Manifesto – 17.10.10
Manifesto – 17.10.10
Una speranza cammina insieme alla Fiom
- Loris Campetti ROMA
-
«Noi non diamo numeri, contateci voi». Bella trovata questa della Fiom, in
polemica con i ministri che prevedevano tra le 20 e le 40 mila persone. Noi
del manifesto ci siamo consultati e abbiamo concluso di non essere capaci di
contare così tante persone, operai e studenti «uniti nella lotta», colf e
migranti, anziani che hanno conquistato quei diritti che oggi si vorrebbero
togliere ai figli e ai nipoti. C'è chi parla di un milione, ma vai a sapere.
E, soprattutto, chissenefrega. Ieri nelle strade e nelle piazze di Roma ha
camminato una speranza: cambiare si può. Speranza che non trova albergo
nella «Politica» ma oggi ha un orgoglioso compagno di marcia: la Fiom.
«Meglio lottare danzando che vivere in ginocchio». Saranno quei burloni
degli operai di Pomigliano che improvvisano una tammuriata in piazza della
Repubblica? Invece no, sono le Chejan celen, «Zingare spericolate», ragazze
e bambine inserite in un progetto di alfabetizzazione dei rom. Sono italiane
da tre generazioni ma non hanno diritto a esserlo per la nostra legge. Ecco
perché sfilano con i metalmeccanici e addirittura si esibiscono in
bellissime danze al ritmo di musiche zigane, perché la Fiom ha messo al
centro di una delle più straordinarie manifestazioni della storia d'Italia
proprio i diritti. Quelli degli operai a lavorare con dignità, dei sindacati
degni di questo nome a contrattare, degli studenti a studiare e degli
insegnanti a insegnare, dei precari a riacciuffare per la coda un futuro
oggi negato, dei migranti a essere considerati persone uguali alle altre
persone. Tutti portatori di diritti sociali, civili, di cittadinanza.
Diritti indivisibili, da difendere e spesso da riconquistare in un'Italia
classista e ingiusta rifondata sui privilegi. Trascina l'emozione della
piazza Maurizio Landini, il nuovo segretario generale della Fiom, quando
dice che di quel che sta succedendo a Roma e in Italia, di questa domanda
collettiva di dignità, partecipazione, democrazia, bisogna ringraziare,
prima e più che la Fiom, gli operai di Pomigliano e di Melfi che non hanno
chinato la testa di fronte all'arrogante pretesa del padrone di scambiare
lavoro ipotetico con diritti certi. I diritti, semmai, vanno estesi a tutti
sennò si riducono a privilegi. Chi è in piazza, come questi operai della
Fiat, non vuole o non vuole più chinare la testa. Due cortei sterminati
hanno raccontato tante cose a una Roma finalmente attenta e qua e là anche
partecipe. La fatica di lavorare e vivere in una crisi spietata, gestita per
di più da un governo spietato perché «servo», come sta scritto su tanti
cartelli. Alcuni un po' scorretti. Servo «dei padroni», naturalmente, di
«Marchionne cetnico, Bonanni maggiordomo» per dire che al servizio del
modello sociale preteso dall'uomo miracoloso della Fiat di «servi» ce ne
sono molti. Più che contro Berlusconi, la piazza rossa della Fiom è contro
un modello sociale e politico in cui l'operaio è pura variabile dipendente,
appendice della macchina a cui lavora e al tempo stesso combattente
arruolato con la forza del ricatto in una guerra globale che non è di classe
ma tra navi nemiche in cui stanno tutti insieme, padrone, manager e tute blu
per combattere contro un'altra nave modellata allo stesso modo alla
conquista, come l'altra, del dio mercato. Mors tua vita mea, siamo in
guerra. Ne parliamo con gli operai dei «cantieri navali in lotta» che ci
spiegano come la stratificazione della nave sia classista perché c'è chi
rema e chi spartisce i dividendi, ma lo è già «al momento della sua
costruzione»: alla stiva lavoratori immigrati senza diritti, ai primi piani
dipendenti delle ditte appaltatrici e subappaltatrici e solo ai piani alti i
«nostri» operai. Che però stanno massicciamente con la Fiom e non si fanno
fottere perché sanno che il nemico è l'armatore e i suoi caporali. Questa
piazza ragiona e grida contro un modello sociale che punta sulla guerra tra
poveri, disoccupati e cassintegrati contro i migranti. Un modello sociale in
cui la democrazia dev'essere «governante» ed è insieme un optional
rinsecchito, fruibile solo per i ceti abbienti. Tutto il potere in mano a
pochi, in politica come all'università, in fabbrica come nei quartieri. Non
sopportano Berlusconi le centinaia di migliaia di lavoratori, studenti,
pensionati che occupano la Capitale, e non glie lo mandano a dire. Ma
temono, forse ancora più di Berlusconi, il partito del potere vero: quello
di Marchionne, Marcegaglia e Montezemolo che «potranno anche essere alleati
di qualcuno, ma non di questa piazza», dice un giovane di un centro sociale
torinese. È ovvio vedere sfilare Emergency che chiede il ritiro delle nostre
truppe dall'Afghanistan, dato che la Fiom è per il ritiro. È ovvio che sfili
Libera per chiede legalità perché la Fiom chiede legalità, anzi spiega che
la frantumazione del ciclo produttivo con la moltiplicazione di appalti e
subappalti è l'ascensore che favorisce l'appropriazione dell'economia da
parte della criminalità. I migranti cercano casa, diritti e lavoro e sono
ora sparsi ora concentrati negli spezzoni dei cortei. Nella Fiom vedono una
casa. All'Ostiense lo spezzone Fiom di Reggio Emilia è tricolore non per
bandiere rigidamente rosse ma grazie alla presenza di operai indigeni,
africani e asiatici. Dal Veneto sono calati in massa sia gli operai di
Landini che i giovani dei centri sociali, così come dalle Marche. L'orgoglio
di essere Fiom, innanzitutto. Gridato da Melfi, da Pomigliano, da Mirafiori,
dallo spezzone più incazzato che apre il corteo di piazza della Repubblica,
quello Termini Imerese che in coro canta «sciuri, sciuri, sciuriti tutto
l'anno, e Marchionne va a jettari u sangu». Precisa la segretaria della Fiom
siciliana che «da noi gettare il sangue vuol dire faticare». E noi ci
crediamo. La pensionata di Macerata e la zingara spericolata, il pacifista
trentino e il cassintegrato autorecluso all'Asinara, il No Tav della Valle
di Susa e persino i venditori di fischietti chiedono una cosa: la
riunificazione delle lotte che si incrocia con la riunificazione del lavoro
chiesto dagli operai arrivati, ancora una volta e più numerosi e decisi di
sempre, a Roma. «Basta con le escort e le case a Montecarlo», chiede un
cartello. Inutile dire di cosa si debba occupare la politica, di lavoro,
democrazia, diritti, legalità. «Di contratti, per dio», grida il pensionato
abruzzese. Ma c'è anche chi chiede «10-100-1000 Same» portando in corteo
uova finte. Di miracoli ieri se ne sono visti molti, a Roma: i soggetti
organizzati, chi si batte per l'acqua pubblica e i beni comuni, chi guida le
battaglie contro il precariato, chi chiede un reddito di cittadinanza, chi
vuole una scuola libera e pubblica chi chiede lavoro per sé e galera per i
suoi padroni (le maschere dell'Eutelia), tutti questi pezzi di mondo hanno
iniziato a camminare insieme. C'è addirittura chi parla dello «spirito di
Genova». Inutile ricordare che anche la Fiom, nel G8 del 2001, c'era,
insieme a chi gridava «un altro mondo è possibile». Il secondo miracolo
romano è che dal palco tutte queste domande e sensibilità sono state
raccolte nell'intervento di Maurizio Landini, un operaio speciale che sa
parlare alla sua gente e al popolo multicolore di piazza San Giovanni. «C'è
una domanda di cambiamento a cui bisogna dare una risposta». Piace ai
comunisti, i tantissimi di Rifondazione ma anche del Pdci, del Pcl, di
Sinistra critica. Piace a Vendola e alla Sel, forse piace anche ai tre eroi
che trascinano in corteo altrettante bandiere del Partito democratico. E il
«nuovo modello di sviluppo» di Landini piace agli ambientalisti, con o senza
bandiera verde. Tutti chiedono la stessa cosa: le lotte devono andare
avanti, fino allo sciopero generale. Meglio prima che dopo. Lo ricordano
senza tregua al segretario generale Guglielmo Epifani al suo ultimo comizio
da capo della Cgil. Non sono eroi, sono però degli esempi. Coccolati da
tutti, orgogliosi, rumorosi, determinati, allegri persino. Sono gli operai
di Pomigliano, quelli dei No a Marchionne da cui è partito tutto questo
casino che ha ridato una speranza al paese. Meglio, alle persone per bene.
Coccolati sono anche i tre licenziati di Melfi che hanno vinto la causa ma
che il padrone tiene fuori dalla fabbrica. C'è anche il manifesto in piazza,
con i suoi circoli e i suoi giornalisti, i suoi stand e il suo grido di
dolore. Siamo accolti molto bene in piazza, e persino dal palco c'è chi
ricorda la resistenza di un giornale amico degli operai, un giornale senza
padroni, senza partiti e senza soldi. Un giornale schierato, come e con
questi chissà quanti italiani e migranti di buone speranze.
La
piazza ha il suo leader e grida «sciopero generale»
- Rocco Di Michele ROMA –
Una
giornata liberatoria. Ha distrutto pacificamente seminatori di paura,
ministri con la poltrona in liquidazione e media senza dignità che han fatto
loro il coro. La prima megamanifestazione di Maurizio Landini è coincisa con
l'ultima di Guglielmo Epifani. Ma non è stato un passaggio di consegne.
Nella Cgil attuale si usano magari le stesse parole, ma i significati
sembrano molto differenti. E i metalmeccanici sono per storia, numero, ruolo
e modo di ragionare «costretti alla concretezza». Si è visto subito che
questa era la piazza di chi si è già accorto che non si può più arretrare, e
Andrea Rivera, con il suo monologo in musica, ha saputo cogliere molte
sfumature di questo sentimento. Non si può più fare un passo indietro perché
non c'è più terreno alle spalle; margini salariali e diritti esigibili sono
ormai ridotti ai minimi termini (neanche le sentenze dei giudici, come a
Melfi, riescono a ottenere immediata esecuzione). La cassa integrazione, in
tutte le sue varianti, ha toccato cifre record; ma soprattutto comincia a
scadere per fette molto consistenti di lavoratori. Non c'è più molto tempo,
insomma, per «attendere» che accada qualche miracolo (la caduta di
Berlusconi, la ripresa, ecc). A questa doppia esigenza - decisione e
tempestività - Maurizio Landini ha dato risposte chiare e nette,
sottolineate più volte da applausi o autentiche ovazioni. La crisi è il
discrimine su cui decide tutto. «Per 20 anni ci hanno detto che bastava
lasciar fare al mercato, ora abbiamo una finanza senza regole, il record di
evasione fiscale, una precarietà senza precedenti e una ridistribuzione
della ricchezza a danno di chi lavora». Una «società così è inaccettabile,
bisogna ribellarsi per cambiarla». Davanti a un governo e un'imprenditoria
che vorrebbero «uscire dalla crisi» cancellando un secolo di conquiste e
diritti, cambiando solo gli assetti di potere, c'è invece una proposta che
suggerisce di uscirne con un cambiamento radicale: «un altro modello di
sviluppo, dove si decide cosa e come produrre, i beni comuni da difendere,
cancellare la precarietà, aumentare i salari». Una visione generale, non
limitata ai metalmeccanici. Ma qui è stata giocata la partita per ridurre le
relazioni industriali tra impresa e lavoro a una mera formalità. Qui il
conflitto vede «mettere in gioco la stessa democrazia», che «non si può
fermare davanti ai cancelli della fabbrica». Qui è scattata - con
l'imprevisto 36% di «no» contro il «modello Pomigliano» e l'orgoglio dei
«tre di Melfi» - la reazione della dignità contro chi voleva costringere a
scegliere tra lavoro o diritti. Qui il voto dei lavoratori su ogni
piattaforma o accordo è diventata una rivendicazione da affrontare con una
legge. Dai metalmeccanici è partita l'unica risposta di massa che ha assunto
un peso anche politico. È forte l'attacco alla Fiom e alla Cgil, basta
leggere gli allarmi di Maroni o i desideri di morte di Sacconi. «Ma non
vogliono soltanto far fuori noi; vogliono cancellare il diritto delle
persone a contrattare, a esser liberi». Di fronte a chi ti dice, come
Marchionne, «se vuoi sapere qual è il piano industriale, devi prima firmare
un accordo che generalizza il modello Pomigliano e magari lo peggiora
anche», non basta più una vertenza di categoria, per quanto seria e dura.
«Bisogna riunificare i diritti, fare contratti nazionali che mettono insieme
più categorie». C'è insomma da vincere una battaglia generale, sindacale e
politica, e quindi la Cgil dovrebbe proclamare un «sciopero generale». Non è
semplice per Epifani iniziare a parlare. La piazza invoca «sciopero,
sciopero». La segreteria della Fiom al completo gli si mette al fianco,
intorno al microfono. È regola antica, in Cgil: il segretario generale si
rispetta. La folla che è rimasta capisce e fa silenzio, tranne una
cinquantina di persone che sventolano un paio di bandiere di un ignoto «Red
bloc» e fischiano per un po'. Epifani attacca il governo, la sua «politica
industriale» inesistente, ma non affonda più di tanto su Confindustria;
difende il ruolo del contratto nazionale, ma come se - proprio su questo -
non si fosse consumata una rottura da cui le imprese non sembrano
intenzionate a tornare indietro. Delinea un iter di mobilitazioni che vede
al centro la manifestazione confederale del 27 novembre e solo dopo - come
se questa giornata non avesse già un significato e una portata generali, e
«se non avremo risposte» - si andrà avanti «anche con lo sciopero generale».
Tempi lunghi, mosse caute, rinvii a quando avrà lasciato il timone della
Cgil nelle mani di Susanna Camusso. E magari lo scenario politico sarà più
dialogante dell'attuale. Due visioni diverse, con molte parole in comune. Ma
la giornata di ieri, questo è chiaro, segna un giro di boa nella
consapevolezza di sé di un'opposizione sociale che sembra ora aver ritrovato
un baricentro solido. «Andiamo avanti, rispettiamo le vostre posizioni,
manifestate», dice la leader di Confindustria Emma Marcegaglia alla Fiom. Ma
avverte: bisogna «guardare avanti». Perché se si guarda a «un modello di
relazioni sindacali che non ci sono più si ha un solo risultato, uccidere i
lavoratori. Se si inneggia a qualcosa che non esiste più questo condanna il
Paese». Secondo il segretario dei meccanici Uil, la manifestazione della
Fiom «parte da motivazioni che non riguardano il merito, ma sono politiche e
si alimentano del contrasto con le altre sigle metalmeccaniche».
«Per la prima volta siamo organizzati»
- Carlo Lania ROMA –
Kalifoo è tornato in piazza. Dopo lo sciopero di sette giorni fa alle
rotonde del lavoro nero in Campania, ieri ha incrociato nuovamente le
braccia. Uguale l'obiettivo: «Stop allo sfruttamento, vogliamo diritti,
permesso di soggiorno e lavoro per tutti» dice lo striscione che Oba e i
suoi compagni tengono bene in vista. «Kalifoo - spiega - è una parola
africana che significa 'terra di sfruttamento', ma anche 'sfruttato'. Noi
siamo kalifoo». C'erano anche loro ieri a piazza San Giovanni, gli immigrati
del litorale domiziano che venerdì scorso si sono rifiutati di farsi
sfruttare dai padroncini che ogni giorno all'alba li prendono alle rotonde
per portarli a lavorare nei campi o nei cantieri edili per una paga da fame:
30 euro per 10-12 ore di lavoro. E c'è chi sta anche peggio. «Qualcuno deve
pagare il caporale, 5 euro al giorno» prosegue Oba. La decisione di
partecipare allo manifestazione indetta dalla Fiom è stata quasi una scelta
naturale. Dopo lo sciopero di venerdì Giorgio Cremaschi li ha chiamati al
telefono complimentandosi per quanto avevano fatto. «Oggi ci sono solo due
no al ricatto che ci pongono tutti i giorni, il nostro e il vostro», ha
detto l'ex segretario nazionale della Fiom. I contatti sono poi continuati,
al punto che il sindacato delle tute blu ha messo a disposizione degli
immigrati un pullman per venire a Roma. E in cento ne hanno approfittato.
Come ogni cosa, anche in questo caso la decisione è nata nelle assemblee che
ogni mercoledì si tengono all'ex Canapificio di Caserta. Quello dei diritti
è un tema di cui in questi tempi si è discusso molto, e non solo perché gli
africani che lavorano lungo il litorale sono quasi tutti senza permesso di
soggiorno e per questo ancora più ricattabili. Ma anche perché quanto
accaduto negli ultimi tempi in Campania non ha potuto non coinvolgerli.
«Abbiamo fatto un parallelo con la vicenda di Pomigliano - spiega Mimma
D'Amico, dell'ex Canapificio, in piazza a Roma insieme agli immigrati -.
Anche lì gli operai sono stati ricattati per poter lavorare. Un po' come
succede tutte le mattine alle rotonde. Scioperare per gli immigrati è stato
un grande atto di dignità, anche perché molti di loro non lavoravano da più
di un mese». Ferme dietro lo striscione ci sono persone arrivate in Italia
da tutta l'Africa: Nigeria, Costa d'Avorio, Senegal, Niger, ma anche
Marocco. In un italiano stentato spiegano che quella di scioperare non è
stata una decisione facile, anche perché fra di loro la paura di perdere
quel poco che avevano era forte. Per non parlare delle ritorsioni, sempre
possibili in una terra dove la camorra detta legge. Invece è andata bene. «I
padroni adesso hanno un po' paura - spiega Oba - perché hanno capito che
abbiamo un'organizzazione e abbiamo dimostrato che quando vogliamo sappiamo
ribellarci. Lo sciopero è stato importante perché abbiamo dato un segnale
forte». A Roma, in piazza con tutti gli altri, c'è anche qualcuno venuto
apposta da Rosarno. Tra qualche settimana nel paese della piana di Gioia
Tauro che a gennaio ha visto la rivolta degli immigrati ricomincerà la
raccolta delle arance e anche gli immigrati di Villa Literno, Afragola,
Castelvolturno e di tutto il litorale domiziano scenderanno insieme agli
altri. Difficile immaginare cosa accadrà. Gli imprenditori agricoli stanno
chiamando gli immigrati, ma in paese non ci sono posti letto sufficienti per
accoglierli. Le vecchie fabbriche dove erano sistemati fino a gennaio non ci
sono più, ripulite o abbattute nei giorni successivi la rivolta. «Chi può
affitta una casa, e poi magari dormono in dieci persone per stanza - spiega Oba
.- ma è chiaro che la maggior parte dovrà arrangiarsi». Venerdì gli
immigrati hanno fato un
sit in davanti al ministero degli Interni. «Abbiamo capito - spiega D'Amico
- che il governo non intende recepire né la direttiva europea sui rimpatri, che scade a dicembre, né quella contro lo
sfruttamento sul lavoro. E questo è scandaloso».
