo
il cancello e l'ampio cortile, i prigionieri sono sospinti verso il corpo di
fabbrica che ospita la palestra. Ci sono tre o quattro scalini e un corridoio
centrale lungo cinquanta metri. È qui il garage Olimpo. Sul corridoio si aprono
tre stanze, una sulla sinistra, due sulla destra, un solo bagno. Si è
identificati e fotografati. Si è costretti a firmare un prestampato che attesta
di non aver voluto chiamare la famiglia, avvertire un avvocato. O il consolato,
se stranieri (agli stranieri non si offre la traduzione del testo).
A una donna, che protesta e non vuole firmare, è mostrata la foto dei figli. Le
viene detto: "Allora, non li vuoi vedere tanto presto...". A un'altra che invoca
i suoi diritti, le tagliano ciocche di capelli. Anche H. T. chiede l'avvocato.
Minacciano di "tagliarle la gola". M. D. si ritrova di fronte un agente della
sua città. Le parla in dialetto. Le chiede dove abita. Le dice: "Vengo a
trovarti, sai". Poi, si è accompagnati in infermeria dove i medici devono
accertare se i detenuti hanno o meno bisogno di cure ospedaliere. In un angolo
si è, prima, perquisiti - gli oggetti strappati via a forza, gettati in terra -
e denudati dopo. Nudi, si è costretti a fare delle flessioni "per accertare la
presenza di oggetti nelle cavità". Nessuno sa ancora dire quanti sono stati i
"prigionieri" di quei tre giorni e i numeri che si raccolgono - 55 "fermati",
252 "arrestati" - sono approssimativi. Meno imprecisi i "tempi di permanenza
nella struttura". Dodici ore in media per chi ha avuto la "fortuna" di entrarvi
il venerdì. Sabato la prigionia "media" - prima del trasferimento nelle carceri
di Alessandria, Pavia, Vercelli, Voghera - è durata venti ore. Diventate
trentatré la domenica quando nella notte tra 1.30 e le 3.00 arrivano quelli
della Diaz, contrassegnati all'ingresso nel cortile con un segno di pennarello
rosso (o verde) sulla guancia. È saltato fuori durante il processo che la
polizia penitenziaria ha un gergo per definire le "posizioni vessatorie di
stazionamento o di attesa". La "posizione del cigno" - in piedi, gambe
divaricate, braccia alzate, faccia al muro - è inflitta nel cortile per ore, nel
caldo di quei giorni, nell'attesa di poter entrare "alla matricola". Superati
gli scalini dell'atrio, bisogna ancora attendere nelle celle e nella palestra
con varianti della "posizione" peggiori, se possibile. In ginocchio contro il
muro con i polsi ammanettati con laccetti dietro la schiena o nella "posizione
della ballerina", in punta di piedi.
Nelle celle, tutti sono picchiati. Manganellate ai fianchi. Schiaffi alla testa.
La testa spinta contro il muro. Tutti sono insultati: alle donne gridato "entro
stasera vi scoperemo tutte"; agli uomini, "sei un gay o un comunista?" Altri
sono stati costretti a latrare come cani o ragliare come asini; a urlare: "viva
il duce", "viva la polizia penitenziaria". C'è chi viene picchiato con stracci
bagnati; chi sui genitali con un salame, mentre steso sulla schiena è costretto
a tenere le gambe aperte e in alto: G. ne ricaverà un "trauma testicolare". C'è
chi subisce lo spruzzo del gas urticante-asfissiante. Chi patisce lo
spappolamento della milza. A.
D. arriva nello stanzone con una frattura al piede. Non riesce a stare nella
"posizione della ballerina". Lo picchiano con manganello. Gli fratturano le
costole. Sviene. Quando ritorna in sé e si lamenta, lo minacciano "di rompergli
anche l'altro piede". Poi, gli innaffiano il viso con gas urticante mentre gli
gridano. "Comunista di merda". C'è chi ricorda un ragazzo poliomielitico che
implora gli aguzzini di "non picchiarlo sulla gamba buona". I. M. T. lo
arrestano alla Diaz. Gli viene messo in testa un berrettino con una falce e un
pene al posto del martello. Ogni volta che prova a toglierselo, lo picchiano. B.
B. è in piedi. Gli sbattono la testa contro la grata della finestra. Lo
denudano. Gli ordinano di fare dieci flessioni e intanto, mentre lo picchiano
ancora, un carabiniere gli grida: "Ti piace il manganello, vuoi provarne uno?".
S. D. lo percuotono "con strizzate ai testicoli e colpi ai piedi". A. F. viene
schiacciata contro un muro. Le gridano: "Troia, devi fare pompini a tutti", "Ora
vi portiamo nei furgoni e vi stupriamo tutte". S. P. viene condotto in un'altra
stanza, deserta. Lo costringono a denudarsi. Lo mettono in posizione fetale e,
da questa posizione, lo obbligano a fare una trentina di salti mentre due agenti
della polizia penitenziaria lo schiaffeggiano. J. H. viene picchiato e insultato
con sgambetti e sputi nel corridoio. Alla perquisizione, è costretto a
spogliarsi nudo e "a sollevare il pene mostrandolo agli agenti seduti alla
scrivania". J. S., lo ustionano con un accendino. Ogni trasferimento ha la sua
"posizione vessatoria di transito", con la testa schiacciata verso il basso, in
alcuni casi con la pressione degli agenti sulla testa, o camminando curvi con le
mani tese dietro la schiena. Il passaggio nel corridoio è un supplizio, una
forca caudina. C'è un doppia fila di divise grigio-verdi e blu. Si viene
percossi, minacciati. In infermeria non va meglio. È in infermeria che avvengono
le doppie perquisizioni, una della polizia di Stato, l'altra della polizia
penitenziaria. I detenuti sono spogliati. Le donne sono costrette a restare a
lungo nude dinanzi a cinque, sei agenti della polizia penitenziaria. Dinanzi a
loro, sghignazzanti, si svolgono tutte le operazioni. Umilianti. Ricorda il
pubblico ministero: "I piercing venivano rimossi in maniera brutale. Una ragazza
è stata costretta a rimuovere il suo piercing vaginale con le mestruazioni
dinanzi a quattro, cinque persone". Durante la visita si sprecano le battute
offensive, le risate, gli scherni. P.
