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Roma | 9 aprile 2007

Strada attacca Karzai e Prodi per l'uccisione dell'interprete di Mastrogiacomo
 
Gino Strada
"Ci sono due responsabili e i loro nomi sono Hamid Karzai e Romano Prodi". Così Gino Strada, fondatore di Emergency, nel corso di una tesa intervista al giornale Radio Rai dopo l'uccisione in Afghanistan di Adjmal Nasqebandi, l'interprete di Daniele Mastrogiacomo.
Strada ha accusato il capo del governo italiano e il presidente afghano di non aver fatto quanto era necessario per la liberazione dell'interprete e di non fare abbastanza per il rilascio, da parte dei servizi di sicurezza afghani, di Rahmatullah Hanefi, il mediatore di Emergency arrestato poco dopo il rilascio del giornalista di Repubblica.

Strada a sottolineando l'esigenza di compiere - da parte del governo Prodi - sforzi decisi per ottenere il rilascio di Rahmatullah Hanefi. Anzi "mi sarei aspettato una dichiarazione immediata per dire quanto Hanefi sia affidabile".

Strada definisce "una insinuazione assolutamente infame e infondata" quella fatta dai servizi afghani a proposito del doppiogiochismo del mediatore. Indicando come opera di "gentaglia, tagliagole, assassini e delinquenti" il mettere in giro "simili calunie". E proprio per ribadire l'affidabilità di Hanefi, Strada ha riferito dell'epilpogo del sequestro Torsello: "Rahmatullah si mise in macchina con la valigia contenente i due milioni di dollari pagati dal governo italiano per ottenere quella liberazione e da solo si recò nel luogo del pagamento del riscatto e riportò a casa Torsello, mentre quelli dei servizi segreti se ne stavano in una stanza al sicuro".

E per questo il fondatore di Emergency chiede al governo Prodi una dichiarazione che attesti la provata affidabilità del mediatore di Emergency chiede al governo Prodi una dichiarazione che attesti la provata affidabilità del mediatore.
 

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La Stampa – 10.4.07

 