Movimenti uniti contro la crisi
- Roberto Ciccarelli ROMA –
Covavano diritti, non violenza. Lo slogan che spiccava ieri su uno degli
striscioni di Action, oltre che su centinaia di magliette indossate da
migranti, è stata la risposta a chi per un lunghissimo istante ha sperato
che il corteo Fiom si trasformasse in un riot metropolitano. L'unico
retaggio degli anni Settanta è stato quello del ministro del Lavoro Sacconi
quando ha immaginato che il corteo del movimento di lotta per la casa, per i
diritti dei migranti e dei centri sociali schierato dietro lo striscione
«uniti contro la crisi» fosse popolato di «cose passate». «Lanciare strali
contro questa manifestazione, che è politica e non solo sindacale, - ha
spiegato Andrea Alzetta - è il solito vecchio schema. Noi invece diciamo al
sindacato che non è più possibile difendere solo il lavoro dipendente
garantito ma anche quello delle generazioni future e dei migranti». Nemmeno
il tentativo di denunciare una spaccatura tra gli eredi del movimento
no-global - da un lato «pericolosi facinorosi» che tacciono e distruggono,
dall'altro lato pacifici costruttori di volenterose idee - è tornato utile
per comprendere lo
spirito della nuova generazione di studenti medi e
universitari, di ricercatori e docenti della scuola che ha composto il
nutrito spezzone di diecimila persone partito di buon'ora dalla Sapienza
dietro lo striscione «sapere bene comune». E non era un'«accozzaglia» il
corteo che ha aspettato più di tre ore prima di avanzare da piazza dei
Cinquecento in direzione dell'Esquilino e di piazza San Giovanni, ma il
risultato di un movimento che negli ultimi mesi si è mosso efficacemente
contro il progetto di ridimensionamento dell'università pubblica e di
precarizzazione del lavoro della conoscenza. Nessuna reminescenza del
passato, come invece pensano i cinici laburisti passati tra le file della
destra berlusconiana, ma al contrario prodotto della ricerca unitaria di un
futuro diverso. «In questo paese vengono negate le garanzie sociali agli
operai e a chi lavora con i saperi - ha detto Luca Cafagna, studente della
facoltà di Scienze Politiche della Sapienza - Questa manifestazione è
l'occasione per ricostruire uno spazio pubblico con il sindacato, con il
movimento dei beni comuni, con quello studentesco. È ormai tempo di
costruire un nuovo stato sociale per i lavoratori dipendenti e per quelli
che non hanno le stesse garanzie». In tutti i discorsi ascoltati
dall'amplificazione ad «impatto zero» montata sul camion elettrico che
avanzava a fatica tra le strade dell'Esquilino è tornata, pesante come un
macigno, l'affermazione del presidente dell'Inps Antonio Mastropasqua
secondo il quale i «lavoratori parasubordinati» non avranno una pensione tra
30 anni. La stragrande maggioranza dei partecipanti al corteo dedicato ai
saperi e ai diritti sociali erano giovani iscritti alla gestione separata
dell'Inps oppure lavoratori autonomi che hanno iniziato a lavorare prima del
1995 (anno di applicazione della riforma delle pensioni). «Fare come in
Francia» è la loro risposta ad un problema epocale che tutti in Italia
sembrano volere nascondere sotto il tappeto. I grandi scioperi francesi di
questi giorni vedono liceali e pensionati chiedere l'allargamento delle
garanzie sociali alle nuove forme del lavoro non garantito. Ispirati da
questo modello, i movimenti chiedono al sindacato un nuovo progetto di
società e di sviluppo basato sul lavoro della conoscenza che metta
finalmente sullo stesso piano i diritti del lavoro dipendente e di quello
indipendente. «Il sindacato deve avere la forza di parlare con ciò che di
nuovo si muove nella società - ha riconosciuto Francesco Sinopoli,
componente della segreteria nazionale Flc-Cgil - l'università e la scuola
sono l'avanguardia di un movimento che ieri è riuscito a rinviare la riforma
Gelmini, ma che oggi dovrà affrontare il futuro di un'intera generazione». A
questa sfida culturale, prima ancora che politica, sarà dedicata l'assemblea
organizzata stamattina nell'aula A della facoltà di scienze politiche della
Sapienza alla quale parteciperanno tra gli altri il segretario Fiom Maurizio
Landini e Gianni Rinaldini. Il progetto, ambizioso, è quello di rompere
l'egemonia del berlusconismo che ha investito il ceto medio e quello
popolare, i garantiti e i non-garantiti attraverso un patto
intergenerazionale che superi il conflitto tra i vecchi e i giovani, i
bianchi e i neri. «Il percorso che abbiamo iniziato con la Cgil - afferma
Luca Casarini - non è una semplice alleanza, ma la ricerca di un terreno
comune tra istanze sociali e soggettività che spesso restano isolate. È
importante che Landini abbia richiamato la necessità del reddito di
cittadinanza, per noi è l'unico strumento per affrontare gli effetti di
questa crisi che produrrà una crescita ridotta senza occupazione». Altro
capitolo è il problema fiscale che ai lavoratori autonomi, come a quelli
parasubordinati, impone tassi alti «ai limiti della rapina e questo vale
anche per il lavoro dipendente - continua Casarini - Non lo considero un
problema corporativo, riguarda al contrario la redistribuzione della
ricchezza».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200912articoli/50349girata.asp#
La Stampa 14/12/2009 (7:27) - INTERVISTA A
ROSY BINDI "Non faccia la vittima, è uno degli artefici del clima violento"
La Bindi: «Condanno il gesto folle ma chi ha più responsabilità fa di tutto
per dividere il paese» CARLO BERTINI ROMA Nel “buen retiro” della sua casa
di Sinalunga, Rosy Bindi scorre i flash di agenzia sull’aggressione al
premier. E’ da poco tornata dalla messa delle cinque ed ha appena finito di
ragionare sulla proposta di Casini, «efficace solo se viene presentata come
alternativa di governo con una proposta programmatica e sociale». Ma di
fronte alla piega improvvisa che la giornata politica sta subendo, ragiona
sconsolata: «Ci mancava pure questa. Sia ben chiaro, questa intervista deve
aprirsi con la solidarietà a Berlusconi e con la condanna del gesto. Resta
il fatto che tra gli artefici di questo clima c’è anche Berlusconi, non può
sentirsi la vittima. Questi gesti vanno sempre condannati, mai giustificati.
Qualche volta però sono spiegabili. Certo, se si continua a dividere questo
paese, alla fine...».
Dunque aveva visto giusto Di Pietro sul
rischio di scontri in piazza per un clima di odio alimentato dal premier?
«Motivi di esasperazione ce ne sono molti, legati alla crisi economica che
alcuni pagano con prezzi altissimi. La sensazione più diffusa è che non sai
più a chi rivolgerti, non sai più chi ti tutela. C’è perfino una rottura in
parte creata ad arte del movimento sindacale. E poi c’è uno scontro politico
che si porta dietro sicuramente frange estremiste o persone che perdono la
testa, ma chi ha più responsabilità fa di tutto per dividere il paese.
Sbagliano i contestatori, non si disturbano le piazze degli altri, è anche
vero che c’è modo e modo per zittire le persone. E anche oggi il premier ha
mantenuto toni duri, mancava solo la frase “e per tutto questo ora andiamo
al voto”».
Il Cavaliere dice di voler continuare a
governare. Allora perchè un leader prudente come Casini si spinge così
avanti? Sarà perchè il voto anticipato è un esito su cui nessuno più dubita?
«Può essere un segnale del tipo “se hai intenzione di tirare la corda, sappi
che...”. Certo le opposizioni sono pronte a reagire se il premier vuole
elezioni per cambiare la Costituzione. Berlusconi a Milano non ha fatto
altro che confermare il messaggio che siccome lui ha il consenso popolare
nessuno lo può fermare».
Ma quanto potrebbe durare un esecutivo con
Casini e Di Pietro? «Questo è il punto. E poi sia ben chiaro, non è il
premier che decide se si va a votare. E il Pd starà molto attento alle
decisioni del Quirinale: saremo disponibili a collaborare per rendere
effettivo il dettato della Costituzione che le Camere le scioglie il Capo
dello Stato».
Quindi è vero, secondo lei, che in cinque
minuti si trova una maggioranza in Parlamento per un governo istituzionale.
«No, non è così. Mi pare ve ne siano troppe di situazioni da definire e
grazie a Dio al Quirinale c’è una persona saggia».
Ma esiste o no qualche controindicazione
nel far nascere un Fronte democratico “anti-Silvio”? «E’ un primo passo che
considero indispensabile, ma non scontato, tutto da costruire e comunque non
sufficiente. Il paese sta attraversando una forte crisi sociale ed
economica. Quindi la soluzione della crisi democratica deve essere
funzionale alla soluzione della crisi sociale. L’Alleanza per la democrazia
trova il consenso se ha la forza dell’alternativa programmatica. Non si può
dire ai disoccupati “vieni con noi a salvare la democrazia del paese” senza
dirgli come saremo in grado di ridargli il lavoro.
Lei dà per scontato che gli elettori di
Casini lo seguano se va con la sinistra e che i vostri militanti votino per
Casini premier? «Non penso agli organigrammi e mantengo due punti fermi. Il
bipolarismo e il Pd come partito plurale, non come sinistra. Anche il
sistema politico da troppi anni non si assesta perché deve pensare alle
emergenze. Tradotto, il Pd non ha nessuna intenzione di ereditare il
complesso dei “Figli di un Dio minore” della sinistra che per vincere
bisogna che qualcun altro ci copra al centro». Ma questa esigenza non si
scontra con un’alleanza con l’Udc? «No, ci alleiamo come partito di
centrosinistra, non andiamo a costruire il centrosinistra con il “trattino”.
Il Pd non può perdere la sua natura nel fare questa operazione. E Casini sa
che in questo caso non può mantenere una politica dei “due forni”. E
aggiungo che questa è un’occasione, non per rinnegare il bipolarismo, ma per
costruirne uno più europeo. Dunque per il Pd è una sfida. Vorrei rassicurare
Veltroni: non ho intenzione di perdere l’Ulivo per strada, per me difendere
il futuro democratico del paese significa anche difendere il nostro progetto
politico». http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/politica/200912articoli/50349girata.asp#
Manipolazione continua, incessante,
martellante......
Colpevoli per forza!!!
Per comprendere a quale infima bassezza possa
giungere la campagna di manipolazione della informazione
contro i lavoratori
Fiat dei Cobas di Pomigliano d'Arco
accusati di avere aggredito Rinaldini a Torino
basta vedere la titolazione e sopraesottotitolazione che
"Repubblica" di oggi fa su un articolo della sua corrispondente
da Napoli Patrizia Capua.
Nella titolazione si dà per certa e
suffragata la notizia dell'aggressione a Rinaldini e la condanna
dei colleghi di lavoro di coloro che l'avrebbero perpetrata.
Dalla lettura della corrispondenza della Capua non si evince
niente di questo: anzi c'è la testimonianza di un lavoratore che
richiama la dichiarazione di Cremaschi secondo il quale
Rinaldini sarebbe scivolato.L'atmosfera in cui si svolge
l'incontro tra la giornalista Capua e gli operai è molto
sconfortante, tesa, nervosa, densa di foschi presagi. I
lavoratori denunziano di essere stati abbandonati dai sindacati
confederali, di temere per le prossime decisioni della Fiat, di
sentirsi soli. Si coglie amarezza a palate e si percepisce con
chiarezza una condizione esistenziale degli operai che non sanno
più che cosa fare, dove sbattere la testa, a chi
rivolgersi......
Ebbene, la cosa che interessa "Repubblica"
non è la critica ai sindacati confederali fatta dagli operai ma
la ricerca di una conferma, di confessioni sulla inventata
aggressione subita dal Rinaldini. Questa è la linea editoriale
del giornale purtroppo accettata da tutto il mondo politico
compresa la sinistra radicale. Questo risulta evidente da
dichiarazioni di Bertinotti, di Ferrero, dagli scritti di uno
storico giornalista del Manifesto specialista in fatti sindacali
come Loris Campetti, per non parlare dell'Unità e dei soloni del
PD. I quali proprio stamane hanno presentato bipartisan con il
Pdl, relatore Ichino, un disegno di legge che sollecita la
compartecipazione dei sindacati alla gestione delle imprese
(proprio ora in piena crisi per coinvolgere i lavoratori in
dolorose ristrutturazioni) e che riduce di molto le garanzie
ancora esistenti come vedremo meglio quando lo commenteremo.
Intanto Scajola cerca di ripescare la CGIL nella rete del
governo. Si è reso conto, a differenza di Sacconi, che la linea
dell'isolamento della CGIL non paga e che, manovrando con il PD,
può forse trovare un consenso sociale che la Cisl,l'Uil e la
Polverini non gli assicurano.
Naturalmente i commenti della destra
politica sui fatti di Torino sono i più esagitati. Qualcuno dei
loro giornali arriva ad insinuare un prossimo passaggio dal
ribellismo operai al brigatismo, al terrorismo, alla lotta
aperta allo Stato. Coloro che scrivono irresponsabilmente di
questo non si rendono conto che la loro politica di rottura
della coesione sociale e di isolamento delle frange più
combattive del mondo del lavoro produce soltanto tensione e
prepara un prossimo futuro assai difficile specialmente in
presenza dei licenziamenti già programmati.
Pietro Ancona
articolo ripreso da
19 - 05 - 2009
Quella rabbia tra Nola e
Pomigliano "Alcuni già espulsi, gli altri in bilico"
Il reparto dei Cobas che hanno
aggredito Rinaldini: "Li condanniamo ma i sindacati non ci
difendono"
(la Repubblica, martedì, 19
maggio 2009
Gli operai: senza una missione produttiva
per l’impianto sarà scontro duro
PATRIZIA CAPUA
Pomigliano d’Arco - È il Polo della
logistica, il cuore dello Slai Cobas, dopo il putiferio di
Torino dipinto come un covo di fannulloni, provocatori,
esagitati, e anche peggio, terroristi. Il reparto "confino" è un
capannone nel lotto H dell’Interporto di Nola, a più di venti
chilometri dallo stabilimento Fiat di Pomigliano D’Arco. Ci sono
316 tute blu che ieri sono tornate al lavoro per una settimana,
come tutti i cinquemila operai, cassintegrati dallo scorso
settembre. I Cobas sono partiti da Nola per Torino per accusare:
ci hanno "espulsi" dalla fabbrica e portati quaggiù perché siamo
un fastidio per l’azienda, con il benestare di Fiom, Fim, Uilm e
Fismic. Scelti tra i "rompiballe", i sindacalisti che vogliono
alzare la testa, i malati.
Saranno un’ottantina a Nola gli iscritti Slai
Cobas, e agli occhi di tutti sono diventati quelli che hanno
buttato giù dal palco il leader della Fiom, Gianni
Rinaldini. Ma ci sono operai di altre sigle sindacali,
e non vogliono che si spari nel mucchio. «È una cattiveria
parlare degli "arrabbiati di Nola"» dicono, «così ci chiudono
ancora di più nel reparto confino». «Hanno sbagliato i nostri
compagni a comportarsi in quel modo» dice subito uno, «ognuno
deve far valere le proprie ragioni». Nel quartier generale dello
Slai Cobas, a Pomigliano, Vittorio Granillo e
Mara Malavenda preparano una conferenza stampa
per domani. E una e secca la smentita. «È una montatura, si
parla di 30 scalmanati - afferma Granillo - invece i nostri sono
arrivati da tutta Italia. È Rinaldini che sembra scivolare ad
ogni intervento. Questa volta è caduto su una buccia di banana,
in quanto lo stesso Cremaschi sembra che abbia
affermato che Rinaldini sia soltanto scivolato. Si nascondono le
difficoltà in cui versa la Fiom».
A Pomigliano davanti alla fabbrica si coglie
il malessere per i fatti di Torino. «Ci siamo rimasti male, la
lotta dovrebbe essere unita, invece non è così» dice
Alfredo Tortora, della Lastrasaldatura, «facciamo
sacrifici e la nostra immagine è danneggiata». È una guerra tra
poveri, afferma Carlo Terrecuso, un’altra tuta
blu, ci dovremmo dare una calmata tutti». «Siamo animali al
macello» dice un altro lavoratore, «Marchionne è un ottimo
manager, con la speranza che ci faccia lavorare. È il governo
che non ci garantisce e non deve permettere fughe all’estero. E
il sindacato, poi, non ci tutela. L’azienda se ne serve per
tenerci a bada. Quando ti mettono la mano sulla spalla ti hanno
già fregato». Antonio, stampaggio, gli dà ragione: «Non ci
meravigliamo dei Cobas, si sa, fanno cose esagerate. Ma il
sindacato non esiste più. Abbiamo anche preso le botte dalla
polizia, a che pro? Ora siamo nelle mani del destino. Vogliamo
un piano industriale per lavorare».
Intanto rimbalzano in fabbrica le notizie
apparse sul sito Affari italiani, sul piano di chiusura di
Pomigliano che Marchionne avrebbe presentato alla Merkel.
Nessuno ci crede ma cresce la rabbia. «Sono fogli già visti, che
ci ha girato l’Ig metal» dice Massimo Brancato, della Fiom, «ma
c’è da chiedersi: la Merkel che sta concordando con
Marchionne? È del tutto evidente che se la coperta è la
stessa, è sempre troppo corta». Una pronta smentita da parte
della azienda: è quanto chiede Cesare Damiano,
responsabile lavoro del Pd. E ancora più urgente, aggiunge, è la
convocazione del tavolo con il governo. Per ora è arrivata solo
la smentita.
Lo scontento è alle stelle. Da Pomigliano,
Gerardo Giannone, del Cantiere Comunista nel
"Giambattista Vico", sollecita: «La Fiat assegni al più presto
una missione produttiva a Pomigliano, altrimenti siamo pronti
alla guerriglia. Gli operai sono stanchi di tutte queste
incertezze - continua - e sono pronti a una lotta dura».
_____________________________________________________________
COMUNICATO SLAI COBAS
sindacato dei lavoratori
autorganizzati intercategoriale
Sede legale: Via Masseria Crispi 4,
80038 Pomigliano d’Arco (Na), tel.fax: 081/8037023, @mail:
cobasslai@fastwebnet.it
Sede nazionale: Viale Liguria 49,
20143 Milano, tel.fax 02/8392117, @mail:
slaimilano@slaicobasmilano.org
Comunicato
stampa
Nessuna
aggressione a Rinaldini!
Provocatori tra
i confederali innescano il parapiglia
OCCORRE UNA
LOTTA UNITARIA DEI LAVORATORI CONTRO LA FIAT
E I
LICENZIAMENTI PROGRAMMMATI DA MARCHIONNE!
Senza nemmeno
contattarci per confrontare la nostra versione dei fatti, si
è costruita ad arte la falsa notizia di un attacco
preordinato e organizzato per gettare dal palco della
manifestazione operaia di Torino il segretario della Fiom
Rinaldini.
Lo Slai Cobas è
sceso in piazza contro la Fiat e per una lotta unitaria dei
lavoratori contro la ristrutturazione e i licenziamenti
programmati da Marchionne.
Al termine del
corteo contro la Fiat si chiedeva a gran voce, con
l’approvazione degli operai presenti in piazza, che
potessero parlare anche lo Slai Cobas e i lavoratori delle
fabbriche Fiat colpite dalla ristrutturazione e dalla
minaccia di chiusura, in primo luogo gli operai di
Pomigliano deportati da oltre un anno allo stabilimento
confino di Nola (anche grazie a un accordo siglato dai
confederali).
Stabilimento
confino di Nola che ripete l’esperienza vergognosa dei
reparti confino fatti dalla Fiat di Valletta negli anni ’50
a Mirafiori, dove venivano rinchiusi tutti gli operai non
disposti a subire passivamente lo sfruttamento padronale.
Quando con i
dirigenti confederali presenti sul palco era stato
concordato che avrebbero potuto parlare anche lo Slai Cobas
e gli operai di Nola, qualcuno dei confederali, che
evidentemente non condivideva questa decisione, ha innescato
una violenta provocazione per impedirlo. Nel
parapiglia che ne seguiva
Rinaldini
cadeva e veniva aiutato a rialzarsi da lavoratori dello Slai
Cobas.
