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3. IL MOVIMENTO OPERAIO PALERMITANO ED I TENTATIVI DI COSTITUIRE UN FRONTE DI LOTTA UNICO TRA OPERAI E CONTADINI. MA QUEST'UNIONE "NON S'HA DA FARE"! (n.d.r. varie citazioni da Marino G.C.)
In Sicilia la classe operaia, vista la scarsa presenza di grosse industrie, era poco sviluppata. Un proletariato numeroso e ben organizzato era presente soltanto a Catania e a Palermo, e fu unicamente nel capoluogo siciliano che si svilupparono lotte sindacali importanti.
Protagonisti di quest'ultime furono i metallurgici organizzati dalla FIOM, alla cui testa vi era l'instancabile Giovanni Orcel. Questi si distinse dagli altri dirigenti del movimento operaio palermitano per le sue idee avanzate e per la passione con la quale cercò di metterle in pratica. Le sue battaglie più significative furono: quella volta alla formazione di un collegamento organico tra lotte operaie e lotte contadine; e l'occupazione del Cantiere Navale di Palermo.
La creazione di un fronte comune di lotta tra operai e contadini era stato il punto di forza del movimento dei fasci siciliani, che, come sappiamo, nacque in città ma si propagò, e raggiunse i suoi risultati più importanti, in campagna. Questo connubio tra classe operaia e classe contadina, però, si era andato progressivamente spezzando a causa dell'atteggiamento di chiusura del Partito socialista italiano, che escluse qualunque alleanza con i contadini non proletari. Nel primo Novecento, in Sicilia, si era arrivati ad una vera e propria cesura tra socialismo urbano - che abbracciava le tesi del socialriformismo - e socialismo rurale, snobbato, per il suo programma, anche dalla corrente massimalista del PSI.
Giovanni Orcel, pertanto, allorché nel 1919-20 tentò di riallacciare i vecchi legami tra città e campagna, incontrò lo sfavore dei riformisti e fu sostenuto apertamente solo dal gruppo dirigente e dalla base della FIOM di Palermo. Nell'entroterra agricolo, invece, egli trovò un convinto alleato in Nicolò Alongi di Prizzi, già militante dei Fasci dei lavoratori e dirigente del movimento contadino.
L'Alongi era uno di quegli attivisti rurali del Partito socialista ufficiale che, a parole, si dichiaravano a favore della collettivizzazione del latifondo, nell'immediato, però - in attesa dell'avvento dello Stato socialista - si adoperavano per la liquidazione dello stesso a favore dei contadini poveri. Egli, inoltre, durante la sua esperienza accanto ai contadini di Prizzi, aveva notato la spontaneità con la quale si veniva a costituire, sui feudi, una sorta di "fronte unico" (G.C. Marino, 1976, p. 135) di lotta, "che unificava le rivendicazioni dei mezzadri, dei terraticanti e dei piccoli affittuari in sciopero contro i gabelloti e i proprietari, con quelle dei reduci senza terra (...)". Tale fronte riuniva combattenti, socialisti e cattolici e, perciò, "aveva le sue articolazioni nell'Associazione combattenti, nella Lega di miglioramento e nella Lega cattolica" (G.C. Marino, 1976, p. 135).
Affinché questa unità tra i contadini in agitazione si trasformasse in vera e propria forza d'urto contro il tradizionale sistema socio-economico, ci sarebbevoluto un fattivo impegno da parte del partito dei lavoratori, per unificare, sovrastare e dirigere le rivendicazioni provenienti dalle masse rurali e urbane. "Ma il P.S.I era allora largamente estraneo al ruolo al quale lo sollecitavano Alongi e Orcel" (G.C. Marino, 1976, p. 136). La FIOM, pertanto, cercò di sostituirsi ad esso.
I primi passi di questo rinnovato collegamento tra operai e contadini furono mossi alla fine dell'estate 1919. Durante gli scioperi agrari che, a partire dal 31 agosto, si svolsero nel territorio di Prizzi e dei comuni vicini, Orcel e il gruppo dirigente dei metallurgici dimostrarono concretamente la loro solidarietà ai contadini partecipando direttamente alle varie manifestazioni che si tennero per quell'occasione.
Riguardo al problema agrario, lo schieramento Alongi-Orcel
"era decisamente orientat(o) verso una battaglia per l'eliminazione dei patti angarici e per il complessivo miglioramento, a vantaggio dei contadini, dell'intero assetto dei rapporti contrattuali tra proprietà e lavoro, come momento particolare di una più vasta lotta per la conquista della terra che, intanto, si rivolgeva contro gli apparati complessi della dominazione mafiosa sui contadini poveri, e che, sulla base dell'unità di classe, avrebbe potuto saldarsi col movimento dei reduci e dei <<combattenti>>" (G.C. Marino, 1976, p. 138).
Che questo schieramento costituisse un serio pericolo per il tradizionale blocco di potere agrario-mafioso, è dimostrato dalla violenza prontamente scatenata da quest'ultimo per annientarlo e scoraggiarne la ricostituzione.
La prima vittima della reazione mafiosa fu Giuseppe Rumore,collaboratore di Alongi, assassinato - come abbiamo visto - la notte del 22 settembre 1919. I socialisti di Palermo colsero chiaramente il segnale che si era voluto lanciare con questo assassinio, ma, piuttosto che indietreggiare, ne denunciarono pubblicamente la matrice mafiosa. Grande solidarietà fu espressa dagli operai palermitani e in particolar modo dai metallurgici, la cui federazione aprì una sottoscrizione in favore della famiglia Rumore, come segno concreto di protesta contro la mafia.
Inottobre, Orcel organizzò nella sua città una seriedi iniziative di sostegno ai contadini che erano ancora in agitazione in diversi comuni dell'entroterra (8).
Fra i fattori che spinsero i nuclei più attivi del movimento operaio palermitano ad avvicinarsi al mondo rurale può annoverarsi, probabilmente, anche la necessità avvertita da alcuni socialisti ufficiali di rafforzare la propria debole base elettorale urbana con i voti dei contadini, "per fronteggiare la concorrenza dei riformisti nella nuova situazione che si delineava per effetto dell'adozione del sistema proporzionale". Questo fattore, però, va considerato come "del tutto marginale" (G.C. Marino, 1976, p. 137).
Le elezioni politiche del novembre 1919 suggellarono, in ogni caso, la rudimentale alleanza operai-contadini. La lista dei socialisti ufficiali, nel collegio di Palermo, venne formata, infatti, "attingendo alle forze della FIOM e del movimento contadino" (G.C. Marino, 1976, p. 68; i candidati contadini erano: Nicolò Alongi, capolista; e Vincenzo Schillaci di Corleone). Nei loro comizi, i candidati di questa lista parlavano "di lotta a fondo alla borghesia, di <<rivoluzione>>, di espropriazione delle terre e di nazionalizzazione dei latifondi" (G.C. Marino, 1976, p. 69). Per di più, i socialisti ufficiali organizzavano "raccolte di fondi per le famiglie dei capilega contadini uccisi dalla mafia" (G.C. Marino, 1976, p. 69).
Nelle campagne intorno a Prizzi, intanto, dopo il delitto Rumore, la pressione dei contadini sulla terra era andata via via crescendo.
I proprietari ed i gabelloti mafiosi, piuttosto che cedere parte dei propri feudi, preferirono <<alzare il tiro>>! Puntando direttamente alla testa del movimento. Così, il 1° marzo 1920, fu assassinato Nicolò Alongi (il <<turno>> di Giovanni Orcel, come si vedrà, sarebbe arrivato qualche mese più avanti).
Nel corso del Primo Congresso regionale dei contadini siciliani, che si era tenuto a Palermo il 6 e il 7 febbraio, il capolega di Prizzi aveva manifestato ai compagni il timore di essere ucciso, "So che si congiura contro di me, che si vuole attentare alla mia vita (...)"; ma egli aveva espresso loro anche la sua fiducia nella continuità della lotta che si stava combattendo: "(...) non so se domani potrò ritornare ad abbracciarvi, ma sono sicuro che altri sorgerà a sventolare la bandiera che mi si vuole strappare di mano" (cit. in G.C. Marino, 1976, p. 143).
Gli operai del Cantiere Navale di Palermo ed altri operai metallurgici reagirono al delitto organizzando, il 3 marzo, un solenne corteo di protesta: i dimostranti, dopo avere ascoltato alcuni comizi in piazza Castelnuovo, attraversarono le vie principali della città, fino alla Prefettura.
A Prizzi, l'organizzatore contadino fu commemorato,la domenica successiva al delitto, con una affollata manifestazione, alla quale presero parte alcuni dirigenti socialisti (fra i quali Maria Giudice) e le rappresentanze di Santo Stefano Quisquina, Palazzo Adriano e Corleone. Migliaia di uomini e donne mossero in corteo per tutte le vie del paese.
Con l'eliminazione di Nicolò Alongi la mafia non riuscì a bloccare il movimento contadino nel palermitano. Nondimeno, essa decapitò e, quindi, indebolì la temuta direzione socialista dello stesso. Nel secondo semestre del 1920,a guidare la maggior parte delle agitazioni contadine vi sarebbero stati i cattolici ed i combattenti, pertanto, il movimento avrebbe assunto un carattere più moderato.
Ma il risultato più immediato e importante di questa esecuzione mafiosa fu l'interruzione del collegamento tra città e campagna. "Privata del suo capo più prestigioso e battagliero" (G.C. Marino, 1976, p. 144), la debole alleanza tra operai e contadini si spezzò. Ciò avvenne proprio nel periodo in cui il movimento operaio palermitano stava per entrare nella sua fase cruciale.
IL 10 marzo 1920 i metallurgici del Cantiere Navale, visto il rifiuto opposto dalla parte padronale alle loro richieste, entrarono in sciopero.
Alla base del malcontento operaio vi era la cosiddetta <<gabbia salariale>>, vale a dire il differente trattamento economico cui erano sottoposti gli operai del Sud rispetto a quelli del Nord. Gli industriali giustificavano e difendevano questa disparità, considerandola un incentivo per effettuare degli investimenti nel Meridione.
Lo sciopero - organizzato dalla FIOM e sostenuto dalle contemporanee agitazioni di edili, portuali, gasisti e tranvieri - si concluse il 22 marzo. Gli operai ripresero il lavoro in seguito ad un concordato che aveva stabilito un leggero aumento salariale.
Non avendo, però, raggiunto l'obiettivo principale - l'abolizione della <<gabbia salariale>> - decisero di continuare la loro agitazione ricorrendo ad una sorta di <<sciopero bianco>>: essi si recavano regolarmente in fabbrica, ma attuavano "l'<<ostruzionismo>> alla produzione" (G.C. Marino, 1976, p. 186).
La situazione precipitò alla fine dell'estate. In agosto si ebbe una nuova ondata di scioperi operai. Gli industriali reagirono con numerosi licenziamenti, ed i dirigenti del Cantiere Navale di Palermo - in accordo con le altre aziende metallurgiche nazionali - attuarono la serrata.
La controffensiva operaia fu pronta e risoluta: il 4 settembre, il Cantiere, presidiato dalle forze di polizia, fu occupato con la forza. Il giorno dopo,sulle attrezzature sventolavano le bandiere rosse. Il Consiglio di fabbrica, "con impegno, serietà e competenza tecnica indiscutibili" (G.C. Marino, 1976, p. 191), organizzò la ripersa dell'attività lavorativa.
I primi giorni di occupazione furono caratterizzati da un grande entusiasmo generale. Il proletariato dimostrò una buona capacità di autogestione. I ritmi di lavoro furono accelerati! Fu allestito un piroscafo in costruzione. Fu impostato il lavoro per la costruzione di una nuova nave, battezzata, significativamente, <<Nicolò Alongi>>. Grande attenzione si dedicò all'organizzazione del servizio sanitario, controllando le condizioni igieniche nelle quali si lavorava e riattivando l'infermeria. Per di più, si improvvisò una mensa aziendale.
Tuttavia, lo slancio iniziale era destinato ad esaurirsi ben presto. Già dopo quindici giorni la carica dirompente del fronte operaio si era scemata, e cominciava a serpeggiare un certo scetticismo riguardo la fattibilità e la buona riuscita di una agitazione ad oltranza.
All'interno del movimento si arrivò ad una netta divisione tra i riformisti che, facendo leva sulle oggettive difficoltà degli operai a continuare a lavorare (più di prima) senza salario, premevano per l'abbandono dell'occupazione, e gli <<irriducibili>>, capeggiati da Giovanni Orcel, decisi, al contrario, a resistere fino in fondo.
Con il passare dei giorni, le difficoltà aumentavano. Alla mancanza di mezzi finanziari per il pagamento dei salari si aggiungeva il progressivo esaurimento delle scorte per la prosecuzione dei lavori. Come se ciò non bastasse, sopraggiunserodue eventi drammatici: la morte dell'operaio Vincenzo Greco, deceduto a causa di un grave incidente sul lavoro; e l'esplosione all'interno del Cantiere - la notte del 15 settembre - di due bombe, innescate da mani ignote. Sempre più difficile diveniva, pertanto, convincere gli operai a <<tenere duro>>.
Il 29 settembre l'occupazione cessò. Fu proprio Giovanni Orcel ad incontrare i padroni del Cantiere per giungere ad un accordo definitivo. I padroni concessero degli aumenti salariali, ma posero come condizione la irretroattività degli stessi. Il segretario della FIOM, per evitare che fossero i riformisti a gestire le trattative, si vide costretto ad accettare. I suoi avversari approfittarono di questa sua sofferta, ma necessaria, decisione per coprirlo di calunnie, arrivando perfino ad accusarlo di essersi <<venduto>> alla controparte padronale.
La mafia approfittò - così come fa spesso - dell'isolamento e del "clima di <<linciaggio morale>>" (G.C. Marino, 1976, p. 199) che si venne a creare intorno all'Orcel e, nella notte del 14 ottobre, gli tese un agguato: un sicario lo pugnalò mortalmente al fianco sinistro.
Secondo lo storico Giuseppe Carlo Marino, la mafia chiuse così, con Giovanni Orcel, un <<vecchio conto>>, aperto allorché questi, insieme all'Alongi, si era impegnato nella creazione del fronte unito operai-contadini. Il Marino afferma, inoltre, che il delitto ebbe anche una chiara matrice politica:
"(...) la logica del delitto va iscritta in un complesso tessuto di complicità agrario-mafiose rivelatrici di quanto fosse acuto, nell'interazione degli interessi privilegiati di città e di campagna, l'allarme per la politica del fronte unito operai-contadini promossa dal leader della FIOM palermitana insieme a Nicolò Alongi (...) Per quanto permangano non pochi elementi di incertezza in tema di accertamento delle responsabilità penali, la matrice politica del delitto è indubbia, ed è certo che la mafia fu comunque interessata ad assumerne la paternità e a rivendicarne i lugubri titoli ammonitori" (G.C. Marino, 1976, pp. 199-200).
Con la morte di Giovanni Orcel finì "(...) dalla città alla campagna, la prima stagione creativa del proletariato siciliano" (G.C. Marino, 1976, p. 200).
4. UN <<BIENNIO ROSSO>> ...DI SANGUE!
Nel primo dopoguerra la mafia tenne, nei confronti del movimento contadino, lo stesso atteggiamento tenuto in precedenza:associò la strumentalizzazione alla violenta e sanguinaria repressione.
Quali esempi della volontà dei gruppi mafiosi di inserirsi anche in questo nuovo processo di trasformazione economico-sociale, riportiamo i casi di Ribera, del feudo Polizzello di Mussomeli e del mafioso Calogero Vizzini di Villalba.
A Ribera (Girgenti) due fazioni si contendevano il potere: una era capeggiata dal farmacista Liborio Friscia; l'altra dall'onorevole, clerico-moderato, Antonio Parlapiano-Vella e dal di lui fratello Gaetano, sindaco del paese.
Nell'estate del 1919 la cooperativa di ex-combattenti <<Cesare Battisti>>, che contava 800 soci ed era guidata dal Friscia, chiese, per mezzo dell'Opera Nazionale Combattenti, la concessione del latifondo del duca di Bivona ("Senatore e grande di Spagna", S. Lupo, 1993, p.140), che occupava più della metà del territorio comunale. Il duca, preoccupato, decise di recarsi - per la prima volta! - a Ribera e di vendere le proprie terre alla cooperativa <<S. Giuseppe>>, della quale era segretario l'on. Parlapiano-Vella.
Venuti a conoscenza delle intenzioni del feudatario, i combattenti insorsero, e dal 26 al 28 gennaio 1920
sequestrarono, praticamente, il duca nel suo palazzo.
In questi tre giorni di rivolta avvenne una cosa da rilevare: i contadini della <<S.Giuseppe>> sfuggirono al controllo del loro <<padrino>> Parlapiano-Vella. Visto il fallimento delle trattative per l'acquisto delle terre essi, in nome del loro "esclusivo diritto alla terra" (G.C. Marino, 1976, p. 158), si unirono, nella protesta, ai combattenti:
"Un dato rilevante dei fatti riberesi di gennaio è la spontanea unificazione, nel fuoco della rivolta, di tutti i contadini, al di là delle divisioni artificiali provocate dai notabili locali" (G.C. Marino, 1976, p. 158).
"Significativi <<i fatti di Ribera>>, da cui si può evidenziare una disponibilità delle masse contadine e combattenti a sottrarsi al controllo delle tradizionali classi egemoniche ed a mobilitarsi per obiettivi comuni e più rispondenti alle loro esigenze ed aspirazioni" (A. Cicala, 1978, p. 70).
Impressionato dalla impetuosa agitazione dei contadini, "(...) il duca si disse disposto a trattare alle condizioni volute". A questo punto il tumulto si tramutò in festa, e "il duca fu portato in trionfo per il paese" (A. Cicala, 1978, p. 72).
Una parte della folla (circa 200 persone), però, invece di partecipare alle trattative ed agli inneggiamenti, diede l'assalto all'abitazione del gabelloto dei feudi del duca, tale Ciccarello. Perché numerosi contadini si lanciarono in questo atto vandalico, visto che avevano ottenuto ciò che reclamavano? Antonio Cicala (1978, p. 72) dà la seguente, plausibile, spiegazione:
"Il Ciccarello rappresentava nel luogo le resistenze e gli interessi del duca, così alla improvvisa remissività del duca l'astio della folla si era rivolto contro l'odiato gabelloto sfruttatore".
Purtroppo, l'illusione dei contadini, di essere venuti in possesso - a condizioni vantaggiose - della tanto agognata terra, durò ben poco! Il <<Grande di Spagna>>, infatti, non appena liberato, fece "un incidente internazionale della violenza subita dai <<bolscevichi>> di Ribera" (S. Lupo, 1993, p. 140). Così,
"I Parlapiano (...) compra(rono) il latifondo affittandolo a tre cooperative all'uopo costituite da campieri <<appartenenti alla maffia locale>>, i quali alla lor volta le subaffitta(rono), <<a prezzi molto alti>>, ad altri soci delle stesse cooperative; del resto prepara(rono) la vendita tra gli aderenti alla loro clientela" (S. Lupo, 1993, p. 140).
Alla fine, dunque, fu la mafia a trarrevantaggio dall'intera vicenda (9).
Il feudo Polizzello, sito nel comune di Mussomeli, era di proprietà dei principi Lanza Branciforti di Trabia. Nel maggio del 1920 la cooperativa <<La Combattenti>>, di Mussomeli, si rivolse all'O.N.C., chiedendo l'espropriazione di tale feudo e di altri due (il Valle e il Reina), appartenenti, anche questi, ai Trabia. Questi ultimi, però, riuscirono a convincere i più influenti esponenti della cooperativa "a rinunciare all'esproprio e ad accettare un contratto di affitto a miglioria per la durata di 29 anni e rinnovabile per altri nove anni <<di rispetto>> di soli ettari 848 del feudo Polizzello (meno di un terzo della zona richiesta)" (Aa.Vv., 1971, p. 74). I rimanenti 2/3 della terra chiesta in esproprio (vale a dire ha 1.070 delfeudo Polizzello ed i feudi Valle e Reina, per un totale di 1.900 ettari di terra) furono concessi, invece, "a privati che non erano ex-combattenti e nemmeno - nella maggior parte - coltivatori diretti: questi sfruttavano la terra concedendola a loro volta, con un aumento dell'estaglio, in subaffitto oppure gestendola a mezzadria" (Aa.Vv., 1971, pp. 74-75). <<La Combattenti>>, pertanto, si adattò "a gestire uno statu quo che garanti(sse) il ruolo degli enti intermediari nei quali molto spesso i soci rappresenta(vano) essi stessi un'élite che poi gesti(va) il subaffitto" (S. Lupo, 1993, p. 140).
Per capire lo <<strano>> comportamento della cooperativa basta tenere conto del fatto che tra i suddetti suoi soci <<più influenti>>, che convinsero i contadini ad abbandonare l'idea dell'esproprio, vi era Giuseppe Genco Russo,
"considerato l'alter ego di Calogero Vizzini, cui in effetti (era) legato da vincoli di comparaggio; membri della famiglia Genco ricopr(ivano) il ruolo di campiere nelle aziende di don Calò" (S. Lupo, 1993, pp. 140-141).
Ebbene, costui avviò la propria carriera di mafioso inserendosi, per l'appunto, nel movimento cooperativistico di Mussomeli, del quale avrebbe assunto, ben presto, il controllo.
Del mafioso Calogero Vizzini di Villalba -"uno dei principali <<pezzi da novanta>> della mafia siciliana della prima metà del secolo" (R. Catanzaro, 1991, p. 136) - abbiamo già parlato a proposito del movimento delle affittanze collettive. Nel 1908, infatti, egli, con la sua influente intermediazione, era riuscito a far ottenere alla locale cassa rurale l'affitto del feudo Belici. Nel 1909 questo terreno era passato in proprietù all'intermediario, Matteo Guccione.
Nel dopoguerra, la cooperativa combattentistica di Villalba occupò il feudo Belici, chiedendone l'affitto. Il nuovo proprietario, però, al pari di quelli precedenti, "non gradi(va) le cooperative, le commissioni provinciali per le terre incolte, gli enti <<espropriatori>> come l'Onc" (S. Lupo, 1993, p. 141).
Ecco, quindi, entrare di nuovo in scena il <<nostro>>, il quale esercitò il proprio potere in favore di una cooperativa cattolica, ricavandone, anche questa volta, terra e prestigio:
"Ancora grazie alla mediazione di Calogero Vizzini, tagliando fuori i combattenti, un accordo di compravendita (venne) stipulato dalla cooperativa cattolica; quando questa non (riuscì) a saldare nei termini previsti, sempre don Calò convin(se) Guccione a non recedere. Un accordo tra uomini d'onore attenti a non vanificare un grande affare? Ovvero la resa dei conti tra due generazioni? Considerando che in questo periodo Guccione viene <<con mezzi truffaldini>> costretto ad accettare Giuseppe Sorce (compare di Genco Russo, N.d.a.) quale compartecipante in altro suo possedimento, possiamo ben considerare emblematico il cambio della guardia del feudo Belici, dal quale Vizzini ricaverà ottima terra per sé, autorità e fama presso i suoi concittadini al di là dei poco puliti risvolti della complessa transazione" (S. Lupo, 1993, p. 141).
I mafiosi, dunque, (così come nel periodo dei Fasci ed in quello delle affittanze collettive) in alcuni casi riuscirono a sfruttare le organizzazioni contadine per ricavarne potere, ricchezza e consenso popolare! Essi, comunque, cercavano di inserirsi nelle cooperative - o quanto meno di influenzarle dall'esterno - anche per controllarne eventuali aspirazioni rivoluzionarie e per scompaginare il <<pericoloso>> movimento contadino. Ma per raggiungere questo fondamentale obiettivo, la mafia, come sempre, non esitò a ricorrere alla spietata eliminazione dei più attivi ed avanzati organizzatori della lotta per il riscatto socio-economico delle masse rurali.
Ad aprire la tragica lista dei militanti del movimento contadino uccisi dalla mafia nel primo dopoguerra fu, il 29 gennaio 1919, Giovanni Zangara, dirigente contadino ed assessore in carica della giunta socialista del Comune di Corleone. Nicolò Alongi, addolorato, il 4 febbraio scrisse, sul giornale <<Giustizia proletaria>>, le seguenti, profetiche parole:
"Al povero Vanni Zangara noi addolorati, mai però abbattuti, mandiamo il nostro riverente saluto, mentre rimaniamo ad aspettare il nostro turno" (in D. Paternostro, 1994, p. 53).
In un altro articolo, apparso il 9 febbraio su <<La Riscossa socialista>>, il dirigente prizzese si autodefinì (come aveva fatto Bernardino Verro,dopo l'uccisione di Lorenzo Panepinto) <<un morto in licenza>> (in G.C. Marino, 1976,p. 143). Purtroppo la sua <<licenza>>, come sappiamo, sarebbe finita il 1° marzo 1920. Lo precedettero, "sulla strada del martirio" (G.C. Marino, 1976, p. 139), altri due dirigenti contadini: il il suo valente collaboratore Giuseppe Rumore, ucciso il 22 settembre 1919; e Alfonso Canzio, presidente della Lega per il miglioramento agricolo di Barrafranca, ucciso il 19 dicembre 1919 (10).
Nel 1919 la mafia aveva ucciso anche un arciprete - Costantino Stella - che, seguendo l'invito di papa Leone XIII e l'esempio di Luigi Sturzo, era <<uscito fuori dalla sacrestia>> e si era dedicato ad importanti attività sociali
(accoltellato il 19 giugno, morì il 6 luglio).
La nostra sanguinosa conta procede con i nomi di due contadini socialisti di Petralia Soprana (Palermo), Paolo Li Puma e Croce, entrambi consiglieri comunali, assassinati nel settembre 1920.
In ottobre caddero altri quattro socialisti: Paolo Mirmina di Noto (Siracusa), sindacalista, giorno 3; Nino Scuderi di Paceco (Trapani), consigliere comunale e segretario della cooperativa agricola, giorno 9; Giovanni Orcel, segretario della FIOM di Palermo e promotore, con Alongi, del collegamento tra movimento operaio e movimento contadino nel palermitano, giorno 14; Giuseppe Monticciuolo, la cui fine, secondo lo stesso Prefetto di Trapani, "(...) fu decisa perché Presidente dell'Associazione pel miglioramento dei contadini ed esponente maggiore dell'agitazione agraria in Vita" (11), giorno 27.
Nel febbraio 1921, "A Paceco la mafia ucci(se) due figli e un fratello di Giacomo Spatola, presidente della locale società agricola cooperativa" (U. Santino, 1995, p. 26).
L'11 giugno 1922, in un clima politico ormai mutato, a Monte San Giuliano (oggi Erice) fu assassinato Sebastiano Bonfiglio, "sindaco socialista, membro della direzione del PSI, uno dei più significativi organizzatori delle lotte contadine e della resistenza al fascismo" (U. Santino, 1995, p. 28).
Nonostante lo sterminio dei suoi uomini più valorosi, il movimento contadino del primo dopoguerra riuscì ad ottenere significativi risultati, primo fra tutti un sostanziale frazionamento del latifondo. Anche questo "processo di democratizzazione" (S. Lupo, 1993, p. 142), però, fu <<cavalcato>> e strumentalizzato dai mediatori mafiosi.
5. IL <<RIASSORBIMENTO>> DEL MOVIMENTO POPOLARE DEL PRIMO DOPOGUERRA E LA PARZIALE LIQUIDAZIONE DEL LATIFONDO
L'agitazione agraria siciliana del '19-21, a differenza del movimento dei fasci dei lavoratori ediquello delle affittanze collettive, non fu egemonizzato dai rivoluzionari socialisti. Questi, infatti, come abbiamo visto, rappresentarono <<soltanto>> la forza politica più esperta, avanzata e, quindi, <<temuta>>. Per il resto, il movimento contadino di questi anni si svolse, in gran parte, sotto l'egida: delle associazioni dei combattenti e reduci, all'interno delle quali la componente moderata prese ben presto il sopravvento su quella più innovativa, aprendo le porte alle influenze dei tradizionali raggruppamenti politici clientelari e, financo, del movimento nazionalfascista; dei socialriformisti e dei popolari, il cui programma agrario, per quanto contemplasse l'abolizione dell'intermediazione parassitaria, era di sicuro moderato rispetto a quello socialista, e la cui volontà di neutralizzare i <<rossi>> li portava, a volte, a ricercare alleanze politiche a dir poco <<compromettenti>> (leggi: mafiose) (12).
La battaglia per la conquista della terra mancò, pertanto, di una reale organizzazionepropulsiva e, pur avendo in sé "una notevole potenzialità eversiva nei confronti di un ceto parassitario che considerava la terra come uno status symbol e una fonte di rapina più che un bene di produzione (...)" (R. Palidda, 1977, p. 236), fu facilmente riassorbita "dalla struttura sociale e politica esistente (...)" (R. Palidda, 1977, p. 236).
I gruppi dominanti siciliani, per di più, per reprimere o, quanto meno mantenere sotto controllo, la disorganica mobilitazione sociale, poterono ricorrere a diversi strumenti.
Uno di questi fu la fedele applicazione dei decreti Visocchi-Falcioni. Nell'agrigentino, per esempio, di fronte al dilagare delle occupazioni delle terre nel bimestre settembre-ottobre 1920, furono emessi diversi decreti prefettizi di concessione temporanea delle terre incolte. Questi decreti:
"(...) emessicon lo scopo di tamponare l'espandersi della mobilitazione di massa, nel salvaguardare al massimo gli interessi dei proprietari restrinsero al minimo le richieste dei contadini. Basti a questo proposito considerare i decreti del 15 dicembre che disciplinarono le controversie e i casi di avvenuta occupazione di terra che avevano avuto maggiore rilevanza nella provincia: su un ammontare complessivo di 11.077,665 ettari (salme 4.135) occupati, soltanto 3.704,378 ettari (salme 1.382) furono <<concessi>>" (G.C. Marino, 1976, p. 161).
Dal dicembre 1920 all'8 gennaio 1921, sempre nell'agrigentino, furono emessi altri decreti, in base ai quali ha 12.883,311 furono assegnati temporaneamente (massimo due anni) e in affitto, a condizioni vantaggiose, a organizzazioni contadine che presero il posto dei gabelloti. Tuttavia, una volta venuta meno "la carica aggressiva dell'autunno", si assisté al "ripristino delle antiche dominazioni su uomini e cose del latifondo agrigentino (...)" (G.C. Marino, 1976, p. 161). Questo fu possibile <<grazie>> alla "restaurata collaborazione tra gli agrari e i loro campieri da una parte e le autorità e i loro uffici asserviti ai notabili dall'altra" (G.C. Marino, 1976, p. 161). La temporaneità delle assegnazioni fu fatta valere "alla lettera" (G.C. Marino, 1976, p. 162). Numerose concessioni furono revocate, addirittura, nel luglio 1921, sulla base di pretesti invocati dagli <<esautorati>> intermediari, vale a dire dai "gabelloti mafiosi".
In aiuto agli agrari sopraggiunse anche l'emanazione, l'8 ottobre 1920, del decreto Micheli. Questo disciplinava l'opera delle commissioni provinciali (il cui compito era quello di esaminare le domande di assegnazione delle terre incolte) e ordinava perentoriamente ai prefetti di fare interrompere, entro un mese, con tutti i mezzi a loro disposizione, le occupazioni abusive.
Il decreto Micheli, quantunque contenesse anche delle importanti novità favorevoli ai contadini (come, ad esempio, la legittimazione dell'espulsione degli intermediari speculatori dai fondi), negava qualunque riconoscimento giuridico ai "fatti compiuti", intimando alle autorità locali di "attestarsi su posizioni che erano arretrate rispetto alle modificazioni avvenute nella realtà per l'iniziativa dei contadini" (G.C. Marino, 1976, p. 169). In molte località, infatti, associazioni non costituite legalmente avevano invaso terre coltivate, dando vita, perciò, ad occupazioni abusive.
La classe dominante isolana, inoltre, come sappiamo, per sedare le agitazioni contadine, poté contare sull'azione intimidatrice e repressiva della mafia, e sull'uso arbitrario che le autorità statali facevano, sovente, delle forze dell'ordine.
In quelle zone della Sicilia in cui scarsa o nulla era la presenza di gruppi mafiosi, gli agrari, sin dalla fine del 1920, spalleggiarono e incentivarono il nascente squadrismo fascista (che si scagliava, come vedremo nel prossimo paragrafo, contro le sedi delle camere del lavoro, dei circoli, delle cooperative <<rosse>>). Questo spiega come mai la violenza squadristica in Sicilia si sia sviluppata soprattutto nelle province orientali, e in particolare nel siracusano e in certe zone del messinese, ove era presente un forte movimento proletario:
"(...) là dove, nel siracusano e nel messinese, non esisteva la mafia, come guardia bianca dei padroni, i fascisti sorsero per tempo a fermare l'avanzata delle masse" (R. Palidda, 1977, p. 277).
Il movimento contadino del '19-21, comunque, pur se si mantenne - o fu mantenuto - entro argini riformistici, raggiunse fondamentali conquiste: i mezzadri, ed i coloni in genere, videro migliorare i propri contratti agrari; i braccianti ottennero riduzioni dell'orario di lavoro e aumenti salariali; si ebbe una maggiore diffusione di cooperative, leghe, ed associazioni contadine in genere; ma soprattutto,si giunse ad una parziale redistribuzione del latifondo, di sicuro, l'avvenimento più importante di questo periodo di agitazioni agrarie.
Secondo Francesco Renda (1990b, p. 348), in Sicilia, all'interno delle lotte del primo dopoguerra, si possono distinguere, per lo meno, "cinque filoni rivendicativi".
Il primo filone fu quello delle lotte per la concessione temporanea delle terre, in applicazione dei decreti Visocchi-Falcioni. Vide come protagoniste soprattutto i braccianti ed i contadini poveri, organizzati, in gran parte, nelle leghe, nelle cooperative, nelle casse agrarie e nelle associazioni combattentistiche. Questi decreti erano di natura straordinaria, di conseguenza ebbero effetti "congiunturali, corrispondenti alla eccezionalità del momento" (F. Renda, 1990b, p. 348). Ciononostante, essi produssero notevoli risultati. Innanzitutto, protessero giuridicamente le affittanze collettive, sorte, "su basi volontaristiche" (F. Renda, 1990b, p. 348), all'inizio del secolo, ed entrate in crisi nel periodo bellico. Molti proprietari, così, stipularono o rinnovarono contratti di affitto direttamente con le cooperative interessate, senza aspettare l'emanazione, da parte dei prefetti, dei decreti di concessione. Nel complesso, le terre assegnate temporaneamente - in base ai decreti Visocchi-Falcioni o ai liberi accordi tra le parti - furono, secondo i dati pubblicati nel 1930 dall'Istituto Nazionale di Economia Agraria, almeno 90 mila ettari. Inoltre,
"L'assegnazione provvisoria fu il primo gradino dell'ascesa contadina al possesso definitivo della terra in proprietà, ma fu anche il detonatore che fece esplodere, per la prima volta nella storia isolana e meridionale, il fenomeno della quotizzazione dei latifondi a tutto vantaggio della piccola proprietà diretto-coltivatrice" (F. Renda, 1990b, p. 349).
Del secondo filone furono protagonisti i combattenti e reduci, i quali avanzarono all'Opera Nazionale Combattenti la richiesta dell'acquisto in proprietà dei terreni incolti e malcoltivati e "dei latifondi a cultura cerealicola e pastorale" (F. Renda, 1990b, p.348).
Il terzo filone, "fu la tendenza agli acquisti a alle quotizzazioni a mezzo di leghe, associazioni, cooperative, casse agrarie, casse rurali ecc." (F. Renda, 1990b, p. 348). Le organizzazioni contadine, una volta acquistato il terreno, procedevano alla quotizzazione dello stesso e alla assegnazione (per lo più tramite sorteggio) delle varie porzioni (pressoché uguali) ai soci; questi pagavano metà della loro quota in contanti ed il rimanente in un paio di rate annuali. A beneficiare di questa forma di accesso alla piccola proprietà "furono gruppi di contadini socialmente e organizzativamente più selezionati" (F. Renda, 1990b, p. 348). Oltre alla legislazione straordinaria del dopoguerra, fu utilizzata l'esperienza del movimento delle affittanze collettive ed il credito agrario, concesso dal Banco di Sicilia. "Gli acquisti e le quotizzazioni a mezzo di cooperative o di altri enti ammontarono a 42.484 ettari (il 30,3% del totale dei trasferimenti accertati dall'INEA)" (F. Renda, 1990b, p. 351).
Il quarto e il quinto filone riguardarono i contadini più agiati (ma anche alcuni appartenenti alla media borghesia) che acquistarono le terre direttamente dai proprietari o tramite intermediari. A spingere i latifondisti a vendere fu la paura di incorrere in una radicale riforma agraria, la quale, reclamata da varie forze politiche, in realtà, in Parlamento, non fu nemmeno discussa.
Nel caso dell'accordo diretto con il proprietario era quest'ultimo a procedere alla divisione in quote del latifondo, alla fissazione del prezzo di ogni singolo appezzamento ed alla vendita degli stessi ai contadini, che, in genere, pagavano in contanti. Con questa procedura furono venduti 51.971 ettari di terra (pari al 37,1% dell'intero ammontare dei trasferimenti di proprietà avvenuti tra il 1919 e il 1930).
Per contro, nel caso in cui entravano in gioco gli intermediari (13),
"(...) il proprietario vendeva a speculatori, i quali acquistavano il latifondo in blocco e quindi procedevano alle operazioni di quotizzazione e di vendita" (F. Renda, 1990b, p. 349).
In molte località questa lucrosa intermediazione, che caratterizzò il passaggio di proprietà di 45.346 ettari di terra (e cioè il 32,4% del totale di superficie alienata tra il 1919 ed il 1930) fu esercitata, manco a dirlo, dalla mafia, che poté, così, rafforzarsi ulteriormente:
"La intermediazione, nei centri di mafia, ebbe generalmente carattere più esoso che altrove. La miglior parte del fondo (trenta salme di solito) era trattenuta da coloro che acquistavano in blocco per poi rivendere a piccole quote. Il costo della intermediazione comunque si aggirava dal quindici al venti per cento e non mancarono casi in cui fra il prezzo originario di compera e quello di rivendita intercedette un divario dal trenta al quaranta per cento. Il fenomeno della lottizzazione diede quindi alimento anche al costituirsi della media proprietà fondiaria di matrice parassitaria e mafiosa, che per altro si ingrossò procedendo ad acquisti per conto proprio. Ma non tutta la media prprietà ebbe stampo di illecito profitto o si consolidò a ridosso delle quotazioni contadine" (F. Renda, 1990b, p. 351).
Riassumendo, secondo i dati dell'INEA, fra il 1919 e il 1930 fu quotizzata, e trasferita alla piccola proprietà diretto-coltivatrice, una superficie di 139.802 ettari, distribuiti in 341 latifondi. Si ebbe, dunque, un consistente ridimensionamento della grande proprietà terriera. Il numero dei latifondi la cui estensione superava i 200 ettari si ridusse da 1.400 (quanto era nel 1907) a 1005. La superficie complessiva da essi occupata passò da 717.728 ettari (pari al 29,7% della superficie agraria e forestale dell'Isola) a 540.700 ettari (pari al 22,9%); tuttavia, solo una parte dei 177.028 ettari di diminuzione andò ai contadini. A queste cifre andrebbero aggiunte quelle relative alla formazione della media proprietà,e quelle relative alla lottizzazione dei latifondi di estensione inferiore ai 200 ettari, di cui non si tenne conto nella ricerca svolta dall'INEA.
6. DAL BIENNIO <<ROSSO>> AL VENTENNIO <<NERO>>
Nella storia del fascismo in Sicilia bisogna distinguere tre periodi: il primo periodo va dal 1919 alla marcia su Roma; il secondo va dal 1922 alle elezioni politiche del 1924; il terzo va dal 1924 al crollo del regime.
Il primo periodo, ovviamente, fu quello durante il quale il movimento cominciò ad organizzarsi. Bisogna innanzitutto dire che la Sicilia non ebbe, nei confronti del fascismo, una funzione irradiante (14) ma bensì lo visse come un fenomeno d'importazione. Tant'è vero che soltanto nel corso del 1920 si assisté al costituirsi dei fasci di combattimento delle varie città siciliane (nel 1919 erano sorti solo i fasci di Palermo e di Siracusa). A dare vita a queste organizzazioni furono associazioni patriottiche di ex-combattenti, di ex-arditi, di studenti, composte, in prevalenza, da appartenenti alla piccola borghesia (R. Palidda, 1977, p. 240).
Le classi dominanti della Sicilia occidentale, accolsero questo nuovo movimento con una certa indifferenza - non lo appoggiarono, ma neanche lo ostacolarono - credendo si trattasse di un fenomeno di breve durata. Essi, in realtà, al contrario della borghesia fondiaria dell'Italia centro-settentrionale, non avvertivano la necessità di contrapporre al movimento proletario il <<mazzierismo>> nero. Questo sia perché il <<biennio rosso>> nell'Isola non ebbe la stessa intensità e gli stessi toni rivoluzionari che ebbe nel Nord sia perché - e soprattutto - gli agrari siciliani (come si è detto) avevano a loro disposizione altri e ben <<collaudati>> sistemi per soffocare le agitazioni popolari:
"Per i gruppi dominanti (erano) sufficienti i soliti strumenti, qualche provvedimento demagogico, il clientelismo, l'uso delle organizzazioni mafiose, per reprimere gli sparsi e disorganizzati conflitti. Non (era) quindi necessario un tipo nuovo di repressione, quale era lo squadrismo fascista, per controllare i conflitti: è questa la ragione del carattere non endogeno del fascismo in Sicilia, che fino alla marcia su Roma si present(ò) come fenomeno del tutto marginale nella geografia politica dell'isola" (R. Palidda, 1977, p. 229).
Un discorso diverso va fatto per le classi dominanti della Sicilia orientale. Nelle province di Messina e di Siracusa (che allora comprendeva anche l'attuale provincia di Ragusa) i gruppi fascisti poterono contare, sin dall'inizio, sull'appoggio della borghesia agraria conservatrice, essendo questa priva del tutto, o quasi (15) del sostegno di vere e proprie organizzazioni mafiose. Così, di fronte al radicalizzarsi della lotta di classe, esplose in queste zone - più che altrove in Sicilia - una violenta reazione squadristica contro i socialisti:
"La maggior violenza dello squadrismo nella Sicilia orientale - in particolare nel triangolo mediterraneo-jonico - non si spiega con le argomentazioni addotte da <<La Fiamma nazionale>> (la necessità e l'urgenza di colpire a fondo l'unica importante <<base bolscevica>> siciliana), ma valutando, piuttosto, il dato certo della scarsa o nulla consistenza in quell'area (...) di una tradizione di autodifesa proprietaria: in assenza della mafia, le <<squadre>> fasciste, costituite con elementi che in maggioranza provenivano dall'ambiente cittadino e principalmente da Catania, ebbero modo di presentarsi come arnesi di un <<pronto intervento>> di cui il <<ceto dell'ordine>> avrebbe potuto avvalersi persino gratuitamente" (G.C. Marino, 1976, pp. 228-230).
Dalla seconda metà del 1920 fino alla fine del 1922 fu tutto un susseguirsi di provocazioni, azioni dimostrative e repressive, assassini, assalti alle organizzazioni socialiste e sindacali (soprattutto camere del lavoro) ed alle amministrazioni <<rosse>>.
Episodi particolarmente gravi si verificarono a Vittoria, Ragusa e San Piero Patti; tutti e tre questi comuni erano amministrati, guarda caso, da giunte socialiste.
A Vittoria (oggi in provincia di Ragusa), il 29 gennaio 1921, fascisti, ex-combattenti, nazionalisti e"il gruppo mafioso locale dei caprai" (U. Santino, 1995, p. 26) assalirono, distruggendolo, il circolo socialista e spararono sui lavoratori: il contadino, nonché consigliere comunale socialista, Giuseppe Compagna, rimase ucciso;dieci persone furono ferite. Il 13 marzo furono devastate "la Lega, la Sezione socialista e la Sezione giovanile comunista" (G.C. Marino, 1976, p. 231). Il 19 marzo il sindaco socialista Salvatore Molé fu costretto a dimettersi. Nel maggio del 1922, sempre a Vittoria, i fascisti:uccisero un giovane comunista, Orazio Sortino; ferirono alcuni operai; incendiarono la sede della Camera del lavoro e la sezione del Partito comunista d'Italia (costituito, come si sa, nel gennaio 1921, in seguito al congresso di Livorno, dall'ala più radicale del PSI) (cfr. U. Santino, 1995, pp. 27-28).
A Ragusa, il 9 aprile 1921, un comizio del deputato socialista Vincenzo Vacirca si concluse, a causa di una rissa tra nazionalfascisti e socialisti (provocata dai primi), con una tragedia: quattro morti e sessantasei feriti (U. Santino, 1995, p. 26). Nella notte le squadracce nere, rinforzate con nuovi elementi venuti da Comiso e Vittoria, diedero fuoco alla Camera del lavoro, alla sezione socialista e ad alcune leghe operaie e contadine. Il giorno successivo occuparono il Municipio, e commemorarono i morti del giorno precedente, considerandoli vittime della <<violenza rossa>> (cfr. G.C. Marino, 1976, pp. 231-232). Sempre a Ragusa, nel corso di una azione squadristica, "un bimbo, figluolo di un socialista, fu gravemente ferito da un colpo di pistola poiché aveva il torto di chiamarsi Lenin (Lenin Pilieri)"! (F. Renda, 1990b, p. 358).
Gli avvenimenti di San Piero Patti sono emblematici dell'<<idillio>> che si venne subito a creare, nella Sicilia orientale, tra fascisti e proprietari terrieri, in cerca di vendette e di rivincite sul movimento proletario.
In questo piccolo Comune della provincia di Messina, dopo la prima guerra mondiale, contadini (soprattutto braccianti, vista la diffusione dei noccioleti) ed artigiani avevano dato vita ad un forte movimento socialista, le cui caratteristiche principali erano: "eccezionale consistenza numerica; rapidità di crescita e di affermazione politica; capacità di resistenza alla reazione fascista" (P. Bovaro, 1987, pp. 168-169).
Nel 1920 i contadini scioperarono per ottenere la riduzione della giornata lavorativa ad otto ore ed aumenti salariali. Gli agrari cedettero. Per la prima volta i braccianti poterono intervenire nella definizione delle proprie condizioni di lavoro. In poco tempo, "La mobilitazione dei contadini, di tipo contrattuale, divenne politica" (G. Alibrandi, 1981, p. 55). Si costituì la locale sezione del PSI (che nel 1921 avrebbe aderito al P.C. d'I.), la quale raccolse subito numerosi iscritti, tanto che San Piero Patti venne definita "la piccola Torino proletaria" (P. Bovaro, 1987, p. 170). I socialisti nel novembre del 1920,"(...) nonostante i fermi della polizia e le intimidazioni esercitate dagli agrari, coperti sempre dalla forza legale (...)" (G. Alibrandi , 1981, p. 55), riuscirono a conquistare l'amministrazione comunale con una schiacciante maggioranza (783 voti contro i 256 dell'altra lista).
La sorprendente vittoria dei <<rossi>>, ovviamente, innervosì e allarmò il ceto padronale. Questo, "(...) in occasione di cortei o manifestazioni spesso si disponeva armato attorno al proprio circolo, il Circolo dei Civili" (P. Bovaro, 1987, p. 170), e, intanto, si preparava alla reazione, vedendo "nell'allora nascente fascismo messinese lo strumento di cui servirsi per restaurare i vecchi equilibri sociali ed economici" (G. Alibrandi, 1981, p. 65). Così, il 17 aprile 1921, gli agrari di S. Piero Patti festeggiarono la fondazione del fascio locale. Per l'occasione erano arrivati in Paese squadre di fascisti provenienti da Messina, Scaletta, Alì Marina. La <<festa>> fu fatta anche ai socialisti! "(...) le squadracce fasciste circolarono per il paese, minacciando e bastonando" (P. Bovaro, 1987, p. 171). Nei giorni successivi le squadre nere ritornarono in azione e, tra l'altro: invasero e distrussero le organizzazioni socialiste; si diedero alla caccia dei consiglieri socialisti, riuscendone a rintracciare sei; li trascinarono con sé al Circolo dei Civili e li costrinsero a firmare le dimissioni. Il Comune fu, quindi, commissariato.
Nonostante questo clima di violenza, alle elezioni politiche del 15 maggio 1921, i sampietrini votarono di nuovo in maggioranza per la lista socialista ("La Federazione comunista provinciale aveva adottato una linea astensionistica", P. Bovaro, 1987, p. 172), che ottenne 390 voti (contro i 290 della lista fascista). Constatata la resistenza e la compattezza del movimento socialista, le autorità, piuttosto che indire le elezioni amministrative, preferirono prorogare il termine della gestione commissariale del Comune (che si sarebbe conclusa soltanto nel maggio 1927, con la nomina del podestà Giuseppe Russo).
Il 4 settembre 1921 un contadino socialista, ex consigliere comunale, fu arrestato per porto abusivo d'armi. Egli era stato trovato semplicemente in possesso di un tipo di coltello che i contadini portavano abitualmenteconsé. All'uscita dal paese un gruppo di contadini organizzò una manifestazione, per protestare contro l'arresto e per salutare il proprio compagno che veniva tradotto al carcere di Raccuja. Alcuni fascisti aprirono il fuoco sui dimostranti: due contadini (Nicolò Marmorio e Carmelo Lauria) rimasero uccisi e numerosi feriti! Questo "fu l'episodio più grave di violenza fascista mai registrato nella provincia di Messina" (G. Alibrandi, 1981, p. 75).
Con l'aiuto e la protezione delle squadracce fasciste, dunque, il ceto padronale poté rinforzare il proprio potere e riassoggetare i contadini alle proprie condizioni.
In diversi centri, alla violenza squadristica si aggiunse l'azione repressiva delle forze di P.S., le quali, piuttosto che punire i fascisti, "(...) nonperdevano occasione per reprimere i tentativi di resistenza dei lavoratori" (R. Palidda, 1977, p. 243). Come esempi dell'azione combinata fascisti-forze dell'<<ordine>>, riportiamo i casi di Comiso, Modica e Lentini; anche questi tre comuni (allora in provincia di Siracusa) erano retti da amministrazioni socialiste.
A Comiso (oggi in provincia di Ragusa) - episodio al quale abbiamo già accennato -l'8 novembre 1920 i fascisti accoltellaronoMatteoJurato, presidente della locale Lega contadina, e la Guardia Regia, sparando sulla folla in agitazione per l'accaduto, causò la morte di quattro persone (tra le quali una bambina) e il ferimento di nove lavoratori (U. Santino, 1995, p. 26).
Modica (Ragusa) fu teatro di efferate azioni squadristiche. Il 18 e il 19 aprile 1921, innanzitutto, i fascisti occuparono il Municipio, imposero agli amministratorididimettersi,ed obbligaronola madredi un socialista a baciare in ginocchio il tricolore. Nello stesso giorno, distrussero le sedi delle organizzazioni sindacali. "Il sottoprefetto plaud(ì) alla <<perfetta manifestazione di italianità>>" (U. Santino, 1995, p. 27). Alla fine di maggio, squadracce nazionalfasciste, "spalleggiate dai poliziotti" (U. Santino, 1995, p. 27), spararono su di un gruppo di lavoratori che stava ritornando da un'assemblea: sei furono i morti, quattro i feriti.
A Lentini, il 7 luglio 1922, nel corso di un comizio di Maria Giudice, le forze dell'ordine spararono sulla folla uccidendo due donne; intevennero quindidelle squadre di nazionalfascisti (capeggiate dal barone De Geronimo, i cui territori, nei mesi precedenti, erano stati in buona parte occupati dai contadini) ed i disordini si protrassero per alcuni giorni, provocando quattro morti e cinquanta feriti (U. Santino, 1995, p. 28).
In prossimità delle elezioni politiche del 15 maggio 1921, comunque, azioni repressive contro il movimento socialista e gesta di <<propaganda>> nera si svolsero anche nella Sicilia centro-occidentale. Ovviamente,
"nelle aree del latifondo l'azione si svolse all'interno di spazi aperti dall'egemonia mafiosa dei grandi proprietari e dei gabelloti patrioti, con quel tanto di autonomia di iniziativa e di fragore propagandistico che era funzionale all'impegno col quale si tentava di farla riconoscere e valere come un servizio utile e necessario" ( G.C. Marino, 1976, p. 233).
In alcuni casi vi fu un organico rapporto trasquadrismo e mafia (16).
I nazionalfascisti cercavano di provocare dei disordini e di fomentare la paura di un'imminente "infezione rossa" (G.C. Marino, 1976, p. 227), in modo da legittimare i propri interventi <<preventivi>> e garantirsi, così, la simpatia ed il sostegno degli agrari e dei borghesi conservatori.
A Caltanissetta, alla fine del mese di aprile, in uno scontro violento tra <<avanguardisti>> e studenti <<rivoluzionari>>, un giovane fascista fu colpito mortalmente da alcuni colpi di pistola. Il giorno dei funerali i fascisti provocarono nuovi incidenti: due lavoratori rimasero uccisi e diversi furono feriti. Seguì un fuggi fuggi generale. Nella calca, quattro persone morirono soffocate (U. Santino, 1995, p. 27).
Nella notte tra il 30 aprile ed il 1° maggio, i fascisti palermitani irruppero nella sede della Federazione dei metallurgici. La devastarono e le diedero fuoco. Cercarono di forzare l'appartamento adiacente, nel quale abitavano Maria Giudice e Giuseppe Sapienza, i quali riuscirono a salvarsi dall'incendio calandosi da un balcone (cfr. G.C. Marino, 1976, p. 234).
A Castelvetrano (comune <<rosso>> della provincia di Trapani) si verificò il più sanguinoso episodio della <<campagna elettorale>> fascista in Sicilia. Nel pomeriggio dell'8 maggio, davanti al Municipio, era da poco iniziato un pubblico comizio socialista (oratore il candidato Emanuele Sansone) quando alcune squadre fasciste - di ritorno da una manifestazione a Partanna - "diressero tre autocarri contro l'inerme folla, sparando e lanciando in pari tempo bombe a mano. Sul terreno rimasero una cinquantina di persone ferite e sette morti (fra cui un fascista colpito dalle schegge di una bomba)" (F. Renda, 1990b, p. 358). E' probabile che la strage di Castelvetrano abbia avuto anche matrice mafiosa (G.C. Marino, 1976, p. 254).
Nonostante queste <<gesta>>, tuttavia, le elezioni politiche del 1921 dimostrarono come il fascismo in Sicilia fosse ancora una forza politica inconsistente: i suoi aderenti svolsero solo la funzione di galoppini di alcune liste moderate (R. Palidda, 1977, pp. 247-248).A riprova della sua inconsistenza vi fu la scarsa partecipazione dei fascisti siciliani alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922. Ma fu proprio questa data a segnare la fine del primo periodo del fascismo siciliano.
Il secondo periodo ha inizio con l'ascesa del fascismo al potere. Fu caratterizzato, al contrario del primo, dall'importante contributo dato dai siciliani al rafforzamento del Governo mussoliniano. A livello politico, tale contributo si espresse subito dopo la marcia su Roma: la maggior parte della rappresentanza siciliana votò la fiducia al primo ministero Mussolini, del quale facevano parte - per la prima volta nella storia italiana - ben quattro ministri siciliani.
Il <<capovolgimento>>della situazionepoliticaportò, quindi, al <<capovolgimento>> dell'atteggiamento delle classi dominanti (e non), e (in parte) delle masse, nei confronti del fascismo. Le prime, sottovalutando la reale portata del nuovo Ministero, ritennero di poter continuare "a raggiungere compromessi vantaggiosi, come il vecchio trasformismo aveva fatto per anni, barattando l'appoggio al governo, in campo nazionale, con la conservazione del potere locale" (R. Palidda, 1977, p. 249).
Dopo la marcia su Roma si assisté nell'Isola ad "una vera esplosione di <<fascismo>>" (R. Palidda, 1977,p. 249): le sezioni già costituite videro accrescere di molto i propri iscritti; nei comuni ove il fascio di combattimento non esisteva si provvide subito a costituirlo; in molti centri si fondarono, addirittura, più fasci, spesso in lotta fra loro poiché espressione delle diverse fazioni locali. Molti furono gli opportunisti e i politicanti (di alto e basso rango) che saltarono sul carro del vincitore per, a seconda dei casi, conquistare, riconquistare o conservare il potere (v. R. Palidda, 1977, pp. 249-251).
Mussolini, dal canto suo, in questo periodo assecondò e strumentalizzò il tradizionale governativismo siciliano, per avviare e consolidare il processo di fascistizzazione. Egli, almeno fino alle elezioni politiche del 1924, difatti, strinse delle alleanze con varie forze politiche moderate (con i liberali; i demosociali, legati a Mussolini fino all'approvazione della legge Acerbo; e con gli elementi più conservatori e <<compromessi>> dei partiti socialriformista e popolare), e, di conseguenza, con l'apparato clientelare-mafioso,che aveva costituito il naturale supporto di tali schieramenti:
"Tra la mafia, difesa armata, e dirigenze demoliberali, difesa politica della grossa borghesia isolana, si erano intrecciati dei legami strettissimi per cui i mafiosi assicuravano la base elettorale, mentre i parlamentari ricambiavano con favori e appoggi nelle alte sfere della politica" (R. Palidda, 1977, p. 277).
Sul carro fascista, dunque, salirono anche alcuni mafiosi: i fascisti, a volte, facevano finta di non vedere; altre li tiravano su loro stessi! (cfr. G.C. Marino, 1976, pp. 282-288).
In questi primi anni di <<assestamento>> del loro potere,
"Le autorità fasciste giostrarono astutamente sui due fronti della lotta alla mafia e dell'assunzione della mafiosità al servizio del governo e dello Stato" (G.C. Marino, 1976, p. 283).
Per conquistare il sostegno elettorale dei capi mafiosi,
"si poteva fare leva, oltre che sul congenito filogovernativismo della tradizione mafiosa, sulla minaccia dello scioglimento delle amministrazioni comunali di cui i capi delle cosche erano quasi sempre i pricipali esponenti, e,soprattutto, sulle facili occasioni di adescamento di alcuni personaggi contro altri, utilizzando conflitti e rivalità locali" (G.C. Marino, 1976, p. 285).
Ovviamente, chi non si <<allineava>> veniva attentamente vigilato e fatto oggetto di azioni squadristiche.
Dall'ottobre 1922 il fascismo, per sconfiggere la resistenza dei suoi avversari politici (soprattutto comunisti e socialisti, ma anche socialriformisti progressisti e, a partire dal 1923, popolari seguaci di Luigi Sturzo), aggiunse ai suoi sistemi tradizionali quelli nuovi che gli derivavano dal suo nuovo status di forza governativa. Furono sostituiti, ad esempio, i prefetti ed i questori poco affidabili, e si inquadrarono nella Milizia volontaria per la difesa nazionale gli squadristi siciliani. Furono sciolte, "con la violenza <<legale>> o aperta" (R. Palidda, 1977, p. 256), le amministrazioni comunali ritenute "pericolose", e si procedette all'insediamento dei commissari, "nominati in seguito ad accordi tra prefetti, signorotti locali e fascisti" (R. Palidda, 1977, p. 256). I commissari prefettizi dei comuni rurali della Sicilia occidentale,
"s'impegnarono soprattutto nella demolizione delle leghe e delle affittanze collettive, divulgando demagogicamente il verbo di un fascismo giustiziere che avrebbe provveduto a distribuire le terre in proprietà ai contadini" (G.C. Marino, 1976, p. 290).
Per di più, il governo Mussolini - tanto per chiarire ulteriormente da quale parte intendesse, di fatto, stare - con decreto dell'11 gennaio 1923, revocò tutte le concessioni temporanee di terre, fatte ai contadini in seguito al movimento di occupazione dei feudi, "ponendo le premesse per la ricostituzione della vecchia proprietà latifondistica" (J. Calapso, 1980, p. 195). Il termine "fascio", ormai, "aveva assunto per i lavoratori un terribile significato" (J. Calapso, 1980, p. 195).
Furono sciolte, ovviamente, molte organizzazioni politiche ed economiche (soprattutto camere del lavoro e circoli socialisti) e furono soppressi molti giornali. Per far ciò si ricorse, oltre che alla violenza, ad "(...) arresti, perquisizioni, diffide, (...) indimidazioni attuate dai prefetti (...)" (R. Palidda, 1977, p. 266) (17).
Il "momento cruciale della fascistizzazione" (G.C. Marino, 1976, p. 273) si raggiunse con le elezioni politiche del 6 aprile 1924, svoltesi secondo le nuove regole dettate dalla legge elettorale Acerbo (18).
In Sicilia, il listone fascista stravinse, raccogliendo il 70,4% dei voti validi espressi dagli elettori. A questo successo elettorale contribuirono notevolmente: il sistematico ricorso - durante la campagna elettorale e nel giornostesso delle elezioni - ad ogni genere di sopraffazione, intimidazione, corruzione e violenza (messe in atto anche con l'aiuto della mafia governativizzata, cfr. G.C. Marino, 1976, pp. 304-308); e la composizione stessa della lista fascista, comprendente influenti notabili - primo fra tutti il liberale Vittorio Emanuele Orlando, che capeggiò il <<listone>> - che <<controllavano>> ancora una buona parte dell'elettorato siciliano (cfr. R. Palidda, 1977, pp. 278, 295n).
Con queste elezioni, che rappresentarono "la legittimazione costituzionale del fascismo" (F. Renda, 1990b, p. 352), può dirsi chiuso il secondo periodo della storia del fascismo in Sicilia, quello, per intenderci, che vide Mussolini servirsi dell'alleanza dei vecchi gruppi politici e scendere a compromessi con i potentati locali (compresi quelli clientelari-mafiosi), per giungere alla <<colonizzazione>> dell'Isola.
Il terzo periodo si aprì con la crisi che il fascismo dovette affrontare subito dopo l'assassinio di Giacomo Matteotti, il quale, come si sa, aveva duramente denunciato in Parlamento i brogli e le violenze che avevano caratterizzato la campagna elettorale del 1924. L'indignazione che suscitò questa ennesima e gravissima violenza compiuta dalle squadracce fasciste, all'inizio sembrò mettere in pericolo il Governo fascista, avendo spinto all'opposizione anche molti dei suoi fiancheggiatori - fra i quali Vittorio Emanuele Orlando - i quali avevano cominciato a percepire le reali intenzioni autoritarie del Mussolini. Costui, però, con i soliti spregiudicati sistemi riuscì, alla fine, ad avere la meglio (19), e ad avviarsi, a grandi passi, verso la dittatura.
Oltre a liquidare le forze di opposizione in Parlamento (estromettendo d'imperio numerosi deputati) e nel paese (sopprimendo i partiti ed i sindacati, abolendo la libertà di stampa, arrestando i <<sovversivi>>) (20), Mussolini emarginò la vecchia classe dirigente isolana, del cui appoggio non aveva più bisogno, e mirò a distruggere qualunque base autonoma e indipendente di potere.
In questo disegno totalitario di occupazione di tutti i preesistenti spazi politici, si inscrivono: a) i tentativi di soffocare la lotta di classe nelle campagne; b) lalotta alla mafia, avviata dal fascismo nel 1925.
a) La (mancata) <<irreggimentazione>> dei contadini siciliani
Dopo aver abolito la libertà di stampa ed aver sciolto tutte le associazioni (politiche ed economiche) non fasciste, il fascismo, per dominare e quindi eliminare i conflitti di classe, procedette a regolamentare e strutturare <<dall'alto>> l'organizzazione sindacale, codificando il divieto dello sciopero e della serrata e istituendo il sistema corporativo.
Malgrado gli sforzi fatti, però, il regime non riuscì a sopprimere del tutto la lotta di classe nelle campagne siciliane, ed a smorzare la <<fame di terra>> dei contadini poveri. Ecco cosa scrive, a tal proposito, lo storico siciliano Francesco Renda, il quale ha smentito la concezione comune, secondo la quale, durante il ventennio, nelle campagne era inevitabilmente assente qualunque tipo di fermento popolare innovativo:
"L'idea piuttosto diffusa che durante il fascismo non ci sia stata iniziativa comunque organizzata delle forze contadine è molto verosimilmente infondata e comunque è da considerare come un'ipotesi interpretativa del tutto infeconda. Il fascismo in quanto regime di massa coinvolse anche il mondo contadino e ne ricercò e in qualche modo ne ottenne il consenso nelle forme che furono proprie di quel sistema di governo. I sindacati agricoli fascisti furono lo strumento, la cinghia di trasmissione della volontà generale del regime, ma furono anche il terreno proprio in cui maturarono e trovarono espressione le specifiche esigenze delle singole categorie agricole. L'istituzione del collocamento come funzione pubblica di Stato fu nel Mezzogiorno una profonda innovazione nei rapporti tra capitale e lavoro in agricoltura. I capitolati colonici collettivi aventi forza di legge e perciò obbligatori per tutte le parti contraenti rappresentò qualcosa di più che un intervento venuto dall'alto. In effetti, anche durante il ventennio ci fu una acuta lotta di classe nelle campagne, le masse contadine fecero la loro esperienza sul terreno della organizzazione e sul piano rivendicativo, e persino ebbe modo di manifestarsi e di avere peso quella particolare condizione di esistenza dei contadini poveri meridionali, che va sotto la espressione, quasi abusata in riferimento al periodo liberale e democratico, e del tutto inutilizzata per il periodo fascista, di <<fame di terra>>. (...) il mondo contadino durante il fascismo è un continente tutto da esplorare, e tutt'altro che un mondo immobile e rassegnato o anche semplicemente passivo. Le ricerche tendono a mettere in evidenza che anche nel ventennio ci furono rivolte popolari più o meno spontanee, scioperi, agitazioni, vertenze sindacali, dibattiti più o meno ampi. Naturalmente, costituivano l'eccezione e non la regola, ma erano strappi che si verificavano abbastanza frequentemente ed avevano il loro peso" (F. Renda, 1980, pp. 24-25).
Francesco Renda (1980, p. 24) avanza, inoltre, l'ipotesi che la stessa legge 2 gennaio 1940 sulla colonizzazione del latifondo siciliano, sia stata varata per "controllare gli effetti più vistosi dei conflitti sociali innescati nelle campagne siciliane che la normale amministrazione non (riusciva) a comporre". La propaganda ufficiale voleva far credere che si trattasse di una riforma agraria, in realtà questa legge era soltanto un provvedimento demagogico, volto ad accreditare lo slogan dell'<<assalto al latifondo>>, diffuso in quel periodo dal regime fascista. Questo provvedimento, infatti, "non colpiva il latifondo con opportuni espropri e non dava la terra ai contadini" (F. Renda, 1990b, p. 402) , inoltre, non apportava sostanziali modifiche al sistema agrario esistente. Pertanto, non rappresentò un'effettiva svolta nella politica agraria fascista, che fino ad allora - con la reintroduzione del dazio sui cereali e con il lancio della <<battaglia del grano>> - aveva nettamente favorito i grandi proprietari terrieri.
Così, mentre l'Italia, durante il ventennio, compiva il salto decisivo, trasformandosi da paese prevalentemente agricolo in paese prevalentemente industriale, la Sicilia, non solo rimaneva una regione prevalentemente agricola,ma faceva, addirittura,un passo indietro. Infatti, la percentuale di superficie agraria isolana occupata dai latifondi, che nel 1927 era pari al 22,6%, salì nel 1934 al 26% (21).
b) L'offensiva contro la mafia
Già nel maggio 1924, in occasione di una sua visita in Sicilia, Mussolini aveva manifestato la volontà di contrapporsi ai <<malviventi>> (22) ma fu soltanto nell'ottobre dell'anno successivo, con il trasferimento a Palermo del prefetto Cesare Mori - al quale vennero delegati poteri straordinari - che questa volontà venne messe in atto.
Il fascismo passava, così, dall'iniziale compromesso con la mafia alla spietata repressione della stessa. Perché?
Sui motivi che spinsero Mussolini a questa <<svolta>> i pareri dei numerosi studiosi che si sono occupati dell'argomento sono vari e discordanti, e non rientra nell'economia di questo lavoro analizzarli;pur tuttavia
ne accenniamo qualcuno.
Una volta consolidato il proprio potere nell'Isola, il fascismo non aveva più bisogno del sostegno della mafia, la cui presenza, anzi, diventava ora ingombrante e di ostacolo per la totale <<conquista>> della Sicilia (23). Come sottolinea Raimondo Catanzaro (1991, p. 145), infatti, la mafia era inconciliabile con lo Stato assoluto che il fascismo voleva instaurare: "Il regime non poteva infatti tollerare di avere un concorrente sul piano della gestione della violenza (...)", a questo si aggiungeva
"il bisogno di garantire la presenza del partito fascista come unico intermediario tra la popolazione e lo stato. Questa esigenza era incompatibile con la tradizionale attività di mediazione dei mafiosi" (R. Catanzaro, 1991, p. 145).
Per di più, la frattura consumatasi, dopo le elezioni del '24, tra i fascisti ed il gruppo orlandiano, aveva spinto all'opposizione quei gruppi mafiosi legati ai notabili demoliberali, e le elezioni amministrative di Palermo del 1925 avevano messo in luce quanto potere fosse ancora in mano alle vecchie clientele (anche se non erano riuscite a vincere questa competizione elettorale) (24).
Cristopher Duggan, Salvatore Lupo e Giovanni Raffaele evidenziano l'intento politico e liberticida che stava dietro l'operazione antimafia fascista: Mussolini si servì di quest'ultima per liquidare gli avversari politici, "personaggi scomodi sol perché autonomi" (S. Lupo, 1993, p. 148), sia interni sia esterni al Partito nazionale fascista (25).
A parere di Salvatore Lupo e di Francesco Renda, la battaglia contro la delinquenza organizzata e contro il banditismo fu avviata anche per accreditare il nuovo governo forte agli occhi dell'opinione pubblica siciliana e nazionale, in quel momento alquanto critica nei confronti del fascismo, facendo apparire quest'ultimo come il superamento del vecchio e corrotto "parlamentarismo" (S. Lupo, 1993, p. 144). Secondo il senso comune "della gente per bene" (S. Lupo, 1993, p. 144), infatti, esisteva una "connessione tra sistema politico e criminalità". Questa opinione diffusa consentiva
"a un movimento ampiamente contaminato da presenze notabiliari di recuperare una propria fisionomia: se la mafia si lega(va) al <<parlamentarismo>>, contro la mafia bisogna(va) muovere per superare la debolezza e lo scarso appeal del fascismo isolano" (S. Lupo, 1993, p. 144).
