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Manifesto – 17.10.10

 

Manifesto – 17.10.10

 

Una speranza cammina insieme alla Fiom - Loris Campetti ROMA

 

  

- «Noi non diamo numeri, contateci voi». Bella trovata questa della Fiom, in polemica con i ministri che prevedevano tra le 20 e le 40 mila persone. Noi del manifesto ci siamo consultati e abbiamo concluso di non essere capaci di contare così tante persone, operai e studenti «uniti nella lotta», colf e migranti, anziani che hanno conquistato quei diritti che oggi si vorrebbero togliere ai figli e ai nipoti. C'è chi parla di un milione, ma vai a sapere. E, soprattutto, chissenefrega. Ieri nelle strade e nelle piazze di Roma ha camminato una speranza: cambiare si può. Speranza che non trova albergo nella «Politica» ma oggi ha un orgoglioso compagno di marcia: la Fiom. «Meglio lottare danzando che vivere in ginocchio». Saranno quei burloni degli operai di Pomigliano che improvvisano una tammuriata in piazza della Repubblica? Invece no, sono le Chejan celen, «Zingare spericolate», ragazze e bambine inserite in un progetto di alfabetizzazione dei rom. Sono italiane da tre generazioni ma non hanno diritto a esserlo per la nostra legge. Ecco perché sfilano con i metalmeccanici e addirittura si esibiscono in bellissime danze al ritmo di musiche zigane, perché la Fiom ha messo al centro di una delle più straordinarie manifestazioni della storia d'Italia proprio i diritti. Quelli degli operai a lavorare con dignità, dei sindacati degni di questo nome a contrattare, degli studenti a studiare e degli insegnanti a insegnare, dei precari a riacciuffare per la coda un futuro oggi negato, dei migranti a essere considerati persone uguali alle altre persone. Tutti portatori di diritti sociali, civili, di cittadinanza. Diritti indivisibili, da difendere e spesso da riconquistare in un'Italia classista e ingiusta rifondata sui privilegi. Trascina l'emozione della piazza Maurizio Landini, il nuovo segretario generale della Fiom, quando dice che di quel che sta succedendo a Roma e in Italia, di questa domanda collettiva di dignità, partecipazione, democrazia, bisogna ringraziare, prima e più che la Fiom, gli operai di Pomigliano e di Melfi che non hanno chinato la testa di fronte all'arrogante pretesa del padrone di scambiare lavoro ipotetico con diritti certi. I diritti, semmai, vanno estesi a tutti sennò si riducono a privilegi. Chi è in piazza, come questi operai della Fiat, non vuole o non vuole più chinare la testa. Due cortei sterminati hanno raccontato tante cose a una Roma finalmente attenta e qua e là anche partecipe. La fatica di lavorare e vivere in una crisi spietata, gestita per di più da un governo spietato perché «servo», come sta scritto su tanti cartelli. Alcuni un po' scorretti. Servo «dei padroni», naturalmente, di «Marchionne cetnico, Bonanni maggiordomo» per dire che al servizio del modello sociale preteso dall'uomo miracoloso della Fiat di «servi» ce ne sono molti. Più che contro Berlusconi, la piazza rossa della Fiom è contro un modello sociale e politico in cui l'operaio è pura variabile dipendente, appendice della macchina a cui lavora e al tempo stesso combattente arruolato con la forza del ricatto in una guerra globale che non è di classe ma tra navi nemiche in cui stanno tutti insieme, padrone, manager e tute blu per combattere contro un'altra nave modellata allo stesso modo alla conquista, come l'altra, del dio mercato. Mors tua vita mea, siamo in guerra. Ne parliamo con gli operai dei «cantieri navali in lotta» che ci spiegano come la stratificazione della nave sia classista perché c'è chi rema e chi spartisce i dividendi, ma lo è già «al momento della sua costruzione»: alla stiva lavoratori immigrati senza diritti, ai primi piani dipendenti delle ditte appaltatrici e subappaltatrici e solo ai piani alti i «nostri» operai. Che però stanno massicciamente con la Fiom e non si fanno fottere perché sanno che il nemico è l'armatore e i suoi caporali. Questa piazza ragiona e grida contro un modello sociale che punta sulla guerra tra poveri, disoccupati e cassintegrati contro i migranti. Un modello sociale in cui la democrazia dev'essere «governante» ed è insieme un optional rinsecchito, fruibile solo per i ceti abbienti. Tutto il potere in mano a pochi, in politica come all'università, in fabbrica come nei quartieri. Non sopportano Berlusconi le centinaia di migliaia di lavoratori, studenti, pensionati che occupano la Capitale, e non glie lo mandano a dire. Ma temono, forse ancora più di Berlusconi, il partito del potere vero: quello di Marchionne, Marcegaglia e Montezemolo che «potranno anche essere alleati di qualcuno, ma non di questa piazza», dice un giovane di un centro sociale torinese. È ovvio vedere sfilare Emergency che chiede il ritiro delle nostre truppe dall'Afghanistan, dato che la Fiom è per il ritiro. È ovvio che sfili Libera per chiede legalità perché la Fiom chiede legalità, anzi spiega che la frantumazione del ciclo produttivo con la moltiplicazione di appalti e subappalti è l'ascensore che favorisce l'appropriazione dell'economia da parte della criminalità. I migranti cercano casa, diritti e lavoro e sono ora sparsi ora concentrati negli spezzoni dei cortei. Nella Fiom vedono una casa. All'Ostiense lo spezzone Fiom di Reggio Emilia è tricolore non per bandiere rigidamente rosse ma grazie alla presenza di operai indigeni, africani e asiatici. Dal Veneto sono calati in massa sia gli operai di Landini che i giovani dei centri sociali, così come dalle Marche. L'orgoglio di essere Fiom, innanzitutto. Gridato da Melfi, da Pomigliano, da Mirafiori, dallo spezzone più incazzato che apre il corteo di piazza della Repubblica, quello Termini Imerese che in coro canta «sciuri, sciuri, sciuriti tutto l'anno, e Marchionne va a jettari u sangu». Precisa la segretaria della Fiom siciliana che «da noi gettare il sangue vuol dire faticare». E noi ci crediamo. La pensionata di Macerata e la zingara spericolata, il pacifista trentino e il cassintegrato autorecluso all'Asinara, il No Tav della Valle di Susa e persino i venditori di fischietti chiedono una cosa: la riunificazione delle lotte che si incrocia con la riunificazione del lavoro chiesto dagli operai arrivati, ancora una volta e più numerosi e decisi di sempre, a Roma. «Basta con le escort e le case a Montecarlo», chiede un cartello. Inutile dire di cosa si debba occupare la politica, di lavoro, democrazia, diritti, legalità. «Di contratti, per dio», grida il pensionato abruzzese. Ma c'è anche chi chiede «10-100-1000 Same» portando in corteo uova finte. Di miracoli ieri se ne sono visti molti, a Roma: i soggetti organizzati, chi si batte per l'acqua pubblica e i beni comuni, chi guida le battaglie contro il precariato, chi chiede un reddito di cittadinanza, chi vuole una scuola libera e pubblica chi chiede lavoro per sé e galera per i suoi padroni (le maschere dell'Eutelia), tutti questi pezzi di mondo hanno iniziato a camminare insieme. C'è addirittura chi parla dello «spirito di Genova». Inutile ricordare che anche la Fiom, nel G8 del 2001, c'era, insieme a chi gridava «un altro mondo è possibile». Il secondo miracolo romano è che dal palco tutte queste domande e sensibilità sono state raccolte nell'intervento di Maurizio Landini, un operaio speciale che sa parlare alla sua gente e al popolo multicolore di piazza San Giovanni. «C'è una domanda di cambiamento a cui bisogna dare una risposta». Piace ai comunisti, i tantissimi di Rifondazione ma anche del Pdci, del Pcl, di Sinistra critica. Piace a Vendola e alla Sel, forse piace anche ai tre eroi che trascinano in corteo altrettante bandiere del Partito democratico. E il «nuovo modello di sviluppo» di Landini piace agli ambientalisti, con o senza bandiera verde. Tutti chiedono la stessa cosa: le lotte devono andare avanti, fino allo sciopero generale. Meglio prima che dopo. Lo ricordano senza tregua al segretario generale Guglielmo Epifani al suo ultimo comizio da capo della Cgil. Non sono eroi, sono però degli esempi. Coccolati da tutti, orgogliosi, rumorosi, determinati, allegri persino. Sono gli operai di Pomigliano, quelli dei No a Marchionne da cui è partito tutto questo casino che ha ridato una speranza al paese. Meglio, alle persone per bene. Coccolati sono anche i tre licenziati di Melfi che hanno vinto la causa ma che il padrone tiene fuori dalla fabbrica. C'è anche il manifesto in piazza, con i suoi circoli e i suoi giornalisti, i suoi stand e il suo grido di dolore. Siamo accolti molto bene in piazza, e persino dal palco c'è chi ricorda la resistenza di un giornale amico degli operai, un giornale senza padroni, senza partiti e senza soldi. Un giornale schierato, come e con questi chissà quanti italiani e migranti di buone speranze.

 

 

La piazza ha il suo leader e grida «sciopero generale» - Rocco Di Michele ROMA –

 

 

Una giornata liberatoria. Ha distrutto pacificamente seminatori di paura, ministri con la poltrona in liquidazione e media senza dignità che han fatto loro il coro. La prima megamanifestazione di Maurizio Landini è coincisa con l'ultima di Guglielmo Epifani. Ma non è stato un passaggio di consegne. Nella Cgil attuale si usano magari le stesse parole, ma i significati sembrano molto differenti. E i metalmeccanici sono per storia, numero, ruolo e modo di ragionare «costretti alla concretezza». Si è visto subito che questa era la piazza di chi si è già accorto che non si può più arretrare, e Andrea Rivera, con il suo monologo in musica, ha saputo cogliere molte sfumature di questo sentimento. Non si può più fare un passo indietro perché non c'è più terreno alle spalle; margini salariali e diritti esigibili sono ormai ridotti ai minimi termini (neanche le sentenze dei giudici, come a Melfi, riescono a ottenere immediata esecuzione). La cassa integrazione, in tutte le sue varianti, ha toccato cifre record; ma soprattutto comincia a scadere per fette molto consistenti di lavoratori. Non c'è più molto tempo, insomma, per «attendere» che accada qualche miracolo (la caduta di Berlusconi, la ripresa, ecc). A questa doppia esigenza - decisione e tempestività - Maurizio Landini ha dato risposte chiare e nette, sottolineate più volte da applausi o autentiche ovazioni. La crisi è il discrimine su cui decide tutto. «Per 20 anni ci hanno detto che bastava lasciar fare al mercato, ora abbiamo una finanza senza regole, il record di evasione fiscale, una precarietà senza precedenti e una ridistribuzione della ricchezza a danno di chi lavora». Una «società così è inaccettabile, bisogna ribellarsi per cambiarla». Davanti a un governo e un'imprenditoria che vorrebbero «uscire dalla crisi» cancellando un secolo di conquiste e diritti, cambiando solo gli assetti di potere, c'è invece una proposta che suggerisce di uscirne con un cambiamento radicale: «un altro modello di sviluppo, dove si decide cosa e come produrre, i beni comuni da difendere, cancellare la precarietà, aumentare i salari». Una visione generale, non limitata ai metalmeccanici. Ma qui è stata giocata la partita per ridurre le relazioni industriali tra impresa e lavoro a una mera formalità. Qui il conflitto vede «mettere in gioco la stessa democrazia», che «non si può fermare davanti ai cancelli della fabbrica». Qui è scattata - con l'imprevisto 36% di «no» contro il «modello Pomigliano» e l'orgoglio dei «tre di Melfi» - la reazione della dignità contro chi voleva costringere a scegliere tra lavoro o diritti. Qui il voto dei lavoratori su ogni piattaforma o accordo è diventata una rivendicazione da affrontare con una legge. Dai metalmeccanici è partita l'unica risposta di massa che ha assunto un peso anche politico. È forte l'attacco alla Fiom e alla Cgil, basta leggere gli allarmi di Maroni o i desideri di morte di Sacconi. «Ma non vogliono soltanto far fuori noi; vogliono cancellare il diritto delle persone a contrattare, a esser liberi». Di fronte a chi ti dice, come Marchionne, «se vuoi sapere qual è il piano industriale, devi prima firmare un accordo che generalizza il modello Pomigliano e magari lo peggiora anche», non basta più una vertenza di categoria, per quanto seria e dura. «Bisogna riunificare i diritti, fare contratti nazionali che mettono insieme più categorie». C'è insomma da vincere una battaglia generale, sindacale e politica, e quindi la Cgil dovrebbe proclamare un «sciopero generale». Non è semplice per Epifani iniziare a parlare. La piazza invoca «sciopero, sciopero». La segreteria della Fiom al completo gli si mette al fianco, intorno al microfono. È regola antica, in Cgil: il segretario generale si rispetta. La folla che è rimasta capisce e fa silenzio, tranne una cinquantina di persone che sventolano un paio di bandiere di un ignoto «Red bloc» e fischiano per un po'. Epifani attacca il governo, la sua «politica industriale» inesistente, ma non affonda più di tanto su Confindustria; difende il ruolo del contratto nazionale, ma come se - proprio su questo - non si fosse consumata una rottura da cui le imprese non sembrano intenzionate a tornare indietro. Delinea un iter di mobilitazioni che vede al centro la manifestazione confederale del 27 novembre e solo dopo - come se questa giornata non avesse già un significato e una portata generali, e «se non avremo risposte» - si andrà avanti «anche con lo sciopero generale». Tempi lunghi, mosse caute, rinvii a quando avrà lasciato il timone della Cgil nelle mani di Susanna Camusso. E magari lo scenario politico sarà più dialogante dell'attuale. Due visioni diverse, con molte parole in comune. Ma la giornata di ieri, questo è chiaro, segna un giro di boa nella consapevolezza di sé di un'opposizione sociale che sembra ora aver ritrovato un baricentro solido. «Andiamo avanti, rispettiamo le vostre posizioni, manifestate», dice la leader di Confindustria Emma Marcegaglia alla Fiom. Ma avverte: bisogna «guardare avanti». Perché se si guarda a «un modello di relazioni sindacali che non ci sono più si ha un solo risultato, uccidere i lavoratori. Se si inneggia a qualcosa che non esiste più questo condanna il Paese». Secondo il segretario dei meccanici Uil, la manifestazione della Fiom «parte da motivazioni che non riguardano il merito, ma sono politiche e si alimentano del contrasto con le altre sigle metalmeccaniche».

 

 

«Per la prima volta siamo organizzati» - Carlo Lania ROMA –

 

 

Kalifoo è tornato in piazza. Dopo lo sciopero di sette giorni fa alle rotonde del lavoro nero in Campania, ieri ha incrociato nuovamente le braccia. Uguale l'obiettivo: «Stop allo sfruttamento, vogliamo diritti, permesso di soggiorno e lavoro per tutti» dice lo striscione che Oba e i suoi compagni tengono bene in vista. «Kalifoo - spiega - è una parola africana che significa 'terra di sfruttamento', ma anche 'sfruttato'. Noi siamo kalifoo». C'erano anche loro ieri a piazza San Giovanni, gli immigrati del litorale domiziano che venerdì scorso si sono rifiutati di farsi sfruttare dai padroncini che ogni giorno all'alba li prendono alle rotonde per portarli a lavorare nei campi o nei cantieri edili per una paga da fame: 30 euro per 10-12 ore di lavoro. E c'è chi sta anche peggio. «Qualcuno deve pagare il caporale, 5 euro al giorno» prosegue Oba. La decisione di partecipare allo manifestazione indetta dalla Fiom è stata quasi una scelta naturale. Dopo lo sciopero di venerdì Giorgio Cremaschi li ha chiamati al telefono complimentandosi per quanto avevano fatto. «Oggi ci sono solo due no al ricatto che ci pongono tutti i giorni, il nostro e il vostro», ha detto l'ex segretario nazionale della Fiom. I contatti sono poi continuati, al punto che il sindacato delle tute blu ha messo a disposizione degli immigrati un pullman per venire a Roma. E in cento ne hanno approfittato. Come ogni cosa, anche in questo caso la decisione è nata nelle assemblee che ogni mercoledì si tengono all'ex Canapificio di Caserta. Quello dei diritti è un tema di cui in questi tempi si è discusso molto, e non solo perché gli africani che lavorano lungo il litorale sono quasi tutti senza permesso di soggiorno e per questo ancora più ricattabili. Ma anche perché quanto accaduto negli ultimi tempi in Campania non ha potuto non coinvolgerli. «Abbiamo fatto un parallelo con la vicenda di Pomigliano - spiega Mimma D'Amico, dell'ex Canapificio, in piazza a Roma insieme agli immigrati -. Anche lì gli operai sono stati ricattati per poter lavorare. Un po' come succede tutte le mattine alle rotonde. Scioperare per gli immigrati è stato un grande atto di dignità, anche perché molti di loro non lavoravano da più di un mese». Ferme dietro lo striscione ci sono persone arrivate in Italia da tutta l'Africa: Nigeria, Costa d'Avorio, Senegal, Niger, ma anche Marocco. In un italiano stentato spiegano che quella di scioperare non è stata una decisione facile, anche perché fra di loro la paura di perdere quel poco che avevano era forte. Per non parlare delle ritorsioni, sempre possibili in una terra dove la camorra detta legge. Invece è andata bene. «I padroni adesso hanno un po' paura - spiega Oba - perché hanno capito che abbiamo un'organizzazione e abbiamo dimostrato che quando vogliamo sappiamo ribellarci. Lo sciopero è stato importante perché abbiamo dato un segnale forte». A Roma, in piazza con tutti gli altri, c'è anche qualcuno venuto apposta da Rosarno. Tra qualche settimana nel paese della piana di Gioia Tauro che a gennaio ha visto la rivolta degli immigrati ricomincerà la raccolta delle arance e anche gli immigrati di Villa Literno, Afragola, Castelvolturno e di tutto il litorale domiziano scenderanno insieme agli altri. Difficile immaginare cosa accadrà. Gli imprenditori agricoli stanno chiamando gli immigrati, ma in paese non ci sono posti letto sufficienti per accoglierli. Le vecchie fabbriche dove erano sistemati fino a gennaio non ci sono più, ripulite o abbattute nei giorni successivi la rivolta. «Chi può affitta una casa, e poi magari dormono in dieci persone per stanza - spiega Oba .- ma è chiaro che la maggior parte dovrà arrangiarsi». Venerdì gli immigrati hanno fato un sit in davanti al ministero degli Interni. «Abbiamo capito - spiega D'Amico - che il governo non intende recepire né la direttiva europea sui rimpatri, che scade a dicembre, né quella contro lo sfruttamento sul lavoro. E questo è scandaloso».

 

 

 

Movimenti uniti contro la crisi - Roberto Ciccarelli ROMA –

 

 

Covavano diritti, non violenza. Lo slogan che spiccava ieri su uno degli striscioni di Action, oltre che su centinaia di magliette indossate da migranti, è stata la risposta a chi per un lunghissimo istante ha sperato che il corteo Fiom si trasformasse in un riot metropolitano. L'unico retaggio degli anni Settanta è stato quello del ministro del Lavoro Sacconi quando ha immaginato che il corteo del movimento di lotta per la casa, per i diritti dei migranti e dei centri sociali schierato dietro lo striscione «uniti contro la crisi» fosse popolato di «cose passate». «Lanciare strali contro questa manifestazione, che è politica e non solo sindacale, - ha spiegato Andrea Alzetta - è il solito vecchio schema. Noi invece diciamo al sindacato che non è più possibile difendere solo il lavoro dipendente garantito ma anche quello delle generazioni future e dei migranti». Nemmeno il tentativo di denunciare una spaccatura tra gli eredi del movimento no-global - da un lato «pericolosi facinorosi» che tacciono e distruggono, dall'altro lato pacifici costruttori di volenterose idee - è tornato utile per comprendere lo spirito della nuova generazione di studenti medi e universitari, di ricercatori e docenti della scuola che ha composto il nutrito spezzone di diecimila persone partito di buon'ora dalla Sapienza dietro lo striscione «sapere bene comune». E non era un'«accozzaglia» il corteo che ha aspettato più di tre ore prima di avanzare da piazza dei Cinquecento in direzione dell'Esquilino e di piazza San Giovanni, ma il risultato di un movimento che negli ultimi mesi si è mosso efficacemente contro il progetto di ridimensionamento dell'università pubblica e di precarizzazione del lavoro della conoscenza. Nessuna reminescenza del passato, come invece pensano i cinici laburisti passati tra le file della destra berlusconiana, ma al contrario prodotto della ricerca unitaria di un futuro diverso. «In questo paese vengono negate le garanzie sociali agli operai e a chi lavora con i saperi - ha detto Luca Cafagna, studente della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza - Questa manifestazione è l'occasione per ricostruire uno spazio pubblico con il sindacato, con il movimento dei beni comuni, con quello studentesco. È ormai tempo di costruire un nuovo stato sociale per i lavoratori dipendenti e per quelli che non hanno le stesse garanzie». In tutti i discorsi ascoltati dall'amplificazione ad «impatto zero» montata sul camion elettrico che avanzava a fatica tra le strade dell'Esquilino è tornata, pesante come un macigno, l'affermazione del presidente dell'Inps Antonio Mastropasqua secondo il quale i «lavoratori parasubordinati» non avranno una pensione tra 30 anni. La stragrande maggioranza dei partecipanti al corteo dedicato ai saperi e ai diritti sociali erano giovani iscritti alla gestione separata dell'Inps oppure lavoratori autonomi che hanno iniziato a lavorare prima del 1995 (anno di applicazione della riforma delle pensioni). «Fare come in Francia» è la loro risposta ad un problema epocale che tutti in Italia sembrano volere nascondere sotto il tappeto. I grandi scioperi francesi di questi giorni vedono liceali e pensionati chiedere l'allargamento delle garanzie sociali alle nuove forme del lavoro non garantito. Ispirati da questo modello, i movimenti chiedono al sindacato un nuovo progetto di società e di sviluppo basato sul lavoro della conoscenza che metta finalmente sullo stesso piano i diritti del lavoro dipendente e di quello indipendente. «Il sindacato deve avere la forza di parlare con ciò che di nuovo si muove nella società - ha riconosciuto Francesco Sinopoli, componente della segreteria nazionale Flc-Cgil - l'università e la scuola sono l'avanguardia di un movimento che ieri è riuscito a rinviare la riforma Gelmini, ma che oggi dovrà affrontare il futuro di un'intera generazione». A questa sfida culturale, prima ancora che politica, sarà dedicata l'assemblea organizzata stamattina nell'aula A della facoltà di scienze politiche della Sapienza alla quale parteciperanno tra gli altri il segretario Fiom Maurizio Landini e Gianni Rinaldini. Il progetto, ambizioso, è quello di rompere l'egemonia del berlusconismo che ha investito il ceto medio e quello popolare, i garantiti e i non-garantiti attraverso un patto intergenerazionale che superi il conflitto tra i vecchi e i giovani, i bianchi e i neri. «Il percorso che abbiamo iniziato con la Cgil - afferma Luca Casarini - non è una semplice alleanza, ma la ricerca di un terreno comune tra istanze sociali e soggettività che spesso restano isolate. È importante che Landini abbia richiamato la necessità del reddito di cittadinanza, per noi è l'unico strumento per affrontare gli effetti di questa crisi che produrrà una crescita ridotta senza occupazione». Altro capitolo è il problema fiscale che ai lavoratori autonomi, come a quelli parasubordinati, impone tassi alti «ai limiti della rapina e questo vale anche per il lavoro dipendente - continua Casarini - Non lo considero un problema corporativo, riguarda al contrario la redistribuzione della ricchezza».

 

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200912articoli/50349girata.asp#

La Stampa 14/12/2009 (7:27) - INTERVISTA A ROSY BINDI "Non faccia la vittima, è uno degli artefici del clima violento" La Bindi: «Condanno il gesto folle ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese» CARLO BERTINI ROMA Nel “buen retiro” della sua casa di Sinalunga, Rosy Bindi scorre i flash di agenzia sull’aggressione al premier. E’ da poco tornata dalla messa delle cinque ed ha appena finito di ragionare sulla proposta di Casini, «efficace solo se viene presentata come alternativa di governo con una proposta programmatica e sociale». Ma di fronte alla piega improvvisa che la giornata politica sta subendo, ragiona sconsolata: «Ci mancava pure questa. Sia ben chiaro, questa intervista deve aprirsi con la solidarietà a Berlusconi e con la condanna del gesto. Resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima. Questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta però sono spiegabili. Certo, se si continua a dividere questo paese, alla fine...».

Dunque aveva visto giusto Di Pietro sul rischio di scontri in piazza per un clima di odio alimentato dal premier? «Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi. La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, non sai più chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese. Sbagliano i contestatori, non si disturbano le piazze degli altri, è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase “e per tutto questo ora andiamo al voto”».

Il Cavaliere dice di voler continuare a governare. Allora perchè un leader prudente come Casini si spinge così avanti? Sarà perchè il voto anticipato è un esito su cui nessuno più dubita? «Può essere un segnale del tipo “se hai intenzione di tirare la corda, sappi che...”. Certo le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione. Berlusconi a Milano non ha fatto altro che confermare il messaggio che siccome lui ha il consenso popolare nessuno lo può fermare».

Ma quanto potrebbe durare un esecutivo con Casini e Di Pietro? «Questo è il punto. E poi sia ben chiaro, non è il premier che decide se si va a votare. E il Pd starà molto attento alle decisioni del Quirinale: saremo disponibili a collaborare per rendere effettivo il dettato della Costituzione che le Camere le scioglie il Capo dello Stato».

Quindi è vero, secondo lei, che in cinque minuti si trova una maggioranza in Parlamento per un governo istituzionale. «No, non è così. Mi pare ve ne siano troppe di situazioni da definire e grazie a Dio al Quirinale c’è una persona saggia».

Ma esiste o no qualche controindicazione nel far nascere un Fronte democratico “anti-Silvio”? «E’ un primo passo che considero indispensabile, ma non scontato, tutto da costruire e comunque non sufficiente. Il paese sta attraversando una forte crisi sociale ed economica. Quindi la soluzione della crisi democratica deve essere funzionale alla soluzione della crisi sociale. L’Alleanza per la democrazia trova il consenso se ha la forza dell’alternativa programmatica. Non si può dire ai disoccupati “vieni con noi a salvare la democrazia del paese” senza dirgli come saremo in grado di ridargli il lavoro.