Quando, poi, un
rappresentante dello Slai Cobas e uno degli operai di Nola
stavano per parlare, come concordato con i dirigenti
confederali, qualcuno tra di loro strappava violentemente i
fili del microfono per impedirlo. Abbiamo dovuto così
parlare, dopo che i dirigenti confederali hanno abbandonato
il palco, con il nostro impianto voce e abbiamo parlato ai
lavoratori che nella quasi totalità sono rimasti in piazza.
Nessuna
aggressione preordinata contro Rinaldini,
quindi. Quanto accaduto è stata una scelta deliberata di chi
tra i confederali, innescando la violenta provocazione sul
palco, vuole continuare ad impedire che i lavoratori possono
prendere direttamente la parola e continuino a rimanere
succubi di accordi concertativi,a perdere e calati
dall’alto.
Lo Slai Cobas
ribadisce la necessità di una lotta ampia e unitaria
degli operai, dei lavoratori, contro la Fiat e il piano di
ristrutturazione e licenziamenti delineato da Marchionne.
Una lotta che
deve articolarsi sul netto rifiuto della chiusura di
qualsiasi stabilimento, sulla redistribuzione del lavoro tra
le fabbriche Fiat, sulla riduzione dell’orario di lavoro a
parità di salario, sul salario garantito ai disoccupati, sul
blocco degli straordinari negli stabilimenti. Misure che
potrebbero essere realizzate utilizzando i profitti fatti
dai padroni in questi anni.
Milano
16/5/2009
Slai Cobas
www.slaicobas.it
Coordinamento nazionale
I
nfo per la stampa 3400021679
Rinaldini buttato giù o sostenuto come
affermano i Cobas e Cremaschi?
COBAS Nessuna aggressione a Rinaldini: lo quereleremo
LEGGERE
COMUNICATO:
http://www.slaicobas.it/
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Repubblica – 17.11.08
x
Io,
schiavo al mercato di Milano per due euro e mezzo di paga
PAOLO
BERIZZI
MILANO -
Prima cosa: scavalcare. "Lì in mezzo, tra la porta numero 3 e la 4, vai
tranquillo", mi suggerisce Driss, un ragazzo marocchino, sorriso sghembo e
infreddolito. Se vuoi lavorare come schiavo delle cassette, all'Ortomercato di
Milano, devi arrampicarti su questa barriera di ferro - saranno tre metri e
mezzo d'altezza - che gira sui quattro lati e che ora traballa per i movimenti
accelerati e scomposti di chi sale sopra e salta dall'altra parte. Le quattro di
notte. Sono dentro. "Vai al piazzale 60, o al 61, o al 62, o al 63, che c'è
lavoro". Calpesti uno dei 450 mila metri quadrati del mercato e ti sbatte
addosso la sensazione di essere in un posto dove non sei nient'altro che
braccia, ma dove un misero lavoro nero - questo sì - puoi cercarlo in libertà.
Senza nessuno che ti punta, che ti intralcia. Confuso nella suburra dei bancali,
file interminabili di pile di scatole di legno e di plastica; odori forti di
ortaggi, il freddo che li stampa nelle narici; i fumi dei Tir, 300 ogni notte; i
camioncini degli ambulanti che aspettano il carico (il nome del proprietario è
scritto sulla ribalta con la vernice spray); i caporali che smistano il traffico
umano. La spianata di cemento di via Lombroso è il regno del racket delle
braccia e delle cassette. Si lavora come servi. Sembra di stare nell'800
sudamericano, o nelle campagne meridionali degli anni Cinquanta. Invece è
Milano, la capitale economica d'Italia. Mille chilometri dal cottimismo dei
pomodorini di Foggia, di Castel Volturno, di Pomigliano d'Arco. L'Ortomercato -
1 milione di tonnellate di merce venduta ogni anno (il 30% va all'estero) - è
gestito da una società del Comune (Sogemi). Qui dentro si carica e si scarica
frutta e verdura per sei o anche dieci ore di fila: dall'una di notte alle
undici del mattino. Si guadagnano 15-20 euro. Sfruttamento schifoso, tanto al
chilo. Ti pago il caffè, dicono gli ambulanti e i grossisti che si presentano in
furgone o in Suv ai ragazzi egiziani, marocchini, tunisini, rumeni, albanesi,
indiani, filippini, a questo esercito di disperati - qualche centinaio, italiani
quasi zero - che ogni notte arriva per tirare su un po' di spiccioli. Molti si
rivolgono agli intermediari, i "cacciatori di braccia". Altri fanno da sé. Si
mettono lì, fanno la posta davanti agli ambulanti. Si spostano in gruppi.
Seguono la corrente dei muletti che schizzano da un posteggio (gli stand dei
venditori) all'altro, portano in giro sempreverdi e primizie di stagione
dappertutto nella ragnatela infinita dei capannoni (145 imprese,160 produttori
locali). Certe notti gli schiavi delle cassette si accoltellano per mettere le
mani su un bancale prima che arrivi un altro. Una guerra dei poveri che deflagra
negli anfratti bui che circondano i capannoni. Cinque minuti dopo le quattro
sono di fronte al padiglione C (sud). Giubbotto, berretto di lana, guanti da
lavoro. E due braccia da sfruttare. Tra gli stand delle cooperative che
brulicano di venditori e compratori e via Varsavia (dove ci sono le porte 3 e 4)
si estendono i piazzali di carico più "battuti": dal 59 al 63. E' un ufficio di
collocamento all'aperto. Praticamente ci sono solo immigrati extracomunitari.
Quelli già al lavoro. Quelli che arrivano alla spicciolata dopo avere scavalcato
la cinta vulnerabile come una fetta di burro. Quelli che "comandano", e a cui si
appoggiano i verdurai per reclutare manodopera. Ci sono manovali e magazzinieri
"fantasma". Sono invisibili come lo sono - incredibilmente - i colleghi che
scavalcano da fuori. E nessuno che li fermi mai. Spuntano dalla cabina di carico
dei furgoni. Entrano nel mercato dalla porta principale, la 4, come clandestini,
nascosti dove poi verrà sistemata la merce. Via Lombroso è una groviera. Altro
che i tornelli promessi da Sogemi nel 2007, annunciati alle cooperative in
regola - che sono la maggior parte - e mai installati. "Aspetta qui" mi dice un
marocchino sulla quarantina. Paziento tra i bagni fetidi del piazzale 62,
un'autoambulanza e una fila di furgoncini. Guardo attorno. Il confine tra
l'essere qualcuno o qualcosa e il non essere niente è una fila di mini uffici.
Sono i box dei grossisti, disposti lungo il perimetro dei capannoni e anche
all'interno. Sono il punto d'approdo di molti "schiavi". I caporali e gli
ambulanti li ingaggiano sui piazzali e poi li obbligano a fare la spola tra i
camion e gli stand. C'è una confusione pazzesca. Magari il problema
dell'Ortomercato fossero "solo" le tonnellate di eternit (tettoie, tubature,
rivestimenti) che il Comune in 43 anni non ha ancora rimosso; magari fossero
solo gli autoarticolati che arrivano da tutta Europa e, anziché fermarsi nelle
aree di sosta, si infilano nelle stradine che come arterie tagliano il ventre
molle del mercato. Di più. Il problema non è nemmeno e soltanto la criminalità
organizzata - camorra, mafia, soprattutto ndrangheta - che da vent'anni si
infiltra nel più grosso mercato alla distribuzione d'Italia (qui aveva messo
radici la cosca calabrese Morabito-Bruzzaniti-Palamara, che faceva partire
quintali di cocaina e che aveva aperto un night club nella palazzina della
Sogemi). La vera piaga è il lavoro nero. Diffuso, trasversale, tollerato,
indisturbato. Un sistema che sembra far comodo a tutti. Dei 3mila lavoratori
dell'Ortofrutticolo si calcola che almeno la metà siano irregolari. Ci sono
cooperative che sembrano specializzate nell'offrire lavoro aumm-aumm; alcune
chiudono e poi riaprono sulle proprie ceneri. I titolari si "ripuliscono",
escono dalla porta e rientrano dalla finestra. E a poco valgono gli sforzi di
guardia di finanza, ispettorato del lavoro e sindacati. Davanti all'ufficio di
un grossista che si chiama come il frutto da cui si ricava l'olio, sta per
scoppiare una rissa tra egiziani e marocchini. Volano insulti e spintoni. Si
ribalta una pila di casse di kiwi. Il solito problema: la guerra dei bancali.
Valgono 50 centesimi quando sono carichi di roba. Una goccia nel mare del giro
d'affari del mercato (3 milioni di euro al giorno). Il lavoro chiama. Il mio
uomo, adesso, è un ambulante italiano, dieci anni di Ortomercato, accento
partenopeo intatto. "Questo deve fare due viaggi", mi dice indicando il vecchio
furgone con la fiancata scrostata. Due viaggi "pieni". Vuol dire che bisogna
caricare la merce. Mi rimbocco le maniche. Siamo in tre, due fissi, uno,
l'ultimo arrivato, temporaneo (per stanotte mi chiamo Alberto e vengo
dall'Albania). Affondo in mezzo a muri di arance, cime di rapa, lattuga,
melanzane, banane, mele, cavoli. Nadil viene da Tunisi. Si è fatto quattro mesi
a San Vittore per spaccio. Adesso è qui a caricare: "Vengo ogni notte ed è
l'unico posto dove si trova lavoro senza problemi. Un paio di volte mi ha
fermato la polizia, ti cacciano fuori, ma la sera dopo ritorni". Il capo gira,
controlla. Si allontana per trattare coi grossisti la merce da acquistare e
portare ai mercati rionali. Poi torna e chiede di fare in fretta. "Ragazzi, qui
si lavora... ". C'è chi aspetta il suo turno, qualche "briciola" da raccogliere,
qualche cassetta da impilare. E' infrequente sentire parlare italiano. Tra chi
scarica, il rapporto italiani-stranieri è di uno a trenta. Se non fosse per
l'auto della polizia municipale e quella della vigilanza privata Securitalia che
ogni quarto d'ora tagliano questa folla di lavoratori in nero - molti
clandestini - senza battere ciglio, sembrerebbe di stare in un suk africano. Nel
caos, alle cinque e mezza, un muletto investe un ragazzo marocchino
(irregolare): frattura alle gambe, ricovero al Paolo Pini. Parte il primo
viaggio del "mio" furgone. Continuo a caricare. Sono sotto un altro
"posteggiante". Un tipo tarchiato con gli occhiali che fa lavorare, a giro, una
decina di immigrati, qualcuno giovanissimo. Uno mi offre una manciata di semi di
finocchio. E' l'alba. Al bar del capannone D ci sono un busto di Mussolini e un
poster del Duce. Dominano il bancone dall'alto. "Fino a qualche anno fa -
ragiona il vecchio operatore ortofrutticolo davanti al caffè - in questi
piazzali c'erano le cooperative regolari, adesso è uno schifo, un mercato di
schiavi che nessuno vuole o riesce a fermare". I padiglioni e i piazzali mano a
mano si svuotano. Gli ultimi tir escono che sono le 6. Ma c'è ancora il tempo
per tre ore di lavoro. Sono sempre lì a trasportare cassette. Le ordino sul
furgone. Con i miei colleghi africani ci capiamo a gesti. La cosa su cui
sembriamo più d'accordo è che, tutti noi, non vediamo l'ora che i furgoni escano
da qui per piazzare la merce nei mercati rionali. E che i "capoccia" sborsino il
misero salario per troppe ore di lavoro. Alla fine della notte, quando la luce
del giorno rende ogni operazione meno facile, meno fluida, l'ambulante mi chiama
da parte. Dietro un camion. Mi paga. Quindici euro per sei ore di carico. Due
euro e cinquanta all'ora. Scavalco di nuovo la barriera di ferro, il confine fra
il suk e la città. Sempre lì, tra la 3 e la 4, nello stesso punto da cui ero
entrato. "Ciao Alberto, se vuoi ci vediamo domani".
Manifesto – 14.11.08
Vi spieghiamo il
perché del nostro no alla Gelmini
– Sapienza occupata
Sapienza occupata Abbiamo attraversato settimane di intensa mobilitazione,
che hanno visto la partecipazione di migliaia di studenti e precari di tutte
le università, nelle occupazioni, nelle manifestazioni spontanee, nei
blocchi dei nessi produttivi nelle città. La parola d'ordine, che ha
viaggiato con la rapidità della propagazione delle onde, «Noi la crisi non
la paghiamo!», è l'espressione di un'intelligenza collettiva che si forma
nelle lotte ed esprime completa il rifiuto a pagare i costi della crisi
globale. Da più di un mese assistiamo al crollo sistematico delle borse
mondiali, preludio alla vera crisi, quella dell'economia reale. Chi è
sopravvissuto fino ad oggi indebitandosi con le banche sarà esposto al
rischio di perdere da un lato la capacità d'acquisto e dall'altro la fonte
principale di finanziamento dell'apparato produttivo e industriale. In
Italia la risposta del governo è chiara: racimolare soldi tagliando
indiscriminatamente la spesa pubblica per sostenere il sistema bancario. La
legge 133 prevede infatti una serie di provvedimenti volti a «razionalizzare
e ridurre la spesa e il debito pubblico». Tra i settori che più vengono
colpiti da tagli e privatizzazioni ci sono scuole, università e ricerca.
Infatti, insieme alla drastica riduzione del personale, si prevede la
possibilità per gli atenei di trasformarsi in fondazione di diritto privato,
cancellando così il carattere pubblico dell'istruzione come sancito dalla
Costituzione. Non ci sorprendiamo, sono ormai 15 anni che università e
ricerca non vengono considerati come settori strategici in cui investire,
sia dai governi di centrodestra che di centrosinistra. Crediamo che l'uscita
dalla crisi sarà possibile solo investendo in un modello capace di coniugare
maggiori investimenti nelle scuole, nell'università e nella ricerca,
pubblica e libera dalla dicotomia stato-mercato. «Noi la crisi non la
paghiamo» significa in primo luogo la richiesta di abrogazione delle leggi
133 e 137, in quanto strumenti principali di dismissione di scuola ed
università. Occorre ora continuare ad immaginare una nuova analisi adeguata
alla controffensiva proposta dal governo proprio in questi ultimi giorni. Le
linee guida dell'ultimo decreto Gelmini sull'università, aldilà delle
presunte «astuzie» comunicative, ci consegnano il quadro più complessivo del
tentativo di riforma: differenziare i finanziamenti per gli atenei, usare la
retorica del merito per dequalificare i saperi e costruire gerarchie nel
mercato del lavoro, imporre una presunta logica dell'efficienza produttiva
per innalzare le rette, rafforzare i numeri chiusi e introdurre i prestiti
d'onore, ovvero quel meccanismo del debito che sostanzia i processi di
finanziarizzazione del welfare, così come la loro crisi. Proprio tale
dispositivo (ampiamente dispiegato nella corporate university , ma che già
qualifica in nuce la specificità del sistema didattico del 3+2 e dell'ultimo
decreto di Mussi) diventa proposta politica ed economica da un lato per
privatizzare l'università, dall'altro far pagare direttamente agli studenti
i costi della formazione. Di fronte a questo programma, la proposta di
copertura delle borse di studio per gli idonei non vincitori è una magra
consolazione, il tentativo di un governo in profonda crisi di avanzare una
mediazione minima, nel tentativo di innalzare una flebile diga per arginare
qualcosa di molto travolgente. Questo qualcosa si chiama onda anomala.
L'assemblea nazionale di domani e domenica sarà un'occasione di discussione
importante per tutte le facoltà e gli atenei in mobilitazione, non solo per
intensificare la critica rispetto alla legge 133 e ai futuri sviluppi delle
politiche di governo, ma soprattutto per concepire una prima discussione che
si ponga come obiettivo quello di garantire l'estensione e la durata di
questo movimento. Progetto solo in apparenza ambizioso, se si considera che
le condizioni per dare una dimensione di complessività e di continuità a
questa protesta già si stanno affermando: questo movimento, infatti, nel
contestare delle riforme specifiche, già rivolge una critica più ampia a
tutto il sistema della formazione e del lavoro. Nel corso di questa
mobilitazione, infatti, ogni giorno già poniamo in essere un modo
radicalmente differente di attraversare e vivere le nostre università, di
creare saperi, di condividere conoscenze e relazioni, di costruire e
ripensare alla radice il concetto di pubblico. Si tratta ora, con questa
prima discussione nazionale, di definire un progetto ampio che riesca ad
immaginare i discorsi e le pratiche comuni attraverso cui continuare a far
vivere la straordinarietà di quello abbiamo fin qui prodotto. E di
progettare un'autoriforma, cioè di dar vita non solo a un'assemblea
programmatica, ma a un momento costituente, in cui tutti insieme definire
una proposta di riforma possibile per l'università. Criticare il
definanziamento e il progetto di dismissione del sistema formativo significa
infatti non attestarsi alla conservazione dell'università esistente, come
l'abbiamo vissuta fino ad ora, perché quell'università è il luogo di
moltiplicazione della precarietà, di dequalificazione dei saperi, della
subordinazione al potere baronale. La sfida, ben più radicale, è di
individuare le tracce progettuali attraverso cui trasformare l'università,
non in un più o meno lontano futuro ma nel presente. L'unica riforma
possibile è quella che abbiamo già iniziato a praticare come studenti,
ricercatori e dottorandi. L'autoriforma è per noi l'affermazione concreta di
quell'esercizio di libertà collettiva che stiamo conquistando, la pretesa
minima di un movimento che già si sta esprimendo in tutta la propria
indipendenza e irrappresentabilità da partiti e sindacati. Rifiutare di
delegare ad altri la decisione sull'università significa cominciare a
definire linee di autonormazione attraverso cui far vivere un nuovo modello
della formazione. L'autoriforma è infine il modo per continuare ad agire
all'altezza e oltre la crisi, per costruire tutti insieme un campo nuovo di
possibilità dentro e fuori le università, continuando a propagare e a
organizzare le onde. Perché il tempo della trasformazione è qui e comincia
ora. Anzi, è già cominciato.
L'invasione dei 100
mila -
Stefano
Milani
ROMA - Quanto sarà alta l'Onda? Ce la farà ad allagare Roma? E, soprattutto,
riuscirà straripare nei piani alti di Palazzo Chigi e far cambiare rotta
alla Gelmini? Oggi la risposta, per quella che si prospetta come la più
grande manifestazione dell'università e della ricerca vista negli ultimi
anni in Italia. Le previsioni di affluenza sorridono agli organizzatori, un
po' meno quelle metereologiche. Dopo il nubifragio di ieri nuvoloni neri
minacciano anche oggi il cielo della capitale. Ma come fa l'Onda ad aver
paura dell'acqua? E difatti sarà invasione. «Saremo più di centomila»,
confidano dai collettivi. La macchina (auto)organizzativa è stata fin qui
perfetta. Decine di treni sono partiti da diverse stazioni del Belpaese:
Milano, Bologna, Firenze, Napoli, Bari. Vagoni "speciali" a prezzo politico
chiedevano gli studenti, "sconto comitiva", ha risposto picche Trenitalia.
Chi non si è accontentato allora ha tirato fuori la propria auto dal garage
o si è fatto otto ore di pullman stipato come una sardina. Ogni mezzo è
buono per esserci. Troppa è la voglia di manifestare, perché «la legge 133
deve essere ritirata. Subito», continuano a chiedere insistentemente i
ragazzi dell'Onda. Ma chi non riuscirà a partire per Roma non starà certo
con le mani conserte. Stessi slogan riecheggeranno in diverse città
italiane: da Palermo a Ragusa, a Caltanissetta, Trani, Barletta, Foggia,
Perugia, Teramo, Prato, Siena, Treviso, Venezia, Padova, Torino, Cuneo,
Bergamo, Genova. Contro una legge «ammazza futuro» e ammazza istruzione che
fino al 2010 taglierà di un terzo il finanziamento ordinario alle università
(702 milioni di euro in meno nel 2010 e 835 milioni nel 2011) e limiterà i
fondi da erogare agli enti di ricerca. In piazza contro la 133 ma non solo.