E per finire, il fascismo dichiarò guerra alla mafiaper "accattivarsi ancora di più il ceto dei latifondisti" (M. Ganci, 1986, p. 105), considerando i grossi proprietari delle vittime, e non anche dei complici, dei gabelloti mafiosi.
Anche riguardo alla reale portata della campagna antimafia fascista - portata avanti con metodi spregiudicati, arbitrari, terroristici - i pareri sono diversi.
Molti sostengono che l'offensiva fu indirizzata, e quindi risultò efficace, solo nei confronti degli strati bassi e intermedi della mafia:
"(...) furono soprattutto i mafiosi di piccolo e medio calibro (...) a cadere nella rete di Mori: individui direttamente implicati nell'uso della violenza, campieri e gabelloti, e i seguaci più prossimi" (A. Blok, 1986, p. 179).
Secondo questa tesi, allorché il <<prefetto di ferro>> cominciò a rivolgere la propria attenzione alla cosiddetta <<mafia alta>>, "(il 16 giugno 1929, N.d.a.) si trovò sul tavolo il telegramma di Mussolini che lo destinava ad altro incarico" (A. Spanò, 1978, p. 67). Ciò accadde
"quando i personaggi di rilievo coinvolti divennero numerosi, quando dopo aver aggredito il banditismo e la mafia <<militante>>, si tentò di raggiungere e colpire le profonde e misteriose radici del potere mafioso di ogni tempo: le complicità ad alto livello" (A. Spanò, 1978, p. 66).
Giuseppe Carlo Marino afferma che "la stessa mafia (fu) protagonista attiva dell'operazione ufficialmente avviata per distruggerla", nel senso che, anche con l'avvio dell'operazione Mori, il fascismo continuò a distinguere la mafia fascistizzata da quella <<avversaria>>:
"Il <<prefetto di ferro>>, diligentissimo e fin troppo puntiglioso, nel dare esecuzione alle direttive di intransigenza impartitegli dal Duce, non riuscirà a varcare la soglia dell'alta mafia fascistizzata o fascistizzante" (G.C. Marino, 1976, pp. 316-317).
Salvatore Lupo (1993, p. 158) mostra come una "discriminante classista" fosse presente sin dall'inizio nella operazione Mori, poiché il prefetto tenne una "posizione filo-proprietaria" (S. Lupo, 1993, p. 157), ritenendo i latifondisti (principali alleati del regime) "vittime di uno stato di necessità" (S. Lupo, 1993, p. 149). Il "salvataggio dei latifondisti" rappresentò "l'elemento comune di tutti i processi" (S. Lupo, 1993,p. 153) che si tennero in quel periodo. Ma a smentire radicalmente "ogni presunto stato di necessità" vi era la perpetuazione nel periodo fascista, quindi "pur in situazioni <<ambientali>> tranquille" (S. Lupo, 1993, p. 153), della tradizionale intermediazione parassitaria-mafiosa. Difatti, contrariamente a quanto generalmente creduto, e nonostante le lettere di ringraziamento spedite dai proprietari a Cesare Mori - nelle quali lo si informava che, grazie alle sue rigide misure amministrative (volte a colpire i gabelloti e i campieri mafiosi) essi avevano potuto elevare di molto i canoni di affitto delle proprie terre - questi non riuscì a liberare completamente i latifondi e i giardini dalle relazioni mafiose:
"Gli accordi sindacali che preved(evano) l'eliminazione del subaffitto ven(nnero) con vari escamotage vanificati: i proprietari non (seppero) o non inte(sero) eliminare l'intermediario accontentandosi di averlo rimesso (per ora) al suo posto" (S. Lupo, 1993, p. 153).
Salvatore Lupo afferma comunque che, malgrado la "discriminante classista" - la cui esistenza mette indubbio la tesi secondo la quale Mori fu fermato perché stava per colpire <<in alto>> - il <<prefetto di ferro>> inferse un duro colpo alla mafia, anche se non riuscì a sgominarla. Gli unici ad essere favoriti, infatti, furono i latifondisti; per tutti gli altri - compresi i mafiosi di <<grosso calibro>> - non si ebbe alcun riguardo! (27) (Tranne, naturalmente, per chi collaborò con le autorità):
"La repressione colp(ì) professionisti, sindaci, soprattuttogrossi gabelloti come gli Ortoleva, i Tusa, i Guccione, i Farinella. Alcuni (sarebbero riemersi) nel dopoguerra: Vizzini, Genco Russo, Volpe; altri non lascia(rono) eredi: Cascio-Ferro e Candino, Ferrarello e Andaloro, le due fazioni palermitane dei Gentile e degli Sparacino (...)" (S. Lupo, 1993, p. 158).
Ben 500 mafiosi, per sfuggire al pesante clima politico, ripararono negli Stati Uniti; molti di questi <<fuggitivi>> sarebbero diventati capi di Cosa Nostra americana.
Dunque,
"Tra eccessi terroristici, condanne di innocenti, persecuzioni politiche, il questurino Mori e l'inquisitore Giampietro incontra(rono) e batt(erono) duramente la mafia" (S. Lupo, 1993, p. 158).
A riprova della efficacia della azione di polizia di Cesare Mori, basta riportare quanto dichiarato,a tal proposito, dal pentito Antonino Calderone:
"(...) Subentrato Mori (...) sono cominciati i guai (...) La musica era cambiata, e i mafiosi avevano vita dura. Molti venivano mandati all'Isola (Pantelleria o Lampedusa, secondo P. Arlacchi) dall'oggi al domani (...) i mafiosi erano usciti impoveriti dal fascismo (...) Le famiglie siciliane erano state sciolte dal prefetto Mori. La mafia era una pianta che non si coltivava più" (P. Arlacchi, 1992, pp. 14 e 31).
I mafiosi che riuscirono a <<farla franca>> "rientrarono, per così dire, nel privato" (F. Renda, 1990b, p. 388), o si rifugiarono nella clandestinità, pronti, però, a riemergere allorquando le condizioni politiche l'avessero consentito (28). Il fascismo, infatti, non aveva rimosso
"le cause del fenomeno mafioso, a cominciare (come abbiamo visto, N.d.a.) dalla presenza dell'intermediario tra proprietari e contadini, per cui la mafia riprenderà tutta la sua vitalità alla caduta del fascismo, usando anche come titolo di merito le <<persecuzioni>> subite durante la dittatura" (U. Santino, 1995, p. 7).
NOTE AL CAPITOLO TERZO
(1)- In questo periodo nella Sicilia occidentale si verificarono delle tumultuose agitazioni mezzadrili, le quali, a causa dell'opposizione degli agrari a qualunque concessione e della mancanza di direzione politica, degenerarono spesso in veri e propri atti violenti (furti, abigeati, incendi) (Cfr. G. Barone, 1977, pp. 77-78). Inoltre, a partire dal gennaio 1915, un pò tutta la Sicilia fu teatro di tumulti popolari per il caro viveri.
(2) - I fenomeni socio-politici più importanti del primo dopoguerra furono: il "protagonismo contadino" (F. Renda, 1990b, p. 323); l'"accelerata affermazione dei ceti intellettuali" (F. Renda, 1990b, p. 313); la nascita dal movimento combattentistico; il progressivo indebolimento delle formazioni liberali, che, tuttavia, fino all'avvento del fascismo, continuarono ad egemonizzare il quadro politico. Alla base della crisi del liberalismo siciliano vi furono: la rottura del blocco storico tra grande agraria e grande borghesia, che portò alla costituzione (nel gennaio 1920) del Partito Agrario Siciliano - al quale aderirono alcuni gabelloti mafiosi, come, ad esempio, Calogero Vizzini - che assunse un "accento velatamente separatistico" (M. Ganci, 1986, p. 102) (questo partito, che si sarebbe sciolto prima delle elezioni politiche del 1924, non raccolse tutti gli agrari, molti, infatti, preferirono rimanere legati ai vecchi schieramenti); la legge elettorale del 30 giugno 1912, che estese il diritto di voto "a tutti i cittadini maschi di ventuno anni capaci di leggere e scrivere e agli analfabeti che avessero compiuto il servizio militare e che avessero superato i trent'anni" (C. Ghisalberti, 1989, p. 303); la legge di riforma del sistema elettorale, del 15 agosto 1919 - "entrata in vigore dopo che il Parlamento aveva approvato l'estensione del diritto di voto a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto i ventun anni di età" (C. Ghisalberti, 1989, p. 333) - che introdusse la proporzionale e lo scrutinio di lista; l'ingresso sulla scena politica di nuove organizzazioni politiche, quali il Partito popolare, il Partito comunista e il Partito fascista.
(3)- Cfr. U. Santino, 1995, p. 24; G.C. Marino, 1976, p. 121; A. Cicala, 1978, p. 65.
(4) - Secondo U. Santino (1995, p. 24) i morti furono in tutto quindici ed i feriti cinquanta; secondo G.C. Marino (1976, p. 121) i dimostranti uccisi furono undici; secondo A. Cicala (1978, p. 66) essi furono dieci.
(5)- "A Giuliana <<circa 700 uomini a cavallo in maggioranza ex combattenti con alla testa la bandiera nazionale si erano recati ad occupare tre feudi issando sui fabbricati di ciascuno la bandiera rossa a cui rimasero a far da guardia alcuni volenterosi contadini>> (...) A Caccamo, a Leonforte, a Scordia, a Lercara <<i contadini piantarono bandierine tricolori inneggiando alla patria all'agricoltura ai combattenti>> (Giornale di Sicilia, settembre 1920, cit. in F. Renda 1990b, p. 347).
(6) - Cfr. J. Calapso, 1980, pp. 188-189; G. Alibrandi, 1981, p. 46.
(7)- "Le autorità governative adottarono una politica che si svolse dalla direttiva nittiana di frantumare il fronte delle agitazioni distinguendo le richieste di <<terra incolta>> avanzate dai combattenti dagli attentati alla proprietà e alla produzione (le une da accogliere con prudenza dopo il vaglio delle Commissioni provinciali, gli altri da respingere fermamente, magari con la forza); alla direttiva giolittiana di limitarsi a controllare lo svolgimento <<naturale>> degli avvenimenti, di fare opera di mediazione tra i contrapposti interessi, di distribuire qualche parziale e non definitiva concessione, in attesa dell'acquietamento spontaneo della tempesta.
In molti casi, nel periodo di Nitti, i prefetti dovettero trovare da soli la <<via migliore>> senza il conforto di istruzioni governative. Il tutto con una faticosa empirìa che alternava blandizie e dure repressioni, ma sempre con la preoccupazione fondamentale di evitare guasti irreparabili ai proprietari e di scoraggiare i tentativi di popolari e socialisti volti a rafforzare le loro posizioni ai danni delle cricche notabiliari tradizionali e dei rappresentanti che sostenevano in Parlamento la politica governativa" (G.C. Marino, 1976, pp. 99-100).
(8)- A Santo Stefano di Quisquina (in provincia di Girgenti, Agrigento dal 1927), i contadini, il 29 settembre 1919, "scesero compatti in sciopero (...) nel nome del compagno di Prizzi, Giuseppe Rumore, assassinato dalla mafia" (G.C. Marino, 1976, p. 156). Lo sciopero, che coinvolse anche altri comuni del circondario, mirava ad ottenere la concessione delle terre incolte e la modifica dei patti agrari.
(9) - Per i fatti di Ribera, cfr. G.C. Marino, 1976, pp. 157-159; A. Cicala, 1978, pp. 70-73.
(10) - Cfr. J. Calapso, 1980, p. 176; U. Santino, 1995, p. 24.
(11)- Rapporto telegrafico del prefetto Beccaredda al Ministro dell'Interno, Trapani, 30 ottobre 1920, cit. in G.C. Marino, 1976, p. 168.
(12) - Cfr. G.C. Marino, 1976, p. 74, 94 e 155; S. Lupo, 1993, p. 142; M. Ganci, 1986, p. 99.
(13) - "fra i quali gabelloti arricchitisi durante la guerra, fattori e campieri degli stessi ex-feudi, professionisti ed altri, da soli o riuniti in associazioni temporanee" (F. Renda, 1990b, p. 351).
(14)- Cfr. M. Ganci, 1986, p. 98; F. Renda, 1990b, p. 352.
(15) - Rita Palidda (1977, p. 243) accenna all'esistenza nel ragusano di "vecchi gruppi mafiosi"; Umberto Santino (1995, p. 26), a proposito di Vittoria cita un "gruppo mafioso locale di caprai".
(16) - V. G.C. Marino, 1976, pp. 228 e 254; U. Santino, 1995, pp. 7 e 28.
(17)-Nel maggio 1923 scoppiò a Messina un vero e proprio moto antifascista, il movimento del <<soldino>>, cosiddetto per via del distintivo - monetine da uno o due soldi con l'effige del Re - che i suoi aderenti portavano sul bavero della giacca. A far esplodere questo movimento, "che propugnava una reazione contro il fascismo all'insegna del lealismo verso il re e la monarchia" (R. Palidda,1977, p. 269), furono certi provvedimenti governativi arbitrari, che colpirono lavoratori e professionisti messinesi. All'internodellacampagna di epurazione,orchestrata dal Mussolini contro gli impiegati dello Stato di tendenze socialiste o comunque ostili al fascismo, fu particolarmente preso di mira il personale dell'amministrazione ferroviaria, poiché era stato "il nucleo di avanguardia della propaganda socialista rivoluzionaria" (F. Renda, 1990b, p. 366). A Messina furono licenziati ben 44 dipendenti. Ad essere colpito da un provvedimento di epurazione fu anche Ettore Lombardo Pellegrino, professore ordinario di diritto costituzionale presso l'Università di Messina, nonché deputato laburista al Parlamento. In un rapporto inviato al Ministero della Pubblica Istruzione, l'avversario politico fu accusato di discontinuità nell'insegnamento, dovuta, in realtà, alla sua attività di parlamentare, che lo esonerava, per legge, dagli obblighi accademici. Il Lombardo Pellegrino reagì, sul piano politico, denunciando il sopruso in Parlamento, ed organizzando la protesta popolare.
Fu così che egli si pose alla testa del movimento del soldino - sorto spontaneamente - il quale raccolse la protesta dei ferrovieri e dei tranvieri (che fabbricarono e diffusero i distintivi), delle masse affamate, dei baraccati, ma anche lo scontento della piccola borghesia cittadina, sempre più emarginata e spinta all'opposizione dall'aumento dei prezzi e della disoccupazione,e dalla quotidiana sopraffazione delle autorità fasciste.
A partire dal 5 maggio furono distribuiti i distintivi, e diverse persone cominciarono ad ostentarli, come segno di protesta contro il Governo. Nei giorni seguenti, si svolsero diverse manifestazioni spontanee, che assunsero via via un carattere sempre più tumultuoso, fino a giungere a veri e propri scontri violenti con i fascisti e con la polizia, ed ai tentativi di assalto alla sede del fascioed a quella della Milizia nazionale. Il culmine di tensione si raggiunse il 10 maggio. Quel giorno si svolse una manifestazione per le vie di Messina, "al grido di viva ilRe e Viva Casa Savoia" (G. Alibrandi, 1981, p. 117). I dimostranti, quando incontravano dei fascisti o dei volontari della Milizia nazionale, rivolgevano loro urla e fischi. Giunti in piazza Cairoli, gridarono "Abbasso Mussolini e Abbasso il fascismo!" (G. Alibrandi, 1981, p. 117). Il commissario di P.S., dopo aver fatto suonare i tre squilli di tromba, comandò la carica. La manifestazione si sciolse, ma si ricompose davanti al salone Italia, ritrovo dei seguaci dell'on. Lombardo Pellegrino, il quale si era messo, intanto, alla guida dei dimostranti. Vi furono nuovi scontri con la polizia e due scalmanati furono arrestati. Nella notte, nonostante l'immunità parlamentare, fu arrestato anche il Lombardo Pellegrino. Il giorno seguente, però venne rilasciato. Nell'ottobre 1923, con un decreto ministeriale, il Lombardo Pellegrino sarebbe stato sospeso dall'insegnamento universitario.
Il movimento del soldino da Messina si estese ad altre città siciliane (Catania, Girgenti, Caltanissetta, Trapani Siracusa; F. Renda, 1990b, p. 368) e calabresi, e coivolse diverse categorie sociali: "mutilati, combattenti, impiegati, professionisti e studenti" (R. Palidda, 1977, p. 269). I socialisti ed i comunisti che vi aderirono lo fecero a titolo personale, al di fuori, cioè, di ogni direttiva dei due partiti proletari, i quali non condivisero quella forma di agitazione ed erano per principio contrari a qualunque alleanza con elementi borghesi. I partiti socialriformista e demosociale, "certamente i più vicini e i più interessati, non vollero (...) assumere un atteggiamento di pubblico sostegno, ma si tennero nell'ambiguo (...)" (F. Renda, 1990b, p. 369). Il movimento del soldino, dunque, non riuscì a creare, un fronte comune contro il fascismo - come auspicava il Lombardo Pellegrino - esso restò, pertanto, a livello di pura protesta (tra l'altro esauritasi entro un mese) "facilmente controllabile dagli organi di governo" (G. Alibrandi, 1981, p. 115).
(18)- La riforma Acerbo mirava a creare una vasta e solida maggioranza fascista nel Parlamento. Essa costituiva un collegio unico nazionale, e "riservava al partito che avesse conseguito il maggior numero di suffragi i due terzi dei seggi della Camera dei deputati, ripartendo l'altro terzo tra le liste minoritarie in base alla percentuale dei voti ottenuti da ciascuna di esse" (C. Ghisalberti, 1989, p. 347).
(19)- A Caltagirone, nel 1924, nel corso di una manifestazione di protesta per il delitto Matteotti, fu ucciso Giacomo Malambrino (U. Santino, 1995, p. 29).
(20)- Ad essere particolarmente colpiti dalla repressione fascista furono gli esponenti più in vista del giovane Partito comunista italiano, tra questi il deputato Francesco Lo Sardo di Naso (ME), uno dei più attivi organizzatori (sin dal tempo dei Fasci dei lavoratori) del movimento proletario nella provincia di Messina: arrestato nel settembre 1926, nel 1931 morì "di stenti e di malattia in carcere o meglio lo si era fatto morire, non apprestandogli le cure necessarie" (F. Renda, 1990b, p. 393). Durante la dittatura i comunisti rappresentarono "la punta di diamante" (F. Renda, 1990b, p. 392) dell'opposizione clandestina al fascismo in Sicilia, alla quale contribuirono "i socialisti (...); i riformisti e i repubblicani collegati con i gruppi di Giustizia e Libertà; gli anarchici; i massoni; e gli stessi separatisti, sebbene questi ultimi entrassero in scena più tardi, dopo l'inizio della seconda guerra mondiale" (F. Renda, 1990b, p. 394).
(21) - Durante il ventennio fascista si registrarono,in Sicilia, due importanti fenomeni che influirono negativamente sullo sviluppo industriale: il tracollo finanziario dell'impero economico dei Florio; la crisi irreversibile dell'industria zolfifera - colpita dalla fortissima concorrenza degli Stati Uniti e dalla miopia dei vari governi italiani - la cui produzione scese dalle "416 mila tonnellate annue del decennio 1901-1910 (...) alle 234 mila tonnellate annue del decennio 1926-1935. Dal 90% della produzione mondiale, si ridusse a poco meno del 10%" (F. Renda, 1990b, p. 399).
(22)- Discorso di Agrigento del 9 maggio 1924, in B. Mussolini, "Opera omnia", 1959, cit. in S. Lupo, 1993, p. 144.
(23) - Cfr. R. Palidda, 1977, p. 286; M. Saja, 1977, p. 341; M. Ganci, 1986, p. 105.
(24) - Cfr. F. Renda, 1990b, p. 383; Finley-Mack Smith-Duggan, p. 313; R. Palidda, 1977, p. 287.
(25)- Cfr. S. Lupo, 1992, pp. 13-14 e 1993, pp. 144-158; G. Raffaele, 1995, p. 14-20.
(26) - Cfr. R. Palidda, 1977, p. 289; M. Saja, 1977, p. 342; R. Catanzaro, 1991, pp. 147-150; F. Renda, 1990b, p. 384.
(27) - Dello stesso parere è Giovanni Tessitore (1994), il quale, in un saggio a sfondo biografico, ha messo in luce i meriti professionali di Cesare Mori, riabilitando (almeno parzialmente) la figura quanto mai complessa - e quindi difficilmente catalogabile - del <<prefettissimo>>.
(28)- Già nel corso del ventennio si verificarono degli episodi delittuosi di origine mafiosa, debitamente occultati dalla stampa di regime: "(...) gli assassini per regolamenti di conti si ripeterono frequentemente, senza che mai si fossero scoperti i relativi autori; e continuarono pure gli attentati alle persone e alle cose, i tentativi di estorsione, i tagli agli alberi e alle vigne, gli incendi ai campi di grano, il fuoco appigliato alle pagliere, ma soprattutto gli abigeati e i furti più diversi (...) Altro, dunque, che il piacere di lasciare aperte le case. Come non c'era libertà, così non c'era sicurezza" (F. Renda, 1990b, p. 386).
Capitolo quarto
ANNI QUARANTA, CINQUANTA E SESSANTA: APOGEO, DECLINO E FINE DEL MOVIMENTO CONTADINO ANTIMAFIA
1. LO SBARCO ALLEATO ED IL RIEMERGERE DELLA MAFIA
Il 10 luglio 1943, le coste meridionali della Sicilia furono teatro di un avvenimento straordinario, che avrebbe determinato il futuro corso della seconda guerra mondiale: lo sbarco delle imponenti truppe anglo-americane (3.000 navi, 4.000 aerei e 450.000 uomini) (1).
In trentotto giorni, l'Isola fu completamente occupata, e liberata dal fascismo. Il secondo dopoguerra iniziò, così, con l'istituzione dell' A.M.G.O.T. (Allied Military Government of Occupied Territory), il governo militare alleato per i territori occupati.
Una questione ancora poco chiara -e,di conseguenza, molto controversa - è quale ruolo abbiano avuto la mafia americana e quella siciliana nella <<Operazione Husky>>, nome in codice usato dagli angloamericani per indicare lo sbarco in Sicilia.
La nuova storiografia (2) tende a screditare la versione (condivisa da diversi mafiologi) secondo la quale i gangsters italo-americani avrebbero avuto un peso determinante nella organizzazione dello sbarco. Costoro, contattati dai servizi segreti statunitensi, avrebbero garantito il collegamento strategico con la mafia siciliana, che si sarebbe prodigata per la preparazione e la buona riuscita dell'Operazione.
Questa versione prese le mosse dalle risultanze della famosa inchiesta Kefauver (3), che confermarono quello che era già stato denunciato da alcune inchieste giornalistiche:
le trattative avviate e concluse, durante la seconda guerra mondiale, dalla Naval Service con il mafioso italo-americano Lucky Luciano (nato a Lercara Friddi, in provincia di Palermo), rinchiuso allora in carcere negli Stati Uniti. Costui, in cambio della libertà personale, avrebbe offerto preziosi servigi, non ultimo quello di mobilitare la mafia siciliana in aiuto dello sbarco.
Quel che viene messo in discussione dalla nuova storiografia, non è l'esistenza del patto tra US Navy e Lucky Luciano (la cui scarcerazione, nel 1946, ne costituisce una prova indiretta) bensì il reale contenuto dello stesso.
Secondo lo storico Salvatore Lupo (1993, p. 159), chesi rifà alla versione di Luciano, l'accordo consistette <<semplicemente>> nell'affidamento a quest'ultimo della "difesa dei docks newyorkesi da sabotatori tedeschi, i quali peraltro non sarebbero mai esistiti essendo stato lo stesso boss a simulare gli attentati per ottenere la scarcerazione. Davvero nello stile mafioso: minaccia e protezione insieme!" Quanto al collegamento che il gangster avrebbe dovuto attivare tra i servizi segreti statunitensi e la mafia siciliana, lo storico afferma essere quanto meno inverosimile che nel 1942 esistesse già <<la>> mafia con
cui gli americani potessero preventivamente accordarsi. Lo stesso Luciano, del resto, negò di avere contatti con la Sicilia.
Fuori dubbio è, invece, l'importante ruolo assunto da alcuni mafiosi siciliani dopo lo sbarco, durante i sette mesi dell'occupazione alleata.
Una volta rimossi i podestà fascisti, agli alleati si pose la necessità di nominare i nuovi amministratori locali. La loro attenzione si rivolse verso le persone avverse al regime fascista (negli ultimi anni, in questa categoria vi rientravano anche molti latifondisti) e, fra queste, verso quelle che, all'interno delle loro comunità, godevano di grande autorità e prestigio. Accadde così che in diversi paesi la carica di sindaco fu affidata al locale boss mafioso:
"Si calcola che almeno l'80 per cento dei sindaci nominati dagli Alleati nella Sicilia occidentale fossero noti esponenti della mafia" (A. Spanò, 1978, p. 83).
A Villalba, per esempio, la carica di primo cittadino fu conferita a Calogero Vizzini.
I mafiosi, accreditandosi come antifascisti, finirono per ricoprire anche altri incarichi all'interno dell'amministrazione alleata. Giuseppe Genco Russo fu nominato sovraintendente all'assistenza pubblica di Mussomeli. Il boss italo-americano Vito Genovese (rientrato in Sicilia prima dello sbarco, perché ricercato dalla polizia statunitense) divenne "l'interprete di fiducia del colonnello Charles Poletti, capo del Comando militare alleato con sede a Nola" (M. Pantaleone, 1969, p. 82).
Uscita dalla clandestinità, cui l'aveva costretta la persecuzione fascista, la mafia poté, indi,riprendere, prepotentemente, la sua tradizionale funzione di mediazione tra la popolazione locale ed il governo - in questo caso l'A.M.G.O.T. - e recuperare il proprio potere. Per la prima volta, inoltre, i suoi esponenti più potenti assunsero, in prima persona, funzioni di responsabilità politica:
"Per la prima volta nella storia dell'isola i capi della mafia si trovarono investiti direttamente di funzioni e compiti che li portavano sul piano nazionale ed internazionale. La mafia, che fino allora aveva trovato il suo punto di forza nelle alleanze e nelle coperture politiche, venne a trovarsi nella favorevole congiuntura di essere essa stessa forza politica che si identifica con il potere politico, militare ed esecutivo" (M. Pantaleone, 1969, p. 81).
Come può spiegarsi questo "inquinamento mafioso dell'amministrazione isolana" (F. Renda, 1990c, p. 95) ? Ecco cosa scrisse, a tal proposito, il generale Rennel (capo degli affari civili dell'A.M.G.O.T.), in un rapporto alle autorità superiori:
"Di fronte al popolo che tumultuava perché fossero rimossi i podestà fascisti, molti dei miei ufficiali caddero nella trappola di scegliere in sostituzione i primi venuti che si autoproponevano oppure di seguire il consiglio degli interpreti che si erano accodati a loro e che avevano imparato un pò di inglese durante qualche soggiorno negli Stati Uniti. Il risultato non era sempre felice, le scelte finivano per cadere in molti casi sul locale boss mafioso o su un suo uomo ombra il quale in uno o due casi era cresciuto in un ambiente di gangster americani. Tutto ciò che poteva essere detto di alcuni di questi uomini era che essi erano tanto antifascisti quanto indesiderabili da ogni altro punto di vista. Le difficoltà che gli stranieri incontrano nei primi giorni d'una occupazione a valutare il merito o la pericolosità dei personaggi locali deve essere chiara a chiunque abbia dedicato qualche riflessione a questo proposito" (cit. in F. Renda, 1990c, pp. 95-96).
Stando a questa versione, l'infiltrazione mafiosa fu dovuta, essenzialmente, all'imprudenza e alla sventatezza degli alleati. Questi, pur di garantirsi velocemente il controllo del territorio isolano, non andarono tanto per il sottile, cadendo, sovente, nelle trame ordite dai potenti locali.
A parere di Francesco Renda (1990c, p. 95), non c'è ragione di mettere in dubbio quanto affermato dagli ufficiali anglo-americani nei loro resoconti.
"Non ci sono le prove, e non v'è motivo di supporre una sorta di predeterminata e intenzionale congiura, partecipi le autorità di occupazione a tutti i livelli bassi e alti, volta a consegnare la Sicilia nelle mani della mafia".
Il riemergere della mafia, comunque, oltre che dall'acquiescenza delle forze di occupazione, fu favorito dall'insorgenza del separatismo.
2. IL MOVIMENTO SEPARATISTA
Il separatismo fu, senz'altro, uno dei fenomeni più importanti del secondo dopoguerra siciliano. Esso, infatti, oltre a caratterizzare quei convulsi anni della nostra storia, condizionò la scelta del futuro ordinamento amministrativo dell'Isola.
A scatenare l'ondata separatista contribuì, prima di tutto, il progressivo deterioramento del rapporto tra agrari siciliani e gerarchia fascista. La classe dominante siciliana, vistasi privare del proprio tradizionale potere di influenza sul governo centrale, e preoccupata dallo slogan dell' <<Assalto al latifondo>>, lanciato dal regime con il varo della legge 2 gennaio 1940, pensò bene di correre ai ripari. Approfittando della profonda crisi in cui era ripiombata la Sicilia a causa del <<ventennio>> e dell'entrata in guerra, alcuni elementi della borghesia agraria decisero di contrapporsi allo Stato organizzando, a Palermo e a Catania, dei nuclei clandestini separatisti. Ma l'impulso decisivo per la costituzione ufficiale del Movimento per l'Indipendenza Siciliana (MIS) venne solo con lo sbarco alleato. L'occupazione militare fu accolta con grande entusiasmo non solo dalle masse affamate ma anche dai laifondisti, i quali vi scorsero la possibilità di ridiventare arbitri della politica siciliana.
Al suo costituirsi, il movimento separatista mostrava due anime: oltre a quella alto-borghese e conservatrice ve ne era una popolare e democratica. Queste due anime contrapposte erano tenute assieme dall'ideologia sicilianista.
Così come aveva fatto in occasione del Comitato Pro-Sicilia, la classe possidente puntò sul malcontento delle masse, per le loro tristi condizioni di vita, e sull'esaltazione della civiltà siciliana per legare a sé,ed al proprio progetto, i ceti popolari. Ancora una volta, il sicilianismo servì per: deresponsabilizzare la classe dominante siciliana per il sottosviluppo isolano, e dirottare la rabbia popolare all'esterno della regione; instaurare una fittizia solidarietà tra le varie classi; dare sostegno ad un movimento, il cui reale obiettivo era quello di mantenere in vita proprio quelle strutture economiche e sociali che erano la causa prima della miseria contadina (4).
Capo ufficiale del movimento indipendentista era l'avvocato Andrea Finocchiaro Aprile, esponente della vecchia classe politica liberal-radicale, deputato per tre legislature e più volte sottosegretario in ministeri pre-fascisti. Questi,
"aveva un'oratoria che avvinceva e trascinava le folle, e sapeva rivolgersi sia al ricco proprietario terriero che all'umile contadino, convincendo agevolmente l'uno e l'altro a militare sotto la bandiera giallo-oro del MIS" (A. Spanò, 1978, p. 81).
Di fatto, però, il movimento era manovrato dai grandi proprietari terrieri, come il duca di Carcaci e il barone Lucio Tasca. Quest'ultimo, già leader del Partito Agrario Siciliano (v. cap. 3°, nota n. 2), era stato nominato, dagli alleati, sindaco di Palermo.
L'anima democratica e progressista del separatismo era rappresentata da Antonio Canepa e Antonio Varvaro, ed aveva maggiore credito nella Sicilia orientale (cfr. R. Catanzaro, 1991, p. 155). Nella Sicilia occidentale, di contro, prevalse, sin dall'inizio, la componente più retriva ed apparve subito chiaro il legame con l'<<Onorata Società>>. Il connubio tra separatisti e mafiosi si realizzò per reciproco interesse: i primi miravano a <<dare forza>> al proprio disegno conservatore; i secondi, alla legittimazione politica, dopo gli anni bui del fascismo.
"(...) moltissimi mafiosi transita(rono) nelle file del MIS: Vizzini, Navarra, Genco Russo; Paolino Bontate e Gaetano Filippone; Pippo Calò e il giovane Tommaso Buscetta.
(...) la rete delle relazioni spezzate da Mori trov(ò) l'occasione di riannodarsi attorno al MIS. Per la prima e l'ultima volta la mafia, anziché inserirsi in un apparato di potere, sembrò voler contribuire direttamente a un'ipotesi politica. Difficile dire quanto conti il sicilianismo, nel passato sbandierato dai mafiosi e dai loro avvocati; certo, se costoro avessero un'ideologia politica sarebbe questa" (S. Lupo, 1993, pp. 160-161).
Come si posero gli alleati di fronte al separatismo? Ufficialmente, essi respinsero fermamente la richiesta di consenso, loro avanzata da Finocchiaro Aprile, per la costituzione di un governo provvisorio siciliano. Di fatto, però, il loro atteggiamento - almeno in un primo momento - fu, quanto meno, ambiguo: né lo incoraggiarono né lo contrastarono, considerandolo alla stregua di un partito democratico ed antifascista. Ad esempio, nonostante l'A.M.G.O.T. avesse promulgato il divieto di svolgere qualsiasi attività politica, i separatisti organizzavano le proprie riunioni senza dover ricorrere a particolari sotterfugi; la bandiera del MIS sventolava liberamente; i manifesti indipendentisti rimanevano affissi sui muri di Palermo (bisogna dire, comunque, che anche i comunisti distribuivano i loro manifesti senza essere puniti; cfr. F. Renda, 1990c, p. 64). Per di più, molti dei sindaci nominati dagli alleati erano separatisti (soprattutto nella Sicilia occidentale).
Alla base di questa longanimità dei militari anglo-americani vi era, probabilmente, la preoccupazione di conquistare il sostegno - o, quanto meno, la non ostilità - della forza politica che, al momento, appariva essere la più rilevante e popolare dell'Isola e che poteva, quindi, costituire una seria minaccia per l'ordine pubblico.
Questo atteggiamento compiacente, tuttavia, mutò quando furono superate le difficoltà legate alla fase iniziale dell'occupazione e, precisamente, allorché la Sicilia da "soggetto principale dell'amministrazione dei Civil Affairs" passò "al rango di <<Region I>>" (F. Renda, 1990c, p. 68) - essendo ormai lontana dal fronte delle operazioni militari, spostatosi sul Continente - e l'Italia non rappresentò più "un nemico da combattere", bensì "un cobelligerante da sostenere" (F. Renda, 1990c, p. 68).
Il 10 gennaio 1944, il tenente colonnello Charles Poletti autorizzò la ricostituzione delle organizzazioni politiche, ponendo determinate condizioni: non dovevano essere fasciste; e non dovevano promuovere manifestazioni popolari che turbassero l'ordine pubblico.
Questo provvedimento, tanto atteso dai partiti antifascisti unitari, per i separatisti rappresentò un affronto, avendo essi sollecitato la reazione delle masse e considerandosi gli unici legittimi rappresentanti degli interessi della Sicilia (cfr. F. Renda, 1990c, p. 73).
Con il passaggio dell'amministrazione dell'Isola dall'A.M.G.O.T. al Governo italiano, avvenuto l'11 febbraio
1944, i separatisti videro tramontare definitivamente la speranza della costituzione per via pacifica e diplomatica dello Stato siciliano indipendente. Decisero, pertanto, di cambiare strategia. Fu così che all'interno del movimento maturò la scelta di ricorrere alle armi, affiancando al MIS una organizzazione militare clandestina.
L'incarico di costituire l'Esercito Volontario per l'Indipendenza Siciliana (EVIS) fu affidato, nell'autunno del 1944, ad Antonio Canepa, il quale si dedicò all'impresa con tutto il proprio impeto rivoluzionario.
Il periodo nel quale il Canepa ebbe affidato il suddetto incarico coincise, guarda caso, con quello in cui il Governo di unità nazionale emanò i decreti Gullo (dei quali parleremo diffusamente più avanti), i quali disponevano, tra l'altro, la concessione delle terre incolte e malcoltivate ai contadini, ed una più equa ripartizione dei prodotti nei contratti agrari. Questi provvedimenti, dando legittimità alle tradizionali aspirazioni dei contadini siciliani, risvegliarono nelle masse rurali la coscienza di classe, e li allontanarono dall'influenza del separatismo. Tutto ciò: accrebbe i timori degli agrari, riguardo l'avvento in Italia di una democrazia popolare; rafforzò la loro aspirazione separatista; e li spinse ad adottare soluzioni estreme (5).
L'EVIS iniziò la sua attività clandestina nel maggio 1945, vale a dire dopo che l'Alto Commissario per la Sicilia
(istituito subito dopo il trasferimento dei poteri allo Stato italiano) Salvatore Aldisio, dispose la chiusura, per ragioni di ordine pubblico, delle sedi separatiste di Palermo e Catania (chiuse, rispettivamente, il 21 aprile ed il 2 maggio). I separatisti presero a pretesto proprio questo provvedimento per giustificare il passaggio dalla lotta politica all'insurrezione armata.
L'esercito clandestino si rivelò subito inconsistente, riuscendo a raccogliere solo "qualche centinaio (il migliaio comunque non fu mai raggiunto) di giovani entusiasti o sbandati" (F. Renda, 1990c, p. 221), e mancando di una direzione militare qualificata ed esperta. Per di più, dopo circa un mese dall'avvio delle operazioni, l'organizzazione guerrigliera fu <<decapitata>>: il 17 giugno, a Randazzo, Antonio Canepa, rappresentante dell'ala di sinistra del separatismo nonché capo e ideologo dell'EVIS, cadde in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Quel giorno, a Randazzo, cessò di esistere anche l'anima popolare e progressista dell'indipendentismo siciliano, sopraffatta, ormai del tutto, dall'anima conservatrice e mafiosa. Fu per questo che alcuni avanzarono l'ipotesi che la morte del Canepa non fosse stata del tutto accidentale (6).
La debolezza dell'EVIS spinse vegliardi separatisti e giovani generali a ricercare l'appoggio del banditismo organizzato.
Secondo Aristide Spanò (1978, p. 89) la decisione di affiancare all'EVIS le più temute bande armate della Sicilia fu presa nel corso di una riunione tenutasi nel settembre 1945, in una villa del barone Lucio Tasca. A tale incontro erano presenti non solo i maggiori esponenti del movimento separatista ma anche i più noti boss mafiosi della Sicilia. In quell'occasione,
"si gettarono le basi di una vera e propria organizzazione tra le varie <<cosche>> (mafiose, N.d.a.), e di un'alleanza diabolica tra mafia, politica e banditismo, destinata a durare per molti anni".
Il banditismo, che aveva già caratterizzato la storia siciliana del primo quindicennio post-unitario e dell'immediato primo dopoguerra, si era ripresentato puntuale nel periodo di crisi economica e politica che era seguito alla seconda guerra mondiale.
Le bande armate che scorazzavano per le campagne siciliane erano costituite, in gran parte, da: detenuti evasi o dimessi dalle carceri; malfattori; latitanti per reati militari (renitenti e disertori) e comuni; contrabbandieri ed evasori degli ammassi granari.
Il banditismo aveva una connotazione prettamente rurale: dalla origine sociale dei briganti ai luoghi stessi ove si svolgevano le loro gesta predatorie e violente, tutto era legato al mondo contadino:
"I banditi furono tutti o quasi tutti di estrazione contadina o paracontadina; cioè, sempre gente di campagna o di paese, mai o quasi mai di città. I capi per lo più furono artigiani, piccoli commercianti, piccoli impiegati; i gregari, tutti o quasi tutti rurali. (...) il mondo dei banditi, il loro campo d'azione, la loro mentalità, la loro cultura, le loro acerbe e indigeste aspirazioni sociali, persino le loro vittime, tutto appartenne al regno della campagna" (F. Renda, 1990c, p. 177).
Esso rappresentò una reazione rozza e primitiva alla difficilissima situazione economica ed alla incertezza politica del dopoguerra. Per fortuna, però, la società contadina siciliana reagì al grave disagio di quegli anni anche in un altro modo, ben più civile, coraggioso e costruttivo: organizzando un imponente movimento sindacale, che si contrappose, tra l'altro, al banditismo.
"La via del banditismo fu una delle due risposte, la più conforme alla tradizione rurale premoderna e perciò la più elementare e primitiva, che la campagna contadina diede ai problemi dello sfacelo provocato in Sicilia dalla disfatta militare e dal crollo dello Stato italiano. L'altra risposta, certamente più laboriosa e lunga, in ogni caso la sola ricca di risultati e alla fine vincente, fu la strada che portò alla formazione di un moderno movimento politico sindacale sotto la guida di grandi partiti e grandi organizzazioni sindacali a diffusione nazionale (...) Nella scelta dell'uno o dell'altro percorso, i problemi prevalenti furono legati al rifiuto di continuare a vivere come prima e dunque all'esigenza più o meno chiaramente avvertita del cambiamento. (...) nel corso del movimento politico sindacale fu scelta la vita superiore fondata sulla fiduciosa prospettiva di una Sicilia nuova e radicalmente cambiata nelle sue strutture di fondo; in quello del banditismo fu, invece, un soggiacere senza resistere all'imperio delle circostanze o un cedere senza riflettere agli istinti ribellistici o all'impazienza, restando nella pania della Sicilia vecchia, senza libertà e senza speranza di mai poterla ottenere" (F. Renda, 1990c, p. 178).
Il bandito siciliano più famoso è stato Salvatore Giuliano di Montelepre. Costui cominciò la propria <<carriera>> criminale il 2 settembre 1943, uccidendo un carabiniere che, in un posto di blocco alle porte di Palermo, lo aveva fermato mentre trasportava di contrabbando due sacchi di grano. Datosi alla macchia, grazie all'astuzia, alla spietatezza ed al carisma che lo contraddistinguevano, raccolse attorno a sé numerosi gregari. Con le sue azioni delittuose (sequestri di persone, estorsioni, saccheggi, grassazioni, omicidi di traditori e rivali) nell'entroterra della Sicilia occidentale, egli cercava di conquistare denaro e potere, ma anche l'ammirazione popolare. Proprio per questo, si atteggiava a ribelle che combatteva lo strapoteredello Stato e dei signorotti locali in favore dei più poveri. In realtà, come vedremo, egli divenne strumento di tale strapotere contro chi voleva effettivamente combatterlo.
Fu proprio con la banda Giuliano che i separatisti si misero in contatto per rinforzare l'esercito clandestino. Nell'estate del 1945, il "principe dei banditi" (S. Lupo, 1993, p. 162) fu nominato colonnello dell'EVIS. La stessa carica fu attribuita a Concetto Gallo, un ricco possidente che, stando alle dichiarazioni del pentito Antonino Calderone, era un "uomo d'onore della famiglia di Catania" (P. Arlacchi, 1992, p. 46). Costui riuscì agevolmente ad ottenere l'appoggio della feroce banda dei niscemesi, che operava nella Sicilia orientale.
Il connubio separatismo-banditismo si rivelò nefasto non solo per la società siciliana ma anche per lo stesso MIS, in quanto contrastò una sua possibile evoluzione legalitaria in senso federalista (v. F. Renda, 1990c, pp. 224-231). Dopo la tragica morte di Antonio Canepa, le pericolose trame dei separatisti erano trapelate e, nonostante essi negassero l'esistenza di un qualunque legame tra il MIS e l'EVIS, la loro posizione diveniva sempre più insostenibile.
L'Alto Commissario Aldisio, preoccupato per gli sviluppi della situazione politica siciliana, premette sul presidente del Consiglio Ferruccio Parri affinché si giungesse all'arresto dei capi separatisti. Il 30 settembre 1945, Andrea Finocchiaro Aprile, Antonio Varvaro e Francesco Restuccia (un messinese ritenuto erroneamente il capo dell'EVIS) furono deportati nell'isola di Ponza. Questo provvedimento, però, non risolse la questione separatista, piuttosto la aggravò: colpendo proprio la dirigenza moderata (il Varvaro era stato addirittura contrario alla costituzione dell'esercito clandestino), esso lasciò libero spazio all'ala militare estremista del separatismo che, senza alcuno scrupolo, si abbandonò alla violenza indiscriminata (7).
Nell'inverno dello stesso anno, alcuni giovani e spregiudicati aristocratici - in gran parte già votati all'insurrezione armata e latitanti - costituirono un
movimento nel movimento, dando vita ad una nuova formazione militare denominata Gioventù Rivoluzionaria per l'Indipendenza Siciliana (GRIS).
Il GRIS era una struttura indipendente dall'EVIS. I suoi aderenti erano vincolati - pena la morte - al silenzio più assoluto. Il comando militre fu assunto da Concetto Gallo. All'interno di questa sorta di società segreta i banditi assunsero un ruolo predominante. Sia la banda Giuliano sia la banda dei niscemesi ne fecero parte, così come numerosi delinquenti comuni.
Le idee politiche del GRIS si concretarono in frequenti e plateali azioni dimostrative, che altro non furono che veri e propri atti di guerra contro le Istituzioni, e delitti contro i beni e le persone.
A partire dal dicembre '45 fino al febbraio '46 la Sicilia sfuggì, di fatto, al controllo dello Stato italiano. Quei mesi furono un tragico susseguirsi di gravi episodi delittuosi, la maggior parte dei quali ebbe come bersaglio mortale le forze dell'ordine.
Il 26 dicembre 1945, la banda Giuliano assalì la caserma dei carabinieri di Bellolampo. Il 29 dicembre, in seguito ad un blitz di carabinieri, polizia ed esercito, nelcampo di San Mauro (ove i banditi addestravano i giovani baroni all'uso delle armi; v. G. Falzone, 1975, p. 255), vicino Caltagirone, rimasero uccisi tre carabinieri, due soldati e
un civile (U. Santino, 1995, p. 32); in quell'occasione fu arrestato Concetto Gallo. Lo stesso giorno, la banda Giuliano assalì la caserma dei carabinieri di Grisì; il 3 gennaio 1946 quella di Pioppo; Il 5 quella di Borgetto; il 7 quella di Montelepre. L'8 gennaio, sempre la banda Giuliano, attaccò una camionetta a Partinico, uccidendo un carabiniere; il 18, nei pressi di Montelepre, tese un'imboscata a dei militari, uccidendone quattro; il 23 fermò un'automotrice della linea ferroviaria Trapani-Palermo, rapinando circa cento persone; il 25 attaccò il carcere di Monreale; il 26 la radio trasmittente di Uditore e un deposito militare; il 27 la radio di Palermo. Il 29, la banda dei niscemesi ed alcuni giovani separatisti, nel feudo Nobile di Gela, uccisero otto carabinieri, che avevano sequestrato il 10 gennaio. Questa drammatica e lunga conta procede nel mese di febbraio con nuovi assalti della banda Giuliano a camionette di militari, autocorriere, fattorie e, addirittura, ad un intero abitato (quello di Camporeale, avvenuto il 4 febbraio) (8).
Secondo un rapporto ufficiale, per l'arma dei carabinieri il bilancio di sangue di questi mesi di terrore fu pesantissimo:
"56 carabinieri deceduti in conflitti con malfattori, 45 in altre operazioni di servizio; 169 feriti in conflitti a fuoco, 588 in altre operazioni" (in U. Santino, 1995, p. 33).
Come reagì lo Stato italiano a questa crudele guerriglia? Esso, contrariamente a quanto aveva fatto in altre occasioni (9), non ricorse al pugno di ferro o allo stato d'assedio; preferì "combattere la illegalità senza uscire dalla legge e meno che mai dalla democrazia" (F. Renda, 1990c, p. 247), nella convinzione che l'"emergenza del crimine non andava combattuta con l'emergenza della società civile. La Repubblica non doveva fondare la propria autorità sul regime di forza o sulla violazione dei diritti personali dei siciliani" (F. Renda, 1990c, p. 248). Dunque, niente arresti indiscriminati e processi sommari; niente limitazioni alla libertà ed ai diritti della popolazione civile. Neanche nei confronti degli stessi componenti del MIS furono presi provvedimenti sommari, nonostante si sospettasse che i capi di detto movimento avessero sostenuto l'EVIS e non si fossero mantenuti a debita distanza dal GRIS.
Il presupposto dal quale partiva il Governo per affrontare il movimento separatista e le sue degenerazioni era che i separatisti, "pur se in errore, non difendevano una causa storta" (F. Renda, 1990c, p. 248). Non era del tutto sbagliato, infatti, pensare che la Sicilia avesse subito dei torti da parte dello Stato italiano. Si trattava, dunque, di ridurre la questione separatista ad una giusta e lecita dimensione. Per far ciò, occorreva, innanzitutto, discriminare e scindere le due componenti del MIS, che al momento apparivano intricate: il movimento politico, conle sue idee e finalità, da una parte; le bande armate ela delinquenza dall'altra.
Il principale fautore di questa politica moderata era il ministro dell'Interno Giuseppe Romita. Sull'esempio di quanto aveva già fatto qualche generale di stanza in Sicilia, egli cercò di mettersi in contatto con diversi separatisti ribelli, per convincerli, pacificamente, a rientrare nella legalità. I suoi tentativi ebbero esito positivo: numerosi latitanti, superata l'iniziale diffidenza, accettarono l'incontro con il Ministro dell'Interno. Gli impegni assunti in tali occasioni, da entrambe le parti, furono rispettati. Pertanto,
"La questione separatista rientrò (...) nei termini di una normale pur se opinabile questione. Ed ebbe termine l'emergenza" (F. Renda, 1990c, p. 253).
L'insurrezione armata separatista cessò, ed il banditismo fu lasciato al suo destino. Da parte dello Stato italiano, il 27 aprile 1946, furono liberati Finocchiaro Aprile, Varvaro e Restuccia; furono scarcerati anche tutti quei separatisti non accusati di reati per i quali era prevista la carcerazione obbligatoria; si attuò il passaggio di tutti i processi in atto contro i separatisti dalla magistratura militare di guerra alla magistratura penale ordinaria. Per di più, si procedette alla formale legalizzazione del Movimento per l'indipendenza della Sicilia, il quale fu
"reintegrato pienamente nei suoi diritti politici, affrancato dai divieti e dagli ostacoli sempre opposti alla sua propaganda e alla sua organizzazione, tolto dal bando che l'aveva escluso dalla comunità politica isolana e nazionale" (F. Renda, 1990c, p. 253).
Il MIS fu autorizzato a partecipare alla prossima campagna elettorale per il referendum istituzionale ed a presentare proprie liste per l'elezione della Costituente (10).
Per suggellare l'accordo tra Stato italiano e movimento indipendentista fu estesa anche ai separatisti arruolati nell'EVIS e nel GRIS l'amnistia per i reati politici, concessa il 20 giugno.
Comunque, il provvedimento politico che, più di qualunque altro, segnò la definitiva risoluzione della questione separatista, fu la promulgazione, con decreto legislativo luogotenenziale del 15 maggio 1946, dello Statuto regionale siciliano. Questo era stato preparato nell'autunno '45 da una Commissione speciale, nominata dall'Alto Commissario per la Sicilia, ed era stato varato dalla Consulta regionale siciliana (un organo collegiale consultivo, di cui facevano parte rappresentanti dei partiti del CLN e tecnici) nel dicembre dello stesso anno. I punti cardine dell'ordinamento regionale siciliano erano due:
"quello riparazionista, cioè della rivendicazione di un risarcimento dei danni subiti, la cui espressione manifesta era il più basso livello di sviluppo economico e sociale dell'isola rispetto alle regioni del Nord e alla stessa situazione media nazionale; e quello della autosufficienza, cioè della concezione dell'autonomia come esercizio nell'isola di tutte o quasi le funzioni svolte dalla Stato in campo nazionale (...)" (F. Renda, 1990c, p. 235).
Con la promulgazione di questo Statuto, lo Stato italiano concesse alla Sicilia un'ampio potere di autonomia. A spingerlo in questa direzione erano stati: l'esigenza di rendere innocuo il movimento indipendentista, che aveva seriamente minacciato l'unità nazionale; la solidarietà autonomistica che si era creata in Sicilia tra i partiti del CLN.
Alla base della scelta autonomistica delle forze politiche siciliane vi erano la unanime condanna del separatismo e, allo stesso tempo, la coscienza che occorreva dare legittimità politica al malcontento popolare per il trattamento riservato alla Sicilia dallo Stato italiano.
Cionondimeno, a spingere verso tale scelta i sei partiti del CLN erano state anche considerazioni tra loro opposte.
I partiti progressisti (PCI, PSI, PdA) vedevano nell'autonomia un mezzo per uscire dall'immobilismo politico che aveva caratterizzato la Sicilia, e per dare voce, finalmente, alle rivendicazioni dei ceti disagiati.
I partiti che erano, per lo più, espressione della classe possidente (PLI, DC, PDL), al contrario, speravano di poter usare l'autonomia per preservare il tradizionale assetto socio-economico siciliano dagli effetti devastanti del cosiddetto "Vento del Nord" - portatore di progresso e rinnovamento - che aveva già cominciato a spirare anche al Sud!
Accantonato il progetto indipendentista, molti agrari separatisti, e con essi molti mafiosi, accettarono l'invito loro rivolto dai partiti reazionari (partito monarchico e partito liberale) e dalla DC, entrando a far parte di questi schieramenti politici.
"Il separatismo divent(ò) sempre più una chimera e gli agrari compre(sero) che la prospettata autonomia (era) una formula efficace per superare il vicolo cieco in cui si (erano) andati a cacciare, senza perdere minimamente la prospettiva di una restaurazione conservatrice a difesa dei loro interessi di classe" (G. Di Lello, 1994, p. 51).
Dunque,
"Con la fine della prospettiva di successo gli interessi locali torna(rono) a ricompattarsi con quelli nazionali" (R. Catanzaro, 1991, p. 163).
Come abbiamo anzidetto, anche i gruppi mafiosi passarono dalla parte del nuovo ordine costituito, e lo fecero:
"eliminando le bande armate, organizzando larepressione del nascente movimento contadino ed entrando nei partiti a rappresentanza nazionale" (R. Catanzaro, 1991, p. 163).
Il banditismo, non più forte dell'appoggio dei separatisti, poté essere facilmente sconfitto. A ciò contribuirono: la repressione statale; lo scontro tra bande rivali; l'azione di oscuri assassini e della mafia. Si calcola che in pochi mesi furono eliminate "oltre a 200 associazioni criminali di minore portata, ben dieci grosse bande" (R. Catanzaro, 1991, p. 163).
L'unico a non essere disturbato fu Salvatore Giuliano, il quale, proprio in quel periodo, cessò di prendere di mira le forze dell'ordine. Evidentemente anche lui, come i mafiosi,si integrò nel nuovo sistema politico, a difesa delle forze della conservazione. Prova ne è il fatto che la crudeltà della sua banda cominciò a indirizzarsi contro il montante movimento contadino, e contro le forze politiche (soprattutto il PC) che si ponevano alla testa delle lotte per la terra.
Facciamo un passo indietro, quindi, e vediamo come ebbe inizio e si sviluppò quello che sarebbe diventato il più imponente movimento sindacale-antimafioso della storia siciliana.
3. IL <<BENVENUTO>> DELLA MAFIA A GIROLAMO LI CAUSI, ED IL DIFFICILE INVERNO 1944-45
Il 10 agosto 1944, arrivò a Palermo Girolamo Li Causi. Siciliano d'origine, questi era uno dei fondatori del Partito comunista italiano ed uno dei suoi dirigenti più valorosi. Per il suo impegno antifascista, il Regime lo aveva condannato a venti anni di reclusione. Dopo la caduta del fascismo, si era dedicato alla lotta partigiana, diventandone uno dei capi più importanti.
Il suo trasferimento a Palermo era stato organizzato affinché guidasse e rafforzasse il PC siciliano, troppo debole e disorganizzato per affrontare quel difficilissimo dopoguerra.
La situazione che Li Causi trovò al suo arrivo in Sicilia era davvero drammatica. La seconda guerra mondiale, così come aveva fatto la prima, aveva aggravato le già tristi condizioni dei ceti popolari, e aveva reso ancora più forti gli squilibri economici all'interno delle campagne.
Il dirigente comunista sapeva bene che il compito che gli era stato affidato era arduo e, per certi versi, pericoloso. Tuttavia, quel che gli accadde a Villalba (Caltanissetta), il 16 settembre 1944, difficilmente avrebbe potuto preventivarlo.
Quel giorno egli si era recato nel paese di donCalogero Vizzini insieme ad altri esponenti del PC siciliano - fra i quali Gino Cardamone - per tenervi un comizio. Giunti nella piazza del Duomo, ove avrebbero dovuto parlare ai contadini, la trovarono quasi deserta. Gli unici a popolarla erano dei gruppetti di mafiosi, appoggiati ai muri o riuniti davanti alla sezione locale della Democrazia cristiana (sostanzialmente affiliata al MIS, cfr. S. Lupo, 1993, pp. 161-162), capeggiata da Beniamino Farina, sindaco del paese e nipote di Calogero Vizzini.
Don Calò aveva acconsentito a che il comizio si tenesse,
"purché non (si) toccassero gli argomenti della terra, del feudo e della mafia, purché, soprattutto, nessuno dei contadini venisse in piazza ad ascoltarli" (C. Levi, prefazione a M. Pantaleone, 1984, p. X).
Mentre il capomafia se ne stava "in mezzo alla piazza, con un bastone in mano", i contadini, intimoriti, "restavano fuori, lontani, nelle loro strade, dietro le finestre o sulle porte" (C. Levi, in M. Pantaleone, 1984, p. X).
Il primo a parlare fu Gino Cardamone, il quale, trattando l'argomento delle repubbliche marinare del Medio Evo, non urtò l'umore di don Calò. Di seguito parlò Michele Pantaleone. Questi aveva costituito a Villalba un gruppo socialista che si poneva in netto contrasto con la fazione cattolico-separatista dei Vizzini-Farina. La sola sua presenza al tavolo degli oratori costituiva, pertanto, un affronto per il capomafia. Il Pantaleone, per di più, nel suo intervento attaccò i separatisti e, presentando Girolamo Li Causi, si richiamò all'azione delle masse contadine.
Il segretario regionale del PC entrò subito
"nel vivo dell'argomento della funzione parassitaria del gabelloto sfruttatore dei contadini con un linguaggio che sembrava scaturito dalla bocca stessa della famiglia contadina (...)" (G. Li Causi, "La Sicilia del dopoguerra (1944-1960)", inedito, cit. in F. Renda, 1990c, p. 135).
Il suo discorso, chiaramente, non fu per niente gradito dagli astanti mafiosi e fu interrotto in modo continuo e provocatorio. Un comunista di Caltanissetta invitò don Calò al contraddittorio, ma ricevette come risposta una bastonata, che segnò l'inizio dell'aggressione armata.
A fare inferocire don Calò non erano state tanto le cose dette, pacatamente, da Li Causi, quanto il fatto che le sue parole, ascoltate da dietro le finestre, avevano suscitato fra i contadini grande entusiasmo e consenso, a tal punto da spingerli ad entrare nella "piazza proibita" (C. Levi, in M. Pantaleone, 1984, p. XI), mentre molte donne anziane spalancavano finestre e balconi per affermare "vangelo è" (G. Li Causi, cit. in F. Renda, 1990c, p. 135).
"Così essi rompevano il senso di una servitù antica, disubbidivano, più che a un ordine, all'ordine, alla legge del potere, distruggevano l'autorità, disprezzavano e offendevano il prestigio" (C. Levi, in M. Pantaleone, 1984, p. XI).
Fu proprio allora che si scatenò il terrorismo mafioso. Contro il palco e la folla che lo aveva circondato furono lanciate cinque bombe a mano (una delle quali fu sicuramente lanciata dal sindaco) ed esplosi numerosi colpi di pistola. I feriti furono quattordici, fra questi Girolamo Li Causi, colpito ad un ginocchio. I carabinieri di Villalba, chiusi nella loro caserma, non intervennero.
La notizia della tentata strage si diffuse ben presto in Sicilia ed in tutta la Nazione.
Nell'Isola si tentò di camuffare la realtà, dando alla notizia poco rilievo (il Giornale di Sicilia non si occupò per niente dell'accaduto) e diffondendo la voce che erano stati i socialisti ed i comunisti a provocare.
Quanto alla punizione dei colpevoli, le autorità competenti (forze di polizia, Alto Commissario, prefetto di Caltanissetta e magistratura) non procedettero con la prontezza necessaria. Il Vizzini ed il Farina furono rinviati a giudizio, ma non ne fu disposto l'arresto (nonostante il codice, per reati del genere, lo prevedesse). Così, quando nel novembre del 1949 il processo si concluse con la condanna di entrambi a cinque anni di reclusione, don Calò era già latitante da qualche anno ed aveva potuto dedicarsi alla sua attività politica in favore del separatismo e della Democrazia cristiana (U. Santino, 1995, p. 30). Nel 1954, egli morì nel suo letto. Nel maggio del 1958, i partecipanti alla strage ottennero la grazia del presidente della Repubblica Giovanni Gronchi (M.Pantaleone, 1984, p. 96) (11).
A Roma la notizia dell'attentato ebbe grande risonanza. La sua gravità fu subito colta. L'accaduto fu posto in relazione al problema del separatismo, sia perché Li Causi era stato mandato dal PCI in Sicilia, tra l'altro, proprio per fronteggiare questa emergenza, sia perché gli autori del tentato massacro aderivano al MIS. Pertanto, nella Capitale non si agì soltanto sul piano della solidarietà ma anche su quello della politica.
La direzione nazionale della DC sospese dal partito la sezione di Villalba. I provvedimenti più rilevanti furono adottati dal Partito comunista italiano. Per rinforzare l'autorità di Li Causi, furono inviati nell'Isola alcuni qualificati ed esperti militanti di origine siciliana, che avrebbero dovuto affiancare il segretario regionale nella dura lotta contro le forze agrario-mafiose.
"Fu quella, come poi confermarono i fatti, la risposta più efficace. Per la prima volta, nella storia d'Italia, una grande forza nazionale si attrezzava politicamente e organizzativamente per far fronte alla cosiddetta <<onorata società>>, nel proposito di contrapporle un vasto e articolato schieramento sociale e politico antimafioso" (F. Renda, 1990c, p. 137).
A spingere la direzione nazionale del PC verso questa importante decisione contribuirono, probabilmente, altri due gravi episodi che avevano colpito il partito ancor prima del 16 settembre: il 27 maggio, a Regalbuto (Enna), durante un tumulto per un raduno separatista, era morto il segretario della federazione comunista di Enna, Santi Milisenna; il 6 agosto, a Casteldaccia (Palermo), era stato assassinato il comunista Andrea Raia. Secondo il giornale <<La Voce Comunista>> del 12 agosto, il Raia era stato assassinato in quanto "organizzatore comunista", ma anche perché "membro attivo e intelligente del comitato di controllo ai granai del popolo"; quanto ai mandanti, essi erano "da ricercare nei grossi proprietari fascisti e separatisti di Casteldaccia"; per le modalità dell'omicidio, gli esecutori materiali andavano ricercati "tra i maffiosi locali" (cit. in U. Santino, 1995, p. 29).
Cos'erano i <<Granai del Popolo>>, per il cui controllo il Raia era stato ucciso? Questi altro non erano che gli ammassi del grano, così ribattezzati dal Governo di unità nazionale (precisamente dai ministri comunisti), per sottolinearne l'importanza economica e la natura comunitaria. Il Governo cercava, in tal modo, di stimolare lo spirito di solidarietà dei produttori di grano, poiché dalla buona riuscita o meno degli ammassi dipendeva l'approvvigionamento alimentare dei centri urbani e delle popolazioni agricole non produttrici di grano.
In Sicilia, i <<Granai del popolo>> rimasero semivuoti. Sia i piccoli sia i grossi produttori non rispettarono l'obbligo del conferimento del grano agli ammassi. Il mercato nero - che già durante il conflitto aveva fatto arricchire agrari e gabelloti mafiosi, ed aveva fatto vivere più dignitosamente qualche contadino - continuava a prosperare. Le scorte alimentari delle città raggiunsero limiti di insufficienza. A rendere ancora più difficile il rifornimento pubblico di grano contribuivano le resistenze dei proprietari terrieri alla richiesta dei contadini reduci di riconvertire in coltivazioni le terre che, durante la guerra, erano state trasformate - per mancanza di manodopera - in lucrose aziende agro-pastorali. Per ciò e per la loro attività di intrallazzisti, gli agrari si meritarono l'appello di <<affamatori del popolo>> (v. F. Renda, 1979, p. 22).
Nel mancato conferimento del grano, da parte dei produttori siciliani, agli ammassi molti videro anche un gesto di ostilità nei confronti del Governo nazionale. In effetti, le province più inadempienti risultarono essere proprio quelle in cui il movimento separatista era più forte (Palermo, Trapani, Agrigento; cfr. F. Renda, 1990c, p. 141). Il fallimento dei <<Granai del popolo>> ebbe, dunque, una duplice valenza: economica e politica. Duplice fu anche la tattica adottata dal Governo per combattere l'evasione diffusa e il significato antiunitario della stessa.
Anzitutto si agì sul piano della repressione. Le forze dell'ordine furono mobilitate per dare la caccia ad evasori e trafficanti (12). I magistrati inflissero pene pesanti. I più colpiti, però, furono i piccoli evasori; i grossi intrallazzisti troppo spesso riuscirono a farla franca (anche grazie alla connivenza di carabinieri e polizia).
L'altra tattica usata dal Governo fu quella di denunciare "all'opinione pubblica nazionale la sempre più evidente compenetrazione fra agitazione separatista e interessi antinazionali dei grandi proprietari fondiari isolani" (F. Renda, 1990c, p. 141). Per di più, per evitare che i piccoli produttori di grano si alleassero con gli agrari, abbracciando - per un calcolo sbagliato e contro i propri stessi interessi - la causa separatista, il Consiglio dei ministri decise di emanare una serie di decreti legge in favore della disagiata classe contadina.
Il primo di questi decreti - che presero il nome dell'allora ministro dell'Agricoltura, il comunista Fausto Gullo - fu il 19 ottobre 1944 n. 279, il quale dispose la concessione delle terre incolte e malcoltivate ai contadini riuniti in cooperativa. Lo stesso giorno fu varato il decreto n. 311, sulla ripartizione dei prodotti nei contratti agrari di mezzadria impropria, di colonia e di compartecipazione. Infine, il 26 ottobre fu emanato il decreto n. 284, "concernente l'acceleramento delle procedure per la assegnazione agli aventi diritto delle terre demaniali" (F. Renda, 1980, p. 62).
Tali provvedimenti agrari, seppur i più importanti, non furono i primi in assoluto del ministro Gullo. Questi aveva già avuto modo di dimostrare la propria sensibilità per i problemi della campagna. Il 3 giugno 1944 aveva disposto la proroga di un anno dei contratti agrari in corso, in risposta ai proprietari terrieri che ne avevano chiesto, insistentemente, la rescissione. Il 26 luglio, su sua iniziativa, era stato emanato un decreto riguardante la fissazione del prezzo del grano, che fu distinto: in prezzo vero e proprio, che andava pagato ai proprietari terrieri; e in sussidio di coltivazione, che andava corrisposto ai coltivatori diretti ed agli affittuari al momento del conferimento del canone in natura ai <<Granai del popolo>>. In base a tale provvedimento, i canoni di affitto pagati in denaro ma commisurati al prezzo ufficiale del grano avrebbero dovuto subire una diminuizione del 50%, pari al sussidio di coltivazione (cfr. F. Renda 1979, pp 27-28 e 1980, pp. 53-57).
A spingere il Governo sulla strada delle riforme erano state (oltre al timore del dilagare nelle campagne siciliane del movimento separatista) anche le agitazioni spontanee - cioè non organizzate da formazioni politiche e/o sindacali - scoppiate, sin dal 1943, nei territori liberati dal nazifascismo.
Nell'autunno del '43, nel Crotonese e, nell'estate del '44, nel Fucino, si erano avute delle agitazioni contadine concretatesi in occupazioni di terra. Nella primavera del '44 in Sicilia si era avuta un'ondata di proteste popolari e di rivolte, la più grave delle quali era stata quella di Licata. Qui, il 28 maggio, vi era stata una sommossa per la cattiva gestione dell'ufficio di collocamento. Per sedarla, polizia e carabinieri avevano sparato sulla folla uccidendo tre rivoltosi e ferendone una ventina (U. Santino, 1995, p. 29).
Un episodio ancora più grave di quello di Licata si verificò a Palermo il giorno stesso in cui furono emanati i decreti Gullo n. 279 e n. 311, cioè il 19 ottobre. Quel giorno, nel corso di una manifestazione popolare contro il carovita - alla quale si era aggiunto lo sciopero degli impiegati comunali - l'esercito intervenne sparando sui manifestanti. Il bilancio di sangue fu pesantissimo. Secondo le fonti ufficiali, vi furono 19 morti e 108 feriti (in U. Santino, 1995, p. 30); secondo il CLN, i morti furono 30 ed i feriti 150, "nella maggior parte bambini e ragazzi tra i sette e i sedici anni" (J. Calapso, 1980, p. 229) (13).
Nonostante le sanguinose reazioni delle forze dell'ordine, il Governo di unità nazionale con la legislazione agraria dell'estate 1944 e, più ancora, con quella dell'autunno,dimostrò di non volere ricorrere al facile sistema della repressione indiscriminata (troppo spesso usato in passato) per avere la meglio sul popolo in agitazione. Le forze politiche democratiche (laiche, socialiste, comuniste e cattoliche) che lo componevano concordarono sulla necessità di promuovere un reale e profondo rinnovamento economico e sociale delle campagne (F. Renda, 1980, p. 60).
In effetti, i decreti Gullo avviarono un decisivo processo di trasformazione dell'assetto, ancora semi-feudale, dell'agricoltura meridionale. Questo processo si sarebbe concluso con la riforma agraria degli anni Cinquanta, e sarebbe consistito in una serie di interventi legislativi ed in un forte movimento contadino, cheproprio dai decreti Gullo ricevette stimolo all'azione anzi, ancora di più, ebbe segnata la strada da seguire.
"(...) i decreti Gullo costituirono nel complesso l'iniziativa forse più importante dei governi di unità nazionale, che non si sovrapposero all'iniziativa dal basso delle masse contadine, ma ne favorì la crescita sul piano organizzativo e politico, e ne rese possibile la mobilitazione alla lotta con obiettivi concretamente definiti e largamente conseguibili e ottenuti" (F. Renda, 1979, p. 31)
"(...) i decreti Gullo costituirono il canovaccio che indirizzò la protesta contadina verso la lotta organizzata e la rivendicazione di classe" (F. Renda, 1979, p. 194).
Ma tra la loro emanazione e la lotta di massa per la terra intercorse il periodo di tempo necessario per la maturazione e l'organizzazione del movimento.
