|
IRAQ ARCHIVIO
ARCHIVIO IRAQ
La
Stampa 6 aprile 2006
Ma l’Iraq è diventato una base del terrore di
Barbara Spinelli
Dice Sofocle in una
tragedia perduta (Creusa) che «non è bello dire menzogne, ma quando la
verità potrebbe portare terribile rovina, allora anche ciò che non è bello è
perdonabile». Questo vale per gli individui e ancor più per la politica,
dove un certo tasso di bugie, anche se non bello, è in alcune circostanze
scusabile. I mali sorgono quando il tasso viene con spensierata insolenza
oltrepassato. In tal caso le rovine sono ingenti: primo perché le condotte
costruite su falsi smisurati si fanno incongrue al punto di impazzire;
secondo perché nessuna verità detta successivamente sarà creduta. La guerra
di Bush è un esempio di menzogna smisurata. Tre anni son passati da quando
la statua di Saddam fu abbattuta: la dittatura era feroce, non meritava di
restare in piedi. Ma le ragioni per cui una coalizione di stati invase
l’Iraq e ancora vi combatte si sono perse per strada: mentire con copiosa
insistenza si è rivelato distruttivo e autodistruttivo. La
falsità ingarbugliò innanzitutto gli scopi dell’invasione. Era una guerra
contro le armi di distruzione di massa? Contro il terrore? Contro Saddam?
Ufficialmente era la prima, poi ci si aggrappò tenacemente alla seconda, in
extremis si accennò a Saddam come vero obiettivo. Ma tale era la nebulosità
che ogni coerenza s’infranse, e oggi siamo scivolati in una quarta fase:
l’implicazione Usa in una guerra civile etnico-religiosa. Uscire da quest’ultimo
stadio è difficile perché ancora s’insiste a parlare di guerra al terrore: è
la menzogna che più fatica a morire. segue
indietro
La cultura dell’oscenità L’Unità 17.5.2005
ROBERT FISK
A
due anni dall’annuncio di “missione compiuta”, il patrimonio morale che gli
Stati Uniti potevano rivendicare alla fine dell’invasione dell’Iraq è stato da
tempo dissipato a seguito delle torture, dei maltrattamenti e delle morti ad
Abu Ghraib. Che il simbolo della brutalità di Saddam sia stato trasformato dai
suoi nemici nel simbolo della loro brutalità è l’epitaffio quanto mai ironico
dell’intera avventura irachena. Siamo stati tutti contaminati dalla crudeltà
degli addetti agli interrogatori, delle guardie e dei comandanti della
prigione.
Ma la questione non riguarda solamente Abu Ghraib. Ci sono ormai chiare e
provate correlazioni tra i maltrattamenti di Abu Ghraib e le crudeltà nella
prigione americana di Bagram in Afghanistan e a Guantanamo Bay. Stranamente il
generale Janis Karpisnki, il solo ufficiale alto in grado americano finito sul
banco degli imputati per i fatti di Abu Ghraib, ha ammesso in un colloquio
avuto con me quando avevo visitato la prigione, che un anno prima era stata a
Guantanamo Bay, ma che ad Abu Ghraib non le era permesso di assistere agli
interrogatori – la qual cosa è molto strana.
Una notevole quantità di prove è stata ormai raccolta sul sistema creato dagli
americani per maltrattare e torturare i prigionieri. Ho avuto modo di parlare
con un palestinese che mi ha fornito convincenti prove di violenze anali subite
mediante l’impiego di bastoni di legno a Bagram – ad opera degli americani, non
degli afgani.
Molte delle storie che filtrano da Guantanamo – le umiliazioni sessuali dei
prigionieri musulmani, il fatto che vengono incatenati alle sedie sulle quali
urinano e defecano, l’uso della pornografia per far sentire i prigionieri
musulmani impuri, le donne che interrogano i prigionieri succintamente vestite
(o, come accaduto in un caso, che hanno finto di spalmare il sangue mestruale
sul viso di un prigioniero) – sono sempre più confortate da prove certe. Gli
iracheni con i quali ho parlato per molte ore, riferiscono con candore delle
tremende percosse subite ad opera degli addetti agli interrogatori sia militari
che civili non solo ad Abu Ghraib, ma in numerose basi americane in altre zone
dell’Iraq.
Nel campo americano fuori Falluja i prigionieri vengono percossi con bottiglie
di plastica piene che si rompono procurando lacerazioni alla pelle. Ad Abu
Ghraib sono stati impiegati i cani per spaventare e mordere i prigionieri.
Come si è fatta strada nella “guerra al terrorismo” dell’America questa cultura
dell’oscenità? Questa ingiustizia istituzionalizzata di cui siamo stati
testimoni in tutto il mondo, gli orrendi “trasferimenti” con i quali gli
americani spediscono i prigionieri in altri paesi nei quali possono essere
bruciati, sottoposti alla tortura con le scosse elettriche o, come in
Uzbekistan, rosolati vivi nel grasso? Come ha scritto Bob Herbert sul New York
Times, ciò che apparve sconvolgente quando fecero la loro apparizione le prime
foto di Abu Ghraib è oggi routine, tipica degli abusi che hanno “permeato le
operazioni dell’amministrazione Bush”.