Gli studenti oggi chiederanno anche altro: una progressiva riduzione delle
tasse universitarie, l'eliminazione dei blocchi all'accesso (numero chiuso),
lo scardinamento del sistema 3+2 con l'abolizione dei crediti, più borse di
studio, alloggi e servizi, maggiori fondi alla ricerca, trasparenza nei
concorsi, abolizione dei contratti atipici e lavoro stabile ai precari.
Richieste che diventeranno motivi di discussione nella prima assemblea
nazionale dell'Onda (in programma domani e domenica sempre a Roma nelle
facoltà occupate della Sapienza, www.ateneinrivolta.org per consultare il
programma completo dei vari workshop) e che poi si materializzeranno in una
controproposta degli studenti da presentare al governo e al ministro
Gelmini. In totale saranno quattro i cortei di oggi a Roma. La partenza è
per tutti fissata alle 9:30. Dalla Sapienza, al grido «Noi la crisi non la
paghiamo», si muoverà il troncone più numeroso, composto dagli universitari
del più grande ateneo d'Europa, che aumenterà di volume man mano che si
avvicinerà a piazza dei Cinquecento. Lì, infatti, si accoderanno gli
studenti medi, arrivati dalla vicina piazza Barberini, e i fuorisede e i
ritardatari scesi dalla stazione Termini. Poi il tragitto classico: via
Cavour, via dei Fori imperiali, piazza Venezia. Sotto il Vittoriano l'Onda
toccherà la sua altezza massima venendo a contatto con il terzo corteo
proveniente da piazzale dei Partigiani a Piramide, con gli universitari e
ricercatori di Roma Tre. A questo punto si tenterà l'intentabile:
fuoriuscire dalla manifestazione ufficiale indetta dai sindacati (che parte
dalla Bocca della Verità e diretto a piazza Navona) e marciare compatti
verso Montecitorio per «un'invasione simbolica e pacifica, a mani alzate e
volto scoperto». Ma solo il sentore è bastato a far scattare l'allerta in
Questura che domani schiererà sulle strade capitoline un numero "speciale"
di caschi blu e camionette. Ordine del Viminale che vede fantasmi travestiti
da «facinorosi» aggirarsi per le vie dell'Urbe, perciò ribadisce: linea dura
contro chiunque proverà a violare le "zone rosse". Ma l'Onda alza le mani e
rassicura: «Siamo sì anomali, ma soprattutto non violenti».
Se l’Italia vuole far
l’americana
- Benedetto Vecchi
L'università regolata secondo una logica imprenditoriale, con fonti di
finanziamento diversificate, che vanno dal generoso flusso di investimenti
pubblici alle donazioni di fondazioni private legate a grandi corporation,
dai ricavati delle royalties dei brevetti derivanti all'attività di ricerca
«interna» alle rette degli studenti, acquisite direttamente o attraverso il
prestito d'onore. A questo va aggiunta la possibilità di «reclutare» i
docenti e i ricercatori sul mercato, puntando a una individualizzazione del
rapporto di lavoro. E visto che le merci prodotte sono alquanto particolari
- l'immateriale sapere, ma anche una forza-lavoro acculturata vanno attivate
tutte le procedure per certificare la loro qualità e per valorizzare il
marchio, cioè il nome dell'università. Sicuramente un laureato in legge a
Harvard ha maggiori possibilità di trovare un buon lavoro di chi è laureato,
ad esempio, a Austin, nel Texas. Ma se la laurea riguarda un master in
computer science, il campus di Austin è più titolato del campus di Miami. In
altri termini, va ricercata l'eccellenza, perché questo garantisce la
riproduzione del flusso di finanziamenti. È questa, schematicamente, la
composizione del bilancio e la spinta alla competizione di una research
university o di una teaching university statunitense proposti sia
dall'attuale compagine governativa che da alcuni opinion makers per il
nostro paese, come testimonia l'editoriale di Francesco Giavazzi sul
Corriere della sera di alcuni giorni fa. Certo, a leggere le notizie e le
analisi che vengono dall'altra parte dell'Atlantico ogni dubbio è lecito sul
buon stato di salute dell'università made in Usa. Ma la critica al modello
della formazione statunitense non dovrebbe sottolinearne solo le crepe e le
antinomie. Semmai dovrebbe rintracciare il venir meno della forza propulsiva
di un modello formativo che si è andato affermandosi nel corso del Novecento
da quando il filosofo John Dewey ne definì le linee essenziali. È noto che
Dewey sottolineò che il compito principale della scuola e dell'università
era di fornire un sapere fortemente orientato alle richieste del mercato del
lavoro. Da buon pragmatico, l'autore di Scuola e società e Democrazia e
educazione era altresì convinto che un sistema della formazione efficiente
dovesse prevedere una ricerca scientifica di base impermeabile alle
pressioni delle imprese, ma comunque aderente agli imperativi degli
«interessi nazionali». Per questo motivo, Washington doveva mettere a punto
un insieme di norme affinché i risultati della ricerca potessero essere di
pubblico dominio per tradurli in innovazioni tecnologiche, di prodotto e
organizzative. Un modello, quello di John Dewey, sopravvissuto al suo
ispiratore, avendo tuttavia la capacità di modificarsi al ritmo dei
mutamenti intervenuti nel mercato del lavoro e delle necessità dell'economia
capitalista statunitense. Ma è con gli anni Ottanta che entra in una crisi
che costringe a una diversa modulazione nel rapporto tra formazione
scolastica e mercato del lavoro. Un decennio, quello della controrivoluzione
neoliberale, che vede insediarsi al centro della scena il tema della
formazione permanente. Le università devono quindi adeguarsi e proiettare la
loro azione su un piano globale. Da qui la crescita dell' e-learning e delle
università telematiche. La rete accentua così la crisi dell'università come
centro deputato alla formazione superiore, ma al tempo stesso è il
dispositivo che potrebbe consentire il suo superamento, grazie alla
trasformazione dell'università come nodo di una rete deputata alla
formazione di una forza-lavoro flessibile e adeguata alle competenza
necessarie richieste da una organizzazione produttiva altrettanto
flessibile. Ma se questa è la tendenza al di là dell'Atlantico, nel vecchio
continente e in Italia la formazione e il lavoro sono mondi che cercano di
tessere un legame che trova un ostacolo nel carattere peculiare della merce,
il sapere, che la formazione dovrebbe produrre. È da oltre un decennio che
ogni proposta di riforma del sistema universitario incontra resistenza.
Nella Francia degli anni Novanta e all'alba del nuovo millennio, c'è rivolta
della «materia grigia», così come si sono autodefiniti i movimenti sociali
universitari di protesta. Lo stesso in Spagna e in Grecia. La rivendicazione
è di un'autonomia del sapere dalla logica economica dominante. E mentre i
governi nazionali e il parlamento europeo parlano della costruzione di una
«società della conoscenza», di formazione permanente e di rapporto tra
lavoro e formazione, nelle università tematiche dell'autoformazione e della
costituzione di «università autonome» costituiscono lo sfondo in cui
collocare la critica contro i tentativi di importare il modello statunitense
e l'altrettanto radicale presa di distanza da una concezione dell'università
come dispositivo preposto alla formazione della futura classe dirigente e di
una forza-lavoro che fa sue le regole dominanti fuori le mura degli atenei.
In altri termini, le università diventano il laboratorio per la costituzione
di un sistema della formazione di una forza-lavoro adeguata al capitalismo
contemporaneo, ma anche le forme di resistenza ad esso. E questo è evidente
nella riforma Berlinguer-Zecchino, in quella di letizia Moratti e nelle
linee guida presentate nelle settimane scorse daall'attuale ministro
Mariastella Gelmini. In primo luogo, perché è cambiata la composizione
sociale della popolazione studentesca. L'accesso al sapere e il diritto allo
studio sono oramai considerati diritti sociali di cittadinanza non
mediabili. È questa una delle eredità del Sessantotto che viene oramai
considerato un a priori insindacabile che rende impraticabili tutti i
tentativi di riforma dell'università che vogliono limitare o solo
regolamentare l'accesso al sapere. C'è poi il fatto che molti giovani
sperimentano un rapporto intermittente con il mondo del lavoro sin da quando
frequentano le università. La condizione studentesca attuale contempla
dunque l'esperienza dell'intermittenza lavorativa, mentre l'università
funziona come un dispositivo che deve educare proprio a quella precarietà
che diviene il carattere dominante nei rapporti di lavoro nel capitalismo
dominante. Da qui la rivendicazione di un'autonomia del sapere e
dell'università dal mondo delle imprese. Non per riproporre l'antico modello
universitario, ma come critica permanente della sapere in quanto forza
produttiva. Ma ciò che è dirimente in queste settimane di mobilitazione
nelle università italiane è il venir meno di quell'alleanza con i docenti,
che hanno sempre costituito uno dei poteri forti negli atenei. La condizione
studentesca non è più un «rito di passaggio» alla vita adulta, ma una forma
di vita che assume la precarietà e la formazione permanente come terreni
conflittuali. È forse in questo fattore che l'onda mostra la sua anomalia.
Non c'è più separazione tra condizione studentesca e mondo del lavoro. Gli
studenti si presentano in società come forza-lavoro già attiva, che ha
imparato la lezione del modello statunitense e di quello vigente nei paesi
europei. Entrambi sono considerati propedeutici a una limitazione delle
libertà: di movimento, di espressione, di progettare la propria vita. Non è
una fuga in avanti, ma l'onda anomala di queste settimane è espressione di
quella mutazione delle forme di assoggettamento alle regole del lavoro
salariato che tanto nella vecchia Europa che negli Stati Uniti sono la posta
in palio nella ridefinizione delle università come un nodo di un sistema
della formazione che dovrebbe accompagnare uomini e donne dalla culla alla
tomba all'interno di un mercato del lavoro dove la precarietà è condizione
necessaria e sufficiente. L'anomalia di questo movimento sta proprio nel
rifiutare questo nesso tra formazione e lavoro.
L'ideologia tardo
liberista della riforma
- Marco Bascetta
C'è una ragione più profonda dell'arroganza, della stupidità e
dell'approssimazione che sottendono la riforma Gelmini (quella della scuola
e quella, nota per il momento solo nelle sue linee guida, dell'università)
che spiega il rifiuto deciso e generalizzato con cui si è scontrata. Pur
essendo perfettamente in linea con le riforme di destra e di sinistra degli
ultimi decenni (con la sola aggiunta di qualche indigesta molestia
ideologica) essa paga lo svantaggio di giungere al termine di un ciclo,
quello dell'ubriacatura neoliberista, che ha ormai sperimentato tutti i
possibili fallimenti, disatteso promesse, frustrato aspettative, aperto una
lunga e tetra prospettiva di crisi. Un solo esempio. I nostri
turboriformatori arrivano oggi a proporre il «prestito d'onore», un
dispositivo che indebita gli studenti fino al collo per finanziarsi gli
studi. Una volta laureati e oberati di debiti, questi ultimi saranno
costretti, in una condizione di estrema incertezza del mercato del lavoro,
ad accettare qualunque cosa per saldare il conto e difficilmente riusciranno
a saldarlo. Come suona in un mondo che sta affogando in un mare di debiti
impagabili e di crediti inesigibili una siffatta trovata? Comprereste un
derivato che contiene il debito studentesco? L'intero disegno della riforma,
accecato dall'ideologia, putrefatto prima di nascere, ha qualcosa di
postumo. Procede come se ci trovassimo in una fase di espansione
dell'economia liberista, in un pullulare di aziende che investono in ricerca
e innovazione, in presenza di una crescita dei redditi familiari pronti ad
investire in formazione e cultura. Procede, insomma, tra menzogne e patetici
decisionismi, in un mondo di pura fantasia. Si continua a farneticare di
«capitale umano» (espressione ripugnante quant'altre mai) quando questo
«capitale» è in continuo deprezzamento, di «imprenditori di sé stessi»
quando questi ultimi sono tutti alla bancarotta. Quanto all' «economia
reale» o alla «politica reale» non restano che i tagli della spesa e il
salasso per chi ancora aspira al «lusso» di una formazione culturale.
Riproporre una idea aziendalista della formazione a questo punto e in questo
contesto non è solo asineria, è crimine. Gli esiti di questa impostazione,
inaugurata dalla sinistra, con l'intento del tutto velleitario, e quindi mai
realizzato, di adeguare l'istruzione al mercato del lavoro, sono sotto gli
occhi di tutti: precarietà del reddito e precarietà del sapere stesso,
prodotto con pochi soldi e in tempi tanto rapidi quanto rapida è
l'obsolescenza delle scarne conoscenze acquisite. Questo chiedevano infatti
il famoso mercato del lavoro e la leggendaria lungimiranza delle imprese
italiane, quel tanto di formazione sufficiente a soddisfare la contingenza e
al prezzo più basso possibile. E questa è anche la sostanza reale del
feticcio del momento: la meritocrazia. Il merito, fuor di retorica, è una
misura che appartiene a chi lo elargisce, ai suoi bisogni e alle sue
aspettative: fai quel che serve, nel tempo che siamo disposti a concederti e
a costi compatibili. Roba da Renato Brunetta, gustosa caricatura del
responsabile di un piano quinquennale sovietico. Questo «merito» non ha
nulla a che spartire con il talento o con il sapere, che puntano sempre
«oltre» le aspettative della contingenza, che comportano generosità e
«spreco», guardano al futuro e non alla piatta riproduzione del presente.
Per merito non si intende, invece, altro che un disciplinato processo di
adeguamento. Un amico con il gusto del paradosso mi disse una volta
scherzosamente che tra i raccomandati, per caso, qualche mente brillante ci
poteva pure scappare, ma nel gregge dei disciplinati meritevoli era una
eventualità da escludere del tutto. Tra i giovani del movimento circola
insistentemente un paragone tra la disponibilità del governo (di tutti i
governi liberisti) a investire denaro pubblico nel salvataggio di banche e
assicurazioni e la volontà incrollabile di risparmiare nel settore
dell'istruzione e della ricerca. È un confronto pertinente e tutt'altro che
demagogico. L'intervento pubblico nel settore finanziario si motiva con
l'argomento che lì sono racchiuse ormai tutte le nostre vite e le nostre
risorse, pensioni, previdenza, risparmi e redditi. Si tratterebbe cioè di un
problema che riguarda ormai l'interesse generale della società. Nel sistema
della formazione, si potrebbe obiettare, è racchiuso il nostro futuro inteso
non solo come potenzialità di sviluppo economico, ma anche come il grado di
civiltà cui una collettività può aspirare. E quest'ultimo non si misura con
un gretto rapporto costi-benefici, ma comporta, proprio perché proiettato in
avanti, sempre un'eccedenza rispetto alle necessità del momento, al pareggio
dei conti. Tutto questo riguarda o no l'interesse generale di una società
ben più che la «capitalizzazione umana» dei singoli? Ma nelle università,
insistono i riformatori armati di mannaia, ci sono sprechi, baronie,
clientelismi, privilegi, stravaganze didattiche. Certamente. E le banche non
sono forse infestate di truffatori veri e propri, manager privi di scrupoli,
taglieggiatori, trabocchetti, burocrazie, indecenti spese di rappresentanza?
Chi chiederà conto di ciò? Tra queste due antiche istituzioni la differenza
è semplice, l'una sviluppa il sapere (che oggi è comunque appropriato e
sfruttato), l'altra il profitto, l'una è istituzione della società, l'altra
un potere forte. E non è bastato a una lunga scia di solerti riformatori
applicare la terminologia bancaria al mondo della formazione per cancellare
le differenze. Quanto al grado di crisi in cui versano il sistema creditizio
e quello della formazione è una bella lotta. I tagli all'istruzione sono una
scelta politica, come politico è il movimento che li avversa. Sotto attacco
è infine il carattere pubblico dell'istruzione. Non solo sul versante dei
tagli. L'aver reso precario ed effimero il sapere trasmesso attraverso la
frammentazione e l'immiserimento del percorso formativo (più per delirio
pedagogico dei programmatori di stato che per tornaconti baronali) ha
costretto un gran numero di giovani, comunque disoccupati e precari, ad
acquistare continuativamente sul lucroso mercato privato della formazione
nuove competenze, a loro volta, quando non truffaldine (si veda il catalogo
demenziale dei master), scadenti e a breve scadenza. Adesso si agita il
miraggio della trasformazione delle università in fondazioni private alla
ricerca di fantomatici finanziamenti, che comunque, già nella loro spettrale
improbabilità, spingeranno gli atenei a riorganizzare la didattica secondo
un gretto utilitarismo estraneo a ogni spirito critico di autonomia e
innovazione. Ma bisogna tenere ben distinta, nella polemica contro i
processi di privatizzazione della formazione, l'idea di istruzione pubblica
da quella di istruzione statale. L'idea cioè di una sfera in cui si eserciti
lo spirito critico dei soggetti che vi operano collettivamente e che
interpretano i molteplici e diversificati bisogni culturali di una società
in trasformazione, dall'omogeneizzazione dell'istruzione intorno a un rigido
repertorio di valori nazionali o patriottici, col dovuto contorno di inni e
alzabandiera, cui probabilmente tendono la nuova «educazione alla
cittadinanza» targata Gelmini e certamente gli oscuri desideri delle
formazioni di estrema destra che cercano di parassitare il movimento. È
questo lungo processo di degenerazione e disciplinamento della formazione,
che è anche un preciso disegno gerarchico, autoritario e statico di società,
che l'onda anomala investe in queste settimane, riallacciandosi a un filo di
pensiero critico che si era cominciato a tessere ai tempi della pantera, nel
passaggio tra gli anni '80 e i '90. Ma allora la forza intatta della
controrivoluzione liberista, il dilagare dell'ideologia aziendalista e le
sue promesse di promozione sociale per tutti, nonché l'affezione della
sinistra per rapporti sociali e forme di lavoro giunti al tramonto, avevano
costituito un solido argine contro il discorso critico Oggi sono Berlusconi
e la Gelmini, i giapponesi nella giungla, nel loro intento di assoggettare
scuola, università e ricerca a un sistema economico che frana da tutte le
parti. «Non pagheremo la vostra crisi» non significa solamente rifiutare i
tagli che si accingono a demolire l'istruzione pubblica, ma rifiutare anche
di essere risucchiati nel gorgo di regole e di credenze che la crisi
economica sta mettendo alle corde. Dall'università e dalla natura
extraeconomica della ricchezza che vi si può produrre parte un forte
messaggio rivolto all'intera società.
«Una fisica d'asporto»
-
Iaia Vantaggiato
Roberto Casalbuoni si è «innamorato» della ricerca quando - ancora ragazzo -
gli capitò tra le mani un libro di Paul de Kruif titolato Cacciatori di
microbi . La sua passione, all'epoca, era la biologia. L'amore per la fisica
teorica sarebbe arrivato solo dopo. Casalbuoni leggeva Cock e Pasteur ma
frequentava un istituto tecnico che poco quella passione gli consentiva di
coltivare. E tuttavia. «E tuttavia - racconta - l'amore per la ricerca era
troppo forte perché potessi resistergli. Un amore che fa soffrire quando non
riesci a risolvere un problema ma che, al tempo stesso, diventa fonte di
gioia indescrivibile quando quella soluzione arriva». Oggi Roberto
Casalbuoni è preside della facoltà di Scienze matematiche, fisiche e
naturali presso l'università di Firenze nonché direttore dell'Istituto
Galileo Galilei per la fisica teorica. Ricerca di base e vita quotidiana.