Lei dà per scontato che gli elettori di Casini lo seguano se va con la sinistra e che i vostri militanti votino per Casini premier? «Non penso agli organigrammi e mantengo due punti fermi. Il bipolarismo e il Pd come partito plurale, non come sinistra. Anche il sistema politico da troppi anni non si assesta perché deve pensare alle emergenze. Tradotto, il Pd non ha nessuna intenzione di ereditare il complesso dei “Figli di un Dio minore” della sinistra che per vincere bisogna che qualcun altro ci copra al centro». Ma questa esigenza non si scontra con un’alleanza con l’Udc? «No, ci alleiamo come partito di centrosinistra, non andiamo a costruire il centrosinistra con il “trattino”. Il Pd non può perdere la sua natura nel fare questa operazione. E Casini sa che in questo caso non può mantenere una politica dei “due forni”. E aggiungo che questa è un’occasione, non per rinnegare il bipolarismo, ma per costruirne uno più europeo. Dunque per il Pd è una sfida. Vorrei rassicurare Veltroni: non ho intenzione di perdere l’Ulivo per strada, per me difendere il futuro democratico del paese significa anche difendere il nostro progetto politico». http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200912articoli/50349girata.asp#

Milano, notizie rassicuranti per il premier. La prognosi è di 20 giorni per un'infrazione all'osso nasale. "Non mi fermeranno".

Annamaria Rivera
 

Peggio delle leggi fasciste
 

Sembrava iperbolico, ai soliti minimizzatori di professione, definire nuove leggi razziali i dispositivi del pacchetto sicurezza. Oggi che l’osceno ddl 733-B entra in vigore con le sue norme devastanti, a suggello finale delle leggi razziali, perfino i più moderati dei democratici hanno qualche sussulto. Norme gravissime in sé, a illuminarle di luce ancor più sinistra vi sono l’incoraggiamento alla delazione di massa, la legalizzazione di milizie private, l’incitamento alla caccia all’estraneo, che rendono più evidente la continuità con le fasi più oscure della storia europea.
Come durante i regimi fascisti, queste norme sono finalizzate a punire non singole condotte individuali criminose, ma una categoria di persone, in tal caso definita da una condizione non solo giuridica ma anche sociale: quella di lavoratore immigrato privo di titolo di soggiorno, non certo per sua scelta o volontà. Basta considerare l’introduzione del reato d’ingresso e soggiorno illegale, la dilatazione abnorme della detenzione amministrativa, l’aggravante di un terzo della pena per qualsiasi reato se commesso da “irregolari”, i dispositivi che tendono a inibire atti che concernono i diritti fondamentali della persona: l’accesso all’istruzione e alle cure mediche, a molti servizi e protezioni sociali, la possibilità di contrarre  matrimonio, la registrazione delle nascite e dei decessi… Si inverano così il rigurgito del passato più vergognoso –ma neppure il fascismo osò a tal punto- e nel contempo un radicale salto di paradigma: rispetto non solo ai fondamenti dell’ordine costituzionale e della civiltà giuridica,  ma perfino ai presupposti minimi che rendono possibile la convivenza degli umani (e anche di altre specie). Che altro è se non la cancellazione di un principio elementarmente umano la possibilità, prevista dalla legge, che un infante venga strappato dallo Stato alla madre “irregolare”, dato che la legge le vieta di riconoscerlo? E non è forse più crudele delle norme  del regime mussoliniano la sottrazione di ogni protezione agli apolidi, oggi di fatto esposti alla deportazione?
Coloro che ci governano non sono maestri di etica personale, tanto meno pubblica. Sporcaccioni - e bacchettoni quando conviene - ogni giorno danno prova di quale rispetto abbiano dell’umano: dalla mercificazione totale dei corpi femminili alla espropriazione e marchiatura simbolica dei corpi degli stranieri e dei minoritari, che essi hanno provveduto a rappresentare come onnipresenti, proliferanti, minacciosi. Gli uni e gli altri deumanizzati, dunque esposti ad ogni insulto ed arbitrio. Le nuove leggi razziali a questo mirano o almeno questo effetto avranno: una mutazione culturale del clima del paese, già per molti versi alla deriva, per cui offese e violenze contro gli stranieri non saranno più considerate tali. “Clandestini” e rom non sono umani, dice la legge, dunque non trattateli da umani.
Come Domenico Gallo anch’io chiedo rispettosamente al Presidente della Repubblica di non promulgare questa legge per non rendersi corresponsabile di una nefandezza. Nel contempo penso che ogni forma di disobbedienza civile debba essere praticata. Io la pratico subito dichiarando che ho offerto ed offro solidarietà concreta ed assistenza umanitaria a persone prive del titolo di soggiorno

http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200912articoli/50349girata.asp#

La Stampa 14/12/2009 (7:27) - INTERVISTA A ROSY BINDI "Non faccia la vittima, è uno degli artefici del clima violento" La Bindi: «Condanno il gesto folle ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese» CARLO BERTINI ROMA Nel “buen retiro” della sua casa di Sinalunga, Rosy Bindi scorre i flash di agenzia sull’aggressione al premier. E’ da poco tornata dalla messa delle cinque ed ha appena finito di ragionare sulla proposta di Casini, «efficace solo se viene presentata come alternativa di governo con una proposta programmatica e sociale». Ma di fronte alla piega improvvisa che la giornata politica sta subendo, ragiona sconsolata: «Ci mancava pure questa. Sia ben chiaro, questa intervista deve aprirsi con la solidarietà a Berlusconi e con la condanna del gesto. Resta il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può sentirsi la vittima. Questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati. Qualche volta però sono spiegabili. Certo, se si continua a dividere questo paese, alla fine...».

Dunque aveva visto giusto Di Pietro sul rischio di scontri in piazza per un clima di odio alimentato dal premier? «Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che alcuni pagano con prezzi altissimi. La sensazione più diffusa è che non sai più a chi rivolgerti, non sai più chi ti tutela. C’è perfino una rottura in parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la testa, ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese. Sbagliano i contestatori, non si disturbano le piazze degli altri, è anche vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha mantenuto toni duri, mancava solo la frase “e per tutto questo ora andiamo al voto”».

Il Cavaliere dice di voler continuare a governare. Allora perchè un leader prudente come Casini si spinge così avanti? Sarà perchè il voto anticipato è un esito su cui nessuno più dubita? «Può essere un segnale del tipo “se hai intenzione di tirare la corda, sappi che...”. Certo le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole elezioni per cambiare la Costituzione. Berlusconi a Milano non ha fatto altro che confermare il messaggio che siccome lui ha il consenso popolare nessuno lo può fermare».

Ma quanto potrebbe durare un esecutivo con Casini e Di Pietro? «Questo è il punto. E poi sia ben chiaro, non è il premier che decide se si va a votare. E il Pd starà molto attento alle decisioni del Quirinale: saremo disponibili a collaborare per rendere effettivo il dettato della Costituzione che le Camere le scioglie il Capo dello Stato».

Quindi è vero, secondo lei, che in cinque minuti si trova una maggioranza in Parlamento per un governo istituzionale. «No, non è così. Mi pare ve ne siano troppe di situazioni da definire e grazie a Dio al Quirinale c’è una persona saggia».

Ma esiste o no qualche controindicazione nel far nascere un Fronte democratico “anti-Silvio”? «E’ un primo passo che considero indispensabile, ma non scontato, tutto da costruire e comunque non sufficiente. Il paese sta attraversando una forte crisi sociale ed economica. Quindi la soluzione della crisi democratica deve essere funzionale alla soluzione della crisi sociale. L’Alleanza per la democrazia trova il consenso se ha la forza dell’alternativa programmatica. Non si può dire ai disoccupati “vieni con noi a salvare la democrazia del paese” senza dirgli come saremo in grado di ridargli il lavoro.

Lei dà per scontato che gli elettori di Casini lo seguano se va con la sinistra e che i vostri militanti votino per Casini premier? «Non penso agli organigrammi e mantengo due punti fermi. Il bipolarismo e il Pd come partito plurale, non come sinistra. Anche il sistema politico da troppi anni non si assesta perché deve pensare alle emergenze. Tradotto, il Pd non ha nessuna intenzione di ereditare il complesso dei “Figli di un Dio minore” della sinistra che per vincere bisogna che qualcun altro ci copra al centro». Ma questa esigenza non si scontra con un’alleanza con l’Udc? «No, ci alleiamo come partito di centrosinistra, non andiamo a costruire il centrosinistra con il “trattino”. Il Pd non può perdere la sua natura nel fare questa operazione. E Casini sa che in questo caso non può mantenere una politica dei “due forni”. E aggiungo che questa è un’occasione, non per rinnegare il bipolarismo, ma per costruirne uno più europeo. Dunque per il Pd è una sfida. Vorrei rassicurare Veltroni: non ho intenzione di perdere l’Ulivo per strada, per me difendere il futuro democratico del paese significa anche difendere il nostro progetto politico». http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200912articoli/50349girata.asp#

    

 

 

Fondi alle scuole private: la scomparsa del terzo comma

Mercoledì 13 Maggio 2009 00:40

 

"Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato" - E' il terzo comma dell'articolo 33 della Costituzione della Repubblica Italiana, così come formulato dai padri costituenti nel 1948 e così come definito ancora oggi, senza alcuna modifica sopraggiunta.

In questa storica istantanea il Presidente della Repubblica Enrico De Nicola e quello della Camera Umberto Terracini firmano la Costituzione Italiana, straordinario documento che verrà buttato in un cassetto pochi anni dopo.

 

 

Non è un mistero che la Costituzione Italiana risulti essere uno dei testi fondamentali più avanzati di tutto il mondo, malauguratamente troppo "moderno" per i tempi attuali, sebbene scritto e pubblicato oltre 60 anni fa.

Questa sua eccessiva modernità la riscontriamo giorno dopo giorno, dal momento che ogni legge approvata dal Parlamento (strettamente legata alla "conservazione" dei tempi attuali) va quasi sempre a confliggere con quanto scritto sulla Carta Costituzionale (strettamente legata ad un'idea di paese che ancora non siamo riusciti a diventare).

 

Ci siamo indignati spesso e volentieri contro l'approvazione di leggi come il Lodo Alfano che vanno a violare l'articolo 3 della Costituzione sull'uguaglianza dei cittadini, così come per le leggi sulla fecondazione assistita o sul testamento biologico che dimostrano l'annullamento del principio dell'articolo 7 su separazione tra Stato e Chiesa, la violazione del decimo (il diritto all'asilo) con gli ultimi provvedimenti in tema di immigrazione, dell'undicesimo (il ripudio della guerra) a causa dell'invio di truppe in Iraq o in Afghanistan, del ventesimo con l'abolizione ICI per edifici commerciali della Curia Vaticana, del ventunesimo con il celebre emendamento D'Alia e così via.

 

Ma gli stessi che si indignavano con noi e che hanno fatto della difesa di tali principi costituzionali il proprio cavallo di battaglia, che hanno spesso e volentieri parlato di "legalità" e "rispetto per le regole", almeno in un caso hanno dimostrato di non essere poi troppo dissimili dai violentatori abituali della Costituzione.

C'è un articolo la cui violazione sistematica vede tutti d'accordo (almeno in Parlamento). Ed è proprio l'articolo 33.

 

Il 6 agosto dello scorso anno, mentre il popolo italiano era impegnato tra abbronzatura in spiaggia e partite di beach-soccer a riva, il Parlamento approvava in via definitiva la legge 133 (il nocciolo della legge Finanziaria 2009) che tagliava ben 8 miliardi di euro dai fondi per l'istruzione pubblica.

8 miliardi in 3 anni. Un autentico colpo di grazia.

 

Era il 31 ottobre quando un milione di persone scesero in piazza per dire a gran voce NO al brutale attacco compiuto dal governo contro l'istruzione pubblica. In quelle piazze, tra partiti di sinistra e sindacati, c'erano anche i partiti dell'opposizione parlamentare: PD e Italia dei Valori.

Ma quello stesso giorno, nello stesso momento, la V commissione "Bilancio e Tesoro" era riunita per discutere del PDL C.1714, il documento di bilancio collegato alla legge 133 approvata in estate.

 

Per cosa erano impegnati i rappresentanti dell'opposizione in quegli istanti? Per chiedere il ripristino totale dei fondi sottratti alla scuola... privata!

Mentre scendevano in piazza protestando contro i tagli alla scuola pubblica, in Parlamento erano impegnati per chiedere il ripristino dei 133 milioni tolti agli istituti privati (di cui le scuole gestite dal Vaticano costituiscono quasi il 60%). E basta.

Evidenza vuole che si è ritenuto più utile aggiungere 133 milioni agli istituti scolastici privati che a quelli pubblici.

 

Basta leggere i verbali delle riunioni in Parlamento e nelle varie commissioni per vedere quanto fosse più motivata l'opposizione della maggioranza in questa vicenda (la surrealtà raggiunge sempre dei picchi inaspettati). I capifila di questa battaglia fatta fianco a fianco con le gerarchie cattoliche (ma non solo) sono svariati: si va da Simonetta Rubinato (PD) ad Antonio Borghesi (IDV), passando per Antonio Misiani (PD), Rosa De Pasquale (PD) e altri ancora.

 

Si arrivò anche a votare un emendamento congiunto PD-UDC sul ripristino dei 133 milioni, che vide l'opposizione (PD, IDV e UDC) schierata in massa per il SI e la maggioranza per il NO. Il rovesciamento della storia e della logica in un solo emendamento.

Curiosa in questo senso la posizione del dipietrista Cambursano che in Assemblea si lamentò dei tagli alla scuola pubblica e dei 150 milioni previsti contemporaneamente per la privata, salvo poi votare a favore dell'aumento dei fondi per le private. Un capolavoro!

 

Evidentemente non paghe di questa dimostrazione di doppiogiochismo ben riuscito, le opposizioni parlamentari sono tornate all'attacco. Risalgono al 6 maggio scorso i 4 Ordini del Giorno presentati in Parlamento (uno dell'UDC, uno del PDL, uno dell'IDV e uno del PD), tutti diversi nelle parole usate ma identici nella sostanza: "il governo si impegni immediatamente a garantire più fondi possibili per le scuole private nella finanziaria 2010" è il concetto comune.

Unica eccezione un manipolo di "eversori" del PD: Maurizio Turco, Rita Bernardini, Marco Beltrandi, Patrizio Mecacci, Elisabetta Zamparutti (Radicali), Maria Antonietta Farina Coscioni (Radicali), Furio Colombo e Anna Paola Concia, accompagnati dai repubblicani ex-PDL Francesco Nucara e Ugo La Malfa, che chiedono, con un quinto OdG, di "escludere oneri per lo Stato nei confronti di enti e privati che istituiscano scuole ed istituti di educazione".

10 soli deputati in difesa della Costituzione. Contro il blocco dei 620 che premono per la sua violazione.

 

Le mozioni PDL, UDC e IDV sono state approvate a larghissima maggioranza. Bocciate invece quella del PD (che chiedeva il ripristino integrale dei fondi sia per le pubbliche che per le private) e, naturalmente, quella degli "eversori" che chiedevano per le private "niente oneri per lo Stato": 25 favorevoli (23 PD, Nucara e 1 PDL) su 331 presenti.

 

Quando si dice "lo spirito bipartisan"!

 

da http://www.reportonline.it/2009051214325/societa/fondi-alle-scuole-private-la-scomparsa-del-terzo-comma/stampa.html

 

 

 

 

 

Manipolazione continua, incessante, martellante......

 
Colpevoli per forza!!!
 
Per comprendere a quale infima bassezza possa giungere la campagna di manipolazione della informazione
contro i lavoratori Fiat dei Cobas di Pomigliano d'Arco accusati di avere aggredito Rinaldini a Torino basta vedere la titolazione e sopraesottotitolazione che "Repubblica" di oggi fa su un articolo della sua corrispondente da Napoli Patrizia Capua.
Nella titolazione si dà per certa e suffragata la notizia dell'aggressione a Rinaldini e la condanna dei colleghi di lavoro di coloro che l'avrebbero perpetrata. Dalla lettura della corrispondenza della Capua non si evince niente di questo: anzi c'è la testimonianza di un lavoratore che richiama la dichiarazione di Cremaschi secondo il quale Rinaldini sarebbe scivolato.L'atmosfera in cui si svolge l'incontro tra la giornalista Capua e gli operai è molto sconfortante, tesa, nervosa, densa di foschi presagi. I lavoratori denunziano di essere stati abbandonati dai sindacati confederali, di temere per le prossime decisioni della Fiat, di sentirsi soli. Si coglie amarezza a palate e si percepisce con chiarezza una condizione esistenziale degli operai che non sanno più che cosa fare, dove sbattere la testa, a chi rivolgersi......
 Ebbene, la cosa che interessa "Repubblica" non è la critica ai sindacati confederali fatta dagli operai ma la ricerca di una conferma, di confessioni sulla inventata aggressione subita dal Rinaldini. Questa è la linea editoriale del giornale purtroppo accettata da tutto il mondo politico compresa la sinistra radicale.  Questo risulta evidente da dichiarazioni di Bertinotti, di Ferrero, dagli  scritti di uno storico giornalista del Manifesto specialista in fatti sindacali come Loris Campetti, per non parlare dell'Unità e dei soloni del PD. I quali proprio stamane hanno presentato bipartisan con il Pdl, relatore Ichino, un disegno di legge che sollecita la compartecipazione dei sindacati alla gestione delle imprese  (proprio ora in piena crisi per  coinvolgere i lavoratori in dolorose ristrutturazioni) e che riduce di molto le garanzie ancora esistenti come vedremo meglio quando lo commenteremo. Intanto Scajola cerca di ripescare la CGIL nella rete del governo. Si è reso conto, a differenza  di Sacconi, che la linea dell'isolamento della CGIL non paga e che, manovrando con il PD, può forse trovare un consenso sociale che la Cisl,l'Uil e la Polverini non gli assicurano.
 Naturalmente i commenti della destra politica sui fatti di Torino sono i più esagitati. Qualcuno dei loro giornali arriva ad insinuare un prossimo passaggio dal ribellismo operai al brigatismo, al terrorismo, alla lotta aperta allo Stato. Coloro che scrivono irresponsabilmente di questo non si rendono conto che la loro politica di rottura della coesione sociale e di isolamento delle frange più combattive del mondo del lavoro produce soltanto tensione e prepara un prossimo futuro assai difficile specialmente in presenza dei licenziamenti già programmati.
Pietro Ancona
 
 
 
articolo ripreso da
 
19 - 05 - 2009

Quella rabbia tra Nola e Pomigliano "Alcuni già espulsi, gli altri in bilico"

Il reparto dei Cobas che hanno aggredito Rinaldini: "Li condanniamo ma i sindacati non ci difendono"

(la Repubblica, martedì, 19 maggio 2009

Gli operai: senza una missione produttiva per l’impianto sarà scontro duro 

PATRIZIA CAPUA 

 

Pomigliano d’Arco - È il Polo della logistica, il cuore dello Slai Cobas, dopo il putiferio di Torino dipinto come un covo di fannulloni, provocatori, esagitati, e anche peggio, terroristi. Il reparto "confino" è un capannone nel lotto H dell’Interporto di Nola, a più di venti chilometri dallo stabilimento Fiat di Pomigliano D’Arco. Ci sono 316 tute blu che ieri sono tornate al lavoro per una settimana, come tutti i cinquemila operai, cassintegrati dallo scorso settembre. I Cobas sono partiti da Nola per Torino per accusare: ci hanno "espulsi" dalla fabbrica e portati quaggiù perché siamo un fastidio per l’azienda, con il benestare di Fiom, Fim, Uilm e Fismic. Scelti tra i "rompiballe", i sindacalisti che vogliono alzare la testa, i malati.

Saranno un’ottantina a Nola gli iscritti Slai Cobas, e agli occhi di tutti sono diventati quelli che hanno buttato giù dal palco il leader della Fiom, Gianni Rinaldini. Ma ci sono operai di altre sigle sindacali, e non vogliono che si spari nel mucchio. «È una cattiveria parlare degli "arrabbiati di Nola"» dicono, «così ci chiudono ancora di più nel reparto confino». «Hanno sbagliato i nostri compagni a comportarsi in quel modo» dice subito uno, «ognuno deve far valere le proprie ragioni». Nel quartier generale dello Slai Cobas, a Pomigliano, Vittorio Granillo e Mara Malavenda preparano una conferenza stampa per domani. E una e secca la smentita. «È una montatura, si parla di 30 scalmanati - afferma Granillo - invece i nostri sono arrivati da tutta Italia. È Rinaldini che sembra scivolare ad ogni intervento. Questa volta è caduto su una buccia di banana, in quanto lo stesso Cremaschi sembra che abbia affermato che Rinaldini sia soltanto scivolato. Si nascondono le difficoltà in cui versa la Fiom».

A Pomigliano davanti alla fabbrica si coglie il malessere per i fatti di Torino. «Ci siamo rimasti male, la lotta dovrebbe essere unita, invece non è così» dice Alfredo Tortora, della Lastrasaldatura, «facciamo sacrifici e la nostra immagine è danneggiata». È una guerra tra poveri, afferma Carlo Terrecuso, un’altra tuta blu, ci dovremmo dare una calmata tutti». «Siamo animali al macello» dice un altro lavoratore, «Marchionne è un ottimo manager, con la speranza che ci faccia lavorare. È il governo che non ci garantisce e non deve permettere fughe all’estero. E il sindacato, poi, non ci tutela. L’azienda se ne serve per tenerci a bada. Quando ti mettono la mano sulla spalla ti hanno già fregato». Antonio, stampaggio, gli dà ragione: «Non ci meravigliamo dei Cobas, si sa, fanno cose esagerate. Ma il sindacato non esiste più. Abbiamo anche preso le botte dalla polizia, a che pro? Ora siamo nelle mani del destino. Vogliamo un piano industriale per lavorare».

Intanto rimbalzano in fabbrica le notizie apparse sul sito Affari italiani, sul piano di chiusura di Pomigliano che Marchionne avrebbe presentato alla Merkel. Nessuno ci crede ma cresce la rabbia. «Sono fogli già visti, che ci ha girato l’Ig metal» dice Massimo Brancato, della Fiom, «ma c’è da chiedersi: la Merkel che sta concordando con Marchionne? È del tutto evidente che se la coperta è la stessa, è sempre troppo corta». Una pronta smentita da parte della azienda: è quanto chiede Cesare Damiano, responsabile lavoro del Pd. E ancora più urgente, aggiunge, è la convocazione del tavolo con il governo. Per ora è arrivata solo la smentita.

Lo scontento è alle stelle. Da Pomigliano, Gerardo Giannone, del Cantiere Comunista nel "Giambattista Vico", sollecita: «La Fiat assegni al più presto una missione produttiva a Pomigliano, altrimenti siamo pronti alla guerriglia. Gli operai sono stanchi di tutte queste incertezze - continua - e sono pronti a una lotta dura». 

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COMUNICATO  SLAI COBAS

sindacato dei lavoratori autorganizzati intercategoriale

Sede legale: Via Masseria Crispi 4, 80038 Pomigliano d’Arco (Na), tel.fax: 081/8037023, @mail: cobasslai@fastwebnet.it

Sede nazionale: Viale Liguria 49, 20143 Milano, tel.fax 02/8392117, @mail: slaimilano@slaicobasmilano.org

Comunicato stampa

Nessuna aggressione a Rinaldini!

Provocatori tra i confederali innescano il parapiglia

OCCORRE UNA LOTTA UNITARIA DEI LAVORATORI CONTRO LA FIAT

E I LICENZIAMENTI PROGRAMMMATI DA MARCHIONNE!

Senza nemmeno contattarci per confrontare la nostra versione dei fatti, si è costruita ad arte la falsa notizia di un attacco preordinato e organizzato per gettare dal palco della manifestazione operaia di Torino il segretario della Fiom Rinaldini.

Lo Slai Cobas è sceso in piazza contro la Fiat e per una lotta unitaria dei lavoratori contro la ristrutturazione e i licenziamenti programmati da Marchionne.

Al termine del corteo contro la Fiat si chiedeva a gran voce, con l’approvazione degli operai presenti in piazza, che potessero parlare anche lo Slai Cobas e i lavoratori delle fabbriche Fiat colpite dalla ristrutturazione e dalla minaccia di chiusura, in primo luogo gli operai di Pomigliano deportati da oltre un anno allo stabilimento confino di Nola (anche grazie a un accordo siglato dai confederali).

Stabilimento confino di Nola che ripete l’esperienza vergognosa dei reparti confino fatti dalla Fiat di Valletta negli anni ’50 a Mirafiori, dove venivano rinchiusi tutti gli operai non disposti a subire passivamente lo sfruttamento padronale.

Quando con i dirigenti confederali presenti sul palco era stato concordato che avrebbero potuto parlare anche lo Slai Cobas e gli operai di Nola, qualcuno dei confederali, che evidentemente non condivideva questa decisione, ha innescato una violenta provocazione per impedirlo. Nel parapiglia che ne seguiva

Rinaldini cadeva e veniva aiutato a rialzarsi da lavoratori dello Slai Cobas.

Quando, poi, un rappresentante dello Slai Cobas e uno degli operai di Nola stavano per parlare, come concordato con i dirigenti confederali, qualcuno tra di loro strappava violentemente i fili del microfono per impedirlo. Abbiamo dovuto così parlare, dopo che i dirigenti confederali hanno abbandonato il palco, con il nostro impianto voce e abbiamo parlato ai lavoratori che nella quasi totalità sono rimasti in piazza.

Nessuna aggressione preordinata contro Rinaldini, quindi. Quanto accaduto è stata una scelta deliberata di chi tra i confederali, innescando la violenta provocazione sul palco, vuole continuare ad impedire che i lavoratori possono prendere direttamente la parola e continuino a rimanere succubi di accordi concertativi,a perdere e calati dall’alto.

Lo Slai Cobas ribadisce la necessità di una lotta ampia e unitaria degli operai, dei lavoratori, contro la Fiat e il piano di ristrutturazione e licenziamenti delineato da Marchionne.

Una lotta che deve articolarsi sul netto rifiuto della chiusura di qualsiasi stabilimento, sulla redistribuzione del lavoro tra le fabbriche Fiat, sulla riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, sul salario garantito ai disoccupati, sul blocco degli straordinari negli stabilimenti. Misure che potrebbero essere realizzate utilizzando i profitti fatti dai padroni in questi anni.

Milano 16/5/2009

Slai Cobas www.slaicobas.it

Coordinamento nazionale

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nfo per la stampa 3400021679

 

Rinaldini buttato giù o sostenuto come affermano i Cobas e Cremaschi?