Amnesty International, in un agghiacciante documento di 200 pagine pubblicato
nel mese di ottobre, ha ricostruito il percorso mediante il quale i promemoria
del ministro della Difesa Donald Rumsfeld hanno contribuito a creare il sistema
di interrogatorio dei prigionieri e il modo in cui con linguaggio ambiguo sono
state autorizzate le torture. Nell’agosto del 2002, ad esempio, a pochi mesi
dal famoso discorso di Bush sotto lo striscione sul quale era scritto “missione
compiuta”, un rapporto del Pentagono affermava che “al fine di rispettare
l’implicita autorità del presidente di gestire una campagna militare, (...le
leggi americane che vietano la tortura...) debbono essere considerate
inapplicabili agli interrogatori effettuati in conformità dell’autorità del
Comandante in capo”. Cosa altro può voler dire tutto questo se non
l’autorizzazione alla tortura da parte di Bush?
Un rapporto del Pentagono del 2004 impiega parole volte a consentire agli
addetti agli interrogatori di fare ricorso alla crudeltà senza timore di subire
pesanti conseguenze in sede giudiziaria: “anche se l’imputato sa che le sue
azioni procureranno fortissimi dolori, se causare questi dolori non è il suo
obiettivo viene a mancare la richiesta, specifica intenzionalità (...per essere
considerato colpevole di torture...) anche nel caso in cui l’imputato non abbia
agito in buona fede”.
L’uomo responsabile di aver direttamente istituzionalizzato ad Abu Ghraib la
pratica di interrogatori crudeli è stato il generale di divisione Geoffrey
Miller, il comandante di Guantanamo trasferito ad Abu Ghraib per
“guantanamizzare la prigione”. Immediatamente si moltiplicarono i casi in cui i
prigionieri venivano incatenati in maniera tale da causare forti dolori o
venivano costretti con la forza a spogliarsi. Il rapporto del generale di
divisione Miller susseguente alla sua visita del 2003, parlava dell’esigenza di
impiegare ad Abu Ghraib guardie carcerarie tali da “determinare le condizioni
per interrogatori produttivi e per lo sfruttamento degli internati/detenuti”.
Secondo il generale Karpinski, il generale di divisione Miller disse che i
prigionieri “sono come cani e se gli si consente di pensare che sono qualcosa
più di un cane si finisce per perdere il loro controllo”.
La serie di prigioni sparse oggi in tutto l’Iraq sono il simbolo vergognoso non
solamente della nostra crudeltà, ma anche della nostra incapacità di creare le
circostanze in cui un nuovo Iraq potrebbe prendere forma. Si possono tenere
consultazioni elettorali e si può dare vita ad un nuovo governo, ma se si
consente la diffusione di questo morbo militare, l’intero scopo della
democrazia ne risulta falsato. Il “nuovo” Iraq imparerà da queste prigioni come
si debbono trattare i prigionieri e, inevitabilmente, i “nuovi” iracheni
assumeranno il controllo di Abu Ghraib restituendola alla condizione che la
caratterizzava sotto Saddam e allora lo scopo dell’invasione (quanto meno
secondo la versione ufficiale) sarà vanificato.
Con una insurrezione che diventa sempre più feroce e incontrollabile, salta
agli occhi il vuoto delle ridicole vanterie di Bush. Sembra proprio che la vera
missione fosse quella di istituzionalizzare la crudeltà degli eserciti
occidentali macchiando per sempre il nostro onore con le degenerazioni di Abu
Ghraib, Guantanamo e Bagram – per non parlare delle prigioni segrete che
nemmeno la Croce Rossa
può visitare e dove nessuno sa quali bassezze si consumano. Quale è, mi chiedo,
la nostra prossima “missione”?
© The Independent
Traduzione di Carlo Antonio
indietro
Il piano USA per il dominio militare globale
di
Michael Chossudovsky
8th
April 2005
Non
è stata data copertura giornalistica a questo misterioso piano militare.
Secondo
il Wall Street Journal, quest’ultimo delinea il progetto militare globale degli
USA, che consiste nel “rafforzare l’influenza degli Stati Uniti in tutto il
mondo” mediante l'aumento del dispiegamento di truppe ed un massiccio
incremento dei sistemi avanzati d’arma.
Il
documento, benché segua la linea della dottrina della guerra “preventiva”
dell'Amministrazione, così com’è dettagliata nel Progetto del Nuovo Secolo
Statunitense dei neoconservatori (PNAC), si spinge molto più lontano nella
definizione dei contorni dell'agenda militare globale di Washington.
Vi
si chiede una caratterizzazione più “proattiva" della guerra, che superi
la nozione più debole di azioni “preventive” e difensive, nella quale le
operazioni militari siano lanciate contro un “nemico dichiarato”, al fine di
“preservare la pace” e “difendere gli USA”.
Il
documento riconosce esplicitamente il mandato militare globale USA, al di là
dei teatri di guerra regionali. Questo mandato include anche operazioni
militari dirette contro paesi che non sono ostili agli USA, ma che sono
considerati strategici dal punto di vista degli interessi statunitensi.
Da
un'ampia prospettiva militare e di politica estera, il documento del Pentagono
del marzo 2005 rappresenta un piano imperiale che appoggia gli interessi
corporativi degli USA in tutto il mondo.
“Fondamentalmente,
il documento è motivato dalla convinzione che gli Usa siano coinvolti in una
lotta globale permanente, che si estende molto più in là dei campi di battaglia
specifici, come Iraq ed Afghanistan. La visione che si propone è quella di
forze armate che siano più “proattive”, concentrate nel cambiare il mondo
piuttosto che semplicemente reagire di fronte ai conflitti, come ad esempio un
attacco Nord Coreano contro la
Corea del Sud, e che assumano maggior importanza nei paesi in
cui gli Usa non sono in guerra.” (Wall Street Journal - 11 marzo 2005)
Il documento suggerisce che
l’obiettivo delle forze armate USA consiste anche in operazioni “offensive”,
anziché ordinarie, “preventive”. A questo riguardo esiste una sottile sfumatura
rispetto alle precedenti dichiarazioni sulla sicurezza nazionale, espresse dopo
l’11 settembre.