Nel frattempo, nel dicembre-gennaio '44-45, si ebbe in Sicilia una nuova e più importante ondata di insurrezioni popolari. Alla base di questi moti vi era l'esasperazione di un popolo per la miseria cui era costretto dal perdurante stato di guerra:
"Fra le condizioni predisponenti alla crisi naturalmente vi furono quei numerosi fattori oggettivi di intollerabile disagio legati allo stato di guerra (quello del '44-45 fu il sesto e ultimo inverno di guerra): dunque, in primo luogo, la crisi degli approvvigionamenti e il connesso carovita alimentato dal mercato nero; congiuntamente, i salari e le retribuzioni falciati dall'inflazione; la disoccupazione crescente; le fabbriche chiuse; le miniere allagate; l'energia elettrica mancante; i mezzi di comunicazione e di trasporto o distrutti o quasi interamente paralizzati; il commercio bloccato; infine, la massa dei contadini tornati dai vari fronti di guerra che non avevano terra da coltivare e nulla in conseguenza di che vivere" (F. Renda, 1990c, p. 162).
Forte era, inoltre, il malcontento popolare per il mancato rinnovo in senso democratico delle amministrazioni comunali e provinciali, ancora in mano ai sindaci ed ai funzionari nominati dagli alleati, e, quindi, facilmente controllate dalle fazioni reazionarie paesane (F. Renda, 1990c, p. 163).
In questa situazione esplosiva, a fare da detonatore furono due provvedimenti altamente impopolari, adottati dal Governo all'inizio di dicembre: la decisione di aumentare di 25 chili la quota di grano che i produttori dovevano conferire agli ammassi (provvedimento reso necessario dall'esaurimento delle scorte di grano per le città); la chiamata alle armi delle classi di leva 1922-23-24 (per potenziare il fronte di lotta contro i tedeschi).
La gente manifestò apertamente il proprio dissenso e la propria rabbia scendendo in piazza e devastando e saccheggiando i municipi, le caserme, i pubblici uffici e, a volte, anche le case dei signorotti locali.
Dall'11 dicembre 1944 al 15 gennaio 1945 (esclusa una lunga pausa per le feste natalizie) fu un susseguirsi di sommosse (alle quali parteciparono anche molte donne, v. J. Calapso, 1980, p. 229), conclusesi con aperti scontri tra rivoltosi e forze dell'ordine, e con morti e/o feriti da entrambe le parti. Le province maggiormente interessate furono quelle di Catania e Ragusa.
La prima manifestazione si svolse ad Enna, ma ebbe carattere pacifico. A seguire Palermo e Messina; a Palermo l'agitazione durò alcuni giorni, vi parteciparono soprattutto studenti universitari, e fu facile per la polizia controllarla.
A Catania, il 13 dicembre, la protesta contro la chiamata alle armi degenerò in gravi e violenti tumulti, che si protrassero per più giorni; furono presi d'assalto il Municipio ed altre sedi pubbliche; un giovane perse la vita in seguito ai colpi di arma da fuoco sparati dai soldati (U. Santino, 1995, p. 30). Dal centro etneo la sommossa si diffuse nei paesi circostanti (14).
Nel mese di dicembre, tumulti si registrarono anche in alcuni comuni della provincia di Agrigento (15); ad Avola e Palazzolo Acreide, in provincia di Siracusa; a Scicli, Giarratana e Chiaromonte Gulfi, in provincia di Ragusa; a Mazzarino, in provincia di Caltanissetta; ad Alcamo, in provincia di Trapani (F. Renda, 1990c, p. 161).
In questa prima fase del movimento di rivolta,
"Vi furono cinque morti ed alcuni feriti, sia tra i dimostranti che tra gli agenti dell'ordine, a Catania, a Vizzini, a Palma di Montechiaro, ove maggiormente si accanì la furia devastatrice dei facinorosi (...)" (Rapporto dell'Alto Commissario Aldisio alla Consulta regionale siciliana, cit. in F. Renda, 1990c, pp.159-160).
Dopo la pausa natalizia le agitazioni ripresero con un vigore nuovo. Nel mese di gennaio, infatti, più che jacqueries, scoppiarono delle vere e proprie insurrezioni armate.
A Ragusa ed a Comiso furono assediati la Prefettura ed alcuni edifici pubblici. I rivoltosi rubarono armi ed automezzi militari italiani ed alleati; quindi, si scontrarono apertamente con le truppe di soldati e di carabinieri, riuscendo a sopraffarli e ad assumere, per diversi giorni, il controllo delle due città. A Comiso, addirittura, gli insorti (in gran parte contadini) proclamarono la repubblica popolare, governando il paese dal 5 al 13 gennaio, esercitando ogni tipo di potere (politico, amministrativo, militare e giudiziario).
Analoghe repubbliche contadine nacquero a Giarratana (Ragusa); a Naro (Agrigento); a Palazzo Adriano e a Piana degli Albanesi (Palermo), ove il popolo in rivolta amministrò il comune per ben cinquanta giorni, dal 31 dicembre alla notte tra il 19 e il 20 febbraio.
Tutte queste repubbliche ebbero carattere comunista o socialista - ma sorsero al di fuori del partito ed in contrasto con esso - e, tranne quella di Piana, ebbero una vita effimera.
Per far ritornare alla normalità i paesi in agitazione, l'Alto Commissario Aldisio vi inviò rinforzi di carabinieri e militari.
Il 13 gennaio <<l'ordine>> poté dirsi restaurato in tutta l'Isola. In alcuni centri ciò avvenne a caro prezzo:
"(...) nell'adempimento del loro dovere caddero in provincia di Ragusa 12 carabinieri, un ufficiale, un sottufficiale e due soldati e rimasero feriti altri 15 militari. Tra i rivoltosi si registrarono 13 morti e 50 feriti. In provincia di Agrigento cadde un sottotenente dei CC.RR. e 4 militari rimasero feriti. Tra i rivoltosi quattro morti ed alcuni feriti" (Rapporto Aldisio, cit. in F. Renda, 1990c, p. 160) (16).
Analizzando nel suo insieme l'insurrezione siciliana del dicembre '44 - gennaio '45 si possono fare le seguenti considerazioni.
Essa fu spontanea, vale a dire non rispose ad un piano organizzato e non fu promossa né diretta da organizzazioni politiche o sindacali; mancò di un programma rivendicativo, di una strategia di lotta e, di conseguenza, anche di un coordinamento tattico tra i vari episodi ribellistici. L'insurrezione, inoltre, fu acefala. Ciononostante, diverse furono le forze politiche che cercarono di strumentalizzarla.
Sopra tutte, i separatisti, i quali parteciparono attivamente ai tumulti catanesi e ragusani (bisogna dire, però, che ad essere coinvolti furono, per lo più, i gregari e non i capi del movimento): essi, insieme ad altre forze reazionarie (ad esempio i neo-fascisti) vi videro la possibilità di screditare il Governo di unità nazionale, che era espressione del CLN.
Una strumentalizzazione fu tentata anche da alcuni gruppi periferici del PC, contrari alla linea politica di Togliatti.
Quasi dappertutto, comunque, i rivoltosi manifestarono un orientamento antifascista e democratico, indirizzando la propria rabbia, oltre che contro il Governo, anche "contro i signori della terra e contro i centri o simboli del loro potere" (F. Renda, 1980, p. 38).
La sollevazione popolare rivelò molto presto i suoi limiti, risolvendosi in un fuoco di paglia e dimostrando, se ce ne fosse stato bisogno, che con il ribellismo disorganizzato e fine a se stesso non si sarebbe ottenuto nulla. Era ben altra la strada che occorreva percorrere.
4. LE LOTTE PER L'APPLICAZIONE DEI DECRETI GULLO
Contemporaneamente ai moti antileva, si svolsero in Sicilia alcune agitazioni agrarie per l'applicazione dei decreti Gullo. A muoversi furono i contadini delle province di Siracusa, Agrigento e Caltanissetta, i quali, già nel novembre-dicembre 1944, cominciarono a manifestare per la concessione, in base al decreto 19 ottobre n. 279, delle terre incolte e malcoltivate alle cooperative contadine. Si trattò, tuttavia, di episodi sporadici.
Di movimento vero e proprio si poté parlare soltanto nel maggio '45, quando decine di migliaia di coloni dell'entroterra della Sicilia centro-occidentale reclamarono che, nella divisione dei prodotti della coltivazione, venissero rispettati i criteri dettati dal decreto n. 311.
E' importante sottolineare che
"fra (i) tumulti dell'inverno '44-45 e le coeve o successive agitazioni agrarie per l'applicazione dei decreti Gullo non vi fu rapporto di continuità, bensì di rottura e di contrapposizione" (F. Renda, 1979, p. 151).
Infatti, tanto furono spontanei e vacui quelli, quanto queste organizzate e piene di contenuti e rivendicazioni.
Le province interessate dal movimento mezzadrile della primavera '45 furono quelle in cui il latifondo era ancora prevalente ed alta era la produzione di grano: Agrigento, Palermo, Caltanissetta, Enna. I centri propulsori furono: "Canicattì, Delia, Ravanusa, Riesi e Mazzarino" (F. Renda, 1990c, p. 191).
Trattando queste lotte, vengono subito in mente quelle combattute dai mezzadri siciliani nel 1893 (cioè al tempo dei Fasci siciliani), nel 1901-04 e nel primo dopoguerra. Allo stesso tempo, però, risulta subito evidente un'importante novità. Nelle lotte precedenti, "i contadini cercavano l'accordo coi proprietari e da parte sua il governo o era contro o si dichiarava neutrale" (F. Renda, 1990c, p. 191); nel 1945, invece, "la piattaforma contadina aveva a suo sostegno e giustificazione proprio una legge dello stato" (F. Renda, 1990c, p. 191).
Nondimeno, fu molto difficile far riconoscere ai proprietari terrieri l'esistenza di questa legge. Costoro affermavano che i provvedimenti del Governo non avevano validità in Sicilia, poiché ivi era in vigore, sin dal marzo 1944, un regime altocommissariale. Pertanto, negavano la legittimità del decreto Gullo ("ma chi è questo Gullo", dicevano con disprezzo; D. Paternostro, 1992, p. 25). Ai mezzadri che, sull'aia, pretendevano che i prodotti del loro lavoro fossero ripartiti al 60% per sé e 40% per i proprietari (come stabilito, appunto, dal decreto n. 311) e non più al 50% e 50%, gli agrari rispondevano ricorrendo al potere intimidatorio dei gabelloti mafiosi o facendosi assistere dai carabinieri (17), i quali, sovente, in mancanza di direttive superiori, procedevano al sequestro della quota <<pretesa>> dal colono o, addirittura, all'arresto di quest'ultimo (18).
L'agitazione mezzadrile del '45 - così come, del resto, tutto il movimento contadino del 2° dopoguerra - fu organizzata e diretta dai partiti comunista, socialista e democristiano, e dalle loro formazioni sincadali collaterali (soprattutto dalle Camere del lavoro e dalle Federterre).
Il dirigente democristiano Giuseppe Alessi propose, per superare le numerose controversie locali sulla spartizione dei prodotti, di organizzare un incontro ufficiale tra i rappresentanti regionali dei proprietari terrieri e quelli dei contadini, in modo da addivenire ad un accordo sindacale; questo sarebbe dovuto diventare un decreto altocommissariale e, come tale, avrebbe dovuto avere forza di legge.
I socialisti ed i comunisti non accolsero con favore questa proposta, poiché, secondo loro, essa accettava le ragioni dei proprietari e non riconosceva, di fatto, validità al decreto Gullo. Tuttavia, essi si trovarono costretti ad accettarla, non scorgendo altre vie per superare quella situazione. Anche i proprietari diedero il loro assenso. Alla fine di giugno, si giunse, effettivamente, ad un accordo sottoscritto dalle due parti e reso valido e obbligatorio per tutto il territorio
siciliano da un decreto dell'Alto Commissario Aldisio.
L'intesa fra le parti servì, in pratica, a fissare più dettagliatamente alcuni criteri di riparto regolati in modo un pò generico dalla legge Gullo (19).
Il compromesso raggiunto, smorzando le richieste avanzate dai mezzadri sull'aia, si tradusse in un vantaggio per gli agrari. Nonostante questo, per i contadini esso rappresentò una conquista.
"La protesta contadina ebbe pienamente riconosciuta la sua funzione propulsiva e stimolatrice (e il fatto aveva tutto il sapore di un avvenimento storico)". Per di più, "la legge dello stato, recepita nella legge regionale, invece che disattesa, risultò rafforzata e la Sicilia si caratterizzò da allora in poi come una delle regioni - se non la regione - con il più alto indice di attuazione del nuovo riparto mezzadrile" (F. Renda, 1990c, p. 197).
Nell'estate 1945 si svolse anche un'altra vertenza, quella relativa alla diminuizione dei canoni di affitto secondo le disposizioni del decreto Gullo 26 luglio 1944 (che, come abbiamo visto, aveva indrodotto un sussidio di coltivazione a favore dei produttori diretti di grano). In realtà, le categorie interessate (affittuari, coltivatori diretti) si erano già mosse subito dopo l'emanazione del provvedimento, dando vita alla prima agitazione agraria per l'applicazione di un decreto Gullo. Solo nel 1945, però, l'agitazione prese vigore ed il Governo definì in maniera più esplicita ed estensiva - così come richiesto dagli affittuari - la norma legislativa in questione (v. F. Renda, 1980, p. 84).
Il vantaggio che il contadino poteva ricavare dalla riforma del canone di locazione era tanto maggiore quanta più terra egli aveva in affitto. Ciò significò il coinvolgimento, nella lotta, dei ceti contadini benestanti, solitamente estranei - se non contrapposti - al movimento popolare:
"I ceti contadini benestanti in Sicilia avevano sempre subito, per tradizione, l'egemonia dei grandi proprietari terrieri, erano cioè stati inglobati nel blocco agrario dominante, almeno per quel tanto che serviva per contrapporli e inimicarli ai contadini poveri e ai braccianti. Il fronte contadino si era, perciò, sempre caratterizzato per quella frattura, che isolava e indeboliva le masse rurali più proletarizzate e combattive. I decreti Gullo sui canoni di locazione aprirono un contrasto di interessi insanabile fra la proprietà e l'impresa agraria, e spinse gli strati contadini superiori a collocarsi su un terreno di conflittualità simile a quello dei mezzadri e dei compartecipanti ed a schierarsi oggettivamente al loro fianco, anticipandone persino i comportamenti: come avvenne nella estate del '44, quando gli affittuari furono i primi in assoluto a muoversi rispetto alle altre categorie rurali (...)" (F. Renda, 1990c, p. 199).
La vertenza tra affittuari e proprietari si concluse con l'applicazione della legge e, quindi con una sensibile riduzione del canone di locazione (20). Oltre il guadagno economico immediato, ciò consentì agli affittuari di mettere da parte il denaro necessario per acquistare, quando se ne fosse presentata l'occasione, un appezzamento di terreno.
Tra le agitazioni contadine del secondo dopoguerra, le occupazioni dei feudi furono, sicuramente, le più imponenti ed importanti, quelle che coinvolsero - materialmente e/o emotivamente - il maggior numero di persone e che caratterizzarono quel periodo di lotta.
Il movimento di occupazione delle terre ebbe inizio nella stagione agraria '45-46 e si protrasse, con alterne vicende, fino al 1950.
A scatenarlo fu il decreto Gullo 19 ottobre 1944 n. 279, il quale, come sappiamo, riconosceva alle cooperative di contadini il diritto di chiedere in concessione le terre incolte e insufficientemente coltivate. Questo provvedimento si rifaceva, chiaramente, ai decreti Visocchi-Falcioni, senza esserne, però, una semplice riproposizione. Al pari di quelli, esso dispose che per venire in possesso della terra il contadino doveva necessariamente far parte di una cooperativa. Ma a distinguerlo dalla legislazione agraria del primo dopoguerra vi erano alcune differenze di ordine tecnico e, soprattutto, uno spirito politico nuovo.
I decreti Visocchi- Falcioni, come abbiamo visto nel capitolo precedente, erano stati un tentativo - mal riuscito - del Governo di frenare le agitazioni e le occupazioni di terra cui avevano dato vita i contadini al rientro dal fronte. I decreti Gullo, invece, scaturirono dall'animo democratico e progressista del Governo di unità nazionale, il quale volle rendersi promotore di un generale rinnovamento dell'economia agraria meridionale.
In Sicilia, all'indomani della seconda guerra mondiale, la distribuzione della proprietà fondiaria era ancora così caratterizzata: "predominio del latifondo, scarsa consistenza della media proprietà terriera, e accentuata polverizzazione della piccola proprietà" (R. Catanzaro, 1991, p. 157).
Secondo un'indagine svolta dall'INEA nel 1946, le proprietà superiori ai 50 ettari erano pari al 39,3% della superficie agraria e forestale siciliana (la media nazionale era 33%):
"Solo 282 proprietari possedevano il 10,6% della superficie agraria e forestale dell'isola; un migliaio di famiglie, poco meno di 1/3 di tutta intera la proprietà fondiaria" (F. Renda, 1990c, p. 200).
La media proprietà, compresa tra i 5 ed i 50 ettari, corrispondeva al 27%. La piccola proprietà, inferiore ai 5 ettari, ammontava ad un terzo della superficie agraria e forestale, ma era suddivisa in 1.184.588 parti, con una superficie media di 0,66 ettari (in R. Catanzaro, 1991, p. 158). Infine, basandosi sui dati del censimento del 1936, può calcolarsi che i 4/5 della popolazione attiva dedita all'agricoltura o non possedevano neanche un fazzoletto di terra o potevano considerarsi contadini poveri (R. Catanzaro, 1991, p. 158; F. Renda, 1990c, pp.200-201).
Non vi è da stupirsi, pertanto, se, con la fine del conflitto, il problema della terra tornò ad essere il pensiero principale dei contadini siciliani. Seguendo le disposizioni del decreto Gullo n. 279, essi si affrettarono ad associarsi in cooperative ed a inoltrare le domande per la concessione dei feudi incolti. Tuttavia, poiché le loro richieste "giacevano per mesi e mesi sul tavolo delle commissioni all'uopo costituite presso i tribunali" (M. Pantaleone, 1984, p. 100), decisero di invadere i fondi in oggetto senza aspettare il decreto di concessione del Prefetto.
Il movimento di occupazione delle terre incolte interessò tutte le province, ma si sviluppò più intensamente in quelle della Sicilia centro-occidentale. Vi parteciparono un pò tutte le categorie agricole, dai braccianti ai contadini ricchi. L'anima e la forza d'urto del movimento furono costituite, naturalmente, dagli strati più disperati, vale a dire dai braccianti senza terra e dai contadini poveri, sicuramente i più combattivi e numerosi.
Ad organizzare e dirigere queste lotte ritroviamo il PCI, il PSI, la DC e le organizzazioni sindacali ricostituite o costituite nel 2° dopoguerra (Camere del lavoro, Federterra, CGIL, ACLI, CISL, Federazione dei Coltivatori Diretti, Lega delle cooperative, Confederazione delle cooperative).
In genere, nei paesi del latifondo si costituirono una cooperativa bianca ed una rossa. In alcuni casi sorsero
addirittura tre cooperative: una democristiana, una comunista ed una socialista.
Così come in passato, le cooperative bianche si distinguevano da quelle rosse: per l'ideologia politica più moderata; e per il loro carattere elitario, riunendo in prevalenza i proprietari coltivatori diretti. Questa categoria di contadini, veniva sostanzialmente (anche se non completamente) snobbata dalle cooperative comuniste siciliane - benché la linea Togliatti prevedesse un allargamento delle basi sociali del partito (21) - poiché rappresentanti della piccola e media borghesia rurale. Le cooperative socialiste costituivano una via di mezzo tra le cooperative comuniste e quelle cattoliche, visto che al loro interno era presente un numero maggiore di coltivatori diretti rispetto alle prime, ma non al punto da eguagliare le seconde.
Il movimento contadino del 2° dopoguerra ebbe, dunque, una composizione pluralistica, sia dal punto sociale che politico. La sua carica rivoluzionaria riuscì a coinvolgere - direttamente o indirettamente - anche le popolazioni urbane, le quali imputavano agli intrallazzi degli agrari il fallimento dei <<Granai del popolo>> e, quindi, la penuria dei rifornimenti di grano. Alcuni gruppi di operai parteciparono attivamente alle occupazioni delle terre:
"Lo fecero gli zolfatai di Caltanissetta e di Riesi e quelli di Casteltermini" (F. Renda, 1990c, p. 200) (22).
I metallurgici del Cantiere Navale di Palermo - che già nel primo dopoguerra si erano distinti per le loro azioni in sosteno delle lotte agrarie - organizzarono agitazioni e manifestazioni di solidarietà. Molti intellettuali artisti e professionisti si schierarono apertamente in favore delle masse rurali, e diversi di loro lottarono concretamente a fianco dei contadini, diventando, per questi ultimi, un importante punto di riferimento.
In numerosi centri dell'entroterra, lo spettacolo cui si era assistito nel primo dopoguerra si ripeté con toni ancora più accesi: all'alba, centinaia e centinaia di contadini, <<armati>> dei loro attrezzi di lavoro, di bandiere e di strumenti musicali, si recavano - a piedi, con i muli o le biciclette - in festante corteo ad occupare i feudi incolti. Fino all'autunno 1948 le occupazioni furono, più che altro, simboliche: i contadini si limitavano a <<piantare>> sulle terre i loro drappi (delle camere del lavoro, delle cooperative, dei partiti), e ad effettuare una sorta di lottizzazione, "simboleggiata da un solco o da una linea di confine formata da alcune pietre poste in fila (...)" (M. Pantaleone, 1984, p. 100).
Il più delle volte, a presidio dei feudi i contadini incontravano i gabelloti mafiosi, incaricati, a volte,dagli agrari, spaventati dalle incursioni banditesche e dal crescente movimento contadino (su questo argomento torneremo più avanti).
Oltre che contro la mafia, i contadini si trovarono a lottare contro la <<giustizia>>. Le loro invasioni, infatti, avvenendo prima delle concessioni per decreto prefettizio, furono giudicate illegali. I partecipanti alle occupazioni venivano schedati e diffidati dalle forze dell'ordine. Molti furono denunciati all'autorità giudiziaria e condannati a pene severe. Inoltre, sovente (come abbiamo già visto), le domande di assegnazione rimanevano inevase per diversi mesi. Questo permetteva agli agrari di simulare nei propri terreni incolti una qualche forma di coltivazione.
Comunque,
"Le repressioni della mafia, gli ostruzionismi burocratici, le denunce dei capi lega, non fiaccarono il movimento contadino, che anzi, nella resistenza e nelle repressioni, ritrovava l'unità che non aveva trovato negli anni della lotta contro il fascismo e contro i tedeschi" (M. Pantaleone, 1984, p. 101).
Alcuni dirigenti sindacali, per sollecitare l'attenzione e l'azione delle autorità competenti per l'assegnazione delle terre, organizzarono anche alcune manifestazioni di massa, consistenti, semplicemente, in adunate, marce o gioiose cavalcate:
"A Santa Caterina Villarmosa, il 10 ottobre 1945, circa 1500 contadini intrapresero la <<marcia su Caltanissetta>> per richiamare l'attenzione delle autorità sull'opportunità e l'urgenza di concedere le terre incolte (...), prima che passassel'epocadella semina" (M. Pantaleone, 1984,p. 102).
Un'analoga marcia di protesta fu organizzata, nell'autunno '46, dai contadini di Piana degli Albanesi, i quali si recarono, a cavallo e a piedi, fino a Palermo, percorrendo venti chilometri. Il loro esempio fu seguito dai contadini di San Giuseppe Jato e di San Cipirello (F. Renda, 1990c, pp. 268-269).
Una cavalcata memorabile si svolse nel settembre del 1946 a Sciacca (Agrigento). Migliaia e migliaia di contadini del circondario manifestarono per le strade del paese "la loro volontà di lotta, la loro volontà di rinnovamento, per la rinascita e il riscatto della nostra terra" (M. Russo,in C. Pantaleone (a cura di), 1985, pp. 152-153). Questa manifestazione era stata organizzata da Accursio Miraglia, dirigente comunista, e segretario della Camera del lavoro di Sciacca. Ecco come un contadino che vi aveva partecipato raccontò a Danilo Dolci quella straordinaria esperienza:
"(...) La sera del sabato si disse che si doveva fare una cavalcata dentro il paese, per dare a capire quanto popolo aveva preso lui (Accursio Miraglia, N.d.a.), che voleva la terra (...) L'indomani all'orario che si organizzarono, vennero tutti i contadini; quando loro passarono, il primo che era davanti, era lui (...) Dietro di lui tutta la massa. C'erano da Menfi, Montevago, Santa Margherita, Sambuca, Burgio, Caltabellotta, Lucca, Ribera, Calamonaci, Villafranca, tutti a cavallo. Erano allegri, chi faceva voci, chi faceva fischi, se incontravano quelli che erano contrari. I più ricchi quella mattina balconi non ne hanno aperto nessuno. C'erano anche ragazzi a cavallo col loro padre. (Accursio Miraglia, N.d.a.) Pareva Orlando a cavallo, era un piacere vedere questa potenza d'uomo a cavallo, era una persona da guardarlo, era un amore a guardarlo, la sua presenza era amorosa. I bambini buttavano qualche fiore, c'era il popolo a massa per lui (...)
Era lunga la cavalcata (...), era una cavalcata che non finiva mai, su due file (...) Le guardie facevano chiasso che volevano che si scioglievano presto. C'erano quattro o cinquemila muli, poi tutte le biciclette. Chi ce l'avevano nel cuore, salutavano e battevano mani, c'erano lì i mariti e i figli e le mogli che stavano sulla passata, aspettando di vederli. Poi al campo sportivo lui disse quattro parole per spiegare perché era stata fatta la cavalcata, lui era molto contento e fece applauso alle persone e ringraziò il popolo. E poi li fece sciogliere" (23).
Nel frattenpo, i primi ettari di terra avevano cominciato ad essere assegnati - si trattava, per lo più, di terreni pietrosi, di cattiva qualità - e le cooperative concessionarie avevano iniziato a coltivarli.
Il decreto Gullo prevedeva l'obbligatorietà dell'associazione cooperativa limitatamente alla fase iniziale della concessione, cioè quella amministrativa; quanto alla fase successiva, relativa all'adozione dei metodi di conduzione dei fondi, esso lasciava alla cooperativa la libertà di scegliere tra conduzione collettiva e individuale.
Come già era avvenuto nel movimento delle affittanze collettive e nel primo dopoguerra, la stragrande maggioranza delle cooperative - sia bianche che rosse - adottò la conduzione individuale, quotizzando fra i soci i feudi ottenuti. Ciò portò alla polverizzazione delle terre, in particolar modo di quelle assegnate alle cooperative socialcomuniste, essendo queste ben più affollate di quelle democristiane. In alcuni casi, per ridurre questo fenomeno, si preferì lasciare alcuni soci senza terra (F. Renda, 1979, pp. 112-115).
Il 6 ottobre 1946, il nuovo ministro dell'Agricoltura Segni modificò il decreto Gullo n. 279,introducendovi il diritto per le associazioni contadine di adottare dei propri piani di trasformazione generale dei fondi concessi, e di ottenere, pertanto, il prolungamento della concessione per il tempo necessario alla realizzazione degli stessi.
Questo provvedimento si era reso necessario in seguito alle assurde denunce,e richieste di annullamento delle concessioni, fatte dagli agrari contro quelle cooperative che si erano <<permesse>> di effettuare, sulle loro proprietà, dei lavori di sistemazione (spietramenti, terrazzamenti, rimboschimenti) non contemplati dal contratto di locazione (F. Renda, 1979, p. 117).
Ciononostante, i proprietari continuarono ad ostacolare in tutti i modi la legale procedura per l'assegnazione delle terre. Di conseguenza, le commissioni deputate ad esaminare le domande di concessione erano, sostanzialmente, paralizzate. Questo stato di cose non faceva che esasperare i contadini, i quali manifestavano la propria rabbia e la propria protesta procedendo nelle indiscriminate invasioni dei feudi malcoltivati.
Per affrontare questa difficile situazione, il nuovo Alto Commissario Giovanni Selvaggi (repubblicano), insediatosi l'1 novembre '46, decise di convocare nel proprio ufficio, per il 5 novembre, i rappresentanti sindacali degli agrari e dei contadini, per cercare di rabbonirli e fargli stringere un accordo. Dopo lunghe ore di acceso e duro scontro, l'incontro - cui parteciparono anche gli esponenti di tutti i partiti politici - si concluse, in effetti, con la sottoscrizione di un <<Patto di concordia e di collaborazione>> (F. Renda, 1990c, pp. 268-270), il cui scopo era quello di realizzare, tra le due parti, una larga intesa per l'applicazione dei decreti Gullo-Segni.
"L'iniziativa tese a creare una situazione meno acuta e drammatica, prospettando i larghi margini di intesa e di reciproco interesse fra movimento contadino e proprietà terriera, entrambi condizionati e danneggiati dall'azione parassitaria e frenante del gabelloto rozzo e mafioso" (F. Renda, 1979, p. 118).
Tra il gennaio e l'aprile del '47 il movimento cooperativo siciliano vide il suo massimo sviluppo. Il numero delle cooperative crebbe notevolmente (alla fine dell'anno se ne sarebbero contate 750; F. Renda, 1990c, p. 202), così come la quantità di terra concessa loro (nella stagione agraria'46-47, ha 55.306; F. Renda, 1979, p. 111) (24). Il momento culminante di questo periodo fu la inaspettata vittoria del Blocco del Popolo - costituito dai comunisti, dai socialisti e dagli indipendenti di sinistra - alle prime elezioni regionali, tenutesi il 20 aprile.
Purtroppo, il prezzo di tale vittoria fu altissimo. Alla base della realizzazione di uno schieramento unitario delle forze della sinistra vi era, di fatti, lo scatenarsi della feroce reazione agrario-mafiosa contro gli esponenti del movimento contadino.
5. RICOMINCIA LA TATTICA MAFIOSA DI SFRUTTAMENTO-
REPRESSIONE DEL MOVIMENTO CONTADINO
L'occupazione militare alleata, il mercato nero dei cereali ed il movimento separatista, come sappiamo, furono tre fattori che contribuirono decisamente al fulgido risveglio della mafia dopo gli anni bui del fascismo. Indirettamente, però, anche la riorganizzazione del movimento contadino giocò a favore di questo risveglio. I grandi proprietari terrieri, infatti, sentendosi minacciati dai fermenti innovatori che cominciavano a rianimare le campagne siciliane, pensarono bene di affidare i loro feudi a chi in passato aveva dimostrato di saper <<tenere a bada>> gli insorti. Fu così che numerosi boss mafiosi furono nominati gabelloti, campieri o "utili gestori" (M. Pantaleone, 1984, p. 95) dei possedimenti degli agrari.
Pertanto,
"(...) l'aristocrazia agraria, che durante il fascismo si era vantata di avere debellato l'organizzazione dei gabelloti, si ritirava di nuovo dalle campagne, lasciando alla mafia l'incarico di ristabilire l'antico <<ordine>>" (M. Pantaleone, 1984, p. 97).
Ai feudi affidati dai grossi proprietari terrieri ai mafiosi si aggiungevano, ovviamente, quelli presi in gabella da questi ultimi, di propria iniziativa, per tornare ad esercitare la lucrosa e strategica attività di mediazione tra latifondisti e contadini.
Ecco qui di seguito un elenco, incompleto, dei latifondi controllati dalla mafia:
"I principi Lanza di Trabia affidarono la difesa del feudo Polizzello, nel territorio di Mussomeli, (a) (...) Giuseppe Genco Russo" (M. Pantaleone, 1984, p. 97).
"(...) a Villalba Calogero Vizzini era il gestore del feudo Micciché, (...) Salvatore Malta prese in affitto il feudo Vicarietto, Vanni Sacco il feudo Parrino, Barbaccia le terre di Ficuzza nella zona di Godrano e Joe Profaci il feudo Galardo (...) A Corleone (...) patria di Michele Navarra e Luciano Leggio, il feudo Donna Beatrice era tenuto in gabella dal noto capomafia Carmelo Lo Bue, mentre i pregiudicati mafiosi Michele Pennino, Mariano Sabella, Biagio Leggio erano gabelloti di tre feudi non meno importanti, e dal canto suo Francesco Leggio, altro mafioso, era soprastante del feudo Sant'Ippolito di 415 ettari. Perfino Luciano Leggio divenne in quegli anni gabelloto del feudo Strasatto, quando già era colpito da mandato di cattura per essere stato accusato di gravissimi reati. A Roccamena pericolosi mafiosi, come i fratelli Raimondi; Cirrincione; Leonardo, Giordano e Gioacchino Casato; Vincenzo Collura; Michele Bellomo e Antonio Ganci erano tutti gabelloti dei feudi esistenti nella zona e situazioni analoghe si ripetevano a S. Giuseppe Jato, a Marineo, a Contessa Entellina, a Belmonte Mezzagno e in pratica in tutti i comuni agricoli dell'entroterra della Sicilia occidentale" (Relazione Carraro (25), cit. in R. Catanzaro, 1991, p. 167).
Come sappiamo, la mafia ha sempre avuto nei confronti dei mutamenti socio-economici un atteggiamento ambivalente: all'inizio cerca in tutti i modi di bloccarli; quando si rende conto che essi sono ormai inevitabili, li sfrutta a proprio vantaggio e, allo stesso tempo, ricorre alla repressione spietata di tutti coloro che osano minacciare il suo potere economico e sociale.
Così, nel 2° dopoguerra, nei riguardi del risorto movimento cooperativo, essa riprese a giocare su due fronti: quello dell'inserimento nel movimento stesso per tentare di scompaginarlo e strumentalizzarlo; e quello della sanguinosa reazione.
Emblematiche del primo tipo di comportamento sono le vicende dei feudi Micciché (sito nel comune di Villalba) e
Polizzello (sito nel comune di Mussomeli), rientranti nella provincia di Caltanissetta.
La nomina del capomafia Calogero Vizzini quale <<utile gestore>> del feudo Micciché avvenne nel marzo 1945. Guarda caso, proprio in quel periodo i contadini di Villalba avevano costituito la cooperativa <<Libertà>> ed avevano chiesto l'esproprio del suddetto feudo, poiché la proprietaria Giulia Florio D'Ontes (principessa di Trabia e di Butera) lo aveva lasciato in gran parte incolto.
La loro domanda di esproprio si basava sulla legge 2 gennaio 1940 sulla colonizzazione del latifondo siciliano (varata dal regime fascista), in base alla quale la principessa avrebbe dovuto, fra l'altro, costruire sul fondo in questione 65 case coloniche. Inutile dire che non ne era stata costruita nemmeno una.
Allorché l'Ente di colonizzazione del latifondo siciliano accolse la richiesta della cooperativa <<Libertà>>, la Florio d'Ontes incaricò don Calò di riscuotere i fitti delle proprie terre, autorizzandolo a trattenere per sé il 25% dell'ammontare.
Con l'entrata in scena del boss mafioso, per i contadini tutto diventò più difficile. Persino L'Alto Commissario Salvatore Aldisio si schierò contro di loro, facendo archiviare il fascicolo relativo alla richiesta d'esproprio.
Ciononostante, i <<viddani>> di Villalba non si persero d'animo e, richiamandosi al decreto Gullo n. 279, fecero ricorso alla Commissione di Caltanissetta per le terre incolte o malcoltivate. Ma don Calò, "si diede a <<consigliare>> i contadini con la consueta cortesia, convincendoli di lasciare perdere e di preoccuparsi della loro salute" (M. Pantaleone, 1984, p. 96). Diversi contadini, intimoriti, decisero di dimettersi dalla cooperativa <<Libertà>>, la quale, per deficienza di soci, dovette essere sciolta.
A questo punto, Calogero Vizzini - che già in passato si era inserito nel movimento contadino del proprio paese per sostenere la cooperativa cattolica (v. cap. 2° e 3°) - costituì una propria cooperativa, <<La Combattenti>>, e ne affidò la presidenza al nipote Beniamino Farina (che, insieme a lui, aveva partecipato all'attentato contro Li Causi).
"La nuova cooperativa non aveva altro scopo che quello di evitare che il feudo Micciché ricadesse nelle norme della riforma agraria. Doveva restare in mano a don Calò e ai mafiosi (...)" (Aa. Vv., 1976, pp. 182-183).
Di fatti, il 29 dicembre 1950, subito dopo l'approvazione della rifoma agraria siciliana, la principessa concesse il feudo Micciché in enfiteusi alla cooperativa <<La Combattenti>>. "Le assegnazioni tra i soci furono una farsa" (Aa. Vv., 1976, p. 183); ai partecipanti alla strage di Villalba furono concesse le quote migliori!
"Il controllo del feudo continuò ad averlo pienamente don Calò e la cooperativa continuò ad agire nella più assoluta illegalità al punto che la prefettura si decise a scioglierla, ma solo nel 1958" (Aa. Vv., 1976, p. 183).
Come abbiamo visto nel capitolo precedente, nel 1920 i principi Lanza Branciforti di Trabia avevano concesso in affitto, per 29 anni (contratto rinnovabile per altri 9 anni), 848 ettari del feudo Polizzello (che si estendeva per circa 1.918 ha) alla cooperativa <<La Combattenti>>. Questa era presieduta dal mafioso Genco Russo, econtava tra i consiglieri suo compare Giuseppe Sorce e Calogero Castiglione, cognato di Genco Russo nonché compare dell'influente onorevole democristiano Calogero Volpe, deputato al Parlamento nazionale.
Nel settembre 1940, altri 850 ettari del feudo Polizzello furono dati in gabella ad un'altra cooperativa, <<La Pastorizia>>, presieduta da Giuseppe Sorce, e avente tra i consiglieri Genco Russo. Così, quasi l'intero feudo finì per essere in mano alla mafia, la quale si servì del <<nuovo>> strumento cooperativo - utilizzato dal movimento contadino proprio per contrapporsi con più forza alla <<Onorata Società>> - per continuare ad esercitare il <<vecchio>> strapotere (cfr. R. Catanzaro, 1991, pp. 136 e 202).
Nel 1948, i contadini di Mussomeli, angariati dalla cosca di Genco Russo, dopo un periodo di dura lotta riuscirono, finalmente, a fare assegnare, tramite decreto prefettizio, 150 ettari del feudo Polizzello alla cooperativa contadina <<L'umanitaria>>. Ma, con i loro soliti sistemi, i mafiosi impedirono agli assegnatari di venire in possesso della terra. E le autoritàcompetenti? Stettero a guardare.
"Per impedire l'esecuzione del decreto del prefetto i mafiosi minaccia(rono) i contadini. I dirigenti sindacali infoma(rono) il maresciallo dei carabinieri il quale si rifiut(ò) di intervenire. Interv(enne) solo dopo che il giorno stabilito per l'immissione in possesso della cooperativa i mafiosi spara(rono) sui contadini. Ma la sua denuncia, trasmessa all'autorità giudiziaria, (venne) archiviata" (Aa. Vv., 1976, p. 183).
Il 7 dicembre 1950, un decreto del Presidente della Repubblica stabilì l'esproprio del feudo a favore dell'Opera nazionale combattenti. Entro 30gg. dalla registrazione del decreto, quest'ultima avrebbe dovuto depositare 40 milioni presso la Cassa depositi e prestiti. Non disponendo di questa somma di denaro, l'Onc si rivolse alle cooperative <<La Combattenti>> e <<La Pastorizia>>, le quali, nel gennaio-febbraio 1951, riuscirono a raccogliere 33 milioni, facendo versare ai propri soci la quota di 80.000 lire a testa. I restanti 7 milioni furono presi in prestito dalla Cassa rurale San Giuseppe di Mussomeli, dando in garanzia una cambiale firmata da "Giuseppe Genco Russo, Vincenzo Messina, Giuseppe Seminara ed altri" (Aa. Vv. 1971, p. 80). In tal modo, "i vari Sorce e Genco Russo egemonizzarono fin dall'inizio ogni decisione in merito al feudo Polizzello" (Aa. Vv., 1971, p. 80).
Le due cooperative costituirono un comitato per l'assegnazione delle terre, del quale facevano parte, oltre ai mafiosi, il sindaco ed il parroco del paese. Il versamento delle 80.000 lire fu ritenuto titolo indispensabile per l'assegnazione della terra. Di conseguenza, l'Onc non poté far altro che assegnare i vari lotti alle persone designate dal suddetto comitato di Mussomeli. Il risultato fu il seguente:
"- vennero esclusi dalle assegnazioni contadini che vi avevano diritto ma che non avevano la disponibilità di 80.000 lire;
- vennero attribuite quote a non coltivatori;
- oltre 176 ettari di terra furono assegnati alla cooperativa Pastorizia i cui soci in gran parte non erano né contadini né combattenti, ma noti boss della mafia locale. Molte quote vennero attribuite a sarti, calzolai, bottegai, farmacisti, nonché a consiglieri comunali ad assessori e al presidente dell'Ente comunale di assistenza. (...) Genco Russo ebbe sette quote oltre a un numero indefinito di quote attribuite ai suoi prestanome" (R. Catanzaro, 1991, p. 203).
Il 9 agosto 1958, l'ERAS (Ente per la Riforma Agraria in Sicilia) acquistò l'intera azienda per un prezzo tre volte maggiore di quello stabilito dalla legge di Riforma, e si impegnò, per di più, a pagare tutte le pendenze fiscali e tributarie che gravavano sul feudo. Nell'aprile 1960, venne promulgata una legge che stabiliva che i terreni dell'ERAS dovevano essere assegnati in proprietà ai coltivatori diretti. Poiché gran parte delle assegnazioni effettuate dall'Onc erano illegittime, la mafia, la DC di Mussomeli e l'on. Calogero Volpe fecero di tutto per ostacolare l'opera dei tecnici dell'ERAS incaricati di controllare la regolarità delle quotizzazioni. Nonostante le minacce e le provocazioni, l'ERAS riuscì ad assegnare 104 lotti ad altrettanti contadini che ne avevano diritto, togliendole a quotisti senza titolo. Ma i nuovi legittimi proprietari furono costretti dalla violenza mafiosa a pagare un estaglio o a dare metà del prodotto ai vecchi concessionari. Inutilmente, essi si rivolsero al Maresciallo dei carabinieri e al Pretore di Mussomeli.
Con la costituzione, nel 1963, della Commissione parlamentare antimafia, i contadini assegnatari trovarono la forza di opporsi alle pretese dei mafiosi. Questi ultimi, però, riuscirono ad ottenere, dal Pretore di Mussomeli, il sequestro cautelativo dei beni agricoli. In seguito ad una serie di manifestazioni sindacali, l'ERAS, sempre nel 1963, procedette all'assegnazione definitiva delle quote agli aventi diritto. Molti di essi, tuttavia, continuarono ad incontrare serie difficoltà per entrare in possesso delle terre, a causa della reazione degli ex quotisti, sostenuti dalla mafia locale (v. Aa. Vv., 1976, pp. 184-185).
Sul piano repressivo, la mafia cominciò ad agire sin dal manifestarsi dei primi tentativi di riorganizzazione del movimento contadino.
Fino al 1946 essa cercò di arrestare in ambito locale il fermento di rivolta che agitava le campagne. In questa fase, pertanto, furono presi di mira coloro che, nei vari centri rurali, si erano impegnati nella organizzazione delle manifestazioni sindacali o che, semplicemente, si erano schierati con i contadini.
In alcuni casi, in effetti, l'intervento della locale cosca mafiosa riuscì ad annientare il nascente movimento popolare. Fu così a Trabia, A Belmonte Mezzagno ed a Baucina, tre comuni della provincia di Palermo.
La mafia della zona Trabia-Casteldaccia uccise, il 6 agosto 1944, l'organizzatore comunista Andrea Raia (U. Santino, 1995, p. 29), e, il 7 giugno 1945, il sindacalista Nunzio Passafiume. Quest'ultimo aveva diffuso in paese "idee di uguaglianza e giustizia e in molti (avevano cominciato) a dargli ascolto" (M. Cimino, in C. Pantaleone (a cura di), 1985, p. 24). Questi omicidi scoraggiarono in quella zona i tentativi di riscatto popolare e rafforzarono il dominio mafioso.
"Come dimostrano le successive cronache sindacali e i risultati elettorali, i mafiosi di Trabia dopo il delitto (Passafiume, N.d.a.) vissero abbastanza tranquilli per diversi anni" (M. Cimino, in C. Pantaleone (a cura di), 1985, p. 24).
La mattina del 2 novembre 1946, nelle campagne di Belmonte Mezzagno, i fratelli Giovanni, Vincenzo e Giuseppe Santangelo - tutti e tre contadini poveri (26) - stavano coltivando i sei tumuli di terra che da diversi anni conducevano, insieme, a terraggio. Quella mattina erano venuti ad aiutarli anche due figli di Giovanni: Andrea e Salvatore, rispettivamente di 15 e di 12 anni. All'improvviso, irruppero sul fondo ben tredici banditi armati. Ordinarono ai due ragazzi di allontanarsi e uccisero - sparando loro un colpo alla nuca - i tre fratelli Santangelo. Quale il movente di questa azione terroristica? Nel circondario circolò subito una voce, così riportata da un giornale del tempo:
" i fratelli Santangelo sono stati uccisi per terrorizzare tutti i contadini della zona (...) quelli del feudo sono i mandanti dell'eccidio" (M. Cimino, in C. Pantaleone (a cura di), 1985, p. 29).
A corroborare questa ipotesi vi erano i seguenti argomenti:
- poche settimane prima del delitto, i contadini di Belmonte Mezzagno iscritti alla Federterra avevano fondato una cooperativa per partecipare all'assegnazione del feudo Gulino, cui erano interessati anche i contadini di Misilmeri;
- i fratelli Santangelo erano iscritti alla Federterra;
- proprio il 2 novembre, a Misilmeri, avrebbe dovuto bandizzarsi l'avviso di una riunione di contadini per l'organizzazione dell'accesso al feudo Gulino; ma a causa del delitto, quella riunione non ebbe mai luogo.
"Appare dunque abbastanza evidente che proprio questo, mandare a monte l'azione sul feudo, fosse il vero scopo del terroristico eccidio " (M. Cimino, in C. Pantaleone (a cura di), 1985, p. 30).
A Baucina, il 21 dicembre 1946, fu assasinato Nicolò Azoti, segretario della locale Camera del lavoro. Questi aveva aiutato i contadini ad organizzarsi per chiedere in concessione il feudo Traversa. Per ciò, era stato minacciato dal gabelloto Biagio Varisco. "Il delitto rima(se) impunito e in paese il movimento contadino si dissol(se)" (U. Santino, 1995, p. 35).
Il più delle volte, comunque, con la violenza omicida la mafia non raggiunse lo scopo che si era prefissa. Le masse rurali, infatti, continuarono le loro battaglie ancora più motivate, ed il movimento contadino divenne sempre più esteso ed organizzato.
Ecco, qui di seguito, un elenco (27) degli attentati perpetrati dalla mafia negli anni '45 e '46, per ostacolare la crescita del movimento popolare.
Il 2 giugno 1945, furono sparati alcuni colpi di arma da fuoco contro Antonino Innati, segretario della Camera del lavoro di Vicari (Palermo).
L'11 settembre, fu ucciso, a scariche di lupara, Agostino D'Alessandro, segretario della Camera del lavoro di Ficarazzi (Palermo):
"La sua azione sindacale e politica aveva toccato uno dei punti più sensibili del potere mafioso nella zona dei giardini: l'acqua di irrigazione. D'Alessandro era un guardiano di pozzi e conosceva dal di dentro l'ingranaggio della sopraffazione esercitata dai padroni dei pozzi a danno dei coltivatori. Quando cominciò a denunciare il sistema lo invitarono a lasciar perdere quel tasto ma non se ne diede per inteso e continuò la sua campagna riuscendo ad eliminare alcuni fra i più sfacciati abusi. Fu allora che gli spararono" (M. Cimino, in C. Pantaleone (a cura di), 1985, p. 24).
Il 25 novembre, a Cattolica Eraclea (Agrigento), fu ucciso, in un conflitto a fuoco con i mafiosi, un altro segretario di una Camera del lavoro siciliana, Giuseppe Scalia. Nello scontro rimase ferito il vice-sindaco Aurelio Bentivegna.
Il 4 dicembre, a Ventimiglia (Palermo), fu assassinato il segretario della locale sezione del Partito comunista, Giuseppe Puntarello.
Il 16 maggio 1946, fu ucciso a colpi di rivoltella il sindaco socialista di Favara (Agrigento), Gaetano Guarino. Farmacista, questi si era schierato apertamente con i contadini ed i minatori del suo paese, appoggiandone le rivendicazioni. Nelle elezioni comunali del marzo 1946, aveva ottenuto molto successo e, pertanto, era stato eletto sindaco. Dopo l'insediamento, alcuni mafiosi gli avevano consigliato di essere <<tollerante>>, ma il Guarino aveva loro risposto che non avrebbe ceduto ad alcuna pressione. Nel corso della sparatoria fu ferita a morte anche una donna, Marina Spinelli, "probabilmente per un colpo male indirizzato" (M.Cimino, in C. Pantaleone (a cura di), 1985, p. 25).
Il 28 giugno, cadde un altro sindaco socialista, Pino Camilleri di Naro (Agrigento). A soli 27 anni, egli era già riconosciuto come capo contadino in una vasta zona a cavallo tra le province di Caltanissetta e Agrigento. Fu colpito dalla lupara mentre cavalcava da Riesi (Caltanissetta) verso il feudo Deliella,aspramente conteso tra gabelloti e contadini.
Il 22 settembre, a casa del segretario della Camera del lavoro di Alia (Palermo), si stava svolgendo una riunione di contadini per preparare l'occupazione dei feudi Riciura e Vaccotto, entrambi controllati da gabelloti mafiosi. Nel bel mezzo della discussione, dalla strada furono lanciate nel locale alcune bombe a mano, e furono sparati dei colpi di lupara: due contadini, Giovanni Castiglione e Girolamo Sciacca, morirono sul colpo, tredici rimasero feriti.
Il 22 ottobre, a Santa Ninfa (Trapani), fu assassinato Giuseppe Biondo. Mezzadro iscritto alla Federterra, aveva preso parte attivamente alle lotte per la ripartizione dei prodotti agricoli secondo le misure dettate dal decreto Gullo n. 311 (60% al mezzadro, 40% al padrone). Proprio per questo era stato sfrattato illegalemente dal proprietario del terreno da lui condotto a mezzadria. Ma al momento dei lavori autunnali, il Biondo ritornò sulla terra per coltivarla. Il padrone considerò "tale comportamento un affronto da far pagare con la morte" (U.Santino, 1995, p. 34).
Il 23 ottobre, il segretario della sezione comunista di Corleone, Michele Zangara, ricevette un chiaro avvertimento mafioso: la porta della sua abitazione fu bersagliata da alcuni colpi di arma da fuoco e fu incendiata.
Il 28 novembre, a Comitini (Agrigento), fu ucciso il contadino comunista Paolo Farina. Questi stava ritornando a piedi dalla vicina Aragona, dove era andato per creare un collegamento tra l'azione dei contadini del proprio paese con quella in atto nel principale centro della zona. In quello stesso periodo, "furono consumati attentati contro i dirigenti sindacali Cucchiara di Aragona e Severino di Joppolo" (M. Cimino, in C.Pantaleone (a cura di), 1985 p. 26).
Come si può vedere, tutti questi delitti furono consumati nella Sicilia occidentale, ed ebbero come vittime esponenti del Partito comunista e del Partito socialista. Le motivazioni di queste due circostanze sono abbastanza semplici.
Sia la mafia sia il movimento contadino (come ormai sappiamo) erano più forti e radicati nella Sicilia occidentale. Era logico, pertanto, che fosse questo il teatro dello scontro sanguinario. In particolare, il movimento contadino dell'immediato secondo dopoguerra si espresse nelle lotte per l'applicazione dei decreti Gullo, i quali avevano preso in considerazione solo i problemi dell'agricoltura estensiva, trascurando quelli dell'agricoltura intensiva ed avanzata; esso interessò, quindi, in particolar modo le zone latifondistiche della Sicilia occidentale (cfr. F.Renda, 1976, pp. 45-46).
Quanto al colore politico delle vittime, esso sispiega con il fatto che erano proprio i comunisti ed i socialisti a diffondere le idee più avanzate, a godere - per la loro esperienza - maggiore credito tra le masse, e ad organizzare le manifestazioni più importanti.
6. DALL'ASSASSINIO DI ACCURSIO MIRAGLIA ALLA STRAGE DI PORTELLA DELLA GINESTRA
Allorché la mafia si rese conto che, nonostante il suo intervento a livello locale, il movimento contadino continuava ad avanzare (sia fisicamente che organizzativamente), pensò fosse il caso di fronteggiare apertamente quella che era ormai una realtà regionale. Decise, pertanto, di muovere un attacco mirato, volto a colpire il movimento nei suoi punti nevralgici.
Rientrò in questa strategia l'omicidio del dirigente del Partito comunista siciliano Accursio Miraglia, avvenuto a Sciacca (Agrigento) il 4 gennaio 1947:
"(...) l'uccisione di Accursio Miraglia (...) (apparve) come la proclamazione aperta dell'intervento armato della mafia nell'ambito di una sfida a tutto spettro contro il movimento popolare e i partiti della sinistra, dopo che le uccisioni di dirigenti sindacali verificatesi nei territori mafiosi della Sicilia occidentale durante gli anni '45 e '46 avevano cercato di bloccare in ambito locale l'iniziativa politica delle sinistre e lo sviluppo organizzativo del movimento contadino" (M. Cimino, in C. Pantaleone (a cura di), 1985, pp. 21-22).
Accursio Miraglia faceva parte di quella borghesia impegnata nel commercio che nel 2° dopoguerra sostenne il movimento popolare, ponendosi, anzi, sovente, alla sua guida. Il Miraglia era: segretario della Camera del lavoro del circondario di Sciacca; membro del direttivo della Federazione comunista di Agrigento; componente della Commissione per la concessione delle terre incolte, presso il tribunale di Sciacca; amministratore dell'ospedale locale (F. Renda, 1990c, p. 271).
Egli era uno dei dirigenti "più amati e seguiti del movimento contadino siciliano, un vero capopolo" (M. Cimino, in C. Pantaleone (a cura di), 1985, p. 17). Nella sua zona aveva promosso e diretto importanti manifestazioni sindacali (basti ricordare la grande cavalcata del settembre '46), ed occupazioni di terre. Un contadino di Sciacca rievocò così i momenti esaltanti vissuti in quegli anni:
"La prima occupazione fu per il feudo di Santa Maria che l'avevano due o tre in mano, in gabella, allora; in base alla legge delle terre malcoltivate, si fece l'occupazione per levarcelo, e darlo a spezzoni (...) Miraglia disse nella cooperativa che si occupava il feudo, l'idea era sua, che lui era il capo (...) Allora tutta questa gente erano braccianti e non avevano cavalli; erano a piedi e con le biciclette, si riunivano con quelli dell'agricoltura che avevano muli, carrozzini e carretti e tutta questa popolazione si era organizzata a cavallo o sui carri. Chi era a piedi (chi) era sulle biciclette. Miraglia si mise a cavallo (...) ed era alla testa. Erano più di millecinquecento fra i braccianti e i piccoli proprietari di Sciacca, e erano tutti in allegria, tutti contenti che occupavano le terre. Non c'era scopo di fare danni: matanta gente non capiva che cosa era, non capiva che la terra se ci sono spezzoni grossi, non frutta niente. Quando hanno ottenuto la terra, la gente si è rinforzata, si è incoraggiata, e si è preparata ad altre cavalcate" (28).
L'omicidio di Accursio Miraglia scatenò una reazione popolare e politica senza precedenti. In tutta Italia,i lavoratori scesero in massa nelle strade, per manifestare la propria rabbia e la propria voglia di riscatto. Il Partito comunista e la CGIL nominarono due distinte commissioni d'inchiesta per fare luce sul delitto. L'Alto Commissario Selvaggi impartì severe e precise direttive alla polizia affinché fossero individuati ed arrestati gli assassini.
Fu dovuto, molto probabilmente, proprio alla forte pressione popolare se si verificò allora quello che non si era mai verificato prima, vale a dire che le autorità investigative riuscissero a scoprire tutti i colpevoli ed i retroscena (movente, mandanti, esecutori, compenso pattuito) di un delitto di mafia.
Il 15 aprile 1947, la Questura di Agrigento emise un comunicato pubblico, con il quale - oltre a rendere noti i problemi incontrati nel corso delle indagini, i fatti accertati ed i nomi degli arrestati - indicò la motivazione dell'omicidio:
"(...) la causale del delitto deve attribuirsi a vendetta contro il Miraglia per la intensa azionesindacale da lui svolta per l'assegnazione delle terre incolte quale segretario della Camera del lavoro di Sciacca" (M. Cimino, in C. Pantaleone (a cura di), 1985, p. 19).
Purtroppo, dopo otto mesi, il clima di entusiasmo,che questo comunicato aveva creato, cessò di colpo: la Corte d'Appello di Palermo (che aveva avocato a sé l'indagine), con sentenza istruttoria prosciolse, con formula piena, tutti gli accusati, poiché due di essi avevano ritrattato le dettagliate confessioni rese - affermarono davanti al giudice - sotto tortura alla polizia. L'autorità giudiziaria, avviò un procedimento penale a carico degli ufficiali di polizia accusati di sevizie. Ma, nel 1951, anche questi furono assolti in istruttoria <<perché il fatto non sussiste>>.
Una volta chiarito che le confessioni rese dagli accusati del delitto Battaglia non erano state estorte dagli inquirenti bensì erano state spontanee, per logica si sarebbe dovuto riaprire l'inchiesta. Ma ciò non avvenne. Per cui, continuarono ad esserci due sentenze in evidente contrasto una con l'altra, e gli assassini di Battaglia - così come, del resto, gli assassini degli altri sindacalisti siciliani - rimasero impuniti.
Tutto questo fa il paio con i secoli di galera inflitti ai contadini, colpevoli di avere occupato indebitamente i feudi incolti, e ci dimostra come, in quegli anni, la magistratura svolgesse
"un suo ruolo importante, tutto teso alla protezione degli interessi dei gabelloti mafiosi e degli agrari, per aiutarli a difendere la rendita parassitaria e, comunque, a limitare al massimo i danni delle riforme" (G. Di Lello, 1994, p. 55).
Le vicende del delitto Battaglia ci danno lo spunto per parlare anche di un altro problema: il diverso atteggiamento tenuto dalle forze politiche e sociali di fronte al fenomeno mafioso.
Lo stillicidio degli attentati mafiosi contro i capi contadini suscitò reazioni varie. Mentre il PC ed il PSI reagivano rafforzando la propria organizzazione ed il proprio impegno in favore delle masse rurali, i partiti di centro-destra sottovalutavano la gravità di ciò che stava accadendo nelle campagne siciliane.
Impegnate com'erano nello scontro politico, e nel tentativo di guadagnare terreno rispetto alle sinistre (in un clima che cominciava ad assomigliare a quello rovente di una campagna elettorale), le forze moderate non manifestarono la propria solidarietà alle vittime e non si dimostrarono disponibili a costituire (tra le varie forze politiche) un fronte comune contro la criminalità.
Di certo, su questo atteggiamento influirono due importanti circostanze: il terrorismo mafioso, almeno fino ad allora, si era scatenato solo contro gli esponenti della sinistra, senz'altro i più impegnati nella lotta contro il blocco agrario-mafioso; la "montante psicosi dell'anticomunismo" (F. Renda, 1990c, p. 274).
La mafia, in fondo, contribuiva, a modo suo, a porre un freno all'avanzata del comunismo. Pertanto, opporsi ad essa avrebbe voluto dire, "secondo la filosofia del tempo, (...) fare il gioco del nemico" (F. Renda, 199oc, p. 274). Per di più (come abbiamo visto nel paragrafo 2), a partire dalla metà del 1946, in seguito al tramonto del separatismo, la DC, il PLI ed il PM avevano cominciato ad assorbire gran parte delle forze reazionarie che avevano appoggiato quel movimento. Tra queste, come sappiamo, vi erano anche numerosi mafiosi.
I comunisti, i socialisti, le organizzazioni sindacali e cooperative, i dirigenti ed i militanti del movimento popolare siciliano, furono lasciati soli nella sanguinosa battaglia contro il sistema di potere mafioso; ma soli furono lasciati anche gli esponenti della sinistra del partito democristiano, e tutti quei cattolici che lottarono a fianco dei contadini, o che si oppossero alla ingerenza dei <<mammasantissima>> nelle organizzazioni locali della Dc (29).
Purtroppo, neanche all'interno dello stesso movimento contadino, i <<rossi>> ed i <<bianchi>> seppero superare le divergenze di odine ideologico che li separavano, e mettere insieme le proprie forze contro il comune nemico. Nel corso del 1947, anzi la divisione tra i due schieramenti sarebbe diventata ancora più netta. Tutto questo, logicamente, non faceva che avvantaggiare la controparte mafiosa (30).
Comunque, i ripetuti omicidi dei sindacalisti non fecero arretrare il movimento contadino nel suo complesso. Al contrario, essi scatenarono una sorta di controreazione popolare. L'uccisione di Accursio Miraglia, in particolare, rappresentò una vera e propria svolta.
"Sull'onda dell'emozione, fu un accorrere di nuove leve di militanti, soprattutto di giovani studenti che lasciarono la scuola o l'università, per prendere nel movimento il posto lasciato vuoto dallo scomparso. Ma fu anche un vigoroso risveglio delle iniziative politiche e sociali" (F. Renda, 1990c, p. 274).
Fu proprio dopo il 4 gennaio 1947 che le sinistre costituirono due importanti organizzazioni regionali: la Federterra, "che divenne il centro motore del movimento di lotta nelle campagne" (F. Renda, 1990c, p. 274); e l'Unione Siciliana delle Cooperative Agricole (USCA), alla quale aderirono ben presto 153 cooperative, alle quali l'USCA garantì l'assistenza economica, tecnica, finanziaria e legale (v. F. Renda, 1979, pp. 123-125). La nascita di questi due organismi rinforzò il movimento cooperativo, che proprio nei primi mesi di quell'anno raggiunse dei buoni risultati.
All'inizio del 1947, vi era stata a Roma la cosiddetta scissione di palazzo Barberini: Saragat, insieme ad un gruppo di seguaci filo-occidentali, aveva abbandonato il PSIUP (legato al PC da un patto di unità d'azione) ed aveva fondato il Partito socialdemocratico (di orientamento anticomunista). In Sicilia, questa scissione non aveva avuto molto seguito. Perciò, il movimento contadino era rimasto unito, e le sinistre, per contrapporsi con maggiore forza all'offensiva agrario-mafiosa, decisero di presentarsi compatte alle elezioni del 20 aprile, per la prima Assemblea Regionale Siciliana.
La mafia temette questa mossa e partecipò <<attivamente>> alla delicata ed importante campagna elettorale:
"(Il) 16 aprile, a Piana dei Greci (o degli Albanesi, in provincia di Palermo) due bombe (vennero) lanciate contro la casa del consigliere comunale comunista Giuseppe Macaluso. Il giorno dopo a Palermo bombe (vennero) scagliate contro alcune sezioni del PCI" (U. Santino, 1995, p. 36).
Nell'arena politica, quindi, si ripeté lo scontro che aveva insanguinato le campagne: da una parte vi erano coloro che difendevano gli interessi delle masse contadine; dall'altra chi desiderava che quegli interessi non venissero neanche espressi.
Anche l'apparato repressivo statale sembrò intervenire a sostegno delle forze della reazione. Mentre nella Sicilia occidentale queste ultime potevano contare sulla repressione della mafia, "nella Sicilia senza mafia" (M. Cimino, in C. Pantaleone (a cura di), 1985, p. 22) esse si affidarono alla <<Benemerita>>: il 17 marzo, a Messina, durante uno sciopero contro il carovita i carabinieri spararono - al grido di <<Avanti Savoia>> - sulla folla radunata davanti alla Prefettura, causando la morte di 2 manifestanti ed il ferimentodi altri 15 (U.Santino, 1995, p.36) (31).Ministro dell'Interno era allora il democristiano Mario Scelba, che avrebbe ricoperto questa carica ininterrottamente fino al 1953 (32).
Nonostante l'imponente schieramento di forze a loro contrarie, la scelta di unità fatta dai partiti della sinistra risultò vincente. Il Blocco del Popolo, che riuniva il PC, il PSI ed un gruppo considerevole di indipendenti di sinistra, con 591.580 voti (il 30% del totale), ottenne 29 seggi su 90, conquistando la maggioranza relativa dell'Assemblea. La DC ottenne il 21% dei voti e 20 seggi (nelle elezioni del 2 giugno '46 aveva ottenuto il 33,62%; F. Renda, 1990c, p. 276).
Questa vittoria era frutto del movimento contadino. Buona parte dei voti, infatti, fu raccolta nelle campagne che avevano visto i lavoratori della terra ribellarsi al giogo dei proprietari terrieri. Nelle liste del Blocco del Popolo, del resto, erano candidati anche alcuni dei dirigenti che avevano guidato queste lotte (33).
Già nell'anno precedente, comunque, il movimento contadino aveva fatto sentire il suo peso politico. Le elezioni amministrative che si erano tenute in marzo erano state influenzate dai risultati che le masse rurali avevano ottenuto sui feudi. Così,
"(...) le sinistre (avevano) conquista(to) quasi tutte le amministrazioni comunali dei paesi nei quali erano state conquistate le terre dei latifondi, mentre (avevano perso)
le competizioni elettorali in quasi tutti i paesi nei quali il movimento contadino era stato represso sul nascere, oppure era venuta a mancare la mobilitazione delle masse nella lotta per la terra" (M. Pantaleone, 1984, p. 103).
Anche i risultati del referendum istituzionale del 2 giugno '46 avevano messo in luce il fermento rivoluzionario che animava l'entroterra siciliano: la repubblica ottenne più voti in campagna che in città (a livello regionale, come si sa, vinse la monarchia con il 64,7% dei voti).
Le popolazioni rurali, dunque, dimostrarono in diverse occasioni di essere politicamente più avanzate delle popolazioni urbane!
Le sorti stesse dei partiti di sinistra siciliani, soprattutto del PC, sembrarono essere legate a quelle del movimento contadino, visto che gran parte dei loro sforzi organizzativi furono concentrati nelle campagne. Nelle città, al contrario, essi non misero salde radici (v. F. Renda, 1976, pp. 51-52 e 65-66).
La vittoria del Blocco del Popolo fu colta dagli agrari e dai mafiosi come una seria minaccia per il proprio potere. Ai secondi, in particolare, fu chiaro che quel che metteva veramente in pericolo la perpetuazione dei propri sistemi non era l'azione delle forze dell'ordine - "che comunque era sempre possibile imbrigliare e frenare" (M. Pantaleone, 1984, p. 103) - bensì la lotta unitaria dei contadini e la "capacità di penetrazione nelle campagne delle
organizazioni sindacali e cooperativistiche controllate dai partiti di sinistra" (M. Pantaleone, 1984, pp. 103-104).
Il successo elettorale delle sinistre in Sicilia, ovviamente, turbò molto anche il partito democristiano (appoggiato dalla Chiesa e dal mondo cattolico), sempre più dubbioso sulla opportunità di continuare a governare il Paese con le sinistre; anche perché esso si verificò in una fase particolarmente delicata della politica internazionale.
Il 12 marzo era nata la <<dottrina Truman>>, secondo la quale gli Stati Uniti avrebbero dovuto opporre resistenza alla espansione dell'area di influenza dell'Unione Sovietica: di fatto, era iniziata la <<guerra fredda>> tra le due maggiori potenze mondiali. E l'Italia si stava legando (tramite la DC) sempre più agli USA.
Mafiosi, agrari e forze politiche di centro-destra, dunque, pensarono fosse necessario, e urgente, arrestare la preoccupante ascesa dei comunisti in Sicilia.
Fu in questa ingarbugliata situazione politica che il 1° maggio 1947 avvenne la strage di Portella della Ginestra. Questa località si trova a pochi chilometri da Piana degli Albanesi, San Giuseppe Jato, e San Cipirello. Sin dal tempo dei Fasci dei lavoratori, ogni Primo maggio (escluso il periodo fascista), i contadini di questi tre paesi dell'entroterra palermitano erano soliti recarsi in questa valle per celebrare la festa del lavoro. Essi portavano con sé le donne ed i bambini, e accanto ad un grosso masso - noto come <<masso di Barbato>>, poiché nel secolo scorso dalla sua cima aveva parlato l'amato dirigente del Fascio di Piana - ascoltavano i discorsi dei loro dirigenti, suonavano i loro tipici strumenti (34) e mangiavano.
In quell'anno i contadini avevano un motivo in più per festeggiare: il successo elettorale del 20 aprile. Nel bel mezzo della manifestazione, quando iniziò a parlare il segretario della sezione socialista di San Giuseppe Jato, dalle colline circostanti si riversò sulla folla una pioggia di proiettili (sparati con mitra e fucili; furono rinvenuti più di 800 bossoli) e granate. Furono colpiti a morte: "Margherita Clesceri, Giovanni Crifò (di 12 anni), Giorgio Cusenza, Castrense Intravaia, Vincenzina La Fata (di 8 anni), Serafino Lascari (di 15 anni), Giovanni Megna, Francesco Vicari".
Morirono in seguito, per le ferite riportate:
"Vito Alotta, Lorenzo Di Maggio (di 7 anni), Filippo Lascari, e Filippo Di Salvo" (U. Santino, 1995, p. 36).
I feriti furono 27 (G. Di Lello, 1994, p. 60)."(...) chi aveva vinto le elezioni aveva perduto il diritto alla vita (M. Genco, 1996, p. 5).
A sparare sui contadini furono Salvatore Giuliano e gli uomini della sua banda, su mandato di agrari, mafiosi e politici reazionari ad essi legati.
Ai morti su elencati ne vanno aggiunti altri: Emanuele Busellini, un campiere di un feudo vicino, per aver visto i banditi in azione, fu sequestrato, ucciso e gettato in un pozzo; il 3 maggio, degli agenti impegnati nella ricerca dei colpevoli furono coinvolti in un incidente stradale, 2 di essi morirono, 26 rimasero feriti (U. Santino, 1995, pp. 36-37).
Nel dibattito che si tenne all'Assemblea Costituente il giorno dopo la strage, il ministro dell'Interno Scelba affermò - senza attendere neanche che si aprisse l'indagine - che si era trattato di un episodio circoscritto e senza movente né mandanti politici.
Ciò facendo, il rappresentante democratico cristiano non poteva arrecar maggior violenza alla intuitiva e irrefutabile verità né portare più atroce offesa al sentimento di dolore e di giustizia di milioni di italiani" (F. Renda, 1990c, p. 282).