B., operaio di Brescia, lo minacciano di sodomizzazione. Durante la
perquisizione gli trovano un preservativo. Gli dicono: "E che te ne fai, tanto i
comunisti sono tutti froci". Poi un'agente donna gli si avvicina e gli dice: "È
carino però, me lo farei". Le donne, in infermeria, sono costrette a restare
nude per un tempo superiore al necessario e obbligate a girare su se stesse per
tre o quattro volte. Il peggio avviene nell'unico bagno con cesso alla turca,
trasformato in sala di tortura e terrore. La porta del cubicolo è aperta e i
prigionieri devono sbrigare i bisogni dinanzi all'accompagnatore. Che sono
spesso più d'uno e ne approfittano per "divertirsi" un po'. Umiliano i
malcapitati, le malcapitate. Alcune donne hanno bisogno di assorbenti. Per tutta
risposta viene lanciata della carta da giornale appallottolata. M., una donna
avanti con gli anni, strappa una maglietta, "arrangiandosi così". A. K. ha una
mascella rotta. L'accompagnano in bagno. Mentre è accovacciata, la spingono in
terra. E. P. viene percossa nel breve tragitto nel corridoio, dalla cella al
bagno, dopo che le hanno chiesto "se è incinta". Nel bagno, la insultano
("troia", "puttana"), le schiacciano la testa nel cesso, le dicono: "Che bel
culo che hai", "Ti piace il manganello". Chi è nello stanzone osserva il ritorno
di chi è stato in bagno. Tutti piangono, alcuni hanno ferite che prima non
avevano. Molti rinunciano allora a chiedere di poter raggiungere il cesso. Se la
fanno sotto, lì, nelle celle, nella palestra. Saranno però picchiati in
infermeria perché "puzzano" dinanzi a medici che non muovono un'obiezione. Anche
il medico che dirige le operazioni il venerdì è stato "strattonato e spinto". Il
giorno dopo, per farsi riconoscere, arriva con il pantalone della mimetica, la
maglietta della polizia penitenziaria, la pistola nella cintura, gli anfibi ai
piedi, guanti di pelle nera con cui farà poi il suo lavoro liquidando i
prigionieri visitati con "questo è pronto per la gabbia". Nel suo lavoro, come
gli altri, non indosserà mai il camice bianco. È il medico che organizza una
personale collezione di "trofei" con gli oggetti strappati ai "prigionieri":
monili, anelli, orecchini, "indumenti particolari". È il medico che deve curare
L. K.
A L. K. hanno spruzzato sul viso del gas urticante. Vomita sangue. Sviene.
Rinviene sul lettino con la maschera ad ossigeno. Stanno preparando
un'iniezione. Chiede: "Che cos'è?". Il medico risponde: "Non ti fidi di me? E
allora vai a morire in cella!". G. A. si stava facendo medicare al San Martino
le ferite riportate in via Tolemaide quando lo trasferiscono a Bolzaneto.
All'arrivo, lo picchiano contro un muretto. Gli agenti sono adrenalinici. Dicono
che c'è un carabiniere morto. Un poliziotto gli prende allora la mano. Ne
divarica le dita con due mani. Tira. Tira dai due lati. Gli spacca la mano in
due "fino all'osso". G. A. sviene. Rinviene in infermeria. Un medico gli ricuce
la mano senza anestesia. G. A. ha molto dolore. Chiede "qualcosa". Gli danno uno
straccio da mordere. Il medico gli dice di non urlare. Per i pubblici ministeri,
"i medici erano consapevoli di quanto stava accadendo, erano in grado di
valutare la gravità dei fatti e hanno omesso di intervenire pur potendolo fare,
hanno permesso che quel trattamento inumano e degradante continuasse in
infermeria". Non c'è ancora un esito per questo processo (arriverà alla vigilia
dell'estate). La sentenza definirà le responsabilità personali e le pene per chi
sarà condannato. I fatti ricostruiti dal dibattimento, però, non sono più
controversi. Sono accertati, documentati, provati. E raccontano che, per tre
giorni, la nostra democrazia ha superato quella sempre sottile ma
indistruttibile linea di confine che protegge la dignità della persona e i suoi
diritti. È un'osservazione che già dovrebbe inquietare se non fosse che - ha
ragione Marco Revelli a stupirsene - l'indifferenza dell'opinione pubblica,
l'apatia del ceto politico, la noncuranza delle amministrazioni pubbliche che si
sono macchiate di quei crimini appaiono, se possibile, ancora più minacciose
delle torture di Bolzaneto. Possono davvero dimenticare - le istituzioni dello
Stato, chi le governa, chi ne è governato - che per settantadue ore, in una
caserma diventata lager, il corpo e la "dimensione dell'umano" di 307 uomini e
donne sono stati sequestrati, umiliati, violentati? Possiamo davvero far finta
di niente e tirare avanti senza un fiato, come se i nostri vizi non fossero
ciclici e non si ripetessero sempre "con lo stesso cinismo, la medesima
indifferenza per l'etica, con l'identica allergia alla coerenza"?