“Il
documento presenta quattro fondamentali problemi, nessuno dei quali con
riferimento a scontri militari tradizionali. Si dice ai militari di sviluppare
delle forze in grado di: stabilire accordi con stati indeboliti per
sconfiggerne le minacce terroristiche interne; difendere la patria, includendo
atti offensivi contro gruppi terroristici che pianifichino attacchi;
influenzare le decisioni di paesi situati su crocevia strategici, come Cina e
Russia; ostacolare l'acquisizione di armi di distruzione di massa da parte di
stati ostili e gruppi terroristici.”(ibidem)
Non
si pone più enfasi soltanto sulla conduzione di guerre in scenari importanti,
come abbozzato nel piano “Ricostruzione di difese, strategie, forze e risorse
degli USA per un Nuovo Secolo” del PNAC. Il progetto militare del marzo 2005
punta a cambiamenti nei sistemi d’arma, così come alla necessità di un
dispiegamento globale di forze USA in atti di mantenimento dell'ordine e di
intervento mondiali. Nella sua relazione del settembre 2000, il PNAC ha
descritto tali operazioni militari fuori dagli scenari bellici come “funzioni
di polizia”:
“Il
Pentagono deve mantenere forze per preservare l’attuale pace, in modo da non
arrivare alla conduzione di campagne militari in scenari bellici importanti...
Questi compiti costituiscono attualmente le missioni più frequenti e richiedono
forze preparate per il combattimento, ma capaci anche di operazioni poliziesche
indipendenti a lungo termine”. (PNAC -
http://www.newamericancentury.org/RebuildingAmericasDefenses.pdf-
p. 18)
Reclutamento di soldati per mantenere
l'ordine nell'Impero
Si
sottolinea con enfasi la necessità della formazione e del reclutamento di
personale militare specializzato, richiesto per controllare e pacificare forze
e fazioni autoctone in differenti regioni del mondo: “In via riservata,
l'orientamento è quello di esortare i militari a presentare soluzioni meno
dottrinarie, che includano l'invio di squadre più piccole di soldati,
culturalmente abili ad addestrare e a guidare forze autoctone”. (ibidem)
Il
documento confidenziale segnala la necessità di massicci reclutamenti ed
addestramenti di truppe. Tali truppe, inclusi nuovi contingenti di forze speciali,
Berretti Verdi ed altro personale militare specializzato, parteciperebbero, in
tutto il mondo, ad atti di mantenimento militare dell'ordine: “Funzionari della
Difesa che hanno svolto un ruolo nell'elaborazione del documento, o partecipato
allo studio, hanno detto che l’impostazione di Rumsfeld provocherà
probabilmente importanti cambiamenti nei sistemi d’armamento acquistati dal
Pentagono, e cambiamenti ancor più fondamentali nell'addestramento e nel
dispiegamento dei soldati USA in tutto il mondo. Gli Stati Uniti tenterebbero
di dispiegare queste truppe, di fronte alla minaccia di un conflitto, con molto
più anticipo di quanto abbiano fatto tradizionalmente, per aiutare le forze
armate di un governo traballante ad affrontare la guerriglia, prima che un'insurrezione
possa mettere radici ed ottenere appoggio popolare. I funzionari hanno
affermato che il piano prevede la presenza di molte squadre simili operanti in
tutto il mondo”. (ibidem)
L’intervento
militare USA non si limita al Medio Oriente. L'invio di forze speciali in
operazioni militari di mantenimento dell'ordine, camuffato da mantenimento
della pace e come addestramento, è previsto in tutte le principali regioni del
mondo.
Gran
parte di queste attività, tuttavia, sarà molto probabilmente realizzata da
compagnie private di mercenari a contratto col Pentagono, la NATO o le Nazioni Unite. È
richiesto personale militare specialista, così come speciale deve essere
l’equipaggiamento.
Il
mantenimento dell'ordine non sarà realizzato da unità regolari dell'esercito,
così come avviene in un consueto scenario bellico: “Il nuovo piano prevede una
partecipazione più attiva degli USA, come nelle recenti missioni di appoggio
militare in luoghi come Niger e Chad, dove gli USA forniscono squadre di truppe
terrestri per addestrare i militari locali in tattiche di base di contro
insurrezione. Un funzionario della Difesa ha detto, tuttavia, che future
missioni d’addestramento saranno probabilmente realizzate su scala molto più
ampia. Tra le forze armate, il corpo dei marines sta già entrando in azione più
rapidamente per colmare questa carenza e sta pianificando il trasferimento di
alcune risorse dalle missioni d’attacco anfibio tradizionali a nuove unità,
progettate specificamente per lavorare con forze straniere. Per appoggiarle, i
funzionari militari stanno considerando di tutto, dall'acquisto di
strumentazione a buon mercato per la vigilanza aerea, ad aeronavi dotate di
artiglieria, che possano essere utilizzate in complicati voli urbani per appoggiare
le truppe di terra. Una “prestazione sognata” sarebbe un aeroplano AC-130
teleguidato, che possa volare su un'area ad un'altezza relativamente bassa
finché sia necessario, per poi scendere in picchiata allo scopo di scagliare
una fulminante linea di fuoco”. (ibidem
Nuovi nemici dopo la guerra fredda
Mentre
la “guerra contro il terrorismo” ed il contenimento degli “stati canaglia”
continueranno a costituire giustificazioni e motivazioni ufficiali, Cina e
Russia vengono identificate esplicitamente nel documento riservato di marzo
come nemici potenziali.