Al contrario, Girolamo Li Causi dichiarò al suddetto dibattito ed alla Assemblea Regionale, che la strage
"si inseri(va) in una campagna contro le sinistre e il movimento contadino condotta con tutti i mezzi e denun(ciò) la complicità delle istituzioni" (U. Santino, 1995, p. 37).
Li Causi mosse delle pesanti accuse all'ispettore di polizia Messana - il quale intratteneva rapporti con la banda Giuliano - ritenendolo il manovratore del banditismo politico (U. Santino, 1995, p. 37).
La CGIL (Confederazione Generale Italiana del Lavoro), che riuniva ancora le varie correnti sindacali (la scissione sarebbe avvenuta nel luglio 1948), certa della valenza politica dell'attentato e della presenza di mandanti altolocati, proclamò lo sciopero generale.
La divergenza tra DC e partiti della sinistra circa l'interpretazione da dare alla strage di Portella della Ginestra non poteva essere più netta. Questo irrigidì ulteriormente il rapporto tra i due schieramenti e rese ancora più difficile la situazione politica regionale e nazionale. Le conseguenze politiche furono, pertanto, proprio quelle auspicate dagli autori del delitto: sia a livello regionale che nazionale le sinistre furono estromesse dal governo della cosa pubblica.
Il 13 maggio, De Gasperi aprì una crisi di governo, con la malcelata intenzione di escludere il PC ed il PSI. Il Presidente del Consiglio, guarda caso, era da poco rientrato da un viaggio negli Stati Uniti. Il 9 giugno la crisi si concluse con la fine deigoverni di coalizione e la formazione di un governo di centro-destra.
In Sicilia, il nuovo parlamento regionale si insediò il 25 maggio. Il Blocco del Popolo aveva sì vinto le elezioni ma, avendo ottenuto solo la maggioranza relativa dei seggi, per governare avrebbe avuto bisogno del sostegno dei 20 deputati democristiani. Questa soluzione, sin dalle prime sedute, apparve impraticabile. La DC, quindi, divenne la vera arbitra della situazione. Così, stravolgendo e tradendo i risultati del 20 aprile, si giunse alla costituzione di un governo di centro-destra e alla elezione del democristiano Giuseppe Alessi (35) alla carica di Presidente della Regione (36).
Nonostante questo, in Sicilia la strategia di attacco contro i partiti della sinistra (soprattutto contro il PC) continuò. D'altronde, bisognava prevenire un eventuale successo delle sinistre alle future elezioni per il primo Parlamento della Repubblica italiana.
Tra le 22 e le 23 del 22 giugno 1947, furono assaltate con mitra, bombe a mano e benzina, le sezioni del Partito comunista di Partinico e Borgetto, e le sedi della Camera del lavoro di Carini e San Giuseppe Jato; il giorno dopo fu la volta della sezione del PC di Cinisi, e della sezione del PSI di Monreale (tutti questi paesi sono in provincia di Palermo). A Partinico l'azione terroristica provocò la morte di 2 persone ed il ferimento di altre 5 (U. Santino, 1995, p.38); a Carini il bilancio fu ancora più pesante: 4 morti e 7 feriti (O. Barrese, 1973, p. 15).
Anche questi attacchi furono eseguiti dalla banda Giuliano. Ad ordinarglieli furono, molto probabilmente, le stesse persone che avevano ordito la strage del 1° maggio.
Il 12 giugno 1950 iniziò il processo - svoltosi a Viterbo, per legittima suspicione - contro Salvatore Giuliano (latitante, il 5 luglio sarebbe stato trovato morto, ma di questo parlemo più avanti) e la sua banda. La Corte d'Assise di Viterbo si limitò a giudicare gli esecutori della strage di Portella della Ginestra e degli attentati alle sedi del PC, escludendo - quanto meno giudiziariamente - l'esistenza di motivazioni e mandanti politici o mafiosi.
La sentenza di condanna, emessa il 3 maggio 1952, a parere del giudice Giuseppe Di Lello (1994, p. 59), "può veramente considerarsi <<storica>>". Da essa traspare chiaramente lo sforzo fatto dai giudici per attribuire tutta la responsabilità dell'accaduto alla banda Giuliano, e per assolvere qualunque personalità politica fosse stata coinvolta nel processo. Dietro questo <<processo>> - questo sì davvero <<politico>> - vi era la necessità di cautelare l'equilibrio politico moderato che era stato raggiunto dai partiti alla guida del Paese.
"La sentenza ha un'importanza fondamentale tesa com'è ad escludere qualsiasi movente politico o connessione con uomini politici, in linea con la necessità di non destabilizzare la nascente repubblica con una statuizione che potrebbe mettere subito in discussione la legittimità del nuovo potere centrista" (G. Di Lello, 1994, p. 61).
L'azione giudiziaria risultò funzionale agli obiettivi dell'azione delittuosa. Questa complementarietà tra strage e processo, così come l'intera vicenda di Portella della Ginestra, avrebbe rappresentato un modello da imitare ogni qual volta l'incertezza della situazione politica lo avesse richiesto (cfr. U. Santino, 1995, pp. 8-9).
(Quella di Portella della Ginestra fu) una strage modello, nelle finalità stabilizzanti e nell'occultamento delle responsabilità politiche; segn(ò) l'inizio dell'era repubblicana in Sicilia e in Italia e a tale modello (sarebbero state) ispirate le altre stragi che (sarebbero seguite), groviglio di collusioni tra politici, servizi deviati (anzi, orientati), criminali comuni, centri istituzionali (...)
Una volta sperimentata in concreto l'utilità di una strage e di tutti i delitti che le hanno fatto da contorno, diventa politicamente ingenuo non ricorrere allo stesso meccanismo ogni qual volta la tenuta della classe dirigente sembra vacillare" (G. Di Lello, 1994, p. 58).
7. LE RIPERCUSSIONI DELLA SVOLTA POLITICA DEL '47 SUL MOVIMENTO POPOLARE
Gli stravolgimenti politici regionali e nazionali del maggio '47 ebbero ovvi contraccolpi sul movimento contadino siciliano.
Con la rottura del patto unitario tra le forze antifasciste, cessò anche all'interno del movimento ogni forma di collaborazione tra <<bianchi>> e <<rossi>>. Così, mentre fino alla metà del 1947 le cooperative socialcomuniste e democristiane avevano, per lo più, lottato insieme per la conquista dei latifondi incolti, ed erano riuscite a trovare degli accordi per la ripartizione degli stessi, a partire dall'estate di quell'anno si scatenò una forte e dannosa concorrenza tra i due schieramenti.
Anche l'atteggiamento delle autorità preposte all'assegnazione delle terre cominciò a cambiare. Se prima del '47 esse avevano distribuito la terra basandosi su criteri obiettivi (numero dei soci della cooperativa e loro condizione economica), adesso iniziavano a discriminare le cooperative in base al loro colore politico (F. Renda, 1979, pp. 114 e 122-123). Le Commissioni provinciali per la concessione delle terre incolte, istituite presso i tribunali, che non si allineavano con gli indirizzi governativi venivano, in genere, sciolte. Per il movimento sindacale iniziò un periodo molto difficile.
Alla fine dell'estate riprese con vigore il movimento di occupazione delle terre. Il presidente della Regione Alessi, ritenendo l'invasione degli ex feudi un atto che turbava l'ordine pubblico, ordinò alla polizia di sgomberare con la forza le terre occupate dai contadini.
Il 16 settembre il governo De Gasperi promulgò un decreto legislativo che fissava le norme sul massimo impiego di manodopera agricola. In base a tale decreto i proprietari terrieri erano obbligati ad effettuare sui loro fondi dei lavori di manutenzione, di miglioria e di trasformazione; per far ciò essi dovevano necessariamente impiegare un certo numero di braccianti disoccupati (P. La Torre, 1980, pp. 27-29). A <<costringere>> il Governo a questo provvedimento era stato un imponente e lungo sciopero organizzato dai braccianti della Valle Padana.
Il decreto sull'imponibile di manodopera venne a completare la legislazione agraria in vigore, che, come sappiamo, aveva sostanzialmente trascurato le problematiche del proletariato agricolo. In Sicilia esso ebbe l'effetto di coinvolgere nel movimento contadino i salariati delle zone costiere, i quali, nel secondo dopoguerra, non avevano ancora lottato per nessuna rivendicazione (i braccianti dell'entroterra, di contro, avevano partecipato in massa all'occupazione dei feudi).
Gli <<jurnatara>>, organizzati in granparte dai comunisti, costituirono delle squadre di lavoro e andarono a coltivare le terre degli agrari, senza aspettare che questi rispettassero le nuove norme. Questo loro atto di forza, però, non ebbe il beneplacito delle autorità. Pertanto, molti contadini furono arrestati.
Verso la fine del 1947, per protestare contro la politica autoritaria seguita dai governi regionale e nazionale, le sinistre organizzarono nell'Isola degli scioperi di carattere provinciale e interprovinciale. Ma il ministro dell'Interno Scelba fece sciogliere con la forza queste pacifiche dimostrazioni. In alcuni casi le forze di polizia ricorsero alle armi da fuoco:
- il 18 dicembre, a Palermo, le forze dell'ordine caricarono con le autoblindo la folla in sciopero, ferendo diverse persone; furono pestati a sangue anche un deputato regionale del Blocco del Popolo (Michele Semeraro) ed il sindacalista Filippo Denaro;
- il 21 dicembre, a Canicattì, le forze dell'ordine spararono contro i dimostranti: morirono Giuseppe Amato, Salvatore Lauria e Giuseppe Lupo; nello stesso giorno si registrò un altro morto a Campobello di Licata (U. Santino, 1995, p. 38).
Ai militanti ed ai dirigenti di sinistra uccisi dalla mafia (37) e dai banditi si aggiunsero, dunque, quelli caduti per la violenta reazione governativa. Per di più, alla aperta repressione poliziesca, seguirono migliaia di arresti e dure condanne.
"la condizione del militante di sinistra divenne tale che, uscendo la mattina di casa, non sapeva se la sera sarebbe rientrato: il rischio cui andava incontro era l'agguato mafioso o l'aggressione poliziesca, prendendo nell'un caso o nell'altro la via del cimitero o quella del carcere" (F. Renda, 1976, p. 68).
Il 12 gennaio 1948, in coincidenza con il giorno del centenario della rivoluzione palermitana del 1848, si riunì nel capoluogo siciliano la cosiddetta <<Costituente contadina>>. Questa era stata organizzata dalla sinista siciliana, nell'ambito di una campagna nazionale del PCI volta a creare una organizzazione - la <<Costituente per la terra>> (v. F. Renda, 1980, pp. 100-104) - distinta da quella sindacale e da quella partitica, che riuscisse a coinvolgere il maggior numero di persone (anche artigiani, intellettuali, piccolo-borghesi ecc.) (38) nella lotta per la riforma agraria generale.
Alla manifestazione siciliana - che mostrò un carattere massimalista - parteciparono diverse decine di migliaia di contadini ("Forse cinquantamila, forse più", F. Renda, 1976, p. 99), confluiti a Palermo da tutta l'Isola; la parola d'ordine fu <<faremo il '48>>.
"L'avvenimento merita di essere ricordato come segno della capacità di reazione e di mobilitazione politica del movimento organizzato" (F. Renda, 1976, p. 68).
Sottolinea lo storico Francesco Renda (1976, p. 69) - il quale partecipò attivamente al movimento contadino di quegli anni - che il massimalismo mostrato in quell'occasione
"era solo di facciata, e rifletteva le crescenti difficoltà, suscitate dal rovesciamento della situazione politica generale e dal progressivo isolamento in cui veniva a trovarsi il movimento contadino, sempre più stretto in una morsa dal blocco d'ordine che si andava costituendo. Sarebbe stato peggio, se in presenza dell'attacco avversario non avesse reagito con tanta foga".
8. LA <<CAMPAGNA ELETTORALE>> DELLA MAFIA PER LE ELEZIONI POLITICHE DEL 18 APRILE 1948: GLI OMICIDI DI EPIFANIO LI PUMA, PLACIDO RIZZOTTO E CALOGERO CANGELOSI
La lotta elettorale che si combatté in Italia nei primi mesi del 1948 fu, sicuramente, la più dura della storia della Repubblica. Circostanze interne (la cacciata delle sinistre dal governo, l'intervento della Chiesa e degli americani in favore della DC), e internazionali (la divisione del mondo in due blocchi contrapposti, il Piano Marshall, l'intervento dell'U.R.S.S. in Cecoslovacchia), trasformarono la consultazione del 18 aprile in una sorta di referendum pro o contro il comunismo.
In Sicilia, il fronte anticomunista, oltre che sul sostegno del clero, dei ceti abbienti, dei siculo-americani e dell'apparato repressivo statale, poté contare sull'intervento sanguinario della mafia.
Durante quella tesa campagna elettorale, caddero altri tre valorosi dirigenti del movimento contadino: Epifanio Li Puma, Placido Rizzotto e Calogero Cangelosi. Tutti e tre erano impegnati nella lotta per il rinnovamento sociale e politico della loro terra ed appartenevano al Partito socialista. Circostanze, queste, non casuali. Con la loro eliminazione la mafia volle lanciare un macabro messaggio ai dirigenti socialisti siciliani che condannavano la scissione socialdemocratica, e che si battevano per mantenere unito il proprio partito ed il movimento contadino (39).
"Si volle far capire così, col linguaggio inequivocabile della lupara e della morte, che la strada dell'unità popolare e delle lotte per la terra metteva a repentaglio la stessa sopravvivenza fisica dei suoi protagonisti" (D. Paternostro, 1992, p. 29).
Epifanio Li Puma, era il segretario della Camera del lavoro di Petralia Sottana (Palermo). Era stato tra gli organizzatori del movimento di occupazione delle terre incolte del circondario, e si era opposto all'ingresso di alcuni mafiosi nella cooperativa <<La Madre Terra>>. Fu ucciso il 2 marzo, nel fondo Raffo di Petralia Soprana. A decidere la sua morte furono i grossi agrari della zona; ma l'inchiesta fu archiviata (U. Santino, 1995, p. 39).
Placido Rizzotto, aveva 33 anni quando, la sera del 10 marzo 1948, scomparve dal suo paese, Corleone.
Questo paese dista 56 chilometri da Palermo, ma per la sua posizione geografica - 542 metri sopra il livello del mare, circondato da fitti boschi e alte montagne - risultava allora di difficile accesso e, quindi, <<lontano>>, anche per stile di vita, dal capoluogo isolano.
Nel secondo dopoguerra esso contava circa 14.200 abitanti, dediti in gran parte alla agricoltura ed alla pastorizia. Così come negli altri paesi dell'entroterra, l'economia corleonese era di pura sussistenza, e si basava sullo sfruttamento,da parte di poche famiglie di latifondisti (che dimoravano per lo più a Palermo), del lavoro dei braccianti e dei contadini poveri, che costituivano la maggior parte della popolazione. Questo sistema si reggeva sulla violenta intermediazione dei gabelloti e dei campieri mafiosi, i quali avevano preso in affitto e controllavano i feudi del vasto territorio del paese (che si estendeva per circa 22 mila ettari), "stringendo gli stessi proprietari terrieri in una morsa soffocante da cui diventava impossibile sottrarsi" (D. Paternostro, 1992, p. 25).
I contadini corleonesi che volevano sfuggire al loro misero destino avevano due possibilità contrapposte: entrare a far parte di una delle 64 cosche mafiose (D. Paternostro, 1994, p. 67) che, sotto la guida del dott. Michele Navarra, tenevano in pugno il paese (40); o seguire le orme di quei coraggiosi concittadini - Bernardino Verro in testa - che sin dal 1892 (anno di costituzione del Fascio dei lavoratori di Corleone) si erano organizzati in associazioni per rivendicare migliori condizioni di vita, scontrandosi duramente con la mafia. Fu proprio grazie alla intraprendenza di questi ultimi che Corleone, nota sin dall'inizio del secolo come "la sede della cassazione della mafia siciliana" (41), era diventata anche (come abbiamo visto nei precedenti capitoli) "la capitale politica e morale del movimento contadino siciliano" (F. Renda, 1990a, p. 194).
Tra i giovani corleonesi che negli anni Quaranta scelsero la strada del crimine troviamo dei nomi che, ahinoi, sarebbero diventati tristemente famosi per la loro scalata ai vertici di Cosa Nostra. Prma di tutti, Luciano Liggio, campiere del feudo Strasatto, e capo diuna feroce banda di <<bravi>> che sarebbe stata al servizio del dottore Navarra fino al 1958, anno in cui "Lucianeddu" (P. Buongiorno, 1993, p. 37) decise di eliminare il capomafia di Corleone, per prenderne il posto. Tra i <<picciotti>> (circa una ventina) di Liggio vi erano Bernardo Provenzano, Leoluca Bagarella e Totò Riina. Costui nel giro di quarant'anni sarebbe diventato, con i propri spietati sistemi (che gli valsero il soprannome di <<la belva umana>>), il capo indiscusso della mafia siciliana, trasformando Cosa Nostra in "Cosa Sua" (P. Buongiorno, 1993, p. 138).
"Nel feudo siciliano stavano nascendo i Corleonesi, razza eletta della specie criminale, la più maledetta delle stirpi che scatenerà odio per un altro mezzo secolo. Nelle campagne arse di Strasatto stavano crescendo i Contadini che avrebbero conquistato Palermo e, con Palermo, Cosa Nostra.
(...) Totò non era uno dei tanti. Era il più astuto. Il più crudele. Il più freddo. Il più diabolico. Era il più Corleonese dei Corleonesi. Il suo istinto lo spingeva lontano. Fuori dal paese. Oltre il latifondo. Lui sapeva già allora quale era la forza sua e la forza di quelli come lui. Totò Riina l'aveva nel sangue la voglia di possedere la Sicilia" (A. Bolzoni, G. D'Avanzo, 1993, p. 19).
Dall'altra parte della barricata troviamo, invece, il socialista Placido Rizzotto. Partito per la guerra all'età di 26 anni, dopo l'armistizio fece al Nord l'esperienza partigiana, che contribuì a far maturare in lui una forte coscienza democratica. Ritornato al suo paese verso la fine del 1945, contribuì subito alla rinascita del glorioso movimento contadino corleonese; questo - dopo la sconfitta del fascismo e dopo l'emanazione dei decreti Gullo - aveva ricominciato ad organizzarsi, costituendo due nuove cooperative agricole la <<Saclà>> e la <<B. Verro>>, e rimettendo in funzione la cooperativa <<Unione agricola>> fondata nel 1906 da Bernardino Verro. Eletto segretario della Camera del lavoro, si impegnò (42) nella organizzazione e nella guida delle prime battaglie per la terra, "ponendosi in prima fila nella lotta contro la mafia e il feudo" (D. Paternostro, 1992, p. 29).
"Placido Rizzotto (...) nei suoi comizi e nelle assemblee faceva cenno alla grave situazione creata dal Liggio e dagli altri gabellotti nelle terre del corleonese, e ogni volta incitava i contadini a denunnziare Liggio ed i suoi protettori ai carabinieri" (M. Pantaleone, 1984, p. 111).
Pur avendo, in sostanza, carattere simbolico, le occupazioni del 1946 fruttarono alle cooperative agricole corleonesi la concessione dei feudi <<Donna Giacoma>> e <<Drago>>. Queste lotte, e quelle seguenti, si svolsero sotto la direzione delle strutture politiche e sindacali di sinistra, visto che
"La presenza cattolica a Corleone, seppur rilevante, non riuscì ad esprimere un reale movimento popolare capace di collegarsi con i bisogni delle masse contadine. Ciò costituì un limite negativo non indifferente, i cui costi sarebbero stati pagati cari, negli anni successivi, dall'intera comunità corleonese" (D. Paternostro, 1994, p. 58).
L'isolamento dei contadini comunisti e socialisti si tradusse, sin dall'inizio, in una maggiore capacità di reazione da parte del blocco agrario-mafioso.
Il 23 ottobre 1946, nel corso dell'invasione dei feudi <<Rubina>> e <<Sant'Ippolito>>, vi furono degli scontri a fuoco tra i contadini ed i campieri mafiosi. Intervennero i carabinieri, i quali arrestarono 4 contadini, tutti militanti comunisti e socialisti, e sequestrarono "un moschetto, una pistola con relative munizioni, e una bomba a mano" (D. Paternostro, 1994, pp. 59-60). I fermati, tuttavia, furono presto rimessi in libertà, per prevenire la reazione di circa 4 mila persone, che si erano riunite, per protesta, vicino alla zona dell'arresto. Quella stessa notte, la mafia, per vendicare l'affronto subito sui feudi, sparò alcuni colpi di arma da fuoco contro la porta dell'abitazione di Michele Zangara (segretario della sezione comunista) e tentò anche di darle fuoco.
La violenza mafiosa, comunque,non scoraggiò il movimento contadino, che, tra l'altro, aveva tratto nuovo entusiasmo dalla vittoria delle sinistre alle elezioni comunali del 6 ottobre 1946. Così, il 20 aprile 1947, giorno delle prime elezioni regionali, il Blocco del Popolo raccolse a Corleone un consenso pari al 44,41% dei voti, una percentuale, cioè, ancora più alta di quella regionale (che fu, lo ricordiamo, del 30%).
Ben presto, però, a Corleone, come nel resto della Sicilia, si scatenò la controffensiva reazionaria, nell'ambito della generale <<normalizzazione>> in atto nel Paese (scissione di palazzo Barberini, strage di Portella della Ginestra, espulsione delle sinistre dai governi regionale e nazionale).
Il capomafia Michele Navarra tentò "in tutti i modi di <<traghettare>> i socialisti verso le sponde più affidabili della socialdemocrazia" (D. Paternostro, 1994, p. 61).
Placido Rizzotto, di contro, apparteneva all'ala socialista più decisa ed impegnata nella difesa dell'unità del partito e della collaborazione politica con il PC. Per questa sua posizione, e per la sua fervente attività di dirigente contadino - amato ed ascoltato dalle masse - divenne bersaglio di minacce (ma anche di lusinghe) da parte dei mafiosi (soprattutto il Navarra), affinché "smettesse di turbare interessi consolidati, assetti sociali secolari" (D. Paternostro, 1994, p. 64).
All'inizio del 1948, i segnali che preannunciavano la tragica fine del sindacalista divennero sempre più chiari e numerosi. Tra questi il più grave fu, sicuramente, l'uccisione di Epifanio Li Puma.
La sera del 10 marzo 1948, mentre stava rincasando dopo essere stato, come sempre, con i braccianti alla Camera del lavoro, Rizzotto fu sequestrato, seviziato, assassinato, gettato in una foiba (profonda 50 m) di Rocca Busambra, in contrada Casale (il cadavere, o meglio quel che ne rimaneva, sarebbe stato ritrovato solo il 14 dicembre 1949).
Qualche giorno dopo, si sparse la notizia che un pastorello di 12 anni, Giuseppe Letizia - che il padre proprio la notte del 10 marzo aveva lasciato a custodire il gregge in contrada Malvello - era morto dopo una breve e misteriosa malattia. <<L'Unità>> e <<La Voce della Sicilia>> sostennero che il bambino era entrato in stato di shock dopo aver assistito all'omicidio di Placido Rizzotto e nel delirio aveva fatto alcuni nomi; ricoverato all'ospedale di Corleone, secondo i due giornali, il Letizia era morto in seguito alle <<cure>> apprestategli dal dott. Navarra e dal dott. Dell'Aria (che subito dopo l'accaduto si trasferì in Australia; v. D. Paternostro, 1994, pp. 67-68). Secondo le indagini svolte dall'allora capitano dei carabinieri di Corleone, Carlo Alberto Dalla Chiesa, però, non vi era alcun nesso tra la morte del bambino e la scomparsa del sindacalista (v. A. Bolzoni, G. D'Avanzo, 1993, p. 23).
Appena appresa la notizia della scomparsa del Rizzotto, i contadini del circondario di Corleone organizzarono delle squadre per battere le campagne, nella ricerca, quanto meno, del suo cadavere e di indizi utili alla identificazione degli assassini; così facendo, essi dimostrarono "il loro coraggio e l'affetto che li legava al capolega corleonese" (D. Paternostro, 1992, p. 33).
Per reagire a questo ennesimo delitto contro il movimento contadino, la CGIL proclamò per il 15 marzo due ore di sciopero generale in tutta la Sicilia. L'iniziativa ebbe un grosso successo. In tutta l'Isola i lavoratori manifestarono nelle piazze la propria indignazione. Particolarmente affollata fu la manifestazione di Palermo.
Il 19 marzo si svolse un'altra importante manifestazione di protesta a Corleone: giovani e lavoratori di tutto il circondario, percorsero in corteo le vie principali del paese,fino alla piazza del Municipio, ove si svolse un comizio. Tra gli altri, presero la parola l'on. Li Causi, segretario regionale del PCI, e l'on. Francesco Taormina, dirigente del PSI. Ecco come l'on. Pancrazio De Pasquale, presente alla manifestazione, descriveva - in una lettera al Paternostro, del 5 gennaio '81 - la tensione di quei momenti:
"Ricordo che la piazza era spaccata in due: da una parte i nostri compagni, e dall'altra i democristiani (si era in piena campagna elettorale). Il clima era di estrema tensione. Lo schieramento di polizia e carabinieri era imponente e divideva le due parti con un cordone in mezzo. L'atmosfera era cupa. Si sentivano dietro la DC tutta l'aggressività della mafia e, in definitiva, una sostanziale approvazione del delitto, che (...) era parte integrante dell'offensiva elettorale di tutte le forze reazionarie contro il Fronte popolare" (cit. in D.Paternostro, 1992, p.34).
Il clima di terrore che si diffuse a Corleone dopo la scomparsa di Rizzotto condizionò anche la maggioranza socialcomunista che amministrava il Comune. Il sindaco Bernardo Streva, commemorando il dirigente contadino nella seduta del 23 marzo 1948, non nominò neache una volta la parola mafia. Nessun consigliere prese la parola in quell'occasione. Ciò può trovare spiegazione nel fatto che il Sindaco ed alcuni consiglieri socialisti avevano costituito la sezione locale del PSDI, indebolendo il più forte partito della maggioranza.
"Si comprende ancora meglio quel clima se si pensa che la scissione socialdemocratica venne <<incoraggiata>> dalla mafia e direttamente dal dott. Navarra" (D. Paternostro, 1994, p. 71).
A quella seduta, inoltre, non parteciparono ben 13 dei 31 consiglieri in carica. Tra gli assenti i consiglieri comunisti Michele Zangara e Benedetto Barone, "due dei più combattivi dirigenti contadini, fermi e coraggiosi oppositori delle cosche mafiose locali" (D. Paternostro, 1994, p. 71). La loro assenza era un atto di protesta contro la giunta comunale, considerata incapace di affrontare i gravi problemi di Corleone, primo fra tutti quello mafioso. Per lo stesso motivo, insieme ad altri due consiglieri del PC, si dimisero.
La reazione dello Stato di fronte all'omicidio Rizzotto ed allo steminio dei sindacalisti siciliani non fu pronta e decisa come sarebbe dovuta essere. Piuttosto, si notò da parte delle autorità preposte uno scarso impegno nella ricerca degli esecutori e dei mandanti dei numerosi delitti. A parere di Dino Paternostro (1994, pp. 69-70),
"Ciò conferma come allora la mafia fosse cinicamente usata dalla DC e dalle destre per tenere l'ordine pubblico in Sicilia; conferma, inoltre, come ci fosse una chiara convergenza di interessi tra mafia, agrari e partiti di governo, se non una vera e propria complicità. (...) basti dire come fosse notorio che il capomafia corleonese Michele Navarra frequentasse assiduamente lo stesso Scelba, Bernando Mattarella e Salvatore Aldisio, uomini di governo e capi della DC siciliana, recentemente indicati dai pentiti come organici a Cosa Nostra".
La connivenza tra mafia e pubblici poteri influì, sicuramente, sulla vicenda processuale del delitto Rizzotto.
A Corleone tutti sapevano che a sequestrare ed uccidere il segretario della Camera del lavoro erano stati Luciano Liggio ed alcuni picciotti della sua banda (tra i quali, secondo i servizi segreti, Totò Riina; v. A. Bolzoni, G. D'Avanzo, 1993, p. 20), su mandato di Michele Navarra.
Per non esasperare ulteriormente l'opinione pubblica, stanca delle continue violenze mafiose, la polizia decise di adottare dei provvedimenti senza aspettare l'esito giudiziario della vicenda. Il 12 novembre 1948, Michele Navarra, essendo riconosciuto come pericoloso per la collettività, fu assegnato al confino di polizia, per 5 anni, nel comune di Gioiosa Jonica. Il 28 novembre fu adottato lo stesso provvedimento per Liggio. Tuttavia, il dott. Navarra rimase confinato per pochi mesi, poiché il suo provvedimento fu riformato; e Luciano Liggio risultò irreperibile.
Sulla base di segnalazioni anonime, elementi raccolti dagli inquirenti e, soprattutto, delle rivelazioni fatte da Giovanni Pasqua (ex amico di Liggio), detenuto all'Ucciardone, il 30 novembre 1949 i carabinieri di Corleone arrestarono Vincenzo Collura e Pasquale Criscione (Liggio continuava ad essere latitante). I due fermati - interrogati dal capitano Dalla Chiesa, dal brigadiere Capizzi e dal carabiniere Ribezzo - ammisero di aver partecipato al sequestro di Rizzotto (ma non anche al suo omicidio) in concorso con Luciano Liggio. Il Collura, inoltre, indicò il luogo dove era stato nascosto il cadavere. In seguito a queste dichiarazioni ed al ritrovamento dei resti del povero Placido, il 18 dicembre 1949 i carabinieri denunciarono Pasquale Criscione, Vincenzo Collura e l'irreperibile Luciano Liggio, quali autori del sequestro e dell'assassinio di Rizzotto; un certo Biagio Cutropia fu denunciato per favoreggiamento.
All'inizio del procedimento penale (come accade spesso nei processi di mafia), Criscione e Collura ritrattarono le confessioni rese ai carabinieri, affermando di essere stati obbligati con la violenza a firmare dei verbali di cui sconoscevano il contenuto.
Il 30 novembre 1952 la Corte di Assise di Palermo assolse per insufficienza di prove tutti gli imputati (il pubblico ministero aveva chiesto la condanna all'ergastolo).
"Nella motivazione della sentenza si poté leggere che la Corte aveva giudicato inattendibili le confessioni stragiudiziali rese ai carabinieri da Criscione e Collura e che aveva espresso non pochi dubbi sul riconoscimento dei miseri resti, nonché sugli effettivi motivi che avevano determinato l'assassinio" (D. Paternostro, 1994, p. 77).
Questa sentenza fu confermata in appello l'11 luglio 1959; e divenne definitiva il 26 maggio 1961, poichè fu respinto il ricorso in Cassazione proposto dal pubblico ministero.
Come scrive, legittimamente, il Paternostro, questo deludente - ma non imprevedibile - epilogo fa sorgere alcuni inquietanti interrogativi: perché i giudici fecero maggiore affidamento sulle tesi della difesa (secondo le quali gli imputati erano stati obbligati a confessare cose non vere), piuttosto che sulla buona fede (fino a prova contraria) del capitano Dalla Chiesa e dei suoi collaboratori? Perché non si tenne conto del fatto che gli imputati avevano tutto l'interesse a ritrattare? Perché i giudici non diedero credito al riconoscimento dei resti del Rizzotto da parte dei familiari? Per quanto riguarda, poi, la causale del delitto,
"I giudici non potevano ignorare (stava scritto in tanti rapporti di polizia e carabinieri) che a Corleone esistesse un'associazione segreta denominata <<mafia>> e che essa aveva un'organizzazione e dei rituali propri. Dovevano sapere come questa organizzazione criminale controllasse tutti i feudi del territorio corleonese e (come vi fossero) aspri contrasti tra i suoi interessi e quelli dei contadini guidati da Rizzotto. Erano consapevoli che nessun delitto si poteva consumare senza l'assenso della <<cupola>> mafiosa, eppure in nessuna carta processuale spunta mai il nome di Michele Navarra che di quella <<cupola>> era notoriamente il capo riconosciuto. Eppure nessuno capì o volle capire" (D.Paternostro, 1994, p. 78).
Calogero Cangelosi, esponente socialista e segretario della Confederterra, fu ucciso a Camporeale (Palermo) il 2 aprile 1948. Nell'agguato rimasero feriti due militanti del movimento contadino, Vito Di Salvo e Vincenzo Liotta.
Nel paese di Camporeale, dominato dal capomafia Vanni Sacco, già in precedenza si erano avuti gravi episodi delittuosi.
Il 16 dicembre 1947, il socialista Michele Abbate, rappresentante della Federterra sfuggì ad una raffica di mitra. Nei giorni seguenti, furono rivolte minacce al segretario della sezione socialista, e fu incendiata la sede della sezione.
Venti giorni prima dell'assassinio la mafia aveva cercato di sequestrare il Cangelosi. Dopo il 2 aprile, Vanni Sacco diventò latitante. Il giornale <<La Voce della Sicilia>> chiese, oltre all'arresto dei capimafia, "la sostituzione di tutti i carabinieri più o meno compromessi in rapporto con i mafiosi " (in U. Santino, 1995, p. 30). Il delitto Cangelosi - tanto per cambiare - rimase impunito.
Oltre ai tre omicidi mafiosi su trattati, la campagna elettorale per le prime elezioni politiche della Repubblica italiana fu costellata da episodi di violenza contro i candidati e i sostenitori del Fronte Popolare. Nel circondario di Montelepre la DC, il Partito monarchico ed il Blocco Nazionale poterono contare anche sul <<sostegno elettorale>> della banda Giuliano.
Il clima di terrore che caratterizzò quel periodo - e che impedì spesso alle sinistre di tenere una qualunque forma di propaganda elettorale (43) - fu alimentato anche dallo scorretto comportamento delle forze dell'ordine, chiaramente schierate con i partiti conservatori:
"(...) il 2 aprile (1948) a San Giuseppe Jato (venne) arrestato il segretario della Camera del lavoro Rosario Piazza. Aveva protestato contro gli insulti rivolti ai candidati del PCI dal liberale Giuseppe Troia, mafioso notorio, impegnato nella campagna elettorale per il Blocco Nazionale. Piazza (venne) condannato a dieci mesi di reclusione per <<oltraggio alla forza pubblica>>. (...)
18 aprile. Nel giorno delle elezioni, decisive nella storia della prima Repubblica, a Barrafranca (Enna) alcuni mafiosi aggredi(rono) il segretario provinciale della Confederterra Pino Vicari, ferendolo seriamente. I carabinieri presenti non arresta(rono) gli aggressori" (U. Santino, 1995, p. 40).
9. L'INIZIO DELL'<<ERA>> DEMOCRISTIANA
Le elezioni politiche del 18 aprile 1948 furono vinte dalla Democrazia cristiana. Visto lo schieramento di forze che era sceso in campo in suo favore, ciò non stupì. Quel che stupì fu, piuttosto, la portata di questa vittoria.
A livello nazionale la DC raccolse il 48,5% dei voti (R. Villari, 1977, p. 544). Per poco, quindi, non raggiunse la maggioranza assoluta.
In Sicilia, essa ottenne il 47,87%, vale a dire più del doppio della percentuale di voti ottenuta nelle elezioni regionali dell'anno precedente (che era stata del 21%). In quattro province raccolse, addirittura, la maggioranza assoluta dei consensi: Catania (56,28%); Agrigento (53,09%); Enna (52,07%); Caltanissetta (51,35%) (in F. Renda, 1990c, p. 288).
Il Fronte democratico popolare, ovviamente, arretrò dalla posizione conquistata nelle regionali del '47, scendendo dal 30% al 20,89% (a livello nazionale ottenne il 35%; R. Villari, 1977, p. 544). La sua sconfitta, però, non assomigliò ad una disfatta, quanto meno in quelle circoscrizioni ove vi era un forte movimento contadino. Infatti, in provincia di Agrigento il Fronte Popolare ottenne il 34,20% dei voti; in provincia di Ragusa il 32,83%; in provincia di Caltanissetta il 31,51%; in provincia di Enna il 29,44%; in provincia di Trapani il 25,33%. Scarsissimi risultati raccolse, al contrario, in provincia di Messina (12,97%); di Palermo (13,49%); e di Catania (15,24%). Queste basse percentuali furono dovute, principalmente, al voto conservatore espresso dai tre rispettivi capoluoghi (F. Renda, 1990c, pp. 288-289). In Sicilia, dunque, i partiti di sinistra confermarono il loro carattere essenzialmente <<rurale>>.
Dall'analisi del voto siciliano apparve chiaro che il trionfo della DC era stato possibile grazie all'apporto dell'elettorato reazionario (liberale, separatista e monarchico), vale a dire del blocco agrario-mafioso. Pertanto, quest'ultimo costituì una pesante ipoteca sul principale partito di governo:
"In un futuro molto prossimo la DC avrebbe pagato un pedaggio politico e culturale molto pesante al suo abbraccio con le peggiori forze conservatrici e con elementi mafiosi. La natura del vecchio Partito popolare di don Sturzo venne profondamente cambiata, tanto che la DC divenne il partito politico italiano che più di tutti contrastò il movimento contadino e le lotte per la terra, commettendo uno dei suoi più grandi errori politici" (D. Paternostro, 1992, p. 48).
Ma perché il partito dei cattolici, fondato da Luigi Sturzo, mise da parte la sua tradizione popolare e antimafiosa per accogliere nelle sue file le forze più retrive e criminali? Ecco cosa scrive Francesco Renda (1993, pp. 136-137):
"(...) oltre che la rottura dell'unità siciliana fra i vecchi alleati autonomisti (avvenuta in sede di approvazione dello Statuto regionale, N.d.a) (...) A favorire il collegamento destinato a divenire organico fra mafia e DC, influì in modo determinante la cacciata dei comunisti e dei socialisti dal governo, l'inizio della guerra fredda in campo internazionale, la conseguente scelta strategica sul piano interno dell'anticomunismo e dell'atlantismo, la congiunta necessità e il conseguente desiderio di affermare la propria centralità in campo regionale e nazionale, l'esigenza indi emersa di consolidare il potere conquistato e di evitare i rischi di perderlo (...)
La mafia fu assunta come guardia armata del nuovo regime per fronteggiare le spinte di un più avanzato rinnovamento chiesto dal movimento operaio e contadino".
In sostanza,
"L'anticomunismo è stato la linea di demarcazione fondamentale che ha condizionato tutte le decisioni importanti della DC e che ha indotto i suoi dirigenti regionali e nazionali ad allargare l'area di influenza alle forze mafiose".
L'anticomunismo, dunque, caratterizzò,almeno per un decennio, i primi governi diretti dal partito scudocrociato. Ciò dipese, oltre che dai motivi elencati dal Renda, anche dalla forte ingerenza della gerarchia ecclesiastica nella politica italiana di quegli anni (44).
Nel luglio 1948 la corrente sindacale cristiana si distaccò ufficialmente (di fatto se ne era già allontanata) dalla GGIL, e costituì la Libera Confederazione generale italiana del lavoro, che ben presto - con l'apporto dei sindacalisti dei partiti socialdemocratico e repubblicano - divenne la Confederazione Italiana Sindacati Lavoratori (CISL).
In Sicilia, cadde il governo Alessi e si costituì un governo di centro-destra - presieduto dall'on. Restivo - che era espressione del blocco di potere agrario-mafioso (questo schieramento avrebbe governato fino al 1955).
Nell'Isola, così come nel resto d'Italia, i cittadini furono divisi in due categorie: "gli eletti da una parte; i reprobi dall'altra" (F. Renda, 1990c, p. 291). I primi ebbero riconosciuti diritti e privilegi. I secondi, di contro,
"furono privati alcuni della vita, molti della libertà, moltissimi del lavoro, tutti o quasi tutti della parità di condizione davanti alla legge" (F. Renda, 199oc, p. 291).
I diritti politici più calpestati (se a rivendicarli erano i <<rossi>>), furono quelli di associazione, di riunione, di libera manifestazione del pensiero, di sciopero, di libertà personale;
"(...) in pratica, non ci fu manifestazione o lotta sindacale che non si scontrasse con la disapprovazione o il malanimo delle autorità costituite e che non si concludesse con diffide e minacce, quando non anche con cariche di polizia e con arresti di lavoratori; a volte, gli arresti avevano anche carattere indiscriminato di massa; nel 1949, nella sola provincia di Agrigento, erano detenuti in carcere 35 lavoratori di Campobello di Licata; 13 di Canicattì; 11 di Naro; 9 di Cattolica; gli interi gruppi dirigenti sindacali e politici di Casteltermini e di Siculiana; in tutta la Sicilia, per motivi sindacali o politici i detenuti in attesa di giudizio erano ben 350. (...) il Partito comunista fu posto ai margini della società legale e i suoi iscritti vennero registrati, vigilati ed inquisiti come nemici del pubblico bene. Analogo trattamento fu riservato a chiunque fosse al loro fianco o non fosse apertamente e pubblicamente contro di loro" (F. Renda, 1990c, p. 291).
I preti, dal pulpito, invitavano i <<fedeli>> a romper qualunque legame con i <<reprobi>>. In questa categoria il clero siciliano faceva rientrare coloro i quali - per le loro dottrine - rappresentavano una minaccia ideologica per la religione cattolica; non vi faceva rientrare, invece, i mafiosi, poiché costoro rispettavano, formalmente, le tradizioni e i valori cristiani e, inoltre, facevano parte - a buon diritto - del fronte anticomunista.
"I vescovi, mentre perseguivano sempre più il nemico ideologico, (...) non furono allo stesso modo attenti al pericolo della mentalità mafiosa che non intaccava verità di fede, non attaccava il potere della Chiesa, anzi si mostrava rispettosa dell'istituzione ufficiale, anche se di fatto svuotava il contenuto vitale dell'evangelo, esaltando solo gli aspetti formali e folkloristici della religione (...)
Il momento in cui la identificazione della chiesa con il potere politico in Sicilia raggiunse il suo più alto grado coincise con l'atteggiamento di maggiore ambiguità anche di fronte alla mafia" (F.M. Stabile, 1992, pp. 292-294).
Il 1° luglio 1949, la Santa Sede condannò solennemente e totalmente il comunismo (A. Desideri, 1990, p. 1024).
Parlando delle discriminazioni e delle persecuzioni politiche di quegli anni, bisogna dire, comunque, che, seppur molto dure, esse non travalicarono i confini della democrazia; e non si valsero - tranne in casi eccezionali - della partecipazione attiva dei privati cittadini (F. Renda, 1990c, p. 293). Questo fu dovuto alla prudenza ed allo spirito liberale dei governanti; ma fu dovuto anche, e soprattutto, al "vasto fronte di difesa dei valori laici e democratici" (A. Desideri, 1990, p. 1024) che si formò tra la popolazione italiana, al quale parteciparono milioni di uomini e donne di tutte le età e condizioni economiche e culturali. Grazie alla resistenza ed alla opposizione,di questa moltitudine di persone, alla <<caccia alle streghe>>, allignò in tutto il Paese (dal Nord al Sud) "la democrazia politica ed ideale", cioè "lo spirito del pluralismo e del rispetto delle altrui convinzioni e posizioni" (F. Rende, 1990c, p. 294).
Perciò, il movimento sindacale siciliano (come vedremo nel prossimo paragrafo) poté continuare il proprio percorso di lotta.
"Pur nei limiti di una battaglia politica e sociale, quel processo di crescita coinvolse lamaggior parte dei siciliani, e concorse a modificare mentalità e costumi secolari ma anche a creare le premesse per il sorgere ed il consolidarsi di un saldo e duraturo movimento organizzato dei lavoratori. Partiti di sinistra e sindacati da quella prova del fuoco uscirono rinforzati così nell'aria del consenso come in quella delle strutture operative" (F. Renda, 1990c, p.294).
Nell'entroterra della provincia di Palermo (come abbiamo detto nel paragrafo precedente), la DC, il PNM e il BN nella competizione elettorale per la prima legislatura nazionale erano stati sostenuti dalla banda Giuliano. I suddetti partiti, inoltre, avevano potuto avvantaggiarsi del clima di terrore che si era creato in Sicilia a causa della lunga serie di delitti politici impuniti - a cominciare dalla strage del 1° maggio '47 - che avevano dimostrato "da che parte stesse la forza" (D. Paternostro, 1992, p. 48).
Dopo il 18 aprile 1948, Salvatore Giuliano presentò il conto. Egli pretese che venissero mantenute le promesse ("denaro, riabilitazione, espatri", O. Barrese, 1973, p. 15) che erano state fatte a lui ed ai suoi gregari prima delle elezioni. Ma il conto non fu saldato. Risultò impossibile, difatti, cancellare gli innumerevoli crimini di cui si era macchiato il bandito di Montelepre, specie tenendo conto di due circostanze: buona parte delle sue vittime, almeno all'inizio della sua <<carriera>>, apparteneva alle forze dell'ordine; ormai da tempo l'opinione pubblica nazionale premeva sulle Istituzioni affinché ponessero fine alla latitanza dorata del bandito.
Essendosi realizzato, a livello regionale e nazionale, il disegno di <<normalizzazione>>, Giuliano divenne inutile. Pertanto, fu abbandonato sia dalla mafia - che aveva stretto una sorta di patto non scritto con pezzi di Stato, "Per ignorarsi o per aiutarsi, dipendeva solo dai momenti e dalle circostanze" (A. Bolzoni, G. D'Avanzo, 1993, p. 48) - sia dalla destra agraria, che si sentiva abbastanza garantita dal partito al potere, la DC.
La mafia, che a quel punto voleva ristabilire <<l'ordine>> nei territori da essa controllati, si mise al servizio delle forze di polizia per sconfiggere definitivamente il banditismo siciliano:
"Numerosi (furono) i banditi assassinati da mafiosi, anche se <<ufficialmente>> risulta(rono) uccisi in conflitti a fuoco con la polizia" (O. Barrese, 1973, p. 16).
Salvatore Giuliano, tradito e braccato, divenne ancora più spietato, e riprese a colpire le forze dell'ordine, contro le quali nel 1947 e nella prima metà del 1948 gli attacchi erano stati sporadici:
"(il 3 settembre 1948) a Partinico la banda Giuliano ucci(se) il capitano dei carabinieri Antonino Di Salvo, il maresciallo Nicola Messina e il commissario di P.S. Celestino Zapponi. Il 26 novembre ucci(se) tre agenti ed il 16 dicembre cad(de) un brigadiere di P.S. e ven(nero) feriti tre agenti (...)
(l'8 luglio 1949) A Roanello (Palermo), la banda Giuliano uccise Leonardo Renda, segretario della sezione democristiana di Alcamo. Costretto ad ospitare i banditi, aveva denunciato il fatto ai carabinieri" (U. Santino, 1995, p. 40).
Nel maggio 1949, i banditi attaccarono due autocolonne dell'esercito, uccidendo un carabiniere e ferendone altri; nei pressi di Palermo, furono uccisi due carabinieri e una guardia (O. Barrese, 1973, p.17).
L'episodio più grave avvenne il 19 agosto 1949, a Bellolampo (Palermo). Ivi la banda Giuliano fece saltare in aria un automezzo militare. E fu di nuovo strage: morirono 7 carabinieri; 11 rimasero feriti.
Nella campagna intrapresa per la cattura di Giuliano, si scatenò una forte emulazione tra carabinieri e polizia. Entrambi i corpi, pur di prevalere l'uno sull'altro, si ostacolarono a vicenda e ricorsero a qualunque mezzo pur di prendere - vivo o morto - il bandito. Così, mentre decine di agenti e carabinieri venivano uccisi, le più alte cariche della polizia, dei carabinieri e del Comando forze repressione banditismo (C.f.r.b.) - creato dopo la strage di Bellolampo - si incontravano con Giuliano per convincerlo ad arrendersi "con la valigia dei suoi (eventuali) segreti" (S. Lupo, 1993, p. 164); e, allo stesso tempo, patteggiavano con la mafia (la polizia con alcuni mafiosi, i carabinieri con altri) per la sua consegna o eliminazione.
Il C.f.r.b. riuscì ad allargare la rete dei propri informatori agganciando Gaspare Pisciotta - cugino e luogotenente di Giuliano - con "elargizioni in denaro, premi, salvacondotti, promesse di impunità" (O. Barrese, 1973, p. 22). Grazie anche alle sue informazioni, furono catturati diversi componenti della banda Giuliano, e si riuscì a creare il vuoto attorno al bandito.
Infine, la notte tra il 4 ed il 5 luglio 1950, nel cortile De Maria di Castelvetrano, fu ritrovato il cadavere di Salvatore Giuliano. Secondo i rapporti ufficiali il bandito era morto in un conflitto a fuoco con i carabinieri. Ben presto, però, un giornalista (Tommaso Besozzi dell'Europeo; v. <<La Repubblica>>, 26.6.1996, p. 17) scoprì che, in realtà, egli era stato ucciso in un'altra zona della Sicilia e trasportato in seguito a Castelvetrano.
Perché i carabinieri fornirono una falsa versione dei fatti (versione difesa da Scelba per ben 21 anni) ? Semplice, dovevano nascondere la vergognosa verità! Il C.f.r.b. per eliminare il <<re di Montelepre>> (A. Bolzoni, in <<La Repubblica>>, 26.6.1996, p. 17), si era servito della mafia di Monreale e di Gaspare Pisciotta, il quale fu, probabilmente, il materiale esecutore dell'omicidio.
E perché Salvatore Giuliano, invece di essere semplicemente catturato, fu ucciso?
"(...) morto non (poteva) parlare, non (poteva) comparire davanti alla corte d'assise di Viterbo, ove (era) in corso il processo per la strage di Portella della Ginestra, a fare i nomi di protettori e mandanti" (O. Barrese, 1973, p. 23).
Il 5 dicembre 1950, Gaspare Pisciotta, nonostante il salvacondotto fornitogli dal colonnello Ugo Luca (comandante del C.f.r.b.), venne arrestato. Il 3 maggio 1952, la Corte di Assise di Viterbo lo condannò all'ergastolo (la stessa pena fu inflitta a suo padre e ad altri componenti della banda Giuliano). Prima della sentenza, aveva dichiarato in aula di essere un collaboratore dei carabinieri, ed aveva gridato al Presidente della Corte:
"Noialtri siamo un corpo solo: polizia, banditi e mafia. Come il Padre il Figlio e lo Spirito Santo" (cit. in A. Bolzoni, in <<La Repubblica>>, 26.6.1996, p. 17).
Il 9 febbraio 1954, Gaspare Pisciotta, detenuto all'Ucciardone, fu avvelenato con un caffè <<corretto>> con la stricnina. Stando alle recenti rivelazioni del pentito calabrese Nino Mammoliti, la sua morte fu decisa dal capo di Cosa Nostra palermitana del tempo, don Gaspare Ponente; il sicario sarebbe stato un picciotto della 'ndrangheta, aiutato dalla complicità di un agente di custodia e dallo stesso padre della vittima. Il Pisciotta fu ucciso perché
"aveva manifestato la volontà di riferire alle autorità quanto era a sua conoscenza sulle attività della banda Giuliano e, in particolare, sulla strage di Portella della Ginestra" (dalla deposizione di Nino Mammoliti ai funzionari della DIA nel marzo 1995, in <<La Repubblica>>, 26.6.1996, p. 17).
10. LE LOTTE PER LA TERRA DEL 1949-50
Il 1948 fu un anno difficile per il movimento contadino siciliano e per i partiti della sinistra. La violenta controffensiva agrario-mafiosa e la sconfitta elettorale del 18 aprile li avevano prostrati. Era tempo, quindi, di leccarsi le ferite, ma anche di preparare la riscossa.
In quell'inverno, ripresero le lotte dei braccianti per l'imponibile di manodopera (a Corleone e nei paesi della costa palermitana) (45) e, in qualche centro rurale (come ad esempio Contessa Entellina; A. Blok, 1986, p.81), le occupazioni di ex-feudi. Tuttavia, si trattò di episodi circoscritti e isolati.
Il PC ed il PSI, per superare questa situazione di stallo e la sfiducia che si eradiffusa tra le masse contadine, intensificarono la propria attività politica e
sindacale.
La Federazione comunista di Palermo inviò nei vari comuni dell'entroterra funzionari giovani e pieni di entusiamo (tra questi, Pio La Torre, cui fu assegnata la zona di Corleone), per riorganizzare i lavoratori e rivitalizzare il movimento contadino. Un'attenzione particolare fu dedicata alla ripresa della lotta per la terra.
Il 31 maggio 1949 scadeva il termine per la presentazione - da parte delle cooperative agricole - delle domande di concessione delle terre incolte. Nella provincia di Palermo furono presentate richieste per 19.222 ettari (P. La Torre, 1980, p. 28); la zona più attiva, in questo senso, fu, ancora una volta, quella di Corleone.
A luglio, nelle organizzazioni sindacali di sinistra cominciò il lavoro di preparazione delle lotte di autunno, la stagione delle semine. I contadini si prefissero un importante ed avanzato obiettivo: seminare le terre incolte che avevano chiesto in concessione. L'idea, cioè, era quella di intraprendere occupazioni effettive delle terre, e non più semplici invasioni simboliche, come era avvenuto fino ad allora.
La Federazione comunista palermitana accolse con favore la rivoluzionaria indicazione dei contadini. Pertanto, lanciò una campagna per la raccolta del grano necessario alle semine autunnali, e cominciò a diffondere lo slogan <<la terra a tutti>> (P. La Torre, 1980, p. 31). Durante l'estate in numerosi paesi del corleonese e delle Madonie, si tennero delle assemblee per censire i feudi incolti e malcoltivati e per fare un elenco di quelli da occupare (alcune di queste assemblee si conclusero con la costituzione di nuove sezioni del PC).
Come era accaduto altre volte in passato (v. strage di Caltavaturo del 20 gennaio 1893, e strage di Riesi dell'8 ottobre 1919), fu un eccidio di contadini il detonatore della lotta. Questa volta il tragico episodio si verificò in Calabria. Il 29 ottobre 1949, a Melissa (Catanzaro), nel corso di una delle tante occupazioni simboliche di terre che in quel periodo si stavano svolgendo in quella regione, la <<Celere>> (un reparto speciale di polizia antisciopero, creato dal ministro dell'Interno Scelba) sparò su alcuni contadini già in fuga: "Quindici contadini furono feriti, tutti <<alle spalle>>; tre, Angelina Mauro, Francesco Nigro e Giovanni Zito, furono uccisi" (F. Avolio, 1986, p. 87).
La strage di Melissa suscitò una forte indignazione in tutta la Nazione. Ma allo sdegno, seguì la reazione. La CGIL organizzò per il 31 ottobre uno sciopero generale di protesta, che vide una massiccia adesione. In tutto il Mezzogiorno si scatenò una nuova, e più imponente che mai, ondata di agitazioni agrarie, concretatesi, soprattutto, in occupazioni di terre. Il mondo contadino, in modo unanime, reclamò l'abolizione del latifondo e la riforma agraria generale.
In Sicilia, i dirigenti comunisti e socialisti decisero di anticipare la data d'inizio del movimento di occupazione degli ex-feudi. Nella provincia di Palermo - ove la lotta per la terra era più pronta ed organizzata che nel resto dell'Isola - le occupazioni cominciarono il 13 novembre.
"Si era stabilito di partire in dodici paesi contemporaneamente: Corleone, Campofiorito, Contessa Entellina, Valledolmo, Castellana Sicula, Polizzi, alcune borgate di Petralia Sottana, Alia, S. Giuseppe Jato, S. Cipirello, Piana degli Albanesi" (P. La Torre, 1980, p. 33)
I punti strategici erano Corleone e Petralia-Castellana. Quella mattina, a Corleone, insieme ai contadini, ai funzionari ed ai dirigenti del PC e del PSI, vi erano:
"delegazioni di operai delle fabbriche, del cantiere navale, dell'Aeroscuola, della Omssa, delle fabbriche metalmeccaniche dell'epoca, e anche (...) professionisti, avvocati, insegnanti, donne" (P. La Torre, 1980, p. 33).
A Palermo, il Partito comunista organizzò una sottoscrizione per finanziare le lotte agrarie;
"il risultato fu al di sopra di ogni previsione anche per la mobilitazione degli operai dei cantieri navali" (testimonianza di Emilio Arata, in P. La Torre, 1980, p. 160).
Seguendo le orme di Giovanni Orcel e Nicolò Alongi (v. capitolo precedente, paragrafo 3), si tentò, dunque, di dare pratica attuazione all'alleanza rivoluzionaria operai-contadini, tanto cara a Lenin e Gramsci (46).
La parola d'ordine di andare a seminare le terre incolte per tenersele aveva diffuso tra le masse rurali un entusiamo senza precedenti. Nel corso della marcia sui feudi, i paesi dell'interno si svuotarono. L'evento, infatti, coinvolse tutta la popolazione ad eccezione, naturalmente, dei ceti possidenti e degli inabili (47). Ogni mattina, gli occupanti, insieme alle proprie famiglie, si riunivano nel luogo prestabilito, e in corteo - intonando struggenti canzoni del movimento contadino o inni rivoluzionari - muovevano verso le terre da coltivare, portando con sé tutto l'occorrente per la semina.
Emilio Arata, uno dei giovani funzionari comunisti inviati nei comuni dell'entroterra per dirigere il movimento contadino, rievocava così una di quelle mattine cariche di speranza:
"Il giorno (stabilito per l'occupazione dei feudi Giardinello e Conte Ranieri, del comune di Campofiorito, N.d.a.), davanti alla sede della Camera del lavoro, convennero gli occupanti (...) e si organizzò la spedizione. Si presentarono anche gli scolari con il grembiule ed il fiocco al collo; la preparazione dell'iniziativa era stata tanto attenta e capillare che eravamo riusciti a mobilitare l'intero paese: scuole e negozi erano chiusi senza autorizzazione delle autorità. Non mancavano le donne e un gruppo di musicanti del paese che improvvisarono una marcetta in omaggio alla lotta in corso che aveva per titolo <<La Fanfaredda vincìu>>. C'erano i contadini a cavallo, sui muli e gli aratri a chiodo trainati, i braccianti a piedi e tutta una folla di studenti, artigiani, negozianti, piccoli proprietari. Tutto il paese accanto ai contadini" (in P. La Torre, 1980, p. 162).
I dirigenti democristiani, in genere, ostacolarono le lotte per la terra del 1949-50, intuendone la forte carica rivoluzionaria. In alcuni paesi, però, essi tentarono di organizzare manifestazioni contadine parallele, ma con scarsi risultati, poiché, per sua natura, il movimento nasceva unitario; pertanto, se le cooperative cattoliche volevano partecipare alla lotta dovevano affiancarsi alle cooperative socialcomuniste. In qualche caso, in effetti, sulle terre occupate, accanto alle bandiere rosse (del PCI, del PSI, della Camera del lavoro e della Federterra) sventolarono quelle bianche. A Bisacquino ciò fu possibile grazie alla intraprendenza delle donne democristiane, le quali entrarono nella sede del loro partito e, contro la volontà dei dirigenti e del parroco, ne presero la bandiera (P.La Torre, 1980, p. 40).
Le donne all'interno del movimento per la riforma agraria ebbero un ruolo di primo piano. Già nelle lotte per l'applicazione dei decreti Gullo la loro presenza era stata significativa; nel 1949-50 essa fu ancora più importante. Ciò fu dovuto, in buona parte, al lavoro propagandistico ed organizzativo portato avanti daipartiti della sinistra (soprattutto dal PCI), i quali - richiamandosi all'antica tradizione dei Fasci delle lavoratrici del 1893 - dedicarono grande attenzione al mondo femminile. Nel secondo dopoguerra le iscritte al Partito comunista, alle camere del lavoro, alla Federterra, crebbero di anno in anno (alla fine degli anni '40 le iscritte al PCI erano 24.000; J. Calapso, 1980, p. 234); si formarono decine di dirigenti comuniste (48) e, quasi in ogni paese, nelle organizzazioni sindacali vi erano delle responsabili femminili. Fu costituita anche l'Associazione donne della campagna. Ecco la testimonianza di Maria Domina, la quale nel 1949 abbandonò l'Azione Cattolica per il PCI - ritenendo il programma agrario comunista più avanzato di quello democristiano - e divenne una coraggiosa dirigente sindacale:
"(A Castellana Sicula, N.d.a.) La festa dell'Unità precedeva di un giorno l'occupazione del feudo Vanella, e l'abbiamo preparato con decine di riunioni in tutto il comune per parlare con le donne e le ragazze che mai si erano avvicinate al movimento. Si discuteva sì di riforma agraria ma anche del lavoro che sin da allora le ragazze desideravano, della politica di pace e della stampa comunista.
L'indomani della festa dell'Unità, quando il corteo parte verso il feudo, ci sono le vecchie compagne ma ci sono decine e decine di giovani ragazze che partecipano a tutte le occupazioni della terra del novembre 1949 e del marzo 1950 senza intimorirsi mai né della polizia né degli arresti" (in P. La Torre, 1980, p. 142).
Le donne, addirittura, stavano in capo ai lunghi cortei, "e spesso (facevano) da siepe umana alla forza pubblica, impedendole di intervenire o divenendo la prima trincea da travolgere" (F. Renda, 1990c, p. 301) (49).
Nei primi giorni di occupazione le forze di polizia non intervennero. Troppo viva era la commozione per i morti di Melissa. Non era ancora chiara, inoltre, la reale portata di questa nuova ondata di lotte contadine.
Le agitazioni andarono avanti per diversi giorni e si estesero a macchia d'olio. Nella provincia di Palermo, dai dodici comuni iniziali il movimento per la terra si estese a trenta comuni. Nelle altre province siciliane non vi fu lo stesso livello di organizzazione e preparazione; la strage di Melissa, comunque, spinse anche qui i dirigenti contadini all'azione sui campi.
La dimensione e l'impetuosità assunte dal movimento spinsero il Governo (su pressione dei proprietari terrieri) a prendere dei provvedimenti. Il seminare le terre abbandonate fu considerato un attentato alla proprietà, mentre non fu dato alcun valore al principio della funzione sociale di quest'ultima, sancito dalla Costituzione italiana.
"Si esercitò ogni forma di intimidazione contro i dirigenti locali per farli desistere dall'occupazione delle terre (...) In diversi comuni si ricorse alla denunzia e anche all'arresto dei dirigenti locali e di qualsiasi dirigente provinciale che mettesse piede nei paesi.
Si arrivò a generalizzare la pratica del <<foglio di via obbligatorio>> nei confronti dei dirigenti provinciali. Appena uno di loro arrivava in paese con la corriera trovava in piazza il maresciallo dei carabinieri che gli notificava il foglio di via (come se si trattasse di un pericoloso delinquente).
Sembra che il ministro dell'interno, Mario Scelba, si vantasse di aver suggerito personalmente quell'espediente che violava la costituzione" (P. La Torre, 1980, p. 41).
Per bloccare la marcia dei contadini verso i feudi, le forze dell'ordine, all'alba, creavano degli sbarramenti alle porte dei paesi. Gli occupanti, però, senza perdersi d'animo, scioglievano il corteo; formavano dei piccoli gruppi; e raggiungevano le terre attraversando trazzere e scorciatoie sconosciute ed impraticabili dalla polizia.
In qualche caso, polizia e carabinieri si recavano direttamente sui fondi per cacciarne i contadini. Ma questi, per tutta risposta, si disperdevano nelle campagne e andavano ad occupare altre terre. Purtroppo, si registrarono pure arresti di contadini (anche donne; v. P. La Torre, pp. 174-175), e atti di repressione violenta.
Uno degli episodi più gravi dell'autunno 1949 si verificò nelle campagne intorno a San Giuseppe Jato e San Cipirello, in provincia di Palermo. In questa zona il movimento contadino dopo i primi giorni di lotta si era dovuto fermare, poiché le forze dell'ordine avevano arrestato i dirigenti locali, i funzionari comunisti e circa 50 contadini. Nonostante questo, in questi due comuni vi era ancora la volontà di continuare a lottare, anche perché bisognava completare la semina del feudo Pernice, rimasta a metà. Così la Federazione comunista di Palermo, che non voleva assolutamente cedere di fronte all'azione coercitiva della polizia, decise di inviare sul posto un nuovo funzionario per ridare fiducia alle masse rurali e riorganizzare il movimento. Si decise, quindi, di riprendere la lotta.
All'alba del giorno stabilito per l'occupazione effettiva del feudo Pernice, i contadini, per non dare nell'occhio alla polizia, uscirono alla spicciolata dai due paesi. Ben presto, a valle di San Cipirello, si riunirono migliaia di uomini, donne e ragazzi, con i loro animali ed attrezzi da lavoro. Giocoforza, questa moltitudine attirò l'attenzione dello squadrone di carabinieri ed agenti che stazionavano permanentemente in quei due comuni (per tenerne a bada il forte movimento democratico). Così, in aperta campagna, la marcia verso il feudo Pernice fu arrestata da un compatto schieramento di militari a cavallo. Ma i contadini, invece di ritornare alle proprie case, avanzarono. Lo scontro fu inevitabile. Senza alcun preavviso, lo squadrone si lanciò sulla folla inerme.
"Furono buttati a terra e calpestati uomini e donne, in poco tempo si verificò un pandemonio: animali che fuggivano non più controllati, sementi a terra, grida di donne" (testimonianza di Vito Tornambè, in P. La Torre, 1980, p. 168).
L'assalto si concluse con l'arresto di numerosi contadini (uomini e donne), che rimasero all'Ucciardone per 18 giorni.
Comunque, nonostante le intimidazioni e gli attacchi del blocco mafia-agrari-DC, nell'autunno 1949 i contadini siciliani riuscirono a seminare diverse migliaia di ettari di terra (nella sola provincia di Palermo, più di tremila ettari; P. La Torre, 1980, p. 42).
Nei mesi di dicembre, gennaio e febbraio, a causa del clima rigido, il movimento di occupazione dei feudi si fermò. I dirigenti contadini approfittarono della pausa stagionale per organizzare le lotte primaverili.
All'inizio del marzo 1950, le occupazioni ripresero con ancora più vigore, e interessarono un maggiore numero di centri rurali. Puntualmente, purtroppo, ripresero anche i provvedimenti di polizia. Qualche volta, l'elevato numero degli occupanti, e la loro ostinazione, scoraggiarono la P.S. dall'intervenire (50). Altre volte, la repressione si scatenò furiosa, e numerosi furono gli arresti. Tra questi, ci sembra il caso di segnalare quelli effettuati sul fondo Saganà e a Bisacquino.
Il fondo Saganà "era stato la <<fortezza>> della banda Giuliano" (P. La Torre, 1980, p. 52). Pertanto, assumeva un significato particolare il fatto che i contadini di Partinico, Montelepre, Giardinello e Carini - "spezzando il dominio mafioso" (P. La Torre, 1980, p. 52) - l'avessero occupato.
"Ebbene, contro di loro si scatenò la repressione. A decine furono arrestati e portati in massa all'Ucciardone (...)" (P. La Torre, 1980, p. 52).
Tra i feudi presi di mira dai contadini nella primavera del 1950, uno dei più estesi era quello di Santa Maria del Bosco (di circa duemila ettari), situato tra i comuni di Bisacquino, Contessa Entellina e Giuliana. La mattina del 10 marzo, da ciascuno di questi paesi partì un corteo per la conquista, congiunta, di detto feudo. Pio La Torre guidava il corteo di Bisacquino, il quale era lungo quasi cinque chilometri e contava circa seimila persone, "che marciavano come un esercito pacifico, ma fermo nelle intenzioni" (P. La Torre, 1980, p. 51). Giunti sul luogo, gli occupanti misurarono il terreno; lo divisero in lotti di un ettaro; e fissarono i confini. Nel tardo pomeriggio, sulla via del ritorno, i contadini di Bisacquino furono sorpresi da un'imboscata delle forze dell'ordine. Un gruppo di carabinieri si avvicinò alla testa del corteo per strappare le bandiere dalle mani delle donne. Ma queste reagirono vivamente. Ne seguì un gran parapiglia . Ecco il drammatico racconto di Pio La Torre (1980, pp. 53-54):
"Dalla massa dei contadini partì una sassaiola contro i carabinieri, e a quel punto il commissario Panico diede ordine di sparare. Seppi dopo che molti compagni riportarono ferite da arma da fuoco. I contadini si dispersero. Rimase sul terreno in una pozza di sangue il bracciante Salvatore Catalano nato a Bisacquino nel 1913. Egli venne colpito da una pallottola alla spina dorsale, e da allora è rimasto invalido per le lesioni riportate (...) Gli altri feriti non si fecero ricoverare in ospedale per il timore di montature poliziesche contro di loro".
I contadini, seppur disarmati, reagirono con forza all'imboscata, continuando a lanciare sassi contro gli agenti ed i carabinieri. La battaglia durò a lungo, e entrambe le parti si abbandonarono ad atti inconsulti. Sempre Pio La Torre (1980, p. 54):
"Ho assistito a cose terribili. Ho impedito fisicamente ad un gruppo di contadini nascosti dietro a un macigno di uccidere un carabiniere a colpi di zappa (...) Il mio fermo atteggiamento evitò che i contadini uccidessero o mutilassero degli agenti".
A conclusione degli scontri, centinaia di uomini e donne furono arrestati. Tra questi il giovane dirigente comunista palermitano, il quale rimase all'Ucciardone per un anno e mezzo. Durante la sua prigionia - e precisamente nel febbraio 1951 - inviò una lettera al segratario della Federazione comunista di Palermo, Paolo Bufalini. Tra le altre cose, gli scrisse:
"In questi ultimi anni il popolo siciliano ha dato prova di sapersi battere generosamente per conquistarsi un regime di libertà, di progresso e di pace. Ha dato la vita di alcuni dei suoi figli migliori nella lotta contro la mafia che si opponeva allo sviluppo delle organizzazioni democratiche dei comuni della nostra isola: da Miraglia, a Li Puma, a Rizzotto, a Cangelosi" (cit. in E. Berlinguer, 1982, p. 49):
Purtroppo, la tragica - e lunga - lista dei siciliani morti nella lotta contro la mafia, un giorno - il 30 aprile 1982 - avrebbe contenuto anche il nome di Pio La Torre, "caduto per quegli stessi principi che allora annunciava, alla vigilia del 35° anniversario della strage di Portella della Ginestra" (E. Berlinguer, 1982, pp. 49-50).
In Sicilia il bilancio degli interventi della polizia e della magistratura nelle lotte del 1949-50 fu il seguente: 3.185 contadini furono denunziati e processati; furono comminati 293 anni e 6 mesi di reclusione e 7.543.280 lire di multa (dati pubblicati, alla fine del 1953, dal Comitato regionale di solidarietà democratica; cit. in F. Renda, 1990c, p. 300).