Strada: "Basta con i Ponzio Pilato" - GIULIETTO CHIESA

ROMA - Ho appena sentito Prodi che dice che hanno fatto tutto il possibile. Chiedo: cos’è il possibile? Abbiamo richiamato l’ambasciatore italiano a Kabul? Abbiamo convocato l’ambasciatore afgano a Roma? Abbiamo fatto richiesta formale, scritta, per la immediata liberazione di Hanefi? A me pare di aver sentito Ponzio Pilato rivisitato» Gino Strada è furibondo. «L’accordo formale per la liberazione di Mastrogiacomo era che lo scambio avvenisse attraverso Emergency». Perché Emergency?, interrompo. «Semplicemente perché noi abbiamo gli ospedali e di noi si fidano tutti, che altro? Ed è la prima volta che viene arrestato, da una delle parti, il mediatore che era stato concordato in anticipo. Capisci? Se in passato fosse stato così avremmo in galera tutta la Croce Rossa Internazionale e parecchie decine di funzionari di altre organizzazioni non governative. Qualcuno vuole raccontarci la storia che non ci si può fare niente?» E la preoccupazione cresce di ora in ora. Hanefi è in una prigione di sicurezza in cui Emergency ha una clinica interna. E, per regolamento ogni prigioniero deve essere visitato quando entra. «Ebbene, guarda il paradosso: Hanefi non abbiamo neanche potuto visitarlo». Una brutta storia, anche prima della morte di Adjmal. Ma può uscire qualcosa di bello da una matrioshka piena di fango com’è la guerra afgana? Perché l’Afghanistan, come l’Iraq, è ormai un immondezzaio d’intrighi, e perfino chi ci lavora da anni, contro la guerra, in tutti i sensi, rischia di essere inzaccherato dagli schizzi di una politica – quella italiana nel caso specifico – che vive d’intrallazzi anche quando è in gioco la vita di persone innocenti. «Lasciali dire, quelli che attaccano Emergency e che gettano fango. Mi piacerebbe che, prima di sputare le loro immonde stupidaggini, rinunciassero pubblicamente alla loro immunità parlamentare. Invece parlano dietro quella protezione. A me, a noi di Emergency, interessa solo che si arrivi a una soluzione ragionevole. Non pretendiamo di essere ringraziati, ma che ci lascino fuori dai loro scontri politici. Io Prodi non l’ho nemmeno votato, figurati. Ho agito perché era giusto agire. E degli altri sciacalli non mi curo». E qual è la soluzione ragionevole? «La liberazione di Rahmatullah e che si possa continuare a lavorare con la necessaria sicurezza. Noi abbiamo attivato tutti i nostri contatti e ci muoviamo anche per altre vie, ma certo è che è difficile lavorare in un paese il cui governo ti è apertamente ostile». Questo è un momento molto delicato. Dopo l’arresto di Hanefi, 13 collaboratori afgani di Emergency si sono licenziati, di cui undici «perché hanno troppa paura». Strada ha convocato a Kabul l’intero staff di Lashkar Gah per discutere sulle prospettive della sicurezza. Si vedrà. Dunque l’ipotesi di abbandonare l’Afghanistan è aperta? Strada non la conferma ma nemmeno la smentisce. «Vedremo», dice dopo una lunga pausa. Ricorda l’episodio del 17 maggio 2001, quando i taliban invasero l’ospedale di Emergency a Kabul. «Noi chiudemmo perché per noi è fondamentale che i governi con cui lavoriamo rispettino i patti. E i talebani non li rispettarono. E ci vollero mesi di trattative – e tu eri con noi, e le hai seguite passo passo – e riaprimmo solo quando ci furono assicurate le condizioni». Ma ora, con la polemica aperta contro Karzai i margini sono logorati oltre il limite. Difficile dare torto a Gino Strada quando protesta. E’ almeno la seconda volta che un italiano rapito in Afghanistan si salva grazie all’intervento di Emergency. Torsello è vivo perché fu proprio Hanefi a portare i 2 milioni di euro allo scambio. E, come ringraziamento arrivano frecce avvelenate. Cossiga dice che Strada è amico dei taliban e di Al Qaeda. Io, che nel 2000 attraversai con Strada le linee dei taliban, da Kabul alla valle del Panshir , so con quale difficoltà e rischio Gino Strada ha saputo tenere dritta la barra del timone: per poter continuare a salvare esseri umani, da una parte e dall’altra. Perché per questo chirurgo italiano la linea del fuoco è tra la vita e la morte, non stare da una delle parti che infligge la morte all’altra. Il fatto è che non si sa chi guida la danza di morte. Hanefi è formalmente prigioniero di Karzai, ma la questione è quali sono i gradi di libertà di Karzai. Esterni e interni. Di quelli esterni, a stelle e strisce, c’è poco da aggiungere perché basta guardare la sua scorta. E di quelli interni dice qualcosa il nuovo partito di Rabbani, il vecchio capo mujahed, il Fronte Unito nazionale, che sta raccogliendo tutte le opposizioni: tagiche (Qanuni), uzbeke (Dostum), hazarà (Ismail Khan), perfino pashtun (l’ex governatore di Kandahar ed ex comunista, Noor-ul-Haq Ulumi. E, siccome questi non agiscono nel vuoto, si deve immaginare che Ahmid Karzai potrebbe avere qualche problema a restare al potere. C’è chi dice, con sarcasmo, che è sindaco di Kabul, e neanche di tutta. Per cui chi vivrà vedrà. Purtroppo la vita di Rahmatullah è appesa a fili sottili. A meno che, davvero, l’Italia decida di far sentire il suo peso. «Non c’è solo la diplomazia con le sue cortesie formali – aggiunge secco Gino Strada – spendiamo 50 milioni di euro per cambiare la fisionomia del sistema giuridico afghano. E permettiamo che ci straccino sul naso gli accordi stipulati?» Ma, come è difficile capire perché si sta facendo questa guerra, altrettanto lo è sapere da chi dipendono i servizi afghani: «Io non avrei molti dubbi – replica Strada - . Il ministro della sanità di Karzai, Fatimie, ci ha detto, senza troppi giri di parole, che dietro questa vicenda ci sono mani invisibili. Vediamo un po’. Forse c’è la mano del Principato di Monaco o del Liechtestein? Vogliamo dare un’occhiata alle parti interessate? C’è Roma e Kabul, ma ci sono anche inglesi e americani. E quanti di questi sono stati contenti di come erano andate le cose?» Ugo Intini ha detto che «Gino Strada è un uomo esasperato», un po’ meno volgare di Berlusconi che parlò di un «chirurgo confuso».