  

COBAS Nessuna aggressione a Rinaldini: lo quereleremo
LEGGERE COMUNICATO:   http://www.slaicobas.it/

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Repubblica – 17.11.08

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Io, schiavo al mercato di Milano per due euro e mezzo di paga

PAOLO BERIZZI

MILANO - Prima cosa: scavalcare. "Lì in mezzo, tra la porta numero 3 e la 4, vai tranquillo", mi suggerisce Driss, un ragazzo marocchino, sorriso sghembo e infreddolito. Se vuoi lavorare come schiavo delle cassette, all'Ortomercato di Milano, devi arrampicarti su questa barriera di ferro - saranno tre metri e mezzo d'altezza - che gira sui quattro lati e che ora traballa per i movimenti accelerati e scomposti di chi sale sopra e salta dall'altra parte. Le quattro di notte. Sono dentro. "Vai al piazzale 60, o al 61, o al 62, o al 63, che c'è lavoro". Calpesti uno dei 450 mila metri quadrati del mercato e ti sbatte addosso la sensazione di essere in un posto dove non sei nient'altro che braccia, ma dove un misero lavoro nero - questo sì - puoi cercarlo in libertà. Senza nessuno che ti punta, che ti intralcia. Confuso nella suburra dei bancali, file interminabili di pile di scatole di legno e di plastica; odori forti di ortaggi, il freddo che li stampa nelle narici; i fumi dei Tir, 300 ogni notte; i camioncini degli ambulanti che aspettano il carico (il nome del proprietario è scritto sulla ribalta con la vernice spray); i caporali che smistano il traffico umano. La spianata di cemento di via Lombroso è il regno del racket delle braccia e delle cassette. Si lavora come servi. Sembra di stare nell'800 sudamericano, o nelle campagne meridionali degli anni Cinquanta. Invece è Milano, la capitale economica d'Italia. Mille chilometri dal cottimismo dei pomodorini di Foggia, di Castel Volturno, di Pomigliano d'Arco. L'Ortomercato - 1 milione di tonnellate di merce venduta ogni anno (il 30% va all'estero) - è gestito da una società del Comune (Sogemi). Qui dentro si carica e si scarica frutta e verdura per sei o anche dieci ore di fila: dall'una di notte alle undici del mattino. Si guadagnano 15-20 euro. Sfruttamento schifoso, tanto al chilo. Ti pago il caffè, dicono gli ambulanti e i grossisti che si presentano in furgone o in Suv ai ragazzi egiziani, marocchini, tunisini, rumeni, albanesi, indiani, filippini, a questo esercito di disperati - qualche centinaio, italiani quasi zero - che ogni notte arriva per tirare su un po' di spiccioli. Molti si rivolgono agli intermediari, i "cacciatori di braccia". Altri fanno da sé. Si mettono lì, fanno la posta davanti agli ambulanti. Si spostano in gruppi. Seguono la corrente dei muletti che schizzano da un posteggio (gli stand dei venditori) all'altro, portano in giro sempreverdi e primizie di stagione dappertutto nella ragnatela infinita dei capannoni (145 imprese,160 produttori locali). Certe notti gli schiavi delle cassette si accoltellano per mettere le mani su un bancale prima che arrivi un altro. Una guerra dei poveri che deflagra negli anfratti bui che circondano i capannoni. Cinque minuti dopo le quattro sono di fronte al padiglione C (sud). Giubbotto, berretto di lana, guanti da lavoro. E due braccia da sfruttare. Tra gli stand delle cooperative che brulicano di venditori e compratori e via Varsavia (dove ci sono le porte 3 e 4) si estendono i piazzali di carico più "battuti": dal 59 al 63. E' un ufficio di collocamento all'aperto. Praticamente ci sono solo immigrati extracomunitari. Quelli già al lavoro. Quelli che arrivano alla spicciolata dopo avere scavalcato la cinta vulnerabile come una fetta di burro. Quelli che "comandano", e a cui si appoggiano i verdurai per reclutare manodopera. Ci sono manovali e magazzinieri "fantasma". Sono invisibili come lo sono - incredibilmente - i colleghi che scavalcano da fuori. E nessuno che li fermi mai. Spuntano dalla cabina di carico dei furgoni. Entrano nel mercato dalla porta principale, la 4, come clandestini, nascosti dove poi verrà sistemata la merce. Via Lombroso è una groviera. Altro che i tornelli promessi da Sogemi nel 2007, annunciati alle cooperative in regola - che sono la maggior parte - e mai installati. "Aspetta qui" mi dice un marocchino sulla quarantina. Paziento tra i bagni fetidi del piazzale 62, un'autoambulanza e una fila di furgoncini. Guardo attorno. Il confine tra l'essere qualcuno o qualcosa e il non essere niente è una fila di mini uffici. Sono i box dei grossisti, disposti lungo il perimetro dei capannoni e anche all'interno. Sono il punto d'approdo di molti "schiavi". I caporali e gli ambulanti li ingaggiano sui piazzali e poi li obbligano a fare la spola tra i camion e gli stand. C'è una confusione pazzesca. Magari il problema dell'Ortomercato fossero "solo" le tonnellate di eternit (tettoie, tubature, rivestimenti) che il Comune in 43 anni non ha ancora rimosso; magari fossero solo gli autoarticolati che arrivano da tutta Europa e, anziché fermarsi nelle aree di sosta, si infilano nelle stradine che come arterie tagliano il ventre molle del mercato. Di più. Il problema non è nemmeno e soltanto la criminalità organizzata - camorra, mafia, soprattutto ndrangheta - che da vent'anni si infiltra nel più grosso mercato alla distribuzione d'Italia (qui aveva messo radici la cosca calabrese Morabito-Bruzzaniti-Palamara, che faceva partire quintali di cocaina e che aveva aperto un night club nella palazzina della Sogemi). La vera piaga è il lavoro nero. Diffuso, trasversale, tollerato, indisturbato. Un sistema che sembra far comodo a tutti. Dei 3mila lavoratori dell'Ortofrutticolo si calcola che almeno la metà siano irregolari. Ci sono cooperative che sembrano specializzate nell'offrire lavoro aumm-aumm; alcune chiudono e poi riaprono sulle proprie ceneri. I titolari si "ripuliscono", escono dalla porta e rientrano dalla finestra. E a poco valgono gli sforzi di guardia di finanza, ispettorato del lavoro e sindacati. Davanti all'ufficio di un grossista che si chiama come il frutto da cui si ricava l'olio, sta per scoppiare una rissa tra egiziani e marocchini. Volano insulti e spintoni. Si ribalta una pila di casse di kiwi. Il solito problema: la guerra dei bancali. Valgono 50 centesimi quando sono carichi di roba. Una goccia nel mare del giro d'affari del mercato (3 milioni di euro al giorno). Il lavoro chiama. Il mio uomo, adesso, è un ambulante italiano, dieci anni di Ortomercato, accento partenopeo intatto. "Questo deve fare due viaggi", mi dice indicando il vecchio furgone con la fiancata scrostata. Due viaggi "pieni". Vuol dire che bisogna caricare la merce. Mi rimbocco le maniche. Siamo in tre, due fissi, uno, l'ultimo arrivato, temporaneo (per stanotte mi chiamo Alberto e vengo dall'Albania). Affondo in mezzo a muri di arance, cime di rapa, lattuga, melanzane, banane, mele, cavoli. Nadil viene da Tunisi. Si è fatto quattro mesi a San Vittore per spaccio. Adesso è qui a caricare: "Vengo ogni notte ed è l'unico posto dove si trova lavoro senza problemi. Un paio di volte mi ha fermato la polizia, ti cacciano fuori, ma la sera dopo ritorni". Il capo gira, controlla. Si allontana per trattare coi grossisti la merce da acquistare e portare ai mercati rionali. Poi torna e chiede di fare in fretta. "Ragazzi, qui si lavora... ". C'è chi aspetta il suo turno, qualche "briciola" da raccogliere, qualche cassetta da impilare. E' infrequente sentire parlare italiano. Tra chi scarica, il rapporto italiani-stranieri è di uno a trenta. Se non fosse per l'auto della polizia municipale e quella della vigilanza privata Securitalia che ogni quarto d'ora tagliano questa folla di lavoratori in nero - molti clandestini - senza battere ciglio, sembrerebbe di stare in un suk africano. Nel caos, alle cinque e mezza, un muletto investe un ragazzo marocchino (irregolare): frattura alle gambe, ricovero al Paolo Pini. Parte il primo viaggio del "mio" furgone. Continuo a caricare. Sono sotto un altro "posteggiante". Un tipo tarchiato con gli occhiali che fa lavorare, a giro, una decina di immigrati, qualcuno giovanissimo. Uno mi offre una manciata di semi di finocchio. E' l'alba. Al bar del capannone D ci sono un busto di Mussolini e un poster del Duce. Dominano il bancone dall'alto. "Fino a qualche anno fa - ragiona il vecchio operatore ortofrutticolo davanti al caffè - in questi piazzali c'erano le cooperative regolari, adesso è uno schifo, un mercato di schiavi che nessuno vuole o riesce a fermare". I padiglioni e i piazzali mano a mano si svuotano. Gli ultimi tir escono che sono le 6. Ma c'è ancora il tempo per tre ore di lavoro. Sono sempre lì a trasportare cassette. Le ordino sul furgone. Con i miei colleghi africani ci capiamo a gesti. La cosa su cui sembriamo più d'accordo è che, tutti noi, non vediamo l'ora che i furgoni escano da qui per piazzare la merce nei mercati rionali. E che i "capoccia" sborsino il misero salario per troppe ore di lavoro. Alla fine della notte, quando la luce del giorno rende ogni operazione meno facile, meno fluida, l'ambulante mi chiama da parte. Dietro un camion. Mi paga. Quindici euro per sei ore di carico. Due euro e cinquanta all'ora. Scavalco di nuovo la barriera di ferro, il confine fra il suk e la città. Sempre lì, tra la 3 e la 4, nello stesso punto da cui ero entrato. "Ciao Alberto, se vuoi ci vediamo domani".

 

Manifesto – 14.11.08

 

Vi spieghiamo il perché del nostro no alla Gelmini – Sapienza occupata

Sapienza occupata Abbiamo attraversato settimane di intensa mobilitazione, che hanno visto la partecipazione di migliaia di studenti e precari di tutte le università, nelle occupazioni, nelle manifestazioni spontanee, nei blocchi dei nessi produttivi nelle città. La parola d'ordine, che ha viaggiato con la rapidità della propagazione delle onde, «Noi la crisi non la paghiamo!», è l'espressione di un'intelligenza collettiva che si forma nelle lotte ed esprime completa il rifiuto a pagare i costi della crisi globale. Da più di un mese assistiamo al crollo sistematico delle borse mondiali, preludio alla vera crisi, quella dell'economia reale. Chi è sopravvissuto fino ad oggi indebitandosi con le banche sarà esposto al rischio di perdere da un lato la capacità d'acquisto e dall'altro la fonte principale di finanziamento dell'apparato produttivo e industriale. In Italia la risposta del governo è chiara: racimolare soldi tagliando indiscriminatamente la spesa pubblica per sostenere il sistema bancario. La legge 133 prevede infatti una serie di provvedimenti volti a «razionalizzare e ridurre la spesa e il debito pubblico». Tra i settori che più vengono colpiti da tagli e privatizzazioni ci sono scuole, università e ricerca. Infatti, insieme alla drastica riduzione del personale, si prevede la possibilità per gli atenei di trasformarsi in fondazione di diritto privato, cancellando così il carattere pubblico dell'istruzione come sancito dalla Costituzione. Non ci sorprendiamo, sono ormai 15 anni che università e ricerca non vengono considerati come settori strategici in cui investire, sia dai governi di centrodestra che di centrosinistra. Crediamo che l'uscita dalla crisi sarà possibile solo investendo in un modello capace di coniugare maggiori investimenti nelle scuole, nell'università e nella ricerca, pubblica e libera dalla dicotomia stato-mercato. «Noi la crisi non la paghiamo» significa in primo luogo la richiesta di abrogazione delle leggi 133 e 137, in quanto strumenti principali di dismissione di scuola ed università. Occorre ora continuare ad immaginare una nuova analisi adeguata alla controffensiva proposta dal governo proprio in questi ultimi giorni. Le linee guida dell'ultimo decreto Gelmini sull'università, aldilà delle presunte «astuzie» comunicative, ci consegnano il quadro più complessivo del tentativo di riforma: differenziare i finanziamenti per gli atenei, usare la retorica del merito per dequalificare i saperi e costruire gerarchie nel mercato del lavoro, imporre una presunta logica dell'efficienza produttiva per innalzare le rette, rafforzare i numeri chiusi e introdurre i prestiti d'onore, ovvero quel meccanismo del debito che sostanzia i processi di finanziarizzazione del welfare, così come la loro crisi. Proprio tale dispositivo (ampiamente dispiegato nella corporate university , ma che già qualifica in nuce la specificità del sistema didattico del 3+2 e dell'ultimo decreto di Mussi) diventa proposta politica ed economica da un lato per privatizzare l'università, dall'altro far pagare direttamente agli studenti i costi della formazione. Di fronte a questo programma, la proposta di copertura delle borse di studio per gli idonei non vincitori è una magra consolazione, il tentativo di un governo in profonda crisi di avanzare una mediazione minima, nel tentativo di innalzare una flebile diga per arginare qualcosa di molto travolgente. Questo qualcosa si chiama onda anomala. L'assemblea nazionale di domani e domenica sarà un'occasione di discussione importante per tutte le facoltà e gli atenei in mobilitazione, non solo per intensificare la critica rispetto alla legge 133 e ai futuri sviluppi delle politiche di governo, ma soprattutto per concepire una prima discussione che si ponga come obiettivo quello di garantire l'estensione e la durata di questo movimento. Progetto solo in apparenza ambizioso, se si considera che le condizioni per dare una dimensione di complessività e di continuità a questa protesta già si stanno affermando: questo movimento, infatti, nel contestare delle riforme specifiche, già rivolge una critica più ampia a tutto il sistema della formazione e del lavoro. Nel corso di questa mobilitazione, infatti, ogni giorno già poniamo in essere un modo radicalmente differente di attraversare e vivere le nostre università, di creare saperi, di condividere conoscenze e relazioni, di costruire e ripensare alla radice il concetto di pubblico. Si tratta ora, con questa prima discussione nazionale, di definire un progetto ampio che riesca ad immaginare i discorsi e le pratiche comuni attraverso cui continuare a far vivere la straordinarietà di quello abbiamo fin qui prodotto. E di progettare un'autoriforma, cioè di dar vita non solo a un'assemblea programmatica, ma a un momento costituente, in cui tutti insieme definire una proposta di riforma possibile per l'università. Criticare il definanziamento e il progetto di dismissione del sistema formativo significa infatti non attestarsi alla conservazione dell'università esistente, come l'abbiamo vissuta fino ad ora, perché quell'università è il luogo di moltiplicazione della precarietà, di dequalificazione dei saperi, della subordinazione al potere baronale. La sfida, ben più radicale, è di individuare le tracce progettuali attraverso cui trasformare l'università, non in un più o meno lontano futuro ma nel presente. L'unica riforma possibile è quella che abbiamo già iniziato a praticare come studenti, ricercatori e dottorandi. L'autoriforma è per noi l'affermazione concreta di quell'esercizio di libertà collettiva che stiamo conquistando, la pretesa minima di un movimento che già si sta esprimendo in tutta la propria indipendenza e irrappresentabilità da partiti e sindacati. Rifiutare di delegare ad altri la decisione sull'università significa cominciare a definire linee di autonormazione attraverso cui far vivere un nuovo modello della formazione. L'autoriforma è infine il modo per continuare ad agire all'altezza e oltre la crisi, per costruire tutti insieme un campo nuovo di possibilità dentro e fuori le università, continuando a propagare e a organizzare le onde. Perché il tempo della trasformazione è qui e comincia ora. Anzi, è già cominciato.

 

L'invasione dei 100 mila - Stefano Milani

ROMA - Quanto sarà alta l'Onda? Ce la farà ad allagare Roma? E, soprattutto, riuscirà straripare nei piani alti di Palazzo Chigi e far cambiare rotta alla Gelmini? Oggi la risposta, per quella che si prospetta come la più grande manifestazione dell'università e della ricerca vista negli ultimi anni in Italia. Le previsioni di affluenza sorridono agli organizzatori, un po' meno quelle metereologiche. Dopo il nubifragio di ieri nuvoloni neri minacciano anche oggi il cielo della capitale. Ma come fa l'Onda ad aver paura dell'acqua? E difatti sarà invasione. «Saremo più di centomila», confidano dai collettivi. La macchina (auto)organizzativa è stata fin qui perfetta. Decine di treni sono partiti da diverse stazioni del Belpaese: Milano, Bologna, Firenze, Napoli, Bari. Vagoni "speciali" a prezzo politico chiedevano gli studenti, "sconto comitiva", ha risposto picche Trenitalia. Chi non si è accontentato allora ha tirato fuori la propria auto dal garage o si è fatto otto ore di pullman stipato come una sardina. Ogni mezzo è buono per esserci. Troppa è la voglia di manifestare, perché «la legge 133 deve essere ritirata. Subito», continuano a chiedere insistentemente i ragazzi dell'Onda. Ma chi non riuscirà a partire per Roma non starà certo con le mani conserte. Stessi slogan riecheggeranno in diverse città italiane: da Palermo a Ragusa, a Caltanissetta, Trani, Barletta, Foggia, Perugia, Teramo, Prato, Siena, Treviso, Venezia, Padova, Torino, Cuneo, Bergamo, Genova. Contro una legge «ammazza futuro» e ammazza istruzione che fino al 2010 taglierà di un terzo il finanziamento ordinario alle università (702 milioni di euro in meno nel 2010 e 835 milioni nel 2011) e limiterà i fondi da erogare agli enti di ricerca. In piazza contro la 133 ma non solo. Gli studenti oggi chiederanno anche altro: una progressiva riduzione delle tasse universitarie, l'eliminazione dei blocchi all'accesso (numero chiuso), lo scardinamento del sistema 3+2 con l'abolizione dei crediti, più borse di studio, alloggi e servizi, maggiori fondi alla ricerca, trasparenza nei concorsi, abolizione dei contratti atipici e lavoro stabile ai precari. Richieste che diventeranno motivi di discussione nella prima assemblea nazionale dell'Onda (in programma domani e domenica sempre a Roma nelle facoltà occupate della Sapienza, www.ateneinrivolta.org per consultare il programma completo dei vari workshop) e che poi si materializzeranno in una controproposta degli studenti da presentare al governo e al ministro Gelmini. In totale saranno quattro i cortei di oggi a Roma. La partenza è per tutti fissata alle 9:30. Dalla Sapienza, al grido «Noi la crisi non la paghiamo», si muoverà il troncone più numeroso, composto dagli universitari del più grande ateneo d'Europa, che aumenterà di volume man mano che si avvicinerà a piazza dei Cinquecento. Lì, infatti, si accoderanno gli studenti medi, arrivati dalla vicina piazza Barberini, e i fuorisede e i ritardatari scesi dalla stazione Termini. Poi il tragitto classico: via Cavour, via dei Fori imperiali, piazza Venezia. Sotto il Vittoriano l'Onda toccherà la sua altezza massima venendo a contatto con il terzo corteo proveniente da piazzale dei Partigiani a Piramide, con gli universitari e ricercatori di Roma Tre. A questo punto si tenterà l'intentabile: fuoriuscire dalla manifestazione ufficiale indetta dai sindacati (che parte dalla Bocca della Verità e diretto a piazza Navona) e marciare compatti verso Montecitorio per «un'invasione simbolica e pacifica, a mani alzate e volto scoperto». Ma solo il sentore è bastato a far scattare l'allerta in Questura che domani schiererà sulle strade capitoline un numero "speciale" di caschi blu e camionette. Ordine del Viminale che vede fantasmi travestiti da «facinorosi» aggirarsi per le vie dell'Urbe, perciò ribadisce: linea dura contro chiunque proverà a violare le "zone rosse". Ma l'Onda alza le mani e rassicura: «Siamo sì anomali, ma soprattutto non violenti».

 

Se l’Italia vuole far l’americana - Benedetto Vecchi

L'università regolata secondo una logica imprenditoriale, con fonti di finanziamento diversificate, che vanno dal generoso flusso di investimenti pubblici alle donazioni di fondazioni private legate a grandi corporation, dai ricavati delle royalties dei brevetti derivanti all'attività di ricerca «interna» alle rette degli studenti, acquisite direttamente o attraverso il prestito d'onore. A questo va aggiunta la possibilità di «reclutare» i docenti e i ricercatori sul mercato, puntando a una individualizzazione del rapporto di lavoro. E visto che le merci prodotte sono alquanto particolari - l'immateriale sapere, ma anche una forza-lavoro acculturata vanno attivate tutte le procedure per certificare la loro qualità e per valorizzare il marchio, cioè il nome dell'università. Sicuramente un laureato in legge a Harvard ha maggiori possibilità di trovare un buon lavoro di chi è laureato, ad esempio, a Austin, nel Texas. Ma se la laurea riguarda un master in computer science, il campus di Austin è più titolato del campus di Miami. In altri termini, va ricercata l'eccellenza, perché questo garantisce la riproduzione del flusso di finanziamenti. È questa, schematicamente, la composizione del bilancio e la spinta alla competizione di una research university o di una teaching university statunitense proposti sia dall'attuale compagine governativa che da alcuni opinion makers per il nostro paese, come testimonia l'editoriale di Francesco Giavazzi sul Corriere della sera di alcuni giorni fa. Certo, a leggere le notizie e le analisi che vengono dall'altra parte dell'Atlantico ogni dubbio è lecito sul buon stato di salute dell'università made in Usa. Ma la critica al modello della formazione statunitense non dovrebbe sottolinearne solo le crepe e le antinomie. Semmai dovrebbe rintracciare il venir meno della forza propulsiva di un modello formativo che si è andato affermandosi nel corso del Novecento da quando il filosofo John Dewey ne definì le linee essenziali. È noto che Dewey sottolineò che il compito principale della scuola e dell'università era di fornire un sapere fortemente orientato alle richieste del mercato del lavoro. Da buon pragmatico, l'autore di Scuola e società e Democrazia e educazione era altresì convinto che un sistema della formazione efficiente dovesse prevedere una ricerca scientifica di base impermeabile alle pressioni delle imprese, ma comunque aderente agli imperativi degli «interessi nazionali». Per questo motivo, Washington doveva mettere a punto un insieme di norme affinché i risultati della ricerca potessero essere di pubblico dominio per tradurli in innovazioni tecnologiche, di prodotto e organizzative. Un modello, quello di John Dewey, sopravvissuto al suo ispiratore, avendo tuttavia la capacità di modificarsi al ritmo dei mutamenti intervenuti nel mercato del lavoro e delle necessità dell'economia capitalista statunitense. Ma è con gli anni Ottanta che entra in una crisi che costringe a una diversa modulazione nel rapporto tra formazione scolastica e mercato del lavoro. Un decennio, quello della controrivoluzione neoliberale, che vede insediarsi al centro della scena il tema della formazione permanente. Le università devono quindi adeguarsi e proiettare la loro azione su un piano globale. Da qui la crescita dell' e-learning e delle università telematiche. La rete accentua così la crisi dell'università come centro deputato alla formazione superiore, ma al tempo stesso è il dispositivo che potrebbe consentire il suo superamento, grazie alla trasformazione dell'università come nodo di una rete deputata alla formazione di una forza-lavoro flessibile e adeguata alle competenza necessarie richieste da una organizzazione produttiva altrettanto flessibile. Ma se questa è la tendenza al di là dell'Atlantico, nel vecchio continente e in Italia la formazione e il lavoro sono mondi che cercano di tessere un legame che trova un ostacolo nel carattere peculiare della merce, il sapere, che la formazione dovrebbe produrre. È da oltre un decennio che ogni proposta di riforma del sistema universitario incontra resistenza. Nella Francia degli anni Novanta e all'alba del nuovo millennio, c'è rivolta della «materia grigia», così come si sono autodefiniti i movimenti sociali universitari di protesta. Lo stesso in Spagna e in Grecia. La rivendicazione è di un'autonomia del sapere dalla logica economica dominante. E mentre i governi nazionali e il parlamento europeo parlano della costruzione di una «società della conoscenza», di formazione permanente e di rapporto tra lavoro e formazione, nelle università tematiche dell'autoformazione e della costituzione di «università autonome» costituiscono lo sfondo in cui collocare la critica contro i tentativi di importare il modello statunitense e l'altrettanto radicale presa di distanza da una concezione dell'università come dispositivo preposto alla formazione della futura classe dirigente e di una forza-lavoro che fa sue le regole dominanti fuori le mura degli atenei. In altri termini, le università diventano il laboratorio per la costituzione di un sistema della formazione di una forza-lavoro adeguata al capitalismo contemporaneo, ma anche le forme di resistenza ad esso. E questo è evidente nella riforma Berlinguer-Zecchino, in quella di letizia Moratti e nelle linee guida presentate nelle settimane scorse daall'attuale ministro Mariastella Gelmini. In primo luogo, perché è cambiata la composizione sociale della popolazione studentesca. L'accesso al sapere e il diritto allo studio sono oramai considerati diritti sociali di cittadinanza non mediabili. È questa una delle eredità del Sessantotto che viene oramai considerato un a priori insindacabile che rende impraticabili tutti i tentativi di riforma dell'università che vogliono limitare o solo regolamentare l'accesso al sapere. C'è poi il fatto che molti giovani sperimentano un rapporto intermittente con il mondo del lavoro sin da quando frequentano le università. La condizione studentesca attuale contempla dunque l'esperienza dell'intermittenza lavorativa, mentre l'università funziona come un dispositivo che deve educare proprio a quella precarietà che diviene il carattere dominante nei rapporti di lavoro nel capitalismo dominante. Da qui la rivendicazione di un'autonomia del sapere e dell'università dal mondo delle imprese. Non per riproporre l'antico modello universitario, ma come critica permanente della sapere in quanto forza produttiva. Ma ciò che è dirimente in queste settimane di mobilitazione nelle università italiane è il venir meno di quell'alleanza con i docenti, che hanno sempre costituito uno dei poteri forti negli atenei. La condizione studentesca non è più un «rito di passaggio» alla vita adulta, ma una forma di vita che assume la precarietà e la formazione permanente come terreni conflittuali. È forse in questo fattore che l'onda mostra la sua anomalia. Non c'è più separazione tra condizione studentesca e mondo del lavoro. Gli studenti si presentano in società come forza-lavoro già attiva, che ha imparato la lezione del modello statunitense e di quello vigente nei paesi europei. Entrambi sono considerati propedeutici a una limitazione delle libertà: di movimento, di espressione, di progettare la propria vita. Non è una fuga in avanti, ma l'onda anomala di queste settimane è espressione di quella mutazione delle forme di assoggettamento alle regole del lavoro salariato che tanto nella vecchia Europa che negli Stati Uniti sono la posta in palio nella ridefinizione delle università come un nodo di un sistema della formazione che dovrebbe accompagnare uomini e donne dalla culla alla tomba all'interno di un mercato del lavoro dove la precarietà è condizione necessaria e sufficiente. L'anomalia di questo movimento sta proprio nel rifiutare questo nesso tra formazione e lavoro.