Nonostante la dura repressione, il movimento contadino - che interessò un pò tutta la Nazione - si impose. In qualche località siciliana i contadini riuscirono a mietere il grano che avevano seminato. Ma il risultato più importante fu quello di aver innescato un irreversibile processo di rinnovamento. Il Governo ed il Parlamento, infatti, furono messi nella condizione di non poter negare una risposta legislativa alle masse rurali in rivolta.
11. LA RIFORMA AGRARIA: FINALMENTE IL MOVIMENTO CONTADINO... VIENE SCONFITTO!
Negli anni 1948-49 la politica governativa nazionale in campo agrario era stata caratterizzata dall'esclusione della riforma agraria (rivendicata dalle sinistre), dalla promozione della piccola proprietà contadina - finanziata dallo Stato - e dal potenziamento delle opere di bonifica. Lo stesso indirizzo era stato seguito dalla maggioranza di centro-destra che governava la Sicilia. Di fatti, il decreto legislativo nazionale 24 febbraio 1948 n. 114, sulla formazione della piccola proprietà contadina, era stato recepito e reso applicabile sul territorio regionale con decreto legge del Presidente della Regione 26 giugno 1948 n. 14, ratificato con legge regionale 30 giugno 1949 n. 17 (v. F. Renda, 1990c, pp. 330-331).
Tuttavia, l'irrompere sulla scena dei contadini poveri del Mezzogiorno, dei mezzadri della Toscana, dell'Emilia e della Lombardia, e dei braccianti della Valle Padana, fece saltare il programma agrario moderato del ministero De Gasperi. La forza del movimento contadino del 1949-50 stette nell'ampiezza del fronte di lotta, che si estese appunto dalla Lombardia alla Sicilia; nella contemporaneità tra occupazioni di terre al Sud e scioperi al Nord; e nella sua natura rivendicativa - e non già rivoluzionaria - concretatasi nella chiara richiesta della riforma agraria generale.
Ma a spingere il Governo sulla strada delle riforme non fu tanto la necessità di venire incontro alle esigenze dei contadini quanto la volontà di sottrarre questi ultimi alla influenza comunista.
"Nel proposito degasperiano (...) la riforma agraria fu una ampia quanto audace manovra volta a parzialmente accogliere le rivendicazioni contadine, e ciò al precipuo fine di recuperare nuova fiducia al suo partito e al suo governo, e togliere quanto più consenso possibile al comunismo (...) I comunisti usavano la riforma agraria come arma per aggredire il fronte governativo. Il problema era di strappar loro quello strumento d'offesa, e utilizzarlo a fini anticomunisti (...) dimostrando ai contadini che non occorreva essere comunisti per avere la terra" (F. Renda, 1990c, p. 332).
Il 5 aprile 1950, il Governo nazionale presentò alla Camera dei deputati un disegno di legge sulla riforma agraria generale. Seguirono, il 12 maggio, l'approvazione della cosiddetta <<legge Sila>> - limitata alla Calabria - e, il 21 ottobre, l'approvazione della cosiddetta <<legge stralcio>> di riforma agraria, la cui efficacia era estesa a tutte le regioni meridionali (Sicilia compresa).
La destra agraria siciliana - che faceva parte della maggioranza governativa regionale ma era all'opposizione nel Parlamento nazionale - si sentì tradita dalla Democrazia cristiana. A quel punto l'unica cosa da fare per limitare il danno era quella di
"evitare che in Sicilia in tema di riforma agraria legiferasse il Parlamento nazionale (cioè la DC non condizionata dalle destre) invece che l'Assemblea regionale (la DC al governo assieme con le destre)" (F. Renda, 1990c, p. 333).
Fu per questo che, il 7 giugno 1950, il Governo regionale - presieduto da Franco Restivo - presentò all'Assemblea un proprio disegno di legge di riforma agraria, che - dopo un durissimo scontro politico tra le forze di centro-destra e quelle di sinistra, conclusosi con il voto favorevole delle prime ed il voto contrario delle seconde - divenne la legge regionale 27 dicembre 1950 n. 104. Questa stabiliva: l'esproprio dei terreni superiori ai 200 ettari (escluse le aree boschive), e la loro assegnazione in proprietà ai contadini; l'obbligo della trasformazione colturale in senso intensivo dei terreni tra i 100 e i 200 ettari.
A spingere il deputati del Blocco del Popolo ad esprimere voto contrario al provvedimento legislativo fu la mancata considerazione, da parte di questo, del patrimonio sociale ed economico del movimento cooperativo siciliano. Ad esempio, per quanto riguardava il sistema di assegnazione delle quote di terra ai contadini, la riforma agraria regionale prevedeva il sorteggio individuale generalizzato, secondo quanto proposto dalla DC e dai suoi alleati; le sinistre, invece, si erano battute affinché alla assegnazione partecipassero anche le cooperative. Ed ancora, la legge n. 104 disponeva lo scioglimento di tutti i rapporti agrari pendenti - sia individuali che collettivi - sui fondi espropriati; e riconosceva ai proprietari terrieri la possibilità di scegliere quali fondi conferire agli Enti per la riforma agraria. Ovviamente, i proprietari conferirono i terreni peggiori (lontani dai centri abitati e pietrosi) che erano anche quelli che avevano già concesso alle cooperative agricole, le quali furono, pertanto, espulse senza alcun risarcimento. Quanto poi alle terre non soggette ad esproprio ma ad opere di miglioramento, i proprietari erano sì tenuti a presentare dei piani particolari di trasformazione, ma era data loro facoltà di chiedere la risoluzione dei contratti agrari in corso nonché delle eventuali concessioni a cooperative. Come se non bastasse, agli assegnatari era negato il diritto di associarsi in cooperative liberamente costituite, obbligandoli a far parte di cooperative dirette dai burocrati (per lo più corrotti) dell'Ente di Riforma Agraria Siciliana (ERAS), all'interno delle quali ai contadini non era riconosciuto alcun potere decisionale. (51)
Tutto ciò dimostrava chiaramente che il reale disegno politico delle forze conservatrici che avevano approvato la legge siciliana di riforma agraria - che le sinistre soprannominaroro <<controriforma agraria>> - era il seguente: smantellare il sistema cooperativistico volontario; isolare i contadini poveri (tradizionalmente iscritti alle organizzazioni comuniste) trasformandoli in piccoli proprietari (di terreni per lo più scadenti); indebolire il movimento contadino diretto dalle sinistre.
Nonostante la natura moderata di questa riforma, gli agrari fecero di tutto per sabotarla. Aiutati dall'astuzia dei propri avvocati e dalla connivenza della magistratura (v. G. Di Lello, 1994, p. 56), essi scatenarono la cosidetta <<guerra della carta bollata>>, volta, per l'appunto, a bloccare l'attuazione della legge. Ci riuscirono per ben quattro anni, durante i quali in Sicilia non fu assegnato neanche un ettaro di terra (v. Pio La Torre, 1980, p.78).
Il fatto che, per tutto questo tempo, i proprietari terrieri riuscirono ad influenzare così fortemente l'Assessorato dell'Agricoltura e l'Ente di Riforma Agraria si spiega facilmente. Il personale di queste due istituzioni "era stato assunto con i peggiori metodi del clientelismo privilegiando alcuni rampolli delle più note famiglie mafiose. Le connivenze, pertanto, diventarono un fatto normale" (Aa. Vv., 1976, p. 36).
Nel frattempo, per sottrarsi all'espropriazione delle proprie terre - per le quali avrebbero avuto un indennizzo pari al 40% del loro valore di mercato - gli agrari misero in pratica un altro sistema, ancora più incisivo: lottizzarono i propri feudi e, violando la legge di riforma agraria, ne misero in vendita una buona parte. In realtà, i proprietari avevano iniziato a vendere già nel 1948, in seguito alla promulgazione della legge per la formazione della piccola proprietà contadina; questa permetteva loro di alienare anche i terreni che avevano concesso alle cooperative e prevedeva un aiuto finanziario - da parte dello Stato - per i contadini che non avevano denaro sufficiente. Queste facilitazioni creditizie e la disponibilità sul mercato di una quantità di terra sempre maggiore, suscitarono una sorta di corsa all'acquisto, alimentata, ovviamente, dalla impazienza dei contadini di divenire proprietari. Questa febbre contagiò anche i
militanti del movimento contadino, benché le organizzazioni di sinistra invitassero caldamente a non comprare e ad aspettare che venisse attuata la riforma agraria.
Si ebbe, di conseguenza, un rialzo incredibile dei prezzi (fino a 5, 6 volte il prezzo stabilito dalla legge di riforma); ma questo non fermò l'ascesa della domanda di terra. Il risultato fu che, soprattutto tra il 1948 ed il 1955, gli agrari realizzarono un enorme guadagno. Nel complesso, 80.000 siciliani acquistarono (o ottennero in concessione enfiteutica) circa 400.000 ettari di terra (F. Renda, 1990c, p. 339); il corrispettivo finanziario fu pari a 30 miliardi dell'epoca, che corrispondono ai 600 miliardi di adesso (M. Genco, 1996, p. 5).
Non tutto il denaro sborsato dai contadini (in prevalenza medi e ricchi) per acquistare la terra finì nelle tasche dei proprietari. Una buona parte di quei 30 miliardi fu rastrellata dagli intermediari mafiosi (cfr. S. Lupo, 1993, p. 166). Costoro acquistarono i fondi dai proprietari a 150-200 mila lire l'ettaro; tennero per sé le parti migliori; e nel giro di qualche giorno rivendettero il resto a 300-400 mila lire l'ettaro.
La fine del latifondo in Sicilia, dunque,
"avvenne attraverso un processo contraddittorio. Da un lato venne ritardata e distorta l'attuazione della legge di riforma agraria, dall'altro si realizzò l'operazione vendita delle terre che offrì nuovo campo di attività alla mafia" (P. La Torre, 1980, p. 80).
Le sinistre, intanto, per resistere e reagire a questa "colossale truffa" (Aa. Vv., 1976, pp. 36-37) attuata da proprietari e mafiosi contro i contadini siciliani, oltre ad ammonire questi ultimi - inutilmente - a non comprare, organizzarono, nell'autunno del '54, delle manifestazioni di protesta che "travol(sero) definitivamente le resistenze e costrin(sero) il governo a porre mano agli scorpori" (P.La Torre, 1980, pp. 80-81) e ad applicare, finalmente, la riforma agraria.
Furono espropriati 115.280 ettari di terra; ne furono assegnati ettari 93.075 (dati INEA, in F. Renda, 1976, p. 84). Finalmente anche migliaia di braccianti e di contadini poveri poterono avere <<la roba>>. Le famiglie assegnatarie furono 23.043. A ciascuna di esse toccò un podere di modesta estensione (3 o 4 ettari) e di mediocre qualità (vista la facoltà concessa agli agrari di scegliere quali terreni conferire all'ERAS).
Tirandolesomme,neglianniCinquantainSicilia 500.000
ettari di terra (il 20% della superficie agraria e forestale e i 2/3 della grande proprietà fondiaria) cambiarono padrone. Per 4/5 il trasferimento di proprietà avvenne sul libero mercato, spesso con l'intermediazione della mafia ed a prezzi altissimi. Il rimanente quinto fu concesso dall'ERAS (tramite sorteggio tra i contadini che ne avevano fatto richiesta) in applicazione della legge regionale di riforma agraria.
La legge 104 del 27 dicembre 1950, dunque, portò alla quasi totale scomparsa del latifondo. Ma ciò, paradossalmente, più che il risultato della sua attuazione fu il risultato degli stratagemmi posti in essere dagli agrari per sottrarsi ad essa. Per di più, non tutta la terra degli ex-feudi passò in mano ai contadini. Migliaia di ettari finì per ingrossare i possedimenti del ceto medio agrario e, in particolar modo, della mafia. Questa, lungi dallo scomparire insieme al latifondo - come teorizzato dalle sinistre ed auspicato dal movimento contadino - seppe sfruttare al meglio (come, del resto, era solita fare) il rivolgimento economico in corso. Ecco cosa scrive Francesco Renda (1993, p.26), che, lo ricordiamo, fu tra i protagonisti delle lotte agrarie di quegli anni:
"(...) si partiva dal convincimento, da un'ipotesi teorica sbagliata, che la mafia fosse un residuo feudale, un prodotto del latifondo e della arretratezza dei rapporti di produzione nelle campagne; che perciò bastava distruggere il latifondo, modificare i rapporti agrari ingiusti ed arretrati, perché, venute meno le condizioni materiali di esistenza della mafia, scomparisse anche la mafia. Ed invece il latifondo è stato distrutto, ed è accaduto l'incredibile e cioè che sia stata la mafia a governare o a controllare e persino a trarre enormi vantaggi materiali e monetari da quel processo di trasformazione".
Le equazioni latifondo = mafia, piccola proprietà = progresso sociale (v. S. Lupo, 1993, p.10) sono false. Innanzitutto, come sappiamo (v. 1° capitolo, pp. 28-29), sin dalle sue origini, la mafia è stata presente anche nella
rigogliosa Conca d'Oro (dove non esisteva il latifondo) e ha sfruttato anche i traffici commerciali di Palermo (cfr. R. Catanzaro, 1991, pp. 20-24). Inoltre, ripetiamo, non è vero che la mafia è un effetto dell'arretratezza economica e sociale ma, piuttosto, ne è una causa (52).
Con i miliardi realizzati negli anni '50 con il mercato fondiario né gli agrari né i mafiosi seppero, o meglio vollero, creare nuove occasioni di sviluppo. I primi, "quando non dilapidarono, investirono nei terreni edificabili ed in operazioni finanziarie. I mafiosi investirono, naturalmente, nel malaffare (...)" (M. Genco, 1996, p. 5). Gli ex-campieri e gabelloti (primi fra tutti i Corleonesi) pensarono bene di concentrare le proprie energie nelle città (senza però abbandonare del tutto la campagna): comprarono aree edificabili e tutti i macchinari necessari per la speculazione edilizia; <<rinverdirono>> i propri rapporti con il mondo politico (locale e nazionale); si prepararono ad accaparrare buona parte degli appalti pubblici che - grazie all'istituzione del fondo di solidarietà nazionale (ex art. 38 dello Statuto regionale) e, nell'agosto 1950, della Cassa per il Mezzogiorno - sarebbero piovuti cospicuamente sull'Isola.
Un destino ben diverso fu quello dei centomila capifamiglia divenuti piccolo - o piccolissimi - proprietari, e dei numerosi contadini (quasi duecentomila;
cfr. F. Renda, 1990c, pp. 340-341) rimasti Senzaterra (53).
Chi aveva acquistato la terra a prezzi elevati ora non disponeva del denaro necessario per coltivarla. Chi l'aveva avuta in concessione dall'ERAS (con pagamenti dilazionati fino a trent'anni), vista la modesta estensione e la poca fertilità del suolo si rese presto conto che non ne avrebbe potuto ricavare di che vivere. Sia gli uni che gli altri, inoltre, furono abbandonati a sé stessi, mancando di una adeguata assistenza tecnica e finanziaria da parte dello Stato.
La riforma agraria si risolse in una riforma fondiaria, avendo comportato solo una distribuzione delle terre ma non anche un loro più razionale sfruttamento.
Si assisté, di conseguenza, alla nascita del cosiddetto <<latifondo contadino>>:
"formato da piccole unità poderali, in cui prevalgono le colture estensive, richiedenti cure discontinue con limitatissimo impiego di capitale e metodi di produzione primitivi. Particolarmente nelle zone asciutte, i contadini divenuti proprietari, non avevano alcuna possibilità di effettuare miglioramenti e trasformazioni colturali, e non riuscirono ad evadere dal circolo vizioso del ristagno, dal momento che il reddito dei lotti era insufficiente per assicurare loro l'autonomia" (F. Ferrarotti, 1978, p. 270).
Il movimento contadino ne uscì, in realtà, sconfitto. Ciò significò, tra l'altro,
"la rottura della più importante rete di <<solidarietà sociale allargata>>, la fine di un progetto collettivo, di una speranza di riscatto sociale raggiungibile attraverso la lotta politica in un contesto democratico" (T. Perna, 1994, p. 69).
Il PSI ed il PCI - seguendo ormai una "strategia nazionale di ampio consenso elettorale, rivolta tanto ai lavoratori agricoli quanto ai loro padroni" (A. Blok, 1986, pp. 202-203) - non seppero consolidare la battaglia per la terra e trasformare il movimento popolare del Mezzogiorno in una "rivoluzione più vasta, che avrebbe potuto modificare radicalmente la struttura della società meridionale" (A. Blok, 1986, p. 203) (54).
Ai piccoli proprietari in crisi ed ai Senzaterra non rimase che una strada da percorrere: l'emigrazione. Nel ventennio 1950-70 un milione di siciliani - vale a dire un quinto della popolazione isolana - lasciarono la propria <<terra>> (386.000 nel decennio '51-61, 624.000 nel decennio '61-71; F. Renda, 1990c, p. 476) in cerca di maggiore fortuna nell'Italia settentrionale o all'estero. A questi vanno aggiunti coloro i quali, pur rimanendo all'interno dell'Isola, si trasferirono dall'entroterra verso le coste e, di preferenza, verso le città (tra il '51 ed il '61 la popolazione di Palermo crebbe di 100.000 abitanti (55) ). Questo movimento demografico interno animò il mercato edilizio cittadino, che divenne particolarmente appetibile per le cosche mafiose.
La grande ondata migratoria di quegli anni è la prova più evidente
"della sconfitta delle lotte contadine, del sostanziale
fallimento della riforma agraria, obiettivo primario di quelle lotte, e della crisi finale del mondo contadino e di una società agraria in cui la mafia aveva solide radici, pur non essendo mai stata esclusivamente agraria". L'emigrazione, svuotando le campagne siciliane, eliminò "l'antagonista storico della mafia, cioè il movimento contadino, sgombrando definitivamente il campo dalle lotte per il rinnovamento sociale delle campagne, e questo è, obiettivamente, un grande vantaggio per la mafia, che sposta i suoi interessi sempre più dal feudo alla città, non perché è stata sconfitta e scacciata dalle campagne, ma unicamente perché gli interessi legati alla terra tendono ad avere un'importanza sempre minore" (G. Chinnici, U. Santino, 1991, p. 227).
12. GLI ULTIMI CADUTI DEL MOVIMENTO CONTADINO ANTIMAFIA
Anche dopo l'approvazione della riforma agraria, le campagne dell'entroterra siciliano si bagnarono del sangue di contadini e sindacalisti che, a livello locale, lottavano, ancora, per condizioni di vita migliori. Segno, questo, che la mafia, pur seguendo l'urbanizzazione della società siciliana, continuava a mantenere il tradizionale controllo sulle zone rurali.
Il 7 agosto 1952, a Caccamo - un grosso comune agricolo e mafioso in provincia di Palermo - il contadino comunista Filippo Intile fu ammazzato a colpi di accetta. Egli aveva <<osato>> dividere i prodotti del terreno che aveva a mezzadria a 60% e 40% (come stabilito dal decreto Gullo n. 311) e non a 50% e 50% (come stabilito dal concedente mafioso). Per il delitto furono arrestati due uomini; ma furono rilasciati dopo sei mesi, poiché prosciolti in istruttoria. In quel periodo, il capomafia del circondario era don Peppino Panzeca (che, per qualche tempo, è stato anche a capo della Commissione provinciale mafiosa), fratello dell'arciprete di Caccamo, don Teotista, anch'egli mafioso. Don Peppino teneva in pugno, tramite i consiglieri della DC (in fortissima maggioranza), il Consiglio comunale di Caccamo. Il suo potere arrivava al punto che, pur non essendo consigliere comunale (avendo la fedina penale sporca non poteva essere eletto), egli partecipava sovente alle riunioni consiliari, prendendo posto accanto al Sindaco, in una poltrona a lui riservata (questa poltrona sarebbe stata tolta solo nel 1962, in seguito alla elezione di quattro consiglieri comunisti) (56).
Il 16 maggio 1955, a Sciara - un paesino distante appena tre chilometri da Caccamo - un socialista di 32 anni, Salvatore Carnevale, fu ucciso dalla mafia della zona per via della sua attività sindacale in favore dei contadini poveri, dei mezzadri, dei cavapietre (v. R. Siebert, 1994, pp. 269-270). Ecco cosa raccontava allo scrittore Carlo Levi chi aveva frequentato di persona il giovane sindacalista:
"(...) Era uno dei migliori, un vero capo contadino (...) Fu lui a fondare la sezione socialista di Sciara, nel '51, e a mettere in piedi la Camera del lavoro. A Sciara non c'era mai stato nulla, nessun partito, nessuna organizzazione per i contadini, niente mai. Era un paese feudale (...) E' un paese poverissimo, naturalmente (...) in mano alla mafia. Non è un grosso centro di mafia come Caccamo, Termini, o Trabia o Cerda che le stanno tutto attorno, perché è poco più di un villaggio. Ma quei pochi mafiosi sono i padroni e fanno la legge (...) Carnevale fu il primo, e mosse ogni cosa con l'esempio e con il coraggio. Perché aveva una mente chiara, e capì che non si può venire a patti, che i contadini dovevano muoversi con le loro forze, che il contadino per vivere deve rompere con la vecchia struttura feudale, non può accettare neppure il minimo compromesso. Capì che l'intransigenza è, prima che un dovere morale, una necessità di vita, e che il primo passo è l'organizzazione, e che ci si può fondare e appoggiare soltanto sulle organizzazioni che non hanno nulla a che fare con il potere (...) L'ha pagato con la vita (...)" (57).
La madre di <<Turiddu>>, Francesca Serio, fu "una delle prime donne ad aver sfidato l'arroganza mafiosa col ricorso alla giustizia" (R. Siebert, 1994, p. 269). Con grande coraggio, indicò per nome gli assassini del figlio, e - assistita da Sandro Pertini - si costituì parte civile al processo. I quattro mafiosi incriminati - difesi da un altro futuro presidente della Repubblica, Giovanni Leone - in prima istanza furono condannati all'ergastolo; ma nel processo di appello furono assolti per insufficienza di prove.
Il 13 agosto 1955 fu ucciso un altro sindacalista, Giuseppe Spaguolo, sindaco di Cattolica Eraclea (Agrigento) (U. Santino, 1995, p. 42).
Il 20 settembre 1960 cadde, sotto i colpi della lupara,
Paolo Bongiorno, segretario della Camera del lavoro di Lucca Sicula (Agrigento) e dirigente locale del movimento contadino.
"La vittima era stata inclusa nella lista del PCI per le imminenti elezioni amministrative. La lista contrapposta raggruppava elementi della DC e del MSI. Gli assassini non sono mai stati scoperti" (Aa. Vv., 1976, p. 194).
Il 24 marzo 1966, a Tusa (Messina) fu ucciso Carmelo Battaglia, assessore al patrimonio - in una giunta di sinistra - al comune di Tusa, e dirigente sindacale.
Questo omicidio, avvenuto a tre anni dall'insediamento della Commissione parlamentare antimafia (avvenuto in seguito alla strage di Ciaculli (58)), <<svelò>> l'esistenza di organizzazioni mafiose anche in una zona ritenuta, fino ad allora, immune: la provincia, <<babba>>, di Messina.
In realtà, nel lembo occidentale della provincia, confinante con le province di Palermo ed Enna, e comprendente buona parte della catena dei Nebrodi, già da tempo si erano verificati gravi fenomeni delittuosi tipici delle <<zone di mafia>> (estorsioni, abigeati, danneggiamenti, attentati) (59).
Negli ultimi dieci anni (1956-66), si erano registrati ben 12 omicidi, tutti consumati in un territorio compreso tra i comuni di Mistretta, Tusa, Pettineo e Castel di Lucio, che fu soprannominato il <<triangolo della morte>> (v. G. Messina, 1995). Dietro questi delitti vi era la <<mafia dei pascoli>>, e le lotte scatenate al suo interno per il controllo dell'economia allevatoria dei Nebrodi. L'assassinio di Carmelo Battaglia, rappresentò, quindi, il 13° anello di una lunga catena di sangue. Ma, a differenza delle altre vittime, il sindacalista era stato assassinato perché si era apertamente, e legalmente, ribellato all'ordine costituito, promuovendo, nel suo paese, un movimento organizzato di contadini e pastori.
Brevemente, i fatti. Carmelo Battaglia era stato uno dei soci fondatori della cooperativa <<Risveglio Alesino>> di Tusa, nata nel 1945 per la concessione delle terre incolte. Nel 1965,i contadini e coltivatori soci di questa cooperativa, insieme a quelli soci della cooperativa <<S. Placido>> di Castel di Lucio, erano riusciti ad acquistare, dalla baronessa Lipari, il feudo Foieri, di 270 ettari. Subito dopo l'immissione nel possesso del fondo, sorsero forti contrasti con il gabelloto comm. Giuseppe Russo - ex vice-sindaco DC di Sant'Agata di Militello - e con il sovrastante Biagio Amata, che avevano avuto in gestione il feudo fino ad allora. Costoro pretesero dai nuovi proprietari la cessione di una parte dell'ex-feudo, per farvi svernare i propri armenti. Fu proprio nei forti contrasti che sorsero tra la cooperativa <<Risveglio Alesino>> e questi due personaggi che maturò, quasi sicuramente, il delitto Battaglia.
L'assessore socialista - che aveva difeso con fermezza i diritti dei contadini - fu ucciso all'alba del 24 marzo, proprio mentre si recava sul feudo Foieri. Gli assassini non si limitarono a sparargli addosso. Vollero che il messaggio mafioso di quella esecuzione fosse chiaro a tutti. Così, sistemarono il cadavere in posizione accovacciata, con le mani dietro la schiena e la faccia appoggiata su di una grossa pietra. Il giornalista Felice Chilanti scrisse:
"uno ha sparato, altri hanno compiuto la bieca operazione mafiosa di chinare, in atto di sottomissione, un uomo che in vita non si era arreso (in M. Ovazza, 1993, p. 19).
Dunque,
"(...) chiunque sia stato a sparare, ha siglato il delitto con lo stile inconfondibile, solito degli assassini dei Carnevale, dei Li Puma, dei Cangelosi, dei Rizzotto, dei Miraglia, dei capilega e degli organizzatori del movimento operaio e contadino in Sicilia; (...) il delitto ha chiaro il segno dell'odio secolare contro chi è fermo nel perseguimento di pertinaci obiettivi di giustizia e di rigenerazione sociale; la sanguinaria imprecazione contro colui che partecipa più attivamente alla rivolta organizzata dalle masse contro lo sfruttamento e il privilegio, contro chi osa opporsi ad una condizione passiva della miseria siciliana e contribuisce a trasformarla in una carica di lotta sistematica e irrefrenabile; c'è ancora più chiara la volontà primitiva di ammonire, di costringere a desistere chi, continuando a lottare, è protagonista temibile, <<pericoloso>>,e preferisce non sottrarsi alla vendetta della lupara, sempre possibile, sempre eventuale, come fragorosa ed anonima difesa di un'ordine di vergogne sociali da rispettare" (M. Ovazza, 1993, p. 20).
L'omicidio di Carmelo Battaglia e i 12 omicidi consumati precedentemente nel <<triangolo della morte>> rimasero impuniti.
NOTE AL CAPITOLO QUARTO
(1) - Cfr. G. Di Lello, 1994, p. 37 e F. Renda,1990c, p.15 e p. 21.
(2) - V. F. Renda, 1994, pp. 78-79; U. Santino, 1994b, p. 134; S. Lupo, 1993, pp. 158-159.
(3) - Inchiesta parlamentare sulla criminalità organizzata, disposta dal Senato americano, nota per il rapporto conclusivo redatto nel 1951 dal presidente del Senate Crime Investigating Committee, senatore Estes Kefauver (cfr. F. Renda, 1990c, p. 94).
(4) - Il sicilianismo "è stata un'ideologia mafiosa o filomafiosa confezionata e sciorinata ogniqualvolta gli interessi delle classi conservatrici, in primo luogo dei proprietariterrieri e degli affittuari dei latifondi (gabelloti), venivano minacciati, per cui s'innalzava la bandiera della Sicilia calpestata da <<quelli del Nord>>, minimizzando o negando la stessa esistenza della mafia. Ciò avvenne con l'ondata di reazioni all'inchiesta privata di Franchetti e Sonnino del 1876, si ripetè in occasione dello scalpore suscitato dal processo per l'assassinio del direttore del Banco di Sicilia Emanuele Notarbartolo (1893) ed ebbe la sua fase di maggiore virulenza nella vicenda separatistica degli anni '40" (U. Santino, 1994a, p.327).
(5) - "All'interno della indifferenziata schiera di separatisti, con il cuore rivolto alla <<patria>> siciliana e con la mente concentrata sui loro interessi, stanno i grandi agrari per i quali l'indipendenza ha un senso solo se garantirà i reali rapporti di forza esistenti nelle campagne: il governo centrale, con i socialcomunisti dentro, con la minaccia della riforma agraria e con i decreti Gullo (...) non promette nulla di buono in tal senso e, pertanto, la carta indipendentista merita di essere giocata sino in fondo in una prospettiva rigidamente conservatrice" (G. Di Lello,1994, p. 40).
(6) - Cfr. G. Falzone, 1975, p. 256 e F. Renda, 1990c, p. 222.
(7) - Pochi giorni dopo l'arresto dei tre dirigenti, e precisamente il 16 ottobre 1945, la banda dei niscemesi
uccise - in un conflitto a fuoco nei pressi di Niscemi - tre carabinieri. Ma questo fu soltanto uno dei primi tragici episodi compiuti in nome del separatismo.
(8) - In una serie di articoli pubblicati all'inizio del 1946, i giornalisti del settimanale <<Chiarezza>>, diretto da Salvatore Francesco Romano, sostennero che il reale disegno politico di questi avvenimenti era più complesso di quel che potesse apparire. Secondo loro, tali attentati rappresentavano una sorta di ricatto nei confronti dello Stato italiano affinché in Sicilia non fossero intaccati i tradizionali equilibri di potere. Per cui, veniva agitato lo spauracchio del separatismo per ottenere, quanto meno, un'autonomia regionale che consentisse alle forze della reazione (e alla mafia) di continuare a spadroneggiare. I giornalisti di <<Chiarezza>> scrivevano che essi speravano si potesse presto "individuare la figura dei mandanti e i finanziatori del movimento. Essi appartengono alla classe che ha sempre dominato in Sicilia e che oggi (...) ha interesse a creare e a mantenere l'attuale stato di fatto, tentando di giocare l'ultima carta per forzare la mano al governo per la concessione di un'autonomia che ritardi all'infinito l'evoluzione economica delle classi lavoratrici siciliane. Palermo è al centro dell'attenzione, quindi, delle manovre della guerriglia, quella delle montagne e quella dei corridoi politici (...) Ci sono negli stessi organi politici che governano l'isola quei soliti <<amici>> che coprono i maneggi delle grandi classi feudali, dei grandi proprietari agrari e stabiliscono il legame più o meno cosciente tra gli uomini che quegli organi ancora dirigono e il separatismo" (<<Chiarezza>>, 20 gennaio 1946, cit. in S.F. Romano, 1963, p. 240).
Per queste denunzie i redattori del settimanale ricevettero alcune lettere contenenti minacce di morte. Una di queste lettere recava la firma di Salvatore Giuliano ed era indirizzata al direttore del giornale.
(9) - Nel 1866, per reprimere il brigantaggio, e nel 1894 per liquidare il movimento dei Fasci siciliani.
(10) - Nelle elezioni del 2 giugno, il MIS ottenne solo l'8,71% dei voti siciliani, e "si collocò nell'ordine come il quinto raggruppamento elettorale dopo la Democrazia cristiana, l'Unione democratica, il Partito socialista e l'Uomo qualunque (...)" (F. Renda, 1990c, p. 257).
(11) - Nella drammatica vicenda di Villalba si ritrovano alcune caratteristiche tradizionali dell'esercizio del potere mafioso. Ecco come le identifica la Federazione comunista di Caltanissetta in un memoriale, datato 7 gennaio 1964, indirizzato alla Commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia:
"1) Azione violenta della mafia in difesa delle strutture agrarie esistenti, e aperta intimidazione rivolta ai partiti politici, alle organizzazioni sindacali ed ai lavoratori della terra che ponevano l'esigenza della concessione della terra ai contadini.
2) Debolezza - in qualche caso connivenza - dei pubblici poteri di fronte alla mafia (...)
3) Notevole capacità di intrigo e forza di pressione della mafia al punto di consentire ai responsabili della strage di non scontare nemmeno un solo anno di carcere e di riuscire ad ottenere persino la grazia del presidente della repubblica, per intercessione di forze politiche democristiane (in Aa. Vv., 1976, p. 182).
(12) - "A Palermo, in una sola giornata furono arrestati 108 trafficanti; nel catanese, a tutto novembre (1944, N.d.a.) le manette furono applicate ad oltre 2000 evasori" (F. Renda, 1990c, p. 141).
(13) - Secondo F. Renda (1990c, p. 156) i morti furono 26, i feriti 104.
(14) - "Il 14 raggiunse Zafferana; il 15 toccò Castel di Judica; il 16 Ramacca e Scordia; il 17 Pedara e Vizzini; altri centri coinvolti furono Raddusa, San Giovanni Galermo, San Michele di Ganzeria, Fiumefreddo, Giarre e Riposto (...)" (F. Renda, 1990c, p. 161).
(15) - "Palma Montechiaro, Canicattì, Naro, Santa Margherita Belice, Joppolo Giancaxio" (F. Renda, 1990c, p. 161).
(16) - Secondo J. Calapso (1980. p. 229) in provincia di Ragusa il bilancio di sangue fu il seguente: "18 morti e 24 feriti tra carabinieri e soldati; 19 morti e 63 feriti tra gli insorti".
(17) - Cfr. O. Barrese, 1973, p. 11 e U. Santino, 1995, pp. 31-32.
(18) - "Avveniva che al momento di ritirare il prodotto dall'aia, il proprietario, o più spesso un suo scherano, si recava sul posto per chiedere al mezzadro se intendesse dividere all'antica, o piuttosto come dicevano i comunisti. Appena il mezzadro annunciava di voler dividere secondo i criteri della nuova legge, il padrone si dirigeva ai più vicini carabinieri e vi depositava una querela per appropriazione indebita, chiedendo l'intervento immediato della forza pubblica contro il mezzadro che intanto aveva cominciato a dividere applicando la legge. Il maresciallo dei carabinieri si recava sul posto, e se il mezzadro dimostrava tanto controllo di sè da subire in silenzio tutta l'operazione, la questione si concludeva con il sequestro della quota in contestazione. Se invece accadeva che il mezzadrosi abbandonasse a qualche inconsulto ma comprensibile atto di reazione, la vicenda si concludeva con il suo arresto e con il processo per oltraggio e resistenza alla forza pubblica. Ora è evidente che se nella migliore delle ipotesi, dopo 6 mesi o 1 anno, il pretore avesse giudicato e magari assolto il mezzadro incolpato di appropriazione indebita, e gli avesse restituito il prodotto sequestrato, i danni sofferti dal mezzadro erano pur sempre irreparabili. Solo le spese della causa superavano il valore del prodotto. Purtroppo vi furono anche moltissime sentenze di condanna per episodi di questo genere. Si ritenne cioè di frequente che il mezzadro che pretendeva di applicare la legge senza il previo ricorso al magistrato, si rendesse colpevole quanto meno di esercizio arbitrario delle proprie ragioni (...) " (N. Sorgi, "Lotte contadine in Sicilia", in <<Il Ponte>>, maggio 1959, cit. in F. Renda, 1990c, pp. 192-193).
(19) - Per un'analisi più dettagliata dell'accordo sindacale v. F. Renda, 1990c, pp. 194-197.
(20) - Cfr. F. Renda, 1979, pp. 27-28 e F. Renda, 1990c, pp. 197-199.
(21) - V. S.G. Tarrow, 1972, pp. 216-219 e P. La Torre, 1980 pp. 73-76.
(22) - "I contadini della provincia di Caltanissetta, patria della mafia e del campierato, furono i primi a condurre a fondo una giusta lotta contro il feudo. Essi, riuscirono a legare alle loro rivendicazioni gli operai delle zolfare, in quel periodo chiuse ed inattive per la grave deficienza dei trasporti; i minatori, a loro volta, riuscirono a mobilitare alcuni ferrovieri, anch'essi inattivi per la distruzione della rete ferroviaria. (...) è certo (...) che minatori e ferrovieri ebbero un peso determinante nelle lotte contadine, e le prime occupazioni sono state effettuate nei paesi di Riesi, Sommatino, Butera, Mazzarino, Serradifalco, San Cataldo e Caltanissetta, cioè nella zona del bacino zolfifero della provincia di Caltanissetta" (M. Pantaleone, 1984, p. 101).
(23) - D. Dolci, 1962, "Spreco", Torino, Einaudi, cit. in F. Renda, 1990c, pp 502-503.
(24) - Al 31 dicembre 1952, quando l'esperienza delle cooperative concessionarie di terra volgeva al termine - a causa anche di alcune disposizioni legislative che li penalizzavano (tra queste, legge sulla formazione della piccola proprietà contadina e riforma agraria regionale, v. F. Renda, 1979, pp. 123-129) - i risultati complessivi del movimento cooperativistico siciliano del 2° dopoguerra furono i seguenti: domande di concessione presentate 4.809; ettari richiesti 904.743; domande respinte 3827; superficie richiesta e non concessa 818.323 ettari; domande accolte 982; superficie assegnata 86.420 ettari (F. Renda, 1990c, p. 203).
(25) - Relazione conclusiva della Commissione parlamentare d'inchiesata sul fenomeno della mafia in Sicilia.
(26) - "Per contadino povero intendiamo una figura mista di mezzo bracciante e mezzo piccolo proprietario, colono-mezzadro; una figura di lavoratore agricolo che ha in qualche modo un appezzamento di terra, non sufficiente però ad assorbire tutta la forza-lavoro della sua famiglia, per cui è costretto a dare una parte della forza-lavoro sua e della sua famiglia ad altri" (p. La Torre, 1980, p. 22).
(27) - Tratto da U. Santino, 1995, pp 31-35 e da C. Pantaleone (a cura di), 1985, pp. 24-27.
(28) - D. Dolci, 1962, "Spreco", cit. in F. Renda, 1990c, p. 503.
(29) - Il 25 aprile 1957 (quando ormai da tempo la DC governava sia a Palermo sia a Roma e aveva consolidato il legame polico-elettorale con la mafia) si registrò un episodio gravissimo: l'assassinio di Pasquale Almerico, segretario della sezione democristiana nonché sindaco di Camporeale (Palermo). A decretarne la morte, la sua opposizione (isolata) all'ingresso nel partito di un gruppo di liberali mafiosi, capeggiati dal boss Vanni Sacco (cfr. U. Santino, 1995, p. 42; O. Barrese, 1973, pp 160- 167; G. Fava, 1982, pp. 270-271).
(30) - Che continuava, intanto, a mietere vittime: L'11 gennaio 1947, fu aggredito Antonino Mannarà, segretario della Camera del lavoro di Canicattì (Agrigento), il quale, però, rispose al fuoco e riuscì a far fuggire gli attentatori; il 17 gennaio a Ficarazzi (Palermo) fu ucciso il comunista Pietro Macchiarella, il mafioso Francesco Paolo Niosi venne indicato come responsabile (U. Santino, 1995, pp. 35-36).
(31) - Già in altre occasioni le forze dell'ordine erano intervenute duramente per <<calmare>> i lavoratori in agitazione. Infatti, oltre alla strage di Palermo del 19 ottobre 1944, si registrarono i seguenti gravi episodi (v. U. Santino, 1995, pp. 32-34):
- l'11 settembre 1945, a Piazza Armerina (Enna) un carabiniere uccise il socialista Pivelli (o Pivetti) nel tragitto verso il posto di lavoro; l'indomani furono arrestati i segretari delle sezioni del PC e del PSI per avere organizzato uno sciopero;
- il 12 marzo 1946, a Palermo, le forze dell'ordine spararono sulla folla, in agitazione per la mancanza di viveri: 2 i morti (il commissario di P.S. Antonino Calderone, colpito forse dai colpi sparati da un carabiniere, e Giuseppe Maltese, operaio del Cantiere Navale) 22 i feriti;
- il 22 marzo, a Messina, nel corso di una manifestazione si contarono un morto (il soldato Salvatore Caramanna) e 24 feriti;
- il 5 agosto, a Caccamo (Palermo) ebbe inizio un duro scontro tra contadini, carabinieri e agenti di P.S. per questioni concernenti l'ammasso granario; i disordini si protrassero per tre giorni e si conclusero con un pesantissimo bilancio di sangue: "4 morti e 21 feriti tra le forze dell'ordine; circa 20 morti e 60 feriti tra i rivoltosi" (U. Santino, 1995, p. 34).
(32) - Recentemente, grazie ad una ricerca compiuta all'Archivio Centrale dello Stato di Roma dallo storico Mario Casella, si è scoperto che Alcide De Gasperi (presidente del Consiglio dal dicembre '45 al luglio '53) e Mario Scelba tra il 1946 ed il 1948 chiesero ai prefetti di tutta Italia di "<<controllare>> periodicamente <<l'attività politica del clero>>" (in <<La Repubblica>> del 25 ottobre 1996, p. 10). A quale scopo? Per verificare "ilgrado di <<fiducia>> dei sacerdoti nei confronti della DC e, soprattutto, se la loro attività pastorale fosse volta a sostenere il partito scudocrociato in chiave anticomunista negli anni cruciali dell'immediato dopoguerra" (in <<La Repubblica>> del 25 ottobre 1996).
(33) - "Il movimento contadino non tardò a fare sentire, sul piano elettorale, il suo peso politico. Le masse che parteciparono alla occupazione dei feudi rimasero legate alla Camera del lavoro, sotto l'influenza dei partiti di sinistra, i quali - come era ovvio immaginare - convogliarono i voti sulle liste del blocco del popolo, nelle quali erano candidati i dirigenti contadini. I proprietari, i gabelloti, i domini diretti proprietari di canoni enfiteutici, gli esattori dei canoni per conto di istituti religiosi, i sovrastanti, i campieri, e quanti altri vivevano nel feudo a spese dei contadini, orientarono le loro preferenze a favore delle liste dichiaratamente anticomuniste e antisocialiste. I dirigenti politici e sindacali dei partiti di sinistra seppero trarre vantaggio da questa spontanea divisione politica dichiarandosi intransigenti verso qualsiasi forma di infiltrazione della mafia ed intervenendo di autorità in quei paesinei quali, durante l'occupazione alleata, o nella fase di ricostituzione dei partiti, alcuni mafiosi erano riuscitia mimetizzarsi in dirigenti contadini per frenare la spinta sociale dei contadini stessi" (M. Pantaleone, 1984, pp. 102-103).
(34) - Fisarmoniche, zufoli, marranzani e chitarre ( O. Barrese, 1973, pp.13-14).
(35) - Giuseppe Alessi aveva chiuso la sua campagna elettorale a Villalba, elogiando la famiglia del capomafia Calogero Vizzini (O. Barrese, 1973, pp. 12-13).
(36) - Presidente dell'Assemblea fu eletto Ettore Cipolla, deputato del Fronte dell'Uomo qualunque.
(37) - Nell'autunno del 1947 altri due dirigenti di sinistra caddero vittime di agguati mafiosi: Giuseppe Maniaci, segretario della Confederterra e membro del PC, ucciso a Terrasini (Palermo) il 22 ottobre; e Vito Pipitone, anch'egli segretario della Confederterra, ucciso a Marsala (Trapani) l'8 novembre (U. Santino, 1995, p. 38).
(38) - Secondo l'ideologia solidaristica seguita allora dal PCI (v. S.G. Tarrow, 1972, pp. 251-253).
(39) - Cfr. Aa.Vv., 1976, p. 34; D. Paternostro, 1994, p. 64; P. La Torre, 1980, p. 17.
(40) - Nel 1946 si registrarono 116 furti, 29 danneggiamenti, 10 rapine ed estorsioni e ben 17 omicidi (D. Paternostro, 1992, p. 24).
(41) Queste parole furono pronunziate da Bernardino Verro, in un comizio tenuto il 31 ottobre 1910, cit. in D. Paternostro, 1994, p. 42.
(42) - Insieme a, tra gli altri, Michele Zangara, Vincenzo Schillaci, Gioacchino Gervasi, Luciano Rizzotto (D. Paternostro, 1992, p. 27).
(43) - V. Aa.Vv., 1976, p. 30 e p. 210; O. Barrese, 1973, p. 22; P. La Torre, 1980, p. 19.
(44) - A tal proposito vedi G. Verucci, 1988, "Dopo il 18 aprile i gruppi ecclesiastici integralisti avanzano pesanti ipoteche sugli indirizzi di governo", in A. Desideri (a cura di), 1990, pp. 1024-1025.
(45) - V. D. Paternostro, 1992, p. 49 e P.La Torre, 1980, p. 27.
(46) - Gli operai del Cantiere Navale di Palermo, oltre a sostenere - come avevano già fatto nel 1° dopoguerra - le lotte dei contadini, ingaggiarono, sin dal 1947, una durissima battaglia contro la cosca mafiosa del rione Acquasanta, che aveva avuto in appalto alcuni servizi interni al Cantiere, tra cui l'incarico di <<controllare>> i lavoratori (v. S. Lupo, 1993, p. 188). Per <<mantenere l'ordine>> i mafiosi non disdegnarono di ricorrere alle maniere forti, come accadde il 17 gennaio 1947, quando spararono sugli operai che si ribellavano alla gestione mafiosa della mensa: due operai rimasero feriti (U. Santino, 1995, p. 36).
La coraggiosa lotta dei lavoratori contro i <<caporali>> mafiosi si protrasse sino al 1968-69, e si concluse con la cacciata di quest'ultimi dal Cantiere; tramite le ditte appaltatrici, però, la mafia sarebbe riuscita a rientrarvi, seppur indirettamente (cfr. N. Dalla Chiesa, 1976, pp. 106-107; O. Barrese, 1973. p. 33-35; U. Santino, 1994, p. 30).
(47) - A Corleone, nel 1949, alle occupazioni delle terre parteciparono circa seimila persone; tra i terreni prescelti per la semina forzata vi era anche il feudo Strasatto, controllato da Luciano Liggio (P. La Torre,1980, p. 35).
(48) - "Fra le più note: Gina Mare (deputata regionale alla I e alla II legislatura); Anna Grasso, Ina Ferlisi, Giuseppina Zacco La Torre, Maria Domina, Orietta Potenza, Antonietta Renda (che insieme a Giuseppina Vittone -moglie di Li Causi, N.d.a.- organizzarono le occupazioni nella Sicilia occidentale e soprattutto nel palermitano); Giuliana Saladino, Lina Casano, Carmela Montalbano; Maria Costantino e Maria Conti, organizzatrici delle occupazioni nel Messinese" (J. Calapso, 1980, p. 234).
(49) - Cfr. P. La Torre, 1980, pp. 35-36 e 162.
(50) - Come a Pianello, dove, il 18 marzo, 150 poliziotti non riuscirono a bloccare 1.535 contadini;ed a Prizzi (v. P. La Torre, 1980, pp. 155 e 159).
(51) - "Il programma di riforma agraria del dopoguerra non riuscì nemmeno a consolidare il movimento cooperativo contadino. Piuttosto avvenne il contrario, in quanto l'Ente per la riforma agraria poteva indebolire le associazioni cooperative che avrebbe dovuto organizzare e sostenere. Queste associazioni erano diventate delle appendici dell'Ente di riforma, il quale imponeva i suoi leaders, i suoi avvocati, i suoi ragionieri, e così via. I contadini vi aderivano per poter usufruire delle assegnazioni di terre, di creditispeciali e di altri servizi, ma laloro partecipazione era esclusivamente nominale. In effetti di ogni cooperativa facevano parte amministratori dell'Ente di riforma agraria e una lista di membri, stilata in base a criteri di clientelismo politico: il prezzo da pagare era la fedeltà al partito di governo" (J. e P. Schneider, 1989, pp. 177-178).
(52) - Cfr. M. Centorrino, 1995; V. Li Donni, 1994; T. Perna, 1994, pp. 103-117; A. Spanò, 1978, p. 255.
(53) - "Molti di loro - racconta Francesco Renda a Mario Genco - avevano partecipato alle lotte, ma quando furono sorteggiati i lotti il loro nome non fu estratto" (M. Genco, 1996, p. 5).
(54) - Cfr. S.G. Tarrow, 1972, pp. 208-267 e 314-345; F. Avolio, 1986, p. 91.
(55) - V. Finley M.I., Mack Schmith D., Duggan C.J.H. p. 337.
(56) - Cfr. V. Pegna, 1992; U. Santino, 1995, p. 41; O. Barrese, 1993, p. 125.
(57) - C. Levi, 1955, "Le parole sono pietre", Torino, Einaudi, cit. in F. Renda, 1990c, pp. 513-514.
(58) - Il 30 giugno 1963, nella contrada palermitana di Ciaculli, 7 uomini delle forze dell'ordine furono dilaniati dallo scoppio di una Giulietta imbottita di tritolo, che essi stavano cercando di disinnescare. L'autobomba era <<indirizzata>> alla famiglia mafiosa dei Greco - in guerra dal 1962 con i fratelli La Barbera - ma era stata abbandonata prima di giungere a destinazione e una telefonata anonima aveva avvertito i carabinieri.
La strage di Ciaculli sconvolse l'opinione pubblica nazionale. "Alla stampa nazionale, che sollecitava drastici ed urgenti interventi, facevano eco tutte le organizzazioni democratiche del paese, i rappresentanti dei partiti popolari i quali manifestarono lo sgomento di una vasta massa di lavoratori tradizionalmente oppressa dalla violenza e dalla prepotenza mafiosa. Un comitato antimafia costituito dai tre sindacati di Palermo, ai quali si unirono gli studenti di tutte le facoltà, dichiarò il lutto per due giorni; più di centomila persone seguirono i feretri delle sette vittime" (M. Pantaleone, 1969, p. 161).Secondo G. Fava (1982, pp. 139-143), il funerale fu seguito,nelle strade principali di Palermo, da duecentomila persone.
Come si sarebbe ciclicamente ripetuto nella storia della Repubblica italiana, alla supposta <<recrudescenza>> del fenomeno mafioso (che in realtà non rappresenta un'emergenza ma un problema costante) lo Stato - spinto all'azione dallo sdegno e dalla commozione generali - reagì con provvedimenti eccezionali. Tra l'altro, convocò d'urgenza la Commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia in Sicilia - la cui istituzione, richiesta inutilmente sin dal 1948, era avvenuta nel dicembre 1962, su pressione dell'Assemblea regionale siciliana - e rafforzò nell'Isola il proprio apparato repressivo. L'offensiva scatenata dallo Stato riuscì a mettere in ginocchio Cosa Nostra per qualche anno (v. testimonianza del pentito Antonino Calderone in P. Arlacchi, 1992, p. 72; sulla strage di Ciaculli e sulla reazione dell'opinione pubblica e dello Stato cfr. G. Di Lello, 1994, p. 92-93).
(59) - Al tempo del prefetto Mori, nel circondario di Mistretta, era stata scoperta una ampia e potente rete di relazioni mafiose - gestita dal'avv. Ortoleva - volta, tra l'altro: al recupero, dietro pagamento di un riscatto, di animali rubati; all'imposizione di determinati campieri e gabelloti ai proprietari terrieri; all'accaparramento di ex-feudi; alla corruzione di giurati e giudici (cfr. S. Lupo, 1993, pp. 137-139;A. Spanò, 1978, pp. 49-64; G. Raffaele, 1995).
A p p e n d i c e
Interviste a testimoni privilegiati dell'associazionismo
antimafia degli anni Ottanta e Novanta
GIOVANNA TERRANOVA PRESIDENTESSA DELL'ASSOCIAZIONE DONNE SICILIANE PER LA LOTTA CONTRO LA MAFIA
Palermo, 9 settembre 1993
(L'"Associazione donne siciliane per la lotta contro la mafia" è stata la prima associazione antimafia a nascere in Sicilia)
Giovanna Terranova : ...Sa cosa esisteva, per essere proprio sinceri, c'era il Centro Impastato, da pochissimo, che però non è un'associazione antimafia, è un centro di documentazione, quello solo c'era, poi come movimenti antimafiosi non ce n'erano e il fatto che siano state le donne che per prima... perché tutti i giornalisti francesi, americani si domandavano ma come mai le donne? Proprio le donne! Che hanno... le siciliane c'è il preconcetto, il pregiudizio che siano donne ammantate di nero, e invece proprio le donne sono quelle che si ribellano per prime contro la mafia! E' un fatto storico, secondo me importante.
D. COME MAI AVETE SENTITO LA NECESSITA DI FONDARE QUESTA ASSOCIAZIONE?
R. Ma è nata così, abbiamo cominciato a riunirci fra di noi, allora veramente eravamo tantissime, molte di più di ora devo dire, e di vari percorsi politici, venivano da tutte le parti, democristiani, liberali, ecc. ecc., ci riunivamo e discutevamo... poi per esempio,...ecco ancora non eravamo associazione mi pare, quando noi abbiamo chiesto...di costituirci parte civile nel processo ...un certo processo SPATOLA/INZERILLO, allora uno dei più grossi processi di mafia e droga
D. IN CHE ANNO E' STATO?
R. Nell'81 o nell'82, e...un pò sulla falsa riga delle costituzioni di parte civile delle donne in Italia per i processi di violenza carnale, ancora qua era un gesto che non si era compiuto, noi al 99% sapevamo che la nostra richiesta sarebbe stata respinta, però l'abbiamo chiesta lo stesso, perché abbiamo detto vale l'esempio, vale il gesto, come gesto di rottura, è una cosa importante, chiedere la costituzione di parte civile in un processo di mafia e droga, dove noi ci sentiamo parte lesa
D. MA C'ERA QUALCUNA DI VOI DIRETTAMENTE INTERESSATA IN QUESTO PROCESSO?
R. Assolutamente no, appunto questa è stata invece la cosa
importante, proprio come processo di mafia e droga, siccome è la prima volta che c'è un grosso processo di mafia e droga, noi donne siciliane riteniamo di poter chiedere la costituzione di parte civile
D. MA QUAL E' STATA LA SCINTILLA CHE VI HA FATTO MUOVERE?
R. ...sono venuti dei politici e ci ...hanno chiesto la nostra firma per una sottoscrizione delle "Donne siciliane e calabresi contro la mafia", proprio da là è nata la cosa
D. INFATTI C'E' ANCHE IN CALABRIA UN'ASSOCIAZIONE DI DONNE CONTRO LA MAFIA
R. Perfettamente, "Donne siciliane e calabresi contro la mafia", le prime a firmare, a sottoscrivere questo documento, che era un appello al Presidente Pertini, siamo state Rita Bartoli Costa ed io, seguirono le altre firme e si raccolsero, circa da 30 a 50 mila firme, moltissime
D. TUTTE DI DONNE?
R. Sì sì, solo di donne, di donne, era un appello delle donne siciliane e calabresi al Presidente della Repubblica Pertini perché ci desse una mano di aiuto, perché centrasse questo problema, per sensibilizzarlo nei confronti di questo fenomeno che veramente che più criminale non poteva essere; allora questo è stato il primo documento diciamo, quando abbiamo avuto la raccolta di tutte le firme, con questo appello siamo andate a Roma, alcune di noi delegate, c'eravamo Rita Bartoli Costa ed io, credo come vedove della mafia, perché io non ho colore politico, poi c'era una liberale, e poi c'era una socialista ed una del PC allora e donne che rappresentavano un pò tutti i partiti e anche dei movimenti, siamo state ricevute in Quirinale dal Presidente Pertini, e là abbiamo chiesto, appunto, perché si guardasse al problema mafia nel Sud che era dallo Stato completamente trascurato e abbandonato, e abbiamo chiesto pure una commissione speciale, che si costituisse una speciale commissione di controllo ...sulla mafia
D. QUESTO NELL'80
R. (Guarda gli articoli di giornale che ha conservato sulla storia dell'Associazione), "LE VEDOVE DELLA MAFIA RICEVUTE DA PERTINI", aprile 1981
D. LE DONNE DELL'APPELLO ERANO TUTTE DONNE CHE ERANO STATE
COLPITE NEGLI AFFETTI DALLA MAFIA ?
R. No no, no no, tengo moltissimo a dire che di vedove eravamo soltanto Rita Costa ed io, di vedove, perchè poi per un pezzo si chiamò l'associazione delle vedove, cosa che mi faceva andare in bestia, perché che c'entra le vedove, le vedove eravamo due, contro 90 donne di tutta Palermo, donne politiche, sindacaliste, casalinghe, studentesse, donne di tutte le specie, di vedove proprio non c'era niente, il comitato delle vedove sarebbe stato fatto da 4 persone allora, perché grazie a Dio non è che poi eravamo 2000 eh, si qua c'è stato l'eccidio, ma insomma non è che poi eravamo tante, quindi è assurdo chiamarlo il comitato delle vedove e invece si chiamò per lungo tempo l'associazione delle vedove, ...ecco allora noi nell'81 abbiamo fatto questo primo passo, diciamo così delegazione di donne, quindi già eravamo una diecina, era già un gruppo ... ah! Dimenticavo la cosa più importante, quando noi siamo andate da Pertini, abbiamo chiesto sopattutto ... che si facesse più rapido l'iter dell'allora proposta di legge Rognoni-La Torre, e noi proprio la nostra richiesta principale era stata quella di fare sì che l'iter della pretica fosse accelerato
D. NELL'81, PRIMA DELL'OMICIDIO DELLO STESSO LA TORRE
R. Certamente, noi abbiamo fatto questa richiesta, che fosse
accelerato l'iter della proposta di legge Rognoni-La Torre, volevamo che fosse funzionante al più presto, ecco
D. COSA CHE AVVENNE SOLTANTO CON L'OMICIDIO...
R. Cosa che avvenne subito dopo il delitto Dalla Chiesa ...si è varata immediatamente, nel giro di un mese, diventò legge la proposta di legge Rognoni-La Torre; ecco e quello è stato proprio l'embrione della nostra Associazione, il fatto che noi avevamo fatto delle richieste, che insieme c'eravamo riunite alcune donne per andare da Pertini a chiedere questo acceleramento della propostadi legge e ...avevamo imboccato la strada giusta e quindi al nostro ritorno abbiamo detto "Mi pare il caso che continuiamo su questa strada, che abbiamo visto giusto finora, abbiamo imboccato sempre la strada giusta, abbiamo fatto la richiesta della costituzione di parte civile per un processo, abbiamo fatto questa richiesta a Pertini ...le nostre proposte finora sono state quelle giuste", allora, insieme, abbiamo deciso di costituirci e quella che all'inizio non fu associazione, ma fu soltanto comitato, il comitato, come lei sa, ha di diverso dall'associazione il fatto che è temporaneo, non è una cosa duratura, siamo state comitato per qualche mese e poi abbiamo ...siamo andate dal notaio a fare l'atto costitutivo, a firmare...
D. COME MAI AVETE SENTITO LA NECESSITA' DI COSTITUIRE UN'ASSOCIAZIONE DI SOLE DONNE? COME MAI SOLO DONNE, E' UNA CRITICA CHE VI SARA' STATA MOSSA...
R. No critica non ci è stata mai mossa, ci è stata sempre sorpresa, perché siccome, appunto c'eravamo delle vedove, 3 o 4 vedove c'erano, avevano un pò l'idea che la donna siciliana, in genere è molto ...ancora lo stereotipo della donna siciliana era quella che stava chiusa in casa, l'uomo era attivo, l'uomo usciva, ma la donna in genere stava a casa, ecco questa domanda, con grande sorpresa del giornalista soprattutto quello americano, quello tedesco, proprio ...dice "Come mai le donne?", poi quello giapponese, io sono stata pure in Giappone, e per i giapponesi era qualche cosa di incredibile che ci potessero essere delle donne che, tra l'altro più di 10 anni fa, avessero avuto questa idea di potersi ribellare alla mafia quando ancora nessuno ci aveva pensato ecco
D. MA COME MAI SOLO DONNE?
R. Perché solo donne abbiamo cominciato a riunirci fra di noi, forse perché c'erano delle vedove e non erano vedovi ed erano vedove quelle che erano rimaste, forse perché ...io non lo so, eravamo delle donne, le dicevo, è partita un pò dalla sottoscrizione che abbiamo fatto, quindi l'idea è venuta forse... siccome le firme erano tutte di donne, poi tutte donne ci siamo ritrovate, fra di noi, perché quando abbiamo sottoscritto questo appello a Pertini eravamo solo donne, perché la richiesta da parte dei partiti era firma di donne (...) secondo me perché le donne sono una forza fresca, spontanea, una forza nuova...
D. SENZA SOVRASTRUTTURE
R. Senza le sovrastrutture che hanno gli uomini, e infatti noi lo abbiamo sentito di farlo, questo è un fatto, è un dato di fatto questo, forse perché fra di noi c'erano quelle colpite profondamente nei sentimenti proprio più più profondi, forse è stato questo, e allora la donna ha un senso di ribellione più forte di quello che può avere un uomo... perché guardi, io le voglio dire una cosa, che nella storia della mafia, ai tempi di mio marito già due tre donne che avevano parlato, ma erano solo donne, c'erano ma erano due tre donne che avevano parlato, ed erano la vedova Ciuni, Serafina Battaglia, e non mi ricordo se ce ne era una
altra, ma queste due donne avevano parlato
D. PERCHE' ERANO STATE COLPITE NEGLI AFFETTI
R. Perché erano state colpite, perché Serafina Battaglia, apparteneva ad una famiglia mafiosa, le avevano ucciso il marito, però per lei era scontato o quasi, forse, insomma non ...eramesso nel conto, secondo me perché sapeva che il marito faceva questo mestiere e quindi questo mestiere al 90% comporta ...questo tipo di morte, invece le uccisero il figlio, poi, 18 20enne, e questo lei non l'ho accettò perché secondo lei il figlio non faceva neanche ancora parte dell'associazione mafiosa, e allora veramente ebbe un moto di ribellione fortissimo, e si presentò lei a mio marito per dire che lei non aveva fiducia nella giustizia terrena, ma solo in quella divina, però aveva fiducia nel giudice Cesare Terranova, e con lui parlò e parlò moltissimo e mio marito diceva che aveva detto tantissime cose importanti che poi riferì ancora, ripetè a Catanzaro quando l'istruttoria di mio marito andò a finire come processo a Catanzaro, Serafina Battaglia fu interrogata, parlò, come è finita? Che le dettero la semi infermità mentale, perché una donna che parla e che dice tante cose, tante verità e che svela tanti segreti dell'associazione mafiosa, non può essere altro che pazza, o almeno semi inferma mentale, quindi fu bollata con la semi infermità mentale e la sua testimonianza non è valsa a niente e il processo si chiuse con uno scandalo perché furono quasi tutti messi fuori, quando mio marito aveva fatto, già come antesignano di Falcone, aveva fatto un processo che allora fece un grandissimo scalpore di 114
D. QUELLO DI CATANZARO?
R. Quello che, sì, che poi andò a finire a Catanzaro, 114 erano ...questi 114, o quasi tutti io me li sono rivisti quando sono andata al maxiprocesso, erano tutti dietro le gabbie, quindi mio marito aveva trovato le persone giuste, da mettere dentro voglio dire, giuste in questo senso, insomma non aveva fatto una sbavatura l'istruttoria di mio marito, però a Catanzaro era finita così, come finivano allora quasi tutti i processi di mafia...
D. AVETE TROVATO OSTACOLI DURANTE LE VARIE FASI ATTRAVERSATE PER LA COSTITUZIONE DELLA VOSTRA ASSOCIAZIONE?
R. _Più che ostacoli, è l'indifferenza che abbiamo trovato, insomma un pò di apatia, un pò di indifferenza fra la gente... la nostra richiesta ad esempio di associarsi è caduta spesso nel vuoto ...un pò per quella mentalità, correntissima purtroppo, soprattutto in Sicilia ed a Palermo in particolare, "Facciamoci i fatti nostri, sono fatti loro", ecco io ...quello che ho sentito più che altro, dopo la morte di mio marito, più che altro questo distacco dal problema,"Non è problema mio, a me non interessa, vorrei farmi i fatti miei" ecco, non hanno capito l'importanza di un impegno sociale, che se questa società, se questa stessa società si fosse ribellata e avesse partecipato, come oggi fa, 30 anni fa, non saremmo arrivati a questo punto, certamente non ci saremmo arrivati, perché il movimento parte sempre dalla società civile, secondo me, io do molta importanza e molta responsabilità alla società civile e la società civile palermitana, ed io di quella posso parlare, è stata assolutamente indifferente
D. QUANDO SI ALZAVA UNA VOCE, VENIVA SUBITO SOPPRESSA...
R. Sì, l'isolamento in questi casi equivale a condanna a morte, o si è in gruppo, o si è in tanti o si è condannati a morte, in questo Paese, ecco perché oggi è importante la formazione di tantissime associazioni, anche se sono piccole associazioni ...io do molta importanza alla reazione della società civile, che non c'è stata, proprio, qua c'è stato un "Facciamoci i fatti nostri" oppure quando c'era il delitto sentirsi dire, cosa da fare accaponare la pelle, per una che l'ha subito sulla propria persona, "Questi sono fatti loro", come se il magistrato o il poliziotto, fossero già, soltanto per per il loro mestiere... dovevano fare questa fine, o per avere fatto quello che avevano fatto, tipo mio marito ...facendosi i fatti loro e facendo invece il loro dovere, perché non facevano altro che il loro dovere, "Fatti loro", questa era ...la peggiore epigrafe che si potesse mettere sulla tomba dei nostri morti, "Fatti loro", sono fatti di ognuno di noi tutto quello che accade, finalmente oggi lo hanno capito, con le stragi, hanno capito che l'uccisione di ognuno di questi uomini è un fatto che ci riguarda personalmente, anche se noi questo uomo ucciso non lo avevamo mai visto nella nostra vita, ma è un fatto che offende tutta la società civile, e non soltanto me che sono vedova ma tutta la società civile, ... tutte le istituzioni sono state decapitate e la società civile è stata privata degli uomini migliori che avesse, quindi è una perdita enorme, questo... se lei mi parla di ostacoli io più che ostacoli, che è peggio forse di un ostacolo, ho trovato questo
D. MI RIFERIVO, PIU' SPECIFICATAMENTE, AGLI OSTACOLI INCONTRATI DURANTE LA COSTITUZIONE DELL'ASSOCIAZIONE
R. No, non ricordo ... no penso proprio di no, naturalmente ci può essere stato, soprattutto all'inizio, adesso ci siamo abituati, "Ma chi te lo fa fare, ma perché non resti a casa tua, ma perché ti esponi..." o perché ti esponi per il pericolo o perché ti esponi per esibizionismo, per protagonismo ecco, c'è sempre... perché chi si muove, in questa città... pureFalcone era protagonista, e pure mio marito era protagonista, perché chiunque opera e fa qualche cosa naturalmante viene additato, viene segnalato, diventa un personaggio popolare e allora è protagonista, è malato di protagonismo, anche noi ci potevamo muovere per andare in televisione, che era l'ultimo nostro pensiero, ma l'idea poteva essere quello, ecco, qualche critica da questo punto di vista si, l'ho ricevuta io, personalmente, "Ma lo fai per andare in televisione...", veramente lo faccio perchè l'impegno è molto importante secondo me e, fra l'altro, penso che noi abbiamo dato l'esempio di quello che può essere una associazione contro il fenomeno mafioso
D. QUALI SONO GLI SCOPI CHE SI PROPONE L'ASSOCIAZIONE?
R. l'Associazione è un movimento di opinione e non ha né mezzi né strumenti per fare altre cose perché... soltanto... sensibilizzare le coscienze e quindi lavorare sulla società civile giorno per giorno, quotidianamente, perché questo si può fare in famiglia, si può fare a scuola, si può fare nel posto di lavoro, si può fare ovunque, ovunque, sensibilizzare le coscienze, diffondere la cultura antimafiosa, che invece abbiamo vissuto sempre con una mentalità e una cultura mafiosa, diciamo di mafiosità non mafiosa, perché per carità non voglio accusare tutti di mafia, perché non lo sono, anzi la maggior parte, naturalmente, della società non lo è, ma questo... acquiescenza, questo consenso diciamo, anche c'è stato fino a qualche anno fa, parlo di 15, 20 anni fa (...) questo è stato il nostro compito, quello di sensibilizzare le coscienze, e essere molto attente, sempre, questo lo abbiamo fatto, quotidianamente, agli avvenimenti del giorno, a quello che succedeva, che si verificava a palazzo di giustizia, non so per esempio in occasione del... quando si cominciò a vedere la minaccia di uno smantellamento del pool antimafia, noi prima, molto prima che si facesse, abbiamo fatto un sit-in davanti al Palazzo di Giustizia, ecco sempre attenzione a quanto si verificava nel campo giuridico, sociale, a Palermo.
D. MI PARLA DELLA SUA ESPERIENZA IN GIAPPONE?
R. ho avuto prima un incontro qua, con un gruppo di 35 avvocati penalisti giapponesi penalisti, preoccupatissimi della invadenza della Yacuza, la loro mafia, volevano proprio organizzarsi in associazione, allora hanno pensato di... hanno chiesto prima un incontro con me personalmente, a quello sono andata io sola, come presidente dell'Associazione, per chiarire le idee, per avere dei suggerimenti, di come si costituisce, come si organizza, perché là in Giappone ancora contro la mafia, contro la loro Yacuza non c'è nulla completamente, non c'è nessuno che si sia mai mosso, e avevamo avuto un incontro qua, a Villa Igea, io con questi 35 avvocati, i quali mi hanno fatto 1000 domande, hanno voluto sapere tante cose, alla fine di questo incontro mi hanno chiesto se potevano avere il piacere, sa come sono i giapponesi, molto, molto formali, estremamente cortesi, se potevano avere il piacere e l'onore di avermi in Giappone, io ho accettato, sono stata 15 giorni in Giappone e ho fatto un ciclo di conferenze in tre città: Tokio, Osaka e Sapporo, e credo a quello che ho capito, da quello che mi diceva la guida, che era la prima volta che in ognuna di queste città si facesse una manifestazione antiYacuza, la prima volta.
D. C'ERAVATE SOLO VOI DELL'ASSOCIAZIONE DONNE CONTRO LA MAFIA?
R. C'ero io sola, sono andata con Elvira Rosa che mi ha accompagnato, ma proprio l'invito era a me fatto.
D. QUINDI LA CONFERENZA ERA SOLO LEI A TENERLA
R. Sì sì, io sola, io sola, io mi mettevo là e poi c'era quello che mi traduceva, e infatti durava un'ora, un'ora e mezza, perché con loro dovevo fare tutta un pò la storia di quello che noi ormai qua in Italia sappiamo a memoria, per loro era una cosa nuova, ovviamente, quindi ho fatto un pò la storia... avevo circa 2000 spettatori ogni volta, cioè una cosa imponentissima, e l'ho visto che loro erano un pò preoccupati dal fatto che io avevo intorno a me 7 poliziotti, 7! E non mi potevo muovere di un metro se non avevo i poliziotti intorno (...)