“...
i militari statunitensi ... vogliono dissuadere le potenze emergenti, come la Cina, dallo sfidare la
dominazione militare USA. Sebbene i sistemi d’armamento fatti per combattere le
guerriglie tendano ad essere relativamente economici e a bassa tecnologia, lo
studio pone in chiaro che, per dissuadere quei paesi che tentino di competere,
i militari USA devono mantenere la loro supremazia in settori chiave ad alta
tecnologia, come la tecnologia “furtiva”, le armi di precisione ed i sistemi di
vigilanza con equipaggio e teleguidati”. (ibidem)
Benché
non si menzioni l'Unione Europea, l'obiettivo dichiarato è quello di togliere
di mezzo lo sviluppo di tutti i potenziali rivali militari.
“Cercando di seguire le orme del Lupo
Feroce”
Come
cercherà Washington di raggiungere il suo obiettivo di egemonia militare
globale?
Essenzialmente attraverso
il continuo sviluppo dell'industria USA degli armamenti, il che richiede un cambio
nell'enfasi della produzione di beni e servizi civili. In altre parole, il
continuo aumento delle spese di difesa alimenta una nuova non dichiarata corsa
agli armamenti, con ingenti quantità di denaro pubblico canalizzate verso i
principali produttori di armi statunitensi.
L'obiettivo
dichiarato è far sì che il processo di sviluppo di sistemi d’armamento avanzato
sia “tanto oneroso” che nessun altro potere al mondo possa competere o sfidare
il “Lupo feroce”, senza mettere in pericolo la sua economia civile: “Al centro
di questa strategia vi è la convinzione che gli Usa debbano mantenere un
livello così alto di evoluzione in tecnologie cruciali, che le potenze
emergenti concludano che per loro è troppo costoso perfino pensare di cercare
di competere col Lupo Feroce. Comprenderanno, secondo un consulente della
Difesa, redattore di parti del documento, che non vale la pena sacrificare il
loro sviluppo economico.” (ibidem)
Corsa
agli armamenti non dichiarata tra Europa ed USA.
Questa
nuova corsa agli armamenti non dichiarata è contro le cosiddette “potenze
emergenti”.
Mentre
menzionano Cina e Russia come minaccia potenziale, i rivali (ufficiosi) degli
USA includono anche Francia, Germania e Giappone. Gli alleati riconosciuti
degli USA - nel contesto dell'asse anglo-statunitense - sono Gran Bretagna,
Australia e Canada, oltre ad Israele (ufficiosamente).
In
questo contesto esistono attualmente due assi militari occidentali dominanti:
l'anglo-statunitense e l’alleanza concorrente franco-tedesca.
La Gran Bretagna (attraverso la British Aerospace
Systems Corporation) è fermamente integrata nel sistema di forniture per la
difesa degli USA, in società con i cinque grandi produttori d’armi
statunitensi.
Il
progetto militare europeo, dominato in gran parte da Francia e Germania,
indebolirà inevitabilmente la
NATO.
Inutile
dire che questa nuova corsa agli armamenti è fortemente legata al progetto
europeo, che prevede, sotto gli auspici dell'Unione Europea, un massiccio
riorientamento delle risorse finanziarie statali verso le spese militari. Il
fatto che il sistema monetario europeo abbia stabilito una valuta unica che
sfida l'egemonia del dollaro USA, inoltre, è intrinsecamente connesso con lo
sviluppo d’una forza di difesa integrata europea fuori dalla NATO.
Con la Costituzione Europea,
ci sarà una politica estera unificata, che comprenderà una componente di difesa
comune.
Benché
non se ne discuta mai seriamente in pubblico, è naturale che la Forza di Difesa Europea che
viene pianificata, ponga direttamente in discussione la supremazia USA in campo
militare: “Sotto un tale regime, le relazioni transatlantiche soffriranno un
colpo fatale” (secondo Martín Callanan, membro conservatore britannico del
Parlamento Europeo, Washington Times, 5 marzo 2005).
Ironicamente,
questo progetto militare europeo, benché incoraggi una corsa agli armamenti USA
- UE, è compatibile con la continuazione della cooperazione USA - UE in campo
militare.
L'obiettivo
sotterraneo per l'Europa è proteggere gli interessi corporativi dell'UE, far sì
che gli appaltatori europei possano trarre vantaggio ed effettivamente
“condividere il bottino” delle guerre condotte dagli USA in altri luoghi.
In
altre parole, ponendo in discussione il Lupo Feroce da una posizione di forza,
l'UE tenta di mantenere il suo ruolo come “socio” degli USA nelle sue diverse
operazioni militari.
Vi
è la convinzione, particolarmente in Francia, che l'unico modo per creare buone
relazioni con Washington, sia emulare il Progetto Militare Statunitense:
adottare cioè una strategia simile per rafforzare i sistemi avanzati
d’armamento europei.
In
altri termini, stiamo parlando di una fragile relazione d’amore/odio tra la Vecchia Europa e
gli USA, per quanto concerne sistemi di difesa, industria petrolifera, alte
sfere bancarie, finanze e mercati di valuta.
La
questione importante è come questa fragile relazione geopolitica si svilupperà
in termini di coalizioni ed alleanze negli anni a venire.