Da profani, qual è il nesso e perché dovrebbe interessarci la pura
speculazione? Le rispondo con un esempio. Quando negli anni '20 è nata
la meccanica quantistica si trattava solo di un gioco per fisici teorici e
sperimentali, fisici che si 'occupavano' di atomi ma che raramente si
'preoccupavano' delle possibili applicazioni delle loro ricerche. Ebbene,
senza quelle ricerche la maggior parte degli oggetti tecnologici con cui
abbiamo ormai a che fare tutti i giorni - dai cd player ai computer ai
transistor alle cellule fotoelettriche - non esisterebbero. Stiamo
parlando di ottant'anni fa. Veniamo a tempi più recenti. Internet. E le
spiego. Quando al Cern si è cominciato a progettare l'Lhc - l'acceleratore
di particelle antesignano del Lep - oltre quattromila fisici di tutto il
mondo hanno preso a collaborare tra loro così che si è posto il problema
della diffusione e della condivisione delle informazioni. Internet è nato
allora e, con Internet, tutti i diversi protocolli di comunicazione che sul
web si trovano. Quattro eccellenze su sei - in Italia e secondo i dati
del Che, l'agenzia tedesca specializzata nel ranking delle migliori
università europee in campo scientifico - riguardano la fisica. Quando, dove
e con chi nasce la nostra tradizione? Sicuramente le due figure italiane
più importanti - prima della guerra - sono state Orso Maria Corvino a Roma e
Antonio Garbasso a Firenze. Ed entrambi hanno cercato di attuare proprio
quella politica di cui oggi si sente tanto bisogno. Vale a dire?
Reclutare le menti più brillanti. Enrico Fermi, appena laureato, venne a
Firenze chiamato da Garbasso e vi rimase dal '22 al '25. Quindi, questa
volta su invito di Corvino, si trasferì a Roma. E lo stesso accadde, di
nuovo a Firenze, a personaggi come Rossi, Gilberto Bernardini e Beppe
Occhialini. Firenze e Roma, dunque. Sì, sono questi i due poli che in
qualche maniera hanno contribuito a far nascere la tradizione della fisica
italiana. Una fisica, preciso, che si indirizzò verso quello all'epoca
rappresentava il campo d'indagine d'avanguardia, la fisica nucleare. Ma
nel '38 arrivano le leggi razziali. Già. Dopo le leggi razziali la
maggior parte di questi studiosi lasciò il Paese e in Italia rimase solo
Edoardo Amaldi, uno dei famosi ragazzi di via Panisperna, che mise su
l'Istituto nazionale di fisica nucleare e che divenne il primo direttore del
Cern. Una figura chiave quella di Amaldi. Assolutamente sì.
Innanzitutto perché fece in modo che l'Infn non finanziasse solo ricerche di
fisica nucleare ma favorisse anche altri campi della fisica. E poi perché,
grazie ai suoi rapporti con i ricercatori americani, contribuì a far sì che
la fisica italiana - a differenza di altre discipline - si
internazionalizzasse immediatamente. E oggi qual è il ruolo dell'Italia?
In molti ambiti, soprattutto in quello delle particelle elementari,
l'Italia è leader nel mondo. Ma non è tutto. Solo per restare
all'acceleratore di particelle di cui parlavamo primo, sono circa 600 i
fisici impegnati alla sua realizzazione. Lavorano in tutti gli atenei
italiani e a coordinarne l'attività è l'Infn. E' pronta l'industria
italiana a investire nella ricerca di base? La nostra industria è basata
su piccole entità più che altro interessate alla ricerca applicata. Tutto il
contrario di ciò che accade in Usa o, addirittura, in Corea. In Corea?
Già, la Corea del sud ha fortemente finanziato la ricerca di base, in
particolare quella biofisica, e ciò ha determinato un circolo virtuoso che
alimenta, insieme alla ricerca, lo sviluppo industriale. Lo stesso, in Cina.
Noi, invece, decidiamo per i tagli. All'università, ci viene detto, non
alla ricerca. La gran parte della ricerca in Italia si fa nelle
università così che i tagli all'università non possono che ripercuotersi
sulla ricerca. Che senso ha produrre fior fiori di ricercatori per poi
costringerli ad emigrare? Un laureato ci costa sull'ordine dei 500 milioni,
250mila euro. E noi questi soldi li buttiamo letteralmente via. Solo per
fornirle un dato: lo sa che quasi il 50% dei ricercatori dell'analogo
francese del Cnr, il Cnrs, sono italiani e con regolare contratto? Ma in
Italia non viene mai nessuno? Un fisico teorico giapponese che è venuto
a Pisa tanti anni fa ha deciso di restare. Sì, può succedere che qualcuno ci
rimanga. Per sbaglio.
«Ma l'eccellenza non
si diagnostica»
-
Iaia Vantaggiato
Una vita «normale», quella di Salvatore Settis che della massima eccellenza
Italia - la Scuola Normale di Pisa appunto - è stato studente, docente e
direttore. Che cos'è l'eccellenza e come se ne accerta l'esistenza?
La prima regola è che l'eccellenza non può essere autodiagnosticata. Non a
caso, per misurarla, esistono già dei parametri internazionali ampiamente
elaborati e tuttavia più adatti alla valutazione delle scienze dure che a
quelle umane. Si riferisce alla cosiddetta classificazione di Shangai?
Quella di Shangai è di certo la classificazione più famosa anche se
spesso riportata dalla maggior parte della stampa italiana in maniera
grossolana. Non si può fornire una classifica delle università di tutto il
mondo senza tenere conto della loro dimensione. Ora è chiaro che una
università con 3-4mila professori come la Sapienza 'produce' molto di più
rispetto a un'università al cui interno lavorano 40 docenti. Parametri di
produttività scientifica, lei dice. Cosa intende? Certo non il numero di
pagine stampate quanto piuttosto il loro valore, un valore quantificabile -
sempre ammesso che una quantificazione oggettiva sia possibile - attraverso
gli indici di citazione e il cosiddetto «impact factor», il fattore di
impatto della ricerca. In molti lamentano l'assenza, in Italia, di un
sistema di valutazione della ricerca e della didattica. Si tratta di una
considerazione troppo netta e poco veritiera. Per anni, presso il ministero,
ha operato un Comitato per la valutazione del sistema universitario
nazionale (Cnvsu) e recentemente, con il ministro Moratti, è stato anche
creato un comitato per la valutazione della ricerca, il Civr, che ha
prodotto dei risultati tutto sommato accettabili. Poi che è successo?
Poi, purtroppo, è successo che Mussi, per fare meglio, ha ideato un'Agenzia
per la valutazione che avrebbe dovuto tenere unite la valutazione della
didattica e quella della ricerca. Un'idea ottima, sembrerebbe.
Assolutamente sì anche se l'ex ministro ha sottovalutato le difficoltà
insite nel progetto. Difficile, con quella maggioranza così rissosa,
condurre in porto un disegno di legge di questo tipo. Conclusione?
L'Agenzia non è partita e il lavoro dei comitati già esistenti è rimasto
bloccato. Ora pare che l'idea del ministro Gelmini sia quello di
riattivare entrambi i comitati. In fondo mi sembra un'idea giusta anche
se non mi piace l'idea di una valutazione che mantenga separate didattica e
ricerca. Ricerca e didattica. Tagli a parte, si può pensare di separarle?
Per noi, per la Scuola Normale intendo, didattica e ricerca sono una
cosa sola. Dunque se la scure si abbatte sull'università, a cadere sarà
anche la ricerca. Certo. Consideri peraltro che, in regime di autonomia,
le università sono autorizzate a spendere i soldi del bilancio come meglio
credono. Sa cosa significa questo o, perlomeno, cosa ha significato per noi?
Che negli ultimi anni io e altri miei colleghi siamo riusciti ad aumentare i
fondi interni per la ricerca istituendo borse di 30-50mila euro per i
migliori progetti presentati. Un'esperienza che, sotto la scura dei tagli, è
destinata a non ripetersi più. Rimarranno pur sempre altri enti di
ricerca come il Cnr. E' vero anche se voglio sottolineare, ancora una
volta, che buona parte della ricerca - in Italia si fa nell'università e con
i fondi delle università anche a fronte di progetti congiunti come il
laboratorio di neurofisiologia che la Normale «condivide» con il Cnr.
Mettiamo pure che i fondi del Cnr non vengano tagliati ma se ad essere
tagliati saranno i fondi della Normale, metà o forse più di questo
laboratorio non potrà più funzionare e i ricercatori saranno costretti a
tornarsene a casa. E' inutile continuare a dire che i provvedimenti del
decreto Tremonti non colpiranno la ricerca. L'hanno già colpita. Ma le
«eccellenze», in Italia, riguardano solo le scienze «dure»? Possibile che
non ci sia neanche un'eccellenza morbida? Le dirò una cosa che pochi si
aspettano e solo perché si tratta di un'università giovane. La facoltà di
archeologia dell'ateneo leccese, in Puglia, può vantare laboratori e
ricerche di primissimo ordine e non solo a livello nazionale. Prima
studente, poi docente. Una vita «eccellente» la sua. Quello che c'è di
veramente eccellente alla Normale di Pisa è l'ambiente di ricerca, la
qualità del dialogo che si stabilisce fra studenti e fra studenti e docenti,
la vita comune e residenziale che ricorda molto esperienze collegiali come
quelle di Oxford o di Cambridge. Un lusso, soprattutto se si pensa agli
atenei considerati oggi - e arbitrariamente - poco competitivi. Atenei che
rischiano di essere colpiti. La 133, è indubbio, colpisce nel mucchio ma
è anche vero che le università italiane hanno creduto di poter crescere in
tutti i settori dello scibile umano mantenendo livelli eccellenti in tutte
le discipline. Una pretesa, io credo, impossibile.
Il simulacro
dell'eccellenza per mantenere lo status quo
-
Gigi Roggero
Le parole non sono né neutre né oggettive: disegnano un campo di battaglia.
Così, Gelmini invoca il cambiamento per conservare lo status quo, trovandosi
non a caso i baroni come unici alleati nel mondo della formazione. Oppure si
può sostenere l'eccellenza per organizzare quel processo di dequalificazione
dei saperi che permea l'università della (fallita) riforma. L'eccellenza,
scriveva negli anni Novanta il teorico nordamericano Bill Readings, non è un
criterio o uno standard valutativo: è la risposta ai movimenti studenteschi
del '68, il «simulacro dell'idea di università», la riformulazione in
termini aziendali dell'accademia humboldtiana, trasmutata in sito per
coltivare le «risorse umane» attraverso il calcolo costi-benefici.
L'eccellenza - e il suo concetto gemello, la meritocrazia - sono parole
prive di un referente. Come il caso anglosassone dimostra, nei cosiddetti
centri di eccellenza non necessariamente si trasmettono conoscenze
qualificate: sono luoghi che consentono di accumulare «capitale sociale» e
«umano», di entrare a contatto con lo star system (figure di fama mondiale
strapagate per portare lustro a istituzioni il cui quotidiano carico
didattico è interamente scaricato sui precari), di accumulare credito nei
meccanismi di inclusione differenziale che governano il mercato della
formazione. Al suo interno il valore - delle corporate university e della
forza lavoro - viene prodotto attraverso unità di misura artificiali, dal
sistema dei crediti a una sorta di reference economy . Ciò non ha nulla a
che vedere con la qualità della ricerca e della didattica: è noto come si
creino lobby accademiche in cui ci si cita vicendevolmente per aumentare il
proprio valore e così decidere la posizione delle riviste nel mercato dei
crediti e la composizione della peer review . Allora i sistemi di
valutazione, lungi dall'essere quel criterio oggettivo descritto dai
liberali italiani, costituiscono in realtà l'imposizione di un rapporto di
forza. Un'altra unità di misura del valore è costituito dal numero dei
brevetti, la cui nocività per l'innovazione e la qualità della ricerca -
dalle nuove tecnologie al genoma - è ormai tema dominante tra gli stessi
teorici neoliberali. Eccellenza e meritocrazia sono la cifra retorica che
organizza l'aziendalizzazione dell'università, la misurazione artificiale
dei saperi e i processi di gerarchizzazione del mercato del lavoro. Ma sono
anche la contraddizione centrale del capitalismo contemporaneo, che deve
continuamente bloccare la potenza del sapere vivo per poterlo controllare e
segmentare. Attenzione, però: la lotta contro la retorica dell'eccellenza
non può celare alcuna nostalgia per l'università del passato, proprio perché
sono oggi i residui di quel passato, ovvero il governo feudale degli atenei,
la via italiana all'aziendalizzazione, una paradossale forma di difesa dei
privilegi baronali. L'onda anomala sta invece rovesciando la retorica della
meritocrazia: ciò che è stata chiamata autoformazione è la fuga dalle
macerie dell'università per sottrarre l'eccellenza dalle gabbie del
declassamento e coniugarla con la libertà, in quanto autonomia delle forze
produttive e del sapere vivo. Il problema non sono i finanziamenti al
sistema universitario spaccato al suo interno da linee di potere e
subordinazione. La questione è quella della rivendicazione di fondi per
l'autonoma attività di formazione e ricerca di studenti e precari. Questa è
la sfida che il movimento ha lanciato con l'autoriforma. Una sfida, questa
sì, d'eccellenza.
Liberazione – 14.11.08
Oggi il "No alla
Gelmini" invade Roma. Sfilano studenti e sindacati (senza Cisl)
- Castalda Musacchio
Nessun passo indietro. «L'Onda vi travolgerà», e oggi Roma ne sarà
totalmente investita. Si attendono oltre 100mila persone tra studenti e
universitari da tutt'Italia per tornare a dire forte e chiaro al Governo "no
alla riforma Gelmini", "no ai tagli del settore", "no al disfacimento del
sapere", "no al decreto 133". Tre cortei attraverseranno la città. Il primo
degli studenti universitari che partirà da piazzale Aldo Moro, il secondo
degli studenti medi da piazza dei Cinquecento, il terzo alla stessa ora dei
sindacati, ad eccezione della Cisl come noto che ha deciso di tendere la
mano al governo defilandosi all'ultimo momento dallo sciopero proclamato che
si muoverà alla stessa ora da Bocca della Verità. E attraverseranno tutti il
centro storico, via Cavour, via dei fori Imperiali, piazza Venezia, un
corteo che - giurano in molti - sarà festoso gioioso colorato pacifico, per
giungere a piazza Navona, anche se alcuni nei giorni scorsi avevano resa
pubblica la volontà di «andare a Montecitorio» per un simbolico «assedio» al
Parlamento. Ieri è stata, però, una giornata frenetica di preparativi per
quella che per molti significativamente sarà - come dicono dai collettivi -
la più grande manifestazione studentesca dal varo dei provvedimenti
governativi. Preparativi che non hanno mancato di registrare momenti di vera
e propria tensione per non parlare di veri e propri assalti "squadristi".
Così è stato per l'azione protratta dal movimento giovanile studentesco
vicino ad An alla sede romana della Cgil scuola in via Leopoldo Serra, da
parte di una trentina di esponenti contro il sindacato definito «simbolo
dello strapotere dei professori, vero cancro della scuola italiana». Così,
ancora, si è verificato alla stazione centrale di Milano quando gli
studenti, alla richiesta di "biglietti per Roma a prezzo politico, 15 euro"
si sono ritrovati di fronte un imponente schieramento delle forze
dell'ordine con tutti gli accessi ai binari presidiati. A fianco degli
studenti si sono presentati anche Moni Ovadia e lo stesso consigliere
regionale del Prc lombardo Luciano Muhlbaeur oltre al consigliere di
sinistra critica Pietro Maestri. In mattinata proprio una delegazione dei
collettivi aveva tentato un incontro con il prefetto di Milano, Gian Valerio
Lombardi, conclusosi con un nulla di fatto. E proprio gli studenti avevano
consegnato un documento al prefetto in cui si chiedeva espressamente la
possibilità di concedere ai ragazzi una tariffa accessibile contro i prezzi
altissimi - 40 euro - imposti ai biglietti. «La nostra parola è stata
piuttosto chiara - urlavano i ragazzi -. Se non riusciremo a partire la
stazione centrale sarà bloccata e questa non è certo una minaccia ma un dato
di fatto». In verità, riferiscono da Milano, il cordone di polizia era quasi
inaccessibile persino agli stessi passeggeri. Anche se nessun treno è stato
soppresso non sono neppure mancati dei veri e propri momenti di tafferugli
con le forze dell'ordine. «Questi ragazzi - ha sottolineato Moni Ovadia -
sono il nostro futuro. Sono la parte sana della società ed è anche grazie a
loro che anche noi in futuro avremo un presidente meticcio come Obama». Ma
fino a tarda sera, la stazione è stata accerchiata e si temeva non si
riuscisse ad arrivare ad alcun accordo. Solo a tarda sera, e grazie alla
mediazione in campo di Rifondazione, ma anche della Cgil e soprattutto della
Camera di lavoro di Milano che è stato possibile risolvere il problema. Si è
arrivati così a predisporre un treno charter per Roma. «E dire - sottolinea
Muhlbaeur - che è stata netta l'impressione che l'input al no di Trenitalia
sia arrivato direttamente dal ministero dei Trasporti e solo - aggiunge -
dopo ore e ore di presidi si è ottenuta una cosa normalissima: garantire il
diritto pacifico a manifestare». «Noi - urlano i ragazzi - arriveremo a
Roma». Ad attenderli i colleghi della Sapienza che, ieri, per tutta la notte
hanno predisposto la facoltà di Fisica occupata per l'accoglienza. Ma oggi
sarà il gran giorno. Un giorno atteso da migliaia di ragazzi che puntano le
carte sul loro futuro. Una protesta che certo non si fermerà. I prossimi
appuntamenti sono già in bacheca: per domani e dopodomani assemblea
nazionale promossa dalla Sapienza Occupata per l'Autoriforma
dell'Università. I temi sul tappeto sono molteplici, la parola d'ordine
unica: "Noi la crisi non la paghiamo!". «Crediamo - scrivono gli studenti -
che l'uscita dalla crisi sarà possibile solo investendo in un modello capace
di coniugare maggiori investimenti nelle scuole, nell'università e nella
ricerca, pubblica e libera dalla dicotomia stato-mercato. Noi la crisi non
la paghiamo - denunciano - perché questo significa in primo luogo la
richiesta di abrogazione delle leggi 133 e 137 in quanto strumenti
principali di dismissione della scuola e dell'università. Ma l'Onda -
giurano - vi sommergerà!».
Netstrike. Fermo il
sito del ministro
Ore: 14 di ieri pomeriggio. Luogo: un posto preciso della rete. Esattamente
quel «posto» virtuale raggiungibile digitando l'indirizzo «www.miur.it».
Bene, chiunque si fosse avventurato su quelle pagine Web, dalla due - e per
un'ora - avrebbe letto sul proprio computer sempre la stessa risposta:
«Error». Sito inaccessibile, riprovare più tardi. Dati precisi ancora non se
ne conoscono, ovviamente, ma tutti ieri pomeriggio hanno potuto valutare il
successo del netstrike contro il sito del ministero dell'Istruzione, contro
il sito della Gelimini. L'iniziativa, promossa dal gruppo «informatica in
movimento» - ospitato sul sito degli «autistici» - ha paralizzato quelle
pagine Web per almeno due ore. Il risultato della richiesta di accesso da
parte di decine di migliaia di utenti. Il netstrike si fa esattamente così:
si va in massa in un sito, provocandone il rallentamento e il blocco. Il
sito riparte quando gli accessi calano ma tutti hanno possono di misurare
l'adesione all'iniziativa. E anche fra gli utenti della rete, sembrano
davvero pochi quelli che sembrano d'accordo con la Gelmini.