D. SI ERA MAI IMPEGNATA PRIMA IN ALTRE ASSOCIAZIONI?
R. No, non ero impegnata in associazioni, non avevo alle spalle una storia politica ...
D. QUAL E' STATO IL MOTIVO CHE L'HA SPINTA...
R. E per me è stato importantissimo, per me è stato un impegno... per il tributo pagato da mio marito insomma
D. QUINDI UN VOLER CONTINUARE...
R. Un voler continuare, e ci sono state delle spinte che lei sa, che le ho raccontato, proprio delle spinte materiali, quelle che mi hanno fatto uscire dal privato, ci sono state proprio delle spinte immediate, e che poi, naturalmente, maturando io e crescendo capivo invece, mi sono resa conto dell'importanza che quello che, per me era valido ...questo impegno, perché dovevo farlo,dovevo farlo ...personalmente per un ...unomaggio a mio marito, alla memoria di mio marito, personalmente ecco, e invece poi mi rendevo conto che era un impegno sociale importantissimo, affinché questo non avvenisse più, cercare di, per quello che potevamo fare nel nostro piccolo, con le nostre minime possibilità, perché noi siamo autotassate e quindi economicamente non nuotiamo nell'oro per niente, non abbiamo mezzi e strumenti, nessuna di noi, noi non possiamo fare grandi cose, ma quel poco che si può fare io ho sentito di doverlo fare, anche perché non si può dopo una prova di questo genere, nella vita di una donna che che la cambia letteralmente, che la sconvolge, la vita, e non si può continuare a fare quello che si era fatto prima, io ero stata soltanto la moglie di un uomo importante, vivevo nella sua ombra, mi interessavo al suo lavoro, questo e ...non voglio dire che io ho abbandonato la mia vita sociale perché avevo i miei amici e ho continuato a frequentarli,però capivo che non quello solopotevopiù fare D. IN GENERE, DALLA CHIESA AVETE AVUTO AIUTO PER LEVOSTRE BATTAGLIE?
R. Dalla Chiesa no, abbiamo contatti personali, per esempio con padre Lillo Scordato che lavora all'Albergheria, cioè una zona di Palermo delle più depresse, e lui ci lavora moltissimo proprio dedica la sua vita e ai bambini e ai ragazzi, e noi abbiamo anche collaborato per un periodo, con lui siamo andate spesso in Albergheria, abbiamo fatto il nostro lavoro e anche noi siamo state in questa zona ma ecco a livello personale, non la Chiesa ufficiale, dalla Chiesa ufficiale non abbiamo avuto mai nessun riconoscimento (...) c'è padre Turturro, per esempio, che ci ha chiamato più volte per andare ...per le sue manifestazioni sì, questo sì, ma sempre ripeto non dalla Chiesa ufficiale
D. E CON LA SCUOLA CHE RAPPORTO AVETE AVUTO, LE ISTITUZIONI
SCOLASTICHE VI HANNO AIUTATO ...OPPURE ANCHE DA PARTE LORO
INDIFFERENZA?
R. A metà e metà, c'erano delle scuole impegnatissime, io sono stata chiamata per esempio non lo so, a Vittoria, a una scuola di Vittoria, a una scuola di Taormina, a una scuola di Livorno, sono andata a Livorno, e ho incontrato dei ragazzi di liceo, quindi dei ragazzi grandi ma preparatissimi, con domande pertinentissime, è stato un incontro fra i più belli questo che ho avuto e fra i primi e fra i più belli, e poi anche qua, sì ci sono le scuole le quali invece non ti chiedono questo tipo di incontro e anche perché so che la legge 51, la famosa legge 51, è stata applicata così, non so se al 50%
D. HA NOTATO UNA MAGGIORE SENSIBILIZZAZIONE NEGLI ULTIMI ANNI?
R. Sì Sì però sono, sempre, in proporzione, sono poche le scuole ... dovrebbero essere molto più impegnate le scuole
D. ANCHE FRA LA GENTE HA NOTATO UNA MAGGIORE SENSIBILITA'?
R. Sì, sì
D. NON C'E' PIU' QUELL'INDIFFERENZA DI CUI PARLAVA PRIMA?
R. Non c'è più , non c'è più
D. SECONDO LEI CON QUALI MEZZI E ATTRAVERSO QUALI CAMBIAMENTI PUO', FINALMENTE ESSERE DEBELLATO IL FENOMENO MAFIOSO?
R. Iosono dell'opinione che non si può delegare la magistratura e dare tutto il compito soltanto, restringerlo soltanto alle forze repressive, forze dell'ordine e magistratura, loro hanno un compito importantissimo, ma non è da loro soltanto che deve venire ...questa repressione perché è un concorso, dovrebbe essere il concorso di tutti ecco, come insegna il commerciante che si ribella, come la società civile che partecipa, e che nel suo piccolo quotidiano non viva più di compromessi, ecco, proprio cambiando il tipo di mentalità, di cultura e quindi è un lavoro lento, ma è un lavoro che va fatto e secondo me col.. tutte queste cose riunite insieme possono... non è soltanto un... "E' la magistratura che deve fare tutto", oggi sono tutti molto più vicini ai magistrati, almeno quelli che sappiamo che lottano alla mafia, io so dell'isolamento invece che aveva mio marito, guardi che sono passati soltanto 14 anni ma è come se ne fossero passati 50, dal cambiamento enorme
D. ANCHE FALCONE ERA STATO ISOLATO
R. Era stato isolato, ma non era no la solitudine di mio marito che era proprio ...trascurato, negletto, non c'era.
ELVIRA ROSA MEMBRO DEL CONSIGLIO DIRETTIVO DELL'ASSOCIAZIONE
DONNE SICILIANE PER LA LOTTA CONTRO LA MAFIA
Palermo, 20 settembre e 13 ottobre 1993
D. QUANDO E' NATA L'ASSOCIAZIONE? R. Intorno agli anni '80. D. PERCHE' AVETE DECISO DI FONDARLA? R. Per esprimere piena solidarietà alle vedove dei numerosi delitti eccellenti di quegli anni, e anche alle vedove di ambienti mafiosi.
D. PERCHE' AVETE AVVERTITO LA NECESSITA' DI COSTITUIRE UN'ASSOCIAZIONE DI SOLE DONNE?
R. Perché abbiamo capito che in Sicilia le donne, per essere veramente libere, dovevano innanzitutto liberarsi da un grossissimo ostacolo: la mafia, la quale impedisce la piena realizzazione della libertà e dei diritti della persona, la mafia è una esasperazione dei principi maschilisti della società; solo un'associazione di donne poteva espimere una reale solidarietà affetttiva ad altre donne; perché a morire erano gli uomini e quindi a restare erano le donne, ed io all'inizio ho voluto mettere in chiaro che anche le donne provenienti da ambienti mafiosi avevano bisogno della nostra solidarietà; gli uomini fanno spesso le cose per protagonismo, le donne perché le sentono veramente.
D. AVETE RICEVUTO CRITICHE PER QUESTA VOSTRA SCELTA? R. Sì, abbiamo ricevuto critiche, perché non capivano proprio la necessità delle donne di liberarsi dalla mafia per poter realizzare a pieno i propri diritti e perché ancora non si capiva l'urgenza di sviluppare una cultura antimafiosa.
D. COSA RISPONDETE A CHI VI ACCUSA DI ESSERE UN'ASSOCIAZIONE CHE ESCLUDE L'IMPEGNO DEGLI UOMINI IN UNA LOTTA CHE RIGUARDA L'INTERA SOCIETA'?
R. Gli uomini possono impegnarsi in altre associazioni miste, alcune di noi, ad es., fanno parte anche di altre associazioni di tipo misto e anche con queste associazioni combattono la mafia, ma in modo diverso.
D. POTREBBE RACCONTARMI LE VARIE FASI E GLI OSTACOLI INCONTRATI PER LA SUA COSTITUZIONE?
R. All'inizio era un comitato che riuniva le parti femminili di varie associazioni (partiti, Acli, sindacati), si raccolsero 30.000 firme per una petizione da inviare al presidente Pertini e al presidente della Comunità Europea Simone Veil, ...c'è prima la lettera a Pertini, poi c'è l'appello a Pertini, che è più preciso, rispetto alla lettera, e poi quello a Simone Veil è praticamente lo stesso. Ci si riunì, per esprimere solidarietà, attorno alle vedove Costa, Terranova, Giaccone, Mancuso, Lo Sardo, Valarioti. Nell'82 il Comitato chiese la costituzione di parte civile al processo Spatola-Inzerillo, venne respinta. Era molto difficile riuscire a muoversi perché ognuno, siccome era in rappresentanza di un'associazione o di un partito anche, perché c'erano anche donne dei partiti, è chiaro che, per un verso non si sentiva libera di esprimere il proprio parere perché non parlava a titolo personale, ma si sentiva legata comunque a posizioni, per es., prese che potevano anche, prese dall'associazione, o dal partito di appartenenza, che potevano non essere perfettamente in sintonia con le decisioni che invece prendeva il Comitato Promotore, e quindi c'era chi sapeva già di posizioni prese dai partiti ecc. e quindi faceva uno sforzo per adattare le decisioni del Comitato alle decisioni prese dal proprio partito, ora considera, per es., quale poteva essere la consonanza non della singola presente lì delle Acli, per es., o della singola presente lì del PC, ma di quella che pensava di rappresentare, che riteneva di essere presente in quanto rappresentava le Acli, e quella che riteneva di essere presente in quanto rappresentava le donne del PC, su tutta una serie di prese di posizione è chiaro che era difficilissimo trovare un accordo che magari queste due persone che parlavano fuori dal loro ruolo avrebbero, dico non sempre, ma avrebbero potuto concordare, ma che loro stesse erano prigioniere, a volte, di prese di posizione, o comunque sapevano che se tu convincevi quella che era lì comunque lei doveva andare a convincere altre, non rappresentava se stessa, quindi aveva un ruolo che comunque non era un ruolo perfettamente libero, (...) a quei tempi le differenze tra associazioni e partiti erano molto più forti, poi ci fu il periodo del secondo referendum sull'aborto, che fu proprio scatenante, come fatto di rottura, per noi, perché poi si inserirono altre cose, cioè l'unità sulla mafia era difficile ottenerla quando si partiva da certi pregiudizi, e da presupposti di posizioni diversificate, e poi c'era anche il fatto che ognuno, è vero, che cercava pure di dire, di acquistare un ruolo prioritario in base, spesso, al ruolo prioritario che aveva nella lotta alla mafia il proprio partito, per cui certe volte, le donne del Pc hanno peccato un poco, pure, di presunzione, non voglio dare la colpa a loro del fallimento, però, dico, c'erano per es. le donne del PC che un pò di presunzione peccavano all'inizio, perché sapevano di avere alle spalle una tradizione, e invece altre che si sentivano quasi imbavagliate dalla posizione dei loro partiti, perché certo, le Acli che era DC, quella delle Acli che era, in fondo DC e votava DC, in una riunione nostra si chiudeva a difesa, o lo stesso per la repubblicana, cioè c'erano profonde contraddizioni, quindi per questo poi si decise di costituire un'Associazione; in modo che ognuna parlasse a titolo personale; così nell'84 venne costituita l'associazione delle donne contro la mafia. Venivamo accusate di voler fare politica, in quanto, in maggioranza, eravamo di sinistra.
D. QUALI SONO GLI SCOPI CHE SI PROPONE L'ASSOCIAZIONE? R. Diffondere una cultura antimafiosa; quando ci siamo costituite è stato molto difficile fare accettare l'idea che ci fosse una mafiosità diffusa, ora si parla spesso e con facilità di cultura mafiosa, ma in quegli anni siamo state forse noi le prime a parlarne, così come degli intrecci tra mafia e politica; esercitare una funzione di stimolo e controllo presso le autorità statali e scolastiche.
D. QUALI SONO GLI STRUMENTI CHE ESSA USA PER IL PERSEGUIMENTO DEI SUOI OBIETTIVI?
R. Gli stumenti variano a seconda degli scopi e delle attività: incontri nelle scuole, sostegno alle donne che si costituiscono parte civile, corsi sui diritti, nei quartieri a rischio, all'interno dei centri sociali (San Saverio); ognuna offre le proprie capacità; gli strumenti sono quelli che la situazione richiede.
D. QUALI SONO LE SUE ATTIVITA'? R. Nei primi anni '80 abbiamo anche chiesto la costituzione di parte civile nei processi per stupro che si tenevano in Italia, in quanto eravamo contro ogni forma di violenza; domanda di costituzione di parte civile nel processo Spatola-Inzerillo e nel processo Chinnici, tutte e due respinte; nel processo in cui Maria Benigno si costituì parte civile noi le abbiamo dato sostegno morale, siamo andate al processo (...) abbiamo organizzato dei corsi sui diritti civili all'Albergheria, all'interno del Centro Sociale, cercavamo di tirar fuori le donne, almeno per un paio d'ore alla settimana, dai problemi quotidiani e da un ambiente pesante, insegnando loro anche semplicemente come compilare un modello, come richiedere un certificato, le donne che vi partecipavano avevano, in qualche modo, già attuato una scelta di libertà; parlavamo loro di mafia in maniera indiretta, come negazione di diritti, educandole ad esercitare e pretendere i propri diritti. In occasione del maxiprocesso, assieme al Centro Impastato lanciammo una sottoscrizione in favore delle vittime della mafia, questi soldi sono stati dati direttamente, noi abbiamo raccolto pochissimo, perché contemporaneamente alla sottoscrizione aperta da noi, fu aperta la sottoscrizione di Repubblica ... effettivamente furono CGIL CISL e UIL a lanciare la sottoscrizione attraverso Repubblica
D. QUINDI LA VOSTRA FU UN'ALTRA SOTTOSCRIZIONE, COSA AVETE FATTO CON I SOLDI RACCOLTI?
R. Noi li abbiamo dati direttamente, perché non è che avevamo un comitato, era l'Associazione che raccoglieva, a noi mi pare che ci arrivarono, potrei sbagliarmi, ma ci arrivarono una ventina di milioni, non di più, e li abbiamo dati a Vita Rugnetta, Michela Buscemi e Piera Lo Verso, e a Maria Benigno, ... ... ... noi li abbiamo raccolti proprio per i familiari delle vittime della mafia, anche perché allora, già c'era la legge regionale che dava i contributi ai familiari delle vittime dello Stato, quindi allora restavano scoperti, rispetto ai fondi regionali, restavano scoperti proprio Vita Rugnetta, Michela Buscemi e la Lo Verso ... ... per noi i soldi erano destinati proprio ad aiutare tutte le vittime della mafia, tutte quelle che avevano bisogno per il difensore...
... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ...
... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... ... D. QUALI OBIETTIVI LA VOSTRA ASSOCIAZIONE HA GIA' RAGGIUNTO? R. La costituzione di un fondo nazionale per le vittime della mafia, il fondo serve sia per aiutare quelle che si costituiscono parte civile, sia per dare proprio un aiuto materiale, anche a chi non si costituisce parte civile, o a chi non può, evidentemente costituirsi parte civile, o a chi non vuole per vari motivi, cioè è un fondo nazionale per tutte le vitttime della mafia che li aiuti soprattutto dal punto di vista economico
D. PER POTERSI ISCRIVERE ALLA VOSTRA ASSOCIAZIONE, BISOGNA AVERE DETERMINATI REQUISITI?
R. Requisiti morali, che non si appartenga a famiglie mafiose, o che, se vi si appartiene, se ne sia rifiutato in pieno i principi; possono farne parte anche donne italiane ma come sostenitrici (contributo in denaro) o aderenti, in quanto, altrimenti, come socie ordinarie, bloccherebbero i lavori dell'assemblea.
D. QUANTE SOCIE CONTAVA ALLA SUA NASCITA? E ADESSO? IN QUALE ANNO AVETE REGISTRATO MAGGIORI ADESIONI?
R. Alla nascita dell'Associazione circa 60 (nell'84), l'anno scorso (1992) circa 120, molte non rinnovano la tessera, quest'anno, ad es., solo 50 l'hanno rinnovata, quindi spesso diventa difficile stabilire il numero delle tessere per ogni anno; durante le manifestazioni spesso si registrano numerose adesioni e tesseramenti, ma, levato il primitivo entusiasmo, tutto finisce là; spesso diventa difficile riunire le socie: si spediscono 250 lettere e si presentano all'assemblea pochissime socie (5, 6); l'anno scorso abbiamo aggiornato lo statuto per rispettare le normative vigenti e per far rientrare l'Associazione nella recente legge sul volontariato; il vecchio statuto non era così dettagliato come quello attuale e non vi era distinzione tra socie ordinarie e sostenitrici, inoltre non era previsto il requisito della presentazione da parte di 2 socie per potersi iscrivere all'Associazione.
D. POTREBBE FORNIRMI INFORMAZIONI RELATIVE ALLA ETA', TITOLO DI STUDIO E PROFESSIONE, PREVALENTI NELLA VOSTRA ASSOCIAZIONE?
R. Varie, ma in prevalenza laureate, insegnanti, di età media (40 anni), che precedentemente si sono già impegnate nel sociale, nei partiti, soprattutto di sinistra e nei sindacati; non mancano le casalinghe e le giovani, ma sono in netta minoranza, inoltre vi sono coloro che sono state colpite, dalla mafia, negli affetti sia come vedove di Stato, sia come donne provenienti da ambienti mafiosi che hanno rinnegato, quindi hanno deciso di inpegnarsi soprattutto per questo, invece le altre donne, non colpite hanno deciso d'impegnarsi per una loro maturazione culturale, un loro percorso ideale.
D. LEI PERCHE' HA DECISO DI FAR PARTE DI QUESTA ASSOCIAZIONE?
R. Il mio impegno contro la mafia è un pò il frutto delle mie esperienze passate, del mio vissuto e percorso individuale; impegnata fin da ragazza nei movimenti femminili, di liberazione della donna, e nel sindacato, ho visto come uno sviluppo naturale del mio percorso culturale, del mio impegno nel sociale, il far parte di una associazione di donne che lottano per rimuovere uno dei principali ostacoli frapposti in Sicila allo sviluppo e dispiegamento della propria personalità, alla realizzazione delle proprie aspirazioni e al pieno godimento dei propri diritti; le donne in Sicilia, per raggiungere finalmente la parità, una effettiva emancipazione e per esplicare liberamente e serenamente i propri ruoli all'interno della società, devono lottare contro un nemico in più rispetto alle donne del resto del mondo; la sconfitta della mafia è il primo e imprescindibile passo verso una piena realizzazione dei principi democratici e quindi di una società migliore.
D. LA VOSTRA ASSOCIAZIONE E' VICINA, ANCHE SOLO IDEALMENTE, A QUALCHE PORMAZIONE POLITICA?
R. No, non chiediamo tessere di partito alle socie. D. SIETE STATI APPOGGIATI DALLE AUTORITA', STATALI, ECCLESIASTICHE E SCOLASTICHE?
R. Il nostro rapporto con queste singole istituzioni dipende dai vari momenti, dalle richieste che facciamo e, soprattutto, dalle persone con le quali abbiamo a che fare (...) Abbiamo scritto un pò a tutte le scuole palermitane, ma poche ci hanno risposto, molte scuole del nord sì invece; atteggiamento mutato in meglio negli ultimi anni; abbiamo sempre rifiutato i finanziamenti regionali e statali istituzionali, non li abbiamo mai chiesti, noi abbiamo chiesto sempre finanziamenti non all'Associazione, ma all'iniziativa (...) Non si può generalizzare, quindi, dicendo che dalle autorità (statali, ecclesiastiche e scolastiche), abbiamo avuto ostacoli o appoggi; buoni rapporti con singoli preti;
D. QUAL E' L'ATTEGGIAMENTO DEI CONCITTADINI, COME REAGISCONO ALLE VOSTRE INIZIATIVE? E' MUTATO NEL TEMPO?
R. La gente dimostrava interesse, anche prima, ma ora partecipa di più, ho paura, però, che agiscano sotto l'onda emotiva delle stragi; noi, l'anno scorso abbiamo avuto molti nuovi tesseramenti, ma poi poche hanno rinnovato la tessera; durante le nostre iniziative molte firmano, ma tutto finisce là; anche tra di noi, ad impegnarci veramente siamo in poche.
D. SI SONO FORMATI NUCLEI DI QUESTA ASSOCIAZIONE IN ALTRE CITTA'?
R. Oltre che a Capo d'Orlando un tentativo si sta facendo a Catania, dove abbiamo fatto delle tessere come aderenti, ed a Agrigento, si dovrebbero costituire come nuclei ma non è detto; in passato si era tentato a Trapani ma è fallito , ed a Gela, ma è diventata un'associazione completamente autonoma da Palermo, mista ed in prevalenza di giovani.
D. QUALE PUO' E DEVE ESSERE, SECONDO LEI, IL CONTRIBUTO SPECIFICO DELLE DONNE ALLA LOTTA CONTRO LA MAFIA?
R. Il contributo delle donne può essere altissimo, perché le donne fanno da tramite a qualunque forma di cultura, per le professioni che esse svolgono, per il ruolo che ancora esse svolgono nella società, e, inoltre, nel bene e nel male, sono e saranno sempre, madri e possono trasmettere sia la buona come la cattiva cultura.
D. CON QUALI MEZZI E ATTRAVERSO QUALI CAMBIAMENTI PENSA CHE POSSA ESSERE DEFINITIVAMENTE DEBELLATO IL FENOMENO "MAFIA"?
R. Non c'è una ricetta, bisogna lavorare dal punto di vista culturale, informando i giovani sul fenomeno mafioso, facendo capire loro che la mafia blocca l'economia, il funzionamento del comune; muovendosi e aiutando tutte quelle realtà del territorio che agiscono per creare dei cittadini: cioè gente che rifiuta i ricatti, le sopraffazioni, non correre il rischio di essere fagogitati nella mafia; opera di controllo del funzionamento della cosa pubblica, questo è quello che può fare il singolo cittadino, poi naturalmente la magistratura deve fare il suo mestiere, lo Stato da solo non ce la può fare.
ALCUNE NOTIZIE SULLE DONNE DEL DIGIUNO, GRUPPO DEL QUALE ELVIRA ROSA FA PARTE:
D. QUANDO E' NATO QUESTO GRUPPO? R. Subito dopo i funerali di... Borsellino, perché siccome sono stati troppo vicini Falcone e Borsellino non vorrei sbagliarmi
D. LEI FA ANCORA PARTE DI QUESTA ASSOCIAZIONE? R. Sì perché non si è mai costituita formalmente né si è mai sciolta, quindi... ...in itinere si sono aggiunte altre non c'è una tessera, tant'è che è rimasta solo la sigla ormai, e basta
D. VI RIUNITE ANCORA IN PIAZZA CASTELNUOVO? R. No, ormai è finito, no, troppo eterogenea per essere un'associazione, non esiste più praticamente, perché non c'erano elementi di continuità né di programma, che potessero tenere insieme un'Associazione, perché fondare una loro associazione c'era già l'Associazione Donne Contro La Mafia, tantissime erano già iscritte all'Associazione Donne Contro La Mafia, il problema è che fu un fatto di opportunità chiamarsi Donne Del Digiuno, perché il titolo riportava la manifestazione, cioè la protesta, fu una cosa, così, estemporanea, e quindi si disse, alcune non erano dell'Associazione Donne Contro La Mafia, allora per non chiuderla dentro una sigla, "Le Donne Del Digiuno", e rimase Le Donne Del Digiuno
D. PERCHE' ERAVATE DIVERSISSIME? R. C'erano molte dell'Associazione, ma c'erano anche donne che all'Associazione in quanto tale non ci credevano, e però hanno fatto il digiuno come forma di protesta, ecco perché, e sono quelle stesse che non vogliono, si sono opposte a costituirla come associazione in quanto tale, per cui Le Donne Del Digiuno è una sigla, non è un'associazione, ... è un gruppo che probabilmente si ricostituirà su un fatto eclatante, se ci dovesse essere un fatto eclatante
D. QUINDI NON DIGIUNATE PIU' R. No, infatti è assurdo pure chiamarsi Donne.. si costituiva un'associazione "Donne Del Digiuno", che senso aveva, .... il digiuno è una forma di protesta che si fa per ottenere una cosa, non è che lo puoi fare... perché siamo le donne del digiuno, diventa una cosa assurda
D. SE NON MI SBAGLIO, DIGIUNAVATE FINO ALLA CATTURA DEGLI AUTORI DELLE STRAGI
R. E infatti alcune cose poi furono fatte, poi ci fu, diciamo, si trattò di organizzare le manifestazioni all'anno, perché l'ultimo digiuno fu a Natale, e basta non ce ne furono più digiuni, si disse a Natale, perché venga segnato anche il Natale, cioè ci sia una presenza diversa, cioè per ricordare, più per ricordare, a Natale la gente va a fare le compere, gli acquisti ecc. ecc. che si ricordi che c'è stata la strage Borsellino e Falcone (...)
D. CHE ETA' HANNO, IN MEDIA, LE DONNE DEL DIGIUNO? R. Variegata, questa sì estremamente variegata, dalle ragazze di 15 16 anni, anche perché appunto, tante hanno detto "Io voglio fare un giorno di digiuno", e quindi erano donne del digiuno, perché facevano un giorno di digiuno, dopo di che è chiaro che, né questo le coinvolgeva se non per un fatto di testimonianza, per cui hanno gravitato attorno alle donne del digiuno, 3000, 4000 donne probabilmente, ma non c'è nessun reale fatto associativo o altro, allora noi nella raccolta delle firme ci siamo fatte lasciare anche l'indirizzo, per dire "Eventualmente vi contattiamo", dopo di che, appunto perché non esiste un'organizzazione, questi indirizzi, sono ancora conservati,
ma sono assolutamente inutilizzati, perché solo un'associazione può mantenere un minimo di rapporti.
D. LE DONNE ERANO IN MAGGIORANZA DI SINISTRA, DELL'AREA CATTOLICA...
R. Stranissime, cioè io ti posso dire chi era il nucleo promotore, cioè le 12 donne, le 12 donne erano tutte di sinistra, le 12 donne erano: io, Antonia Cascio, Bice Mortillaro, Daniela Dioguardi, Claudia Perricone, Piera Fallucca, ... nacque da donne sempre politicamente impegnate,... dai 35 ai 45 50 anni, Bice ce ne ha molti di più, età media 48, c'erano, quindi donne impegnate, 2, 3, dell'UDI, un gruppo dell'Associazione Donne Contro La Mafia, (...), è una esperienza, per me la definizione migliore è gruppo spontaneo di aggregazione di donne, che già avevano altri rapporti, si conoscevano, perché donne che fanno politica e che prese dalla disperazione, non sapere che cosa fare, per fare una protesta scelsero la forma del digiuno, dopo di che sono stati i giornali, in fondo, a darci il nome delle Donne Del Digiuno, allora siccome si disse, al primo comunicato, "Come ci firmiamo? Vabbé, ci chiamano Le Donne Del Digiuno, firmiamoci Donne Del DIgiuno"... ... ... cioè non è che ogni tanto non ci vediamo o non ci..se c'è bisogno di interventi, infatti si è detto, "Non c'è bisogno, dato che non è mai stata fatta questa associazione, non c'è motivo di scioglierla, ci conosciamo tutte, sappiamo chi siamo", queste 12, certe volte siamo 15, siamo 20, "Ci conosciamo, se dovessimo individuare un, qualcuna di noi dovesse dire è il caso forse che interveniamo come Donne del Digiuno...", resta come ipotetico gruppo di pressione, che utilizza di nuovo la forma del digiuno come forma forte di protesta, ... per cui può essere che..ecco, per padre Puglisi, non c'era bisogno che si facesse la riunione, "Facciamo 2 giorni di presenza", bene, chi può, fa 2 giorni di presenza, non c'è un progetto di attività...
ANTONIA CASCIO componente del direttivo dell'ASSOCIAZIONE DONNE SICILIANE PER LA LOTTA CONTRO LA MAFIA.
Palermo 20 e 28 Settembre 1993
D. PERCHE' AVETE COSTITUITO UNA ASSOCIAZIONE DI SOLE DONNE? R. Perché a morire erano gli uomini ed a restare, quindi, donne; perché associazioni miste ce ne erano tante (partiti, sindacati, Acli); ed io direi anche per una nostra specificità perché pensavamo, eravamo, siamo convinte, che proprio nell'universo femminile ci fosse un desiderio, una capacità, anche molto forte, di fare questa lotta alla mafia e che non andava taciuta, che non andava messa da parte, quindi anche la scelta di dare la voce, per es., alle donne che da sole non ce la facevano, cosa che probabilmente sarebbe stata difficile all'interno di un partito o di un sindacato.
D. POTREBBE RACCONTARMI LE VARIE FASI ATTRAVERSATE E GLI OSTACOLI INCONTRATI PER LA SUA COSTITUZIONE?
R. Visto che il Comitato Promotore, per la raccolta delle firme, aveva avuto successo, abbiamo deciso di continuare. Ci siamo costituite in associazione nell'84, perché ci avevano detto che per poterci costituire parte civile (al processo Chinnici) dovevamo essere costituite in associazione, così, nottetempo, abbiamo firmato l'atto costitutivo dal notaio, per potere, nei termini prescritti, chiedere la costituzione di parte civile al processo Chinnici, che si svolse a Caltanissetta nell'84, ma fu ugualmente respinta in quanto non avevamo avuto danni materiali, come, invece, il comune di Palermo, che poté costituirsi parte civile in quanto aveva avuto 2 auto danneggiate in seguito allo scoppio dell'autobomba. Per quanto riguarda gli ostacoli si poteva parlare o di indifferenza, soprattutto, qualche volta anche ostilità, ma fondamentalmente indifferenza, anche nella richiesta alle scuole, per es.
D. QUALI SONO GLI SCOPI CHE SI PROPONE L'ASSOCIAZIONE? R. Organizzare... la promozione proprio di una coscienza antimafia, soprattutto attraverso il lavoro con i giovani e il lavoro con le donne, individuando, anche suggerendo agli enti preposti delle iniziative anche istituzionali per sostenere chi si volesse impegnare nella lotta alla mafia; poi riviste... nello statuto prevediamo tante cose in realtà.
D. QUALI SONO I MEZZI, GLI STRUMENTI, CHE ESSA USA PER IL PERSEGUIMENTO DEI SUOI OBIETTIVI?
R. Il lavoro con le scuole, contatti con i centri sociali dove ce lo chiedono, e poi questi convegni, proprio per trovare anche spazi di dibattiti un pò più allargati, coinvolgendo le scuole, il sindacato, le donne in generale.
D. QUALI SONO LE SUE ATTIVITA'? R. Abbiamo organizzato 2 grossi convegni: uno nell'88, la mattina corteo con i sindacati, pomeriggio incontro con Nilde Jotti; l'altro con le donne dell'Anpi, qua a Palermo, il 6 e 7 marzo 1991, c'è stato la mattina un corteo, poi un incontro con le scuole, ai ragazzi era stato dato il questionario sulla resistenza e sulla mafia, per verificare cosa sapessero, se conoscevano i nomi, soprattutto di figure femminili che si erano distinte, e poi il pomeriggio, invece, una tavola rotonda alla Sala Gialla, all'assemblea regionale, in cui donne dell'Anpi, donne dell'Associazione, le donne palermitane discutevano su quali strumenti del passato e del presente potevano essere utilizzati, e quali invece strumenti nuovi, nella battaglia contro la mafia (..) Nell''86, in occasione del maxiprocesso, insieme al Centro Impastato abbiamo deciso, invece di vedere rifiutata la nostra costituzione di parte civile al processo, di istituire un fondo a favore delle donne che potevano costituirsi parte civile. Ci fu una spaccatura sia al nostro interno e sia tra le varie associazioni, perché alcune di noi volevano indirizzare i soldi soltanto alle vittime dei servitori dello Stato, altre, come me , anche a coloro che si erano costituite parte civile, ma non erano parenti di servitori dello Stato. Alcune associazioni e partiti aderirono al Comitato per il Monumento, che raccoglieva fondi per erigere un monumento alle vittime della mafia. Alcune di noi, in seguito a questi disaccordi, uscirono dall'Associazione (...) Noi decidemmo che i soldi li raccoglievamo solo per le donne che erano state escluse dalla prima sottoscrizione, in quanto non vedove o parenti di vittime servitori dello Stato, (...) noi abbiamo pagato gli avvocati, di queste donne ed abbiamo dato i soldi a queste donne... gli avvocati poi ci fu il comune pure che pagò la parcella...
D. QUALI OBIETTIVI LA VOSTRA ASSOCIAZIONE HA GIA' RAGGIUNTO? R. In un primo momento verrebbe di rispondere nessuno, ma, secondo me, il fatto che ancora continuino ad uccidere oggi, padre Puglisi, come hanno ucciso nel '79 Terranova è, paradossalmente, una cosa positiva: ... io che la mafia uccide per debolezza io non ci credo proprio, io continuo a pensare che la mafia è ancora forte ... io dico che è ancora forte la mafia, però, se nel '79 hanno cominciato con Terranova ed ancora oggi hanno ammazzato padre Puglisi, vuol dire che gente che si oppone alla mafia ce n'é stata ed continua ad esserci, anzi oggi ce n'è di più di prima, tant'è che ammazzano, perché se no non ammazzerebbero, se non ci fossero persone che si contrappongono; ... certo ci sono ormai degli equilibri che evidentemente si sono rotti, vuoi perchè qualche donna, anche per disperazione, ha parlato, vuoi perché c'è qualche prete che si oppone, quindi forse, dico, anche noi, nel nostro piccolo, abbiamo seminato qualche piccola ... D. QUANTI SOCI CONTAVA ALLA NASCITA LA VOSTRA ASSOCIAZIONE? R. Circa 120
D. IN QUALE ANNO AVETE REGISTRATO MAGGIORI ADESIONI? R. Nel periodo del maxiprocesso. D. LEI PERCHE' HA DECISO DI FAR PARTE DI QUESTA ASSOCIAZIONE? R. Perché indignata dall'ondata paurosa di delitti eccellenti, di uomini che combattevano la mafia; per solidarietà alle vedove, per una mia profonda convinzione morale, ideale; la stampa tendeva a mettere in luce soltanto l'impegno delle vedove, che avevano deciso d'impegnarsi soltanto per essere state colpite negli affetti; io l'ho fatto per i miei ideali. Spesso i giornalisti riportavano ciò che avevo detto io loro, nelle interviste, sotto il nome di G.Terranova.
D. HA PARTECIPATO IN PASSATO A QUALCHE ALTRA ASSOCIAZIONE, ANCHE POLITICA, O MOVIMENTO?
R. Quando studiavo a Roma ero impegnata nei Comitati di Quartiere, prima ancora che questi diventassero obbligatori per legge, e nell'Università; tornata a Palermo mi sono impegnata nella CGIL.
D. LA VOSTRA ASSOCIAZIONE E' VICINA, ANCHE SOLO IDEALMENTE, A QUALCHE FORMAZIONE POLITICA?
R. Ufficialmente no, ma di fatto è vicina al PDS o comunque alla sinistra.
D. SIETE STATI APPOGGIATI O OSTACOLATI DALLE AUTORITA', STATALI SCOLASTICHE ED ECCLESIASTICHE?
R. E' capitato che abbiamo spedito delle lettere di richieste, di sollecito, alla Regione, alla Chiesa ed a delle scuole, senza avere neanche risposta. La Chiesa non ci ha ostacolato ma neanche appoggiato; abbiamo scritto a molte scuole, chiedendo di poter tenere delle conferenze e molte non ci hanno nemmeno risposto. Il sindaco Orlando ci faceva tante promesse che poi non manteneva. (...) allo Sperone c'era una struttura costruita come centro sociale, che era stata completamente abbandonata, e allora in accordo con un gruppo del quartiere abbiamo organizzato lì dentro una manifestazione, con delle bambine che hanno fatto uno spettacolo di danza, noi come Associazione abbiamo proiettato un documentario che era stato girato proprio sull'Associazione, e sono venute Bianca Guidetti Serra, ed Ada Becchi Collidà, che sono 2 donne molto impegnate in politica, ... abbiamo invitato queste due donne che facevano parte, se non ricordo male, della Commissione nazionale antimafia, c'era anche un motivo preciso, in quel momento, per cui le abbiamo invitate, e Orlando ci doveva fare pulire i locali, mandare i fiori, le piante, le sedie, doveva venire lui, ... era un modo per dire ai cittadini questo è un centro sociale, avete il diritto di chiedere che vi venga sistemato, pulito, e che voi lo dobbiate utilizzare per i vostri figli e per le attività che si possono fare in un quartiere, era questo il messaggio, cioè di dire questi centri non devono essere abbandonati in questo modo, queste strutture ci sono, bisogna ristrutturarle, aggiustarle e farle funzionare, e vi facciamo vedere due cose, due tre cose che si possono fare dentro un centro sociale, quindi era un modo per portare questo messaggio ... e Orlando diceva "Ma perché le bimbette non le facciamo ballare a piazza Niscemi", e noi gli abbiamo spiegato che le bimbette vivevano allo Sperone, e che era giusto che la città si spostasse ed andasse allo Sperone, visto che allo Sperone non si fa mai niente e c'è il deserto, perché appunto, al solito, le cose si devono fare sempre dove ci andiamo gli amici e i figli degli amici a vederle.
D. QUAL E' L'ATTEGGIAMENTO DEI VOSTRI CONCITTADINI, COME REAGISCONO ALLE VOSTRE INIZIATIVE? E' MUTATO NEL TEMPO?
R. Erano interessati, ma con l'idea della delega "Brave, continuate così, fate bene", ma alla fine loro non s'impegnano, non denunciano (es. dei commercianti che hanno negato di pagare il pizzo, usando la scusa delle omonimie); ora la gente partecipa di più alle manifestazioni, ma ho paura che sia spinta più dall'emozione per le stragi, che non da una radicata presa di coscienza, e che nei fatti continuino a non collaborare con la giustizia; una volta i grandi delitti non destavano grande emozione tra la gente, con le stragi, invece, tutti si sono sentiti personalmente colpiti, anche, forse, per la grande crudeltà usata; ora la gente si organizza e fa qualche cosa, qualche manifestazione...
D. QUALE PUO' E DEVE ESSERE, SECONDO LEI, IL CONTRIBUTO SPECIFICO DELLE DONNE ALLA LOTTA CONTRO LA MAFIA?
R. Io direi proprio la nostra... anche a partire dai luoghi in cui noi donne siamo presenti, la nostra sensibilità rispetto al problema della mafia, che si è vista, appunto, anche nella scelta delle donne che si sono costituite parte civile, non è che lo hanno fatto dopo che gli hanno ammazzato tutti quanti, o dopo che hanno tentato di vendicarsi, cioè se pigli Buscetta o altri pentiti prima hanno ammazzato, poi quando hanno visto che probabilmente il carcere era più sicuro che fuori dal carcere, si sono pentiti ed hanno fatto queste scelte, le donne quando si sono avvicinate alla giustizia, quando hanno denunciato, lo hanno fatto proprio per un bisogno loro, anche di giustizia, senza ottenere in cambio ne sconti di pena, ne niente, quindi io credo che il nostro primo contributo sia proprio questo, un desiderio che probabilmente per le donne è più forte, anche di giustizia, un desiderio di solidarietà, anche; ... direi che è proprio una sensibilità diversa che hanno le donne, nella lettura anche di certe situazioni, una maggiore sensibilità, un diverso approfondimento.
D. QUAL E' L'IMPORTANZA ED IL RUOLO CHE LE DONNE HANNO ALL'INTERNO DI COSA NOSTRA?
R. Così come nel resto della società, all'interno della mafia ci sono donne che contano molto e donne che non contano, esse non possono, soltanto, essere affiliate a Cosa Nostra, spesso le mogli provengono, anch'esse da famiglie mafiose, non partecipano passivamente ma attivamente all'interno di Cosa Nostra; all'interno di Cosa Nostra gli uomini parlano per avere uno sconto di pena, le donne per brama di giustizia, e ne ricevono tanti danni. Sinceramente non so più se, potendo tornare indietro, rilancerei quegli appelli che ho lanciato alle donne vittime della mafia, affinché si costituissero parte civile, perché considerando quello che hanno ottenuto! I figli di Piera Lo Verso sono stati arrestati per droga, fallimento delle loro attività economiche per l'isolamento in cui caddero; il Comune diede loro 3 milioni.
D. CON QUALI MEZZI E ATTRAVERSO QUALI CAMBIAMENTI PENSA CHE POSSA ESSERE DEFINITIVAMENTE DEBELLATO IL FENOMENO MAFIOSO?
R. ...secondo me intanto perseverando in questo tipo di scelte, nel senso che si continua... a intensificare, secondo me, il lavoro delle scuole, ma non tanto soltanto delegando alla singola testimonianza, come hanno fatto, non so invitando G.Terranova, invitando Carmine Mancuso e qualche altro, a fare gli incontri con gli studenti, secondo me anche è importante che gli insegnanti acquistino loro stessi una coscienza antimafiosa e che abbiano proprio anche una formazione loro, che gli permetta di affrontare con cognizione questi argomenti, ...i ragazzi escono dalle scuole superiori e dal liceo senza sapere niente della storia moderna, e la storia moderna, ormai, è fatta anche da questo, non è che possiamo non parlare, quindi lavorando molto secondo me nelle scuole, che è il posto dove ci sono i ragazzi, e da lì cominci, facendo in parte un discorso specifico di mafia, però dando, gli insegnanti stessi, gli adulti anche un es. proprio di onestà, di trasparenza, di comportamento, perché dico, nel nostro piccolo, che ne sò io non ho mai comprato, per dire, sigarette di contrabbando, neanche quando fumavo, per un discorso di scelta, cioè se io so, certo a Palermo è un pò difficile, però di quei locali, di quei cinema di cui si sa dichiaratamente che sono attività losche, per es., noi per scelta non ci andiamo (...) e quindi io direi, sicuramente, dico questo discorso dell'informazione e anche proprio della pratica di una coscienza antimafiosa, io dico che anche gli strumenti che finora sono stati praticati, a partire il Comitato delle Lenzuola, noi dell'Associazione, altre attività, io credo che si debbano continuare, perché appunto, sono degli strumenti che in alcuni momenti servono, il fatto di essere in molti, di occupare le piazze, le strade, io credo che serva anche, per fare vedere che in fondo siamo in tanti a pensare che bisogna lottare contro la mafia, credo che gli enti locali, il comune, le amministrazioni ... ... sicuramente servono anche questi momenti in cui si dà visibilità, si dà e ci si dà visibilità, cioè si dimostra che la gente c'è, vuole scendere in piazza, e non ne può più di quello che succede a Palermo, e questo sicuramente, ecco l'impegno delle istituzioni non si possono limitare a scendere la Commissione antimafia ogni tanto a Palermo, a fare l'elenco delle case, delle scuole affittate ad agenzie prestanome ecc., bisogna che ci sia veramente un impegno da parte di chi decide, perché noi, diciamo, noi possiamo dare le idee, ma non è poi che abbiamo il potere, non è chepossiamo... nonabbiamo soldi, non abbiamo strumenti, infatti la mafia ammazza, sicuramente, secondo me, quando chi sa ha anche il potere, perché Falcone è stato ammazzato perché sapeva e perché, per il posto che occupava, poteva, ogni tanto ci chiedono Umberto Santino a lui com'è che non lo ammazzano, Umberto è un archivio dell'antimafia, però non è che ha potere,
D. MA NEANCHE PADRE PUGLISI AVEVA POTERE R. ...secondo me il discorso di padre Puglisi, (...) luiha detto "Io ai mafiosi lavoro non ce ne do", allora lui ha avuto il potere di decidere questa cosa per la sua parrocchia, ma è stato uno che lo ha detto ad alta voce, perché faceva questa scelta, e quindi poteva diventare il primo di una lunga serie
D. COME LIBERO GRASSI R. Libero Grassi era il primo dei commercianti, ...quindi, onde evitare che si creassero tanti Liberi Grassi, giustamente hanno bloccato sul nascere, quindi dico, per noi delle associazioni, dei movimenti antimafia, sostenere queste iniziative dei preti nei quartieri ecc. credo che sia un altro strumento che bisognerebbe incentivare non fare passare in secondo piano, e comunque per questo ci vuole anche un impegno, proprio, delle amministrazioni locali, che devono interessarsi a questi centri sociali, devono aprire strutture, anche centri di aggregazione, perché quello che manca a Palermo questo è, mancano centri di aggregazione, luoghi nuovi dove i ragazzi si possono vedere, dove si possono incontrare, dove possono conoscere anche altri modelli alternativi di comportamento.
ANNA PUGLISI socia fondatrice del CSD <<GIUSEPPE IMPASTATO>>
Palermo, 28 settembre 1993
D. IL CENTRO E' NATO NEL '77, QUINDI PRIMA DELL'UCCISIONE DI
GIUSEPPE IMPASTATO ...
R. Sì, sì, il Centro, appunto, è nato dalla volonta di Umberto (Santino), mia e di altri, che avevamo, un pò quasi tutti, una storia comune, cioè avevamo lavorato nei partiti... noidue per es., ed altri, nel PDUD, prima Manifesto e poi PDUP, e altri... qualcuno nel PC ma altri nei partiti all'estrema sinistra diciamo, che erano nati dal '68, e a un certo punto avevamo esaurito la nostra volontà di lavoro dentro un partito politico che sempre castra, diciamo, il partito politico ha certe logiche che ad un certo punto sono asfissianti diciamo, e quindi avevamo deciso, una volta usciti, chi prima chi dopo, da questi partiti, avevamo deciso, abbiamo deciso di non andarcene a casa e di... costruire questo... un'aggregazione che servisse come un punto di riferimento per la ricerca sulla realtà siciliana e la mafia, e un punto di riferimento per la divulgazione di certe idee e per un tentativo appunto, di cominciare a fare un' antimafia più fondata su un'analisi precisa e puntuale, e abbiamo cominciato subito con un convegno su Portella Della Ginestra, con storici, è venuto Vittorio Foa, sono venuti storici come Anna Rossi Doria, Gallerano e altri, è stato un momento molto importante.
D. DI QUESTO CENTRO FACEVA PARTE PEPPINO IMPASTATO?
R. No, Peppino Impastato non faceva parte del nostro centro,
Peppino Impastato ha un'altra... ha una storia diciamo parallela alla nostra, lui ha fatto più... è stato più vicino a Lotta Continua anzi c'è stato un periodo in cui il Manifesto veniva considerato il partito dei borghesi, da parte di questi di Lotta Continua che non... insomma siamo stati abbastanza lontani, Peppino ha fatto per il Manifesto la campagna elettorale del '72, e allora si sono conosciuti... Umberto lo ha conosciuto, però è stato soltanto... questa è un pò la storia della sinistra, non solo qui ma dovunque, e avevamo... si dice, gli stessi ideali però eravamo disuniti al massimo, e quindi una... un'esperienza così importante come quella di Peppino per es., era pochissimo conosciuta nell'ambiente di sinistra perché lui aveva... in alcuni ambienti, per es. come il nostro, perché lui aveva un'altra storia, e comunque per es. noi, insieme al Centro, avevamo costituito a Palermo una libreria, si chiamava "Cento fiori", che poi è stata chiusa subito nell'80, e lui veniva nella libreria... quando è stato ucciso, nel '78, noi siamo andati pur, appunto, non conoscendolo bene, non conoscendo bene la sua esperienza, siamo andati perché abbiamo ritenuto di dovere dare subito testimonianza contro i mafiosi che l'avevano ucciso, e subito quella sera che siamo andati lì, dopo... quando abbiamo saputo della sua uccisione, Peppino è stato ucciso una settimana prima delle elezioni comunali a Cinisi, per cui aveva fatto, insieme ai compagni, una lista chiamata "Democrazia Proletaria", però lui non faceva parte di Democrazia Proletaria, che del resto era ancora soltanto una
lista, anche a Palermo, aveva fatto questa lista per... e c'erano molte probabilità che sarebbe stato eletto, e infatti, dopo (la morte) è stato eletto! Cioè a Cinisi quella lista... Peppino ha avuto il massimo dei voti ... poi è entrato al posto suo, ovviamente, il primo dei non eletti ma insomma lui sarebbe stato eletto.
D. QUINDI, SIMBOLICAMENTE, E' STATO VOTATO
R. Simbolicamente è stato votato ed è stato eletto al consiglio comunale, quindi i mafiosi lo hanno ucciso per tutto quello che aveva fatto prima e per... perché volevano assolutamente evitare che lui entrasse al consiglio comunale, quindi si era in campagna elettorale, e sono venuti pure alcuni deputati di Democrazia Proletaria, lì i compagni di Cinisi... era previsto proprio per quel giorno un comizio che doveva fare Peppino, per quando è stato ucciso, e allora i compagni di Cinisi hanno chiesto ad Umberto di fare il comizio, e Umberto, subito, ha cominciato a fare un comizio facendo i nomi, ha cominciato a fare i nomi, ha detto che il mandante dell'assassinio era Badalamenti, che Peppino parlava e operava contro i mafiosi di Cinisi e i mafiosi di Cinisi avevano un nome e un cognome, ed erano i responsabili della sua morte, ha gridato contro le finestre chiuse di Cinisi, perché ovviamente la gente... di gente di Cinisi non ce n'era molta, e da allora abbiamo cominciato a... siamo ritornati lì e abbiamo lavorato insieme ai compagni che... che hanno raccolto i resti di Peppino, perché i carabinieri e polizia volevano chiudere tutto facendo credere che fosse un terrorista che stava mettendo una bomba, e invece i compagni hanno trovato le mani di Peppino, questo vuol dire che lui non aveva la bomba in mano ma gliel'avevano messa sotto nel... sotto il petto, e quindi... ci siamo rivolti a Del Cappio che era un medico legale molto importante, che ha fatto appunto la perizia sui resti, ed ha detto che non poteva assolutamente essere uno che stava mettendo la bomba visto quali erano i resti che si erano trovati, e quindi abbiamo fatto tutto il lavoro con i compagni, abbiamo fatto noi, scritto noi le denunce da portare alla magistratura, siamo stati ovviamente accanto alla signora Impastato e a Giovanni, che subito si sono messi... Giovanni Impastato già lavorava con Peppino, il fratello di Peppino... hanno chiuso la casa ai parenti mafiosi, perché... che volevano che si stessero zitti no, gli mandavano a dire di stare zitti, la signora, appunto, ha fatto le sue denunce alla magistratura, e noi abbiamo fatto tutto... tutto il lavoro di denuncia, e andando lì a fare altri comizi e poi costruendo la manifestazione nazionale contro la mafia che abbiamo fatto ad un anno... nel '79, manifestazione nazionale che è stata la prima, perché non c'erano state manifestazioni nazionali contro la mafia neanche dopo Portella Della Ginestra, cioè la mafia non era un problema nazionale per... non era considerato un problema
nazionale, era soltanto considerato, da parte dello Stato, ma anche da parte dei partiti politici, anche della sinistra, come un problema soltanto nostro, di cui dovevamo preoccuparci noi.
D. CHI PARTECIPO' A QUESTA MANIFESTAZIONE?
R. La manifestazione noi l'abbiamo... io e Umberto specialmente, l'abbiamo costruita veramente... andando... abbiamo... andando in posti dove sapevamo che c'erano realtà di lotta contro la mafia, per es. siamo andati in Calabria, siamo andati a Gioiosa Jonica, dove c'erano comunità di cristiani che lottavano contro la mafia di là, contro don Stilo, il famoso prete mafioso, siamo andati a Milano, siamo andati a Napoli, a Roma, e sono venuti compagni di tutta l'Italia, certo non moltissimi perché, ripeto, il... non era
entito come un problema nazionale, e quelli che sono venuti,
sono venuti più perché... per ricordare Peppino che veramente convinti di dovere fare una lotta antimafia, e perché il problema è stato considerato... è cominciato ad entrare nella mente che non era un problema nostro, che doveva essere affrontato in modo globale dopo la morte di Dalla Chiesa, prima non... e quindi, ripeto, ci siamo scontrati subito con una realtà di lotta contro la mafia, cioè le... il Centro, che era nato come un centro di documentazione è diventato subito un... centro di lotta anche contro la mafia... diciamo sul territorio, e subito anche un centro di di informazione, di... perché abbiamo cominciato subito a lavorare nelle scuole, perché nell'80, dopo l'uccisione di Terranova la regione siciliana ha fatto la legge 51 per le scuole e noi abbiamo mandato le lettere ai presidi, abbiamo proposto di... di intervenire nelle scuole, a fare seminari, a fare dibattiti, a portare le mostre fotografiche che intanto avevamo fatto sulla mafia.
D. COME REAGIVANO I PRESIDI?
R. All'inizio a rispondere sono stati pochissimi ma questa è una realtà contro cui ci siamo scontrati non soltanto noi del Centro, ma anche, per es., l'Associazione delle donne quando è nata, anche loro hanno fatto lettere, le risposte sono state proprio pochissime, soltanto... anche... ma perché, veramente non si sentiva, o c'era, appunto, ancora l'idea "Ognuno deve farsi i fatti propri", non si capiva che bisognava... cioè per arrivare finalmente ad un coscienza, alla... se ci si è arrivati, a capire che bisogna parlarne, e che bisogna... fare capire che il... che è anche il nostro comportamento quotidiano che porta a determinate situazioni, questo... ci sono voluti i cadaveri fino a quì, cioè c'è voluta la montagna di cadaveri, io sto parlando del '79 '80,
avevano già incominciato ad ammazzare giudici, e avevano ammazzato Terranova, Costa, avevano ammazzato Mattarella, Boris Giuliano, quindi persone... però c'è voluta veramente la montagna di cadaveri, perché finalmente la gente, qualcuno... riuscisse a capire che almeno per le manifestazioni deve scendere in piazza.
D. QUINDI, IN QUALCHE MODO E' STATO IL DELITTO DALLA CHIESA A SCUOTERE UN PO' LE COSCIENZE?
R. Prima il delitto Dalla Chiesa per una faccenda di carattere nazionale, cioè allora incominciarono i titoli sui giornali, grossi, cominciarono i titoli sui giornali, cioè cominciarono gli articoli sui giornali che però ebbero la punta più alta per Dalla Chiesa poi l'anno dopo è stato ucciso Rocco Chinnici non c'è stata questa risonanza come per Dalla Chiesa, ... e da allora nelle scuole qualche professore ha cominciato ad insistere per fare questi programmi, che però erano sempre delle cose molto... superficiali, cioè quello che chiedevano i professori era che gli esperti, che degli esperti, che andassero lì a fare la conferenza, magari ci chiedevano di portare la mostra fotografica, che era una cosa che colpiva, e basta, quello che tentavamo di fare passare noi era un'altra idea, un altro modo di fare antimafia, cioè noi chiedevamo che invece i professori fossero loro a fare un certo, ad impostare in un certo modo la didattica, cioè non l'antimafia fatta una volta tanto, una volta all'anno con una conferenza, perché questo non serviva a niente, noi abbiamo constatato centinaia di volte che non serve a niente .noi tentavamo di fare... abbiamo sempre tentato di fare capire ai professori, che invece dovevano seguire altri criteri, dovevano essere loro intanto durante la lezione, non in modo episodico, specialmente ovviamente, i professori di materie letterarie, dovevano introdurre determinate idee e fare studiare determinate cose piuttosto che altre, cioè... e crare appunto fare dei seminarietti quindi con un discorso più compiuto, ...forse in qualche scuola alcuni professori hanno incominciato a farlo questo, cioè c'è una realtà un pò diversa rispetto a quella di 15 anni fa 10 anni fa, però è sempre tutto molto limitato ed esiguo rispetto alla necessità.
D. QUINDI LEI NON NOTA GROSSI CAMBIAMENTI RISPETTO AGLI ANNI
PASSATI?
R. Dei cambiamenti sì, perché, ripeto, la montagna dei cadaveri è ormai... troppo evidente e non solo questo, ma insomma la gente ha cominciato a capire che... questa realtà lede la nostra libertà, lede il nostro vivere civile e, quindi, per la manifestazione... c'è qualche persona in più, qualche persona in più diciamo, che un certo numero c'è, però per lavorare giorno per giorno, a lavorare giorno per giorno siamo sempre in pochi, l'altro giorno ci dicevano che a Brancaccio si sono presentati, dopo la morte di Puglisi, un certo numero di gente che dice che vuole fare il volontariato però, dicevano "E' un numero che ormai, per le nostre esigenze è spropositato", perché ovviamente sono delle realtà molto difficili, di bambini per es. ce ne sono pochiche vanno lì al Centro, quindi, il fatto è che, l'esperienza del San Saverio insegna che all'inizio dell'anno c'è sempre un certo numero di persone che dicono che vogliono lavorare, poi, quando queste persone cominciano a vedere quali sono i problemi, quali sono le difficoltà, ecc. questi diventano sempre molto molto pochi,
D. IL CENTRO SAN SAVERIO E' UN CENTRO LAICO?
R. E' legato alla Chiesa di San Saverio, che non è una parrocchia, non è la parrocchia dell'Albergheria, è la... ed è legato, insomma è nato per la volontà di di un prete, di Cosimo Scordato, che prima aveva fatto... era a Casteldaccia, lui è di Bagheria, aveva fatto lì una... un comitato contro la mafia, nei primi anni '80, però il gruppo che lavora con Cosimo Scordato è un gruppo assolutamente aconfessionale, cioè ci sono credenti, ci son credenti anomali e ci sono non credenti, che lavorano...
D. IL CENTRO IMPASTATO HA RAGGIUNTO QUALCHE OBIETTIVO CHE SI ERA POSTO?
R. Beh sì di obiettivi, di cose, ne abbiamo fatte, intanto abbiamo portato a compimento una serie di ricerche che, appunto, ci eravamo proposti di fare, sì, soltanto che non abbiamo trovato grossi editori, così come non abbiamo finanziamenti, perché vogliamo essere... non abbiamo finanziamenti perché siamo assolutamente al di fuori di logiche spartitorie, ai finanziamenti che la regione siciliana dà ai centri culturali invece sono dentro queste logiche, cioè logiche spartitorie tra partiti, (...) così il fatto di non essere vicini a certi ambienti dell'editoria ecc. ha fatto sì che le nostre ricerche, che eppure hanno avuto recenzioni importanti, perché sono le uniche ricerche sul campo, le uniche ricerche empiriche che ci sono sulla mafia, non sono, non hanno raggiunto questo pubblico, come tante altre... libri e libretti, pubblicazioni che per ora hanno invaso il mercato, comunque sono cose, appunto, che volevamo fare, ricerche che volevamo fare e le abbiamo fatte, la vicenda di Peppino Impastato, anche quella, anche se non siamo riusciti a fare incriminare Badalamenti, però c'è la sentenza che Peppino è stato ucciso dalla mafia per la sua lotta di 15 anni.
D. QUANTI SOCI CONTAVA, ALLA NASCITA, QUESTO CENTRO?
R. Dunque i soci fondatori, proprio come soci fondatori, perché il Centro è nato nel '77 ed eravamo un buon numero, però era un... non un centro... non eravamo andati dal notaio allora, era un centro così, informale, poi l'abbiamo costituita come associazione nell'80 e l'abbiamo dedicata a Peppino Impastato, quindi allora, nel '77, eravamo un buon numero, una trentina c'era attorno al Centro e alla cooperativa "Cento Fiori"; poi come soci fondatori del Centro siamo stati mi pare 10 o 12, non ricordo bene, però a questi si sono aggregati subito altri, devo dire che ora non siamo molti, perché non è un'associazione di massa la nostra, noi chiediamo che chi si scrive al Centro dia un contributo anche minimo, sia in denaro appunto, perché è autofinanziato, sia in lavoro, noi chiediamo appunto che si faccia qualche cosa che ci si inserisca in un... o nella ricerca oppure nel lavoro... e quindi fino ad ora abbiamo avuto 2 tipi di soci: il socio ordinario, che è quello che segue più il lavoro del Centro; e il socio aderente, che invece, che è una figura che... riguarda specialmente i soci che non stanno a Palermo che quindi non possono fare il lavoro... proprio, non possono essere più... così... vicini al Centro, sono soci che danno una quota e ricevono le nostre pubblicazioni, ora abbiamo pensato fare un'altro tipo di socio, diciamo un'altra figura, un amico del centro che... sia, insomma una figura di socio, non proprio di socio, una persona che sia interessato a quello che facciamo, e dà un piccolo contributo...
D. SI PUO' RICOSTRUIRE UN TIPO SOCIALE DEL VOSTRO ASSOCIATO, COME ETA', TITOLO DI STUDIO, PROFESSIONE, SESSO...
R. Beh, siamo di una certa età per la maggior parte, fino ad ora siamo stati tutti non giovanissimi, e sì, come titolo di
studio... medio alto... una laurea...
D. SIETE STATI APPOGGIATI O OSTACOLATI DALLE AUTORITA' STATALI?
R. Ignorati (ride), dallo Stato assolutamente nessuna... ripeto, finanziamenti non ne abbiamo avuto da nessuno, abbiamo avuto soltanto dal Comune di Palermo un piccolo finanziamento per la ricerca sull'omicidio a Palermo e provincia, oltre questo c'è stato pochissimo, contributi minimi per la biblioteca quando c'è stato un periodo che la biblioteca era aperta al pubblico, ma abbiamo visto che non... i contributi che ci davano erano assolutamente irrisori, non avevamo assolutamente la possibilità di pagare lo stipendio, neanche lontanamente, di pagare lo stipendio a
qualcuno, e quindi abbiamo dovuto chiuderlo al pubblico, ora
riceviamo solamente per appuntamento.
D. AVETE RICEVUTO SOSTEGNO DA PARTE DELLA CHIESA?
R. No, non c'è nessun... noi abbiamo rapporto con credenti, ma che lavorano... che lavorano nel sociale, come questi del centro San Saverio, con alcuni sacerdoti ma che hanno... ma solo perché hanno un determinato modo di comportarsi, hanno determinati interessi, non siamo assolutamente... qualcuno crede, qualcuno no, di noi...
D. MI RIFERIVO AL SOSTEGNO DA PARTE DELLE ISTITUZIONI ECCLESIASTICHE
R. No no le istituzioni non hanno sostenuto mai il Centro.
D. E PER QUANTO RIGUARDA LA SCUOLA?
R. La scuola... da qualche anno, non voglio essere troppo... per moltissimi anni c'è stato quel tipo di comportamento, da qualche anno, c'è qualche professore che tenta di fare cose diverse e appunto con questi professori noi collaboriamo, insomma quando si vuole introdurre un modo diverso di fare un discorso antimafia, noi siamo d'accordo, e c'è qualcuno che ha incominciato a fare qualcosa di diverso e quindi collaboriamo, insomma con chi ha la volontà di non rimanere soltanto in superficie noi collaboriamo.
D. QUINDI NOTATE UN CAMBIAMENTO
R. Sì un pò sì.
D. COME E' STATO E COME E' ORA L'ATTEGGIAMENTO DEI PALERMITANI DI FRONTE ALLE VOSTRE INIZIATIVE?
R. Mah! E' molto difficile... il problema è che spesso tutto
rimane a livello di emozione, emozione nell'antimafia, emozione nella politica, e per cui siamo... abbiamo avuto manifestazioni grosse, il 23 maggio c'è stata quella grossissima manifestazione... però, per quanto riguarda il lavoro effettivo, eravamo pochissimi e siamo pochissimi, continuiamo ad essere pochissimi, il nostro... il nostro discorso è difficile, questo discorso di passare dall'emozione al lavoro di ogni giorno, a fatti concreti, è un discorso difficile e che la gente non si vuole... non vuole sentirsi... non si vuole sentire, per cui c'è la delega al giudice, la delega ai poliziotti, la delega a chi è così folle di volersi impegnare giorno per giorno, e allora il nostro lavoro non è che sia un lavoro... che attiri molto appunto per il... un discorso sul... un tipo di ricerca... non superficiale come invece è spesso fatto nelle pubblicazioni che ci sono e che vanno per la maggiore,
D. COME AVETE VISTO, VISSUTO, L'ESPERIENZA DELL'ACIO?
R. Una cosa importante, perché riteniamo che sia un movimento così come... importante e basato anche sugli interessi, che è una cosa importante, come era quello dei contadini nel dopoguerra, che lottavano contro la mafia per... ed erano lotte di massa, per avere la riforma agraria, e questa questa... tentativo di aggregare sulla base d'interessi concreti contro la mafia è una cosa molto importante, e poi è molto importante che ci sia stata questa
grossa risposta da parte dei commercianti, ovviamente non si può non fare il paragone con con quello che c'è a Palermo, per es., dove invece Libero Grassi è stato lasciato solo, e dove i commercianti che pagano il pizzo hanno negato di farlo, dove, appunto, la mafia è... chè a Capo D'Orlando la mafia è molto giovane, e qui la mafia è radicata, c'è una sudditanza assolutamente, alla mafia, assolutamente diffusa, e quindi.
D. PERCHE' E' FALLITO, SECONDO LEI, IL PRIMO COORDINAMENTO
ANTIMAFIA?
R. Per ragioni... per logiche di partito, ha avuto una vita
stentatissima... era un coordinamento di associazioni però,
purtroppo dietro le associazioni poi manovravano i partiti, la democrazia cristiana dietro le Acli, il partito comunista dietro ad Arci, alla Fgc ecc., e succedeva che dopo... era il periodo di Martellucci, del sindaco Martellucci, e dopo che si facevano delle riunioni piuttosto... con discussioni piuttosto agitate per fare dei documenti contro l'amministrazione, cose precise, che erano successe, magari, ecc., si riusciva a fare passare, all'interno dell'assemblea del Coordinamento documenti in cui si facevano anche i nomi precisi degli amministratori, poi succedeva che magari c'era la telefonata del dirigente delle Acli, che telefonava al dirigente del partito comunista, per tentare di di bloccare la cosa, e la bloccavano, perché ovviamente loro avevano maggiori poteri che non le associazioni, che erano al di fuori di queste logiche, e queste cose sono successe diverse volte...
D. QUINDI QUANTO E' DURATO?
R. E'durato 2 anni, '84 fine '85 (...) si è disciolto, quando si è aperto il maxiprocesso, alcuni di quelli che avevano avuto la responsabilità nel fallimento del primo Coordinamento antimafia, hanno deciso di costituirsi come associazione, chiamandola Coordinamento antimafia, "Associazione Coordinamento Antimafia", questa risale all'apertura del maxiprocesso, è stata fatta la notte prima dell'apertura del maxiprocesso per chiedere la costituzione di parte civile all'indomani.
D. E' STATA ACCETTATA?
R. No, non c'era la possibilità, però questo Coordinamento non è un coordinamento, è un'associazione che ha sfruttato quel nome, D. ATTUALMENTE QUANTI SOCI CONTA IL CENTRO IMPASTATO?
R. Siamo, suppergiù, siamo una quindicina di soci ordinari, poi ci sono credo altrettanti soci aderenti, anche negli Stati Uniti li abbiamo, gli Schneider per es. sono soci del Centro.
BEATRICE MONROY del COMITATO DEI LENZUOLI
Palermo, 28 settembre 1993
D. IL VOSTRO E' UN GRUPPO INFORMALE? R. Sì, sì, noi siamo rimasti un gruppo informale senza... non esiste né una costituzione legale né una sede, siamo delle famiglie che fanno delle azioni simboliche, tutto qua.
D. NON AVETE INTENZIONE DI COSTITUIRVI LEGALMENTE? R. No. D. AVETE TROVATO OSTACOLI PER LA REALIZZAZIONE... R. No, no anzi noi avevamo questo simbolo molto forte, del lenzuolo, e abbiamo avuto anzi molto... una rinomanza molto più grande di quello che noi siamo, perché nella realtà noi siamo un piccolissimo gruppo
D. SECONDO LEI A COSA E' DOVUTA QUESTA RINOMANZA?
R. Che il simbolo era molto forte, cioè che ha bucato il sistema mediale e quindi questa cosa ha conquistato, diciamo, e il lenzuolo è diventato un simbolo, perché è una cosa, il lenzuolo... è una cosa che segna la disponibilità alla lotta e alla resistenza di ciascuna famiglia, quindi è una cosa che, in qualche modo, colpisce profondamente la società civile, e quindi... anzi siamo stati molto osannati, molto di più di quello che noi siamo, ecco, cioè noi facciamo delle azioni simboliche, però non è che facciamo delle cose... per es. non interveniamo nei quartieri
D. QUINDI VOI OLTRE A ESPORRE QUESTO SIMBOLO DI PROTESTA... R. Facciamo delle azioni simboliche, facciamo delle cose, per es. abbiamo fatto questi "Consigli Scomodi", che hanno avuto pure un grande successo, abbiamo fatto degli spot televisivi, poi... diciamo facciamo un'azione di propaganda, ecco, non di intervento specifico, e soprattutto puntiamo al fatto che siamo di fronte alla resistenza ad un regime, quindi dobbiamo costruire la resistenza della popolazione, che è una resistenza che si costruisce casa per casa e con piccoli atti quotidiani, nel proprio posto di lavoro, nella propria vita di quartiere, ecco non facciamo delle grandi azioni, facciamo delle azioni minute, poi portiamo questi lenzuoli, esponiamo i lenzuoli alle finestre, che sono già tutti atti molto dirompenti rispetto alla struttura e alla città di Palermo, che è una città abituata ad essere chiusa in questo regime.
D. COSA RISPONDETE A CHI VI CRITICA DICENDO CHE IL LENZUOLO NON BASTA...
R. "Sotto il lenzuolo niente" D. ECCO, CHE CI VOGLIONO ATTI PIU' CONCRETI R. Ma ci vogliono... è vero che ci vogliono atti più concreti, cioè il lenzuolo non può essere il simbolo della lotta antimafia, il lenzuolo è un segno, un segno del fatto che le famiglie, a Palermo, diciamo la gente, i palermitani si ribellano a questo dominio, ma non è che un segno, è chiaro che poi ci vogliono atti concreti, cioè io sono d'accordo col fatto che... il lenzuolo non può diventare il simbolo di una lotta facile, perché la lotta non è facile, è molto dura ed è molto sanguinaria e cruenta, e quindi si deve rispondere alla guerra... si risponde duramente.
D. QUINDI OLTRE AI LENZUOLI AVETE ALTRI STRUMENTI PER PORTARE AVANTI LA VOSTRA LOTTA?
R. Abbiamo questi "9 consigli scomodi", e poi questi lenzuolini, ma soprattutto noi facciamo questi... il nostro strumento è la quotidianeità cioè il fatto che ognuno di noi, nel quotidiano, insegna a rispettare, rispettando... si comporta da cittadino.