 

L'ideologia tardo liberista della riforma - Marco Bascetta

C'è una ragione più profonda dell'arroganza, della stupidità e dell'approssimazione che sottendono la riforma Gelmini (quella della scuola e quella, nota per il momento solo nelle sue linee guida, dell'università) che spiega il rifiuto deciso e generalizzato con cui si è scontrata. Pur essendo perfettamente in linea con le riforme di destra e di sinistra degli ultimi decenni (con la sola aggiunta di qualche indigesta molestia ideologica) essa paga lo svantaggio di giungere al termine di un ciclo, quello dell'ubriacatura neoliberista, che ha ormai sperimentato tutti i possibili fallimenti, disatteso promesse, frustrato aspettative, aperto una lunga e tetra prospettiva di crisi. Un solo esempio. I nostri turboriformatori arrivano oggi a proporre il «prestito d'onore», un dispositivo che indebita gli studenti fino al collo per finanziarsi gli studi. Una volta laureati e oberati di debiti, questi ultimi saranno costretti, in una condizione di estrema incertezza del mercato del lavoro, ad accettare qualunque cosa per saldare il conto e difficilmente riusciranno a saldarlo. Come suona in un mondo che sta affogando in un mare di debiti impagabili e di crediti inesigibili una siffatta trovata? Comprereste un derivato che contiene il debito studentesco? L'intero disegno della riforma, accecato dall'ideologia, putrefatto prima di nascere, ha qualcosa di postumo. Procede come se ci trovassimo in una fase di espansione dell'economia liberista, in un pullulare di aziende che investono in ricerca e innovazione, in presenza di una crescita dei redditi familiari pronti ad investire in formazione e cultura. Procede, insomma, tra menzogne e patetici decisionismi, in un mondo di pura fantasia. Si continua a farneticare di «capitale umano» (espressione ripugnante quant'altre mai) quando questo «capitale» è in continuo deprezzamento, di «imprenditori di sé stessi» quando questi ultimi sono tutti alla bancarotta. Quanto all' «economia reale» o alla «politica reale» non restano che i tagli della spesa e il salasso per chi ancora aspira al «lusso» di una formazione culturale. Riproporre una idea aziendalista della formazione a questo punto e in questo contesto non è solo asineria, è crimine. Gli esiti di questa impostazione, inaugurata dalla sinistra, con l'intento del tutto velleitario, e quindi mai realizzato, di adeguare l'istruzione al mercato del lavoro, sono sotto gli occhi di tutti: precarietà del reddito e precarietà del sapere stesso, prodotto con pochi soldi e in tempi tanto rapidi quanto rapida è l'obsolescenza delle scarne conoscenze acquisite. Questo chiedevano infatti il famoso mercato del lavoro e la leggendaria lungimiranza delle imprese italiane, quel tanto di formazione sufficiente a soddisfare la contingenza e al prezzo più basso possibile. E questa è anche la sostanza reale del feticcio del momento: la meritocrazia. Il merito, fuor di retorica, è una misura che appartiene a chi lo elargisce, ai suoi bisogni e alle sue aspettative: fai quel che serve, nel tempo che siamo disposti a concederti e a costi compatibili. Roba da Renato Brunetta, gustosa caricatura del responsabile di un piano quinquennale sovietico. Questo «merito» non ha nulla a che spartire con il talento o con il sapere, che puntano sempre «oltre» le aspettative della contingenza, che comportano generosità e «spreco», guardano al futuro e non alla piatta riproduzione del presente. Per merito non si intende, invece, altro che un disciplinato processo di adeguamento. Un amico con il gusto del paradosso mi disse una volta scherzosamente che tra i raccomandati, per caso, qualche mente brillante ci poteva pure scappare, ma nel gregge dei disciplinati meritevoli era una eventualità da escludere del tutto. Tra i giovani del movimento circola insistentemente un paragone tra la disponibilità del governo (di tutti i governi liberisti) a investire denaro pubblico nel salvataggio di banche e assicurazioni e la volontà incrollabile di risparmiare nel settore dell'istruzione e della ricerca. È un confronto pertinente e tutt'altro che demagogico. L'intervento pubblico nel settore finanziario si motiva con l'argomento che lì sono racchiuse ormai tutte le nostre vite e le nostre risorse, pensioni, previdenza, risparmi e redditi. Si tratterebbe cioè di un problema che riguarda ormai l'interesse generale della società. Nel sistema della formazione, si potrebbe obiettare, è racchiuso il nostro futuro inteso non solo come potenzialità di sviluppo economico, ma anche come il grado di civiltà cui una collettività può aspirare. E quest'ultimo non si misura con un gretto rapporto costi-benefici, ma comporta, proprio perché proiettato in avanti, sempre un'eccedenza rispetto alle necessità del momento, al pareggio dei conti. Tutto questo riguarda o no l'interesse generale di una società ben più che la «capitalizzazione umana» dei singoli? Ma nelle università, insistono i riformatori armati di mannaia, ci sono sprechi, baronie, clientelismi, privilegi, stravaganze didattiche. Certamente. E le banche non sono forse infestate di truffatori veri e propri, manager privi di scrupoli, taglieggiatori, trabocchetti, burocrazie, indecenti spese di rappresentanza? Chi chiederà conto di ciò? Tra queste due antiche istituzioni la differenza è semplice, l'una sviluppa il sapere (che oggi è comunque appropriato e sfruttato), l'altra il profitto, l'una è istituzione della società, l'altra un potere forte. E non è bastato a una lunga scia di solerti riformatori applicare la terminologia bancaria al mondo della formazione per cancellare le differenze. Quanto al grado di crisi in cui versano il sistema creditizio e quello della formazione è una bella lotta. I tagli all'istruzione sono una scelta politica, come politico è il movimento che li avversa. Sotto attacco è infine il carattere pubblico dell'istruzione. Non solo sul versante dei tagli. L'aver reso precario ed effimero il sapere trasmesso attraverso la frammentazione e l'immiserimento del percorso formativo (più per delirio pedagogico dei programmatori di stato che per tornaconti baronali) ha costretto un gran numero di giovani, comunque disoccupati e precari, ad acquistare continuativamente sul lucroso mercato privato della formazione nuove competenze, a loro volta, quando non truffaldine (si veda il catalogo demenziale dei master), scadenti e a breve scadenza. Adesso si agita il miraggio della trasformazione delle università in fondazioni private alla ricerca di fantomatici finanziamenti, che comunque, già nella loro spettrale improbabilità, spingeranno gli atenei a riorganizzare la didattica secondo un gretto utilitarismo estraneo a ogni spirito critico di autonomia e innovazione. Ma bisogna tenere ben distinta, nella polemica contro i processi di privatizzazione della formazione, l'idea di istruzione pubblica da quella di istruzione statale. L'idea cioè di una sfera in cui si eserciti lo spirito critico dei soggetti che vi operano collettivamente e che interpretano i molteplici e diversificati bisogni culturali di una società in trasformazione, dall'omogeneizzazione dell'istruzione intorno a un rigido repertorio di valori nazionali o patriottici, col dovuto contorno di inni e alzabandiera, cui probabilmente tendono la nuova «educazione alla cittadinanza» targata Gelmini e certamente gli oscuri desideri delle formazioni di estrema destra che cercano di parassitare il movimento. È questo lungo processo di degenerazione e disciplinamento della formazione, che è anche un preciso disegno gerarchico, autoritario e statico di società, che l'onda anomala investe in queste settimane, riallacciandosi a un filo di pensiero critico che si era cominciato a tessere ai tempi della pantera, nel passaggio tra gli anni '80 e i '90. Ma allora la forza intatta della controrivoluzione liberista, il dilagare dell'ideologia aziendalista e le sue promesse di promozione sociale per tutti, nonché l'affezione della sinistra per rapporti sociali e forme di lavoro giunti al tramonto, avevano costituito un solido argine contro il discorso critico Oggi sono Berlusconi e la Gelmini, i giapponesi nella giungla, nel loro intento di assoggettare scuola, università e ricerca a un sistema economico che frana da tutte le parti. «Non pagheremo la vostra crisi» non significa solamente rifiutare i tagli che si accingono a demolire l'istruzione pubblica, ma rifiutare anche di essere risucchiati nel gorgo di regole e di credenze che la crisi economica sta mettendo alle corde. Dall'università e dalla natura extraeconomica della ricchezza che vi si può produrre parte un forte messaggio rivolto all'intera società.

 

«Una fisica d'asporto» - Iaia Vantaggiato

Roberto Casalbuoni si è «innamorato» della ricerca quando - ancora ragazzo - gli capitò tra le mani un libro di Paul de Kruif titolato Cacciatori di microbi . La sua passione, all'epoca, era la biologia. L'amore per la fisica teorica sarebbe arrivato solo dopo. Casalbuoni leggeva Cock e Pasteur ma frequentava un istituto tecnico che poco quella passione gli consentiva di coltivare. E tuttavia. «E tuttavia - racconta - l'amore per la ricerca era troppo forte perché potessi resistergli. Un amore che fa soffrire quando non riesci a risolvere un problema ma che, al tempo stesso, diventa fonte di gioia indescrivibile quando quella soluzione arriva». Oggi Roberto Casalbuoni è preside della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali presso l'università di Firenze nonché direttore dell'Istituto Galileo Galilei per la fisica teorica. Ricerca di base e vita quotidiana. Da profani, qual è il nesso e perché dovrebbe interessarci la pura speculazione? Le rispondo con un esempio. Quando negli anni '20 è nata la meccanica quantistica si trattava solo di un gioco per fisici teorici e sperimentali, fisici che si 'occupavano' di atomi ma che raramente si 'preoccupavano' delle possibili applicazioni delle loro ricerche. Ebbene, senza quelle ricerche la maggior parte degli oggetti tecnologici con cui abbiamo ormai a che fare tutti i giorni - dai cd player ai computer ai transistor alle cellule fotoelettriche - non esisterebbero. Stiamo parlando di ottant'anni fa. Veniamo a tempi più recenti. Internet. E le spiego. Quando al Cern si è cominciato a progettare l'Lhc - l'acceleratore di particelle antesignano del Lep - oltre quattromila fisici di tutto il mondo hanno preso a collaborare tra loro così che si è posto il problema della diffusione e della condivisione delle informazioni. Internet è nato allora e, con Internet, tutti i diversi protocolli di comunicazione che sul web si trovano. Quattro eccellenze su sei - in Italia e secondo i dati del Che, l'agenzia tedesca specializzata nel ranking delle migliori università europee in campo scientifico - riguardano la fisica. Quando, dove e con chi nasce la nostra tradizione? Sicuramente le due figure italiane più importanti - prima della guerra - sono state Orso Maria Corvino a Roma e Antonio Garbasso a Firenze. Ed entrambi hanno cercato di attuare proprio quella politica di cui oggi si sente tanto bisogno. Vale a dire? Reclutare le menti più brillanti. Enrico Fermi, appena laureato, venne a Firenze chiamato da Garbasso e vi rimase dal '22 al '25. Quindi, questa volta su invito di Corvino, si trasferì a Roma. E lo stesso accadde, di nuovo a Firenze, a personaggi come Rossi, Gilberto Bernardini e Beppe Occhialini. Firenze e Roma, dunque. Sì, sono questi i due poli che in qualche maniera hanno contribuito a far nascere la tradizione della fisica italiana. Una fisica, preciso, che si indirizzò verso quello all'epoca rappresentava il campo d'indagine d'avanguardia, la fisica nucleare. Ma nel '38 arrivano le leggi razziali. Già. Dopo le leggi razziali la maggior parte di questi studiosi lasciò il Paese e in Italia rimase solo Edoardo Amaldi, uno dei famosi ragazzi di via Panisperna, che mise su l'Istituto nazionale di fisica nucleare e che divenne il primo direttore del Cern. Una figura chiave quella di Amaldi. Assolutamente sì. Innanzitutto perché fece in modo che l'Infn non finanziasse solo ricerche di fisica nucleare ma favorisse anche altri campi della fisica. E poi perché, grazie ai suoi rapporti con i ricercatori americani, contribuì a far sì che la fisica italiana - a differenza di altre discipline - si internazionalizzasse immediatamente. E oggi qual è il ruolo dell'Italia? In molti ambiti, soprattutto in quello delle particelle elementari, l'Italia è leader nel mondo. Ma non è tutto. Solo per restare all'acceleratore di particelle di cui parlavamo primo, sono circa 600 i fisici impegnati alla sua realizzazione. Lavorano in tutti gli atenei italiani e a coordinarne l'attività è l'Infn. E' pronta l'industria italiana a investire nella ricerca di base? La nostra industria è basata su piccole entità più che altro interessate alla ricerca applicata. Tutto il contrario di ciò che accade in Usa o, addirittura, in Corea. In Corea? Già, la Corea del sud ha fortemente finanziato la ricerca di base, in particolare quella biofisica, e ciò ha determinato un circolo virtuoso che alimenta, insieme alla ricerca, lo sviluppo industriale. Lo stesso, in Cina. Noi, invece, decidiamo per i tagli. All'università, ci viene detto, non alla ricerca. La gran parte della ricerca in Italia si fa nelle università così che i tagli all'università non possono che ripercuotersi sulla ricerca. Che senso ha produrre fior fiori di ricercatori per poi costringerli ad emigrare? Un laureato ci costa sull'ordine dei 500 milioni, 250mila euro. E noi questi soldi li buttiamo letteralmente via. Solo per fornirle un dato: lo sa che quasi il 50% dei ricercatori dell'analogo francese del Cnr, il Cnrs, sono italiani e con regolare contratto? Ma in Italia non viene mai nessuno? Un fisico teorico giapponese che è venuto a Pisa tanti anni fa ha deciso di restare. Sì, può succedere che qualcuno ci rimanga. Per sbaglio.

 

«Ma l'eccellenza non si diagnostica» - Iaia Vantaggiato

Una vita «normale», quella di Salvatore Settis che della massima eccellenza Italia - la Scuola Normale di Pisa appunto - è stato studente, docente e direttore. Che cos'è l'eccellenza e come se ne accerta l'esistenza? La prima regola è che l'eccellenza non può essere autodiagnosticata. Non a caso, per misurarla, esistono già dei parametri internazionali ampiamente elaborati e tuttavia più adatti alla valutazione delle scienze dure che a quelle umane. Si riferisce alla cosiddetta classificazione di Shangai? Quella di Shangai è di certo la classificazione più famosa anche se spesso riportata dalla maggior parte della stampa italiana in maniera grossolana. Non si può fornire una classifica delle università di tutto il mondo senza tenere conto della loro dimensione. Ora è chiaro che una università con 3-4mila professori come la Sapienza 'produce' molto di più rispetto a un'università al cui interno lavorano 40 docenti. Parametri di produttività scientifica, lei dice. Cosa intende? Certo non il numero di pagine stampate quanto piuttosto il loro valore, un valore quantificabile - sempre ammesso che una quantificazione oggettiva sia possibile - attraverso gli indici di citazione e il cosiddetto «impact factor», il fattore di impatto della ricerca. In molti lamentano l'assenza, in Italia, di un sistema di valutazione della ricerca e della didattica. Si tratta di una considerazione troppo netta e poco veritiera. Per anni, presso il ministero, ha operato un Comitato per la valutazione del sistema universitario nazionale (Cnvsu) e recentemente, con il ministro Moratti, è stato anche creato un comitato per la valutazione della ricerca, il Civr, che ha prodotto dei risultati tutto sommato accettabili. Poi che è successo? Poi, purtroppo, è successo che Mussi, per fare meglio, ha ideato un'Agenzia per la valutazione che avrebbe dovuto tenere unite la valutazione della didattica e quella della ricerca. Un'idea ottima, sembrerebbe. Assolutamente sì anche se l'ex ministro ha sottovalutato le difficoltà insite nel progetto. Difficile, con quella maggioranza così rissosa, condurre in porto un disegno di legge di questo tipo. Conclusione? L'Agenzia non è partita e il lavoro dei comitati già esistenti è rimasto bloccato. Ora pare che l'idea del ministro Gelmini sia quello di riattivare entrambi i comitati. In fondo mi sembra un'idea giusta anche se non mi piace l'idea di una valutazione che mantenga separate didattica e ricerca. Ricerca e didattica. Tagli a parte, si può pensare di separarle? Per noi, per la Scuola Normale intendo, didattica e ricerca sono una cosa sola. Dunque se la scure si abbatte sull'università, a cadere sarà anche la ricerca. Certo. Consideri peraltro che, in regime di autonomia, le università sono autorizzate a spendere i soldi del bilancio come meglio credono. Sa cosa significa questo o, perlomeno, cosa ha significato per noi? Che negli ultimi anni io e altri miei colleghi siamo riusciti ad aumentare i fondi interni per la ricerca istituendo borse di 30-50mila euro per i migliori progetti presentati. Un'esperienza che, sotto la scura dei tagli, è destinata a non ripetersi più. Rimarranno pur sempre altri enti di ricerca come il Cnr. E' vero anche se voglio sottolineare, ancora una volta, che buona parte della ricerca - in Italia si fa nell'università e con i fondi delle università anche a fronte di progetti congiunti come il laboratorio di neurofisiologia che la Normale «condivide» con il Cnr. Mettiamo pure che i fondi del Cnr non vengano tagliati ma se ad essere tagliati saranno i fondi della Normale, metà o forse più di questo laboratorio non potrà più funzionare e i ricercatori saranno costretti a tornarsene a casa. E' inutile continuare a dire che i provvedimenti del decreto Tremonti non colpiranno la ricerca. L'hanno già colpita. Ma le «eccellenze», in Italia, riguardano solo le scienze «dure»? Possibile che non ci sia neanche un'eccellenza morbida? Le dirò una cosa che pochi si aspettano e solo perché si tratta di un'università giovane. La facoltà di archeologia dell'ateneo leccese, in Puglia, può vantare laboratori e ricerche di primissimo ordine e non solo a livello nazionale. Prima studente, poi docente. Una vita «eccellente» la sua. Quello che c'è di veramente eccellente alla Normale di Pisa è l'ambiente di ricerca, la qualità del dialogo che si stabilisce fra studenti e fra studenti e docenti, la vita comune e residenziale che ricorda molto esperienze collegiali come quelle di Oxford o di Cambridge. Un lusso, soprattutto se si pensa agli atenei considerati oggi - e arbitrariamente - poco competitivi. Atenei che rischiano di essere colpiti. La 133, è indubbio, colpisce nel mucchio ma è anche vero che le università italiane hanno creduto di poter crescere in tutti i settori dello scibile umano mantenendo livelli eccellenti in tutte le discipline. Una pretesa, io credo, impossibile.

 

Il simulacro dell'eccellenza per mantenere lo status quo - Gigi Roggero

Le parole non sono né neutre né oggettive: disegnano un campo di battaglia. Così, Gelmini invoca il cambiamento per conservare lo status quo, trovandosi non a caso i baroni come unici alleati nel mondo della formazione. Oppure si può sostenere l'eccellenza per organizzare quel processo di dequalificazione dei saperi che permea l'università della (fallita) riforma. L'eccellenza, scriveva negli anni Novanta il teorico nordamericano Bill Readings, non è un criterio o uno standard valutativo: è la risposta ai movimenti studenteschi del '68, il «simulacro dell'idea di università», la riformulazione in termini aziendali dell'accademia humboldtiana, trasmutata in sito per coltivare le «risorse umane» attraverso il calcolo costi-benefici. L'eccellenza - e il suo concetto gemello, la meritocrazia - sono parole prive di un referente. Come il caso anglosassone dimostra, nei cosiddetti centri di eccellenza non necessariamente si trasmettono conoscenze qualificate: sono luoghi che consentono di accumulare «capitale sociale» e «umano», di entrare a contatto con lo star system (figure di fama mondiale strapagate per portare lustro a istituzioni il cui quotidiano carico didattico è interamente scaricato sui precari), di accumulare credito nei meccanismi di inclusione differenziale che governano il mercato della formazione. Al suo interno il valore - delle corporate university e della forza lavoro - viene prodotto attraverso unità di misura artificiali, dal sistema dei crediti a una sorta di reference economy . Ciò non ha nulla a che vedere con la qualità della ricerca e della didattica: è noto come si creino lobby accademiche in cui ci si cita vicendevolmente per aumentare il proprio valore e così decidere la posizione delle riviste nel mercato dei crediti e la composizione della peer review . Allora i sistemi di valutazione, lungi dall'essere quel criterio oggettivo descritto dai liberali italiani, costituiscono in realtà l'imposizione di un rapporto di forza. Un'altra unità di misura del valore è costituito dal numero dei brevetti, la cui nocività per l'innovazione e la qualità della ricerca - dalle nuove tecnologie al genoma - è ormai tema dominante tra gli stessi teorici neoliberali. Eccellenza e meritocrazia sono la cifra retorica che organizza l'aziendalizzazione dell'università, la misurazione artificiale dei saperi e i processi di gerarchizzazione del mercato del lavoro. Ma sono anche la contraddizione centrale del capitalismo contemporaneo, che deve continuamente bloccare la potenza del sapere vivo per poterlo controllare e segmentare. Attenzione, però: la lotta contro la retorica dell'eccellenza non può celare alcuna nostalgia per l'università del passato, proprio perché sono oggi i residui di quel passato, ovvero il governo feudale degli atenei, la via italiana all'aziendalizzazione, una paradossale forma di difesa dei privilegi baronali. L'onda anomala sta invece rovesciando la retorica della meritocrazia: ciò che è stata chiamata autoformazione è la fuga dalle macerie dell'università per sottrarre l'eccellenza dalle gabbie del declassamento e coniugarla con la libertà, in quanto autonomia delle forze produttive e del sapere vivo. Il problema non sono i finanziamenti al sistema universitario spaccato al suo interno da linee di potere e subordinazione. La questione è quella della rivendicazione di fondi per l'autonoma attività di formazione e ricerca di studenti e precari. Questa è la sfida che il movimento ha lanciato con l'autoriforma. Una sfida, questa sì, d'eccellenza.

 

Liberazione – 14.11.08

 

Oggi il "No alla Gelmini" invade Roma. Sfilano studenti e sindacati (senza Cisl) - Castalda Musacchio

Nessun passo indietro. «L'Onda vi travolgerà», e oggi Roma ne sarà totalmente investita. Si attendono oltre 100mila persone tra studenti e universitari da tutt'Italia per tornare a dire forte e chiaro al Governo "no alla riforma Gelmini", "no ai tagli del settore", "no al disfacimento del sapere", "no al decreto 133". Tre cortei attraverseranno la città. Il primo degli studenti universitari che partirà da piazzale Aldo Moro, il secondo degli studenti medi da piazza dei Cinquecento, il terzo alla stessa ora dei sindacati, ad eccezione della Cisl come noto che ha deciso di tendere la mano al governo defilandosi all'ultimo momento dallo sciopero proclamato che si muoverà alla stessa ora da Bocca della Verità. E attraverseranno tutti il centro storico, via Cavour, via dei fori Imperiali, piazza Venezia, un corteo che - giurano in molti - sarà festoso gioioso colorato pacifico, per giungere a piazza Navona, anche se alcuni nei giorni scorsi avevano resa pubblica la volontà di «andare a Montecitorio» per un simbolico «assedio» al Parlamento. Ieri è stata, però, una giornata frenetica di preparativi per quella che per molti significativamente sarà - come dicono dai collettivi - la più grande manifestazione studentesca dal varo dei provvedimenti governativi. Preparativi che non hanno mancato di registrare momenti di vera e propria tensione per non parlare di veri e propri assalti "squadristi". Così è stato per l'azione protratta dal movimento giovanile studentesco vicino ad An alla sede romana della Cgil scuola in via Leopoldo Serra, da parte di una trentina di esponenti contro il sindacato definito «simbolo dello strapotere dei professori, vero cancro della scuola italiana». Così, ancora, si è verificato alla stazione centrale di Milano quando gli studenti, alla richiesta di "biglietti per Roma a prezzo politico, 15 euro" si sono ritrovati di fronte un imponente schieramento delle forze dell'ordine con tutti gli accessi ai binari presidiati. A fianco degli studenti si sono presentati anche Moni Ovadia e lo stesso consigliere regionale del Prc lombardo Luciano Muhlbaeur oltre al consigliere di sinistra critica Pietro Maestri. In mattinata proprio una delegazione dei collettivi aveva tentato un incontro con il prefetto di Milano, Gian Valerio Lombardi, conclusosi con un nulla di fatto. E proprio gli studenti avevano consegnato un documento al prefetto in cui si chiedeva espressamente la possibilità di concedere ai ragazzi una tariffa accessibile contro i prezzi altissimi - 40 euro - imposti ai biglietti. «La nostra parola è stata piuttosto chiara - urlavano i ragazzi -. Se non riusciremo a partire la stazione centrale sarà bloccata e questa non è certo una minaccia ma un dato di fatto». In verità, riferiscono da Milano, il cordone di polizia era quasi inaccessibile persino agli stessi passeggeri. Anche se nessun treno è stato soppresso non sono neppure mancati dei veri e propri momenti di tafferugli con le forze dell'ordine. «Questi ragazzi - ha sottolineato Moni Ovadia - sono il nostro futuro. Sono la parte sana della società ed è anche grazie a loro che anche noi in futuro avremo un presidente meticcio come Obama». Ma fino a tarda sera, la stazione è stata accerchiata e si temeva non si riuscisse ad arrivare ad alcun accordo. Solo a tarda sera, e grazie alla mediazione in campo di Rifondazione, ma anche della Cgil e soprattutto della Camera di lavoro di Milano che è stato possibile risolvere il problema. Si è arrivati così a predisporre un treno charter per Roma. «E dire - sottolinea Muhlbaeur - che è stata netta l'impressione che l'input al no di Trenitalia sia arrivato direttamente dal ministero dei Trasporti e solo - aggiunge - dopo ore e ore di presidi si è ottenuta una cosa normalissima: garantire il diritto pacifico a manifestare». «Noi - urlano i ragazzi - arriveremo a Roma». Ad attenderli i colleghi della Sapienza che, ieri, per tutta la notte hanno predisposto la facoltà di Fisica occupata per l'accoglienza. Ma oggi sarà il gran giorno. Un giorno atteso da migliaia di ragazzi che puntano le carte sul loro futuro. Una protesta che certo non si fermerà. I prossimi appuntamenti sono già in bacheca: per domani e dopodomani assemblea nazionale promossa dalla Sapienza Occupata per l'Autoriforma dell'Università. I temi sul tappeto sono molteplici, la parola d'ordine unica: "Noi la crisi non la paghiamo!". «Crediamo - scrivono gli studenti - che l'uscita dalla crisi sarà possibile solo investendo in un modello capace di coniugare maggiori investimenti nelle scuole, nell'università e nella ricerca, pubblica e libera dalla dicotomia stato-mercato. Noi la crisi non la paghiamo - denunciano - perché questo significa in primo luogo la richiesta di abrogazione delle leggi 133 e 137 in quanto strumenti principali di dismissione della scuola e dell'università. Ma l'Onda - giurano - vi sommergerà!».