Il movimento inonda il
potere contro l'università dei padroni
Fabio de Nardis*
Oggi il movimento sarà nuovamente in piazza e lo farà con la consapevolezza
di dover affrontare la rabbia di un sistema di dominio che agisce da bestia
ferita. L'onda anomala si attrezza per la grande mareggiata e difficilmente
potrà essere ostacolata nel suo grande obiettivo di riforma democratica
dell'università nella critica ferma a un modello di società ormai
insostenibile. Il Governo ha tentato inutilmente la scommessa della
smobilitazione attraverso un provvedimento fantoccio che non da alcuna
risposta a chi protesta da settimane mostrando la forza viva del mondo della
scuola e dell'università. Il DL 180 svela le difficoltà del Governo rispetto
a un movimento che cresce di giorno in giorno mostrando la vitalità del
conflitto sociale che deve oggi estendersi senza tentennamenti. Il governo,
con la complicità del partito democratico che veste il ruolo di mediatore
sociale, mostra i primi segni di cedimento. Dietro la parvenza di alcune
piccole concessioni, mantiene solido l'impianto regressivo presente nella
legge 133 che deve essere semplicemente ritirata. Prevedibile la reazione
accondiscendente della finta opposizione parlamentare e di alcuni rettori
che fin dall'inizio hanno vissuto con imbarazzo il ruolo di agenti di
conflitto. Miope la reazione di Cisl e Uil che cadono nel tranello
governativo rompendo l'unità dei lavoratori. Nel decreto si confermano i
tagli. Questo porterà gran parte degli atenei a sforare i vincoli di
bilancio nei prossimi tre anni facendo scattare quasi ovunque il blocco di
fatto delle assunzioni con ricadute gravi su didattica e ricerca. Permane la
possibilità, che per alcuni atenei diventerà una necessità, di trasformarsi
in fondazioni private. Pertanto l'approvazione del decreto non fa in alcun
modo venir meno le motivazioni della protesta. Ciò premesso, crediamo che le
novità introdotte dal governo vadano analizzate. Moderatamente positivo è il
giudizio sulle nuove regole per il reclutamento dei ricercatori (abolizione
di scritti e orali, membri esterni nominati per sorteggio, criteri unici
nazionali per la valutazione dei titoli), perché vanno nella direzione
auspicata dalla parte sana del mondo accademico e dalle associazioni dei
precari. Dobbiamo però tenere alta l'attenzione sulla definizione dei
criteri di valutazione che il governo non specifica e che a nostro avviso
andrebbero discussi democraticamente, non demandandone la definizione solo
ai potentati accademici. Positiva sarebbe anche l'introduzione del vincolo
di destinazione del 60% del budget all'assunzione di nuovi ricercatori
favorendo l'ingresso dei giovani attualmente destinati a infoltire la già
troppo vasta schiera dei lavoratori precari. Ma il governo non si smentisce
inserendo nel decreto la clausola con cui si consente alle università di
utilizzare quelle risorse per assumere ricercatori a tempo indeterminato o
determinato. Questa formulazione, oltre a costituire un grave passo verso la
definitiva precarizzazione della figura del ricercatore universitario,
vanifica di fatto il vincolo di destinazione. È infatti prevedibile un
aumento di assegni precari della durata di sei mesi in modo da recuperare
rapidamente risorse da utilizzare quasi esclusivamente per gli avanzamenti
di carriera. Chiediamo un investimento straordinario per il reclutamento di
nuovi ricercatori a tempo indeterminato. Chiediamo inoltre che la figura del
ricercatore a tempo determinato divenga sostitutiva non del ricercatore a
tempo indeterminato, ma di tutte le altre figure precarie prive dei diritti
fondamentali del lavoratore (maternità, ferie, orari, tutela della salute e
della sicurezza, tredicesima mensilità, protezione in caso di vacanza
contrattuale, contributi previdenziali) attualmente presenti nelle
università e negli enti di ricerca. Per quanto riguarda i concorsi, la
novità introdotta del sorteggio nell'ambito di una rosa di nomi
precedentemente eletta non avrà di fatto alcun impatto sostanziale se non
quello di allungare i tempi dei concorsi già banditi dal momento che, visti
i tagli, difficilmente ve ne saranno altri. Condividiamo la scelta di
mantenere il piano di reclutamento straordinario approvato dal precedente
governo e di escludere i 3000 posti ancora da bandire dai vincoli sul
turnover. Il governo deve però cancellare il comma del decreto che esclude
gli atenei "non virtuosi" dall'assegnazione di questi posti, facendo
ricadere sui giovani e i precari le responsabilità finanziarie di organismi
amministrativi alla cui elezione essi attualmente non partecipano. Tale
novità è addirittura peggiorativa rispetto alla stessa legge 133. Piccole
novità procedurali possono accontentare qualche rettore e i partiti
pseudopposizione. Ben poco rispetto alla domanda di civilizzazione espressa
dall'Onda che per questo non ha ragioni per smobilitare. Oggi l'università
democratica si riverserà nelle strade di Roma e noi saremo al suo fianco
rispettandone l'autonomia come è stato fin dall'inizio. Domani comincerà la
grande assemblea di movimento per discutere l'università nuova che si
costruisce a partire da oggi attraverso l'approfondimento di tre grandi assi
tematici: il diritto allo studio, nel quale occorre a nostro avviso
rivendicare una formazione pubblica, di massa e gratuita; la grande
questione della didattica e del suo nesso con la ricerca, che vanno a nostro
avviso ridefinite svincolandole da ogni condizionamento mercatistico e
produttivistico; il lavoro, rivendicando il diritto di donne e uomini ad
essere liberati dall'obbrobrio della precarietà. A questo noi aggiungiamo la
difesa della scuola e dell'università della Costituzione, nella quale è
radicata la convinzione del carattere libero, laico, autogestionario della
formazione pubblica. Saremo ancora una volta in piazza per gridare il nostro
progetto di università di massa e di qualità dentro un modello di società
libero dallo scontro irrazionale tra capitali.
*responsabile
Università e Ricerca Prc-Se
La Stampa – 14.11.08
Tutti a Roma contro la
Gelmini –
Flavia Amabile
Sono arrivati da Milano in circa 500 per la manifestazione contro i tagli
nelle università. Poco prima della partenza dal treno qualcuno di loro ha
lanciato un grosso petardo e acceso alcuni fumogeni al grido di "Dax è vivo
e lotta insieme a noi", l'esponente dei centri sociali ucciso da militanti
di destra alcuni anni fa. Poco prima ancora c'erano stati spintoni con le
forze dell'ordine, un tentativo di bloccare l'accesso ai binari, passeggeri
dirottati su passaggi protetti per evitare problemi. Sono giunti a Roma
questa mattina gli studenti milanesi dopo aver strappato, senza che si sia
capito davvero come, un prezzo politico di 15 euro a testa in una trattativa
durata ore con Trenitalia mentre la stazione di Milano era presidiata da
decine di poliziotti in assetto antisommossa. Trenitalia ha messo a
disposizione un treno charter e ha parlato di una concessione "al prezzo di
mercato" - come confermato da una nota della Prefettura. Gli studenti hanno
ipotizzato una somma di 18.000 euro, per far partire il convoglio: 8.000
raccolti dai manifestanti, 5.000 messi a disposizione dalla Cgil e 5.000 da
Rifondazione Comunista. Tutti hanno ammesso il ruolo della Camera del Lavoro
di Milano, sottoscrittrice del contratto per il treno charter. Nel frattempo
a Roma un gruppo di giovani di destra di Azione Studentesca occupava la sede
della Flc-Cgil, come avrete visto dal video in cima al post. Alla Sapienza
alcuni professori impegnati in una lezione di diritto venivano invitati a
sgomberare. E gli studenti annunciavano l'occupazione della facoltà per fare
posto ai ragazzi che arrivano oggi da tutt'Italia per la manifestazione e
poi per l'assemblea nazionale contro la riforma universitaria che si terrà
sabato e domenica prossimi. Eccoci al 14 novembre. E pensare che quando
scrissi l'articolo 'E la protesta continua' in molti mi dissero: 'vedrai,
tempo due giorni e tutto sarà finito'. Ne sono trascorsi dieci di giorni, da
allora ho scritto altrettanti post sulla scuola: la protesta continua
davvero. Con la speranza che si eviti di trasformarla in qualcos'altro.
Epifani attacca: "Gli
assenti sbagliano"
ROMA - Sono arrivati alla Stazione Termini da tutta Italia, con autobus e
treni partiti all’alba o a notte fonda, per partecipare al corteo degli
studenti, uno dei «serpentoni» che oggi attraversano Roma: il corteo dei
sindacati Cgil e Uil è partito da Bocca della verità, i cortei degli
universitari hanno preso il via dalla Sapienza e da Roma Tre e quello che si
è mosso dalla fontana dell’Esedra. È proprio la stazione centrale di Roma il
punto di partenza di moltissimi universitari e studenti medi che
confluiranno a breve in uno dei tre tronconi del corteo. Un centinaio di
ragazzi dell’Università di Brescia, ad esempio, si aggregherà a quello delle
scuole superiori che partirà da Piazza della Repubblica, insieme a diverse
delegazioni delle Università di Bologna, Torino e Gorizia. Centinaia di
studenti arrivati da tutte le Marche, Senigallia, Ancona, Macerata e
Falconara si aggregheranno a quello della Sapienza che parte da Piazzale
Aldo Moro. Intanto Piazza della Repubblica inizia a riempirsi di striscioni
e slogan di protesta: «Rilanciamo la scuola, tagliamo la Gelmini», «Non
faremo mai economia del nostro sapere. Firmato Torino», «Facoltà di
dissentire. Scienze internazionali e diplomatiche». «Chi non c’è sbaglia»,
attacca il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, che ha
raggiunto il corteo. Un affondo contro l’assenza della Cisl. «È una
manifestazione molto ampia, con tante anime. Chi non c’è sbaglia. Ogni volta
che provano a isolarci -afferma Epifani rispondendo a chi gli chiede se vi
sia un tentativo in tal senso- gli va male. Però persistono e perseverare è
diabolico. Sto preparando -annuncia riferendosi agli incontri che ci
sarebbero stati a Palazzo Grazioli - le lettere a Bonanni e Angeletti. Chi
dice le bugie ha le gambe corte». Tornando al corteo di oggi Epifani
evidenzia che «ancora una volta si conferma una grande manifestazione di
giovani e di lavoratori. C’è una richiesta forte di riforma e non di tagli.
La Gelmini - conclude - continua a dire che non vogliamo la riforma. Non è
così. È lei che continua a contrabbandare i tagli come una riforma. Apra un
tavolo e vedrà che c’è disponibilità e ci sono proposte». La protesta sbarca
dunque nella Capitale. Dopo aver contestato "in casa", gli studenti di tutta
Italia - ma anche ricercatori, precari, docenti, allievi di accademie e
conservatori - sono arrivati a Roma per trovare un momento di sintesi e
gridare tutti insieme il loro "no" alla riforma Gelmini, alla manovra estiva
(la famigerata legge 133), ai tagli dei finanziamenti, al blocco del
reclutamento, alla possibilità di trasformare gli atenei in fondazioni. Una
protesta, quella di oggi, che sarà amplificata anche da iniziative e cortei
a livello locale e che si muove su due binari: quello dei sindacati,
rappresentati, dopo la rinuncia delle rispettive categorie di Cisl, Ugl e
Snals, da Cgil e Uil; e quello degli studenti, dell'"Onda", come è stato
battezzato il movimento che da settimane agita gli atenei italiani. I primi
hanno organizzato un loro corteo (partenza Bocca della Verità, destinazione
piazza Navona), i secondi sfileranno in più cortei: tutti (centomila è la
stima) punteranno su piazza Navona. Presenza massiccia dunque delle forze
dell’ordine che già ieri hanno monitorato le partenze. Il timore è che nei
cortei, soprattutto in quello dove confluiranno i Collettivi studenteschi,
possano infiltrarsi personaggi dell’antagonismo e di alcuni centri sociali,
"agitatori" di professione. Attenzione alta, dunque, soprattutto nelle
stazioni ferroviarie, già da ieri pomeriggio. A Milano studenti delle
superiori e universitari - tra le 300 e le 400 unità - sono partiti dalla
stazione Centrale a bordo di un treno speciale. Il clima è tornato sereno
dopo che, ieri pomeriggio, si era registrata tensione con le forze
dell’ordine in seguito al tentativo degli stessi studenti di bloccare con i
loro striscioni e con la loro presenza l’accesso ai varchi che conducono ai
binari. Dalla stazione di Venezia un treno speciale (15 carrozze),
noleggiato dalle rappresentanze degli studenti medi e universitari (i
biglietti sono stati pagati anche attraverso sottoscrizioni e collette
autogestite), è partito in tarda serata, facendo tappa a Mestre e a Padova.
Millecinquecento fra studenti e docenti delle università e delle accademie
arrivano a Roma dalle Marche (25 i pullman organizzati dal sindacato) e un
treno straordinario (700-800 posti) ha lasciato alle 6 di questa mattina
Napoli dove molte scuole superiori si sono organizzate per raggiungere la
capitale in pullman. In tanti, tra studenti e lavoratori, arrivano dalla
Calabria a bordo di torpedoni e mezzi propri. In tanti poi hanno raggiunto
Roma, in queste ore, a bordo di mezzi privati per partecipare all’assemblea
nazionale del movimento in programma sabato e domenica alla Sapienza e dieci
sono gli autobus predisposti dal sindacato. In Sicilia, dove circa 200
persone su iniziativa della Flc regionale sono in partenza per la Capitale,
iniziative di protesta sono in programma nelle principali città sedi di
Atenei. Ma la protesta degli studenti italiani si colora anche d’Europa:
oggi è in calendario, infatti, anche una manifestazione davanti
all’ambasciata italiana a Bruxelles, una mobilitazione dei ricercatori
italiani di Monaco di Baviera, lo sciopero degli studenti che seguono l’Erasmus
a Siviglia e un sit-in di studenti, ricercatori e professori davanti al
consolato italiano a Parigi.
x
Barak Obama è presidente degli Stati Uniti. E’ ottimista chi si aspetta
da
lui una discontinuità politica reale che vada oltre il superamento
pragmatico dei mille fallimenti di George Bush, ma sbaglia chi nega che
si
sia di fronte ad una discontinuità culturale reale e fortissima per almeno
tre
motivi.
di
Gennaro Carotenuto
L’elezione del figlio di un migrante alla presidenza degli Stati Uniti, un
migrante dalla pelle nera, ci testimonia che i muri, i confini, i pregiudizi
possono e debbono essere abbattuti, che la cultura della discriminazione,
della gerarchia, delle élite e del razzismo possono essere spezzate, che
soffitti di cristallo sulla testa dei migranti, delle donne, degli
sfruttati, non sono eterni e possono cadere in mille pezzi.
Certo, alla rottura di una barriera va dato contenuto politico perché non
rappresenti il successo personale di uno, e ad oggi e nei programmi Obama
non ha proposto particolare sostanza, ma è indubbio che i discriminati e gli
sfruttati da quel muro abbattuto oggi negli Stati Uniti possano trarre un
motivo di speranza e di orgoglio per continuare il cammino.
E si
possono mettere in cammino perché la più nefasta macchina di
discriminazione, di sperequazione, discriminazione, inquinamento e
ingiustizia sociale al mondo, il capitalismo neoliberale, la legge del più
forte per la quale è eticamente giusto far affondare il pianeta nella
precarietà, è in rotta. I neoconservatori, il fondamentalismo
protestante,meno di un lustro fa ancora era convinto di avere il diritto di
dominare ilmondo.
Oggi
George Bush passerà alla storia come il peggior presidente degli Stati
Uniti, il Romolo Augustolo che ha posto fine all’era del reaganismo. E’ il
fallimento non solo etico dell’inefficiente oltre che criminale sistema
neoliberale che noi cassandre preconizzavamo da sempre. Di nuovo Obama non
profila una rottura netta con quella storia, e forse neanche una reale
discontinuità, ma che l’uomo dei brogli, dei golpe, della tortura, delle
guerre, dell’ignoranza al potere terminasse
il
suo mandato come uno sconfitto, ridicolo, impresentabile, dal quale nessuno
comprerebbe un’auto usata è un segnale di ravvedimento di questo pianeta.
Il
terzo motivo è che il migrante keniota di seconda generazione Barak Obama è
un ragazzo del
1961, come José Luís Rodríguez Zapatero in Spagna. In Francia, ed è un
conservatore, è presidente il figlio di un immigrato ungherese, Nicolas
Sarkozy. In Germania è cancelliere una ragazza dell’Est,Angela Merkel di
origini umili come Gordon Brown, il primo ministro inglese.
In
Cile una ex-esiliata politica, Michelle Bachelet, è presidente e in
Argentina è presidente una donna peronista, Cristina Fernández. In Brasile
un operaio, Lula da Silva, con un dito maciullato sotto un tornio sta
governando il paese con lealtà verso i suoi elettori. In Bolivia è
presidente un indigeno, Evo Morales il padre del quale non sarebbe neanche
potuto entrare nella piazza principale di La Paz, vittima dell’apartheid
come quelli del Congresso nazionale africano che oggi governano il Sud
Africa. In Venezuela è presidente un meticcio dell’Orinoco, Hugo Chávez,
figlio del mescolarsi secolare di generazioni di schiavi e di indigeni, le
grandi maggioranze escluse che
stanno cambiando il paese.
Comunque la si pensi di questi governanti sono donne e uomini di una nuova
generazione, di un mondo nuovo e di un secolo nuovo. Solo in Italia governa
l’uomo più ricco del paese, Silvio Berlusconi, un uomo anziano e vecchio
d’idee, sessista, razzista,
volgare, bugiardo, corrotto e corruttore. Solo in Italia governa, e con
quali compagni di ventura, i Gasparri, i Calderoli, un mostro del passato.
Il prossimo muro, per quanto alto ci appaia, lo dobbiamo abbattere noi!
http://www.gennarocarotenuto.it/immagini/Unanuovagenerazione_5453/barak2.jpg
<http://www.gennarocarotenuto.it/>
x «Sciopero generale»
- Loris Campetti Manifesto – 1.11.08
«Non siamo stati noi a rompere il percorso unitario dei
sindacati del pubblico impiego: la decisione è stata presa, e subito dopo la
straordinaria giornata unitaria di lotta della scuola, da due
confederazioni, la Cisl e la Uil. Noi manteniamo le tre giornate di sciopero
e il programma decisi unitariamente, e a questo punto giungeremo a uno
sciopero generale di tutta la funzione pubblica perché per noi e credo per
l'insieme dei lavoratori che rappresentiamo, quell'accordo siglato da Cisl e
Uil che attacca l'occupazione, penalizza i precari e riduce ulteriormente il
potere d'acquisto dei salari è inaccettabile. Uno sciopero generale da
effettuarsi, naturalmente, prima dell'approvazione della Finanziaria. E
siccome la gente non capirebbe il senso di due scioperi generali, dei
pubblici e dei metalmeccanici, a pochi giorni di distanza tra di loro, sono
convinto che dovremo scioperare insieme, il 12 di dicembre. Pur mantenendo
separate e distinte la natura e le vertenze delle due categorie». Il
segretario generale della Funzione pubblica Cgil, Carlo Podda, ci ha
rilasciato questa intervista al termine dell'assemblea nazionale dei
delegati Fiom che ha indetto lo sciopero generale per quella data, con
manifestazione nazionale a Roma. Ma Carlo Podda dice una cosa in più,
altrettanto impegnativa, rivolta all'intera Cgil. Per la prima volta,
dunque, tute blu e statali sciopereranno e manifesteranno insieme, a parte
gli scioperi generali di tutte le categorie. Come mai questa scelta? Per
molte ragioni, anche se questa proposta che avanzo dovrà essere vagliata
dagli organismi dirigenti della categoria competenti a decidere. La ragione
più importante è che bisogna porre fine alle polemiche sulle presunte
contrapposizioni tra dipendenti pubblici e privati, cioè ai tentativi di
dividere i lavoratori e le loro organizzazioni. Ripeto però che non sarebbe
compresa dalla nostra gente una scelta diversa, perché c'è la necessità di
trovare un momento di unificazione delle lotte e delle iniziative cresciute
in un processo di articolazione. E' già da qualche mese che Funzione
pubblica e Fiom lavorano insieme per mettere in campo una resistenza ai
tentativi di scatenare la guerra tra i lavoratori, portato avanti dal
governo con attacchi pesanti, con l'accusa intollerabile ai dipendenti
pubblici di essere dei fannulloni. La politica dell'esecutivo colpisce tutti
i lavoratori dipendenti e i pensionati, attaccando il lavoro e l'occupazione
nei servizi pubblici, di conseguenza peggiorandone e riducendone la qualità
e la quantità, dalla scuola alla sanità. Lo sai che la metà dei nidi di Roma
funziona grazie al lavoro dei precari? Dev'essere chiaro che l'accordo
siglato da Cisl e Uil prevede, oltre a una mancia che non recupera neanche
la metà dell'inflazione, l'espulsione di 57 mila precari nel 2009 e 120 mila
nel 2010. Che si aggiungerebbero a quelli della scuola. Per questo bisogna
cercare di unificare anche le risposte di lotta. Ho molto apprezzato le
parole di Gianni Rinaldini ai delegati della Fiom, e gli applausi convinti
della sala che ne sono seguiti, sulla necessità di battersi contro le
divisioni. Lavoratori pubblici e metalmeccanici insieme in uno sciopero
generale. Cioè le due principali categorie della Cgil. Ma l'esigenza di
unificazione delle lotte di cui parli non dovrebbe interrogare l'intera
organizzazione? Non è arrivata l'ora di uno sciopero generale nazionale di
tutte le categorie del sindacato guidato da Epifani? Penso che sia utile che
la Cgil prosegua il percorso articolato di lotte e manifestazioni di natura
territoriale e delle categorie, esprimendo al massimo il suo potenziale. Non
dimentichiamoci che c'è lo sciopero generale del commercio, quello della
ricerca, e che rimane la mobilitazione delle scuole contro la riforma
Gelmini. Da iscritto e militante di un'organizzazione in cui milito da
trent'anni, penso che, come si è sempre fatto al termine di una fase
articolata di lotte, dovrebbe esserci lo sciopero generale di tutta la Cgil.
