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 vedi anche Marchionne, ovvero il bluff del SUV

Il patto sociale che uccide la speranza  Giorgio Cremaschi  Liberazione 7-11-2010     

Giorgio Cremaschi Leggendo i giornali, con il cambio di segretario generale la Cgil sembra avere accelerato la corsa verso il patto sociale con la Confindustria, anche se in queste settimane tre accordi hanno già spinto decisamente in quella direzione. Il primo è stato l'accordo all'Unicredit. In un settore che ha ricominciato a macinare profitti, come quello bancario, si è accettato il taglio di migliaia di posti di lavoro e 3mila licenziamenti veri e propri.

I lavoratori espulsi sono stati sostituiti, almeno in parte, da giovani assunti con salario e condizioni normative peggiori. A coronamento del tutto, evidentemente per evitare proteste e dissensi, si è concordato che i nuovi assunti siano prima di tutto scelti tra i figli dei dipendenti. Un accordo subalterno e corporativo, firmato anche dalla Cgil evidentemente senza ricordare gli interventi di Bruno Trentin contro intese dello stesso segno, ma assai meno gravi. Dopo questo accordo si è aperta la campagna sul patto sociale. L'ha lanciata la Confindustria nella sua conferenza di Genova e tutta la grande stampa e i principali partiti di governo e opposizione hanno esaltato la possibilità di un ritorno a casa della Cgil.

Pochi giorni dopo gli incontri di Genova la Federmeccanica ha sottoscritto con Fim e Uilm un accordo separato che distrugge con le deroghe il contratto nazionale e che prepara l'estensione a tutti i metalmeccanici dei diktat di Marchionne a Pomigliano. Nello stesso giorno il Parlamento licenziava definitivamente il "collegato lavoro" che impone ai nuovi assunti l'accettazione dell'arbitrato al posto del ricorso alla magistratura. Così, mentre si proclamava la necessità del patto sociale anche con la Cgil si proseguiva a rendere operativo l'accordo separato sul sistema contrattuale e sui diritti firmato da governo Confindustria, Cisl e Uil nel 2009. A maggior chiarimento che la Cgil viene chiamata a sedere a un tavolo già imbandito da altri, il vice presidente della Confindustria Bombassei ha specificato che sulle regole e sul sistema contrattuale si tratta solo di effettuare un "tagliando" rispetto agli accordi già operativi.

Nonostante questo il tavolo del patto sociale si è avviato con la presenza della Cgil e con l'assenza del governo. Il che ha suscitato gli entusiasmi della grande stampa e di gran parte dell'opposizione che ha affidato a quella sede il compito di scalzare dal suo potere Silvio Berlusconi. Si sono così siglati due accordi interconfederali. Il primo è stato quello su cassaintegrazione e fisco. Benignamente gli industriali, senza assumere nessun impegno sull'occupazione, hanno concesso di chiedere assieme ai sindacati più cassaintegrazione, compresa quella in deroga che Marchionne vuole applicare abusivamente in Fiat.

Inoltre si è concordato di chiedere gli sgravi fiscali solo sul salario legato alla produttività, escludendo la parte fissa della retribuzione. Il ministro Sacconi ha giustamente considerato queste intese un’applicazione del programma del suo governo e Tremonti si è affrettato a finanziarle. Subito dopo c’è stato l’accordo sull’apprendistato. Come ha giustamente scritto sul manifesto l’ex assessore del lavoro della regione Puglia Marco Barbieri, quell’accordo è la realizzazione dell’impostazione della Gelmini sulla riduzione dell’obbligo scolastico a favore del lavoro in azienda e del libro bianco del ministro Sacconi sulla flessibilità. Queste intese però sono solo un assaggio.

L’obiettivo grosso del I patto sociale è infatti l’accordo sulla produttività. Già il tema stesso rappresenta un depistaggio falso e ingiusto dei problemi reali del Paese. L’Italia non ha un problema di produttività del lavoro, ma di efficienza, produttività e innovazione del capitale e della spesa pubblica. E’ lì che bisogna investire e innovare e migliorare, non nel rendimento materiale dei lavoratori. Invece, sull’onda dell’offensiva di Marchionne contro i diritti dei lavoratori, si apre un tavolo che ha come unico scopo la discussione sulla prestazione di lavoro.