Francia
e Germania hanno accordi di cooperazione militare tanto con la Russia, quanto con la Cina.
Le
industrie europee di difesa forniscono alla Cina armamenti avanzati.
In
ultima istanza, l'Europa è considerata dagli USA un'usurpatrice e non è da
escludere un conflitto militare tra superpotenze occidentali concorrenti.
(Per
maggiori dettagli, si veda “The Anglo-American Axis” di Michel Chossudovsky -
http://globalresearch.ca/articles/CHO303B.html)
La
Vecchia Europa dello
scetticismo, di fronte alle presunte armi di distruzione di massa (ADM)
dell'Iraq e della condanna totale (nei mesi precedenti l'invasione del marzo
2003), ha accettato ampiamente, (dopo l'invasione), la legittimità
dell'occupazione militare dell'Iraq da parte degli USA, nonostante l’assassinio
di civili ed i modelli dell'Amministrazione Bush relativi a tortura e a omicidi
politici.
Per
crudele ironia, la nuova corsa agli armamenti USA - UE è diventata il percorso
scelto dall’Unione Europea, per stimolare le “relazioni amichevoli” con la
superpotenza statunitense.
Invece
di opporsi agli USA, l'Europa ha adottato la “guerra contro il terrorismo”.
Collabora attivamente con gli Stati Uniti nell'arresto di presunti terroristi.
Vari paesi dell'UE hanno promulgato leggi antiterroristiche tipo Grande
Fratello, che costituiscono una versione “copia-incolla” della legislazione di
Sicurezza Interna degli USA.
L'opinione
pubblica europea è ora galvanizzata dall'appoggio alla “guerra contro il
terrorismo”, da cui traggono ampi profitti il complesso militare industriale
europeo e le compagnie petrolifere. A sua volta la “guerra contro il
terrorismo” fornisce anche una traballante legittimità al piano di sicurezza
UE, sotto la
Costituzione Europea. Quest’ultima è giudicata ogni volta con
maggiore incredulità, come pretesto per attivare misure da stato poliziesco e
contemporaneamente smantellare lo stato sociale e la legislazione del lavoro a
livello europeo.
Anche
i mezzi d’informazione europei, da parte loro, sono diventati attori nella
campagna di disinformazione. I “nemici esterni”, presentati fino alla sazietà
nelle catene televisive da entrambi i lati dell'Atlantico, sono Osama Bin Laden
ed Abu Musab Al-Zarqawi. In altre parole: la campagna di propaganda serve per
camuffare utilmente la continua militarizzazione delle istituzioni civili, che
simultaneamente si sta realizzando in Europa e negli USA.
Cannoni e burro: la scomparsa dell'economia
civile
La
proposta Costituzione dell'UE richiede una massiccia dilatazione delle spese
militari in tutti i paesi membri, ad ovvio detrimento dell'economia civile.
Il
limite del 3% nei disavanzi preventivi annuali dell'Unione Europea implica che
l'espansione delle spese militari sarà accompagnata da un taglio massiccio in
tutti i generi di spese civili, compresi i servizi sociali, le infrastrutture
pubbliche, l'appoggio governativo all'agricoltura ed all'industria.
A
tale riguardo, “la guerra contro il terrorismo” serve da pretesto al contesto
delle riforme neoliberiste. Rende possibile l'accettazione pubblica
dell'imposizione di misure d’austerità, che danneggiano i programmi civili, in
funzione del fatto che c'è bisogno di denaro per rafforzare la sicurezza
nazionale e la difesa all'interno.
La
crescita delle spese militari in Europa è direttamente correlata al
rafforzamento militare USA. Quanto più spendono gli USA per la difesa, tanto
più vorrà spendere l'Europa per sviluppare la propria Forza di Difesa Europea.
Per “non essere da meno degli altri”, in tutto ciò che è buono e degno, vale a
dire: per una causa come la battaglia contro i “terroristi islamici” e per la
difesa della patria.
L'ampliamento
dell'UE è direttamente connesso allo sviluppo ed al finanziamento
dell'industria degli armamenti europea. Le potenze dominanti europee hanno
disperatamente bisogno del contributo dei dieci nuovi membri per finanziare il
rafforzamento militare dell'UE. In questo senso, la Costituzione Europea
richiede “l'adozione di una strategia di sicurezza per l'Europa, accompagnata
da impegni finanziari relativi alle spese militari” (Rapporto Europeo - 3
Luglio 2003).
In
altre parole, attraverso la Costituzione Europea, l'ampliamento dell'UE tende
ad indebolire l'alleanza militare atlantica (NATO).
Il
contraccolpo per l'occupazione ed i programmi sociali è un sottoprodotto
inevitabile dei progetti militari statunitense ed europeo, i quali canalizzano
ingenti quantità di risorse finanziarie dello Stato verso l'economia di guerra,
a spese dei settori civili.
I
risultati sono: chiusure di fabbriche, bancarotte nell'economia civile,
un'ondata crescente di povertà e disoccupazione in tutto il mondo occidentale.
Inoltre, contrariamente agli anni ‘30, lo sviluppo dinamico dell'industria
degli armamenti crea pochissimi nuovi posti di lavoro.
Al
tempo stesso, mentre fiorisce l'economia occidentale di guerra, il
trasferimento della produzione di beni manufatti civili a paesi del Terzo Mondo
è aumentato, negli ultimi anni, ad un ritmo drammatico. La Cina, che costituisce di gran
lunga il maggior produttore di beni manifatturieri civili, ha aumentato nel
2004 le sue esportazioni di tessili verso gli Stati Uniti dell’80,2%,
comportando un'ondata di chiusure di fabbriche e di perdite di posti di lavoro.
