liberazione - 24.7.07
Il dio unico torna di
moda, che fine ha fatto la ragione plurale?
- Paolo Scarpi
Negli ultimi due secoli, e forse qualcosa di più, l'orizzonte di un
occidente che rifletteva su di sé è stato dominato dall'idea di un laicismo
esistenziale del tutto affrancato da ogni ipoteca metastorica (pertanto
religiosa). La Francia della Terza Repubblica aveva per così dire
«inventato» la laicità e da allora in poi, pur tra molte incertezze e
contraddizioni, aveva preso sempre maggiore consistenza l'immagine di quella
che si potrebbe chiamare una «fede laica», in sintonia con uno stato laico,
democratico e morale. La laicità che si andava delineando appariva (e
appare) eticamente fondata sul rispetto dei principi di eguaglianza regolati
dal diritto positivo, così che nella sfera «civile» appaiono accolte e
abbracciate, incluse dunque, con pari dignità, tutte le differenze, tra le
quali si situa necessariamente anche ciò che possiamo chiamare con valore
generico il «religioso»: tutto all'interno di una visione che dovrebbe
essere appunto pluralista e nella quale la religione non deve essere confusa
né con la mistica, né con la soteriologia né con l'escatologia, che ne sono
soltanto manifestazioni non necessarie determinate da alcune particolari
circostanze, prima fra tutte la crisi d'identità o della presenza. Il
dibattito intorno a laico e laicismo si è rinnovato negli ultimi anni e ne
parlano con notevole frequenza le pagine culturali dei quotidiani. Ne parla
la Chiesa, attraverso le sue gerarchie. Ma non sempre si riflette a
sufficienza su ciò che è o su ciò che dovrebbero essere il laico e il
laicismo, che per certi versi sono e dovrebbero essere una conquista di una
società matura e civile, che riconosce i propri limiti e i propri confini e
su questi agisce per costruire un mondo armonico, vivibile, condiviso,
uguale. E soprattutto si perde di vista come dall'ipoteca religiosa
cristianocentrica (che non deve essere sostituita da altre ipoteche più o
meno religiose, islamocentriche o altro) sia difficile emanciparsi se il
pensiero che voglia essere laico, non ne deponga linguaggio e vocabolario e
concetti avviando una riflessione storica, critica e comparativa.
Laico (con il suo derivato, laicismo) è uno dei molti vocaboli di origine
greca di cui ci serviamo nelle nostre quotidiane conversazioni non
necessariamente colte, il quale propriamente designa qualcosa di tipico e di
specifico del popolo, in un certo senso ciò che è civile. Il cristianesimo
se ne è appropriato fin dai primi secoli e lo ha opposto a ciò che è
consacrato. Negli scritti di Basilio di Cesarea, nel IV secolo della nostra
era, che utilizza ampiamente il termine, opponendolo esplicitamente a
«ecclesiastico», si incontra addirittura la menzione di «ordini laici». Esso
era inoltre usato in contesti non ancora cristianizzati, come la versione
greca della Bibbia, per indicare l'azione di rendere pubblico qualcosa,
sottraendolo alla sfera sacra. Su questa linea si è costruita attraverso
circa due mila anni di storia una gerarchia di senso che ha contrapposto il
laico, in quanto semplice fedele, al chierico e solo con l'età contemporanea
si è andata affermando un'idea che ritiene il laico il sostenitore di un
orientamento politico e morale (il laicismo appunto) che tutela l'autorità
dello stato e l'autonomia della società civile di fronte alla Chiesa, in
opposizione polemica con il clericalismo, che al contrario ha come fine la
tutela dei diritti della Chiesa e l'applicazione dei suoi principi
nell'ordine civile. Potremmo avere l'immagine di uno stato laico garante di
una società plurale, se al termine Chiesa - che è segno evidente di quanto
la prospettiva cristiana cattolica abbia condizionato storia e pensiero
dell'Occidente e dell'Italia in particolare - sostituiamo l'espressione
«sistemi religiosi». Nondimeno oggi si parla del fallimento della società
«laica», che si sarebbe rivelata incapace di sostituire le gerarchie di
senso religiose con gerarchie di senso laiche, storicamente fondate. E' una
critica di cui si fanno promotori gli stessi «laici» e che può autorizzare
fughe in avanti (ma io direi all'indietro) nella sfera religiosa, dove la
responsabilità dell'individuo slitta verso i lidi caldi e protettivi della
fondazione metastorica e mitica, entro i quali l'«alterità» (cioè dio in
questo nostro presente) determina e legittima l'intervento umano nella
storia, sottraendolo al principio di responsabilità, che non sia quello di
una colpa o di una trasgressione o del peccato. Su questa linea di recupero
nella sfera religiosa del laicismo si innesta il recente libro del cardinale
Angelo Scola, Una nuova laicità. Temi per una società plurale (Marsilio, pp.