E ovviamente, in tempo utile per raggiungere gli obiettivi che sono alla
base delle vertenze di categoria e dell'annunciata vertenza confederale.
Questa è una proposta che avanzo a titolo personale, va da sé che spetta
alla Cgil ogni decisione nel merito. Come vanno interpretate le convergenze
tra voi e i metalmeccanici? Con il fatto semplicissimo che ci sono
convergenze di merito, sui contenuti. Come ho detto una volta al manifesto,
condivido la strategia di Bruno Trentin che parlava di alleanze a geometria
variabile. Non sono disponibile a letture strumentali di alcun tipo, e i
risultati raggiunti rispetto agli obiettivi posti ci danno ragione. Io sono
disponibile a confronti e convergenze analoghe anche con altre categorie del
lavoro privato, ma finora nessuno mi ha avanzato delle proposte. Perciò
apprezzo l'apertura nei nostri confronti della Fiom e del suo segretario.
Torniamo all'accordo siglato con il ministro Brunetta da Cisl e Uil. Quali
sono i punti per voi inaccettabili? Attraverso la rottura di una tradizione
ventennale di unità, fatta per ragioni esterne alla categoria, Cisl e Uil
hanno deciso di aiutare il governo. 68 euro lordi rappresentano meno della
metà dell'inflazione e molto meno di quanto abbiamo ottenuto negli ultimi
bienni contrattuali, quando l'inflazione era assai minore. E non c'è nessuno
scambio che possa in qualche modo giustificare l'accettazione delle pretese
del governo. Non certo sull'occupazione e sui precari. Vorrei sapere come si
sentono, quei militanti di Cisl e Uil che giovedì manifestavano nelle strade
e nelle piazze di Roma, dopo quella firma delle loro organizzazioni. Ti
segnalo che la Confindustria, che normalmente dice la sua su ogni contratto
pubblico, lamentandosi per i costi eccessivi, questa volta non ha aperto
bocca. Secondo te perché? Perché quell'accordo separato le va benissimo, e
apre la porta al tentativo di imporre anche ai privati contratti che
svalorizzino e precarizzino ulteriormente il lavoro e i salari. Manifesto –
1.11.08
LA MORTE DI VITTORIO FOA
========================La morte di Vittorio Foa
avvenuta in età tardissima è pure sempre un
impoverimento per quanti restiamo e per qualche tempo
ancora continueremo a testimoniare di noi stessi e dei
nostri ideali in un mondo incattivito e privo di
speranza. (C'è chi spera in Obama ma io resto molto
scettico e credo che una potenza imperiale capace di
imporre bombardamenti ed occupazione militare per anni a
due nazioni del pianeta provocando in continuazione
quasi tutte le altre non cambierà linea con il cambio
del Presidente.)
Non condivido la scelta della famiglia di fare
annunziare al mondo la morte di Vittorio Foa da Walter
Veltroni. Prima di tutto perchè Veltroni c'entra assai
poco con la cultura e la storia di Vittorio socialista
di un socialismo radicale. Non credo di avere mai
sentito dire a Foa che si vergognava di essere stato
comunista. Foa comunista non lo è mai stato, era
socialista radicale, era una persona di sinistra ma il
senso che ha dato Walter alla sua vergogna riguardava e
riguarda tutta la sinistra italiana
Penso che tuttavia Vittorio Foa sia un sopravvissuto a
se stesso.La sua resa agli equilibri della politica
degli ultimi anni io non la condivido. Ci sono persone
che con il trascorrere degli anni rinunziano o diventano
increduli agli ideali della propria giovinezza e della
propria vita. Le ultime battute di Foa non mi sono
piaciute per niente. Hanno contribuito al disarmo
morale, al generale disorientamento della sinistra
italiana. Una intera vita spesa per l'autonomia e la
crescita civile della classe operaia, una militanza
nella CGIL di grande rilievo che contribui' ad elevare
la coscienza del movimento operaio italiano, coscienza
di sè e della superiorità della propria cultura.
Non ho condiviso di lui la giustificazione alla guerra
del golfo e l'atteggiamento remissivo a fronte
dell'involuzione liberista dello Occidente quasi che
fosse fatale per l'umanità dovere sempre e comunque fare
i conti e subire la forza sommergente della borghesia
finanziaria e industriale.
Ma molto di quanto ho imparato lo debbo al suo
insegnamento
alla sua capacità di analizzare la realtà anche se non
sempre le sue soluzioni erano quelle giuste. Nella CGIl
era in segreteria con Fernando Santi, grande riformista,
gradualista ma intransigente sui diritti ed i valori.
Vittorio aveva sempre la bontà
e la capacità di mettere da parte il suo pensiero e di
adeguarsi a quella che riteneva la soluzione "più
giudiziosa" spesso opposta alla sua, sempre radicale. Ma
era sempre una soluzione di avanzamento sociale per i
più. Essere "giudiziosi" rispetto la realtà di oggi
significa accettare cose che fernando Santi, riformista,
non avrebbe mai accettato!!
Pietro Ancona
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Se il dissenso è un reato
di EZIO MAURO
Davanti a una protesta per la riforma
della scuola che si allarga in tutt'Italia e coinvolge
studenti, professori, presidi e anche rettori, il Presidente
del Consiglio ha reagito annunciando che spedirà la polizia
nelle Università, per impedire le occupazioni. La capacità
berlusconiana di criminalizzare ogni forma di opposizione
alla sua leadership è dunque arrivata fin qui, a
militarizzare un progetto di riforma scolastica, a
trasformare la nascita di un movimento in reato, a far
diventare la questione universitaria un problema di ordine
pubblico, riportando quarant'anni dopo le forze dell'ordine
negli atenei senza che siano successi incidenti e scontri:
ma quasi prefigurandoli.
Qualcuno dovrebbe spiegare al Premier che la pubblica
discussione e il dissenso sono invece elementi propri di una
società democratica, non attentati al totem della potestà
suprema di decidere senza alcun limite e alcun
condizionamento, che trasforma la legittima autonomia del
governo in comando ed arbitrio. Come se il governo del Paese
fosse anche l'unico soggetto deputato a "fare" politica
nell'Italia del 2008, con un contorno di sudditi. E come se
gli studenti fossero clienti, e non attori, di una scuola
dove l'istruzione è un servizio e non un diritto.
Se ci fosse un calcolo, le frasi di Berlusconi sembrerebbero
pensate apposta per incendiare le Università, confondendo in
un falò antagonista i ragazzi delle scuole (magari con il
diversivo mediatico di qualche disordine) e i manifestanti
del Pd, sabato. Ma più che il calcolo, conta l'istinto, e
soprattutto la vera cifra del potere berlusconiano, cioè
l'insofferenza per il dissenso.
Lo testimonia l'attacco ai giornali e alla Rai fatto da un
Premier editore, proprietario di tre reti televisive private
e col controllo politico delle tre reti pubbliche, dunque
senza il senso della decenza, visto che a settembre lo
spazio dedicato dai sei telegiornali maggiori al governo, al
suo leader e alla maggioranza varia dal 50,17 per cento
all'82,25. Forse Berlusconi vuol militarizzare anche la
libera stampa residua. O forse "salvarla", come farà con le
banche.
(
23 ottobre 2008)
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Che vergogna!
Nemmeno i peggiori negrieri americani dell'ottocento si comportavano
così.
Li
ammazzano e poi li espellono
-
Piero Sansonetti
Il
governo ha deciso di non restare con le mani in mano di fronte alla
tragedia di Castelvolturno, dove la camorra ha massacrato sei giovani
africani. Le contromisure sono forti e chiare: un decreto per rendere
più difficile l'arrivo di altri africani in Italia e per espellerne il
più possibile. Senza badare a spese. Il consiglio dei ministri ha
stabilito di investire decine di milioni per costruire dieci nuovi Cpt,
cioè le prigioni per immigrati che funzionano fuori della legge e non
rispondono alla magistratura. Il ministro dell'Interno Maroni si è
presentato ieri alla riunione del consiglio dei ministri con una
cartelletta che conteneva tutti i dati che illustrano il problema. Quali
dati? Dice Maroni che nel corso del 2008 il numero degli immigrati
clandestini è aumentato del 60 per cento rispetto al 2007, toccando la
cifra record di 26.000 (circa 1 ogni 2000 italiani; per capirci, un
migliaio abbondanti in una città come Roma, un po' meno che a New York
dove sono tra il mezzo milione e i settecentomila). Di fronte a questo
aumento di immigrati - deve aver pensato il ministro - è logico che
aumenti anche il numero di immigrati uccisi dalla camorra. Per ridurre
questo tipo di omicidio la cosa migliore è ridurre le possibile vittime,
cacciandole dal nostro paese. Provate solamente per una frazione di
secondo a immaginare cosa sarebbe successo in Italia se una banda di
nigeriani o di ghanesi avesse ucciso in un colpo solo sei ragazzi
italiani. Provate a figurarvi cosa avrebbero fatto i giornali, gli
uomini politici, i giudici, i poliziotti, il governo... Provate a
indovinare quali leggi speciali, quali insulti, quante deportazioni di
massa. E i giornali, per giorni e giorni con pagine intere e
drammaticissime sulla strage. E, naturalmente, i funerali di Stato. I
sei ragazzi neri di Castelvolturno avranno funerali di Stato? Che
domanda sciocca! Voi sapete quando e dove si svolgeranno i funerali di
quei sei ragazzi? No, perché nessuno se ne preoccupa. Li seppelliranno
da qualche parte. E' quello che pensa il sindaco di Castelvolturno che
proprio ieri dichiarava: «meglio non qui...». Pace all'anima loro, e
vediamo di liberarci al più presto dei loro parenti, di rispedirli in
patria. Che vergogna! Nemmeno i peggiori negrieri americani
dell'ottocento si comportavano così.
Liberazione – 24.9.08
Vi racconto Pio La Torre
Vincenzo Consolo
Ero anch’io là, quella primavera del 1982, là a Comiso,
all’aeroporto, dove il Governo di Spadolini aveva deciso di far
installare i missili Cruise. Ero là in uno dei giorni in cui
facevano il blocco davanti al cancello centrale dell’aeroporto i
pacifisti giunti d’ogni dove. Erano ragazzi accovacciati a
semicerchio per terra. Volevano così impedire ai camion, alle
impastatrici, agli operai di entrare nel campo. Tutti avevano
maglie, giacconi variopinti sopra le teste di capelli ricciuti.
Alcuni avevano tute e casacche bianche, e sul petto e le spalle
dipinte grandi croci scarlatte. Le ragazze portavano giacchette
indiane con ricami e specchietti o la kufia palestinese
sopra le spalle. Sul muro di mattoni sovrastato dal filo spinato
e da un filare di eucalipti erano scritte di calce e appesi
striscioni di tela. Dicevano «Pace», «Amsterdam contra
militarisme», «Testate nucleari - Carcero speciali - È questa la
guerra contro i proletari», «Vogliamo vivere, Vogliamo amare -
Diciamo no alla guerra nucleare». Erano ancora tutti assonnati e
di più assonnati i poliziotti e i carabinieri che chissà in
quali ore notturne erano stati fatti partire dalle caserme di
Ragusa o Catania. Erano giovane anch’essi e schierati davanti al
cancello, a fronteggiare quegli altri accovacciati per terra.
M’aggiravo sullo spiazzo di terra battuta e di stoppie, da un
capo all’altro, e guardavo quei visi di giovani e volevo capire
chi era dell’Isola, vedere se ne riconoscevo qualcuno. Ma
nessuno; mi sembravano tutti d’un luogo di cui non avevo
cognizione. Fu allora che mi sentii chiamare, richiamare. E mi
corsero incontro alcuni del mio paese lì alle falde del Nébrodi,
figli o nipoti di vecchi amici e compagni. Erano Aldo,
Antonella, Francesco, Rino, Grazia, Saro. Mi dissero che era
stato là, nei giorni passati, Pio La Torre, che li aveva
spronati a resistere, a opporsi a quel progetto terribile dei
missili Cruise, che avrebbero dovuto essere installati anche su
rampe mobili e scorazzare per tutta la Sicilia.
Arrivano quindi le impastatrici e i camion degli operai decisi a
entrare. I ragazzi fecero blocco, li fermarono. Arrivava intanto
altra gente, politici, preti, un abate di Roma ch’era stato
sospeso dal suo ufficio. Arrivò anche il questore, un omino
atticciato in giacca e cravatta. Si mise a dire che doveva
entrare nel campo, che doveva telefonare a Roma. Tutti dissero
no, no! e serrarono le file davanti al cancello. E si misero a
scandire slogan. «Dalla Sicilia alla Scandinavia - No ai missili
e al patto di Varsavia». Il questore, a un punto, si mise a
urlare, a dare ordini. Si mossero subito i militari con elmi,
scudi e manganelli. Picchiarono e picchiarono sopra teste,
schiene nude e braccia. Urla si sentirono, lamenti e un gran
polverone si levò da terra. Sparavano lacrimogeni e nel cielo si
formavano nuvole. Inseguivano e picchiavano tutti, giovani e no,
deputati, medici e infermieri, giornalisti e fotografi. Stavo là
impietrito a guardare. E vidi Luciana Castellina scaraventata
per terra e picchiata; un giovanissimo carabiniere che
s’inginocchia e piange; un poliziotto che sta per sparare,
quando un altro a calci nel polso gli fa cadere l’arma di
mano... Vidi che afferravano per i capelli e a calci e spintoni
facevano salire sui furgoni i catturati. Mi sorpresi trasognato
a urlare, a chiamare i miei giovani compaesani: «Antonella,
Mino, Saro...», i quali arrivarono sanguinanti, pallidi,
storditi. «Scappiamo, scappiamo!» dissero. «Hanno preso Grazia»
dissero «Hanno preso Francesco»... Li lasciai raccomandando loro
di tornarsene a casa, ché tanto a Roma il governo aveva deciso a
tener duro su Comiso, a far rispettare a ogni costo gli impegni
con gli Usa.
E invece no. Per merito di Pio La Torre e del movimento dei
pacifisti, i missili Cruise vennero portati via, l’aeroporto
sgomberato da quella minaccia. E l’aeroporto, già intitolato al
generale di Mussolini Magliocco, venne poi intitolato,
nell’aprile del 2007, a Pio La Torre, ucciso dalla mafia,
venticinque anni prima. Ed ora, vergognosamente, il sindaco di
An di Comiso vuole restituirlo alla memoria fascista di quel
generale. Vergogna e ancora vergogna!
Pio La Torre, uno dei martiri siciliani, dei combattenti contro
la mafia, l’oscuro e terribile potere politico mafioso. Nel
secondo dopoguerra è il combattente martire insieme a Epifanio
Li Puma, Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale... Il nome di
Placido Rizzotto richiama subito quello di Pio La Torre, perché
è lui, il giovane militante comunista, che a Corleone prende il
posto di dirigente della Confederterra. Erano gli anni, quelli,
del movimento contadino, degli scioperi e delle occupazioni
delle terre incolte per l’attuazione della Riforma Agraria, per
l’assegnazione ai contadini di «fazzoletti» di terra nei feudi
dei Gattopardi. Eletto nel Parlamento italiano, poi La Torre
decide di tornare in Sicilia. Torna perché sente che sono tre i
grandi problemi che bisogna affrontare e cercare di risolvere in
Sicilia: la crisi economica, la criminalità mafiosa, la minaccia
della pace nel Mediterraneo per l’installazione della base
missilistica americana all’aeroporto di Comiso. Col suo ritorno
in Sicilia, Pio La Torre mette in allarmemolte centrali: del
crimine organizzato, della destabilizzazione, della speculazione
edilizia, del bellicismo. L’impegno suo nell’affrontare tutti
questi problemi, e soprattutto la legge, che porta la sua firma,
del sequestro dei beni dei mafiosi, fa maturare nel potere
criminale la decisione di eliminarlo. La Torre viene ucciso la
mattina del 30 aprile 1982 mentre è in macchina, in via Generale
Turba, a Palermo, insieme al suo autista Rosario Di Salvo.
È Pio La Torre, sono tutti gli altri martiri, gli altri eroi
caduti nella lotta alla mafia, sono loro l’onore di Sicilia, e
di tutto questo nostro Paese. Paese oggi irriconoscibile e
irriconoscente. Paese in cui l’attuale sindaco di Comiso di An
Giuseppe Alfano (tanto nome!) immemore o smemorato o
incosciente, vuol togliere il nome di La Torre all’aeroporto e
restituirlo al generale fascista Vincenzo Magliocco. Dopo la via
di Roma da intitolare as Almirante, le impronte digitali ai
bambini rom, la criminalizzazione dei clandestini, dopo il lodo
Alfano e tanto, tanto altro di questo onorevole Governo
Berlusconi, questa è la poitica di ministri e piccoli sindaci
del nostro irriconoscibile paese.
Pubblicato il: 29.08.08
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L´opposizione
Furio Colombo
L´Unità cambia. Uno non può sapere che cosa viene dopo,
ma questa è la normale condizione umana. Sappiamo quello che è
successo prima, lo abbiamo letto nell´editoriale di Padellaro e
nel comunicato dell´Editore.
Molti diranno grazie a Padellaro (io lo faccio di cuore) con
l´amicizia solidale di tutti questi anni, da
l´Unità
morta alla sua clamorosa rinascita e tenuta, unica nella storia
dell´editoria, unico il lavoro che Padellaro, prima insieme, poi
da solo (e con tutta la redazione, la più straordinaria che
avremmo mai sognato di trovare in un giornale che era stato
dichiarato finito) ha saputo fare. E noi - Padellaro e io -
siamo fra coloro che danno il benvenuto e un augurio davvero
sentito al nuovo direttore Concita De Gregorio.