(WSJ - 11 marzo 2005)
L'economia
globale è caratterizzata da una relazione bipolare. I paesi occidentali ricchi
producono armi di distruzione di massa, mentre i paesi poveri producono beni di
consumo manifatturieri. Secondo una logica deformata, i paesi ricchi utilizzano
i loro sistemi d’armamento avanzati per minacciare o lanciare guerre contro i
paesi poveri in sviluppo, i quali, per contro, forniscono ai mercati
occidentali grandi quantità di beni di consumo, prodotti in fabbriche
d’assemblaggio, con manodopera a basso costo.
Gli
USA, in particolare, si sono basati su questa fornitura economica di beni di
consumo per chiudere una gran parte del loro settore manifatturiero, mentre
contemporaneamente hanno dirottato risorse dell'economia civile alla produzione
di armi di distruzione di massa. L’uso di queste, per amara ironia, è
programmato contro la Cina,
paese che fornisce agli USA una gran parte dei beni di consumo.
Tratto
da:
http://www.uruknet.info/?p=10963
Articolo
originale:
http://globalresearch.ca/articles/CHO503A.html
link:
http://www.stopusa.be/scripts/texte.php?section=CL&langue=0&id=23708
indietro
_________________________________________________________
Chi sono i veri terroristi in Iraq?
domenica 11 aprile 2004 di Tariq Ali
Tariq
Ali, militante antimperialista pachistano che vive da lungo tempo in
Inghilterra e dirige la New Left Review,
ha pubblicato alla fine del 2003 un bel libro,
Bush in Babylon,
che ricostruisce la storia dell’Iraq e dei suoi conflitti fra classi ed
etnie a partire dalla fondazione di questo stato (una creazione artificiosa
dell’imperialismo britannico) alla fine della prima guerra mondiale (il
libro è stato pubblicato in Italia da Fazi editore col titolo
Bush in Babilonia). Tariq Ali ci parla
della storia dell’Iraq per farci comprendere meglio la sua situazione
attuale, di paese occupato dall’imperialismo occidentale, e le possibili
prospettive della resistenza a tale occupazione.
Per gentile concessione dell’editore
pubblichiamo una parte dell’introduzione che Tariq Ali ha scritto
appositamente per l’edizione italiana.
Al lettore italiano dopo la
strage di Nassiriya
Caro lettore,
l’Iraq è ancora oggi teatro di incredibili sofferenze, del tipo che solo
esseri umani che agiscano per conto di Stati e governi (autoritari e
democratici) sono capaci di infliggere ad altri esseri umani. L’lraq, oggi,
è il primo paese nel quale possiamo studiare l’impatto di una conquista e
una colonizzazione datate ventunesimo secolo.
Era per prevenire una tale calamità che, il 15 febbraio 2003, più di dieci
milioni di persone hanno marciato per le strade del mondo. Solo a Roma, ce
n’erano due milioni. Presumo che molti di voi fossero a quella
manifestazione. Perché, allora, tante persone che si sono opposte
attivamente alla guerra hanno assunto un atteggiamento passivo di fronte all
’ occupazione? È possibile che la mentalità coloniale, che molti di noi
avevano sperato fosse un triste ricordo del passato, sia ancora radicata
nell’inconscio collettivo del Nord del mondo? O lo è la convinzione, a essa
collegata, che la civiltà occidentale debba essere imposta con le bombe alle
popolazioni degli Stati recalcitranti? O forse si tratta del semplice
desiderio di fare del bene, per cui l’imperialismo è visto come una
combinazione di Oxfam e McDonald’s? 0 forse quelli tra voi che non erano a
favore della guerra credono tuttavia che il ritiro delle truppe sarebbe
sbagliato e che l’occupazione/colonizzazione sia il male minore? Accadde lo
stesso, quando Mussolini occupò l’Albania e l’Abissinia? Certo, era un
dittatore fascista. Ma se i politici eletti democraticamente si comportano
in maniera simile, perché le loro azioni dovrebbero essere considerate
accettabili? Per chi si trova a subire, c’è ben poca differenza.
Contro la guerra ma a favore
dell’occupazione? Questa è evidentemente l’opinione dei leader dei Ds, come
anche dei loro amici che dispongono di spazio illimitato sulle pagine della
Repubblica, i quali
preferirebbero una maschera ONU, sebbene questo non cambierebbe il carattere
dell’occupazione, né della lotta che viene condotta contro di essa. Quando
Bernando Valli definisce "terrorismo" la resistenza irachena chiude
deliberatamente gli occhi davanti alla verità. Anche negli Stati Uniti la
decisione di riferirsi alla lotta irachena con il termine di "azioni di
guerriglia" o"insorti" piuttosto che "resistenza" è stata presa dai
direttori editoriali del Los Angeles
Times e del New York Times,
scavalcando gli inviati che seguivano la guerra in Iraq. Che giornalisti del
calibro di Valli diventino propagandisti del governo è allo stesso tempo
inspiegabile e imperdonabile. Significa negare al popolo iracheno il diritto
alla determinazione del proprio futuro. Significa accettare che il
"Consiglio Nazionale Iracheno" altro non sia che uno strumento del potere
americano.
E tutto questo dopo il 12
novembre 2003, il giorno fatale in cui la base dei carabinieri italiani a
Nassiriya è stata attaccata dal maquis
iracheno e sono stati uccisi degli italiani al servizio dell’occupazione.
Una domanda, caro lettore. La frase precedente suona strana anche a te?