D. QUINDI IL VOSTRO SCOPO E' QUELLO DI DIFFONDERE UNA CULTURA ANTIMAFIOSA
R. Sì.
D. C'E' QUALCHE SUCCESSO CHE GIA' PUO' VANTARE, IL COMITATO DEI LENZUOLI?
R. Sì sì D. QUALCHE BATTAGLIA VINTA, IN QUESTA GUERRA... R. Mah, non è che il Comitato dei lenzuoli... non si arroca il diritto di vincere nessuna battaglia, diciamo tutta la battaglia contro la mafia è una battaglia che ha...
D. VI SIETE POSTO QUALCHE OBIETTIVO CHE GIA' AVETE RAGGIUNTO? R. Gli obiettivi sono quelli che hanno tutti, l'obiettivo di... cioè è chiaro che quando hanno preso Toto Riina è stata una bella vittoria, però anche una bella sconfitta che hanno ammazzato padre Puglisi, cioè è uno stato di guerra, non è che c'è una... cioè noi... per me sono vittorie ogni volta che veniamo chiamati a far delle cose, cioè che, diciamo, che la coscienza civile aumenta, quelle sono le vittorie.
D. QUANTI SIETE? R. Saremo una ventina D. ALL'INIZIO QUANTI ERAVATE? R. 14, più o meno gli stessi. D. IN COSA UN COMITATO DIFFERISCE DA UN'ASSOCIAZIONE? R. Perché non è un'associazione legale, è un comitato, un gruppo di persone che si riuniscono a casa, ogni volta gira a casa di qualcuno di noi e quindi è una struttura libera.
D. LEGGEVO , CHE SI E' COSTITUITO UN NUCLEO DEL COMITATO DEI LENZUOLI A FIUMEFREDDO, SI CHIAMA PROPRIO COMITATO DEI LENZUOLI O E' QUALCOSA DI SIMILE?
R. Sì, sì anche a Bologna c'è un Comitato dei lenzuoli, ma non è che è un partito il Comitato dei lenzuoli, quindi non è che esistono delle sezioni distaccate, esistono delle persone che hanno preso questo nome perché è un nome simbolico.
D. QUINDI ANCHE LORO FANNO QUELLO CHE FATE VOI R. Sì. D. LEI COME MAI HA DECISO DI FAR PARTE DI QUESTO GRUPPO? R. Perché eravamo un gruppo di amici ed abbiamo deciso insieme di costruirlo.
D. IN PASSATO AVEVA GIA' PARTECIPATO A QUALCHE ALTRO MOVIMENTO O ASSOCIAZIONE?
R. Sì, io vengo dalla sinistra D. QUINDI A LIVELLO POLITICO... DI PARTITO R. Sì. D. AVETE RICEVUTO APPOGGIO DALLE AUTORITA', STATALI, SCOLASTICHE ED ECCLESIASTICHE?
R. Come tutte queste strutture, cioè da una parte ci sono degli appoggi, cioè ci sono delle persone che sono svelte a capire che queste strutture sono interessanti e importanti, e delle altre persone no, perché ci vedono come movimentisti, come gente che sta nelle strade per far casino, cioè questa spaccatura che c'è nello Stato è una spaccatura che c'è a tutti i livelli, quindi ci sono persone che ci appoggiano, giudici, magistrati, politici, e altri che non ci sopportano.
D. LE SCUOLE GIA' VI HANNO CHIAMATO? R. Sì, delle volte ci chiamano a Palermo, appunto dei dibattiti... facciamo tanti dibattiti. D. I PALERMITANI COME REAGISCONO ALLE VOSTRE INIZIATIVE? R. ...Il 19 luglio c'è stata la manifestazione per ricordare Borsellino, che è passata in mezzo ai quartieri, dove si passava, nei quartieri popolari, la gente esponeva le lenzuola.
D. DA QUANDO SIETE NATI, E' CAMBIATO QUESTO ATTEGGIAMENTO? R. Moltissimo, ma non è merito nostro, è merito del fatto che... cioè quando è stato ucciso Giovanni Falcone c'è stato un cambiamento radicale, a Palermo, quello è stato, a mio parere, nei confronti della loro presa sulla città, un errore gravissimo, la morte di Giovanni Falcone, perché la società civile ha incominciato a capire, e quindi queste strutture che sono nate, tra cui anche noi, sono nate anche in seguito al fatto che... c'è stato uno scollamento radicale dalla mafia, e quindi vengono bloccati, cioè è chiaro che noi, con il nostro gesto... è un gesto che si porta via, fra l'altro, gesti analoghi, cioè non è che i lenzuoli li mettiamo solo noi alle finestre, appunto noi siamo 20, invece se voi venite in città tra il 19 e il 23 di ogni mese, le lenzuola sono moltissime.
D. E VANNO AUMENTANDO?
S. Sì
D. SECONDO LEI, L'ESPERIENZA DELL'ACIO DI CAPO D'ORLANDO HA, IN QUALCHE MODO, INFLUITO SULLA NASCITA DI COSI' TANTE ASSOCIAZIONI DOPO LE STAGI?
R. Certo, quella è una... sono i padri fondatori, la loro forza e il loro coraggio, mettendo il fatto che è una realtà ben diversa, cioè quella è una realtà... diciamo un paese in cui è più controllabile quel tipo di mafia che c'è, qui la situazione è chiaro che è molto più dura molto più difficile, però certo Tano Grasso e l'ACIO sono dei maestri, secondo me, quello che hanno fatto loro è stato un es. per tutti, un es., una lezione, un modo di fare per tutti quanti.
D. QUINDI, SECONDO LEI, L'ACIO HA CONTRIBUITO ALLA NASCITA DI TUTTE QUESTE ASSOCIAZIONI
R. Moltissimo, moltissimo D. SECONDO LEI, QUALE DEVE ESSERE IL CONTRIBUTO SPECIFICO DEGLI INTELLETTUALI ALLA LOTTA CONTRO LA MAFIA?
R. Gli intellettuali devono... agiscono, io penso che la mafia, che si basa chiaramente su una potenza economica enorme, e quindi è soprattutto una potenza economica, ha... tiene in trappola dei posti anche sulla base del fatto che la cultura è molto simile, cioè io credo che noi palermitani siamo fratelli sia di Riina che di Falcone, cioè questa cultura è dentro di noi, questo brodo di culture, e il ruolo degli intellettuali è rompere questo fronte, cioè rompere questo fronte di connivenze, di omertà e di cultura simile, cioè costruire i valori morali di un mondo diverso, aiutare la gente a costruire questi valori morali, e poi, nel proprio specifico, usarli rispetto ai propri strumenti mediali che si usano, sia la televisione ecc., gli intellettuali hanno accesso ad una serie di strumenti che possono aiutare la gente.
D. SECONDO LEI, FINO AD ORA, GLI INTELLETTUALI HANNO SVOLTO BENE IL LORO COMPITO?
R. In Sicilia? No, perché gli intellettuali sono stati conniventi.
D. ED ORA NOTA UN CAMBIAMENTO? R. Sì, sì, molto forte, adesso in parte, in una parte non sono più conniventi, una parte sì, questa vicenda in corso sul teatro Biondo è un es., cioè pochissima gente si è schierata con Vincenzo Consolo, che è un intellettuale maestro che ha detto che dentro il teatro Biondo c'è la mafia, e pochissimi intellettuali si sono schierati con lui.
D. QUINDI ANCORA NON C'E' UN GRANDE CAMBIAMENTO R. C'è un cambiamento però insomma D. C'E' CHI TEME CHE IL MOVIMENTO ANTIMAFIA NATO DOPO LE STRAGI SIA TROPPO FRUTTO DELL'EMOTIVITA' E CHE ALLA FINE VADA SCEMANDO, PORTANDO A POCHI FATTI CONCRETI, LEI COSA NE PENSA?
R. C'è una parte, io non so se lei ha intervistato questi gruppi che lavorano nei quartieri, cioè questi che lavorano nei quartieri sono il fondamento del movimento antimafia, ed è nata a Palermo una struttura che unisce 50 comitati di base, si chiama "Palermo anno uno", questa struttura non solo sta avanzando ma sta riuscendo... sta trovando una sede, si sta informatizzando, cioè c'è una... un dilagare di strutture all'interno di quartieri, è chiaro che il problema è che questo è il movimento, come tutte le strutture il movimento il rischio è che non si leghi alla politica, e qua noi siamo sotto elezioni, bisogna vedere quello che succede.
D. SI TEME QUESTA STRUMENTALIZZAZIONE? R. Si teme la strumentalizzazione da un lato e dall'altro lato il pericolo è anche che... che si spacchino, che il fronte si spacca, che non si riesca a creare una struttura di apertura democratica, insomma non è facile.
D. ANCHE ALL'INTERNO DEL MOVIMENTO ANTIMAFIA, A VOLTE SI NOTANO CRITICHE TRA LE VARIE ASSOCIAZIONI...
R. Vabbene, ma quello è ovvio, questa è la città dei veleni, non bisogna dimenticarlo, i veleni sono dovunque.
AUGUSTO CAVADI membro del cosiglio direttivo del CENTRO SOCIALE SAN FRANCESCO SAVERIO
Palermo, 12 ottobre 1993
D. PUO' PARLARMI, DELL'IMPORTANTE CONTRIBUTO CHE DA' IL CENTRO SAN SAVERIO ALLA LOTTA CONTRO LA MAFIA?
R. Su questo punto, noi riteniamo di fare un lavoro che non è esauriente, è soltanto un piccolo frammento all'interno di un movimento più vasto, per cui, a Palermo ci sono gruppi che danno o un contributo più a livello di studio, che non è il nostro caso, o anche di progettazione politica globale, e non è neppure il nostro caso, noialtri siamo un pochettino specializzati, per così dire, nel tentativo di riconquistare il territorio, a livello... riprendere, diciamo restituire il territorio ai cittadini, o meglio spingere i cittadini a riacquistare essi stessi una sovranità sul territorio che hanno perduto, perché ormai è in mano, palesemente o velatamente, al potere mafioso, ...
D. CHE ATTIVITA' HA SVOLTO, E SVOLGE, IL CENTRO IN QUESTO SENSO?
R. Mah! Guarda, attività specifiche, noi non ne facciamo, contro la mafia, perché siamo convinti che tutto quello che facciamo ha una valenza oggettivamente antimafiosa, e siamo convinti anche che in questo quartiere sarebbe inutile, anzi contropruducente, etichettare come antimafiose determinate attività, cioè noi, di fatto, abbiamo cercato, cerchiamo, quali sono i modelli di comportamento mafiosi, quali sono i valori della pedagogia mafiosa e, nei fatti, cerchiamo di educare, noi stessi e gli altri, a modelli di comportamento e a stili di vita, che siano alternativi a quelli mafiosi, ogni tanto ci sono stati degli episodi clou, ci sono dei momenti particolarmente cruciali, non so, quando è morto Borsellino abbiamo fatto il giro del quartiere con il megafono, chiedendo alle persone di prendere posizione, o appplaudire ed esporre un lenzuolo
D. COME HANNO REAGITO? R. Insomma diciamo fifty-fifty, noi non siamo stati né demoralizzati del tutto, né entusiasti, soprattutto perché i ragazzi, gli adolescenti, sui 16, 17 si avvicinavano "Ma a noi che ce ne frega se hanno ammazzato Borsellino e Falcone, a noi non erano loro che ci danno il lavoro", quindi... mentre abbiamo avuto anche delle sorprese in positivo da parte di persone, oppure non so, 3 settimane fa hanno scippato una persona prima della messa, allora alla fine della messa abbiamo fatto il giro del quartiere collettivamente, sempre col megafono, gli striscioni scandendo "Chi fa lo scippatore perde tutto il suo onore", per dire che noi come comunità, nel primo caso come Centro Sociale, nel secondo caso come Comunità cristiana, perchè le due cose non sono identiche insomma, abbiamo detto che non ci stavamo insomma, che non accettavamo... ... e quindi abbiamo fatto questo giro del quartiere per indicare che noi non eravamo d'accordo con lo stile degli scippatori, ma questi sono episodi clou, particolari, perché riteniamo che, se per caso dovessimo farcela la nostra dovrebbe essere una battaglia a lunga distanza , nei periodi lunghi.
D. QUINDI TUTTA LA VOSTRA ATTIVITA' SI PONE, ALLA FINE, COME ATTIVITA' ANTIMAFIA...
R. Anche se non soltanto come attività antimafia, ma c'ha una sua valenza antimafiosa.
D. QUALI SONO LE ATTIVITA' CHE, SINORA, SONO RIUSCITE A COINVOLGERE MEGLIO?
R. Io, appunto, ti posso dire quelle che sono state più riuscite, che poi abbiamo avuto una ricaduta antimafiosa insomma ... lo spazio donne, questo lavoro con le donne del quartiere sui 30, 40 anni, le mamme di famiglia
D. QUANDO HANNO FATTO UN SEMINARIO LE DONNE DELL'ASSOCIAZIONE DONNE CONTRO LA MAFIA?
R. Sì, e poi anche qualche successo, piccolissimo, microscopico, con i ragazzi del quartiere che hanno pendenza penale con il Malaspina e che ci sono stati affidati.
D. MI PARLA DI ALCUNI, PIU' SIGNIFICATIVI, SUCCESSI R. Appunto, forse la cosa più significativa, finora, è stata riuscire ad avviare questa trattoria "Il Vicoletto", che dà lavoro a 5 persone ormai da 4 anni, perché è un piccolo esempio di che cosa possa significare trovare un lavoro pulito che non venga dato come favore dalla mafia
D. QUESTA TRATTORIA SI TROVA PROPRIO QUA ALL'ALBERGHERIA?
R. E' proprio... uscendo dalla Chiesa, sulla sinistra c'è un vicoletto e là c'è la trattoria.
D. RISPETTO A QUANDO E' NATO IL CENTRO, CHE MIGLIORAMENTI AVETE NOTATO IN QUESTO QUARTIERE?
R. Mah! Le persone del quartiere dicono che adesso ci sono molto meno drogati, per es., che sono diminuiti un pò gli scippi, soprattutto quelli da parte dei bambini, però non sono statistiche scientifiche, sono così impressioni.
D. L'ATTEGGIAMENTO DELLA GENTE E' CAMBIATO, IN QUALCHE MODO?
R. Bah! Noi ci proponevamo, diciamo, 2 tappe, vincere la diffidenza iniziale, e poi, come seconda tappa, coinvolgere loro in un atteggiamento di protagonismo attivo, purtroppo, possiamo dire di avere realizzato soltanto la prima parte, dopo 8 anni, cioè di aver fatto cadere, in molti, la diffidenza, ma non siamo riusciti, onestamente, a coinvolgerli attivamente, diciamo che ci siamo fermati a questa fase e faticosamente stiamo cercando di coivolgere, finora possiamo dire che, sì e no, siamo riusciti a coinvolgere una decina di persone in tutto il quartiere
D. COMUNQUE E' GIA' IMPORTANTE R. Sì, è importantissimo ma rispetto a quello che vogliamo fare è soltanto l'inizio
D. DA QUANTO TEMPO ESISTETE? R. DALL'86... D. QUALI SONO STATI GLI OSTACOLI MAGGIORI CHE AVETE INCONTRATO PER FAR NASCERE QUESTO CENTRO?
R. Mah! Gli ostacoli maggiori forse sono stati il reperimento dei locali, perché abbiamo dovuto prima occupare abusivamente questi locali dell'Opera Pia, poi resistere ai tentativi di sfratto, e poi finalmente arrivare ad un contratto regolare solo perché è intervenuto il prefetto e perché c'era anche un clima politico favorevole a questa presenza nei quartieri
D. E ALTRI OSTACOLI? R. No, perché per ora io non sono sicuro che, come dire, la mafia abbia individuato con esattezza diciamo, i pericoli che possono venire da questo tipo di lavoro nel sociale, quindi noi abbiamo soltanto qualche momento di tensione quando ci scontriamo con situazioni particolari, ma, globalmente, la gente del quartiere, anche nelle sue, diciamo, forme, anche nelle sue espressioni meno pulite, viene più colpito da quello che di positivo si fa per la gente che non dai potenziali pericoli di cambiamento di mentalità nelle nuove generazioni, quindi non possiamo dire di avere avuto problemi specifici insomma.
D. QUINDI LEI PENSA CHE VENGA SOTTOVALUTATA, DA PARTE DELLA MAFIA, L'IMPORTANZA DI QUESTI CENTRI?
R. Sì, infatti io attualmente mi sono fatto la convinzione, anche per i contatti che ho con alcune persone di Brancaccio, che l'uccisione di Padre Puglisi, a differenza di quello che si dice nei mass media, non sia tanto un omicidio simbolico, per colpire una determinata area, perché se fosse stato, principalmente, questo si sarebbero dovuti colpire, prima di Puglisi, tanti altri obiettivi molto più significativi, io credo che là c'è stato uno scontro preciso con alcuni interessi, nel territorio, nel quartiere, e quindi questo sia stato il motivo determinante nell'uccisione di Puglisi.
D. SI RIFERISCE ALLA STORIA DELL'APPALTO DEI LAVORI DELLA CHIESA?
R. Quello dell'appalto non regge neppure, a quanto pare, dalle denunzie che lui ed i suoi ragazzi, comunque gli adulti che facevano parte del comitato intercondominiale, avevano denunciato la presenza di alcuni abusivi che spacciavano droga e sigarette in alcuni locali che potevano essere acquisiti per uso sociale
D. QUINDI NON E' STATO UCCISO SOLO IN QUANTO SIMBOLO R. No, io credo che, diciamo, è chiaro che certo ci sono delle ragioni remote, cioè il contesto è cambiato, e si approfitta dell'occasione per mandare un segnale anche in questa direzione, ma, personalmente, mi pare strano dire che è tutto frutto di una..
D. DURANTE IL VOSTRO LAVORO, QUALI SONO GLI OSTACOLI PRINCIPALI CHE INCONTRATE?
R. Mah! Possiamo dire che l'ostacolo principale è dato dall'indifferenza della gente, dalla incapacità di autoorganizzarsi, dal volere che altri facciano per loro, quindi il nostro meccanismo, che vorrebbe essere che siano loro a lavorare con il nostro aiuto, non scatta, non funziona.
D. PER ADERIRE AL CENTRO, BISOGNA AVERE DETERMINATI REQUISITI ?
R. No, è aperto a tutti i cittadini, purché facciano questo breve corso di formazione, sono 4 incontri che facciamo a distanza di una settimana ciascuno, in modo d'avere un mese di tempo per conoscerci, per riflettere, e poi chi vuole si può iscrivere
D. ALLA NASCITA QUANTI ADERENTI CONTAVA IL VOSTRO CENTRO? R. Alla nascita ce ne erano una quindicina D. E ADESSO? R. Adesso, adesso, in forme diverse siamo un'ottantina di persone.
D. CI SONO DIVERSE MODALITA' DI PARTECIPAZIONE? R. Mah! Noi non diamo molta importanza a questo aspetto burocratico, diciamo che, grosso modo, ci sono i soci effettivi, che sono quelli che lavorano, gli operatori, poi abbiamo un comitato popolare di autofinanziamento, che è fatto anche da gente che sta fuori da Palermo, fuori dalla Sicilia o fuori dall'Italia, che manda una quota per sostenere economicamente il lavoro ... ...
D. QUINDI SIETE CRESCIUTI DI MOLTO RISPETTO ALLA COSTITUZIONE
R. Eh, in 6 anni D. IN QUALE ANNO AVETE REGISTRATO LE MAGGIORI ADESIONI? R. Non glielo so dire, qua c'è un continuo via vai, insomma quello che le posso dire è che adesso, questo flusso, per fortuna si è un pò regolarizzato, nel senso che abbiamo meno persone che si avvicinano, e meno persone che se ne vanno, mentre prima, anche per via del fatto che noi, così, non facevamo come selezione, come filtro, neppure queste, come filtro, neppure queste, questi corsi di formazione, e allora va a finire che la gente se ne andava facilmente.
D. POTREBBE FORNIRMI INFORMAZIONI RELATIVE ALLA ETA', SESSO, TITOLO DI STUDIO... PREVALENTI NELLA VOSTRA ASSOCIAZIONE?
R. Stiamo riuscendo a coinvolgere persone di ogni ceto sociale e di ogni età, dai bambini agli anziani, comunque, chiaramente il gruppo dirigente è fatto, così, da persone che apparteniamo alla media borghesia intellettuale D. QUINDI LAUREATI R. Sì, il gruppo dirigente è questo, professori, medici, preti, purtroppo, perchè vorremmo invece... D. PER QUANTO RIGUARDA IL SESSO ? NON C'E', AD ES., UNA NETTA PREVALENZA DI DONNE?
R. No, no. D. COME E' STATO E COM'E' IL VOSTRO RAPPORTO CON LE ISTITUZIONI SCOLASTICHE, ECCLESIASTICHE, E STATALI?
R. Mah, a livello si istituzioni centrali c'è indifferenza o, addirittura in qualche cosa, forme di, diciamo di ostilità
D. PERCHE' OSTILITA' ? R. Mah ostilità perché, insomma, soprattutto da parte dei responsabili amministrativi, si guarda con sospetto a queste forme di emancipazione popolare e democratica, queste forme di riscatto popolare che, prima o poi, insomma, si traducono in un venir meno del voto clientelare, comunque, se invece parliamo delle istituzioni... non so il Provveditorato, le altre scuole, i gruppi cattolici, le parrocchie, siamo riusciti a fare delle cose molto belle, cioè lavoriamo in sinergia nel quartiere, abbiamo anche un osservatorio contro la dispersione scolastica, in cui ci ritroviamo un pò rappresentanti sia delle istituzioni, che del volontariato, e cerchiamo di lavorare in maniera convergente.
D. QUINDI CON LE ISTITUZIONI A LIVELLO LOCALE... R. Locale, vanno molto meglio le cose. D. E IL COMUNE VI HA MAI AIUTATO? R. Mah, c'è stata qualche fase, molti anni fa, di collaborazione con la prima giunta Orlando, poi, già con la seconda giunta Orlando, visto che noi non accettavamo forme di collateralismo, siamo stati... diciamo già posati dalla seconda giunta Orlando,
D. E CON LE ISTITUZIONI ECCLESIASTICHE? R. Pappalardo ci ignora totalmente, salvo a citarci quando arrivano giornalisti da fuori e deve dire che a Palermo ci sono dei preti impegnati nei quartieri.
D. LEI PERCHE' HA DECISO DI IMPEGNARSI IN QUESTO CENTRO ? R. Certamente una dose di incoscienza diciamo patologica (ride), comunque c'è in me c'è, sia una motivazione etica, cioè l'idea che avendo avuto dalla vita una certa possibilità d'istruzione e una certa possibilità anche di serenità economica, non mi sembra giusto non tentare di condividere queste risorse con chi non ha né istruzione, né possibilità economiche, e poi c'è anche, in alcuni di noi, per es. in me, anche una motivazione religiosa perché essendo cristiani, riteniamo che la fede nel Dio amore deve diventare, in qualche modo, testimonianza visibile, (...) qua sperimento più concretamente l'iterazione con la gente del quartiere, cioè noi siamo convinti, e stiamo sperimentando che non si viene soltanto per, che qui non si viene soltanto per dare ma anche per ricevere e che questa esperienza forse sta facendo più bene a noi che al quartiere.
D. SECONDO LEI, QUALE PUO' E DEVE ESSERE IL CONTRIBUTO SPECIFICO DEI CENTRI SOCIALI ALLA LOTTA CONTRO LA MAFIA?
R. Mah, un pò quello che dico nel libretto "Liberarsi dal dominio mafioso", quindi creare delle forme di aggregazione democratica, lavorare per una cultura alternativa a quella mafiosa, sul piano pedagogico, provare ad attivare forme di autofinanziamento pulito, insomma dare alla gente la sensazione fisica che si può vivere in una maniera non autoritaria ma democratica, non maschilista ma paritaria, cioè realizzare delle forme di convivenza e di aggregazione che sono esattamente il contrario di quella che è stata la cultura mafiosa.
D. LA CHIESA, INVECE CHE CONTRIBUTO PUO' DARE? R. Mah, dovrebbe liberarsi dagli atteggiamenti mafiosi dal suo interno, democratizzare le sue forme diciamo di organizzazione interna e farsi finalmente, diciamo, attenta a quello che avviene fuori dalle mura del tempio.
NINO LO BELLO Coordinatore di <<PALERMO ANNO UNO>>
Palermo, 18 Novembre 1993
D. COME, E QUANDO E' NATO, PALERMO ANNO UNO? R. Questo cartello di associazioni, sono circa 57 associazioni, di volontariato... questo cartello di associazioni nasce nel '92, dopo la strage di Capaci, quindi il 23 giugno '92 c'è la prima catena umana a Palermo, una serie di associazioni di volontariato, in maniera, diciamo, così, molto spontanea, comincia a lavorare, a fare collegamento tra le associazioni, e si fa la prima catena umana, insieme con Associazione per la pace, il Comitato dei lenzuoli, e altre associazioni, diciamo anche più storicamente collocate, tipo l'ARCI ecc., anche associazioni più piccole, si comincia questa strada comune, questa strada comune che... intanto ogni mese le donne del digiuno..., sfocia, devo dire, in una... presa di coscienza generale che non si poteva più continuare a lavorare in maniera separata, ogni associazione nel proprio ambito, ma che, diciamo, con... per il sacrificio di Falcone poi, dopo, il 19 luglio, di Borsellino ecc., si dovesse, diciamo, lavorare assieme, perché il primo obiettivo, da parte dei cittadini palermitani, attraverso delle associazioni di volontariato era quello di riappropriarsi del territorio, quindi il primo slogan, il primo, diciamo, punto programmatico è: cosa noi dovessimo fare a Palermo per riappropriarci del territorio, rispetto al controllo mafioso di Palermo; ... allora che cosa succede? Succede che, nella sostanza, il numero delle associazioni che aderisce al cartello aumenta, e si arrivano ad azioni che non sono più solo in memoria, in memoria di Falcone e Borsellino ecc., della scorta, ma cominciano a diventare momento di riflessione in città, cioè come i cittadini, poi, possono diventare essi stessi... sentirsi Stato, Falcone aveva detto il discorso del... che uno dei problemi, culturalmente, che caratterizzava l'approccio mafioso della gente, era quello di sentirsi famiglia, clan, fare in modo che si coltivasse più questo tipo di attenzione, a questo tipo di organizzazione che non allo Stato in quanto tale, allora comincia ad esserci una coscienza che uscendo dalla famiglia, dal clan, dal gruppo di potere, dal gruppo partitico-politico di consenso, dove, naturalmente, ognuno di noi aveva la sua mappa di amici, protezioni, amici, uffici ecc., come i cittadini potevano essi diventare... non solo Stato, sentirsi far parte dello Stato, e cominciare quella che noi chiamiamo "La Rivoluzione della Legalità", della richiesta di legalità, si arriva al 21 Novembre del '92 con la prima azione simbolica emblematica del, diciamo, delle associazioni, che è quella di riappropriarci... quella di fare un'azione, diciamo, estremamente pratica, che riguardava la circonvallazione, 21 Novembre, questi cittadini delle associazioni, insieme con ragazzi delle scuole, con i rappresentanti di quartiere, e cose di questo genere, dicono che alla circonvallazione, noi, società civile cominciamo, dato che questa amministrazione non riesce a risolvere fisicamente il problemma della... finire di costruire la circonvallazione, noi cittadini apriamo un cantiere di lavoro, simbolico, per il ripristino della circonvallazione in quanto tale, bene, allora, rispetto a questo, un momento in cui tutto sembrava... una situazione sembrava assolutamente ferma, perduta, la quale l'agezia per il Mezzogiorno non... stava per chiudere, non si sapeva più di chi era la competenza ecc., si fa questa cosa, simbolicamente si levano le erbacce, simbolicamente si mettono (il pietrischetto)... tutte azioni simboliche, ma dopo una settimana, nel momento in cui si erano fatte interviste che si contestava lo Stato, e noi ci sentivamo Stato, dopo circa una settimana, 10 giorni, i lavori riprendono, riprendono, naturalmente con nostra grandissima soddisfazione (...) arriva il '93, ... e ogni mese si fanno momenti di riflessione, si fa l'appoggio ai magistrati... e si arriva al 23 maggio... del '93, quest'anno, e naturalmente, per noi è un anno importante perché è il primo anno e noi lo chiamiamo, questo, Palermo Anno Uno, ecco la sigla da dove viene, questo momento è importante perché noi cominciamo a parlare in termini estremamente concreti del territorio, cioè coinvolgiamo tutte le scuole, coinvolgiamo le parrocchie, coinvolgiamo i singoli cittadini, tutti i luoghi di aggregazione, ecc. ecc., e si arriva il 23 maggio alla manifestazione dei 100.000, manifestazione che, naturalmente, segna, un poco, quello che, diciamo dal punto di vista squisitamente organizzativo, diciamo, il porsi come struttura vera e propria, il cartello, perché all'indomani del 23 maggio le associazioni si dicono, proprio, aderenti al cartello che si chiama, ormai, Palermo Anno Uno
D. QUINDI SI PUO' DIRE CHE QUESTO CARTELLO SIA NATO SPONTANEAMENTE NEL '92
R. Certo nel '92, allora, a questo punto, nasce naturalmente questa
cosa, e si comincia a dire, attenzione questo soprattutto ai media, perché i media sono stati sempre poco sensibili, pensavano che noi facessimo solo la manifestazione, allora diciamo "Le manifestazioni che facciamo, sì, sono di ricordo, ma servono per fare in modo di svegliare le altre persone", sopratutto dei quartieri, dei quartieri più degradati, il centro storico e i quartieri limitrofi, Romagnolo, Arenella, Brancaccio, e cose di questo genere, il CEP, lo ZEN ecc., ecc., per fare in modo che anche queste persone dove lì il controllo mafioso è molto più spinto, molto più evidente, si facesse in modo che anche queste persone, nelle scuole, nelle parrocchie, nelle singole associazioni, anche singoli individui, si svegliassero e lavorassero assieme, quindi la cosa... prima di tutto, il primo segno più importante è il collegamento, il primo concetto, collegare le varie realtà perché? Ma perché la mafia ci aveva portato ad ognuno nella propria casa, che non parlava nemmeno con il vicino, perché aveva tra la paura e il timore, di parlare con il vicino, perché...ci si sorrideva, il muro di gomma, qualunque cosa ci dicesse non c'era, perché chi sa quello chi può essere ecc. ecc., e quindi ci si comincia a parlare, lo stesso fatto del mettere i lenzuoli ai balcone, è una dichiarazione di fronte agli altri, ovviamente, di presa di posizione in città, si arriva al 19 luglio, e il 19 luglio , per Borsellino, si sceglie di manifestare al Borgo Vecchio, nel centro storico, il grande risultato fu che tutte le persone, il popolino, i commercianti, i singoli individui ecc., o chi abbassava la saracinesca, o chi mette il lenzuolo al balcone, al passaggio ecc., e quindi noi vediamo che non è solo, diciamo, la borghesia sensibile che è attenta a queste cose, ma anche la gente dei quartieri, ... e quindi questo fu uno stimolo ulteriore, perché ci fece un pò capire che non eravamo solo noi delle associazioni, ma anche la gente, del popolo, dei quartieri, ecc., era molto sensibile a questo, dopo il 19 luglio, dicemmo che non era più il caso di continuare a fare manifestazioni per la gente... per i morti, ma che al contrario gli anniversari potevano servirci per stimolo, di appuntamenti precisi per comunicare quale erano le riappropriazioni che noi facevamo del territorio, ti faccio un esempio: cominciammo a partire, é questo ora il senso del lavoro che stiamo facendo a Palermo Anno Uno, qual è il senso, il senso di darci dei progetti concreti, emblematici, per Palermo, in modo tale che attraverso questi progetti si ottiene 3 cose, 1 le associazioni lavorano assieme, 2° si coinvolgono i gruppi, le singole persone dei singoli quartieri, 3° ti dà il segno che a Palermo si può cambiare e i volontari, le associazioni, la gente comune, può riuscire a sbloccare certe situazioni, ed abbiamo addirittura 6 esempi, che io ho su questo : il primo progetto è l'apertura della scuola dello Zen, del plesso scolastico allo Zen 2... dove c'è la costruzione di una scuola elementare, di una scuola media e di una scuola materna, è un progetto della Regione per circa 10 miliardi, che la Regione, diciamo, cerca di portare avanti, a compimento, ma ci sono tutta una serie di grandissime difficoltà, soprattutto di carattere burocratico, e allora cerchiamo di organizzare una conferenza di servizi, dove tutte le persone interessate, dal Prefetto, il Provveditore, il Commissario straordinario, il rappresentante della Regione, il Presidente della Regione, il comitato di quartiere ecc., fanno ognuno le proprie... per dire "Dobbiamo aprire la scuola, attiviamoci tutti per fare in modo che...", allora noi che cosa facciamo, facciamo due lavori: primo, cerchiamo di collegare le singole associazioni dello Zen che lavorano ognuno per i fatti loro, in modo tale da fare una pressione estremamente più forte, associazioni di quartiere, laboratorio Zen Insieme, gli Scout, un circolo di sport, la stessa scuola, persone della scuola, la parrocchia ecc., e cerchiamo, in diverse riunioni di farli colloquiare insieme, cosa non facile, tra parentesi, questi si mettono d'accordo assieme, cominciamo a fare, all'interno dello Zen, manifestazioni e pressioni presso la Regione, la Regione, pressata, attiva, naturalmente, e velocizza il suo iter burocratico, e fa in modo che anche autorizzazione dei vigili del fuoco, della USL, ecc. ecc... intanto, insieme con le associazioni, si attivano le mamme, o i genitori in generale, che ovviamente voglione che, all'inizio della scuola, questa scuola sia aperta per portarci i loro bambini, nei vari 3 gradi di scolarità, in modo tale che : 1, i bambini non vadano al secondo turno, 2, che è la cosa per loro più importante, che li possano mandare a scuola, e loro possono andare a lavorare, e non essere legati, soprattutto le mamme, con i bambini a casa, e questa cosa, naturalmente, diventa estremamente importante, viene Luciano Violante, si fanno delle riunioni, ecc., perché le difficoltà, dal punto di iter, sono sempre molto lunghe, seccanti ecc., si arriva finalmente, malgrado con un mese di ritardo, alla consegna del plesso scolastico da parte della Regione, che era costruttrice, al Comune, (...) e finalmente si arriva, quasi un mese fa, all'apertura della scuola, allora Palermo Anno Uno è riuscito, insieme agli altri ecc., a far riaprire una scuola allo Zen; (...) beh, allora che cosa avviene, avviene che... diciamo questa cosa si, diciamo, è la realtà, ora va per terminare, perché aperta la scuola finisce lo scopo, è rimasto tutta una serie di valori, valori di solidarietà, valori di lavoro assieme, persone che magari erano assolutamente, nel passato, non molto solidali tra di loro ecc., e anche l'aver coinvolto le mamme, la gente del quartiere, a richiedere i loro diritti, quindi questa coscientizzazione da parte... è questo è un primo passo, parallelamente a questo, noi abbiamo attivato altri progetti, che sono: la costruzione di un centro sociale alla Magione, c'è un gruppo di lavoro che sta contattando il parroco, va a vedere, rispetto studi precedenti, se ci sono locali per fare questo centro sociale alla Magione, insieme con le associazioni di quartiere, associazione Mandamento Tribunali, cioè che già hanno lavorato nel quartiere, per la rinascita del centro storico, si sta facendo pure questo, e quindi questo è un progetto in essere, poi abbiamo avuto il gruppo di lavoro di appoggio ai magistrati, Caselli... e compagni, hanno detto che, nella sostanza si trovavano... a disagio, hanno chiesto il nostro aiuto, . abbiamo fatto il gruppo di lavoro per fare in modo, parlando sia con il ministro Mancino che Conso, questo per il Governo, e per quanto riguarda... con il CSM, in modo tale che si aumentasse il numero dei GIP a Palermo, dato che le praticheerano tantissime e non ce la facevano, e ché, naturalmente tutti, come tutti penso, vogliamo che i processi siano fatti in tempi brevi e che, soprattutto, i giudici abbiano gli strumenti fisici, lavorativi, per poter... perché è inutile dire che facciamo antimafia se poi i giudici non c'hanno gli strumenti ecc., e quindi questo è un altro discorso, insieme a questo un... c'è un gruppo di lavoro che precendentemente ha fatto una festa bellissima a Villa Trabia, cioè si è costituito un comitato di cittadini che lavora per fare in modo che una villa che abbiamo al centro di Palermo, molto grande, molto bella ecc., venga realmente, non solo adibita, perché già ci si può entrare, ma messa in condizioni di poter funzionare dignitosamente, per accogliere le famiglie, i bambini ecc., ...allora a questo punto cosa abbiamo fatto, questa l'ultima festa che c'è stata domenica scorsa, non abbiamo fatto solo la protesta, ma abbiamo detto "Noi riattiviamo la villa", allora, c'è una fontana che non funziona, ci abbiamo messo l'acqua, le papere ecc., ed ora c'è questa vasca che funziona, i bambini hanno fatto i banchettini dove hanno messo insieme i loro giocattoli, hanno fatto scambio di giocattoli, un gruppo di anziani dell'Albergheria, del centro San Saverio, è venuto lì, ha fatto un piccolo concerto di canzoni antiche, ha cantato... c'è stato un concertino degli Armonici, di un gruppo musicale, poi ci sono state tutta una serie di cose che sono durate tutta la mattinata, e allora per dire che nell'assenza dell'amministrazione i cittadini avevano la capacità di organizzare e far funzionare una villa come è doveroso fare, infatti, in un recente articolo su Avvenimenti, Riccardo Orioles dice che, avendo saputo queste cose, che "Palermo si avvia a diventare una delle città più autogestite d'Italia", proprio perché i cittadini ormai vedendo che non c'è amministrazione pratica, amministrazione che consiste nel fare funzionare la qualsiasi, gli autobus, l'immondizia, l'acqua, il vivere, l'organizzare il traffico, le cose più normali ecc. ecc., e allora ci stiamo autogestendo quasi tutto, l'ultima, per es., una ciliegina su questa cosa, è che ultimamente il centro sociale a Borgo Nuovo, un centro sociale che è stato inaugurato ben tre volte, tre volte perché, in fondo, per tanta gente non è importante che una cosa funzioni, è importante che si inauguri, che poi dopo funzioni è un fatto per lei assolutamente secondario, l'ultima volta di questa inaugurazione, il centro sociale a Borgo Nuovo è estremamente importante, perché Borgo Nuovo è un quartiere periferico ecc., era stato inaugurato dal ministro Mancino, dal ministro Conso e naturalmente dal Prefetto, dal Commissario straordinario, da Luciano Violante...
D. PERCHE' QUESTE CONTINUE INAUGURAZIONI?
R. Perché pur avendolo inaugurato, stava arrivando quasi Clinton, la prossima volta ecc., l'avvocato... il capo ripartizione del... la ripartizione attività sociali del Comune, metteva i bastoni tra le ruote, perché voleva che lo gestissero altre persone, perché il centro, in realtà è gestito da associazioni di volontariato, quindi che, addirittura, non chiedono soldi, quindi lo fanno in maniera gratuita, un centro di formazione professionale, un centro sportivo, un centro che... di aiuto ai ragazzi, diciamo, rinchiusi nel Malaspina, e un'altra attività che non mi ricordo, 4 attività... quindi, nella sostanza, dato che si spendevano solo i soldi del... dei custodi, e naturalmente la luce ecc., non c'era niente da speculare, detto con molta... finalmente, la scorsa settimana, per l'intervento sempre di Luciano Violante finalmente le cose si sono ricomposte e anche questo centro sociale al Borgo Nuovo funziona (...) ma, intanto, e questo è il discorso importante, al di là dei progetti, ci vediamo ogni 15 giorni, proprio al centro sociale San Saverio, e cerchiamo di organizzare l'ufficio. Cosa significa l'ufficio? fornire alle associazioni unaseriediservizi: elencodelle associazioni, i referenti dove possono andare, a chi possono rivolgersi, a seconda delle attività che devono fare, quello che si chiama una specie di collegamento, che non è solo collegamento in quanto tale, ma una serie fisica di servizi, per es.,per es., un gruppo di genitori all'Arenella, questo è successo, perché abbiamo partecipato ultimamente a questa cosa, un gruppo di genitori all'Arenella occupa la scuola materna che era in predicato di chiudere, allora noi li appoggiamo e finalmente ecc., la scuola non si chiude più, ecco, allora, un riferimento all'Arenella, è estremamente importante perché l'Arenella è una zona dove c'è un controllo della mafia molto preciso; (...) ci avviamo a diventare un cartello di associazioni che diventa difensore civico della città e controllo dell'amministrazione in quanto tale, questo un pò sinteticamente è la nostra... il nostro obiettivo molto preciso che significa controllo del territorio... ecco, non solo controllo del territorio ma controllo dell'amministrazione che controlla il territorio, quindi questo un poco la sintesi molto veloce delle cose che abbiamo fatto, naturalmente questa è una storia, ma non si possono raccontare né i sentimenti né le emozioni, ovviamente, francamente come ti faccio a raccontare quando abbiamo fatto... ecco, quando c'è stata la morte di padre Puglisi, diciamo l'adesione e l'aiuto al centro sociale Padre Nostro, la partecipazione alle manifestazioni, come si fa a raccontare... la manifestazione alla quale, insieme con i ragazzi delle scuole, ecc., noi, dicevamo No alla mafia, No al controllo mafioso... Buttiamoli in galera ecc., vedevi a Brancaccio, mica altre parti, dove, insomma, c'è un radicamento piuttosto fermo, tutta la gente che, tipo un palazzo, pieno di lenzuoli, cioè la gente aveva voglia...
D. A BRANCACCIO? R. A Brancaccio, capisci? Queste cose... si devono assolutamente vivere...
D. QUANTI CENTRI SOCIALI SONO NATI A PALERMO? R. Che ti posso dire... quelli funzionanti, 4, 5, sicuramente, come numero, come strutture di centro sociale, ma il problema è che, invece, costringere tutte le associazioni, il cartello è formato da circa quasi 60 associazioni, intanto ci sono associazioni che lavorano per l'ambiente, per il verde in generale, per i diritti, per il centro storico, e cose di questo genere ... ...
D. CHE OSTACOLI AVETE INCONTRATO PER LA COSTITUZIONE DI QUESTO CARTELLO?
R. L'ostacolo, diciamo, prioritario è che questo cartello, prima di tutto è rimasto sempre... siccome non voleva schierarsi con partiti politici, avere cappelli politici, intanto, inizialmente si è autogestito nella maniera più totale possibile, per il 23 maggio siamo andati a fotocopie, A4 e A3, nessuno ci ha dato mai niente, una lira, capisci, una lira! Nemmeno un manifesto, niente
D. MA NON LI AVETE RICHIESTI VOI? R. No, no, non solo non li abbiamo richiesti, non ce li hanno dati proprio, capisci, ma non solo a livello di Comune, istituzionale, dove noi non chiedevamo assolutamente niente, ma nemmeno, capisci, i partiti, qualsiasi partito, buono, piccolo o grande che sia ecc., e siamo andati avanti perché, perché il cartello delle associazioni non si schierava con i partiti, si schierava con la gente, con le persone, con le esigenze, e quindi se doveva dire una cosa non c'erano gli amici partiti o i nemici partiti, era abbastanza trasversale, poi le difficoltà che abbiamo avuto è che quando il cartello è diventato "appetibile", perché appunto, facevamo... ecco, dopo i 100.000 del 23 maggio, ovviamente, al contrario, tutte le forze partitiche partecipavano, volevano partecipare, perché volevano strumentalizzare il cartello, fortunatamente, siccome abbiamo preso questa linea dei progetti concreti, sui progetti concreti c'è poco da discutere, cioè non c'è una cosa... teorie, ideologie, o cose di questo genere, se tu devi aprire la scuola dello Zen, devi aprire la scuola dello Zen, tutti i compagni di strada sono ben accetti, ma è questo l'obiettivo, non è le cose... cioè su questo, naturalmente, i partiti non si sono trovati a loro agio, anzi non ci potevono quagliare niente e quindi non si sono più presentati, questo è stato il grosso, un grosso pericolo, (...) ma poi il pericolo, il pericolo più subdolo e continuo è questa città, questa città che stanca, questa città che... su cui ogni giorno c'è una cosa diversa, uno dovrebbe andare dietro ad ogni cosa, realmente, e non ce la facciamo, non ce la possiamo fare, sicuramente, perché ogni momento c'è una cosa su cui dovremmo fare manifestazioni, dovremmo fare presenze, proteste, pressioni, o cose di questo genere, ecco perché abbiamo scelto delle cose significative,
D. DURANTE LE VOSTRE ATTIVITA', INVECE... SONO SEMPRE QUESTI GLI OSTACOLI CHE INCONTRATE?
R. Sì, essenzialmente questi, al contrario, invece, c'è stato una grande familiarità, in questo momento un'educazione comune, l'ascoltare l'altro... che ti posso dire, tra le associazioni, cioè nelle riunioni man mano si... diventava un clima più familiare delle solite riunioni, fumose, confusionarie, anche molto spesso stancanti perché c'era molta, prima, conflittualità, tutta una serie di cose, ti ripeto, sulle cose concrete c'è più da agire e poco da sbizzarrirsi, e quindi questo è stato, un poco, lo stile... quindi abbiamo e stiamo continuando in questo modo, abbiamo raccolto i soldi ed abbiamo comprato un computer, abbiamo fatto tutta una serie di... abbiamo fatto l'ufficio...
D. COME E' ORGANIZZATO, STRUTTURATO PALERMO ANNO UNO? R. E' organizzato con una segreteria che è una segreteria tecnica, che lavora proprio all'organizzazione delle riunioni, ai contatti ecc., dopo la segreteria tecnica ci sono una serie di capi referenti, settore scuola, settore parrocchie, settore associazioni società civile, settore... persone che vogliono, anche singole
D. ANCHE I SINGOLI POSSONO ADERIRE A PALERMO ANNO UNO? R. Certo, certo, possono aderire, perchè noi dobbiamo in una... fisica cartina di Palermo, andiamo a colmare dove ci sono carenze, cerchiamo di trovare dei punti di appoggio, ecco il discorso del controllo del territorio, e quindi questa è un poco la nostra ottica
D. ANCHE VOI VI SIETE DIVISI PER FAMIGLIE! R. No ma infatti noi scherzosamente diciamo, tanto per prenderci in giro, perchè è giusto che ogni tanto... che in realtà noi stiamo rifacendo il discorso di controllo mafioso, dove al posto dei capi decina ci sono le associazioni, e i referenti così... dopo di che ci sono le associazioni, però tutte le decisioni, di carattere, chiamiamolo, squisitamente... politico, politico nel senso di prese di posizione ufficiale ecc., si fanno in maniera assembleare, non esiste un direttivo.
D_. INVECE AD ORGANIZZARE LE VARIE COSE SONO I CAPI REFERENTI?
R. I capi referenti, naturalmente si lavora sempre in maniera assembleare, perché nella riunione si porta la discussione, il progetto, o la manifestazione, o la cosa che si deve fare, e poi l'organizzazione, è proprio un'organizzazione... operativa, cerchiamo di essere quanto più capillari possibile
D. QUINDI LE DECISIONI VENGONO PRESE IN ASSEMBLEA R. E le cose operative, pratiche, si fanno in segreteria, si fa queste cose in segreteria, ecco perché ti ripeto abbiamo fatto... l'abbiamo fatto perché non si poteva ogni volta... discutere, anche le minime cose
D. QUANTE ASSOCIAZIONI, GRUPPI, RIUNIVATE ALL'INIZIO? R. Mah, sai, che posso dire, una trentina, ora siamo 57, quasi 60...
D. A PALERMO ANNO UNO HANNO ADERITO ANCHE ASSOCIAZIONI CHE NON NASCONO COME ASSOCIAZIONI ANTIMAFIA...
R. Certo, certo, l'Associazione Palermitana per la Pace, io faccio parte delll'Associazione Palermitana per la pace, faceva altre robe prima... la guerra del golfo, l'educazione contro la violenza, e cose di questo genere, non necessariamente, però vedi, la cosa importante è che tutte queste associazioni, io ti faccio l'esempio dell'Associazione per la Pace, fare pace a Palermo significa lavorare per i diritti e contro la violenza, e quindi contro la mafia... il discorso dell'ambiente, il discorso della distruzione del territorio, del cemento... la scuola, ecco, il comune denominatore, poi, è abbastanza...
D. IL VOSTRO E' UN COORDINAMENTO DI FATTO O LO AVETE GIA' COSTITUITO FORMALMENTE?
R. No, no, e ne intendiamo formalizzare, perché è assolutamente inutile, Palermo Anno Uno non è un'associazione, è proprio un servizio a tutte le associazioni
D. IN COSA PALERMO ANNO UNO DIFFERISCE DAL PRIMO COORDINAMENTO ANTIMAFIA, CHE SI E' TENTATO DI COSTITUIRE A META' DEGLI ANNI OTTANTA?
R. (...) ...devo dire, io non lo so, non vorrei fare dei paragoni, sai perché, la storia è diversa, perché? Ma perché non si può paragonare una struttura nata dopo le stragi Falcone e Borsellino ad una cosa precedente, diceva qualcuno "Noi cresciamo con i funerali", forse è così, forse è così, però lo spirito che ha animato le persone dopo queste cose non si può assolutamente paragonare con... quello di prima.
TANO GRASSO socio fondatore dell'ACIO
Capo D'Orlando, 5 Dicembre 1993
D. PUO PARLARMI DEI PRIMISSIMI TENTATIVI DI COSTITUIRE L'ACIO?
R. Ci fu un primo tentativo che fallì, secondo me, perché si era svolto, in una data ravvicinata alla scadenza delle elezioni amministrative del '90, e, quindi, qualcuno dell'establishment politico e delle categorie professionali di Capo D'Orlando, temeva che un associazione sarebbe stata una variabile incotrollabile, e si adoperò per fare abortire il tentativo, il primo tentativo fallisce... ... solo questo fu il tentativo, che si fece nel '90, dopo l'attentato alla pastecceria Pullella e i colpi di pistola contro Marotta, poi quell'iniziativa riparte nel mese di ottobre del '90, quando dopo avviene questo fatidico incontro fra me e Ciccio Signorino, allora la prima riunione...
D. QUINDI LA PRIMA SCINTILLA... SI E' AVUTA CON QUESTO INCONTRO
R. Questo incontro fra me e Ciccio Signorino davanti il mio negozio poi la sera la riunione... padre Totino, tutti gli altri, e poi via via...
D. OLTRE CHE PER OPPORSI AL RACKET, SI ERA GIA' PENSATO DI COSTITUIRE UN'ASSOCIAZIONE DI COMMERCIANTI PER ALTRI MOTIVI?
R. Sì, già io avevo preso, nell'estate, un'iniziativa soprattutto legata ai commercianti del settore abbigliamento, avevamo fatto alcune riunioni, un gruppo di commercianti, del settore dell'abbigliamento e calzature
D. NELL'ESTATE DEL '90? R. Sì, legata... non era legata al racket, era legata ad una esigenza di un'organizzazione di categoria in generale, però, quando poi si parte a ottobre, novembre del '90, si parte con la connotazione chiara, ed esplicita dell'obiettivo del racket, anche se nello statuto non è stato messo, perché nello statuto è stata messa una formulazione più generale a difesa degli interessi degli operatori economici, ma l'impronta iniziale è stata questa, io ricordo, quando abbiamo fatto la prima riunione di presentazione "Questa è una associazione antiracket, che nasce con queste finalità, poi ci sono altre finalità, ma la finalità primaria è questa", perché doveva essere questa la finalità primaria? perché intanto vi erano state, o si stavano verificando i fatti nei confronti di Sarino Damiano, di Signorino, di Scaffidi, di Faranda, e quindi l'associazione doveva nascere, doveva essere lo strumento di tutela, di copertura, di sicurezza, per queste persone.
D. LO STATUTO QUANDO E' STATO STESO, NELLA FORMA ATTUALE? R. Nella prima riunione, prima di andare dal notaio, quello è uno statuto banale, uno statuto tipo, banalissimo, senza grandi pretese, del resto nessuno pensava anche nel nome ACIO, Associazione dei Commercianti Orlandini, nessuno avrebbe potuto mai immaginare, cosa sarebbe diventato l'ACIO, e il ruolo nazionale che questa associazione avrebbe avuto, per cui lo statuto è uno statuto tipo...
D. SE NON SI FOSSE PRESENTATO QUESTO GRAVE PROBLEMA DELL'ESTORSIONE PROBABILMENTE L'ACIO NON SAREBBE NATA... R. No, si sarebbe fatta l'associazione di categoria, probabilmente, si sarebbe occupata, dei problemi del commercio, dei problemi della qualità del commercio, della promozione del commercio...
D. LEI PENSA CHE SI SAREBBERO SUPERATI GLI OSTACOLI CHE SI FRAPPONEVANO ALLA SUA COSTITUZIONE?
R. Non lo so, forse, con i se è difficile ragionare.
D. PERCHE', VISTA L'ESISTENZA DI ALTRE ASSOCIAZIONI, CONFCOMMERCIO, CONFESERCENTI... C'E' STATA LA NECESSITA' DI COSTITUIRE L'ACIO?
R. Per due motivi, il primo motivo, immediato, che a noi era chiaro, ed era il fatto che le altre associazioni di categoria, in particolare una, solo la Confcommercio esisteva a Capo D'Orlando, erano associazioni morte, dal punto di vista della organizzazione delle categorie professionali, erano associazioni morte, cioè che non esercitavano alcuna attività di tutela, e di sostegno dei commercianti, e, quindi, intanto, questo fatto, e quindi questa scelta implica, chiaramente, una sfiducia nei confronti di queste associazioni, il secondo motivo, ma questo con il senno del poi, e che io indico sempre negli altri comuni dove vado, è che per affrontare un problema di questo tipo, quale il problema del racket, il modello ideale, è quello di un'associazione sul modello di Capo
D'Orlando, cioè non l'associazione burocratizzate, o burocratiche, come può essere la Confcommercio, o le altre associazioni di categoria, quindi con le loro gerarchie, con i lori filtri di mediazione, ma l'associazione diretta di base, da parte degli imprenditori, proprio un'associazione di base degli imprenditori, perché questo? Perché quando si tratta, non bisogna mai dimenticarlo questo, quando si tratta di opporsi al racket, il commerciante che decide di fare questa scelta, mette in gioco la propria sicurezza, anche la propria vita, e quindi deve avere uno strumento che sia lui stesso a gestirlo, in prima persona, e di cui lui stesso si debba fidare, di cui lui stesso avverta che può fidarsi, quindi sono comitati, come dire, autogestiti, ecco questo deve essere, gestiti direttamente dagli imprenditori che, anche perché, continuando sempre sul problema, anche perché quando si affronta un problema come il racket, su cui c'è tutto questo discorso, non è possibile delegare, delegare ad altri perché, ripeto, tu giochi la tua pelle e, giustamente, te la vuoi vedere tu... non puoi delegare ad altri, questo è un punto cruciale per capire il significato delle associazioni antiracket, cioè che non sono associazioni antimafia come le altre, hanno questa caratteristica, siccome affrontano un problema, questo problema, può essere contrastato solo se il commerciante rischia, se il commerciante denunzia, se il commerciante collabora con le forze dell'ordine, per tutti questi motivi, deve vedere coinvolti direttamente i commercianti.
D. QUALI SONO STATI GLI OSTACOLI PRINCIPALI CHE AVETE INCONTRATO PER LA COSTITUZIONE DELL'ACIO?
R. Quelli, gli stessi che avevano impedito la nascita dell'associazione in una prima fase
D. QUELLI POLITICI R. Quelli politici, un atteggiamento di grande ostilità, da parte di quasi tutte le componenti politiche, di Capo d'Orlando, dell'establishment, usiamo questo termine, dell'establishment politico di Capo D'Orlando, i quali temevano, ed avevano ragione a temerlo, con il senno del poi, che questa esperienza potesse diventare una variabile incontrollabile per i loro giochi e per il sistema di potere di Capo D'Orlando, infatti l'ACIO ha fatto saltare quel
sistema di potere
D. QUINDI ANCHE LE FORZE DI OPPOSIZIONE SI OPPONEVANO A QUESTA ASSOCIAZIONE?
R. Ma c'era un atteggiamento di... da parte delle forze di opposizione c'era magari, un atteggiamento di diffidenza, di freddezza, perché, chiaramente l'ACIO rimetteva tutto in discussione, come lo ha rimesso tutto in discussione
D. COME MAI POI SI RIUSCIRONO A SUPERARE QUESTI OSTACOLI R. Il passaggio cruciale fu il 29 Agosto del 1991, cioè quando si ha la percezione diretta del rischio che si correva, uccidono Libero Grassi, viene data la scorta a me, in quel momento la percezione, sia della classe politica, ma soprattutto a livello dell'opinione pubblica, diventa, la percezione del pericolo diventa forte, e allora scatta un meccanismo di solidarietà attorno a noi, non scatta automaticamente, io ricordo, racconto nel libro, questo incontro che vado a fare con il sindaco a casa, quando lo vado a cercare, cioè ad un certo punto si capisce che non si poteva più continuare noi a fare le cose ed il sindaco ad averlo nemico, bisognava rompere questa situazione e la data di svolta fu il 29 Agosto, dopo quell'omicidio, di svolta anche rispetto all'opinione pubblica, la quale opinione pubblica guardava a questa esperienza nostra come ad una esperienza corporativa, anch'essa con diffidenza, c'era una diffidenza generale, cioè nel senso è un'associazione di commercianti che si difendono il loro interesse, cioè la dimensione generale, della battaglia non fu compresa subito, la dimensione generale qual era, che tu nel momento in cui lottavi gli estorsori non salvaguardavi solo gli interessi tuoi di commerciante, ma salvaguardavi gli interessi generali di una comunità, liberavi la comunità di Capo D'Orlando dalla violenza mafiosa, questo è il punto
D. E QUESTO VENNE PERCEPITO CHIARAMENTE? R. Venne percepito dopo il 29 Agosto, fu chiara la percezione.
D. IO PERCEPIVO UN PO' DI OSTILITA' NEI CONFRONTI DELL'ACIO, DA PARTE DELL'OPINIONE PUBBLICA, IN QUANTO LA SI ACCUSAVA DI OFFUSCARE IL BUON NOME DELLA CITTADINA, E QUINDI DI DANNEGGIARE IL TURISMO...
R. Sì certo, c'erano tutte queste... io questa cosa non la
scrivo nel libro io ma la scrive Totò Costantino, con Totò Costantino abbiamo scritto la prima parte del libro, l'abbiamo scritta insieme, ed io racconto allora, perché l'ho scritta a caldo, prima del 29 Agosto l'avevamo scritta, sai c'era questo clima di diffidenza "Eh, distruggerete l'immagine di Capo D'Orlando, il buon nome...", e invece invece abbiamo salvato una comunità.
D. PER QUANTO RIGUARDA GLI OSTACOLI POLITICI RELATIVI ALLA COSTITUZIONE, COME MAI NEL FEBBRAIO DEL '90 NON SI RIUSCIRONO A SUPERARE E NELL'OTTOBRE INVECE SI'?
R. Forse le elezioni amministrative erano passate
D. FORSE ANCHE PERCHE' ERA AUMENTATO IL NUMERO DEGLI ATTENTATI
R. Poi il pericolo aumentava...
D. QUALI OSTACOLI INCONTRA L'ACIO DURANTE LA SUA ATTIVITA'?
R. Ormai bisogna distinguere due cose, bisogna distinguere un pezzo che appartiene alla storia, quello del processo che si è concluso a giugno, in Cassazione, e perciò ormai appartiene alla storia, il problema di oggi dell'ACIO è che, esaurita una fase processuale, liberato, sostanzialmente un territorio, cosa deve essere l'ACIO? E questo è il problema, è chiaro che, tu capisci, il pericolo qual è? I pericoli sono due, da un lato la cristallizzazione in un museo, quindi l'ACIO diventa qualcosa da mettere in un museo, da ammirare e da osservare, dall'altro lato l'ACIO diventa un associazione di categoria, no, deve trovare una soluzione di equilibrio, allora non si cristallizza e né diventa una volgare associazione di categoria se riesce a promuovere, ed èquello che si sta facendo andando in giro per l'Italia a fare nascere altre associazioni, a mantenere vivo questo interesse, e ad essere lo strumento di una maturazione di tutta la comunità, questo patrimonio e questa esperienza deve appartenere a tutti, deve fare crescere, elevare, le coscienze civili dei cittadini di Capo D'Orlando.
D. OLTRE L'IMPORTANTE CONDANNA DEGLI ESTORSORI, QUALI ALTRI RISULTATI HA GIA' OTTENUTO L'ACIO?
R. E ti pare poco? Il problema della sicurezza, il problema della sicurezza, quando tu ce l'hai, la sicurezza non riesci ad apprezzarla, cioè la sicurezza è uno dei beni, come molti dei beni immateriali, che quando tu ce l'hai non la riesci
ad apprezzare, come la libertà, siamo uomini liberi di esprimere il nostro pensiero, non la riusciamo ad apprezzare, ma se ci ricordassimo che durante il fascismo chi esprimeva il proprio pensiero andava in galera, allora tu l'apprezzi, voglio dire aver ridato sicurezza a questa comunità non è stata una cosa secondaria, cioè Capo D'Orlando poteva diventare come Barcellona, nell'arco di TAC! Di un tempo minimo, come Messina, come Messina dove tutto è avvenuto, a Messina, nell'arco di 10 anni, aver dato sicurezza a questa comunità è stata una cosa importante.
D. SICCOME L'ACIO HA ANCHE ALTRI OBIETTIVI OLTRE LA LOTTA AL RACKET, MI CHIEDEVO SE, OLTRE IL CAPITOLO LEGATO ALL'ESTORSIONE, POTESSE VANTARE ALTRI "SUCCESSI"...
R. Aver contribuito, chiaramente, ad un maggiore controllo nel campo della gestione delle concessioni delle licenze e nella regolamentazione della vita commerciale di Capo D'Orlando, questo sì.
D. QUINDI, ALL'INIZIO ERAVATE 7, POI QUANDO SI E' COSTITUITA L'ASSOCIAZIONE ERAVATE 27...
R. Poi arriviamo, al primo colpo siamo arrivati a 100 e poi a 150
D. LE MAGGIORI ISCRIZIONI QUANDO CI SONO STATE?
R. Mah il salto decisivo avviene dopo il 29 Agosto, che si arriva a 150, però già prima, fino a quel momento eravamo arrivati a un centinaio.
D. SI SONO MANTENUTE QUESTE ADESIONI?
R. No, alcune, adesso sono venute meno.
D. MA SONO POCHE
R. Sì.
D. COME E' STATO IL VOSTRO RAPPORTO CON LA CHIESA E CON LA SCUOLA?
R. La scuola, nella fase storica dell'ACIO ha dato un contributo
decisivo, cioè nel senso che gli studenti, più della scuola, gli studenti, hanno contribuito in maniera determinante a rompere quel clima di diffidenza che nell'opinione pubblica circondava l'ACIO, gli studenti furono un elemento decisivo, io non potrò mai dimenticare quella famosa manifestazione che fu fatta... che si concluse davanti all'ACIO, durante il processo, ...fu una cosa di grande forza.
D. E PER QUANTO RIGUARDA LA CHIESA?
R. Mah, il rapporto qui è stato oscillante, nel senso che ci fu questa grande delusione che abbiamo avuto, quando venne trasferito padre Totino, e venne trasferito nel momento cruciale, nel momento in cui iniziava il processo, il processo di Patti, poi, per fortuna, con monsignor Casella abbiamo recuperato un solido rapporto, però un poco di... di delusione fu provata in noi... e anche la Chiesa oggi continua a essere, come dire, un punto di riferimento solido, per la nostra esperienza, dal punto di vista morale, dal punto di vista... anche pratico.
D. QUAL E' L'ORIGINE DELLA MAFIA DEI NEBRODI, E' UN MAFIA CHE PROVIENE DAI PASCOLI?
R. Sì, su questo non c'è dubbio, cioè nasce in una contingenza economica che chiude alcune valvole economiche, legate sempre ai grandi contributi, alle condizioni di maggiore difficoltà e di maggiore controllo sull'elargizione di denaro pubblico, nasce come una mafia dei pascoli, all'inizio, però riesce ad evolversi in tempi rapidissimi . allora che succede, ad un certo punto, però, questa mafia tortoriciana si evolve con una rapidità impressionante verso una vera e propria mafia moderna, il salto di qualità avviene in due direzioni, da un lato il rapporto con Barcellona, e dall'altro lato il rapporto con Palermo
D. PENSAVO AVESSE LEGAMI CON CATANIA
R. Tramite Barcellona c'è Catania ma dall'altro lato anche con Palermo, ...e oggi possiamo dire, con certezza, che la mafia di Tortorici era inserita dentro Cosa Nostra, sono processualmente accertati dei rapporti con palermitani, nel nostro processo io accenno a qualche cosa da questo punto di vista, e credo che uscirà ancora più materiale da questo punto di vista
D. A QUANDO PUO' FARSI RISALIRE LA NASCITA...
R. Questo salto di qualità avviene negli ultimi 10 anni
D. E LA NASCITA A QUANDO PUO' FARSI RISALIRE?
R. ... ... nel dopoguerra, ma il salto di qualità avviene negli ultimi 10 anni con le estorsioni alle grosse imprese edilizie, con l'attività estorsiva nei confronti di queste grosse imprese, ecco lì avviene il salto.
D. QUINDI QUESTA MAFIA INIZIO' CON L'ABIGEATO...
R. Sì.
D. QUANTE ASSOCIAZIONI ANTIRACKET SONO NATE IN SICILIA?
R. Mi pare che sono una ventina.
D. E' STATO COSTITUITO UN COORDINAMENTO REGIONALE?
R. Sì, da molto tempo, dal '92, dal giugno del '92.
D. E' FORMALMENTE ORGANIZZATO, STRUTTURATO...
R. No, ci si incontra... si fa il punto...
D. QUINDI IL COORDINAMENTO CONSISTE IN QUESTI INCONTRI MENSILI, NON C'E' UNA STRUTTURA?
R. No, guai, non la abbiamo voluta fare la struttura per evitare di diventare come la Confcommercio, come la Confesercenti, cioè una struttura burocratica, siccome parliamo di un problema rispetto al quale, se c'è burocrazia il problema non esiste più, non lo puoi più affrontare, allora bisogna fare questa scelta
D. QUINDI IL COORDINAMENTO CONSISTE IN QUESTO, CHE VI RIUNITE...
R. Sì, prendiamo posizioni comuni...
D. CHE OSTACOLI INCONTRA IL MOVIMENTO ANTIRACKET IN SICILIA?
R. Che non c'è nella Sicilia occidentale, cioè nelle provincie dove il fenomeno estorsivo ha più antiche radici ed è più storico, dove è più radicato, dove è più da tanto tempo che si paga, dove più il pizzo è un fatto normale, e sono le provincie di Palermo, di Trapani e di Agrigento, lì c'è grande difficoltà, le associazioni nascono nella Sicilia orientale
D. NELLA SICILIA OCCIDENTALE NON CE N'E' NESSUNA?
R. No, c'è questa esperienza di Palermo, di SOS Impresa Palermo, mah.. basta.
D. PUO DARMI QUALCHE INFORMAZIONE SU SOS IMPRESA?
R. Io sono il presidente nazionale per ora
D. QUINDI SOS IMPRESA NON ESISTE SOLO A PALERMO...
R. No c'è un rete nazionale però è una cosa... ha il limite di essere un'associazione promossa da una associazione di categoria, che è la Confesercenti, serve per promuovere, per accordo, per consulenza...
D. SI PUO' DEFINIRE UN'ASSOCIAZIONE ANTIRACKET?
R. Di promozione, sì, di coordinamento antiracket..., ma le vere
associazioni antiracket sono quelle tipo l'ACIO
D. SOS IMPRESA PROMUOVE INIZIATIVE COME IL NUMERO VERDE...
R. Sì, queste cose qua.
D. QUANTE DENUNCIE ANTIRACKET SI CONTANO A PALERMO?
R. Poche.., niente.., a Palermo ci sono commercianti che vengono denunciati, che sono in giudizio per non aver collaborato con le forze dell'ordine.
PADRE SALVATORE RESCA SOCIO FONDATORE DELL'ASSOCIAZIONE CITTA' INSIEME
Catania, 21 Dicembre 1993
D. QUANDO E' NATA CITTA' INSIEME?
R. Questo movimento è nato nell'87, ed è nato... l'imput preciso della nascita del movimento è venuto una sera in cui un gruppo di persone qui della parrocchia, perché c'è una parrocchia vicino, poi su questo le darò delle precise... notizie, per distinguere bene il ruolo della parrocchia dal ruolo del movimento, che sono due cose diverse, abbiamo invitato Nando Dalla Chiesa, anzi, proprio da Palermo, mi ricordo che noi avevamo dei contatti con Città per l'Uomo di Palermo, per presentarci il suo libro "La Palude e la Città", è venuto Nando Dalla Chiesa, abbiamo fatto un bellissimo dibattito, c'erano circa 150, 200 persone, lei conosce benissimo la sua definizione di città civile che è a metà fra la società criminale e la società politica, è quell'enorme cumulo di vizi e di virtù che bisogna stimolare, tutta quella definizione che lui sociologicamente, evidentemente dà, fatto questo discorso poi siamo andati a cena con Nando Dalla Chiesa, e poi ci siamo ritrovati proprio qui sulla piazzetta, per essere proprio, dal punto di vista storico precisi, e abbiamo detto "Che facciamo per questa città?", era una città in... che era a quei tempi in mano ai comitati d'affare in maniera totale, una città in cui c'era stato l'omicidio di Pippo Fava e non si sapeva nulla, una città la quale era ridotta in una maniera gravissima, come anche adesso del resto, dalle amministrazioni che c'erano state e si erano susseguite almeno dall'80 in poi, i quartieri periferici degradati, tutto quello che, evidentemente si può evincere dall'analisi di una città come Catania, che poi è molto simile, per altri versi, anche alle città del Sud, abbiamo detto "Vediamoci ogni mercoledì, qualche cosa nascerà", e allora da quel momento in poi ci siamo cominciati a vedere mercoledì per mercoledì e il nostro obiettivo era semplicissimo, guardare la città, guardare i bisogni della città, sensibilizzare i cittadini ad aprire gli occhi sui bisogni della città, vedere perché questi bisogni non erano esauditi, vedere perché questi servizi, questa vivibilità non c'era, e andare a cercare le colpe di questa situazione, le colpe di questa situazione, evidentemente, risalgono a chi? Agli amministratori, specialmente agli amministratori di quel periodo, i quali tutto avevano in testa se non che di fare l'interesse della città, e facevano i loro affari, e questo noi lo sappiamo in una maniera assolutamente evidente ... . guardare la città, guardare i bisogni della città e quindi andare a cercare la causa di queste disfunzioni, la causa di queste disfunzioni, evidentemente era l'amministrazione, e quindi creare un rapporto dialettico con l'amministrazione, che a quei tempi era un rapporto certamente certamente conflittuale, perché noi cercavamo di vedere quali leggi c'erano a monte e per quali motivi queste leggi non venivano applicate per venire incontro alle varie situazioni negative che c'erano in città, ed è cominciato così questo lavoro che come gamma comprende da un lato la sensibilizzazione dei cittadini ad interessarsi della loro città, a partecipare, quindi il concetto di partecipazione, non come clientelismo, come assistenzialismo, come interesse diretto, interesse diretto ai problemi e alla possibilità di risolvere questi problemi, e quindi il confronto con gli amministratori, il confronto con gli amministratori che si svolgeva, ed a continuato a svolgersi in un doppio modo, intanto partecipando in una maniera diretta, c'è stato un periodo in cui partecipavamo in massa, adesso partecipiamo con dei rappresentanti, al consiglio comunale, per vedere di mettere, veramente, le mani all'interno della macchina amministrativa, quindi partecipazione al consiglio comunale, studio di delibere, studio dei bilanci della città ecc.