 

Netstrike. Fermo il sito del ministro

Ore: 14 di ieri pomeriggio. Luogo: un posto preciso della rete. Esattamente quel «posto» virtuale raggiungibile digitando l'indirizzo «www.miur.it». Bene, chiunque si fosse avventurato su quelle pagine Web, dalla due - e per un'ora - avrebbe letto sul proprio computer sempre la stessa risposta: «Error». Sito inaccessibile, riprovare più tardi. Dati precisi ancora non se ne conoscono, ovviamente, ma tutti ieri pomeriggio hanno potuto valutare il successo del netstrike contro il sito del ministero dell'Istruzione, contro il sito della Gelimini. L'iniziativa, promossa dal gruppo «informatica in movimento» - ospitato sul sito degli «autistici» - ha paralizzato quelle pagine Web per almeno due ore. Il risultato della richiesta di accesso da parte di decine di migliaia di utenti. Il netstrike si fa esattamente così: si va in massa in un sito, provocandone il rallentamento e il blocco. Il sito riparte quando gli accessi calano ma tutti hanno possono di misurare l'adesione all'iniziativa. E anche fra gli utenti della rete, sembrano davvero pochi quelli che sembrano d'accordo con la Gelmini.

 

Il movimento inonda il potere contro l'università dei padroni

Fabio de Nardis*

Oggi il movimento sarà nuovamente in piazza e lo farà con la consapevolezza di dover affrontare la rabbia di un sistema di dominio che agisce da bestia ferita. L'onda anomala si attrezza per la grande mareggiata e difficilmente potrà essere ostacolata nel suo grande obiettivo di riforma democratica dell'università nella critica ferma a un modello di società ormai insostenibile. Il Governo ha tentato inutilmente la scommessa della smobilitazione attraverso un provvedimento fantoccio che non da alcuna risposta a chi protesta da settimane mostrando la forza viva del mondo della scuola e dell'università. Il DL 180 svela le difficoltà del Governo rispetto a un movimento che cresce di giorno in giorno mostrando la vitalità del conflitto sociale che deve oggi estendersi senza tentennamenti. Il governo, con la complicità del partito democratico che veste il ruolo di mediatore sociale, mostra i primi segni di cedimento. Dietro la parvenza di alcune piccole concessioni, mantiene solido l'impianto regressivo presente nella legge 133 che deve essere semplicemente ritirata. Prevedibile la reazione accondiscendente della finta opposizione parlamentare e di alcuni rettori che fin dall'inizio hanno vissuto con imbarazzo il ruolo di agenti di conflitto. Miope la reazione di Cisl e Uil che cadono nel tranello governativo rompendo l'unità dei lavoratori. Nel decreto si confermano i tagli. Questo porterà gran parte degli atenei a sforare i vincoli di bilancio nei prossimi tre anni facendo scattare quasi ovunque il blocco di fatto delle assunzioni con ricadute gravi su didattica e ricerca. Permane la possibilità, che per alcuni atenei diventerà una necessità, di trasformarsi in fondazioni private. Pertanto l'approvazione del decreto non fa in alcun modo venir meno le motivazioni della protesta. Ciò premesso, crediamo che le novità introdotte dal governo vadano analizzate. Moderatamente positivo è il giudizio sulle nuove regole per il reclutamento dei ricercatori (abolizione di scritti e orali, membri esterni nominati per sorteggio, criteri unici nazionali per la valutazione dei titoli), perché vanno nella direzione auspicata dalla parte sana del mondo accademico e dalle associazioni dei precari. Dobbiamo però tenere alta l'attenzione sulla definizione dei criteri di valutazione che il governo non specifica e che a nostro avviso andrebbero discussi democraticamente, non demandandone la definizione solo ai potentati accademici. Positiva sarebbe anche l'introduzione del vincolo di destinazione del 60% del budget all'assunzione di nuovi ricercatori favorendo l'ingresso dei giovani attualmente destinati a infoltire la già troppo vasta schiera dei lavoratori precari. Ma il governo non si smentisce inserendo nel decreto la clausola con cui si consente alle università di utilizzare quelle risorse per assumere ricercatori a tempo indeterminato o determinato. Questa formulazione, oltre a costituire un grave passo verso la definitiva precarizzazione della figura del ricercatore universitario, vanifica di fatto il vincolo di destinazione. È infatti prevedibile un aumento di assegni precari della durata di sei mesi in modo da recuperare rapidamente risorse da utilizzare quasi esclusivamente per gli avanzamenti di carriera. Chiediamo un investimento straordinario per il reclutamento di nuovi ricercatori a tempo indeterminato. Chiediamo inoltre che la figura del ricercatore a tempo determinato divenga sostitutiva non del ricercatore a tempo indeterminato, ma di tutte le altre figure precarie prive dei diritti fondamentali del lavoratore (maternità, ferie, orari, tutela della salute e della sicurezza, tredicesima mensilità, protezione in caso di vacanza contrattuale, contributi previdenziali) attualmente presenti nelle università e negli enti di ricerca. Per quanto riguarda i concorsi, la novità introdotta del sorteggio nell'ambito di una rosa di nomi precedentemente eletta non avrà di fatto alcun impatto sostanziale se non quello di allungare i tempi dei concorsi già banditi dal momento che, visti i tagli, difficilmente ve ne saranno altri. Condividiamo la scelta di mantenere il piano di reclutamento straordinario approvato dal precedente governo e di escludere i 3000 posti ancora da bandire dai vincoli sul turnover. Il governo deve però cancellare il comma del decreto che esclude gli atenei "non virtuosi" dall'assegnazione di questi posti, facendo ricadere sui giovani e i precari le responsabilità finanziarie di organismi amministrativi alla cui elezione essi attualmente non partecipano. Tale novità è addirittura peggiorativa rispetto alla stessa legge 133. Piccole novità procedurali possono accontentare qualche rettore e i partiti pseudopposizione. Ben poco rispetto alla domanda di civilizzazione espressa dall'Onda che per questo non ha ragioni per smobilitare. Oggi l'università democratica si riverserà nelle strade di Roma e noi saremo al suo fianco rispettandone l'autonomia come è stato fin dall'inizio. Domani comincerà la grande assemblea di movimento per discutere l'università nuova che si costruisce a partire da oggi attraverso l'approfondimento di tre grandi assi tematici: il diritto allo studio, nel quale occorre a nostro avviso rivendicare una formazione pubblica, di massa e gratuita; la grande questione della didattica e del suo nesso con la ricerca, che vanno a nostro avviso ridefinite svincolandole da ogni condizionamento mercatistico e produttivistico; il lavoro, rivendicando il diritto di donne e uomini ad essere liberati dall'obbrobrio della precarietà. A questo noi aggiungiamo la difesa della scuola e dell'università della Costituzione, nella quale è radicata la convinzione del carattere libero, laico, autogestionario della formazione pubblica. Saremo ancora una volta in piazza per gridare il nostro progetto di università di massa e di qualità dentro un modello di società libero dallo scontro irrazionale tra capitali.

*responsabile Università e Ricerca Prc-Se

 

La Stampa – 14.11.08

 

Tutti a Roma contro la Gelmini – Flavia Amabile

Sono arrivati da Milano in circa 500 per la manifestazione contro i tagli nelle università. Poco prima della partenza dal treno qualcuno di loro ha lanciato un grosso petardo e acceso alcuni fumogeni al grido di "Dax è vivo e lotta insieme a noi", l'esponente dei centri sociali ucciso da militanti di destra alcuni anni fa. Poco prima ancora c'erano stati spintoni con le forze dell'ordine, un tentativo di bloccare l'accesso ai binari, passeggeri dirottati su passaggi protetti per evitare problemi. Sono giunti a Roma questa mattina gli studenti milanesi dopo aver strappato, senza che si sia capito davvero come, un prezzo politico di 15 euro a testa in una trattativa durata ore con Trenitalia mentre la stazione di Milano era presidiata da decine di poliziotti in assetto antisommossa.  Trenitalia ha messo a disposizione un treno charter e ha parlato di una concessione "al prezzo di mercato" - come confermato da una nota della Prefettura. Gli studenti hanno ipotizzato una somma di 18.000 euro, per far partire il convoglio: 8.000 raccolti dai manifestanti, 5.000 messi a disposizione dalla Cgil e 5.000 da Rifondazione Comunista. Tutti hanno ammesso il ruolo della Camera del Lavoro di Milano, sottoscrittrice del contratto per il treno charter. Nel frattempo a Roma un gruppo di giovani di destra di Azione Studentesca occupava la sede della Flc-Cgil, come avrete visto dal video in cima al post. Alla Sapienza alcuni professori impegnati in una lezione di diritto venivano invitati a sgomberare. E gli studenti annunciavano l'occupazione della facoltà per fare posto ai ragazzi che arrivano oggi da tutt'Italia per la manifestazione e poi per l'assemblea nazionale contro la riforma universitaria che si terrà sabato e domenica prossimi. Eccoci al 14 novembre. E pensare che quando scrissi l'articolo 'E la protesta continua' in molti mi dissero: 'vedrai, tempo due giorni e tutto sarà finito'. Ne sono trascorsi dieci di giorni, da allora ho scritto altrettanti post sulla scuola: la protesta continua davvero. Con la speranza che si eviti di trasformarla in qualcos'altro.

 

Epifani attacca: "Gli assenti sbagliano"

ROMA - Sono arrivati alla Stazione Termini da tutta Italia, con autobus e treni partiti all’alba o a notte fonda, per partecipare al corteo degli studenti, uno dei «serpentoni» che oggi attraversano Roma: il corteo dei sindacati Cgil e Uil è partito da Bocca della verità, i cortei degli universitari hanno preso il via dalla Sapienza e da Roma Tre e quello che si è mosso dalla fontana dell’Esedra. È proprio la stazione centrale di Roma il punto di partenza di moltissimi universitari e studenti medi che confluiranno a breve in uno dei tre tronconi del corteo. Un centinaio di ragazzi dell’Università di Brescia, ad esempio, si aggregherà a quello delle scuole superiori che partirà da Piazza della Repubblica, insieme a diverse delegazioni delle Università di Bologna, Torino e Gorizia. Centinaia di studenti arrivati da tutte le Marche, Senigallia, Ancona, Macerata e Falconara si aggregheranno a quello della Sapienza che parte da Piazzale Aldo Moro. Intanto Piazza della Repubblica inizia a riempirsi di striscioni e slogan di protesta: «Rilanciamo la scuola, tagliamo la Gelmini», «Non faremo mai economia del nostro sapere. Firmato Torino», «Facoltà di dissentire. Scienze internazionali e diplomatiche». «Chi non c’è sbaglia», attacca il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che ha raggiunto il corteo. Un affondo contro l’assenza della Cisl. «È una manifestazione molto ampia, con tante anime. Chi non c’è sbaglia. Ogni volta che provano a isolarci -afferma Epifani rispondendo a chi gli chiede se vi sia un tentativo in tal senso- gli va male. Però persistono e perseverare è diabolico. Sto preparando -annuncia riferendosi agli incontri che ci sarebbero stati a Palazzo Grazioli - le lettere a Bonanni e Angeletti. Chi dice le bugie ha le gambe corte». Tornando al corteo di oggi Epifani evidenzia che «ancora una volta si conferma una grande manifestazione di giovani e di lavoratori. C’è una richiesta forte di riforma e non di tagli. La Gelmini - conclude - continua a dire che non vogliamo la riforma. Non è così. È lei che continua a contrabbandare i tagli come una riforma. Apra un tavolo e vedrà che c’è disponibilità e ci sono proposte». La protesta sbarca dunque nella Capitale. Dopo aver contestato "in casa", gli studenti di tutta Italia - ma anche ricercatori, precari, docenti, allievi di accademie e conservatori - sono arrivati a Roma per trovare un momento di sintesi e gridare tutti insieme il loro "no" alla riforma Gelmini, alla manovra estiva (la famigerata legge 133), ai tagli dei finanziamenti, al blocco del reclutamento, alla possibilità di trasformare gli atenei in fondazioni. Una protesta, quella di oggi, che sarà amplificata anche da iniziative e cortei a livello locale e che si muove su due binari: quello dei sindacati, rappresentati, dopo la rinuncia delle rispettive categorie di Cisl, Ugl e Snals, da Cgil e Uil; e quello degli studenti, dell'"Onda", come è stato battezzato il movimento che da settimane agita gli atenei italiani. I primi hanno organizzato un loro corteo (partenza Bocca della Verità, destinazione piazza Navona), i secondi sfileranno in più cortei: tutti (centomila è la stima) punteranno su piazza Navona. Presenza massiccia dunque delle forze dell’ordine che già ieri hanno monitorato le partenze. Il timore è che nei cortei, soprattutto in quello dove confluiranno i Collettivi studenteschi, possano infiltrarsi personaggi dell’antagonismo e di alcuni centri sociali, "agitatori" di professione. Attenzione alta, dunque, soprattutto nelle stazioni ferroviarie, già da ieri pomeriggio. A Milano studenti delle superiori e universitari - tra le 300 e le 400 unità - sono partiti dalla stazione Centrale a bordo di un treno speciale. Il clima è tornato sereno dopo che, ieri pomeriggio, si era registrata tensione con le forze dell’ordine in seguito al tentativo degli stessi studenti di bloccare con i loro striscioni e con la loro presenza l’accesso ai varchi che conducono ai binari. Dalla stazione di Venezia un treno speciale (15 carrozze), noleggiato dalle rappresentanze degli studenti medi e universitari (i biglietti sono stati pagati anche attraverso sottoscrizioni e collette autogestite), è partito in tarda serata, facendo tappa a Mestre e a Padova. Millecinquecento fra studenti e docenti delle università e delle accademie arrivano a Roma dalle Marche (25 i pullman organizzati dal sindacato) e un treno straordinario (700-800 posti) ha lasciato alle 6 di questa mattina Napoli dove molte scuole superiori si sono organizzate per raggiungere la capitale in pullman. In tanti, tra studenti e lavoratori, arrivano dalla Calabria a bordo di torpedoni e mezzi propri. In tanti poi hanno raggiunto Roma, in queste ore, a bordo di mezzi privati per partecipare all’assemblea nazionale del movimento in programma sabato e domenica alla Sapienza e dieci sono gli autobus predisposti dal sindacato. In Sicilia, dove circa 200 persone su iniziativa della Flc regionale sono in partenza per la Capitale, iniziative di protesta sono in programma nelle principali città sedi di Atenei. Ma la protesta degli studenti italiani si colora anche d’Europa: oggi è in calendario, infatti, anche una manifestazione davanti all’ambasciata italiana a Bruxelles, una mobilitazione dei ricercatori italiani di Monaco di Baviera, lo sciopero degli studenti che seguono l’Erasmus a Siviglia e un sit-in di studenti, ricercatori e professori davanti al consolato italiano a Parigi.

 

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Barak Obama è presidente degli Stati Uniti. E’ ottimista chi si aspetta

da lui una discontinuità politica reale che vada oltre il superamento

pragmatico dei mille fallimenti di George Bush, ma sbaglia chi nega che

si sia di fronte ad una discontinuità culturale reale e fortissima per almeno

tre motivi.

 

di Gennaro Carotenuto

 

L’elezione del figlio di un migrante alla presidenza degli Stati  Uniti, un migrante dalla pelle nera, ci testimonia che i muri, i confini, i pregiudizi possono e debbono essere abbattuti, che la  cultura della discriminazione, della gerarchia, delle élite e del razzismo possono essere spezzate, che soffitti di cristallo sulla testa dei migranti, delle donne, degli sfruttati, non sono eterni e possono cadere in mille pezzi.

Certo, alla rottura di una barriera va dato contenuto politico perché non rappresenti il successo personale di uno, e ad oggi e nei programmi Obama non ha proposto particolare sostanza, ma è indubbio che i discriminati e gli sfruttati da quel muro abbattuto oggi negli Stati Uniti possano trarre un motivo di speranza e di orgoglio per continuare il cammino.

 

E si possono mettere in cammino perché la più nefasta macchina di discriminazione, di sperequazione, discriminazione, inquinamento e ingiustizia sociale al mondo, il capitalismo neoliberale, la legge del più forte per la quale è eticamente giusto far affondare il pianeta nella

precarietà, è in rotta. I neoconservatori, il fondamentalismo protestante,meno di un lustro fa ancora era convinto di avere il diritto di dominare ilmondo.

 

Oggi George Bush passerà alla storia come il peggior presidente degli Stati Uniti, il Romolo Augustolo che ha posto fine all’era del reaganismo. E’ il fallimento non solo etico dell’inefficiente oltre che criminale sistema neoliberale che noi cassandre preconizzavamo da sempre. Di nuovo Obama non profila una rottura netta con quella storia, e forse neanche una reale discontinuità, ma che l’uomo dei brogli, dei golpe, della tortura, delle guerre, dell’ignoranza al potere terminasse

il suo mandato come uno sconfitto, ridicolo, impresentabile, dal quale nessuno comprerebbe un’auto usata è un segnale di ravvedimento di questo pianeta.

 

 

 

 Il terzo motivo è che il migrante keniota di seconda generazione Barak Obama è un ragazzo del

1961, come José Luís Rodríguez Zapatero in Spagna. In Francia, ed è un  conservatore, è presidente il figlio di un immigrato ungherese, Nicolas Sarkozy. In Germania è cancelliere una ragazza dell’Est,Angela Merkel  di origini umili come Gordon Brown, il primo ministro inglese.

In Cile una ex-esiliata politica, Michelle Bachelet, è presidente e in Argentina è presidente una donna peronista, Cristina Fernández. In Brasile un operaio, Lula da Silva, con un dito maciullato sotto un  tornio sta governando il paese con lealtà verso i suoi elettori. In Bolivia è presidente un indigeno, Evo Morales il padre del quale non sarebbe neanche potuto entrare nella piazza principale di La Paz, vittima dell’apartheid come quelli del Congresso nazionale africano che  oggi governano il Sud Africa. In Venezuela è presidente un meticcio dell’Orinoco, Hugo Chávez, figlio del mescolarsi secolare di generazioni di schiavi e di indigeni, le grandi maggioranze escluse che

stanno cambiando il paese.

 

Comunque la si pensi di questi governanti sono donne e uomini di una nuova generazione, di un mondo nuovo e di un secolo nuovo. Solo in Italia governa

l’uomo più ricco del paese, Silvio Berlusconi, un uomo anziano e vecchio d’idee, sessista, razzista,

volgare, bugiardo, corrotto e corruttore. Solo in Italia governa, e con quali compagni di ventura, i Gasparri, i Calderoli, un mostro del passato. Il prossimo muro, per quanto alto ci appaia, lo dobbiamo  abbattere noi!

 

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    x  «Sciopero generale» - Loris Campetti   Manifesto – 1.11.08

 

«Non siamo stati noi a rompere il percorso unitario dei sindacati del pubblico impiego: la decisione è stata presa, e subito dopo la straordinaria giornata unitaria di lotta della scuola, da due confederazioni, la Cisl e la Uil. Noi manteniamo le tre giornate di sciopero e il programma decisi unitariamente, e a questo punto giungeremo a uno sciopero generale di tutta la funzione pubblica perché per noi e credo per l'insieme dei lavoratori che rappresentiamo, quell'accordo siglato da Cisl e Uil che attacca l'occupazione, penalizza i precari e riduce ulteriormente il potere d'acquisto dei salari è inaccettabile. Uno sciopero generale da effettuarsi, naturalmente, prima dell'approvazione della Finanziaria. E siccome la gente non capirebbe il senso di due scioperi generali, dei pubblici e dei metalmeccanici, a pochi giorni di distanza tra di loro, sono convinto che dovremo scioperare insieme, il 12 di dicembre. Pur mantenendo separate e distinte la natura e le vertenze delle due categorie». Il segretario generale della Funzione pubblica Cgil, Carlo Podda, ci ha rilasciato questa intervista al termine dell'assemblea nazionale dei delegati Fiom che ha indetto lo sciopero generale per quella data, con manifestazione nazionale a Roma. Ma Carlo Podda dice una cosa in più, altrettanto impegnativa, rivolta all'intera Cgil. Per la prima volta, dunque, tute blu e statali sciopereranno e manifesteranno insieme, a parte gli scioperi generali di tutte le categorie. Come mai questa scelta? Per molte ragioni, anche se questa proposta che avanzo dovrà essere vagliata dagli organismi dirigenti della categoria competenti a decidere. La ragione più importante è che bisogna porre fine alle polemiche sulle presunte contrapposizioni tra dipendenti pubblici e privati, cioè ai tentativi di dividere i lavoratori e le loro organizzazioni. Ripeto però che non sarebbe compresa dalla nostra gente una scelta diversa, perché c'è la necessità di trovare un momento di unificazione delle lotte e delle iniziative cresciute in un processo di articolazione. E' già da qualche mese che Funzione pubblica e Fiom lavorano insieme per mettere in campo una resistenza ai tentativi di scatenare la guerra tra i lavoratori, portato avanti dal governo con attacchi pesanti, con l'accusa intollerabile ai dipendenti pubblici di essere dei fannulloni. La politica dell'esecutivo colpisce tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati, attaccando il lavoro e l'occupazione nei servizi pubblici, di conseguenza peggiorandone e riducendone la qualità e la quantità, dalla scuola alla sanità. Lo sai che la metà dei nidi di Roma funziona grazie al lavoro dei precari? Dev'essere chiaro che l'accordo siglato da Cisl e Uil prevede, oltre a una mancia che non recupera neanche la metà dell'inflazione, l'espulsione di 57 mila precari nel 2009 e 120 mila nel 2010. Che si aggiungerebbero a quelli della scuola. Per questo bisogna cercare di unificare anche le risposte di lotta. Ho molto apprezzato le parole di Gianni Rinaldini ai delegati della Fiom, e gli applausi convinti della sala che ne sono seguiti, sulla necessità di battersi contro le divisioni. Lavoratori pubblici e metalmeccanici insieme in uno sciopero generale. Cioè le due principali categorie della Cgil. Ma l'esigenza di unificazione delle lotte di cui parli non dovrebbe interrogare l'intera organizzazione? Non è arrivata l'ora di uno sciopero generale nazionale di tutte le categorie del sindacato guidato da Epifani? Penso che sia utile che la Cgil prosegua il percorso articolato di lotte e manifestazioni di natura territoriale e delle categorie, esprimendo al massimo il suo potenziale. Non dimentichiamoci che c'è lo sciopero generale del commercio, quello della ricerca, e che rimane la mobilitazione delle scuole contro la riforma Gelmini. Da iscritto e militante di un'organizzazione in cui milito da trent'anni, penso che, come si è sempre fatto al termine di una fase articolata di lotte, dovrebbe esserci lo sciopero generale di tutta la Cgil. E ovviamente, in tempo utile per raggiungere gli obiettivi che sono alla base delle vertenze di categoria e dell'annunciata vertenza confederale. Questa è una proposta che avanzo a titolo personale, va da sé che spetta alla Cgil ogni decisione nel merito. Come vanno interpretate le convergenze tra voi e i metalmeccanici? Con il fatto semplicissimo che ci sono convergenze di merito, sui contenuti. Come ho detto una volta al manifesto, condivido la strategia di Bruno Trentin che parlava di alleanze a geometria variabile. Non sono disponibile a letture strumentali di alcun tipo, e i risultati raggiunti rispetto agli obiettivi posti ci danno ragione. Io sono disponibile a confronti e convergenze analoghe anche con altre categorie del lavoro privato, ma finora nessuno mi ha avanzato delle proposte. Perciò apprezzo l'apertura nei nostri confronti della Fiom e del suo segretario. Torniamo all'accordo siglato con il ministro Brunetta da Cisl e Uil. Quali sono i punti per voi inaccettabili? Attraverso la rottura di una tradizione ventennale di unità, fatta per ragioni esterne alla categoria, Cisl e Uil hanno deciso di aiutare il governo. 68 euro lordi rappresentano meno della metà dell'inflazione e molto meno di quanto abbiamo ottenuto negli ultimi bienni contrattuali, quando l'inflazione era assai minore. E non c'è nessuno scambio che possa in qualche modo giustificare l'accettazione delle pretese del governo. Non certo sull'occupazione e sui precari. Vorrei sapere come si sentono, quei militanti di Cisl e Uil che giovedì manifestavano nelle strade e nelle piazze di Roma, dopo quella firma delle loro organizzazioni. Ti segnalo che la Confindustria, che normalmente dice la sua su ogni contratto pubblico, lamentandosi per i costi eccessivi, questa volta non ha aperto bocca. Secondo te perché? Perché quell'accordo separato le va benissimo, e apre la porta al tentativo di imporre anche ai privati contratti che svalorizzino e precarizzino ulteriormente il lavoro e i salari. Manifesto – 1.11.08

 

 

LA MORTE DI VITTORIO FOA
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La morte di Vittorio Foa avvenuta in età tardissima è pure sempre un impoverimento per quanti restiamo e per qualche tempo ancora continueremo a testimoniare di noi stessi e dei nostri ideali in un mondo incattivito e privo di speranza. (C'è chi spera in Obama ma io resto molto scettico e credo che una potenza imperiale capace di imporre bombardamenti ed occupazione militare per anni a due nazioni del pianeta provocando in continuazione quasi tutte le altre non cambierà linea con il cambio del Presidente.)
Non condivido la scelta della famiglia di fare annunziare al mondo la morte di Vittorio Foa da Walter Veltroni. Prima di tutto perchè Veltroni c'entra assai poco con la cultura e la storia di Vittorio socialista di un socialismo radicale. Non credo di avere mai sentito dire a Foa che si vergognava di essere stato comunista. Foa comunista non lo è mai stato, era socialista radicale, era una persona di sinistra ma il senso che ha dato Walter alla sua vergogna riguardava e riguarda tutta la sinistra italiana
Penso che tuttavia Vittorio Foa sia un sopravvissuto a se stesso.La sua resa agli equilibri della politica degli ultimi anni io non la condivido. Ci sono persone che con il trascorrere degli anni rinunziano o diventano increduli agli ideali della propria giovinezza e della propria vita. Le ultime battute di Foa non mi sono piaciute per niente. Hanno contribuito al disarmo morale, al generale disorientamento della sinistra italiana. Una intera vita spesa per l'autonomia e la crescita civile della classe operaia, una militanza nella CGIL di grande rilievo che contribui' ad elevare la coscienza del movimento operaio italiano, coscienza di sè e della superiorità della propria cultura.
Non ho condiviso di lui la giustificazione alla guerra del golfo e l'atteggiamento remissivo a fronte dell'involuzione liberista dello Occidente quasi che fosse fatale per l'umanità dovere sempre e comunque fare i conti e subire la forza sommergente della borghesia finanziaria e industriale.
Ma molto di quanto ho imparato lo debbo al suo insegnamento
alla sua capacità di analizzare la realtà anche se non sempre le sue soluzioni erano quelle giuste. Nella CGIl era in segreteria con Fernando Santi, grande riformista, gradualista ma intransigente sui diritti ed i valori. Vittorio aveva sempre la bontà
e la capacità di mettere da parte il suo pensiero e di adeguarsi a quella che riteneva la soluzione "più giudiziosa" spesso opposta alla sua, sempre radicale. Ma era sempre una soluzione di avanzamento sociale per i più. Essere "giudiziosi" rispetto la realtà di oggi significa accettare cose che fernando Santi, riformista, non avrebbe mai accettato!!
Pietro Ancona
 

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Se il dissenso è un reato

di EZIO MAURO


Davanti a una protesta per la riforma della scuola che si allarga in tutt'Italia e coinvolge studenti, professori, presidi e anche rettori, il Presidente del Consiglio ha reagito annunciando che spedirà la polizia nelle Università, per impedire le occupazioni. La capacità berlusconiana di criminalizzare ogni forma di opposizione alla sua leadership è dunque arrivata fin qui, a militarizzare un progetto di riforma scolastica, a trasformare la nascita di un movimento in reato, a far diventare la questione universitaria un problema di ordine pubblico, riportando quarant'anni dopo le forze dell'ordine negli atenei senza che siano successi incidenti e scontri: ma quasi prefigurandoli.

