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I vescovi al potere - Micaela Bongi

La linea difensiva era stata anticipata già nei giorni scorsi. Quando, giovedì sera a Annozero, una scatenata Daniela Santanché aveva dato il la puntando l'indice contro la sinistra «anticlericale» che stava tirando la tonaca al papa. Che, per carità, non ce l'aveva certo con Silvio, quando il giorno dopo (giovedì era stato il segretario di Stato Tarcisio Bertone a intervenire indirettamente sul Rubygate) aveva espresso la sua preghiera: «Le istituzioni ritrovino l'anima». Ieri, nella sua prolusione in apertura del Consiglio episcopale permanente, ad Ancona, come promesso e come temuto dai pasdaran berlusconiani, il presidente della Cei Angelo Bagnasco è tornato sull'argomento, pur senza citare espressamente Silvio Berlusconi e le notti calde di Arcore. Il Pdl riparte all'attacco degli «antiberlusconiani», tenta di confondere le acque, sottolinea le parti più gradite della prolusione (non molte in verità, e in particolare il riferimento all'«ingente mole di strumenti di indagine», che confermerebbe «l'accanimento» contro il Cavaliere). Ma in realtà, come anche il premier, ieri a Arcore, è costretto a riconoscere e nonostante i tentativi di mediazione del solito Gianni Letta, risulta ben più difficile trovare appigli. Soprattutto perché, a differenza che in occasioni anche recenti, il Vaticano e la Cei dimostrano di muoversi compatti. E di coltivare un comune obiettivo, prefigurando uno scenario politico che vede l'attuale premier uscire di scena. Per lasciare eventualmente spazio a un nuovo centrodestra che spalanchi le porte a Pier Ferdinando Casini e al suo partito della nazione. «Cambiare in meglio si può e si deve», dice il presidente della Cei. Il paese deve «ringiovanire nel suo complesso» e sia chiaro che «il vincolo religioso è stato realmente l'incunabolo da cui è scaturita la prima coscienza di una identità italiana». La prolusione di Bagnasco conferma inoltre la sintonia tra la chiesa e il capo dello Stato. Come Giorgio Napolitano, il capo dei vescovi italiani chiede che sulle note vicende si faccia «chiarezza subito nelle sedi appropriate». «Si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro - nota il presidente della Cei - e si esibiscono squarci, veri o presunti, di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza». In proposito, il cardinale cita anche la Costituzione, l'articolo 54, ribadendo che «chiunque accetta di assumere un mandato politico deve essere consapevole della misura e della sobrietà, della disciplina e dell'onore che esso comporta». E, incalza, «la collettività guarda sgomenta gli attori della scena pubblica, e respira un evidente disagio morale». Ma appunto, Bagnasco si rivolge anche alla magistratura e descrive «poteri che non solo si guardano con diffidenza ma si tendono tranelli, in una logica conflittuale che perdura ormai da troppi anni». E nel passare «da una situazione abnorme all'altra, è l'equilibrio generale che ne risente». Ma, ammonisce Bagnasco, che nella sua prolusione non dà motivi di rallegrarsi nemmeno al Pd, che a leggere l'intervento non sembra essere degno di particolare nota, «dalla situazione presente, comunque si chiariranno le cose, nessuno ricaverà realmente motivo per rallegrarsi, né per ritenersi vincitore». Alla lunga, potrebbe ritenersi appunto vincitore Casini. E anche Giulio Tremonti, che da più parti viene accreditato come l'uomo sul quale puntano diversi settori della chiesa e che avrebbe il gradimento dello stesso Ratzinger. Da notare che nella prolusione mancano elementi di attrito con la Lega, e per tutta risposta i leghisti se ne stanno prudentemente in silenzio. A scanso di equivoci, il Sir, il Servizio Informazione Religiosa della stessa Conferenza episcopale, sottolinea che se anche Bagnasco «non nomina nessuno, tutto è chiaro, tutto è chiamato per nome: viene interpretato il sentimento profondo della gente». E almeno la cattolica Eugenia Roccella, sottosegretaria alla salute e già animatrice del Family day, deve riconoscere che sì, «il cardinale esprime perplessità per la mole di strumenti d'indagine messi in campo dai magistrati, ma ribadendo il dovere alla misura e alla sobrietà per chiunque accetti di assumere un mandato politico».