D. COME IL COCIPA A PALERMO...
R. Sì, qualcosa del genere, anzi qui stava nascendo qualcosa di quel genere lì che poi non è nata per le situazioni amministrative che si sono create dopo, e poi anche il confronto, che continua ancora adesso, e questo in maniera abbastanza puntuale e precisa, tra amministrazione e cittadini, cioè chiamare l'amministratore, l'assessore o il sindaco o il funzionario o chiunque sia, a rendere conto davanti ai cittadini della sua amministrazione, in assemblee con una tematica precisa, la quale affronta, volta per volta, questo tipo di discorso, questo è stato un pò il punto di partenza che, evidentemente, poi si è allargato in una rosa di iniziative varie, che tendevano, in ogni caso, a sensibilizzare sempre di più la città e a farla partecipare, una delle cose che ricordo, ... il corso di formazione politica per i giovani ... e poi tante altre iniziative sulla stampa, sull'informazione a Catania, noi abbiamo anche un giornale (Città Insieme), e quindi siamo andati avanti in questo tipo di situazione, questa è l'esperienza, volevo dirle che l'esperienza è nata in questo terreno, di questa parrocchia, che è una parrocchia un poco anomala, perché era una parrocchia che già da parecchio tempo si interessava di problemi sociali, specialmente su 2 settori: il settore della mafia, e il settore anche della pace e degli armamenti, lei ricorderà che intorno agli anni 87, 89 c'era tutto il problema dei missili di Comiso ecc., quindi l'ambiente della parrocchia era un ambiente assolutamente sensibilizzato a queste situazioni qui, e quindi la nascita di questa nuova sensibilità, di interessarsi direttamente per la città, ha trovato un terreno molto favorevole su cui poi, evidentemente si è sviluppata, però il movimento Città Insieme non si identifica con la comunità parrocchiale, è un movimento che vuole essere laico, pesca, evidentemente, anche qui, che abbiamo a disposizione... perché il parroco, io non sono il parroco, ci concede l'uso di questi ambienti, ma non si identifica assolutamente con la comunità parrocchiale, anzi può capitare che la comunità, in quanto tale, pigli una posizione, rispetto a determinati argomenti, e Città Insieme, con un suo direttivo e con una sua linea politica, ne pigli tranquillamente un'altra, quindi non si identifica
D. QUINDI E' UN'ASSOCIAZIONE ACONFESSIONALE...
R. Quindi è aconfessionale e laico, questo discorso qui bisogna assolutamente... anche se ci sono io in mezzo, come tanti altri, noi non siamo dei cattolici che facciamo politica, siamo dei cittadini, in cui ci sono dei cattolici, dei marxisti, dei liberali... siamo aggregati qui perché siamo nati qui, ma l'esigenza... evidentemente ognuno porta all'interno della sua esperienza questo retroterra suo, culturale, queste motivazioni, ognuno va a cercare le motivazioni secondo il retroterra che è maturato nella propria esperienza umana o nella propria esperienza politica, però, concretamente, non c'è assolutamente uno stampo, col tanto che io... noi non abbiamo nessun rapporto con la gerarchia ecclesiastica, con... anzi le dirò, così con molta franchezza, che per certe nostre prese di posizione che riguardano in maniera particolare i rapporti fra la chiesa e la mafia, o meglio ancora, il fatto che la chiesa in generale abbia goduto di protezioni dal punto di vista economico, dal potere politico in Sicilia, che è rappresentato in massima parte dalla Democrazia Cristiana, c'ha portato su posizioni molto critiche dal punto di vista del giudizio che noi diamo sugli interventi che la chiesa ha fatto nel passato, ora un pò di meno, ma non troppo di meno, e tutto... come dire, questo establishment, questo discorso politico-mafioso, e quindi io personalmente, e anche il movimento, abbiamo avuto dei contrasti perché non abbiamo approvato né il silenzio né la morbidezza con la quale la gerarchia ecclesiastica ha spesso affrontato il problema della mafia, che a nostro parere la prima cosa che la chiesa dovrebbe fare sarebbe quella di rifiutare, anche per la prossima visita del Papa, che ci sarà, qualunque tipo di contributo, perché, in questo momento i canali attraverso cui passa il denaro, anche ancora, sono ancora denari sporchi, e sono canali sporchi non sono canali puliti, quindi questo le fa capire, in maniera molto immediata, questa... come dire... distinzione netta e precisa tra la parrocchia in quanto tale e il movimento di società civile in quanto tale, volevo dirle che una delle cose più interessanti, dal punto di vista della strutturazione, che è nata molto bene all'inizio, poi ha avuto un momento di pausa a metà, ed è rinata invece ancora adesso, è la strutturazione in commissioni di studio per particolari problemi, per es., adesso è inutile parlare del passato, parliamo del presente, abbiamo una commissione quartieri, per es., la quale si interessa delle problematiche dei vari quartieri specialmente di quei quartieri a rischio, abbandonati, non so... humus di delinquenza minorile ecc., e noi andiamo nei vari quartieri non tanto a portare una colonizzazione politica quanto a far suscitare, a suscitare nell'ambiente del quartiere delle persone che piglino la responsabilità della loro partecipazione, per es. abbiamo fatto ultimissimamente un incontro nel quartiere Trappeto Nord che è uno dei quartieri di Catania più degradati, ce ne sarà un altro a San Giovanni Galermo se non mi sbaglio, stasera per es., c'è anche un'altra commissione che sta affrontando in maniera particolare il problema dei minori a Catania, con un progetto minori, che noi abbiamo elaborato l'anno scorso in vista delle elezioni comunali, è la seconda riunione che fanno insieme a tutti i rappresentanti degli enti responsabili di ciò che potrebbe essere un progetto minori, e stasera alle 7 si riuniscono ancora una volta per mettere a punto determinate strategie operative per portare avanti e stimolare, evidentemente, la USL il Prefetto, il Sindaco, l'amministrazione, il Provveditorato, le nomino alcuni degli enti che evidentemente sono... fatti a questo discorso qui.
D. QUALI SONO I PRINCIPALI MEZZI, STRUMENTI CHE USATE PER PERSEGUIRE I VOSTRI OBIETTIVI?
R. I mezzi sono: la stampa quando la stampa ci ospita, non sempre; i mass media quando i mass media ci ospitano, con le televisioni abbiamo un rapporto più, come dire... liscio che con la stampa, perché la stampa è "La Sicilia", l'unico giornale che c'è, perciò a secondo delle posizioni politiche che trova, però abbiamo avuto qualche contrasto però tutto sommato si convive; poi abbiamo le assemblee del mercoledì; abbiamo il giornale che stampiamo e quando capita facciamo anche delle manifestazioni e dei volantinaggi, in particolari momenti, o per portare a conoscenza dell'opinione pubblica delle cose, per es., l'ultimo che c'è stato qualche giorno fa, è stato un volantinaggio di appoggio ai magistrati del pool catanese, che finalmente che si sono svegliati, che si sono mossi, e quindi sembra che si muove, e allora questi magistrati, poveretti, è inutile lasciarli assolutamente soli cerchiamo... oppure qualche manifestazione nel momento in cui avviene qualche fatto eclatante che bisogna sottolineare o che bisogna spingere, per es., i fatti che sono capitati qui di fronte, abusivismo edilizio, in cui dobbiamo dire purtroppo che abbiamo perso la causa, perché abbiamo fatto questo tipo di pressione ma il giudice ha dato ragione agli abusivi derubricando il reato di abusivismo dal punto di vista penale e passandolo sul piano amministrativo, quindi, praticamente, gli hanno fatto pagare la multa ma stanno costruendo abusivamente dove il piano regolatore diceva che doveva esserci una piazza ... e questi sono i mezzi con cui evidentemente ci mettiamo in contatto, ripeto, volantinaggi, manifestazioni, televisioni private, radio private, giornale e assemblee, le assemblee sono genralmente ogni mercoledì, ne salta qualcuna qualche volta, e in cui si affrontano o temi che riguardano la città o c'è questo confronto con gli amministratori, per es. un altro dei temi che abbiamo affrontato 2 mercoledì fa insieme a due giudici Caponcello e Lima, ed a un avvocato, abbiamo affrontato il problema del colpo di spugna del parlamento, perché evidentemente la sensibilizzazione politica nei riguardi dei cittadini non la facciamo solamente su argomenti che riguardano la problematica cittadina ma anche su argomenti di indole generale che, evidentemente poi sono afferenti ai problemi che noi trattiamo qua nella città stessa.
D. MI RACCONTA QUALCHE ATTIVITA' PARTICOLARE CHE AVETE PORTATO AVANTI... AD ES., LEGGEVO DELLA VOSTRA BATTAGLIA CONTRO L'OCCUPAZIONE ABUSIVA DEL LUOGO PUBBLICO CHE STA QUI DI FRONTE, DA PARTE DELLA CONCESSIONARIA D'AUTO DI NITTO SANTAPAOLA...
R. Quella è diventata, come dire... mitica
D. E' FINITA BENE PER VOI?
R. Sì, è finita bene nel senso che la Pam Car che probabilmente era... apparteneva al clan Santapaola, è andata via per le nostre proteste, è finita bene nel senso che poi l'amministrazione comunale ha appaltato alla ditta Mirenna il verde pubblico spendendo 1 miliardo e 200 milioni, è finita male nel senso che ancora i lavori non sono finiti, ci hanno fatto una colata di cemento quindi noi abbiamo protestato a lungo contro questo discorso, abbiamo fatto delle assemblee qui con i progettisti, abbiamo fatto cambiare il progetto, ora sembra che con l'amministrazione Bianco appena finiscono le vacanze di Natale dovrebbero ricominciare i lavori per metterlo a posto, insomma questa è una battaglia che ancora non finisce mai, ecco questa è stata una delle cose più... 5 anni in cui ci siamo sopra non siamo riusciti ancora a sbloccare, evidentemente non siamo anche riusciti perché le amministrazioni del passato erano più sorde di quella che c'è ora, ora una certa quale collaborazione, una collaborazione che non è esente da critiche evidentemente, perché noi abbiamo anche con questa stessa amministrazione che, a dire il vero, abbiamo appoggiato, perché era una coalizione di forze che evidentemente ha espresso questa amministrazione qui, non è che è una collaborazione acritica, una collaborazione fatta ad occhi chiusi, è una collaborazione che nel momento in cui c'è qualche cosa che non ci sta bene noi siamo assolutamente pronti a dire "No, questa situazione non va, dobbiamo assolutamente cambiare registro", nei limiti in cui riusciamo, evidentemente, a farci sentire e a farci... però ci sentono, tutto sommato hanno anche un certo quale interesse a non farsene dire quattro, quindi questo ci aiuta da questo punto di vista.
D. QUALI ATTIVITA' SONO RIUSCITE A COINVOLGERE MEGLIO?
R. Mah, cosa possiamo dire... le assemblee coivolgono molto, le assemblee
D. LE ASSEMBLEE SONO APERTE SOLO AI SOCI?
R. Le assemblee no, la struttura è questa, noi abbiamo dei soci, e questi soci eleggono una volta l'anno, che dura un anno in carica, il direttivo, formato da 15 elementi, però le assemblee dei soci si fa una volta l'anno per questo motivo, poi tutte le attività, comprese quelle del direttivo, sono aperte, cioè non esistono attività chiuse, tutte le attività, l'unica attività chiusa è l'assemblea annuale dei soci che sono quelli che pagano, evidentemente, una quota annuale, mi pare che sia 50.000 lire, e che si riuniscono per eleggere il direttivo, chiunque può partecipare, basta che si tesseri, ma tutte le altre attività tutte, sono attività aperte, sia il direttivo, che lo facciamo ogni domenica alle 7, sia le assemblee, che sono assolutamente aperte a qualunque... chiunque venga può entrare
D. QUINDI E' APERTA A TUTTI I CITTADINI
R. Sì, tutti i cittadini possono assolutamente... anzi noi ne facciamo propaganda, cioè sul giornale, sul quotidiano, ogni mercoledì c'è il città flash in cui spunta il titolo, l'argomento dell'assemblea, il dibattito, i personaggi presenti ecc., quindi, quando si può, poi facciamo anche un resoconto sullo stesso giornale, o sul nostro giornale, di quello che è avvenuto, quindi sono assolutamente aperte.
D. CHE OSTACOLI AVETE INCONTRATO PER COSTITUIRE QUESTA ASSOCIAZIONE E NELLO SVOLGERE DELLA VOSTRA ATTIVITA'?
R. Mah, l'ostacolo, gli ostacoli sono 2, fondamentalmente, il primo ostacolo è la, come dire, l'insensibilità politica dei catanesi, che, se lei viene da Palermo, è una città dal punto di vista politico molto più addormentata
D. CATANIA?
R. Eh sì, esistono i soliti gruppetti, i soliti gruppuscoli che fanno parte della sinistra, della vecchia sinistra, che non è che riesca ad aggregare moltissima gente, tanto per dirle, qui l'unica occasione in cui siamo riusciti ad aggregare dalle mille alle duemila persone fu quando è morto Falcone, mentre a Palermo si è mossa la città
D. NON PIU' DI 1000, 2000 PERSONE?
R. Sì, non più di 1000, 2000, cerchiamo di essere chiari e precisi, nella maniera più assoluta, cioè il catanese, a mio parere, è ancora molto individualista, molto sfiduciato, e d'altra parte è spiegabile questo discorso qui perché, evidentemente, 50 anni 0 40 anni 0 30 anni o quanto vogliamo, di malgoverno hanno creato quella acquiescienza, dal punto di vista della coscienza politica, ed anche hanno creato quel farsi strada per i propri interessi attraverso i propri canali, io insomma le mie cose personali me li risolvo da me, perché, evidentemente poi il politico era interessato da questo punto di vista, quindi creare, stimolare la partecipazione dei cittadini, questa è una cosa molto... ... il secondo ostacolo è questo, l'impatto con i partiti, perché i partiti, volta per volta, hanno tentato di fagocitare il movimento
D. STRUMENTALIZZARLO
R. Strumentalizzarlo, fagocitarlo, farlo rientrare all'interno dei loro schemi, per cui, volta per volta, noi siamo stati, come dire... identificati, prima con i... prima con il PDS, poi coi Verdi, poi con Bianco ecc., mentre invece noi, a parte il fatto che all'interno del movimento lasciamo la pienissima libertà di decidere e di avere scelte politiche completamente diverse, anche se, dobbiamo dire, onestamente, che ci collochiamo in un'area progressista, per dire, un'area di sinistra, questo è ovvio, perché
altrimenti questo discorso qui non avrebbe assolutamente... non esistono movimenti di società civile di centro o di destra, se esistono sono falsi movimenti di società civile che hanno un'etichetta che sono comitati elettorali... però, una volta fatto un pezzo di cammino, noi ci siamo poi rivoltati contro questo discorso qui, perché non ci interessava né il partito né l'ideologia né altro, ci interessava, invece, fare funzionare, in maniera molto semplice e diretta e concreta, determinate strutture, questo ci interessa, quindi, dai partiti abbiamo avuto ostacoli terribili, basta leggere quello che ha scritto Andò di noi, per es., nei tempi scorsi, ha scritto cose terribili, quindi quello che ha detto... i democristiani di noi non ne parliamo, per fortuna che quello che dicevamo è ora comprovato dai fatti e dalle situazioni, quando noi parlavamo di Nicolosi, Andò, Drago, ecco Drago è in galera, Nicolosi non so se ci andrà, e Andò probabilmente appena cascano le camere forse andrà anche lui a fare una visitina da quelle parti lì, ma dico... da parte, diciamo così, dell'opposizione, una ostilità totale, da parte dell'opposizione a noi, quindi da parte dei partiti di governo, da parte invece degli altri partiti questo tentativo, volta per volta, di farci diventare collaterali, evidetentemente non era difficile accorgersene e quindi i fatti poi dimostrano, a posteriori, che il nostro discorso non è assolutamente un discorso partitico, anche se è possibile, volta per volta, fare un pezzo di cammino per una iniziativa particolare, ecco questo è il discorso.
D. QUAL E' LA REALTA' SOCIALE DI QUESTO QUARTIERE?
R. Questo è un tipo di quartiere molto composito, perché abbiamo per un buon 50% una classe media, e poi abbiamo delle sacche in cui c'è una situazione di, a livello sociale, più bassa, però il movimento non è nato per il quartiere, il movimento è nato per la città, tanto è vero che noi ce ne andiamo nei quartieri periferici, non so se mi spiego, quindi non è tanto il discorso dei problemi solo del quartiere, ma il problema di... infatti anche "Città Insieme", ecco la stessa parola lo dice, è un discorso che riguarda l'amministrazione globale della città, quindi al di là dei bisogni del quartiere che, tutto sommato, troppi non ne ha, evidentemente, messi in raffronto e in rapporto con i bisogni assolutamente terribili di altri quartieri, tanto è vero che noi abbiamo più rapporti con i consigli di quartiere e con le realtà dei quartieri degradati, tipo villaggio Dusmet dove abbiamo lavorato, tipo Trappeto Nord, San Giovanni Galermo, dove stiamo incominciando a lavorare, che con questo quartiere qui, anzi le dirò, molto spesso la gente che viene a Città Insieme non è del quartiere, come la gente che viene in chiesa qui non è del quartiere, perché questo quartiere è il tipico quartiere addormentato catanese, in cui la gente si fa gli affarucci suoi e non vuole assolutamente... anzi noi siamo una spina nel fianco, da questo punto di vista, non per nulla molto spesso, i muri della chiesa sono imbrattati da scritte neofasciste ... non per nulla, questo è sintomatico da questo punto di vista.
D. COME E' MEGLIO DEFINIRE CITTA' INSIEME: UNA COMUNITA', UN'ASSOCIAZIONE, UN CENTRO SOCIALE...
R. No, no, nemmeno, non è una comunità perché non è una comunità ecclesiale, come un associazione, un movimento di società civile, io dico movimento perché c'è un nucleo di persone, che non siamo molti eh! I soci saranno una cinquantina, quelli che ci muoviamo siamo una ventina, venticinque, però questo nucleo qui riesce a fare da volano, aggregando, volta per volta, tante altre persone, su iniziative concrete, l'iniziativa può essere una manifestazione, può essere un volantinaggio, può essere un'assemblea, può essere un'azione di forza fatta per impedire che avvenga un sopruso, come quella volta della Pam Car ecc. ecc., quindi è un nucleo di persone che individua dei problemi, e evidentemente più occhi ci sono più problemi si individuano, che poi aggrega, volta per volta, su questi problemi, tutti quei cittadini che vogliono, quindi noi abbiamo un mucchio di simpatizzanti, che magari li vediamo una volta e poi per mesi non li vediamo più, poi li rivediamo la prossima volta quando c'è un altro tipo di... di situazione.
D. QUANTI ERAVATE ALL'INIZIO?
R. I soci fondatori sono 11
D. QUINDI DA 11 SIETE ARRIVATI ORA A 50?
R. Sì, sì, ma dico, quelli che si lavora, io sono molto concreto, io credo che quelli che lavoriamo in continuazione proprio, che programmiamo l'attività, non superiamo i 20, 25, però questo volano aggrega, di volta in volta, moltissime persone, a seconda delle iniziative che ci sono.
D. LA GENTE CHE ADERISCE A QUESTA ASSOCIAZIONE HA DELLE CARATTERISTICHE IN COMUNE, NON SO, SI NOTA, AD ES., UNA PREVALENZA DI GENTE LAUREATA...
R. La più varia, la più varia, abbiamo non so... Aldo Cirni che fa il ferroviere, lui che fa l'operaio, abbiamo il laureato, abbiamo il docente universitario, abbiamo il piccolo imprenditore, abbiamo l'impiegato, abbiamo il professore, abbiamo l'insegnante, insomma la composizione sociologica è la più varia possibile, abbiamo la casalinga, il pensionato, abbiamo i ragazzi, che fanno un gruppo a parte, cioè Città Insieme Giovani è con una attività che è legata al movimento, ma che è autonoma dal punto di vista sia delle iniziative che delle...
D. CHI GOVERNAVA LA CITTA' CERCAVA DI OSTACOLARVI O VI ERA, MAGARI, INDIFFERENTE?
R. No, il governo della città eravamo noi ad ostacolarlo, perché tutte le giunte che ci sono state prima erano giunte assolutamente basate sul clientelismo e sull'affarismo, quindi noi abbiamo fatto di tutto per farle cadere...
D. E LORO, QUINDI, VI OSTACOLAVANO?
R. Sì, ci ostacolavano nel senso che, evidentemente, come dire... non ci guardavano di buon occhio, ostacolare cosa potevano farci? Perché noi le nostre attività le facevamo lo stesso, anzi direi che avevamo più grinta, più grinta, però, debbo dire che anche gli amministratori delle altre giunte, non so... il Sindaco Giusso, oppure il Sindaco Lo Presti, oppure il Sindaco... l'avvocato, come si chiama... il sindaco che è venuto subito dopo Bianco... come si chiama... l'avvocato... il famoso avvocato di Catania, quello del Consiglio Superiore della Magistratura, insomma i sindaci che ci sono stati, evidentemente, venivano, qui a parlare, ecco, lo cercavano il confronto, così anche gli assessori, venivano a parlare, evidentemente il discorso era molto più conflittuale di adesso, adesso c'è un discorso che è meno conflittuale, perché? Perché gli assessori che sono stati messi lì, sono stati scelti attraverso la nostra precisa collaborazione, c'è addirittura tra gli assessori uno che ha lavorato come un disgraziato a Città Insieme, che è Antonio Guarnaccia, per dirne una ecco, evidentemente, se ci fosse qualche cosa che non ci piace, anche in un assessore che è venuto fuori da Città Insieme, noi saremmo i primi a dirgli "Senti Antonio Guarnaccia, non ci piace quello che stai facendo cerchiamo di cambiare direzione".
D. E LE ISTITUZIONI ECCLESIASTICHE, VI HANNO APPOGGIATO O OSTACOLATO?
R. Ma io direi ufficialmente né l'uno né l'altro
D. IGNORATO?
R. Ignorato, e penso che l'ignorare da parte dell'autorità ecclesiastica sia un ostacolare, un pò perché già la Parrocchia in quanto tale, per certe sue dimensioni ecclesiologiche, non è ben vista dalla Curia qui, e poi il movimento in quanto tale, ecco io le dirò, mai dalla bocca del Vescovo, dall'87 al '93 quanti anni sono? 6 anni è uscita mezza parola di presa d'atto, non dico di approvazione, di presa d'atto di questa situazione qui, ripeto questo probabilmente è dovuto al fatto del nostro e del mio, in particolare, atteggiamento critico nei riguardi dei comportamenti che la chiesa ha instaurato nei riguardi del fenomeno mafioso in generale, che è un comportamento, a mio parere, l'ho detto in pubblico 1000 volte c'è stata anche una grossissima polemica sul giornale "Prospettive", che è il giornale della Curia catanese, quindi molto così... e quindi questo tipo di conflitto... ora, forse si sono mantenuti nel silenzio per evitare di condannare da un lato e per evitare di approvare dall'altro, quindi c'è una ignoranza reciproca ... ... io ho incontrato parecchie volte il Vescovo, così in situazioni... a scuola perché io insegno, "Oh come stai? Ecc....", ma mai mezza parola...
D. COME SE IGNORASSE TUTTO QUELLO CHE LEI...
R. Assolutamente, nella maniera più assoluta, come se non esistesse nulla, no, ma dico, non ci... non ci duole più di tanto, insomma, non stiamo lì a cercare... noi abbiamo sempre denunciato il sonno della chiesa catanese e dei preti catanesi
D. QUINDI LA CHIESA CATANESE NON HA FATTO ASSOLUTAMENTE NIENTE...
R. Assolutamente, no, no, la chiesa catanese ha alcuni preti di frontiera che stanno nei quartieri a rischio, e che ci stanno purtroppo, cercando anche lì di fare del bene attraverso il vecchio sistema che è clientelare, cioè non esiste, da parte di questi preti, una sensibilizzazione della gente perché si ribelli e cerchi i propri diritti, esiste una grande fatica, poveretti, e di questo io glie ne dò perfettamente atto, per cercare, fino a qualche tempo fa, quando era possibile, ora non è più possibile, dagli onorevoli vari, ecco, contributi per risolvere i problemi, ma, però, se tu risolvi il problema attraverso il contributo di un politico che è sporco risolvi il problema, ma, conteporaneamente, tieni in sella il politico sporco, questo è quello che non si capisce, io le dirò, un parroco di una zona periferica della città che è stato sempre al servizio dei democristiani, quindi a me non mi ha potuto vedere mai, appena è salita la giunta Bianco è venuto da me a dirmi "Senti, ci andiamo insieme dall'assessore x perché ho bisogno di un contributo?", Evidentemente l'ho fatto volare (ride) non so se mi spiego, ecco, quindi il discorso non è tanto avere il contributo per fare del bene, è creare quelle condizioni strutturali, all'interno dei quartieri, perché non vi sia più bisogno dei contributi, ecco, questo è il discorso, ciò non toglie che bisogna venire anche incontro alle esigenze come dire... immediate, ma questo come tattica, non come strategia, quello che io rimprovero alla chiesa catanese è la mancanza di una strategia, non so se mi spiego...
D. PER CONCLUDERE, SECONDO LEI CHE RUOLO PUO' AVERE LA CHIESA NELLA LOTTA CONTRO LA MAFIA?
R. Beh la chiesa nella lotta contro la mafia può avere un ruolo molto preciso, io, per es., in questi giorni dico con tutto quello che sta capitando, mafia, tangentopoli ecc., io non vedo assolutamente degli atteggiamenti recisi dalla chiesa, la chiesa dovrebbe mettersi ad urlare, ecco, perché non lo fa? A livello nazionale non lo fa, secondo me, perché c'è lo IOR, cioè la chiesa in certe cose è implicata in questo discorso, la chiesa perché è stata zitta nei riguardi della mafia? Dicendo delle bellissime parole in teoria ma facendo pochi fatti, perché, purtroppo, in questo sistema, forse in buona fede, è stata collusa, perché tutti i contributi che sono venuti alle opere ecclesiastiche son venuti attraverso la Democrazia Cristiana che era collusa con la mafia, quindi la chiesa, forse in buona fede ripeto, per evitare di farsi esaurire queste fonti di finanziamento è stata zitta, ecco, la chiesa dovrebbe oggi, a mio parere, ecco, fare un gesto profetico cioè rinunziare, per un pò di tempo a qualunque provento, anche se si riduce alla povertà totale evitando qualunque collusione attraverso il potere politico, fin quando il potere politico, almeno, non si purifichi, questo gesto profetico la chiesa non lo fa basta vedere i soldi che saranno stanziati per la prossima visita del Papa a Catania, e noi abbiamo urlato ancora, dicendo che questi soldi vengano spesi almeno per qualche cosa di duraturo non per qualche cosa di effimero che ad un certo punto, quando se ne va è finito, e poi c'è un altro grosso problema, che io le acceno semplicemente e ci vorrebbe molto tempo per parlare, manca assolutamente la coscienza, nelle comunità ecclesiali, della creazione della mentalità politica dei fedeli che non vuol dire farli votare per un partito come abbiamo sempre fatto, ma quello di dire "Gioia mia, se tu sei cristiano, tu ti devi interessare di quello che ti capita attorno, non devi fare i tuoi interessi", questa dimensione è assente completamente dalla pastorale ecclesiale
D. E NON CREDE LEI IN UN POSSIBILE RINNOVAMENTO?
R. Ah sì, per carità, io a questo possibile rinnovamento ci credo, altrimenti non continuerei a lavorare, ... io spero che ci sia un rinnovamento, che d'altra parte in certi preti più sensibili c'è, e il caso di padre Puglisi di Palermo, e i preti di Palermo, alcuni ci sono, ma la realtà delle varie parrocchie è una realtà devozionale, sacramentale, rutinaria, che non crea assolutamente delle teste che sappiano pensare, nei cristiani, e che, specialmente si sappiano compromettere, perché i primi a non compromettersi sono i preti, io farei una cosa: chiuderei le chiese tre anni e manderei tutti i preti in un corso di rieducazione, e poi li rimanderei nelle chiese un'altra volta, questo servirebbe a 2 cose stupende, la prima il rinnovamento mentale dei parrini, il secondo il fatto che la gente si disabitua a tutte quelle pratiche religiose che non hanno nessun senso o perché non hanno nessun impatto nella vita, dopu tri anni, su picca tri anni, ecco, allora forse si potrebbe tentare di ricominciare, tre anni è il minimo, 5, 10, 15, 20, ecco, cambiare faccia alla religione, perché la religione non ha assolutamente nessun impatto con la realtà, così come è vissuta, va bene? E' semplicemente una maniera per gratificarsi e una maniera per fare delle pratiche devozionali che poi non hanno un risvolto concreto nella trasformazione della realtà, ma Gesù Cristo è nautra cosa!
ASAEC ASSOCIAZIONE ANTIESTORSIONE CATANESE Catania 18 Gennaio 1994
D. QUANDO E' NATA L'ASAEC?
LINDA RUSSO: R. L'ASAEC, come idea, è nata... subito dopo la costituzione di Capo D'Orlando, perché la signora Nucci una sera mi ha telefonato e mi ha detto "Senti Linda, ma visto che questi commercianti di Capo D'Orlando si stanno riunendo per lottare contro l'estorsione, che ne diresti di invitarli, li facciamo venire e vediamo che ci dicono, perché sarebbe bello fare una associazione anche a Catania", abbiamo telefonato e loro sono venuti, Tano, Schifano, tutto il gruppo, erano circa 7
D. QUESTO QUANDO, PRIMA DEL PROCESSO?
R. Prima del processo, subito dopo la costituzione, mi pare è stata in giugno...
D. LA COSTITUZIONE DAL NOTAIO E' STATA NEL DICEMBRE DEL '90, POI A LUGLIO, MI PARE, C'E' STATA LA CONFERENZA STAMPA, IN CUI SI RENDEVA NOTA LA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE AL PROCESSO...
R. Subito dopo... noi come costituzione l'abbiamo fatta a novembre del '91, però noi, come idea l'abbiamo avuta prima, infatti la prima riunione l'abbiamo fatta qui
ADRIANA GUARNACCIA: R. E io ricordo che si è inaugurata a settembre e già ci riunivamo in associazione, e ci riunivamo, le prime sere, a Città Insieme LINDA RUSSO: R. Perché io e Pia Giulia facciamo parte di Città Insieme, e quindi noi ci conoscevamo perché facevamo già parte di quel gruppo, e da lì è sorta questa idea, abbiamo invitato alcune persone a venire, ed abbiamo proposta questa cosa, poi a settembre si è costituita, perché tra l'idea e la costituzione passa un tempo, non è che immediatamente uno va dal notaio quando ancora non sa che vuole fare, ecco questo è stato il lasso di tempo, estate '91 autunno '91
D. QUINDI IL VOSTRO GRUPPO SI E' COSTIUITO PRIMA DELL'OMICIDIO DI LIBERO GRASSI...
ADRIANA GUARNACCIA R. Sì, Sì prima, noi, praticamente, mentre ci stavamo costituendo per fare questa associazione... nel momento, saranno stati 2 giorni prima... 2 giorni dopo, noi ci siamo costituiti in associazione, la morte di Libero Grassi, infatti abbiamo aggiunto alla nostra intestazione, abbiamo aggiunto, abbiamo fatto un telegramma alla famiglia, e abbiamo detto che il nostro desiderio era di aggiungere il nome del marito, e loro ci hanno dato il benestare, era morto da 2 giorni, 3 giorni, qualcosa del genere, da pochissimo tempo...
LINDA RUSSO: R. Infatti la nostra è Associazione Anti Estorsione Catanese Libero Grassi.
D. QUINDI VOI, AL CONTRARIO DELL'ACIO, NASCETE ESCLUSIVAMENTE COME ASSOCIAZIONE ANTI ESTORSIONE... QUINDI NON VI PONETE ALTRI OBIETTIVI...
R. No, no
LINDA RUSSO: R. Poi, quest'anno, invece, in occasione dell'assemblea straordinaria, durante la quale noi, tutti gli anni, invitiamo tutti i soci a partecipare, abbiamo proposto di allargare il nostro statuto all'usura e alla concussione, perché ci siamo resi conto che l'estorsione non avviene mai da sola, e quindi c'è sempre, comunque, una forma di usura, una forma di concussione, cioè queste cose sono strettamente legate fra loro, e difatti l'abbiamo proposto in assemblea, è stato accettato, e quindi adesso noi... non siamo ancora stati riconosciuti come associazione dal punto di vista giuridico dallo Stato, perché ci sono alcune associazioni che vengono riconosciute dallo Stato, noi abbiamo fatto tutte le domande, tutte le richieste...
PIA GIULIA NUCCI: R. (Quando sono venuti i commercianti dell'ACIO a Catania) Nell'aprile del '91... ... quando lui ha fatto la dichiarazione ufficiale e io lo lessi sulla Sicilia
D. QUANDO HANNO FATTO LA CONFERENZA STAMPA A PALERMO?
R. Sì esattamente, in quella occasione vennero lui (Tano Grasso), Schifano, Signorino ... ... ...
D. QUINDI LEI STAVA DICENDO CHE STATE SBRIGANDO LE PRATICHE PER OTTENERE IL RICONOSCIMENTO GIURIDICO...
LINDA RUSSO: R. Questo serve per tante ragioni ma, soprattutto, a noi serve per la costituzione di parte civile durante i processi, perché può capitare che qualcuno opponga questa pregiudiziale, dicendo che se... non ci si può costituire parte civile se non si ha il riconoscimento giuridico da parte dello stato, per cui, siccome noi non abbiamo nessun motivo di non fare una richiesta specifica, a parte che poi l'associazione riconosciuta dallo Stato ha anche determinate prerogative, ha determinate facilitazioni che è giusto che noi abbiamo, e poi a noi serve adesso anche per ricevere i fondi, perché siccome recentemente è stata approvata una legge dallo Stato, che consente agli associati di vari tipi di associazioni, di commercianti e di associazioni antiracket, legalmente riconosciute, quindi anche per questo a noi serve questo riconoscimento, di accedere ai fondi che lo Stato ha messo da parte, metterà da parte per aiutare coloro che hanno ricevuto un danno reale da un problema di questo tipo, allora è giusto che si possa...
D. QUINDI AD APRILE CI FU QUESTO INCONTRO CON I COMMERCIANTI DELL'ACIO, ED A SETTEMBRE VI SIETE COSTITUITI DAL NOTAIO...
PIA GIULIA NUCCI: R. ...A settembre... perché poi abbiamo avuto una serie di incontri, perché volevamo costituirci già in un certo numero, naturalmente c'erano sempre molte resistenze, non so se gliene avete parlato delle resistenze di quelle sere, il presidente dei commercialisti catanesi, la Confcommercio... la Confcommercio cercava di... diceva sì ci stiamo ma non... sono quelle realtà sempre scomode, perché vanno un pochino contro l'ordine che almeno 2 anni fa era assolutamente costituito, era un sistema, purtroppo, anche quello delle... cioè si andava a scombinare delle situazioni...
LINDA RUSSO: E' che noi non avevamo pregiudizi nei confronti di nessuno, quindi così come abbiamo invitato alcuni imprenditori, abbiamo anche invitato i rappresentanti delle associazioni dei commercianti già esistenti, da parte di alcuni abbiamo avuto un immediato riscontro, da parte di altri, invece la storia è un pò...
PIA GIULIA NUCCI: Si può dire anche molto chiaramente, debbo dire che un immediato riscontro ci è stato dato dalla Confesercenti locale, la Confesercenti di Catania è stata la prima a essere assolutamente disponibile su questo argomento, rinunciando, in un certo senso, a fare l'SOS Impresa, che lei sa che, invece è a Palermo, a Palermo non esiste un'associazione antiracket, esiste l'SOS Impresa che non è altro che il responsabile della Confesercenti palermitana, io ho visto sempre è solo lui, perché un imprenditore di Palermo non lo abbiamo mai visto noi...
LINDA RUSSO: Ed infatti questo è il lato negativo di una cosa che ha un'etichetta politica, perché l'etichetta politica frena lo slancio dell'imprenditore, noi, siccome non abbiamo nessuna etichetta, di nessun tipo, e allora, probabilmente, la gente si è anche fidata di più...
PIA GIULIA NUCCI: Probabilmente, certo, anzi sicuramente, praticamente avevamo tutti questi incontri, poi venne l'estate di mezzo, come lei può immaginare, tutto si rallentò, a fine agosto ci fu l'uccisione di Libero Grassi, ed io ricevetti una telefonata dell'avvocato Scuderi ... ... che è tra i nostri soci fondatori, che ora si sta presentando come Presidente della Provincia, il quale disse "Signora, cam'ha fari! Ormai bisogna per forza costituirsi, anche se il tempo non è... se non abbiamo le adesioni che volevamo avere, però una risposta, almeno qui a Catania, dobbiamo darla a un omicidio così efferato", naturalmente ci trovammo tutti quanti d'accordo e ci trovammo proprio i primissimi di settembre... ci ritrovammo là ed eravamo una trentina... una quindicina, una ventina di persone...
ADRIANA GUARNACCIA: 17 eravamo PIA GIULIA NUCCI: Ah 17, una riunione in cui abbiamo scritto...
ADRIANA GUARNACCIA: Che abbiamo messo i nomi, abbiamo firmato...
PIA GIULIA NUCCI: Ognuno di noi ha firmato, c'era uno statuto, abbiamo firmato questo statuto, ed è stato fatto proprio nello studio di questo avvocato... dopo di che siamo andati avanti, cerchiamo sempre di allargarci...
ADRIANA GUARNACCIA: Eravamo 17, perché abbiamo fatto un pò di ilarità su questo numero...
ADALGISA CAVALLOTTO: Una cosa, pure, è che siamo tutte vicine, Linda è qua, dirimpetto c'è... qua più sotto c'è Margherita ed io...
D. COME MAI QUESTO AVVOCATO, VISTO CHE E' UN LIBERO PROFESSIONISTA, E NON UN COMMERCIANTE, HA PRESO A CUORE QUESTA INIZIATIVA...
PIA GIULIA NUCCI: R. Perchè è del fronte progressista, questo professionista, diciamo è una persona vicina a questi argomenti...
D. AVEVA RICEVUTO DELLE MINACCE ESTORSIVE?
R. No, ma voglio dire, politicamente è motivato... ... ... . naturalmente c'era molta preoccupazione in ognuno di noi, di esporsi, come... soprattutto quelli che avevano... diciamo un negozio, una vetrina da potere fare saltare in aria, allora la primissima risoluzione è stata quella che tre professionisti presenti, si sono dichiarati nostri portavoce, per cui quando abbiamo fatto la conferenza stampa, hanno parlato questi portavoce, erano professionisti, erano 2 avvocati, e un commercialista, ed abbiamo organizzato, scenograficamente, la prima conferenza stampa, in una maniera simpatica, cioè facendo al contrario, cioè abbiamo fatto mettere i giornalisti dietro un tavolo, e tutti gli altri, cioè chi si costituiva in associazione, che eravamo una trentina di persone, una quarantina, come ascolto, e i nostri 3 portavoce davanti, e sono loro che hanno parlato, ed è stata, devo dire, scenograficamente mi è piaciuta, perché in un certo senso non si è esposto nessuno di noi, poi a poco poco... poco a poco abbiamo preso un pò di coraggio e un pò tutti, a giro, siamo andati... e all'inizio, all'inizio, per circa 2 o 3 anni, abbiamo evitato di... eleggere un rappresentante ufficiale, il benedetto... st'accidente di presidente che, purtroppo (ride), sono io, appunto per non identificare in una persona la persona da colpire, perché nessuno
di noi ha voglia di andare in giro scortato né tanto meno di essere oggetto di minacce, anche fra le cose più leggere ... (all'inizio eravamo) 17, ma poi eravamo... quando abbiamo fatto la conferenza stampa, dopo neanche un mese, eravamo una cinquantina, dopo di che, tra le persone molto motivate, oltre che perché avevano subito il problema, ma anche politicamente, io non voglio dire politicamente come schieramento politico, perché pensavano che fosse un discorso da portare avanti...
D. QUINDI NON ERAVATE TUTTE PERSONE CHE AVEVANO RICEVUTO MINACCE
R. No, no, no ; LINDA RUSSO: Per esempio io, no, mai ho ricevuto... non ho mai avuto un problema di questo tipo...
D. QUINDI LEI LO HA FATTO PER UN MOTIVO DI SOLIDARIETA'...
R. Ma perché mi è sembrato una causa giusta, perché è una causa giusta, per noi è l'unico modo che possiamo avere per iniziare una vera lotta contro questo...
PIA GIULIA NUCCI: Ma perché voglio dire la cosa semplicissima, quasi banale, però deflagrante, è stata questa idea geniale di Tano o dei commercianti, di mettersi in tanti a combattere un problema, in modo che uno è facilmente, diciamo, intimidibile, mentre 20, 30, 40, 50, 100, un'associazione, soprattutto se non ha una persona che si espone sempre... devo dire abbiamo patito molto, che questo qui mi pare che è stato nel '92, quando Tano ha deciso di candidarsi...
ADALGISA CAVALLOTTO: Perché tutti quanti poi non volevano associarsi perché dicevano "E' una cosa politica, lo fanno per...", infatti io c'ho un... sto cercando di convincere il Presidente dell'ALI, Associazione Librai Italiani, che mi diceva sempre che siccome c'è la politica di mezzo, finché ci sarà la politica di mezzo...
D. QUINDI, ADDIRITTURA, LA CANDIDATURA DI TANO HA CREATO PROBLEMI ANCHE ALL'ASAEC, OLTRE CHE ALL'ACIO...
PIA GIULIA NUCCI: R. Sì, vabbé, ma perché è logico, è ovvio no, infatti io, devo dire, mi sono molto amereggiata di questa scelta di Tano, anche se devo dire, ora alla fine ci è tornata utile perché è vero che è una persona in parlamento che porta avanti, che porta avanti... la nostra cosa, è importante, però il movimento, come immagine è stata... un pò pesante da sopperire, da subire.
D. QUINDI, GIA' DOPO UN MESE ERAVATE 50, E POI, VIA VIA, QUANTI SIETE DIVENTATI?
R. Mah, ora saremo un 300 circa, ma non sono molti, se lei pensa una città come Catania.
LINDA RUSSO: In proporzione ad un piccolo centro siamo pochissimi
PIA GIULIA NUCCI: Siamo pochi, però il catanese, come forse il siciliano in generale, le pulsioni sociali sono poco sentite, se hai il problema vieni, se non ce l'hai difficilmente, e poi la cosa anche noiosa è che in fondo siamo sempre... saremo una ventina che effettivamente... gli stessi che ci vediamo.
D. MA E' ANCHE VERO CHE LA VOSTRA E' L'UNICA ASSOCIAZIONE ANTIRACKET NATA IN SICILIA IN UNA GRANDE CITTA'
R. Questo sì, questo qui senz'altro, devo dire, indubbiamente, certo è un segnale bello per la Sicilia, è sempre troppo poco per quello che vorremmo noi, ma effettivamente sì, è l'unica grande città, a Messina non c'è, a Palermo non c'è, a Siracusa non c'è neanche, sì, sì è vero ... devo dire da allora abbiamo lavorato abbastanza bene, questa... la famosa legge per cui Tano si è battuto tanto... perché poi, ecco, un'altra cosa su cui abbiamo molto insistito noi, è stata l'idea di un coordinamento di queste varie associazioni, D. SI E' RIUSCITI A COSTITUIRE UN COORDINAMENTO REGIONALE, COME E' STRUTTURATO?
LINDA RUSSO: R. No ma non è stato costituito dal punto di vista legale, dal punto di vista formale (pratico), perché noi formalmente ci riuniamo, di volta in volta, nella sede legale di una delle associazioni e discutiamo i problemi comuni da portare avanti nei confronti delle istituzioni, soprattutto a Roma, adesso si parla, invece, di una associazione nazionale, l'associazione nazionale dovrebbe avere come presidente Tano Grasso, che per altro, secondo noi, gli spetta proprio di diritto, e su questo non ci sono discussioni, e difatti noi su questo in questi giorni stiamo discutendo...
D. QUINDI, A LIVELLO NAZIONALE, INVECE, SI VUOLE COSTITUIRE UNA ASSOCIAZIONE LEGALE, CON UN PROPRIO STATUTO ECC., NON IN MANIERA INFORMALE COME QUELLA SICILIANA...
R. Sì, sì, non in maniera informale, anche perché sarebbe una sovrapposizione inutile, se ce n'è uno nazionale ci va bene lo stesso, l'importante noi... ecco, forse probabilmente la forza della nostra associazione è data proprio dal fatto che noi non ci poniamo i problemi relativi ma quelli importanti, i problemi veri per i quali abbiamo costituito la nostra associazione, quindi se noi vogliamo portare avanti un discorso, andare da... dal ministro tal dei tali, o dal presidente tal dei tali, a chiedere le cose, è meglio essere in tanti, i rappresentanti, piuttosto che 2, 3, poi che sia un coordinamento, che ci sia un'associazione nazionale, che ci sia il pinco pallino della situazione, non ci poniamo, non vogliamo mettere il cappello su nessuna cosa, ci va bene che lo facciano anche altri, l'importante è che qualcuno lo faccia
ADALGISA CAVALLOTTO: E poi, secondo me, il bello della nostra associazione è che non sono soltanto commercianti, ci sono tanti professionisti tra i quali commercialisti, avvocati, c'è un ingegnere, c'è anche un veterinario, ci sono medici, per questo è bello...
PIA GIULIA NUCCI: E' aperta alle casalinghe, agli studenti...
ADALGISA CAVALLOTTO: E poi la cosa più bella è che chi ha dei problemi già è incoraggiato... ... poi è molto selettiva... non che, per carità non si fa la selezione, si è capitato proprio un gruppo, veramente, di persone molto qualificate, per cui anche in televisione tutti quanti hanno possibilità di... di dire la loro esperienza di dare dei consigli, poi quando succede qualcosa del genere, queste persone che vengono dai paesi, che telefonano, si mettono in contatto con uno qualsiasi, allora 3, 4... è una cosa molto...
LINDA RUSSO: Si sentono molto confortati, arrivano sconvolti e disperati, poi alla fine se ne vanno molto confortati, perché la solidarietà in questi casi è importantissima ... gente che ha ricevuto minacce e non sa cosa fare, non sa a chi rivolgersi, non sa dove sbattersi la testa, e poi, invece, ... arrivano le telefonate, si va lì si aiuta, si vede di che cosa hanno bisogno, se vogliono parlare...
ADALGISA CAVALLOTTO: Si va dai carabinieri ... D. QUINDI LA VOSTRA ATTIVITA' IN COSA CONSISTE? RACCOGLIETE QUESTE TELEFONATE DI DENUNZIA...
LINDA RUSSO: R. Noi abbiamo degli avvocati, ai quali potersi rivolgere, una linea preferenziale con la questura, una linea preferenziale con i carabinieri, è sempre la persona che decide con chi e quando vuole poi sporgere la propria denuncia, certamente la nostra funzione è quella di convincerli a denunciare, perché altro modo non c'è, però a volte capita che, ed è capitato ultimamente, poco tempo fa, che uno va a denunziare alla stazione di polizia tal dei tali e non ha alcun aiuto, viceversa se accompagnato da noi, dal carabiniere giusto, il carabiniere già si mette sull'attenti e decide di dare il proprio aiuto vero, è un pò
anche di stimolo nei confronti delle istituzioni.
ADALGISA CAVALLOTTO: Le istituzioni, per esempio molti comuni ci sono dei sindaci che sono... che non ne vogliono sapere niente, invece ci sono dei sindaci giovani che vogliono assistere, aiutare...
LINDA RUSSO: Ma noi facciamo un grosso lavoro nelle scuole, abbiamo fatto un concorso, ora comunque continuiamo ad andare sempre nelle scuole, parlare con i ragazzi, con i professori, è un tenere alto questo problema, perché non bisogna abbassare la guardia.
D. QUINDI IL COMMERCIANTE VI TELEFONA, VOI LO AIUTATE A FARE LA DENUNCIA, E DOPO COSA SUCCEDE?
PIA GIULIA NUCCI: R. Poi, se si prende l'estorsore, noi ci costituiamo parte civile insieme a lui al processo.
D. DI SOLITO ENTRA A FAR PARTE DELLA VOSTRA ASSOCIAZIONE?
R. Certo, certo, cioè noi ci costituiamo parte civile se lui diventa nostro socio, perché ha un senso, se no non ha senso.
D. AVETE AVUTO DIVERSE ESPERIENZE?
R. Sì; GIANNI ZURRIA: Diciamo che 3 ne abbiamo avute, almeno...
LINDA RUSSO: Più di 3
ADALGISA CAVALLOTTO: Anche il Comune ora si costituisce parte civile
PIA GIULIA NUCCI: Sì, noi abbiamo fatto sì che... noi abbiamo... abbiamo lavorato anche a livello istituzionale, siamo andati al comune, parlando con il Sindaco, e abbiamo, in un certo senso, convinto la giunta ad approvare il fatto di costituzione di parte civile del comune ai processi per estorsione
D. QUESTO CON LA NUOVA GIUNTA?
R. No, no, devo dire anche prima, anche con quella precedente
LINDA RUSSO: No, no, anche quella precedente, il Sindaco precedente è stato quello che per primo ha chiesto la costituzione di parte civile, che poi non è stata accettata, ma lui comunque...
PIA GIULIA NUCCI: Questo qui fu... nel '92 è stato, nel '92 è stato
D. CHI ERA QUESTO SINDACO?
R. Lo Presti, socialdemocratico.
D. MI RACCONTATE LA VOSTRA PRIMA ESPERIENZA IN UN PROCESSO?
PIA GIULIA NUCCI: R. La prima esperienza, noi non c'hanno accettato perché... c'eravamo costituiti dal notaio dopo i fatti...
D. LE MINACCE?
R. No le minacce, quella è stata un'estorsione di quelle classiche
D. DOPO GLI ATTENTATI?
R. Sì, sì, dopo proprio questo qui... perciò la nostra costituzione non è stata accettata, e da quel processo, fu il primo processo Panarello, era un commerciante, un nostro socio, un commerciante di carta, da questa denuncia venne fuori un bailamme, perché andarono in galera 14 persone, tra cui un ex assessore comunale, classicamente democristiano, che è molto conosciuto a Catania perché ha un'agenzia per insegnare a guidare la macchina, una scuola guida, e poi venne fuori, anche, fu tirato in questo... una figura che sembrava marginale, ed era quella di un tale fioraio, Samperi, che poi il figlio parlò ed è uno dei pentiti importantissimi per cui è stato nominato Andò e compagnia bella, da questa storia banale...
LINDA RUSSO: E' nata la tangentopoli catanese, da questo processo, perché poi questo processo è stato, per noi, un fallimento, perché in realtà le pene non sono state adeguate, perché i grossi... inquisiti si sono pentiti, anche l'assessore è diventato un collaboratore di giustizia, per cui poi alla fine... ma da un altro punto di vista per la città è stato fondamentale, ma non c'è dubbio...
PIA GIULIA NUCCI: Meglio, perché non ci interessa a noi che uno stia in galera tanti anni, ci interessa che venga scardinato il sistema, praticamente, purtroppo è un sistema...
D. QUANDO E' STATO IL PRIMO PROCESSO?
R. Nel '92, tra il '92 e il '93... abbracciò entrambi gli anni
D. POTRESTE RACCONTARMI COME SI ARRIVO' A QUESTO PRIMO PROCESSO? IL PERIODO DI TEMPO CHE VA DALLA VOSTRA COSTITUZIONE AL PROCESSO...
R. Questo qua, sì, immediatamente...
D. IL COMMERCIANTE CHE DENUNCIO' GLI ESTORTORI ERA UN VOSTRO SOCIO?
R. No, questo è diventato un nostro socio... perché doveva costituirsi parte civile...
GIANNI ZURRIA: Divenne, noi lo spalleggiammo, aveva titubanze, timori...
LINDA RUSSO: Gli abbiamo consigliato l'avvocato... D. ANCHE NEGLI ALTRI 2 PROCESSI ERANO SINGOLI COMMERCIANTI AD AVER DENUNZIATO? NON QUINDI COME AL PROCESSO DI PATTI IN CUI I COMMERCIANTI ERANO DIVERSI...
R. No, no, singolarmente
LINDA RUSSO: La prima volta in cui siamo stati riconosciuti, invece, per la costituzione di parte civile, è stato il processo Nardi, un giovane gioielliere il quale riceve la visita degli estortori nella gioielleria, chiude automaticamente le porte e dice loro "Ma sono finiti i tempi della violenza, la dobbiamo smettere, voi siete pazzi, io adesso blocco le porte e chiamo la polizia", ha bloccato le porte e ha fatto il numero della polizia, ed è passato un lasso di tempo durante il quale quelli, evidentemente, erano lì davanti a guardarlo, ad un certo punto succede che uno dei due mette la mano in tasca, lui credendo che stesse per uscire un arma, gli dice "E va bene, ammazzami, così tu mi ammazzi, vai per tutta la vita in galera anziché prendere 4 anni, però sicuramente non esci più dalla galera", quello invece tira fuori 400.000 lire, ne dà 200 al suo amico perché gli dice "In carcere ti serviranno", quindi lui arriva dai carabinieri, li arrestano, e questo processo si è risolto in 2 sedute, cioè in 2 udienze questi sono stati... c'è stata la costituzione di parte civile anche del comune di Catania, è stata accettata sia quella del comune di Catania che la nostra costituzione, questi 2 sono stati tutti e 2 incriminati, arrestati
D. QUANDO E' STATO QUESTO PROCESSO NARDI?
R. Ultimamente il mese scorso, nel '93, fine '93...
D. ED E' STATA LA PRIMA VOLTA CHE E' STATA ACCETTATA LA VOSTRA COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE?
R. Sì, per la prima volta è stata... ora invece giorno 27
abbiamo un altro processo...
D. SAREBBE IL QUARTO?
R. E sarebbe il quarto, e chiederemo, nuovamente, la costituzione...
D. IL SECONDO PROCESSO...
R. Il secondo processo era una persona che aveva denunciato nell'86, perché il suo taglieggiamento era iniziato nell'86, questo signore è andato anche al Maurizio Costanzo
D. COME SI CHIAMA?
R. Castorina, il suo caso è un caso emblematico, perché questo signore praticamente, non si ritrovò più neanche nel suo negozio, perché questi estortori prima gli chiedevano il pizzo, poi aumentavano la tangente, poi gli prestarono i soldi, poi si fecero intestare il negozio, poi gli diedero una pedatina e lo mandarono via, e lui è rimasto in mezzo alla strada ... però noi non ci siamo potuti costituire perché questo era un processo già iniziato, quindi non potevamo chiedere la costituzione...
D. GLI ESTORTORI SONO STATI CONDANNATI?
R. Poi sono stati condannati, noi lo abbiamo aiutato economicamente, perché quel poverino era... gli abbiamo pagato anche le bollette della luce e del telefono, gli abbiamo pagato l'avvocato, siamo andati in Cassazione ... c'è stato il processo in Appello e in Cassazione, e poi sono stati condannati.
D. MI PARLATE DEGLI OSTACOLI CHE AVETE INCONTRATO SIN DALL'INIZIO, E MAN MANO...
PIA GIULIA: R. Gli ostacoli sono stati soprattutto... le altre associazioni di commercianti, come la Confcommercio, ad es., oppure Associazione Industriale, per loro siamo un grumo in un occhio, perché queste associazioni, a prescindere dal fatto che appartengono ad una certa area politica, il fatto che ci sia questo tipo di movimento da parte nostra, che ancora non riescono ad inquadrarci, perché ovviamente tra i nostri associati, o le persone che da principio facevano i portavoce, c'erano persone di area progressista, ché se no non lo facevano il portavoce, uno era questo (Scuderi), l'altro era l'avvocato Guarnera della Rete, voglio dire persone di un area più... come possiamo dire...
GIANNI ZURRIA: D'azione, moderna, diciamo, d'azione moderna...
PIA GIULIA NUCCI: Ecco, d'azione moderna, mentre lei sa benissimo che Confcommercio, Associazione Industriali, sono di area governativa, governativa che dovremmo ora ricambiare
GIANNI ZURRIA: Diciamo i centristi... i centristi berlusconiani
PIA GIULIA NUCCI: Ex governativa, governativa a quell'epoca senz'altro, ovviamente... molti, purtroppo, a Catania, molti anche grossi personaggi, anche grosse famiglie imprenditoriali, ora, negli ultimi anni, si sono dovuti... mettere, in un certo senso, un pò allineati con alcuni gruppi malavitosi, mi spiego? Cioè, alcuni gruppi imprenditoriali... sono stati costretti, giocoforza, per continuare la loro... serenamente, la loro maniera di andare avanti, a scendere a patti, i cavalieri, c'è chi ce l'ha impiegati, alcuni, c'è chi deve fare i trasporti con determinate ditte, comprare determinati prodotti in un certo posto, e così, però, diciamo i suoi affari continuano ad andare avanti, però, lei capisce, che questo tipo di... compromissione, ecco, non gli fa vedere di buon occhio dei rompiscatole come noi...
GIANNI ZURRIA: Tutto sommato hanno trovato una pax
D. CERTO, VOI ROMPETE UN EQUILIBRIO...
PIA GIULIA NUCCI: R. Ecco, benissimo, è questo il discorso effettivamente di fondo...
GIANNI ZURRIA: Infatti non siamo riusciti ad atrarre, tutti i grossi gruppi, e non ci riusciremo, lo sappiamo...
D. QUAL E' L'ATTEGGIAMENTO DEI VOSTRI CONCITTADINI, COME REAGISCONO ALLE VOSTRE INIZIATIVE?
ADRIANA GUARNACCIA: R. Ci ignorano, la gente comune ci ignora, la cittadinanza ci ignora, Catania è una città difficile...
PIA GIULIA NUCCI: Catania non è una città... motivata, ecco...
GIANNI ZURRIA: Diciamo che c'è quella parte sensibile della città ascolta, viene ai convegni, viene alle nostre riunioni ecc., abbiamo avuto un grosso successo con un convegno, che abbiamo fatto un paio di mesi fa, presentando le leggi antiracket, quella nazionale e quella regionale,
eravamo terrorizzati perché pensavamo che non venisse nessuno, viceversa, stranamente, in quella circostanza c'è stata un'affluenza, un'attenzione da parte della cittadinanza, però al di là di questo fenomeno, di questo fatto, diciamo, per il resto la nostra voce si va disperdendo...
ADRIANA GUARNACCIA: Perché non ha creato una continuità, quel discorso di interesse, della presentazione della legge, poi non abbiamo avuto un afflusso di gente interessata...
GIANNI ZURRIA: Quello che abbiamo notato, che è successo, diciamo, allo scadere del secondo anno, ora nel terzo, è che chi ha bisogno però ci telefona...
D. PRIMA NON AVEVANO A CHI RIVOLGERSI...
R. Ecco, prima non avevano a chi rivolgersi, oggi chi ha bisogno ci cerca, per fortuna, debbo dire che sono casi isolati, sai chi ci cerca? Chi ha l'impatto per la prima volta, la prima richiesta, chi invece convive da anni con il fenomeno, pagando la piccola tangente di accomodamento, le 200, le 300, le 500...
PIA GIULIA NUCCI: Continua a pagare per il quieto vivere...
GIANNI ZURRIA: Molti di questi, ovviamente li conosciamo, sono anche amici nostri, imprenditori ecc., gli abbiamo parlato, gli abbiamo detto "Ma a tia cu tu fa fari?", "Ma iu sugnu tranquillu, a mia cu mi ci porta, spasciari 'na cosa, avi 5 anni, ecc., ca cu chissi ci dugnu 200 mila lire, 300 mila lire..."
PIA GIULIA NUCCI: Non c'è nessunissimo senso sociale, né lungimiranza, nel catanese, nessuna sensibilità, sotto questo punto di vista...
GIANNI ZURRIA: Cioè i vecchi equilibri non li sposti, non li sposti i vecchi equilibri, manco morto, cioè il nuovo che sente parlare di questa associazione, di questa cosa, di questa storia, soprattutto i giovani, sono più interessati.
D. QUINDI NON C'E' STATO NEANCHE UN CASO DI IMPRENDITORE, CHE PRIMA PAGAVA, E DA QUANDO ESISTE LA VOSTRA ASSOCIAZIONE HA DECISO DI NON PAGARE PIU'?
R. No, non possiamo dire, diciamo che il Castorina, in un certo senso è uno di questi, però il Castorina pagava prima, insomma...
ADRIANA GUARNACCIA: E' un caso un pò abnorme quello di Castorima...
PIA GIULIA NUCCI: No devo dire, io ho preso un appuntamento con uno che pagava tranquillamente, però cosa è successo, quando è che vengono da noi quando, perché lei sa benissimo che anche gli estortori fanno aggiornamenti di prezzi, allora praticamente al momento dell'aggiornamento qualcheduno dice "No ora basta, ora mi siddiai"...
GIANNI ZURRIA: Sì, ma anche perché sa che c'è questa nuova realtà, diciamo, ci vuole qualche cambiamento importante che leda un pochino quelli che sono gli interessi particolari, personali, dell'orticello, altrimenti, cioè il fatto sociale che il fenomeno è grave, che il fenomeno è devastante, che il fenomeno è veramente una calamità, non viene preso in considerazione, come fatto culturale diciamo...
STORIA PERSONALE, LEGATA AL RACKET DELLE ESTORSIONI, DI UNA SOCIA
DELL'ASAEC. Mio marito si occupava di pubblicità, e avevamo una piccola impresa nel paese, a Trecastagni, così niente di eclatante, ed a
un certo punto cominciarono le telefonate di estorsione a cui si rifiutò di aderire, perché poi era milanese per cui queste cose non le capiva, però dopo l'estorsione si rivolse ai carabinieri, tutte ste cose, erano altri tempi perché io sto parlando di 5 anni fa, e si è trovato nell'isolamento totale, ecco perché l'associazione può aiutare tanto queste persone così, in difficoltà...
D. NEANCHE DAI CARABINIERI HA AVUTO AIUTO?
R. No, cioè aiuto relativo perché ad un certo punto telefono sotto controllo, i carabinieri locali non avevano un'esperienza... cioè, già questi, il nucleo di Catania e già più perfezionato, allora non c'era questa... diciamo questa rete che si occupava di... o se c'era ne sconoscevamo l'esistenza, cioè lui non sapeva a chi rivolgersi, oltre ai carabinieri, allora telefono sotto controllo, tutte queste cose, non è valso a niente
perché non è successo niente, praticamente, tant'è che l'allora maresciallo gli disse "Lei ce l'ha una pistola? Bene la usi", e quindi lui si è trovato nell'isolamento totale e... e niente, aveva deciso di non pagare, poi, dopo un anno, abbiamo avuto una bomba che ha distrutto, praticamente sta show room che avevamo
a un certo punto hanno incominciato anche a minacciare la famiglia, ci telefonavano alle 2 di notte, poi noi avevamo questa ragazza che scendeva giù a Catania, a scuola, e loro sapevano gli orari... insomma da quel punto di vista lui non ha più resistito e ha incominciato a pagare...
D. QUINDI, LA LORO, ERA UNA RICHIESTA DI PIZZO, MENSILE...
R. Sì, certo, notevole, perché insomma sproporzionata per l'attività che avevamo e tutte queste cose
D. QUINDI L'ESERCIZIO ERA STATO DISTRUTTO...
R. Sì era stato distrutto però c'era una piccola assicurazione, insomma, comunque, aveva ripreso a lavorare, perché non era un negozio, era uno show room, quindi un'esposizione, comunque il danno c'è stato, ...niente ha incominciato a pagare a incominciato a pagare, naturalmente le richieste poi aumentano, poi si sa come sono queste cose... io sconoscevo tutta la storia, praticamente, perché lui aveva detto che tutto era andato a posto, tutto era andato a posto, e invece poi si vede che le richieste sono state notevoli, come poi abbiamo appurato dalla ricostruzione dei fatti, poi subentra l'usura, la solita trafila, fino a quando lui non ce l'ha fatta più... e si è suicidato 3 anni fa con la... l'abbiamo trovato in garage, si è suicidato con la macchina... ecco perché... comunque poi la storia certo non è finita là, perché questi delinquenti poi si presentarono, insomma le solite cose...
D. SI SONO RIPRESENTATI PER RICHIEDERE IL PIZZO?
R. Eh, in un certo senso, comunque poi tutto è stato sistemato, ci sono stati gli avvocati... le cose... comunque la nostra esperienza è quella, non è che pagando si risolve il problema, no assolutamente, non si risolve, perché mio marito era arrivato al punto che gli avevano proposto di lavorare per loro, e quindi a questo lui decisamente si è rifiutato... ma poi, naturalmente avrà avuto anche i suoi problemi di... la mente è un filo di capello, se solo ne avesse discusso, come si sono risolti dopo i problemi si sarebbero risolti prima, però decisamente era gente di malaffare con cui... poi si rimane intrappolati in tutto questo contesto, per cui non riesci ad uscirne più, perché è il famoso discorso o ti ammazzano o ti ammazzi o lavori per loro e muori a poco a poco, ecco, quindi...
D. TUTTO QUESTO E' SUCCESSO NEL '91, QUINDI... VOI DELL'ACIO NON AVEVATE SENTITO PARLARE?
R. No, no, ... ... d'altra parte ora è subentrata questa mentalità, infatti anche quelli che si rivolgono alla nostra associazione, e vengono veramente aiutati, cioè è un altro lo spirito, a quel tempo ci si rivolgeva all'amico, cioè l'amico che aveva avuto l'esperienza, che comunque, nella realtà che viviamo, aveva risolto questa esperienza con... pagando oppure... cioè è un tessuto che è difficile... almeno in questi paesini etnei non credo che ancora, infatti, come associazione, non facciamo presa, abbiamo fatto presa qui a Catania così, però... dai paesini che arrivano... però sai nei paesini sei conosciuto, è una cosa un pò più difficile...
D. I 300 SOCI DELL'ASAEC SONO TUTTI CATANESI?
R. Sono credo tutti catanesi, però qualcuno dalla provincia... per esempio ieri abbiamo avuto anche un'adesione da Troina, insomma, arriva qualcuno dalle provincie limitrofe, e certo noi tendiamo anche a fondare... diciamo delle associazioni nei paesi più distanti...
D. E DI QUESTI 300 NON TUTTI HANNO RICEVUTO MINACCE... ALCUNE SONO ADESIONI DI SOLIDARIETA'...
R. Sì, qualcuna sì
D. QUALCUNA? QUINDI LA MAGGIORANZA HA RICEVUTO MINACCE...
R. La maggioranza credo che abbia ricevuto minacce, gli altri qualcuno è simpatizzante ... ... io, vabbé, sento il problema anche perché operiamo anche nell'ambito della scuola, abbiamo fatto un concorso, l'anno scorso, è stato un concorso che ha avuto un successo enorme a livello scolastico, abbiamo fatto il giro delle scuole, poi è stato dato un tema che è stato affrontato sia a livello di elaborato scritto, sia a livello grafico, pittorico, poi anche a livello di spot pubblicitari, un grosso lavoro
D. APERTO A QUALI SCUOLE?
R. Alle scuole medie, hanno aderito, poi c'è stata una commissione, ci sono stati dei premi, ed abbiamo raccolto tutti questi elaborati e abbiamo una mostra itinerante, praticamente, dove ci viene richiesta noi la portiamo, questo è un progetto su cui noi puntiamo, lavorare con le scuole, cioè formare proprio la coscienza, ora abbiamo cominciato, quest'anno, a fare il giro, sempre delle scuole medie, perché riteniamo, insomma, che è da lì che parte... l'elementare è giusto parlarne, però alla media già comincia ad essere un discorso più... ... abbiamo fatto noidelle commissioni che operano nei vari settori, nel campo scolastico puntiamo molto, anche il prefetto desidera che noi facciamo...
D. E LE ALTRE COMMISSIONI DI CHE COSA SI OCCUPANO?
R. Le altre commissioni... chi si occupa dei quartieri, chi si occupa delle pubbliche relazioni con le istituzioni, insomma ci siamo un pochino... è un lavoro molto costruttivo che stiamo facendo... ... ... comunque di denunce guarda che adesso la gente denunzia, ...noi di telefonate ne riceviamo parecchie, come associazione, per cui... cioè anche noi ci muoviamo, perché ad un certo punto, contattiamo... ecco la persona non viene lasciata nell'isolamento, come avveniva un tempo... perché il fatto stesso anche che li seguiamo, anche come solidarietà, quando c'è il processo, non si sentono più soli, buttati allo sbaraglio, ecco, questa è una cosa molto importante, credo che sia la cosa che è mancata a mio marito
D. LA SOLIDARIETA'
R. Sì, cioè non ha trovato... intanto non ha trovato la strada giusta e poi le persone giuste, non ha trovato... ... è gente troppo organizzata per potere... cioè non è mettendo il telefono sotto controllo che... adesso hanno delle tecniche operative che in effetti fanno arrivare alla... cioè catturano l'estortore, e manco mio marito era sprovveduto così, però si è trovato solo con delle cose più grosse di lui... per cui poi sai i consigli degli altri "Ma paiassi, ca, da,", però devo dire che per un anno ha resistito, infatti abbiamo avuto la bomba, non è che... poi loro ti entrano in casa, a quel punto come amici, ecco.
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