Qualcuno dovrebbe spiegare al Premier che la pubblica discussione e il dissenso sono invece elementi propri di una società democratica, non attentati al totem della potestà suprema di decidere senza alcun limite e alcun condizionamento, che trasforma la legittima autonomia del governo in comando ed arbitrio. Come se il governo del Paese fosse anche l'unico soggetto deputato a "fare" politica nell'Italia del 2008, con un contorno di sudditi. E come se gli studenti fossero clienti, e non attori, di una scuola dove l'istruzione è un servizio e non un diritto.

Se ci fosse un calcolo, le frasi di Berlusconi sembrerebbero pensate apposta per incendiare le Università, confondendo in un falò antagonista i ragazzi delle scuole (magari con il diversivo mediatico di qualche disordine) e i manifestanti del Pd, sabato. Ma più che il calcolo, conta l'istinto, e soprattutto la vera cifra del potere berlusconiano, cioè l'insofferenza per il dissenso.

Lo testimonia l'attacco ai giornali e alla Rai fatto da un Premier editore, proprietario di tre reti televisive private e col controllo politico delle tre reti pubbliche, dunque senza il senso della decenza, visto che a settembre lo spazio dedicato dai sei telegiornali maggiori al governo, al suo leader e alla maggioranza varia dal 50,17 per cento all'82,25. Forse Berlusconi vuol militarizzare anche la libera stampa residua. O forse "salvarla", come farà con le banche.
(23 ottobre 2008)

 

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Che vergogna! Nemmeno i peggiori negrieri americani dell'ottocento si comportavano così.

Li ammazzano e poi li espellono - Piero Sansonetti

Il governo ha deciso di non restare con le mani in mano di fronte alla tragedia di Castelvolturno, dove la camorra ha massacrato sei giovani africani. Le contromisure sono forti e chiare: un decreto per rendere più difficile l'arrivo di altri africani in Italia e per espellerne il più possibile. Senza badare a spese. Il consiglio dei ministri ha stabilito di investire decine di milioni per costruire dieci nuovi Cpt, cioè le prigioni per immigrati che funzionano fuori della legge e non rispondono alla magistratura. Il ministro dell'Interno Maroni si è presentato ieri alla riunione del consiglio dei ministri con una cartelletta che conteneva tutti i dati che illustrano il problema. Quali dati? Dice Maroni che nel corso del 2008 il numero degli immigrati clandestini è aumentato del 60 per cento rispetto al 2007, toccando la cifra record di 26.000 (circa 1 ogni 2000 italiani; per capirci, un migliaio abbondanti in una città come Roma, un po' meno che a New York dove sono tra il mezzo milione e i settecentomila). Di fronte a questo aumento di immigrati - deve aver pensato il ministro - è logico che aumenti anche il numero di immigrati uccisi dalla camorra. Per ridurre questo tipo di omicidio la cosa migliore è ridurre le possibile vittime, cacciandole dal nostro paese. Provate solamente per una frazione di secondo a immaginare cosa sarebbe successo in Italia se una banda di nigeriani o di ghanesi avesse ucciso in un colpo solo sei ragazzi italiani. Provate a figurarvi cosa avrebbero fatto i giornali, gli uomini politici, i giudici, i poliziotti, il governo... Provate a indovinare quali leggi speciali, quali insulti, quante deportazioni di massa. E i giornali, per giorni e giorni con pagine intere e drammaticissime sulla strage. E, naturalmente, i funerali di Stato. I sei ragazzi neri di Castelvolturno avranno funerali di Stato? Che domanda sciocca! Voi sapete quando e dove si svolgeranno i funerali di quei sei ragazzi? No, perché nessuno se ne preoccupa. Li seppelliranno da qualche parte. E' quello che pensa il sindaco di Castelvolturno che proprio ieri dichiarava: «meglio non qui...». Pace all'anima loro, e vediamo di liberarci al più presto dei loro parenti, di rispedirli in patria. Che vergogna! Nemmeno i peggiori negrieri americani dell'ottocento si comportavano così. Liberazione – 24.9.08

 

Vi racconto Pio La Torre

Vincenzo Consolo


 
Ero anch’io là, quella primavera del 1982, là a Comiso, all’aeroporto, dove il Governo di Spadolini aveva deciso di far installare i missili Cruise. Ero là in uno dei giorni in cui facevano il blocco davanti al cancello centrale dell’aeroporto i pacifisti giunti d’ogni dove. Erano ragazzi accovacciati a semicerchio per terra. Volevano così impedire ai camion, alle impastatrici, agli operai di entrare nel campo. Tutti avevano maglie, giacconi variopinti sopra le teste di capelli ricciuti.

Alcuni avevano tute e casacche bianche, e sul petto e le spalle dipinte grandi croci scarlatte. Le ragazze portavano giacchette indiane con ricami e specchietti o la kufia palestinese sopra le spalle. Sul muro di mattoni sovrastato dal filo spinato e da un filare di eucalipti erano scritte di calce e appesi striscioni di tela. Dicevano «Pace», «Amsterdam contra militarisme», «Testate nucleari - Carcero speciali - È questa la guerra contro i proletari», «Vogliamo vivere, Vogliamo amare - Diciamo no alla guerra nucleare». Erano ancora tutti assonnati e di più assonnati i poliziotti e i carabinieri che chissà in quali ore notturne erano stati fatti partire dalle caserme di Ragusa o Catania. Erano giovane anch’essi e schierati davanti al cancello, a fronteggiare quegli altri accovacciati per terra. M’aggiravo sullo spiazzo di terra battuta e di stoppie, da un capo all’altro, e guardavo quei visi di giovani e volevo capire chi era dell’Isola, vedere se ne riconoscevo qualcuno. Ma nessuno; mi sembravano tutti d’un luogo di cui non avevo cognizione. Fu allora che mi sentii chiamare, richiamare. E mi corsero incontro alcuni del mio paese lì alle falde del Nébrodi, figli o nipoti di vecchi amici e compagni. Erano Aldo, Antonella, Francesco, Rino, Grazia, Saro. Mi dissero che era stato là, nei giorni passati, Pio La Torre, che li aveva spronati a resistere, a opporsi a quel progetto terribile dei missili Cruise, che avrebbero dovuto essere installati anche su rampe mobili e scorazzare per tutta la Sicilia.

Arrivano quindi le impastatrici e i camion degli operai decisi a entrare. I ragazzi fecero blocco, li fermarono. Arrivava intanto altra gente, politici, preti, un abate di Roma ch’era stato sospeso dal suo ufficio. Arrivò anche il questore, un omino atticciato in giacca e cravatta. Si mise a dire che doveva entrare nel campo, che doveva telefonare a Roma. Tutti dissero no, no! e serrarono le file davanti al cancello. E si misero a scandire slogan. «Dalla Sicilia alla Scandinavia - No ai missili e al patto di Varsavia». Il questore, a un punto, si mise a urlare, a dare ordini. Si mossero subito i militari con elmi, scudi e manganelli. Picchiarono e picchiarono sopra teste, schiene nude e braccia. Urla si sentirono, lamenti e un gran polverone si levò da terra. Sparavano lacrimogeni e nel cielo si formavano nuvole. Inseguivano e picchiavano tutti, giovani e no, deputati, medici e infermieri, giornalisti e fotografi. Stavo là impietrito a guardare. E vidi Luciana Castellina scaraventata per terra e picchiata; un giovanissimo carabiniere che s’inginocchia e piange; un poliziotto che sta per sparare, quando un altro a calci nel polso gli fa cadere l’arma di mano... Vidi che afferravano per i capelli e a calci e spintoni facevano salire sui furgoni i catturati. Mi sorpresi trasognato a urlare, a chiamare i miei giovani compaesani: «Antonella, Mino, Saro...», i quali arrivarono sanguinanti, pallidi, storditi. «Scappiamo, scappiamo!» dissero. «Hanno preso Grazia» dissero «Hanno preso Francesco»... Li lasciai raccomandando loro di tornarsene a casa, ché tanto a Roma il governo aveva deciso a tener duro su Comiso, a far rispettare a ogni costo gli impegni con gli Usa.

E invece no. Per merito di Pio La Torre e del movimento dei pacifisti, i missili Cruise vennero portati via, l’aeroporto sgomberato da quella minaccia. E l’aeroporto, già intitolato al generale di Mussolini Magliocco, venne poi intitolato, nell’aprile del 2007, a Pio La Torre, ucciso dalla mafia, venticinque anni prima. Ed ora, vergognosamente, il sindaco di An di Comiso vuole restituirlo alla memoria fascista di quel generale. Vergogna e ancora vergogna!

Pio La Torre, uno dei martiri siciliani, dei combattenti contro la mafia, l’oscuro e terribile potere politico mafioso. Nel secondo dopoguerra è il combattente martire insieme a Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale... Il nome di Placido Rizzotto richiama subito quello di Pio La Torre, perché è lui, il giovane militante comunista, che a Corleone prende il posto di dirigente della Confederterra. Erano gli anni, quelli, del movimento contadino, degli scioperi e delle occupazioni delle terre incolte per l’attuazione della Riforma Agraria, per l’assegnazione ai contadini di «fazzoletti» di terra nei feudi dei Gattopardi. Eletto nel Parlamento italiano, poi La Torre decide di tornare in Sicilia. Torna perché sente che sono tre i grandi problemi che bisogna affrontare e cercare di risolvere in Sicilia: la crisi economica, la criminalità mafiosa, la minaccia della pace nel Mediterraneo per l’installazione della base missilistica americana all’aeroporto di Comiso. Col suo ritorno in Sicilia, Pio La Torre mette in allarmemolte centrali: del crimine organizzato, della destabilizzazione, della speculazione edilizia, del bellicismo. L’impegno suo nell’affrontare tutti questi problemi, e soprattutto la legge, che porta la sua firma, del sequestro dei beni dei mafiosi, fa maturare nel potere criminale la decisione di eliminarlo. La Torre viene ucciso la mattina del 30 aprile 1982 mentre è in macchina, in via Generale Turba, a Palermo, insieme al suo autista Rosario Di Salvo.

È Pio La Torre, sono tutti gli altri martiri, gli altri eroi caduti nella lotta alla mafia, sono loro l’onore di Sicilia, e di tutto questo nostro Paese. Paese oggi irriconoscibile e irriconoscente. Paese in cui l’attuale sindaco di Comiso di An Giuseppe Alfano (tanto nome!) immemore o smemorato o incosciente, vuol togliere il nome di La Torre all’aeroporto e restituirlo al generale fascista Vincenzo Magliocco. Dopo la via di Roma da intitolare as Almirante, le impronte digitali ai bambini rom, la criminalizzazione dei clandestini, dopo il lodo Alfano e tanto, tanto altro di questo onorevole Governo Berlusconi, questa è la poitica di ministri e piccoli sindaci del nostro irriconoscibile paese.
 

Pubblicato il: 29.08.08

 

 

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L´opposizione

Furio Colombo


 
L´Unità cambia. Uno non può sapere che cosa viene dopo, ma questa è la normale condizione umana. Sappiamo quello che è successo prima, lo abbiamo letto nell´editoriale di Padellaro e nel comunicato dell´Editore.

Molti diranno grazie a Padellaro (io lo faccio di cuore) con l´amicizia solidale di tutti questi anni, da l´Unità morta alla sua clamorosa rinascita e tenuta, unica nella storia dell´editoria, unico il lavoro che Padellaro, prima insieme, poi da solo (e con tutta la redazione, la più straordinaria che avremmo mai sognato di trovare in un giornale che era stato dichiarato finito) ha saputo fare. E noi - Padellaro e io - siamo fra coloro che danno il benvenuto e un augurio davvero sentito al nuovo direttore Concita De Gregorio.

A coloro che, amando o stimando questo giornale, si domandano che cosa sta succedendo e perché, cerco di offrire una interpretazione che a me sembra corretta della vicenda: sono due storie diverse.

Una è l´arrivo di una nuova solida proprietà e l´arrivo, contestuale, della nuova direzione. Bene arrivata. L´altra è l´uscita di Antonio Padellaro, voluta come se fosse una necessità. Quale necessità? E motivata come? Qui c´è uno spazio vuoto. Il giornale non era in pericolo e non versa in cattive acque. La redazione è tutta al suo posto e lavora bene. C´è un grado di armonia e di solidarietà raro nei giornali italiani. Allora? Allora c´è tutto per far bene, passato, redazione, firme, rapporti internazionali. Abbiamo riaperto una storia che sembrava finita, abbiamo fatto diventare questo giornale un luogo piuttosto vivace.

Ripeto, i percorsi sono due, è bene non confonderli. Arriva un nuovo direttore e, garantisce il suo passato, farà bene. Ma quale è la ragione per cui è stato detto arrivederci e grazie al direttore che ha tenuto ben ferma in questi anni la rotta difficile e felice di questo giornale di opposizione? Non è rispettoso, e neppure ragionevole, immaginare che tutto ciò accada affinché il giornale non sia più di opposizione. E sarebbe altrettanto azzardato affermare che farà una opposizione diversa. Quante opposizioni ci sono?

Ma se qualcuna di queste ombre avesse anche una minima consistenza, come non nutrire il sospetto (vedete come è mite la parola) che alcuni di noi siano parte del problema, e non della soluzione del problema, se il problema è davvero l´opposizione?

C´è un´altra questione. Berlusconi e il suo potere mediatico totalitario sono sempre sul fondo di ogni questione italiana, specialmente se riguarda l´informazione. Però non è Berlusconi ad aver detto «grazie, Padellaro, va bene così». E anche «grazie, Unità, ma sempre la stessa musica ci ha stufato». Mi sembra più ragionevole pensare che tutto ciò sia nato nell´ambito del Partito Democratico. Si sentiva sfasato rispetto all´Unità (o, viceversa, «un giornale che non ci rappresenta»)? Se è così il problema che ha di fronte a sé il nuovo direttore non è facilissimo: fare una cosa che non è il Foglio, che non è il Riformista, che non è Europa, che non è l´Unità di adesso, e, ovviamente, non è né il manifestoLiberazione. Auguri, davvero.

Ma se è così, resta da spiegare tutto questo silenzio nell'ambito del Pd. Quale sarà stata la ragione, discrezione, cautela, segretezza, a consigliare di non dire una sola parola ad alcuno degli interessati, compresi quelli che, come me, sono lì a un passo, in Parlamento?

Come vedete, nessuna di queste questioni riguarda la persona cui tocca il nuovo mandato. Ma se questo fosse un giornale a fumetti, si vedrebbe un fumetto grande come una casa con un vistoso punto interrogativo sulla testa. Spiace non sapere dove indirizzare la domanda. Ma più ci si pensa e più sei costretto a inquadrarla dentro la storia del Pd (anche il Pd comincia ad avere una storia), non dell´editore.

Forse uno spunto di ottimismo potrebbe essere questo: finalmente il Pd comincia a prendere decisioni. Forse non è la prima decisione che dodici milioni di italiani che hanno votato centrosinistra si aspettavano, mandare a casa Padellaro, e con lui, fatalmente, qualche firma della Unità rinata, della serie rifondata dopo la fondazione di Gramsci. A questo punto non resta che vedere come la situazione si ambienterà con le altre decisioni del prossimo futuro. Qual è la linea del più grande partito di opposizione che più si armonizza con questo deliberato e netto gesto di «discontinuità» (per usare una delle parole chiave della politica. L´altra sarebbe, se Padellaro ed io parlassimo politichese, chiederci - come Chiamparino - "ma noi siamo una risorsa?")?

 
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Certo il momento è strano. Ti muovi in un paesaggio da fantascienza popolato di mutanti. A Milano il più importante simbolo istituzionale del Pd, il presidente della Provincia Penati, improvvisamente dichiara: «Con la Lega Nord è possibile fare un lavoro importante per Milano». E noi che pensavamo che la Lega Nord fosse impegnata soprattutto a sfrattare le Moschee e a proibire luoghi di preghiera per gli immigrati islamici. A Firenze la prima Festa Nazionale del Partito Democratico è dedicata a Bossi, Tremonti, Bondi, Fini, Matteoli, Frattini, Maroni. Praticamente tutto il governo che già domina tutte le televisioni. Prima di giudicare il senso politico c´è da domandarsi, in senso elementare e prepolitico: perché? Una Festa di partito costa, e costa ancora di più per un partito lontano dal potere e dai benefici del potere. Perché il nostro ospite d´onore deve essere Bossi, invece del giovane angolano picchiato a sangue da un branco di ragazzi italiani a Genova? Perché dobbiamo festeggiare Tremonti invece di ascoltare il macchinista delle Ferrovie dello Stato licenziato per avere fatto sapere che il treno Eurostar che stava manovrando, si è spezzato (e per fortuna non c´erano passeggeri)? Perché invitare Maroni invece di Xavian Santino Spinelli, il Rom italiano docente universitario, che rappresenta la sua gente (dunque anche la nostra: i Rom sono in buona parte italiani), ma rappresenta soprattutto i bambini forzati al trauma delle impronte digitali? Perché tutti in piedi per Frattini invece di accogliere cittadini osseti e georgiani, testimoni di una breve, sporca guerra di cui ancora sappiamo nulla, se non che uno dei protagonisti spietati, Putin è il miglior amico di Berlusconi ? Perché avere sul palco Matteoli invece dei lavoratori dell´Alitalia, che avrebbero dato voce alla paura del loro futuro, reso ormai quasi impossibile dalla falsa promessa (capitali italiani, forse anche capitali dei suoi figli) del candidato Berlusconi?

Ma la danza dei mutanti continua. Mi devo rendere conto che il maggiore partito di opposizione, di cui sono parte, produce tutto in casa, con una autonomia che sarebbe sorprendente se non fosse come un autobus che salta la fermata lasciando a terra la folla dei viaggiatori in attesa. Il più grande partito di opposizione produce da solo il dialogo, benché Berlusconi attraversi la scena pronunciando frasi altezzose e insultanti. Benché alzi ogni giorno il prezzo di un ambito contatto con lui. Il Pd produce da solo una cordiale collaborazione con la Lega, nonostante la caccia agli immigrati, il reato di clandestinità, le botte ai «negri», l´orina di maiale (iniziativa di Calderoli) sul terreno in cui si doveva costruire una Moschea, la proclamazione fatta da Borghezio - in occasione delle Olimpiadi - della superiorità della razza padana (parlava della nuotatrice Pellegrini come di una mucca). Invita e festeggia Bossi proprio quando lui dice (ripetendo con sempre maggiore frequenza la minaccia): «O si fa il federalismo come dico io o il popolo passerà alla maniere spicce».

Produce da solo una certa ostilità verso giudici, una denuncia quasi quotidiana del «giustizialismo» (sarebbero coloro che sostengono il diritto dei giudici di non essere insultati e di non essere costretti al silenzio). Dice Luciano Violante a La Stampa (22 agosto) che i magistrati «conducono una battaglia di solo potere». Sono gli stessi magistrati definiti «dementi» dal primo governo Berlusconi e «cloaca» dal presente titolare di Palazzo Chigi. Ma a quanto pare la volontà di dialogo supera questi dettagli. Si forma una cultura che trova normale lo «stato di emergenza» che ha indotto a far presidiare le strade delle città italiane dai soldati come se fossero in Pakistan, trova normale che Berlusconi si vanti di avere parlato 40 minuti con Putin senza far sapere al Paese o almeno al Parlamento una sola parola di quel suo dialogo (finalmente dialoga con qualcuno). E trova normale che - mentre scoppia la guerra in Georgia che potrebbe contrapporre Stati Uniti e Russia, Nato e impero di Putin (e di Sardegna)- il ministro degli Esteri resti in vacanza mentre i suoi colleghi europei si incontrano in una riunione di emergenza. O forse è stato un grande, scoperto favore all´ amico Putin (dimostrare che la crisi non era così grave), tanto e vero che il ministro Frattini riferirà al Parlamento (Commissioni estere Camera e Senato) soltanto il 24 agosto, dopo avere partecipato alla Festa del Partito democratico come ospite d´onore. Si forma una cultura, abbiamo detto, fatta di buone maniere e di acquiescenza al governo, sia pubblico (Berlusconi) che privato (Mediaset).

Questo spiega la necessità che sia Enrico Mentana a intervistare Veltroni in un grande incontro finale a conclusione della Festa del Pd. E spiega l´annuncio di Lilli Gruber, deputata europea di primo piano e importante giornalista italiana: sarà Berlusconi a scrivere la prefazione del suo nuovo libro sulle donne dell´Islam. Chi altro? Con l´aria che tira è già una conquista democratica che quella prefazione non sia stata commissionata a Borghezio.

 
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Mi ha colpito la notizia che alla Festa del Partito democratico di Firenze ci saranno collegamenti con la «Convention» del Partito Democratico americano di Denver. Spero che spiegheranno perché, a quella festosa assemblea di militanti politici di opposizione, non sia stato invitato e applaudito e festeggiato, per un bel dialogo, il vicepresidente Cheney, l´uomo delle false prove della guerra in Iraq. O qualche "neo-con" di rilievo, di quelli che amano Guantanamo e le maniere forti.

Qualcuno - spero - spiegherà che gli americani, nel loro Partito Democratico, sono un po´ più rozzi degli italiani: quando fanno opposizione, fanno opposizione. E quando vogliono essere eletti contro qualcuno che - secondo loro - ha fatto danno al Paese, prendono le distanze, dicono cose diverse, invitano e ascoltano le loro migliori voci, quelle più vibranti e appassionate, non quelle dei Repubblicani che intendono sconfiggere.

Inoltre sanno - ma forse anche questo è un segno della loro cultura elementare - che i loro leader non si fanno intervistare dai giornalisti della Fox Television, alcuni bravissimi ma tutti di destra. In tanti vanno alla convenzione democratica, scrittori, registi, celebrità delle grandi università e dello spettacolo. Ma sono tutti testardamente democratici. Vanno tutti per parlare di pace, non di guerra, di poveri, non di ricchi, di affamati del mondo e di crisi del pianeta, di bambini da salvare e di medicine salva-vita di cui bisogna abbattere i prezzi. Certo, l´ America non è un Paese perfetto. Anche là ci sono tanti Giovanardi e tante Gelmini. Ma (a differenza di quanto avviene nell´altra festa del Pd italiano, quella di Modena) i democratici americani non li invitano. Saranno primitivi ma (se starà bene) vogliono Ted Kennedy. E se Ted Kennedy starà bene dirà tutto quello che pensa con l´irruenza che l´America democratica ammira da mezzo secolo, e che da noi si chiama "politica urlata" e irrita molto persino Ritanna Armeni, ma solo se è "politica urlata" di sinistra.

 
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Ecco le ragioni del mio disorientamento nel Partito Democratico che ho contribuito a creare partecipando anche alle primarie («Sinistra per Veltroni») e nel quale adesso non so dove mettermi, perché ogni spazio è occupata da un ministro ombra che intrattiene la sua educata, amichevole conversazione col ministro-ministro. Ognuno di essi (i ministri-ministri) è occupato a prendere impronte, a presidiare le strade italiane con l´esercito, a insultare i giudici. Ma comunque appaiono come statisti mai smentiti e sempre in grado di incassare apprezzamenti (oltre che inviti alle nostre Feste) e di dire l´ultima parola in ogni radio e in ogni televisione. La descrizione perfetta è di Nadia Urbinati (la Repubblica, 20 agosto) «Questa Italia assomiglia a una grande caserma, docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra o di sinistra, la musica non sembra purtroppo cambiare: addomesticati a pensare in un modo che sembra diventato naturale come l´aria che respiriamo. Come bambini siamo fatto oggetto della cura di chi ci amministra. E come bambini bene addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il peso del potere. È come se, dopo anni di allenamento televisivo, siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo quello che, in condizione di spontanea libertà, sarebbe semplicemente un insopportabile giogo».

Quanto sia esatto ciò che scrive Urbinati lo dimostra questa e-mail appena ricevuta: «Attento, alla sua età è pericoloso agitarsi. Ma comunque la sua perdita nessuno la noterebbe, insignificante comunista. Si spenga serenamente come giornalista e scribacchino. L´umanità e l´Unità le saranno grate eternamente».

Curiosamente la e-mail mi è giunta mentre una collega - che preparava un pezzo sul cambiamento in questo giornale -, mi chiedeva: «Ma temi la normalizzazione de l´Unità?».

