| RASSEGNA STAMPA |
Ichino, Boeri e la gabbia
liberista sui salari
Ora vedono
vicino il sogno:
abolire i contratti.
Giorgio Cremaschi
La gabbia liberista sul salario
Con tempestiva sintonia Pietro Ichino, sul Corriere della Sera, e Tito
Boeri, su La Stampa, intervengono sull’apertura del confronto tra
Confindustria e sindacati sul sistema contrattuale.
La loro tesi di fondo, non si offendano i due professori, riprende
sostanzialmente la vecchia legge bronzea dei salari, caposaldo di ogni
impostazione liberista e conservatrice. Secondo questa impostazione ogni
aumento collettivo dei salari frena l’economia e ne impedisce la
crescita. Solo il legame stretto tra produttività del lavoro e
retribuzione garantirebbe un effettivo incremento della busta paga.
Insomma, solo l’aumento dei profitti si può tradurre in aumento dei
salari o, come direbbe l’attuale presidente francese, guadagna di più
chi lavora di più.
Questi ragionamenti sono antichi, ma in Italia si ripropongono
periodicamente quando sono in discussione il salario e i diritti dei
lavoratori. Io li sentii la prima volta quando cominciò la campagna per
l’abolizione della scala mobile. Campagna che durò diversi anni, dalla
fine degli anni Settanta al 1992, passando attraverso il decreto Craxi
che tagliava il salario dopo un accordo separato contro la Cgil. Chi
allora nel sindacato, nelle imprese, nella politica era contro la scala
mobile, spiegava che cancellando quell’istituto, le sue rigidità, i suoi
automatismi, si sarebbe creato più spazio per la contrattazione. E’ lo
stesso ragionamento che oggi viene applicato al contratto nazionale. E’
finita l’epoca degli aumenti salariali a prescindere, ha proclamato
recentemente il segretario generale della Cisl.
Il riformismo sindacale è disposto a ridurre sempre di più il salario
contrattato nazionalmente, con l’obiettivo di creare così maggior spazio
per quello aziendale. Domanda: ma questo serve ad aumentare le
retribuzioni? I fatti non lo dimostrano. Non lo dimostra la vicenda
dell’abolizione della scala mobile, una delle cause della catastrofe
delle buste paga in Italia, ma non lo dimostra nemmeno quello che sta
avvenendo ora. La Federmeccanica, ad esempio, rispondendo alla richiesta
salariale dei metalmeccanici di 117 euro di aumento per tutti, ne ha
controproposti 100, di cui però solo 66 per tutti i lavoratori, mentre
gli altri 33 verrebbero dati mediamente a chi lavora di più, quando
lavora di più. Per usare un esempio condiviso al tavolo della trattativa
dagli stessi industriali metalmeccanici, se un operaio prende 330 euro
di aumento perché fa molto straordinario e altri 9 lavorano le normali
40 ore non prendendo nulla, la media dell’aumento sarà di 33 euro. Uno
solo ci guadagna, tutti gli altri ci perdono. E il risultato finale è
che il padrone paga comunque di meno.
Potremmo fermarci qui, magari aggiungendo che sullo stesso quotidiano di
Torino, sul quale esce l’articolo di Boeri, compare la notizia di fonte
comunitaria che mette i lavoratori italiani in fondo all’Europa per i
salari e in cima per gli orari di lavoro. D’altra parte siamo il paese
degli infortuni sul lavoro, della fatica e delle ingiustizie sociali
clamorose, il paese ove per vent’anni si è spremuto il lavoro fino a
farlo arretrare di 10-15 punti nella distribuzione del reddito
nazionale. Basterebbe questo per poter definire la riduzione del salario
contrattato nazionalmente una scelta iniqua e regressiva.
Vogliamo, però, aggiungere che la tesi di Ichino e Boeri è priva anche
di validità teorica. Essa infatti nasconde il vero limite che in questi
anni ha frenato la contrattazione e ha impedito al salario di crescere.
Esso non è determinato dal contratto nazionale, ma dai vincoli che
l’accordo del 23 luglio del 1993 ha imposto ad esso. Quell’intesa,
abolendo la scala mobile, toglieva ogni copertura automatica ai salari,
ma oltre a questo stabiliva un tetto alle rivendicazioni. Il sindacato
non era libero di chiedere quello che voleva, il salario nei contratti
nazionali non poteva aumentare più dell’inflazione programmata. Così,
quando il sistema economico andava male le aziende potevano non
rinnovare i contratti senza neppure pagare la scala mobile, mentre,
quando il sistema andava meglio, il sindacato non poteva chiedere più
dell’inflazione. Le perdite dei periodi di difficoltà così non venivano
mai recuperare nei periodi di miglior andamento economico. Il sistema
del 23 luglio è stato programmato proprio per ridurre il salario
nazionale. Non è dunque il contratto nazionale a mettere in gabbia i
salari, come invece sostiene il professor Tito Boeri, ma è la gabbia del
23 luglio che ha costretto quell’istituto a non seguire più l’andamento
dell’economia. Certo, ci sono altre due cause determinanti nella
catastrofe dei salari. Una è la precarietà del lavoro, l’altra è il
sistema fiscale di classe che colpisce prima di tutto il lavoro
dipendente. Ma resta il fatto che il freno al pieno funzionamento del
contratto nazionale ha impedito la crescita delle retribuzioni.
Oggi è proprio il contratto nazionale che siede sul tavolo degli
imputati tra Cgil, Cisl, Uil e Confindustria. Invece che il sistema
concertativo che lo colpisce e lo frena, è il contratto stesso ad essere
messo sotto accusa. E’ un classico rovesciamento tra l’aggressore e la
vittima.
Se si volessero davvero aumentare i salari in Italia, con il nostro
sistema industriale, la frantumazione del lavoro, le piccole imprese e
le diversità territoriali, bisognerebbe rafforzare il contratto
nazionale, prima di tutto eliminando proprio quei vincoli che
impediscono alla contrattazione di svilupparsi ed estendersi.
Paradossalmente rischia di accadere l’esatto contrario: invece che
liberare il contratto nazionale dalla gabbia del 23 luglio 1993, si
mantiene questa gabbia e ci si libera del contratto. La concertazione
affossa così la contrattazione e dà via libera alla totale
individualizzazione del salario.
Ichino e Boeri spiegano che i lavoratori devono accettare questo
rischio, perché alla lunga se tutti lavoreranno di più il salario medio
crescerà. Qui la tesi dei due professori è una favola campata in aria.
Non c’è nulla che dimostri che così il salario è destinato a crescere.
In realtà queste tesi non sono nuove, esse risalgono alle ideologie
aziendalistiche degli anni Cinquanta. Purtroppo l’arretramento
dell’autonomia e dell’indipendenza sindacale, la subalternità di tanta
parte della politica all’ideologia dell’impresa e del mercato, l’assenza
di una forte battaglia di sinistra nel sindacato e nella politica, la
crisi della Cgil, fanno sì che tesi sulle quali Bruno Trentin avrebbe,
da autentico riformista, sghignazzato, divengano il pensiero unico che
domina le relazioni sindacali. Dopo i danni del Protocollo sul welfare,
i lavoratori italiani non possono davvero permettersi il lusso di
perdere, con le stesse procedure e gli stessi discorsi, anche il
contratto nazionale. Nel sindacato, nella politica, nella cultura
bisogna dire basta a questa insopportabile deriva liberista.
Giorgio Cremaschi
28/11/2007 vedi documenti sul salario in busta paga
http://www.coordinamentorsu.it/doc/salario.htm