A coloro che, amando o stimando questo giornale, si domandano
che cosa sta succedendo e perché, cerco di offrire una
interpretazione che a me sembra corretta della vicenda: sono due
storie diverse.
Una è l´arrivo di una nuova solida proprietà e l´arrivo,
contestuale, della nuova direzione. Bene arrivata. L´altra è
l´uscita di Antonio Padellaro, voluta come se fosse una
necessità. Quale necessità? E motivata come? Qui c´è uno spazio
vuoto. Il giornale non era in pericolo e non versa in cattive
acque. La redazione è tutta al suo posto e lavora bene. C´è un
grado di armonia e di solidarietà raro nei giornali italiani.
Allora? Allora c´è tutto per far bene, passato, redazione,
firme, rapporti internazionali. Abbiamo riaperto una storia che
sembrava finita, abbiamo fatto diventare questo giornale un
luogo piuttosto vivace.
Ripeto, i percorsi sono due, è bene non confonderli. Arriva un
nuovo direttore e, garantisce il suo passato, farà bene. Ma
quale è la ragione per cui è stato detto arrivederci e grazie al
direttore che ha tenuto ben ferma in questi anni la rotta
difficile e felice di questo giornale di opposizione? Non è
rispettoso, e neppure ragionevole, immaginare che tutto ciò
accada affinché il giornale non sia più di opposizione. E
sarebbe altrettanto azzardato affermare che farà una opposizione
diversa. Quante opposizioni ci sono?
Ma se qualcuna di queste ombre avesse anche una minima
consistenza, come non nutrire il sospetto (vedete come è mite la
parola) che alcuni di noi siano parte del problema, e non della
soluzione del problema, se il problema è davvero l´opposizione?
C´è un´altra questione. Berlusconi e il suo potere mediatico
totalitario sono sempre sul fondo di ogni questione italiana,
specialmente se riguarda l´informazione. Però non è Berlusconi
ad aver detto «grazie, Padellaro, va bene così». E anche
«grazie, Unità, ma sempre la stessa musica ci ha stufato». Mi
sembra più ragionevole pensare che tutto ciò sia nato
nell´ambito del Partito Democratico. Si sentiva sfasato rispetto
all´
Unità (o, viceversa, «un giornale che non ci
rappresenta»)? Se è così il problema che ha di fronte a sé il
nuovo direttore non è facilissimo: fare una cosa che non è il
Foglio, che non è il Riformista,
che non è Europa, che non è
l´Unità di adesso, e, ovviamente, non è né
il manifesto né
Liberazione.
Auguri, davvero.
Ma se è così, resta da spiegare tutto questo silenzio
nell'ambito del Pd. Quale sarà stata la ragione, discrezione,
cautela, segretezza, a consigliare di non dire una sola parola
ad alcuno degli interessati, compresi quelli che, come me, sono
lì a un passo, in Parlamento?
Come vedete, nessuna di queste questioni riguarda la persona cui
tocca il nuovo mandato. Ma se questo fosse un giornale a
fumetti, si vedrebbe un fumetto grande come una casa con un
vistoso punto interrogativo sulla testa. Spiace non sapere dove
indirizzare la domanda. Ma più ci si pensa e più sei costretto a
inquadrarla dentro la storia del Pd (anche il Pd comincia ad
avere una storia), non dell´editore.
Forse uno spunto di ottimismo potrebbe essere questo: finalmente
il Pd comincia a prendere decisioni. Forse non è la prima
decisione che dodici milioni di italiani che hanno votato
centrosinistra si aspettavano, mandare a casa Padellaro, e con
lui, fatalmente, qualche firma della Unità rinata, della
serie rifondata dopo la fondazione di Gramsci. A questo punto
non resta che vedere come la situazione si ambienterà con le
altre decisioni del prossimo futuro. Qual è la linea del più
grande partito di opposizione che più si armonizza con questo
deliberato e netto gesto di «discontinuità» (per usare una delle
parole chiave della politica. L´altra sarebbe, se Padellaro ed
io parlassimo politichese, chiederci - come Chiamparino - "ma
noi siamo una risorsa?")?
* * *
Certo il momento è strano. Ti muovi in un paesaggio da
fantascienza popolato di mutanti. A Milano il più importante
simbolo istituzionale del Pd, il presidente della Provincia
Penati, improvvisamente dichiara: «Con la Lega Nord è possibile
fare un lavoro importante per Milano». E noi che pensavamo che
la Lega Nord fosse impegnata soprattutto a sfrattare le Moschee
e a proibire luoghi di preghiera per gli immigrati islamici. A
Firenze la prima Festa Nazionale del Partito Democratico è
dedicata a Bossi, Tremonti, Bondi, Fini, Matteoli, Frattini,
Maroni. Praticamente tutto il governo che già domina tutte le
televisioni. Prima di giudicare il senso politico c´è da
domandarsi, in senso elementare e prepolitico: perché? Una Festa
di partito costa, e costa ancora di più per un partito lontano
dal potere e dai benefici del potere. Perché il nostro ospite
d´onore deve essere Bossi, invece del giovane angolano picchiato
a sangue da un branco di ragazzi italiani a Genova? Perché
dobbiamo festeggiare Tremonti invece di ascoltare il macchinista
delle Ferrovie dello Stato licenziato per avere fatto sapere che
il treno Eurostar che stava manovrando, si è spezzato (e per
fortuna non c´erano passeggeri)? Perché invitare Maroni invece
di Xavian Santino Spinelli, il Rom italiano docente
universitario, che rappresenta la sua gente (dunque anche la
nostra: i Rom sono in buona parte italiani), ma rappresenta
soprattutto i bambini forzati al trauma delle impronte digitali?
Perché tutti in piedi per Frattini invece di accogliere
cittadini osseti e georgiani, testimoni di una breve, sporca
guerra di cui ancora sappiamo nulla, se non che uno dei
protagonisti spietati, Putin è il miglior amico di Berlusconi ?
Perché avere sul palco Matteoli invece dei lavoratori
dell´Alitalia, che avrebbero dato voce alla paura del loro
futuro, reso ormai quasi impossibile dalla falsa promessa
(capitali italiani, forse anche capitali dei suoi figli) del
candidato Berlusconi?
Ma la danza dei mutanti continua. Mi devo rendere conto che il
maggiore partito di opposizione, di cui sono parte, produce
tutto in casa, con una autonomia che sarebbe sorprendente se non
fosse come un autobus che salta la fermata lasciando a terra la
folla dei viaggiatori in attesa. Il più grande partito di
opposizione produce da solo il dialogo, benché Berlusconi
attraversi la scena pronunciando frasi altezzose e insultanti.
Benché alzi ogni giorno il prezzo di un ambito contatto con lui.
Il Pd produce da solo una cordiale collaborazione con la Lega,
nonostante la caccia agli immigrati, il reato di clandestinità,
le botte ai «negri», l´orina di maiale (iniziativa di Calderoli)
sul terreno in cui si doveva costruire una Moschea, la
proclamazione fatta da Borghezio - in occasione delle Olimpiadi
- della superiorità della razza padana (parlava della nuotatrice
Pellegrini come di una mucca). Invita e festeggia Bossi proprio
quando lui dice (ripetendo con sempre maggiore frequenza la
minaccia): «O si fa il federalismo come dico io o il popolo
passerà alla maniere spicce».
Produce da solo una certa ostilità verso giudici, una denuncia
quasi quotidiana del «giustizialismo» (sarebbero coloro che
sostengono il diritto dei giudici di non essere insultati e di
non essere costretti al silenzio). Dice Luciano Violante a La
Stampa (22 agosto) che i magistrati «conducono una battaglia
di solo potere». Sono gli stessi magistrati definiti «dementi»
dal primo governo Berlusconi e «cloaca» dal presente titolare di
Palazzo Chigi. Ma a quanto pare la volontà di dialogo supera
questi dettagli. Si forma una cultura che trova normale lo
«stato di emergenza» che ha indotto a far presidiare le strade
delle città italiane dai soldati come se fossero in Pakistan,
trova normale che Berlusconi si vanti di avere parlato 40 minuti
con Putin senza far sapere al Paese o almeno al Parlamento una
sola parola di quel suo dialogo (finalmente dialoga con
qualcuno). E trova normale che - mentre scoppia la guerra in
Georgia che potrebbe contrapporre Stati Uniti e Russia, Nato e
impero di Putin (e di Sardegna)- il ministro degli Esteri resti
in vacanza mentre i suoi colleghi europei si incontrano in una
riunione di emergenza. O forse è stato un grande, scoperto
favore all´ amico Putin (dimostrare che la crisi non era così
grave), tanto e vero che il ministro Frattini riferirà al
Parlamento (Commissioni estere Camera e Senato) soltanto il 24
agosto, dopo avere partecipato alla Festa del Partito
democratico come ospite d´onore. Si forma una cultura, abbiamo
detto, fatta di buone maniere e di acquiescenza al governo, sia
pubblico (Berlusconi) che privato (Mediaset).
Questo spiega la necessità che sia Enrico Mentana a intervistare
Veltroni in un grande incontro finale a conclusione della Festa
del Pd. E spiega l´annuncio di Lilli Gruber, deputata europea di
primo piano e importante giornalista italiana: sarà Berlusconi a
scrivere la prefazione del suo nuovo libro sulle donne
dell´Islam. Chi altro? Con l´aria che tira è già una conquista
democratica che quella prefazione non sia stata commissionata a
Borghezio.
* * *
Mi ha colpito la notizia che alla Festa del Partito
democratico di Firenze ci saranno collegamenti con la
«Convention» del Partito Democratico americano di Denver. Spero
che spiegheranno perché, a quella festosa assemblea di militanti
politici di opposizione, non sia stato invitato e applaudito e
festeggiato, per un bel dialogo, il vicepresidente Cheney,
l´uomo delle false prove della guerra in Iraq. O qualche
"neo-con" di rilievo, di quelli che amano Guantanamo e le
maniere forti.
Qualcuno - spero - spiegherà che gli americani, nel loro Partito
Democratico, sono un po´ più rozzi degli italiani: quando fanno
opposizione, fanno opposizione. E quando vogliono essere eletti
contro qualcuno che - secondo loro - ha fatto danno al Paese,
prendono le distanze, dicono cose diverse, invitano e ascoltano
le loro migliori voci, quelle più vibranti e appassionate, non
quelle dei Repubblicani che intendono sconfiggere.
Inoltre sanno - ma forse anche questo è un segno della loro
cultura elementare - che i loro leader non si fanno intervistare
dai giornalisti della Fox Television, alcuni bravissimi
ma tutti di destra. In tanti vanno alla convenzione democratica,
scrittori, registi, celebrità delle grandi università e dello
spettacolo. Ma sono tutti testardamente democratici. Vanno tutti
per parlare di pace, non di guerra, di poveri, non di ricchi, di
affamati del mondo e di crisi del pianeta, di bambini da salvare
e di medicine salva-vita di cui bisogna abbattere i prezzi.
Certo, l´ America non è un Paese perfetto. Anche là ci sono
tanti Giovanardi e tante Gelmini. Ma (a differenza di quanto
avviene nell´altra festa del Pd italiano, quella di Modena) i
democratici americani non li invitano. Saranno primitivi ma (se
starà bene) vogliono Ted Kennedy. E se Ted Kennedy starà bene
dirà tutto quello che pensa con l´irruenza che l´America
democratica ammira da mezzo secolo, e che da noi si chiama
"politica urlata" e irrita molto persino Ritanna Armeni, ma solo
se è "politica urlata" di sinistra.
* * *
Ecco le ragioni del mio disorientamento nel Partito
Democratico che ho contribuito a creare partecipando anche alle
primarie («Sinistra per Veltroni») e nel quale adesso non so
dove mettermi, perché ogni spazio è occupata da un ministro
ombra che intrattiene la sua educata, amichevole conversazione
col ministro-ministro. Ognuno di essi (i ministri-ministri) è
occupato a prendere impronte, a presidiare le strade italiane
con l´esercito, a insultare i giudici. Ma comunque appaiono come
statisti mai smentiti e sempre in grado di incassare
apprezzamenti (oltre che inviti alle nostre Feste) e di dire
l´ultima parola in ogni radio e in ogni televisione. La
descrizione perfetta è di Nadia Urbinati (la Repubblica,
20 agosto) «Questa Italia assomiglia a una grande caserma,
docile, assuefatta, mansueta. Che si tratti di persone di destra
o di sinistra, la musica non sembra purtroppo cambiare:
addomesticati a pensare in un modo che sembra diventato naturale
come l´aria che respiriamo. Come bambini siamo fatto oggetto
della cura di chi ci amministra. E come bambini bene
addomesticati diventiamo così mansueti da non sentire più il
peso del potere. È come se, dopo anni di allenamento televisivo,
siamo mutati nel temperamento e possiamo fare senza sforzo
quello che, in condizione di spontanea libertà, sarebbe
semplicemente un insopportabile giogo».
Quanto sia esatto ciò che scrive Urbinati lo dimostra questa
e-mail appena ricevuta: «Attento, alla sua età è pericoloso
agitarsi. Ma comunque la sua perdita nessuno la noterebbe,
insignificante comunista. Si spenga serenamente come giornalista
e scribacchino. L´umanità e l´Unità le saranno grate
eternamente».
Curiosamente la e-mail mi è giunta mentre una collega - che
preparava un pezzo sul cambiamento in questo giornale -, mi
chiedeva: «Ma temi la normalizzazione de l´Unità?».
La mia risposta meravigliata è stata che a me questa Unità
appare un giornale normale. Un normale, intransigente, preciso
giornale di opposizione. La storia del suo e del nostro futuro è
tutta qui, fra questa «normalità», la descrizione di Nadia
Urbinati e la e-mail che ho trascritto e che offre una bella
testimonianza del ferreo contenitore culturale in cui ci hanno
indotti a vivere. Non resta che attendere il nuovo giornale.
furiocolombo@unita.it
Pubblicato il: 24.08.08
x Carceri speciali per innocenti che però sono inclini alla delinquenza...
-
Francesco Caruso
Gentilissimo Ottaviano Gramsci Del Turco, mi permetto di disturbarLa
semplicemente per chiederLe di intercedere presso la pletora di politicanti,
parlamentari e portaborse che da giorni si recano in pellegrinaggio presso la
Sua cella per esprimerLe solidarietà e vicinanza in questo momento difficile
della Sua vita, affinché li esorti a volgere anche solo per un breve istante lo
sguardo oltre le sbarre della sua cella. Comprendo che a muovere siffatte
persone oltre i cancelli di quelle discariche umane e sociali che oggi sono le
carceri in Italia, tra le quali primeggia la prigione di Sulmona, è solo un
sentimento di solidarietà di classe e di casta: in questi anni infatti nessuno
mai di costoro si è preoccupato delle drammatiche condizioni di vita nelle
prigioni oramai ritornate sovraffollate, della violenza di una restrizione della
libertà accompagnata dalla negazione dei diritti fondamentali dell'uomo, della
violazione sistematica dell'art.27 della Costituzione, della morte di Francesco
Vedruccio, Luigi D'Aloisio, Cosimo Tramacere, Luigi Acquaviva, Guido Cecola,
Diego Aleci, Francesco Di Piazza, Camillo Valentino, Antonio Miccoli, Nunzio
Gallo e degli altri detenuti morti suicidi in questi anni nella prigione di
Sulmona. A lor signori, che invocano pene più severe e carcere per tutti i
poveri disgraziati, mentre piangono lacrime di coccodrillo quando a finire
dietro le sbarre è qualcuno di essi trovato non certo a taccheggiare in un
supermercato ma con in tasca qualche tangente di vari milioni di euro, Lei oggi
ha la possibilità di spiegare il valore del garantismo, inteso non come immunità
e impunità per i ricchi e i potenti ma tutela delle libertà di tutti, in primo
luogo per gli ultimi, i disgraziati, i deboli e i dimenticati della società. Del
resto ho appreso della sua scelta di soprannominarsi Antonio Gramsci: nessuno
può negarLe la libertà di autonominarsi come meglio crede, tuttavia mi permetto
di rammentarLe che il comunista Antonio Gramsci trascorse 13 anni in prigione
non sulla base dell'accusa di essersi intascato mazzette o tangenti, ma per le
sue battaglie e i suoi ideali di uguaglianza e giustizia sociale. Proprio in
nome di questi valori, sempre più calpestati dalla violenza della tracotante
rivoluzione passiva, li inviti per una volta ad oltrepassare i cancelli, a
varcare i confini degli inferi, a penetrare in quei buchi neri della democrazia
che sono a pochi metri dalla sua cella. Li esorti, dopo aver discusso con Lei, a
salire al secondo piano della prigione, dove troveranno un centinaio di persone
incarcerate senza aver commesso alcun reato specifico, rinchiuse in una cella
semplicemente perché a sessant'anni dalla caduta del fascismo nessun governo si
è mai preoccupato di chiudere queste sezioni speciali inventate dal regime di
Mussolini per «soggetti e personalità inclini alla marginalità e alla
delinquenza», misura di sicurezza preventiva che non esiste in nessun paese
democratico, eppure in Italia, nello specifico proprio a Sulmona e in altre 5
prigioni, continuano ad essere internate persone in queste sezioni speciali
chiamate da allora eufemisticamente "case-lavoro", null'altro che reparti di
detenzione nei quali finiscono solo i digraziati che non hanno una famiglia e un
avvocato. Non conoscono nemmeno quanti anni devono restare, poiché non c'è
alcuna pena da scontare ma solo, di proroga in proroga, il rischio di trovarsi
affibbiati un ergastolo "bianco". Tra le sbarre troverà un vecchietto di nome
Antonio, che negli anni novanta per arrotondare la pensione vendeva le sigarette
di contrabbando: fermato e denunciato cinque, sei, sette volte, continuò per
anni a venderle, poi scomparse il contrabbando, ma per la burocrazia giudiziaria
era ormai una personalità incline a delinquere e quindi rinchiuso di proroga in
proroga da ormai quasi 10 anni. Dieci anni per una malboro di contrabbando.
Poche celle più avanti troverà Luigino, pluripregiudicato per truffa: a
differenza di una parte consistente della classe politica e imprenditoriale del
mezzogiorno, Luigino non ha mai fatto sparire nelle sue tasche svariati miliardi
di finanziamenti europei, ma più semplicemente si presentava in tonaca nei
ristoranti per sfamarsi e poi spedire il conto presso ignare parrocchie. Anche
lui, dopo svariate denunce, è rinchiuso e internato da anni nella casa-lavoro.
Carissimo Ottaviano Gramsci Del Turco, le confesso che dietro le sbarre nelle
quali Lei oggi è recluso, io sono stato un mucchio di volte, non per parlare con
qualche detenuto eccellente come fanno le decine di deputati e senatori che si
alternano in questi giorni alle porte della prigione di Sulmona, ma per
conoscere e denunciare questi buchi neri della democrazia: ricordi a Lor signori
che il potere ispettivo nelle carceri per i parlamentari è stato promulgato per
questo motivo e non certo come un ulteriore privilegio grazie al quale poter
incontrare, chiacchierare e consegnare pizzini a colleghi e amici finiti in
prigione. Li inviti quindi a fare il loro dovere, a misurare lo stato di salute
della nostra democrazia che, come diceva Tocquiville, "lo si comprende non dal
grado di sfarzosità delle aule parlamentari ma dalla vivibilità dei tuguri più
bui delle prigioni". Devono fare solo pochi scalini. E chissà se troveranno poi,
tra un lodo Alfano e un altro decreto per l'impunità ad personam, tempo e modo
in parlamento di legiferare un provvedimento per la chiusura di questi buchi
neri della democrazia nostrana, se troveranno tempo e modo di preoccuparsi non
solo delle sorti giudiziarie di Silvio e Ottaviano, ma anche dei tanti Antonio e
Luigino della nostra società. Cordialmente