Perché c’è una base dei carabinieri italiani nell’Iraq del Sud? Per aiutare
la "ricostruzione"? Aiutare chi? A ricostruire cosa?
Una valutazione più
equilibrata si può leggere sulla New
York Review of Books del 18 dicembre 2003 (e presumo nella sua
edizione italiana), che raccomanderei a Valli e D’Alema. Il giornalista Mark
Danner nell’ articolo "Delusions in Baghdad" riporta una sua conversazione
con un ufficiale italiano addetto alla sicurezza, due settimane prima del 12
novembre. Cosa ha detto il militare al giornalista americano? Stando a
Danner:
Parlò chiaro: disse che chiunque aiuti
gli americani sarà un obiettivo; che gli americani non possono proteggere i
propri alleati e garantire sicurezza agli iracheni; che il disordine cresce
e che la decisione di collaborare con gli americani, i quali nel loro
isolamento sembrano una presenza poco autorevole e in ogni caso effimera,
non è la mossa più prudente; che la guerra, nonostante tutte le belle parole
che il presidente Bush può pronunciare dalla sua portaerei, non è finita.
Sono i servili politici italiani, con la loro ansia di dimostrare la propria
fedeltà, ad essere responsabili della morte degli italiani a Nassiriya. Loro
sarebbero dovuti essere bersaglio della stampa democratica italiana, non gli
iracheni che stanno cercando di liberare il paese. Noi sappiamo che
certamente Silvio Berlusconi e il suo principale compagno, Gianfranco Fini,
non sono grandi ammiratori della Resistenza italiana. Non ci si può
aspettare che improvvisamente sostengano una variante irachena o
palestinese. Il summit di Fini con Ariel Sharon è stato simbolico da diversi
punti di vista. È stato carino da parte sua chiedere scusa per l’
"antisemitismo" italiano, ma non per il fascismo in toto. Dopo tutto, è
andato lì per appoggiare la costruzione di un muro che agli israeliani
ricorda molto il ghetto. E poi entrambi questi grandi leader, che hanno
molto in comune, hanno parlato della necessità di combattere il
"terrorismo". Quello che voglio dire è che non ci si può aspettare che la
destra italiana appoggi una resistenza contro l’occupazione imperialista, ma
l’opposizione si sbaglia se crede che una combinazione di Guantanamo e Gaza
sia uguale a "libertà per l’Iraq".
(...)
Gran parte degli iracheni
vede le truppe d’occupazione come i veri "terroristi stranieri". Perché?
Perché una volta che occupi un paese, devi comportarti da colonizzatore. Ciò
accade anche dove non c’è resistenza, come nei protettorati del tipo Bosnia
e Kosovo, ma dove c’è una lotta armata contro l’occupazione, allora l’unico
modello possibile è quello dell’occupazione israeliana della Palestina. E
sono dei consulenti militari israeliani che ora stanno istruendo i soldati
statunitensi su come trattare gli arabi recalcitranti. E non si addice ai
commentatori occidentali come Valli, per non parlare degli abbattuti e
intimiditi giornalisti del Corriere
della Sera, i cui paesi stanno occupando l’Iraq, dettare le
condizioni a quelli che si oppongono. È una brutta occupazione, e questo
determina la risposta. Ci sono più di quaranta diverse organizzazioni di
resistenza in Iraq, grandi e piccole. Sono composte da baathisti, comunisti
dissidenti disgustati dal tradimento del Partito Comunista Iracheno che ha
appoggiato l’occupazione, nazionalisti, gruppi di soldati e ufficiali
congedati dagli occupanti e gruppi religiosi sunniti e sciiti (anche se
questi ultimi sono ancora molto esigui). In altre parole, la resistenza è
prevalentemente irachena, anche se non sarei sorpreso se altri arabi
stessero attraversando i confini per prendervi parte. Perché non dovrebbero?
Se ci sono polacchi e ucraini e bulgari a Baghdad e Najaf, italiani a
Nassiriya, inglesi a Bassora, spagnoli a Baghdad, perché gli arabi non
dovrebbero aiutarsi l’uno con l’altro? Il fattore chiave della resistenza,
oggi, è che essa è decentralizzata: il classico primo stadio della
guerriglia contro un esercito invasore. Se questi gruppi passeranno o no al
secondo stadio e istituiranno un Fronte Nazionale di Liberazione Iracheno,
questo resta da vedere.
Per quanto concerne il ruolo
di "onesto mediatore" dell’ONU, togliamocelo dalla testa, specialmente in
questo paese. Parte del problema è proprio questo. Lasciando da parte il suo
operato precedente (come fautore delle sanzioni killer , e sostenitore dei
settimanali bombardamenti aerei angloamericani sull’Iraq per dodici anni),
il 16 ottobre 2003 il Consiglio di Sicurezza ha fatto un’altra figura
vergognosa salutando con favore "l’atteggiamento positivo della comunità
internazionale verso un Consiglio Governativo ampiamente rappresentativo
[...] e il sostegno agli sforzi del Consiglio Governativo per mobilitare la
popolazione dell ’Iraq" .E ci si è affrettati ad assegnare il seggio
dell’Iraq nell’ONU a un impostore raggiante di gioia, Ahmed Chalabi. Non si
può fare a meno di ripensare all’insistenza degli Stati Uniti e della Gran
Bretagna perché Pol Pot conservasse il suo seggio per più di un decennio,
dopo essere stato rovesciato dai vietnamiti. L’unica vera norma riconosciuta
dal Consiglio di Sicurezza è la forza bruta, e oggi esiste una sola e unica
potenza in grado di impiegarla, ed è per questo che per molti, nell’emisfero
meridionale e altrove, ONU significa Stati Uniti, nonostante la strana
ostentazione del contrario. L’atteggiamento di Bush nei confronti dell’ONU
non è del tutto dissimile da quello di Mussolini verso il parlamento
italiano nei primi dieci anni del fascismo, quando disse all’assemblea
riunita che avrebbe potuto scioglierla e trasformarla in un "bivacco di
manipoli", ma non lo faceva perché tutti volevano leccargli i piedi.