Per la Cgil il solo accettare un confronto su queste basi così ingiuste e retrive, è una sconfitta. Se poi davvero si dovesse giungere a un accordo che estende a tutto il mondo del lavoro le flessibilità di Pomigliano allora saremmo a una disfatta. E tuttavia il tavolo si è aperto e nella sua relazione programmatica, che proprio per questo ha avuto un giudizio negativo della sinistra della confederazione, Susanna Camusso ha esaltato e valorizzato quel confronto. La verità è che, come mostra la campagna di stampa e la pressione bipartisan che si esercita sulla Cgil, il patto sociale è oggi un’operazione puramente politica. Essa è infatti finalizzata a creare le condizioni per una sostituzione indolore di Silvio Berlusconi con un governo di unità e responsabilità nazionale.

 Lo squallido crepuscolo del presidente del consiglio ha accelerato questo processo per cui da diverse parti si sostiene che in fondo un po’ di produttività in più è un piccolo sacrificio per il mondo del lavoro, se in cambio si ottiene la cacciata di Berlusconi. Il fatto è però che gli accordi che si preparano, così come quelli sottoscritti, sono la pura attuazione del programma economico e sociale del governo di centrodestra e degli accordi separati. Se la Cgil dovesse davvero cedere a questa pressione dei poteri forti e dell’opposizione moderata, compirebbe una scelta di puro autolesionismo.

Un patto sociale firmato dalla Cgil oggi sarebbe la rottura totale con le speranze e la voglia di cambiamento della piazza del 16 ottobre, che manifestava sia contro il regime berlusconiano sia contro quello che vuole imporre l’amministratore delegato della Fiat. La nuova segretaria generale della Cgil ha ricevuto dai grandi mass media una sorta di pubblica investitura con il mandato di sottoscrivere il patto sociale. Bisogna che questo non accada e che tutta la Cgil sia messa di fronte alla responsabilità di guidare ed estendere l’opposizione sociale, quella che oggi pretende giustamente lo sciopero generale.

vedi October 29, 2010 
Subject: Lo sciopero generale diventa patto sociale con bunga bunga di Pietro Ancona

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Marchionne, ovvero il bluff del SUV

Il progetto di Marchionne a Mirafiori suscita ampi dibattiti, assolutamente giustificati, sull'aspetto politico-sociale, ma sospettosamente pochi sull'aspetto tecnico.

Ma dove penserà la FIAT di vendere 280.000 SUV, modelli Alfa e Jeep, una volta arrivati a regime? La domanda è solo apparentemente banale, perché senso comune vuole che si investa perché si programma di produrre e poi vendere.<

Ma basta un "giro" sia pure virtuale per siti del settore auto e finanziario per cominciare ad avere qualche dubbio.

La Jeep nei vari modelli è prodotta in Austria dalla famosa Magna, il concorrente per l'acquisto della Opel, dal 2004/5, con un volume massimo di produzione di 100.000 auto all'anno, ma con i tempi che corrono le vendite del 2010 sono all'incirca su 30/40.000 auto in tutta l'Unione Europa, e anche nel periodo migliore pre 2007 il massimo è stato 130.000. Recentemente Marchionne ha invece dichiarato previsioni di vendita, tra Europa e America latina, di 200.000 Jeep a regime dal 2014.

Ma forse per Marchionne il 2014 è come il 2012 per i Maya, l'anno fatidico, quello dove tutto si compie, salvo poi scoprire qualche errore di calcolo e spostare l'evento. Sarà che in quattro anni tutto può succedere, e allora chi si ricorderà di quello oggi detto? Al più si aggiusteranno i budget, le previsioni operative che si devono delineare e poi adeguarle o aggiustarle. Si venderanno 6.000.000 di auto, (oggi se ne vendono 3.000.000, quindi un ritmo di crescita del 25% ANNUALE), si tornerà all'utile, si annulleranno i debiti.

Ma sembra che Berlusconi stia facendo scuola: prima si promette (ad esempio un milione di posti di lavoro, qui in Italia molti ti crederanno), poi se qualcuno osa ricordare le promesse si riesce a trovare sempre qualche colpevole.