185, euro 15), che si firma proprio così, cardinale, a sottolineare la
destinazione e i fini per cui è stato scritto e l'auctoritas con cui intende
far valere le sue riflessioni. E' un libro che non lascia più dubbi e che
completa nel giro di pochi mesi il disegno che si poteva intravedere nei
recentissimi scritti di Benedetto XVI, dalla lectio magistralis di
Regensburg del 12 settembre 2006 al discorso tenuto nella «Conference Room»
della Diyanet, ad Ankara, in Turchia, il 28 novembre 2006, sino al Gesù di
Nazareth (Rizzoli, pp. 446, euro 19,50), dove in varie forme, espressione
indubbia di una cultura profonda e raffinata, veniva disegnata la supremazia
del cristianesimo di Roma. Scola dichiara ormai tramontato il dialogo
tecnico, di cui l'Europa si era ubriacata (dopo l'ubriacatura per il
dialogo, infatti, scrive), per spostare l'attenzione verso un diverso
dialogo con un «altro» mediato attraverso la società, la quale però deve
fare i conti con i detentori della Verità, ovviamente la Verità rivelata, da
una parte, e con il fatto che è impossibile per il cristiano agire nella
società laica etsi Deus non daretur , come se Dio non ci fosse. In pochi
mesi, dunque, il cristianesimo cattolico romano, che dichiara incompleta la
chiesa ortodossa e nemmeno una chiesa i protestanti, che lascia
implicitamente intravedere l'impossibilità del dialogo con l'Islam
attraverso i due interventi ufficiali di Benedetto XVI a Regensburg e ad
Ankara, dialogo eventualmente possibile solo sotto il manto protettore
dell'unico dio, si propone come il detentore universale dei principi a cui
si deve conformare l'esistenza dell'uomo. Eppure non è che le società
religiosamente fondate abbiano dato prove migliori di quelle laiche nella
storia. Non si contano infatti i roghi, le crocifissioni, le impalature, i
processi per eresia e per stregoneria, le crociate, le numerose fatwa, l'Index
librorum prohibitorum, l'emiro Amr Ibn al-As che nel 640 della nostra era fa
bruciare la Biblioteca di Alessandria, in omaggio alla completezza del
Corano, la lapidazione e il massacro di Ipazia, filosofa, figlia di Teone di
Alessandria, avvenuti nel 415 d. C. ad opera di una folla di fanatici
cristiani perché vestiva e insegnava «come un filosofo», forse per
istigazione del vescovo Cirillo. Il vero problema dunque è l'incapacità di
costruire forme di aggregazione che passino attraverso la ragione, il
principio di scambio e di reciprocità, dove la soluzione delle difficoltà di
relazione non deve essere lasciata a fondamenti metastorici indimostrabili.
Con tutti i difetti che gli si possono riconoscere, di fronte alle
difficoltà di dialogo degli universalismi detentori di verità assolute, solo
i politeismi erano stati in grado di costruire un sistema di tolleranze,
delimitando prima di tutto gli spazi degli dei e degli uomini, che non
dovevano in ogni caso interferire tra di loro. Ma quando i politeismi hanno
incrociato l'universalismo economico e militare degli imperi, sono
tramontati, per lasciare spazio al dio unico universale. Forse la società
che laica vuole essere, dovrebbe fare un ulteriore sforzo, senza fanatismi e
senza permettere nello stesso tempo che la sua tolleranza diventi un canale
che consenta alle intolleranze di occupare spazi, per riguadagnare una
visione etica del mondo che si fondi sulle qualità stesse dell'uomo, dove
l'«altro» comunque inteso venga incluso senza essere