La mia risposta meravigliata è stata che a me questa Unità appare un giornale normale. Un normale, intransigente, preciso giornale di opposizione. La storia del suo e del nostro futuro è tutta qui, fra questa «normalità», la descrizione di Nadia Urbinati e la e-mail che ho trascritto e che offre una bella testimonianza del ferreo contenitore culturale in cui ci hanno indotti a vivere. Non resta che attendere il nuovo giornale.

furiocolombo@unita.it

 
 

Pubblicato il: 24.08.08
 

 

  x  Carceri speciali per innocenti che però sono inclini alla delinquenza... - Francesco Caruso

Gentilissimo Ottaviano Gramsci Del Turco, mi permetto di disturbarLa semplicemente per chiederLe di intercedere presso la pletora di politicanti, parlamentari e portaborse che da giorni si recano in pellegrinaggio presso la Sua cella per esprimerLe solidarietà e vicinanza in questo momento difficile della Sua vita, affinché li esorti a volgere anche solo per un breve istante lo sguardo oltre le sbarre della sua cella. Comprendo che a muovere siffatte persone oltre i cancelli di quelle discariche umane e sociali che oggi sono le carceri in Italia, tra le quali primeggia la prigione di Sulmona, è solo un sentimento di solidarietà di classe e di casta: in questi anni infatti nessuno mai di costoro si è preoccupato delle drammatiche condizioni di vita nelle prigioni oramai ritornate sovraffollate, della violenza di una restrizione della libertà accompagnata dalla negazione dei diritti fondamentali dell'uomo, della violazione sistematica dell'art.27 della Costituzione, della morte di Francesco Vedruccio, Luigi D'Aloisio, Cosimo Tramacere, Luigi Acquaviva, Guido Cecola, Diego Aleci, Francesco Di Piazza, Camillo Valentino, Antonio Miccoli, Nunzio Gallo e degli altri detenuti morti suicidi in questi anni nella prigione di Sulmona. A lor signori, che invocano pene più severe e carcere per tutti i poveri disgraziati, mentre piangono lacrime di coccodrillo quando a finire dietro le sbarre è qualcuno di essi trovato non certo a taccheggiare in un supermercato ma con in tasca qualche tangente di vari milioni di euro, Lei oggi ha la possibilità di spiegare il valore del garantismo, inteso non come immunità e impunità per i ricchi e i potenti ma tutela delle libertà di tutti, in primo luogo per gli ultimi, i disgraziati, i deboli e i dimenticati della società. Del resto ho appreso della sua scelta di soprannominarsi Antonio Gramsci: nessuno può negarLe la libertà di autonominarsi come meglio crede, tuttavia mi permetto di rammentarLe che il comunista Antonio Gramsci trascorse 13 anni in prigione non sulla base dell'accusa di essersi intascato mazzette o tangenti, ma per le sue battaglie e i suoi ideali di uguaglianza e giustizia sociale. Proprio in nome di questi valori, sempre più calpestati dalla violenza della tracotante rivoluzione passiva, li inviti per una volta ad oltrepassare i cancelli, a varcare i confini degli inferi, a penetrare in quei buchi neri della democrazia che sono a pochi metri dalla sua cella. Li esorti, dopo aver discusso con Lei, a salire al secondo piano della prigione, dove troveranno un centinaio di persone incarcerate senza aver commesso alcun reato specifico, rinchiuse in una cella semplicemente perché a sessant'anni dalla caduta del fascismo nessun governo si è mai preoccupato di chiudere queste sezioni speciali inventate dal regime di Mussolini per «soggetti e personalità inclini alla marginalità e alla delinquenza», misura di sicurezza preventiva che non esiste in nessun paese democratico, eppure in Italia, nello specifico proprio a Sulmona e in altre 5 prigioni, continuano ad essere internate persone in queste sezioni speciali chiamate da allora eufemisticamente "case-lavoro", null'altro che reparti di detenzione nei quali finiscono solo i digraziati che non hanno una famiglia e un avvocato. Non conoscono nemmeno quanti anni devono restare, poiché non c'è alcuna pena da scontare ma solo, di proroga in proroga, il rischio di trovarsi affibbiati un ergastolo "bianco". Tra le sbarre troverà un vecchietto di nome Antonio, che negli anni novanta per arrotondare la pensione vendeva le sigarette di contrabbando: fermato e denunciato cinque, sei, sette volte, continuò per anni a venderle, poi scomparse il contrabbando, ma per la burocrazia giudiziaria era ormai una personalità incline a delinquere e quindi rinchiuso di proroga in proroga da ormai quasi 10 anni. Dieci anni per una malboro di contrabbando. Poche celle più avanti troverà Luigino, pluripregiudicato per truffa: a differenza di una parte consistente della classe politica e imprenditoriale del mezzogiorno, Luigino non ha mai fatto sparire nelle sue tasche svariati miliardi di finanziamenti europei, ma più semplicemente si presentava in tonaca nei ristoranti per sfamarsi e poi spedire il conto presso ignare parrocchie. Anche lui, dopo svariate denunce, è rinchiuso e internato da anni nella casa-lavoro. Carissimo Ottaviano Gramsci Del Turco, le confesso che dietro le sbarre nelle quali Lei oggi è recluso, io sono stato un mucchio di volte, non per parlare con qualche detenuto eccellente come fanno le decine di deputati e senatori che si alternano in questi giorni alle porte della prigione di Sulmona, ma per conoscere e denunciare questi buchi neri della democrazia: ricordi a Lor signori che il potere ispettivo nelle carceri per i parlamentari è stato promulgato per questo motivo e non certo come un ulteriore privilegio grazie al quale poter incontrare, chiacchierare e consegnare pizzini a colleghi e amici finiti in prigione. Li inviti quindi a fare il loro dovere, a misurare lo stato di salute della nostra democrazia che, come diceva Tocquiville, "lo si comprende non dal grado di sfarzosità delle aule parlamentari ma dalla vivibilità dei tuguri più bui delle prigioni". Devono fare solo pochi scalini. E chissà se troveranno poi, tra un lodo Alfano e un altro decreto per l'impunità ad personam, tempo e modo in parlamento di legiferare un provvedimento per la chiusura di questi buchi neri della democrazia nostrana, se troveranno tempo e modo di preoccuparsi non solo delle sorti giudiziarie di Silvio e Ottaviano, ma anche dei tanti Antonio e Luigino della nostra società. Cordialmente

 

 

 

 

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Manifesto – 23.7.08

 

Il sovrano e l’ideologo - Ida Dominijanni

La forma della Repubblica cambia nell'aula del senato alle 20 in punto, 171 sì 128 no e 6 astensioni al lodo Alfano che rende Silvio Berlusconi immune dal virus della giustizia. Lo spettro del Sovrano Assoluto si materializza, rigurgito di premodernità che scava la democrazia postmoderna. Ma è di prima mattina, ore 10.30, seduta appena iniziata, che entra in scena l'intendenza, addetta alla divisione ideologia. La guida Gaetano Quagliariello, professione storico, senatore da due legislature, vocazione intellettuale organico. Non nega, non sdrammatizza, non derubrica: rivendica, «a testa alta». Altro che interessi personali del premier, dice: il lodo rende uno storico servigio al paese. Il paese, argomenta, soffre da sempre di una malattia, che si chiama «illegittimità del potere politico» e si manifesta nel fatto che l'esercizio del potere viene vissuto come un'usurpazione, fino a che il potente di turno non dà segni di cedimento e diviene oggetto di spietata crudeltà popolare. Con scientificità, diciamo, opinabile lo storico cita vittime illustri, da De Gasperi a Fanfani, da Moro a Craxi; con furbizia da guitto si annette l'idea dell'autonomia della politica di Togliatti, perché risalti di più l'ignavia dei suoi eredi che a un certo punto presero a considerare la magistratura «una casamatta gramsciana da conquistare per derivarne il potere sullo stato». Poi arriva al punto: dopo l'89, la storia d'Italia è storia del doppio conflitto fra potere politico e potere giudiziario, e fra giudici militanti e giudici «servitori (o servi?) dello stato». Sì che tre vittorie elettorali non sono bastate a togliere ai giudici il vizio di provare a delegittimare Berlusconi. È tempo di voltare pagina: si sappia d'ora in poi «che un risultato elettorale è definitivo fino alla successiva elezione», perché chi è legittimato dal popolo deve poter fare quello che vuole senza sottostare a legge alcuna. E l'opposizione ringrazi, perché il lodo le dà la storica occasione di liberarsi da quella «sindrome di superiorità morale» che un altro storico, com'è noto, le rimprovera un giorno sì e l'altro pure dalle colonne di un grande quotidiano. Applausi. L'intellettuale organico ha svolto bene il suo compito. Ha preso i fatti e li ha messi a testa in giù e piedi in aria, come si conviene a una buona ideologia. Ha preso le carte e le ha mischiate col trucco, come si conviene a un mediocre illusionista. Ha scambiato lo storico deficit di legalità che affligge in Italia potere politico, potere economico e società civile e l'ha ribaltato in un deficit di legittimità. Ha preso l'equilibrio fra i poteri, che in Costituzione vincola il principio della legittimità politica al principio della legalità, e l'ha trasformato in «due legittimità concorrenti, quella dell'autorità giudiziaria e quella che deriva dalla sovranità popolare», rivoltando la tragedia in farsa. La tragedia, per dirla con le parole di Gustavo Zagrebelsky, è il rischio assai prossimo che lo scarto che si sta spalancando tra legalità e legittimità si trasformi nel conflitto insanabile «tra una legittimità illegale e una legalità illegittima». La farsa è il banale quadretto sempreverde di Silvio Berlusconi rincorso da frotte di toghe rosse. Da ieri però c'è anche una farsa che può rivoltarsi in tragedia. Finora troppo pop, troppo cheap, troppo naïf, Silvio Berlusconi ha capito che gli serve un apparato ideologico, un pennacchio intellettuale, una rilettura della storia nazionale adatta allo scopo. E' l'ultima casamatta da espugnare all'egemonia che fu della sinistra. Lo spettro della sinistra ci rifletta e riemerga anch'esso da dov'è nascosto. È ora di ritrovare quantomeno una propria versione dei fatti e dei misfatti.

 

 

 

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Io difendo quel palco Marco Travaglio 

Caro Direttore,
quando tutta la stampa (Unità compresa), tutte le tv e persino alcuni protagonisti dicono la stessa cosa, e cioè che l’altro ieri in Piazza Navona due comici (Beppe Grillo e Sabina Guzzanti) e un giornalista (il sottoscritto) avrebbero “insultato” e addirittura “vilipeso” il capo dello Stato italiano e quello vaticano, la prima reazione è inevitabile: mi sono perso qualcosa? Mi sono distratto e non ho sentito alcune cose - le più gravi - dette da Beppe, da Sabina e da me stesso? Poi ho controllato direttamente sui video, tutti disponibili su You Tube e sui siti di vari giornali, ma non vi ho ritrovato ciò che è stato scritto e detto da tv e giornali.

Nessuno ha insultato né vilipeso Giorgio Napolitano né Benedetto XVI. Nessuno ha “rovinato una bella piazza”. È stata, come tu hai potuto constatare de visu, una manifestazione di grande successo, sia per la folla, sia per la qualità degli interventi (escluso ovviamente il mio). Per la prima volta si sono fuse in una cinque piazze che finora si erano soltanto sfiorate: quella di Di Pietro, quella di molti elettori del Pd, quella della sinistra cosiddetta radicale, quella dei girotondi e quella dei grillini, non sempre sovrapponibili. E un minimo di rigetto era da mettere in conto. Ma è stata una bella piazza plurale, sia sotto che sopra il palco: idee, linguaggi, culture, sensibilità, mestieri diversi, uniti da un solo obiettivo. Cacciare il Caimano. Le prese di distanze e i distinguo interni, per non parlare delle polemiche esterne, sono un prodotto autoreferenziale del Palazzo (chi fa politica deve tener conto degli alleati, delle opportunità, degli elettori, di cui per fortuna gli artisti e i giornalisti, essendo “impolitici”, possono tranquillamente infischiarsi). La gente invece ha applaudito Grillo e Sabina come Colombo (anche quando ha chiesto consensi per Napolitano), Di Pietro, Flores e gli altri oratori, ma anche i politici delle più varie provenienze venuti a manifestare silenziosamente. Applausi contraddittorii, visto che gli applauditi dicevano cose diverse? Non credo proprio. Era chiaro a tutti che il bersaglio era il regime berlusconiano con le sue leggi canaglia, compresi ovviamente quanti non gli si oppongono.

Come mai allora questa percezione non è emersa, nemmeno nei commenti delle persone più vicine, come per esempio te e Furio? Io temo che viviamo tutti nel Truman Show inaugurato 15 anni fa da Al Tappone, che ci ha imposto paletti (anche mentali) sempre più assurdi e ci ha costretti, senza nemmeno rendercene conto, a rinunciare ogni giorno a un pezzettino della nostra libertà. Per cui oggi troviamo eccessivo, o addirittura intollerabile, ciò che qualche anno fa era normale e lo è tuttora nel resto del mondo libero (dove tra l’altro, a parte lo Zimbabwe, non c’è nulla di simile al governo Al Tappone). In Italia l’elenco delle cose che non si possono dire si allunga di giorno in giorno. Negli Stati Uniti, qualche anno fa, uscì senz’alcuno scandalo un libro di Michael Moore dal titolo «Stupid White Man» (pubblicato in Italia da Mondadori...), tutto dedicato alle non eccelse qualità intellettive del presidente Bush. Da dieci anni l’ex presidente Clinton non riesce a uscire da quella che è stata chiamata la «sala orale». In Francia, la tv pubblica ha trasmesso un programma satirico in cui un attore, parodiando il film «Pulp Fiction» in «Peuple fiction», irrompe nello studio del presidente Chirac, lo processa sommariamente per le sue innumerevoli menzogne, e poi lo fredda col mitra. A nessuno è mai venuto in mente di parlare di «antibushismo», di «anticlintonismo», di «antichirachismo», di «insulti alla Casa Bianca» o di «vilipendio all’Eliseo». Tanto più alta è la poltrona su cui siede il politico, tanto più ampio è il diritto di critica e di satira e anche di attacco personale. Quelli che son risuonati l’altroieri in piazza Navona non erano «insulti». Erano critiche. Grillo, insolitamente moderato e perfino affettuoso, ha detto che «a Napolitano gli voglio bene, ma sonnecchia come Morfeo e firma tutto», compreso il via libera al lodo Alfano che crea una «banda dei quattro» con licenza di delinquere. Ha sostenuto che Pertini, Scalfaro e Ciampi non l’avrebbero mai firmato (sui primi due ha ragione: non su Ciampi, che firmò il lodo Schifani). E ha ricordato che l’altro giorno, mentre Napoli boccheggia sotto la monnezza, il presidente era a Capri a festeggiare il compleanno con la signora Mastella, reduce dagli arresti domiciliari, e Bassolino, rinviato a giudizio per truffa alla Regione che egli stesso presiede. Tutti dati di fatto che possono essere variamente commentati: non insulti o vilipendi. Io, in tre parole tre, ho descritto la vergognosa legge Berlusconi che istituisce un’«aggravante razziale» e dunque incostituzionale, punendo ­ per lo stesso reato - gli immigrati irregolari più severamente degli italiani, e mi sono rammaricato del fatto che il Quirinale l’abbia firmata promulgando il decreto sicurezza. Nessun insulto: critica. Veltroni sostiene che io avrei «insultato» anche lui, e che «non è la prima volta».

Lo invito a rivedersi il mio intervento: nessun insulto, un paio di citazioni appena; per il resto la cronistoria puntuale dell’ennesima resurrezione di Al Tappone dalle sue ceneri grazie a chi ­ come dice Furio Colombo ­ «confonde il dialogo con i suoi monologhi». Sono altri dati di fatto, che possono esser variamente valutati, ma non è né insulto né vilipendio. O forse il Colle ha respinto al mittente qualche legge incostituzionale, e non me ne sono accorto? Sono o non sono libero di pensare e di dire che preferivo Scalfaro e i suoi no al Cavaliere? Oppure la libertà di parola, conquistata al prezzo del sangue dai nostri padri, s’è ridotta a libertà di applauso? Forse qualcuno dimentica che quella c’è anche nelle dittature. È la libertà di critica che contraddistingue le democrazie. Se poi a esercitarla su temi quali la laicità, gli infortuni sul lavoro, l’ambiente, la malafinanza, la malapolitica, il precariato, la legalità, la libertà d’informazione sono più i comici che i politici, questa non è certo colpa dei comici.

Poi c’è Sabina. Che ha fatto, di tanto grave, Sabina? Ha usato fino in fondo il privilegio della satira, che le consente di chiamare le cose con il loro nome senza le tartuferie e le ipocrisie del politically correct, del politichese e del giornalese: ha tradotto in italiano, con le parole più appropriate, quel che emerge da decine di cronache di giornale sulle presunte telefonate di una signorina dedita ad antichissime attività con l’attuale premier, che poi l’ha promossa ministra. Enrico Fierro ha raccolto l’altro giorno, su l’Unità, i pissi-pissi-bao-bao con cui i giornali di ogni orientamento, da Repubblica al Corriere, dal “Riformatorio” financo al Giornale, han raccontato quelle presunte chiamate (con la “m”). Ci voleva un quotidiano argentino, il Clarin, per usare il termine che comunemente descrive queste cose in Italia: «pompini», naturalmente di Stato. Quello di Sabina è stato un capolavoro di invettiva satirica, urticante e spiazzante come dev’essere un’invettiva satirica, senza mediazioni artistiche né perifrasi. Gli ignorantelli di ritorno che gridano «vergogna» non possono sapere che già nell’antica Atene, Aristofane era solito far interrompere le sue commedie con una «paràbasi», cioè con un’invettiva del corifeo che avanzava verso il pubblico e parlava a nome del commediografo, dicendo la sua sui problemi della città. Anche questa è satira (a meno che qualcuno non la confonda ancora con le barzellette). Si dirà: ma Sabina ha pure mandato il papa all’inferno. Posso garantire che, diversamente da me, lei all’inferno non crede. Quella era un’incursione artistica in un genere letterario inaugurato, se non ricordo male, da Dante Alighieri. Il quale spedì anticipatamente all’inferno il pontefice di allora, Bonifacio VIII, che non gli piaceva più o meno per le stesse ragioni per cui questo papa non piace a lei e a molti: le continue intromissioni del Vaticano nella politica. Anche Dante era girotondino? Il fatto è che un vasto e variopinto fronte politico-giornalistico aveva preparato i commenti alla manifestazione ancor prima che iniziasse: demonizzatori, giustizialisti, estremisti, forcaioli, nemici delle istituzioni, e ovviamente alleati occulti del Cavaliere. Qualunque cosa fosse accaduta, avrebbero scritto quel che hanno scritto. Lo sapevamo, e abbiamo deciso di non cedere al ricatto, parlando liberamente a chi era venuto per ascoltarci, non per usarci come pedine dei soliti giochetti. Poi, per fortuna, a ristabilire la verità sono arrivati i commenti schiumanti di Al Tappone e di tutto il centrodestra: tutti inferociti perché la manifestazione spazza via le tentazioni di un’opposizione più morbida o addirittura di un inciucio sul lodo Alfano (ancora martedì sera, a Primo Piano, due direttori della sinistra «che vince», Polito e Sansonetti, proclamavano in stereo: "Chi se ne frega del lodo Alfano". La prova migliore del fatto che la manifestazione contro il Caimano e le sue leggi è perfettamente riuscita.

 


Pubblicahttp://www.unita.it/view.asp?IDcontent=77019to il: 10odificato il: 10.07.08 alle ore 13.42
 

 

Il giorno nero dell’Europa

Furio Colombo

 

Il Parlamento europeo ha votato la direttiva dell’Unione sull’immigrazione, forse la peggiore, la più crudele e più stupida del mondo civile.
Di solito uno Stato nuovo o una nuova istituzione internazionale nascono con grandi e generose ambizioni. Spesso il tempo e le vicende del mondo impongono cambiamenti, indurimenti, negazione dei principi alti, come risposte di brutale realismo che vengono adottati con un esplicito o implicito avvertimento: non stiamo negando i nostri princìpi.

Stiamo solo fronteggiando un momento difficile. Tipicamente si invoca l’emergenza che è sempre una condizione di cui si aspetta e si invoca la fine.
Due esempi. Molti di noi che hanno sempre creduto nelle Nazioni Unite, hanno subìto delusioni pesanti, dall’inutilità dell’Unesco alla gravissima inadeguatezza della Fao. Per non parlare della strage di Srebrenica, una crudele operazione di pulizia etnica avvenuta sotto gli occhi di inerti soldati dell’Onu.

Ma l’Onu si identifica per sempre con la Carta dei Diritti dell’uomo, che ha avuto un senso e un peso grandissimo nella storia del mondo contemporaneo. E con la Carta di San Francisco a protezione dei diritti dei bambini. In altre parole, l’Onu che pure ha vissuto brutte pagine (fino ad avere un segretario generale - Kurt Waldheim - con un passato nazista), ha posto al suo inizio principi, propositi, impegni così alti da costituire riferimenti e speranze che durano ancora.

L’altro esempio, il più grande, è quello degli Stati Uniti. Si sono dati, alla nascita, una Costituzione e un “bill of rights” (carta dei diritti) talmente alti e nobili da ispirare, lungo i due secoli e mezzo della loro esistenza, tutte le azioni, iniziative e movimenti che si sono impegnati a migliorare il Paese e a correggere dislivelli gravi come il razzismo. Persino di fronte alle tragiche imprese del Ku klux Klan, Martin Luther King ha potuto invocare gli alti principi della Costituzione, ricevendo il sostegno dei tribunali e dei giudici chiamati a decidere sulla lunga sequenza del razzismo.

Persino oggi, persino mentre il 70 per cento dei cittadini americani sono contro la politica del Presidente Bush e la tragedia in Iraq, ognuno di quei cittadini è orgoglioso di essere americano perché può vantare nel mondo la sua la sua Costituzione e la sua Carta dei Diritti che recita: «E’ evidente e di immediata comprensione (self evident) che tutti gli uomini sono stati creati uguali». Quell’orgoglio di essere americano si manifesta oggi nel momento in cui un giovane senatore nero, figlio di immigrati, è candidato, con molto seguito, alla presidenza degli Stati Uniti.

* * *

Ecco qualcosa che non potrà mai accadere in una Europa gretta e spaventata, che inizia la sua esistenza politica con una serie di direttive sull’immigrazione dettate dal versante stupido della paura, un insieme di percezione ottusa e di cattiveria, magari non voluta ma che sventola come una bandiera nera su questo aggregato di Stati detto “Unione Europea”.
Avrebbe dovuto essere un nuovo futuro, il superamento e la cancellazione delle xenofobie dei singoli Stati, delle miserie dei confini e del continuo affermare, fino al ricorso alle armi, la superiorità di ognuno sugli altri.

Partendo così in basso, con principi così barbari, che negano il diritto d’asilo, prevedono la cacciata dei bambini (l’esecuzione di un simile provvedimento violerà ogni principio della civiltà di cui ci vantiamo, oltre a tutte le leggi di tutti i Paesi membri) e mettono al centro della nuova Giustizia europea un anno e mezzo di carcere per il delitto di immigrazione. Niente poteva essere pensato in modo più vergognoso e umiliante. Impedisce fin dall’inizio che l’Europa diventi simbolo e riferimento di qualcosa di buono e di nuovo.
L’Europa debutta sulla scena già triste del mondo con il volto indifferente e volgare della vecchia burocrazia.
furiocolombo@unita.it

 

 
LA SCONFITTA CHE VIENE DA LONTANO  di Flavia D'Angeli (da il manifesto del 15/06/2008)D'Angeli (da il manifesto del 15/06/2008)

    La sconfitta della Sinistra Arcobaleno viene da vicino e da lontano insieme. Da vicino, perché è il frutto della partecipazione di Prc, Verdi, Pdci e Sd all'esperienza fallimentare del governo Prodi. Oltre al lungo elenco delle speranze tradite dall'esecutivo, l'esperienza degli ultimi due anni ha segnato uno smottamento senza ritorno, in particolare del Prc, sul terreno dell'avversario.

    Rifondazione, e il suo leader, hanno pagato lo snaturamento della propria esperienza, l'aver teorizzato e realizzato il governo della settima potenza mondiale con forze che rappresentano una fetta consistente della borghesia italiana. La lezione del 15 aprile è inequivocabile: una sinistra «radicale» che sostiene le logiche del capitale muore. Potremmo fermarci qui, e limitarci a ricordare che la rottura con Prodi era stata additata come un «mettersi fuori dalla politica»; chi l'ha sostenuto, oggi è fuori dalla politica più di ogni altro. Potremmo ricordare come il gruppo dirigente del Prc, che oggi mette in scena una spaccatura violenta, sia stato monolitico nel respingere ogni voce critica o abbia sostenuto unita l'espulsione di Turigliatto.
    Ma tutto questo non basta per chi voglia capire gli elementi che parlano sia del fallimento di un progetto politico che dell'egemonia sociale e culturale delle destre. La sconfitta di aprile viene infatti da lontano, è il frutto di rapporti di forza sociali deteriorati da oltre vent'anni, frutto della concertazione o dell'incapacità della sinistra «radicale» di cimentarsi davvero con il tema del radicamento sociale. Un lavoro lungo, faticoso, spesso oscuro, ma unico vero antidoto all'egemonia delle destre e del mercato. Nella stagione di Genova avevamo visto la possibilità di una una ripresa di protagonismo sociale, ma quella speranza è stata gettata, sciaguratamente, sul tavolo del governo.
    In questo contesto ci sembra fuorviante cercare vie d'uscita alla crisi sul terreno delle ricomposizioni politiciste. Né pensiamo che ci si possa salvare solo sventolando la bandiera rossa e la falce e martello, se si è sostenuta ogni politica liberista e di guerra. Il lavoro da fare è enorme, sia sul terreno sociale che su quello dell'elaborazione politica. Oggi c'è bisogno di un processo di ricomposizione sociale, di riconnessione di ciò che il liberismo ha frammentato, di tessitura di nuove solidarietà per ricominciare a contendere il consenso popolare che le destre si sono guadagnate sulle macerie prodotte dalla sinistra. Un lavoro fatto di unità delle lotte - sul fronte antirazzista, ambientalista, sindacale, studentesco - ma anche di costituzione di progetti di lavoro che recuperino un rapporto con la società, un «sindacalismo sociale» attorno al quale far convergere forze diverse. Per questo proponiamo la raccolta di firme per una legge d'iniziativa popolare per istituire anche in Italia il salario minimo intercategoriale e il salario sociale.
    Serve però anche la costruzione di una nuova sinistra di classe. Noi proponiamo la Costituente della sinistra anticapitalista, ci stiamo già lavorando perché sappiamo che il processo richiederà tempi lunghi, nonché lo sforzo di descrivere «un altro mondo possibile» che faccia, finalmente, il bilancio dei disastri del Novecento ma anche l'analisi delle potenzialità andate perdute. Senza scorciatoie ma con la consapevolezza che una forza politica adeguata all'esistente o è anticapitalista o non è in grado di agire. Con questi obiettivi lavoriamo a partire dalla prima Conferenza nazionale che terremo dopo l'estate, convinti che una nuova sinistra di classe sarà il frutto di una nuova generazione politica


Pubbli

  Le impronte di Berlusconi di Furio Colombo

 



C’è una frase che viene ripetuta all’infinito fin dal tempo (che ormai
abbiamo dimenticato) in cui Silvio Berlusconi ha incominciato a invelenire l’Italia,
creando sempre nuovi nemici e invitando sempre più cittadini a combattersi o
a cedere, ciascuno nel suo campo e secondo il suo mestiere. I giornalisti o
lo servono o gli gettano fango. I magistrati o si piegano o sono eversivi. I
politici o accettano di chiamare «dialogo» il suo monologo, o vengono
denunciati come sinistra «distruttiva» e «radicale» (con buona pace del
partito di Marco Pannella il cui nome viene continuamente usato e abusato).
Ma ecco la frase che viene ripetuta all’infinito: «Non basta essere contro
Berlusconi. Bisogna dire per cosa si è e quale progetto di società si
indica». Consciamente o no, buona fede o no, la frase finisce per suonare
come un invito a posticipare: prima il grande e compiuto disegno della
società che vogliamo e poi l’impegno contro Berlusconi. Questa volta colgo
la frase da una pubblicazione (la rivista Left) da un articolo (l’attività
tuttora in corso dei «mille di Chianciano», riuniti intorno all’invito di
Pannella di discutere di una nuova politica) e da una protagonista, Elettra
Deiana, già deputata della Sinistra Arcobaleno, che non si prestano all’introduzione
negativa che io ne ho fatto. Vedo per forza vera ansia, vera fatica, vera
ricerca sul come venirne fuori. Sia nel come partecipare non inutilmente
alla vita pubblica di ogni giorno; sia come disegno di quel grande e famoso
progetto a cui - ci dicono - è doveroso lavorare. Ma ci sono situazioni e
momenti in cui non puoi dedicarti per prima cosa al grande progetto. Per
prima cosa i cittadini ti chiedono: e adesso? E oggi? E stamattina? Mi rendo
conto che questa domanda segna una linea di demarcazione fra chi, facendo
politica negli anni e nei decenni, ha maturato la persuasione che i tempi
lunghi ci sono comunque e che le grandi costruzioni (e le grandi speranze)
richiedono tempi lunghi; e chi, entrato passionalmente in politica in un
momento di emergenza (o che viene vista e vissuta come emergenza) crede alla
risposta impetuosa e immediata.