 

Palla al centro. La bussola della chiesa per il dopo Berlusconi – Ida Dominijanni

Due frasi-chiave vanno incrociate, nella lunga prolusione di Angelo Bagnasco al consiglio permanente della Cei, per cogliere l'orientamento della Chiesa di fronte al disorientamento della politica italiana. La prima: «La collettività guarda sgomenta gli attori della scena pubblica, e respira un evidente disagio morale». La seconda: «Dalla situazione presente - comunque si chiariranno le cose - nessuno ricaverà realmente motivo per rallegrarsi, né per ritenersi vincitore». La prima stila una diagnosi, la seconda ristabilisce il primato della Chiesa nella guida morale della nazione (non a caso definita come «comunità di destino» con un'identità radicata nel vincolo religioso). La prima comporta la condanna, tutt'altro che implicita, di Silvio Berlusconi: «Si moltiplicano notizie che riferiscono di comportamenti contrari al pubblico decoro e si esibiscono squarci- veri o presunti - di stili non compatibili con la sobrietà e la correttezza» dovute da un uomo pubblico. La seconda comporta l'apertura di una nuova stagione politica, nella quale «i segni anche profondi, se non vere e proprie ferite» che la stagione attuale rischia di imprimere «nell'animo collettivo» avranno bisogno, per essere sanati, non di un'alternanza di governo bensì di una autorità che la Chiesa non riconosce a nessuno degli attori politici in campo ma solo a se stessa. Infatti «troppi oggi contribuiscono al turbamento generale, a una certa confusione, a un clima di reciproca delegittimazione» (e fra questi «troppi» c'è evidentemente anche la magistratura, vista «l'ingente mole di strumenti di indagine» della quale «qualcuno si chiede a cosa sia dovuta»). E allora è vero che bisogna superare «in modo rapido e definitivo» la fase «convulsa» di «debolezza etica» e di «fibrillazione politica e istituzionale». E' vero che bisogna «fare chiarezza in modo sollecito e pacato, e nelle sedi appropriate». Ma è vero soprattutto che bisogna «dare ascolto alla voce del Paese, che chiede di essere accompagnato con lungimiranza ed efficacia, senza avventurismi, a cominciare dal fronte dell'etica della vita, della famiglia, della solidarietà e del lavoro». E qui anche l'occhio meno smaliziato vede dove va a parare la diagnosi sullo stato morale della nazione: la presa di distanza da Berlusconi apre immediatamente a un'unità nazionale a baricentro centrista e sotto le insegne cattoliche. Casini? Tremonti? Non importano i nomi, basta la chiarezza perentoria sui programmi. Vita, famiglia, solidarietà, lavoro: nel corso della prolusione non mancano le specificazioni necessarie. Sulla vita, una botta contro i tentativi di «ridimensionare l'obiezione di coscienza sui temi di alta rilevanza etica». Sulla famiglia - rigorosamente fondata «sul matrimonio fra uomo e donna» e «senza ossessivi cedimenti al 'soggetto singolare' » - che viene riproposta come base del rilancio economico e della politica fiscale. Sul lavoro, in un lungo capitolo dedicato ai giovani e volto a ribadire «l'irrinunciabile mandato educativo» della Chiesa, a fianco - o al centro - della scuola e della società.. Certo, non mancano a Bagnasco argomenti del tutto condivisibili contro l'etica dominante: primo fra tutti il richiamo a una struttura relazionale della soggettività e del patto sociale, contro l'ipertrofia dell'io e l'egoismo consumista. O la distinzione cruciale fra libertà e arbitrio, contro l'equivalenza berlusconiana fra libertà e diritto di fare quel che si vuole in casa propria. O la bacchettata contro «una rappresentazione fasulla dell'esistenza, volta a perseguire un successo basato sull'artificiosità, la scalata furba, il guadagno facile, l'ostentazione e il mercimonio di sé». Che qui stiano le radici del «disastro antropologico» che ci minaccia non c'è dubbio. Che in questo disastro una Chiesa sempre più angosciata dalla decristianizzazione (cui è dedicata tutta la prima parte della prolusione) punti a uscire riguadagnando l'antico primato non solo morale ma anche politico è altrettanto certo. Dopo le parole di Bagnasco è questa la posta in gioco che si aggiunge alle altre.