Tornando ai conti, l'Alfa vende attualmente circa 100.000 auto circa, di cui la metà in Italia, tra tutti i modelli peraltro sportivi. Jeep e Alfa sommate (consapevoli che sommando mele con pere si esula dagli insegnamenti di banale logica), si arriva neanche alla metà. Difficile capire come saturare 18 turni lavorativi.

Senza considerare che stiamo parlando di macchine che fanno della qualità estetica e della sicurezza (per il guidatore) il loro vanto, giocattoli dove il modello base è sui €30.000 e che quindi necessitano di cure e attenzioni estreme, un settore insomma su cui la concorrenza è particolarmente attenta, meticolosa ed agguerrita.

Nel frattempo il Marchionne però rilancia il titolo FIAT in borsa. Un evento mirabile da giocatore di carte, anzi un vero gioco di prestigio. Le azioni ritornano sul valore del 2008, circa 14,3 euro, prima della fine del 2010. Merito delle vendite del settore automobilistico in Italia e in Europa? No, qui va male; la FIAT è quella messa peggio, si salva solo il segmento Alfa, per il resto un tracollo in Europa dove al massimo ha quote di mercato sotto il 4%, ma anche in Italia dove scende al 30% del mercato, anzi sembra che le 200.000 auto in meno immatricolate nel 2010 rispetto all'anno precedente siano tutte sue... per cui sugli utili è meglio sorvolare. Però lo scorporo del settore auto riesce, anzi il titolo auto migliora, anche se le banche preferiscono il segmento industriale. Grazie a questa separazione, nonostante i debiti per 4 miliardi, le vendite in calo, ora siamo a quota 15,4 - un euro in più - ancora poco ci si attende quota 18 euro.

Ricordiamoci che i debiti e i prestiti considerano sempre il valore dell'azione come contropartita.

Non siamo cosi cinici da considerare le stock options nelle disponibilità di Marchionne (circa 10 milioni di azioni in possesso dal 2004) al prezzo di 6,6 euro e le altre a quotazione di 13,37, più recenti, che possono essere usate nei prossimi anni. Qualcuno sostiene 26 milioni di azioni, circa il 2,2% dell'insieme del pacchetto azionario. Elkann sembra disponga dentro la galassia Agnelli di circa il 3%. Nel frattempo le vecchie azioni FIAT sono divise in due azioni - Spa e industriali.

Il progetto sembra quello di ristrutturare la parte finanziaria per recuperare credito e trovare i 7,5 miliardi di dollari necessari ad estinguere il debito con i governi USA e canadesi, a cui il nostro deve interessi del 14% e del 20%, per poter acquisire il controllo azionario di maggioranza. Meglio indebitarsi con le banche americane visto i bassissimi tassi d'interesse praticati. Ma qui la parte industriale (vendite) non dà profitto e il volume di produzione è poco più di metà rispetto al 2007 (1.600.000 contro 2.500.000), i modelli vecchi e solo fortissimi sconti aiutano.

La Jeep qui vende 330.000 auto e li produce anche. Solo il Brasile va bene, anzi è il luogo dove vende più auto in assoluto, quest'anno supera persino l'Italia. Ma le automobili FIAT vengono commercializzate solo in aree periferiche (modelli Uno e LCV) e con propulsione particolare.

Favolosa la proiezione di vendita di Marchionne sui mercati cinesi e in India e in Russia, però nel famoso 2014, dove promette 7-800.000 auto, anche se al momento fatica a venderne 40.000.

Un bluff, costruire l'immagine di un decisionista a cui concedere credito (azionisti e banche) per trovare soldi per onorare debiti, cercare crediti, e forse fare modelli nuovi e venderli. La fortuna, dicono, aiuta gli audaci.

Però il dubbio iniziale rimane, a chi venderà i 280.000 SUV di Mirafiori?

E un'altra domanda... dove troverà gli 11 miliardi circa per ripianare i debiti, e i 20 miliardi per gli investimenti di Fabbrica Italia ?

Ufficio Studi

Federazione dei Comunisti Anarchici