Pesano su questa demarcazione anche la persuasione, a volte spazientita, del
vecchio militante (sapessi quante emergenze abbiamo vissuto!) e l’irritazione
dei giovani strateghi che hanno un altro senso del tempo e vogliono essere
lasciati lavorare nelle diverse e «articolate» strategie. E percepiscono la
tendenza a drammatizzare come il gesto di urtare il gomito di uno che,
sapendolo fare, sta disegnando. Qualche lettore potrebbe chiedermi: se vedi
con chiarezza le obiezioni che ti riguardano perché continui a urtare il
gomito del disegnatore paziente? Non sarà un fatto umorale, che in politica
conta poco?


* * *


Umorale la mia reazione al pesante e devastante ritorno di Berlusconi un po’
lo è. È addirittura una questione di età. Avevo la stessa età dei bambini
Rom che questo governo italiano vuole obbligare a premere il dito sul
tampone d’inchiostro per prelevare le loro impronte digitali, mentre gli
altri bambini non Rom stanno a guardare.

Avevo la stessa età dei piccoli e umiliati Rom di oggi quando gli «ispettori
della razza», scuola per scuola, classe per classe, hanno cominciato a fare
l’appello dei piccoli ebrei per espellerli.

Ho raccontato molte volte il senso di scandalo che ho provato (i bambini
possono e sanno indignarsi) di fronte al silenzio degli insegnanti. Nella
mia scuola la buona maestra che ci raccontava ogni giorno una puntata di
Pinocchio se stavamo bravi, il buon maestro, mutilato di guerra, che narrava
episodi di eroismo da lasciarci tesi e ammirati, lo scattante giovanotto
della ginnastica e il direttore didattico da cui ti mandavano a discutere
(lui discuteva benevolmente con i bambini) di presunte o vere mancanze,
tutti sono rimasti impassibili e in silenzio mentre continuava il tremendo
appello. E persino se non sapevamo che quello era già l’appello di
Auschwitz, il silenzio è stato la prima agghiacciante esperienza di molte
piccole vite.

Ora vi pare che prima di impegnarmi con tutta la forza, l’offesa, l’indignazione,
l’opposizione di cui sono capace contro le impronte a cui vengono obbligati
i bambini Rom (metà dei quali sono italiani), vi pare che possa ammonire me
stesso ripetendo la frase: «non basta essere contro Berlusconi, bisogna
prima dire per cosa si è e quale progetto di società si indica»?

La mia, intanto, è una società che non perseguita nessuno e tanto meno i
bambini e tanto meno i bambini Rom che sono parte di uno dei due popoli per
i quali nazisti e fascisti e «difensori della razza» avevano previsto lo
sterminio.

Può darsi che non abbia ancora chiare tutte le regole socio-economiche della
società umana ed equilibrata che dovrà venire. Come mi insegnano Zapatero e
Sarkozy, Angela Merkel e Barack Obama, forse i punti di riferimento di una
più vasta azione politica potranno essere un poco più a destra o alquanto
più a sinistra. Più fondati sull’impegno individuale oppure sul solidarismo
che protegge i più deboli. Ma, per prima cosa, dobbiamo restare dentro il
percorso della civiltà. Il decreto Maroni che impone le impronte ai bambini
e obbliga ciascun Rom a dichiarare la propria religione (moduli del genere,
sull’intimo e delicato territorio della religione non sono mai apparsi nella
pur spaventata America dopo l’11 settembre, così come neppure una sola
Moschea, in quel Paese, è divenuta territorio di incursioni delle varie
polizie anti-terrorismo) il decreto Maroni colpisce la civiltà nei suoi
punti vitali e tende a far uscire il Paese Italia da decenti regole civili.
Io che ho visto cominciare questo percorso fondato sulla selezione di un
nemico da isolare e separare cominciando dai bambini, non ho nessuna
intenzione di ritornare sul problema solo dopo avere disegnato un progetto
di società. L’offesa avviene adesso e adesso va fermata.


* * *


Accadono in questa Italia che ho appena finito di descrivere con ansia e
costernazione, alcuni fatti che voglio elencare qui di seguito perché hanno
importanza per tutti.

1. Per la prima volta nella storia italiana un alto funzionario dello Stato
incaricato di eseguire, dice no alle impronte digitali dei bambini. È il
Prefetto di Roma, Carlo Mosca. Non è la cosa più facile del mondo per un
prefetto dire no al ministro dell’Interno. Maroni è ostinato e sordo alle
ragioni che gli vengono da tante parti del suo Paese (non parlo di parti
politiche, parlo di Chiese e di cultura, della comunità di Sant’Egidio, di
Famiglia Cristiana, praticamente di ogni prete o associazione che abbiamo
lavorato con e accanto ai Rom, della Comunità Ebraica italiana, delle
Comunità Valdesi) perché rappresenta la Padania (cioè uno stato mentale
fondato sulla persecuzione degli «altri») in Italia. È ministro della
Repubblica italiana con i voti (tanti voti, certo) di alcune tribù del Nord
che continuano a minacciare la scissione dall’Italia quando non vengono
zittiti in tempo dal Capo Bossi, unico governo da loro riconosciuto.

Uno così che fa il ministro e che deve offrire vittime alle superstizioni
delle sue tribù, sarà fatalmente vendicativo.

Ma il Prefetto Mosca non ha cambiato idea. Chiedo che gli italiani ricordino
il caso unico del no limpido e chiaro, in nome della civiltà comune, dell’unico
alto funzionario del Paese Italia (più noto nel mondo, per il diffuso
opportunismo, il «tengo famiglia», una certa viltà, il silenzio dei miei
maestri elementari di bambino e dei miei colleghi giornalisti di adesso) che
abbia osato pubblicamente dire no al ministro di cui è rappresentante.

2. I «gagè» di tutta Italia hanno scritto, firmato e fatto circolare un
appello che dichiara il decreto Maroni una violazione della Carta dei
diritti dell’uomo (Nazioni Unite) della Unione Europea e di tutte le
Costituzioni nazionali a cominciare da quella italiana.

Chi sono i gagè? Nella lingua rom «gagè» sono le persone non Rom (come i
«goyim» nella lingua yiddish, sono i cristiani o comunque i non ebrei). Ecco
un brano del loro appello, che ho avuto da Dijana Pavlovic, la giovane
attrice e attivista Rom che scrive per questo giornale.

«Noi gagè credevamo che, dopo la fine della seconda guerra mondiale e le
scelte della comunità internazionale, non fosse più possibile rivedere nei
nostri Paesi i fantasmi di un passato che volevamo bandito per sempre. La
carta dei diritti dell’uomo, le costituzioni nazionali, i trattati della
comunità europea impediscono ogni forma di razzismo e ogni atto che
discrimini e segreghi una minoranza etnica o religiosa (...).

Non è lecito in un Paese civile schedare i bambini. Tanto meno è
ammissibile, per l’intera comunità internazionale, che questa schedatura
avvenga su base etnica. Ma non è così per il nostro governo. Il suo ministro
dell’Interno, uno dei capi supremi delle camicie verdi che inneggiano alla
secessione padana, alla cacciata dei Rom ed extracomunitari, che percorrono
in ronde minacciose le città, ha dato disposizione che i bambini Rom siano
schedati con il rilievo delle impronte digitali.

(...) Questo è il volto avvelenato del nostro Paese. Ma i veri colpevoli
siamo noi, i gagè, che credono nella propria superiorità etnica, esportano
con la forza le proprie idee,aggrediscono un popolo che non riconosce
confini, non ha terre da difendere con guerre, non ha bandiere in nome delle
quali massacrare i diversi da sé».

Propongo che tanti aggiungano le loro firme a questo manifesto (tra i primi
a sottoscrivere, Moni Ovadia) che si conclude con la dichiarazione «ci
rifiutiamo di essere diversi. Pretendiamo che siano prelevate le nostre
impronte digitali».

3. Ecco le ragioni per cui alcuni di noi hanno deciso di promuovere e
partecipare all’evento dell’8 luglio. Non è un partito preso o un frivolo
accanimento in luogo di una normale, serena opposizione. Non c’è niente di
normale e niente di sereno in un Parlamento ingorgato di provvedimenti
personali salva-Berlusconi, in cui i lavori sono diretti da presidenti che
in realtà sono capi-partito e come tali vanno insieme al Quirinale a dire
non ciò che provano o sentono tutti i deputati e tutti i senatori, come
richiede il loro ufficio. No, vanno al Quirinale - coperti da quelle
cariche - per dire ciò che vogliono i loro partiti. Ovviamente ciò richiede
più che mai di dare tutto il nostro sostegno, da cittadini, prima ancora che
da politici, al Capo dello Stato.

Ecco le ragioni che spingono alcuni di noi, e certo molti cittadini, e certo
il popolo Rom, a incontrarsi adesso, subito, mentre il cosiddetto «pacchetto
sicurezza» viene imposto al nostro Paese, triste timbro di discriminazione e
razzismo. Come le leggi razziali del fascismo, questa irresponsabile serie
di decisioni ci umilia in Italia, ci isola in Europa, ci separa dalla nostra
Costituzione, interrompe il rapporto con la grande eredità della Resistenza
a cui si deve la nostra libertà.

La nostra libertà è unica. O è intatta o non lo è. O ci riguarda tutti o
costruisce una odiosa apartheid.

È bene alzarsi e dirlo adesso, con tanti cittadini e tanti Rom che ci hanno
detto «veniamo», e con il loro coordinatore, Alexian Santino Spinelli
(professore all’Università di Trieste) che parlerà insieme a noi. E poi ci
saremo tutti in autunno, nella manifestazione politica già annunciata da
Walter Veltroni con il Pd. E ci siamo ogni giorno in Parlamento per dire ben
chiaro il nostro no, per tentare di cancellare sul futuro dell’Italia le
impronte di Berlusconi.

                                               ****

 

 

Manifesto – 17.6.08

L'umanità negata - Valentino Parlato

Quaranta cadaveri e un centinaio di dispersi, che non troveremo mai, nel mare di Sicilia. Persone, esseri umani, che fuggono dai loro paesi, raggiungono la costa meridionale del Mediterraneo. È una storia di sterminio di massa che si ripete e continuerà. Di chi è la responsabilità di questa strage continua? Nostra, della nostra globalizzazione aperta a tutti i movimenti di capitali, ma chiusa - fino all'omicidio di massa - alle persone, a quelli che non riescono a vivere nei loro paesi e a rischio di morte tentano di sbarcare nel nostro mondo ricco e benestante. Magari solo per mendicare, ma in un paese ricco la mendicità può dare da vivere. È una tragedia, ma essendo una tragedia di poveracci non diventa mai un nostro problema. Al massimo si cerca di eludere il problema con più vigilanza, con sbarramenti di motovedette e guardie. Questi disperati migranti non c'erano un tempo o il fenomeno era meno rilevante. Oggi queste popolazioni sono più povere, alla disperazione, perché nei loro paesi la popolazione è cresciuta e perché le loro produzioni sono state distrutte dalla nostra crescita di produttività. Perché la nostra globalizzazione è stata quella dei paesi benestanti, quasi il club dei signori. E - va detto - nei nostri paesi benestanti la globalizzazione finanziaria e mercantile ha accresciuto il distacco tra poveri e ricchi. E i nostri poveri, quelli che lavorano a salario a tempo determinato, o in nero, temono l'arrivo di altri poveri, ancora più poveri e più disposti a lasciarsi sfruttare per un tozzo di pane. Gli imperi coloniali non ci sono più, ma viene da dire che siamo andati al peggio. Non ci sono più le colonie, ma c'è la colonizzazione volontaria di tutti quelli che nei loro paesi non riescono più a vivere e tentano di farsi individualmente colonizzare nei nostri paesi ricchi. Questi movimenti migratori sono diventati una costante tragica dei nostri tempi e quel che sorprende è che non ci sia nessuna iniziativa non dico democratica, ma almeno umanitaria. Pensiamo solo a rafforzare le frontiere e basta. Tacciono i governi, tacciono anche i partiti di opposizione e qui da noi tace anche la Chiesa cattolica, quelli che tentano di arrivare mica sono cristiani! Questa tragedia degli emigranti - donne, bambini e uomini condannati ad affogare nel nostro bel Mediterraneo - non sembra toccare la sensibilità delle nostre società, dei nostri politici, dei nostri intellettuali. Un'insensibilità che segna il nostro grado di imbarbarimento.

 

IL COMMENTO

La sicurezza calpestata  di GAD LERNER

QUANDO gli operai muoiono in troppi alla volta come ieri a Mineo, fulminati o asfissiati letteralmente nella melma, resi massa irriconoscibile dal colore del fango, allora l'Italia è costretta a ricordare. Benvenuto il clima nuovo che si respira nel Palazzo. Ma fuori, intorno? La società sregolata vede precipitare, insieme ai redditi da lavoro, anche le normative più elementari di una dignitosa convivenza. Si crepa di nuovo nelle stive, nelle autocisterne, nei depuratori, sulle impalcature, sulle linee di lavorazione a caldo, come un tempo si crepava nelle miniere.

Subiamo il contrasto scandaloso fra la retorica di una sicurezza ideologica, con cui viene drogata la politica, e poi la sicurezza effettiva sacrificata magari con la scusa che la produttività si migliori facendo senza gli scafandri, gli estintori, i respiratori, i caschi. L'umiliazione del lavoro manuale, la retrocessione della vita operaia a destino sfortunato, spesso vengono giustificate in nome di una virtuosa concordia interclassista, perché il conflitto fra legittimi interessi altro non sarebbe che "invidia sociale".

Venerdì scorso, nello stesso convegno dei giovani di Confindustria che suggeriva per la prima volta nel dopoguerra l'idea dei contratti di lavoro individuali, la relazione introduttiva lamentava "la fretta con cui il precedente governo ha licenziato il Testo Unico sulla sicurezza dei luoghi di lavoro".

In effetti, il 5 marzo scorso, all'indomani della morte di cinque operai alla Truckcenter di Molfetta, benché dimissionario il governo Prodi varò fra i suoi ultimi atti il decreto attuativo della legge 123 sull'antinfortunistica, a ciò sollecitato dallo stesso presidente Napolitano.

Lungi da me voler attribuire alla Confindustria una responsabilità morale nelle stragi che si susseguono, tanto più che a Mineo quattro delle sei vittime erano dipendenti pubblici. Ma come potremmo accettare l'obiezione avanzata a Santa Margherita? "Rendere ancora più complesse e difficili le norme che presidiano la sicurezza sul lavoro impone costi crescenti agli imprenditori che già seguono il dettato della legge mentre non sfiora neppure chi dell'illegalità fa una prassi".
Costi crescenti? Metteteli a bilancio per tempo, invece di stanziare oltre dieci milioni di euro per l'indennizzo delle vittime della ThissenKrupp, oltretutto ponendo la condizione vessatoria che rinuncino a costituirsi parte civile nel processo.

Chiediamoci perché la stessa Confindustria, che giustamente approva l'espulsione degli associati che pagano il pizzo, non disponga la medesima linea di severità nei confronti delle aziende inadempienti violano le normative sulla sicurezza. Riconoscerebbe così il principio etico secondo cui la salvaguardia dell'incolumità dei dipendenti - il primato della vita umana - va inderogabilmente considerato un bene superiore rispetto al profitto.

Le parti sociali si sono date un orizzonte di tre mesi per modernizzare le regole della contrattazione e affrontare una "questione salariale" riconosciuta come non più rinviabile, dopo dodici anni di costante diminuzione dei redditi da lavoro. Il pericolo che l'ideologia della deregulation, simboleggiata dalla provocazione dei "contratti individuali", apra nuove voragini di incuria nella tutela dei lavoratori, non può essere ignorato.

Perché l'Italia delle morti bianche sta ritornando all'antico. In troppe aziende i sindacati hanno già sopportato deroghe mortificanti, magari in nome della salvaguardia dell'occupazione. E un mondo del lavoro in cui divenga norma non scritta la rinuncia alla sicurezza, lungi dal rendere più competitiva la nostra economia, la condanna all'arretratezza strutturale che già in altre epoche storiche abbiamo sofferto.

Il lutto degli operai siciliani, piemontesi, veneti, liguri, pugliesi - il susseguirsi delle stragi al ritmo insopportabile di dieci morti in un solo giorno - rivela il tragitto di un paese nel quale i lavoratori tornano a essere plebe. Come tale indotta magari a ricercare protezioni clientelari, occasionali padrini politici, ma inadeguata a proporsi motore di uno sviluppo fondato sulla professionalità e sull'innovazione.

Il nostro rimpianto boom economico, al tempo della ricostruzione, scaturì dal concorso fra talento imprenditoriale e ritrovata dignità del lavoro, dall'orgoglio di una comunità nazionale capace di valorizzare anche la fatica fisica che oggi invece viene rimossa, imposta per bisogno, sopportata come vessazione.

Quei lavoratori di Mineo andati cinque metri sotto terra senza attrezzature e prevenzioni adeguate, rappresentano una quotidianità italiana vergognosa, l'abitudine dilagante al pressappochismo. Feriscono la coscienza di chi ce l'ha ancora. Promettono rabbia e violenza, altro che "clima nuovo".

(12 giugno 2008)


 

Manifesto – 12.6.08

Omicidio europeo - Loris Campetti

C'è un nesso terribile tra la decisione dell'Unione europea di liberalizzare l'orario di lavoro e l'ennesima strage di ieri nella quotidiana guerra italiana sul lavoro, che ha lasciato sul campo almeno nove operai, nove persone. Il nesso si chiama liberismo. Nella seconda metà dell'Ottocento, lotta dopo lotta, strage dopo strage, prese corpo la Festa dei lavoratori, il 1° Maggio. Il movimento partì negli Stati uniti e in Canada, sbarcò in Europa nel 1889, quando la festa venne ufficializzata dai delegati socialisti della Seconda internazionale. Il 1° Maggio aveva al centro un grande obiettivo strategico: la conquista delle otto ore. Nella primavera del 1906, novemila mondine sfilarono nelle strade di Vercelli insieme ai metallurgici cantando «Se otto ore/ vi sembran poche...». Il XX secolo è segnato dalla lotta per le 40 ore settimanali. Una battaglia di civiltà che segnò un salto epocale. Chissà se i 27 ministri del lavoro dell'Ue hanno studiato la storia del Novecento, e se l'hanno capita? Due giorni fa, 22 di loro hanno votato una normativa che sentenzia la fine non delle 40 ma delle 48 ore, conquistate dall'Ilo nel lontano 1917. Del «secolo breve», della sua ferocia e delle sue conquiste, sappiamo ormai tutto. Cosa dobbiamo aspettarci da questo secolo, se ai suoi albori ci ributta indietro di 120 anni? Se Strasburgo voterà il testo licenziato dall'Unione europea, la deregulation del lavoro andrà oltre le speranze dei peggiori governi liberisti. Tra i più entusiasti quelli italiano e francese, che hanno suggellato la loro vittoria schierandosi con il fronte della «modernità», cioè del mercato e del profitto come unici regolatori delle relazioni sociali, della vita delle persone. Si potrà lavorare anche 60, 65 ore a settimana, se solo il padrone lo vorrà. Sarà ancora più facile morire in fabbrica, nei cantieri, nei campi, o dentro le cisterne avvelenati come topi. Liberalizzare l'orario di lavoro è un crimine, un'istigazione a delinquere. Almeno ci risparmino, signori ministri e portaborse, le lacrime per gli ultimi omicidi di ieri, a partire dai sei operai siciliani uccisi dentro una vasca di depurazione dalle esalazioni tossiche. Così si moriva nell'Ottocento, così si muore nel Duemila. E le sopravvissute conquiste del Novecento? Bruciate sui banchi di Strasburgo, se non verrà fermata la marcia liberista. Grazie alla nuova normativa si potrà persino cancellare ogni forma di contrattazione collettiva, sostituita dai rapporti di lavoro individuali, «fatti dal sarto su misura» come sogna la Confindustria che interpreta la vittoria della destra, l'evaporazione della sinistra e la «modernizzazione» del Pd, come un viatico per piegare ogni diritto alla logica d'impresa. Costi quel costi, fossero anche vite umane. Del resto, non hanno già detto padroni e ministri che le nuove leggi sulla sicurezza sono troppo onerose e vanno ammorbidite? È vero, in Italia comunisti e socialisti non hanno più rappresentanza politica. Ma non c'è solo il Parlamento, non è scritto che le forze democratiche siano morte. La domanda è se esistano forze sociali, sindacali, civili e culturali, qui e in Europa, in grado di battere un colpo, di difendere una conquista di civiltà. Se non altro, in nome del diritto alla vita di chi lavora. Se la risposta fosse negativa, avrebbe vinto chi accusa di ideologismo ogni critica allo stato di cose presenti. Non sarebbe la fine della Storia, ma dovremmo prendere atto che bisognerà ripartire da molto lontano. Dalla fine dell'Ottocento.

 

 

 

Povera, impaurita Italia patria dei diritti rovesciati

Il Rapporto 2008 per i diritti globali Alessia Grossi L'Unità 09.06.08

 

«Un vero e proprio libro nero, nero come il lutto delle morti sul lavoro, la guerra a bassa intensità che solo nel 2007 ha fatto più di mille morti contro i 3mila e cinquecento della guerra in Iraq». Sergio Segio, curatore del Rapporto per i diritti globali e direttore dell'Associazione SocietàINformazione, illustra con questa immagine forte un pezzo del rapporto 2008. Uno studio dal quale esce un'Italia quasi al collasso per la mancata redistribuzione del reddito, per i salari sempre più bassi, un caro vita ai massimi storici, morti sul lavoro ai limiti di una vera e propria guerra, indebitamento in crescita e aumento incontrollato degli stipendi dei top manager.

Presentato lunedì a Roma, il rapporto è pubblicato da Ediesse e redatto da una galassia di organizzazioni, da Arci a Cgil, Antigone, ActionAid, Cnca, Forum Ambientalista, Gruppo Abele e Legambiente.

La copertina nera del volume sembra anche indicare il colore della maglia che l'Italia si aggiudica con il 22esimo posto per l'Ocse con i salari più bassi tra i paesi europei. «Un paese in cui il caro vita al contrario cresce a grande velocità. Nera come la povertà che si estende, secondo il Rapporto sempre di più ai lavoratori dipendenti, tra cui spuntano un 4,6 per cento di poveri in più rispetto allo scorso anno. Una famiglia su cinque, quindi, è povera secondo i dati Istat» conclude Segio.

Dato allarmante è la povertà cosiddetta "differita" e non ancora percepita, cioé i debiti contratti non per spese straordinarie ma per arrivare alla fine del mese e che un giorno dovranno essere rimborsati. Un italiano su quattro si indebita per vivere e il credito al consumo è cresciuto dell'86 per cento negli ultimi quattro anni. Insomma gli italiani sono sempre più poveri e non sembra abbiano molte speranze di miglioramento.

Capitolo inedito e analizzato per la prima volta in sei anni dal Rapporto è quello della sicurezza. «Paura e insicurezza sono in forte crescita- dichiara Segio - se si pensa che in Italia per dati del Ministero dell'Interno sono in diminuzione i reati e il nostro è il paese più sicuro- non si capisce come mai ci 9 italiani su 10 credono siano in aumento i crimini e 6 su 10 sono d'accordo con le ronde». Dunque il rapporto fotografa una insicurezza percepita e «enfantizzata per nascondere le vere emergenze come la violenza sulle donne» conclude Segio.

«È emergenza politica - spiega invece Paolo Beni, presidente dell'Arci alla presentazione del Rapporto- perché c'è un'assenza completa di politiche redistributive, una politica che si piega sempre di più alla ricerca del consenso e che non lavora ad un nuovo modello di sviluppo. Serve il coraggio di provare a cambiare il senso comune» conclude Beni

Ma nel resto del mondo la globalizzazione non ha prodotto meno danni. «Pensare che a cambiare le cose basterebbero le centinaia di miliardi di dollari che gli Usa spendono in spese militari» conclude Segio.
 

L'Unità 09.06.08