L’Oriente arabo è oggi teatro
di una duplice occupazione: l’occupazione americano-isrealiana di Palestina
e Iraq. Se inizialmente i palestinesi erano demoralizzati per la caduta di
Baghdad, l’emergere di una resistenza li ha incoraggiati. Dopo la caduta di
Baghdad, il guerrafondaio leader israeliano, Ariel Sharon, disse ai
palestinesi: "Tornate in voi, ora che il vostro protettore è finito". Come
se la lotta palestinese dipendesse da Saddam o da qualsiasi altro individuo.
Questa vecchia concezione coloniale che gli arabi siano persi senza un capo
viene attualmente contestata a Gaza e Baghdad. E, contrariamente alla
propaganda americana, se Saddam dovesse morire domani, la resistenza
aumenterebbe, piuttosto che spegnersi.
(traduzione di Francesca Minutiello)
indietro
Iraq,
il colore viola
IDA DOMINIJANNI
da "il manifesto" del 01 Febbraio 2005
http://www.ilmanifesto.it/g8/dopogenova/41ffc4ff59e18.html
Il colore viola sul dito degli elettori iracheni diventerà d'ora in poi
il simbolo del trionfo della democrazia in Iraq e della sua esportabilità
(armata) ovunque nel mondo? Realisticamente credo che dovremmo rispondere di
sì, unendoci a gran voce al coro dei cantori della vittoria politica e
simbolica dell'amministrazione Bush. Di questo trionfo siamo soddisfatti, ne
sentiamo nutrito l'orgoglio di appartenere a quel pezzo di mondo che si chiama
Occidente e che alla democrazia ha dato i natali e l'ambizione universalista?
Realisticamente credo che dovremmo rispondere di no, separandoci nettamente da
quel coro. Come stiano assieme questo sì e questo no, è un paradosso che non è
ascrivibile allo «scetticismo» che gli entusiati del voto di domenica
rimproverano ai pacifisti e a quanti hanno contestato l'occupazione dell'Iraq,
la strategia della guerra preventiva e l'esportazione armata della democrazia.
E' ascrivibile invece e purtroppo allo stato in cui versa la democrazia: in
Occidente dov'è radicata, prima che in Iraq dov'è stata violentemente
impiantata. I cronisti della storica giornata elettorale e chi conosce bene la
situazione irachena avranno modo di analizzare minutamente le percentuali
promettenti di partecipazione al voto, le fratture politiche, etniche e
religiose che tuttavia sottostanno ad esse, i conflitti che inevitabilmente
continueranno a imperversare, l'altolà che le urne sembrano aver dato al
terrorismo, le piegature che l'occupazione dei «volenterosi» prenderà da qui in
avanti. A noialtri resta il compito di interrogarsi sulla forbice che divide la
fiducia nel rito elettorale di quegli otto milioni di iracheni, donne e uomini,
dalla sfiducia che lo contrassegna nelle democrazie occidentali. E non è
sopportabile il paternalismo di alcuni commenti della prima ora, che ci
invitano a sciacquare il disincanto apatico e spesso astensionista delle
democrazie mature nell'acqua fresca del neonato senso civico iracheno, e
accusano di razzismo chi ha osato dubitare che la democrazia possa essere
esportata a viva forza laddove non c'è ancora. Come sempre, sono accuse che
vanno rovesciate sull'ipocrisia di chi le fa. Non era della ricettività
democratica, per così dire, degli iracheni che dubitavamo; era, ed è, della
qualità della merce esportata e dei suoi venditori.
Gli iracheni hanno tutte le ragioni per riporre fiducia,
speranza ed entusiasmo in un atto che comunque offre a una società sofferente e
segnata dalla dittatura e dalla guerra una possibilità di espressione e di
scelta. Ma noi avremmo tutte le ragioni, e qualche dovere, per interrogarci sul
peso e l'efficacia effettiva di quell'atto in quelle condizioni; e
sull'immagine della democrazia in Occidente che, come in uno specchio, l'Iraq
di domenica ci rimanda. Fahmi Hweidi, firma autorevole del quotidiano egiziano Al Ahram e di altre testate del mondo arabo, in un articolo
pubblicato ieri dal Corriere della Sera ha
acutamente evidenziato le contraddizioni insite in democrazie che vengono
impiantate su terreni privi di libertà, e in «libere elezioni» che si svolgono
in assenza di libere opinioni pubbliche. Ma non è solo questo il punto. Il
punto è che l'Occidente esporta un'idea e una pratica di democrazia ridotta al
solo rito elettorale, e a un rito elettorale tutt'altro che trasparente, prima
che a Baghdad, in casa nostra: dove fra ogni testa e ogni voto si frappone una
montagna di opacità fatta di potentati economici e manipolazione massmediatica,
la frequentazione delle urne non contrasta la crisi verticale della
rappresentanza e della partecipazione, la libertà di voto non compensa la
caduta della libertà politica. E' questa la democrazia che esportiamo con le
armi, e che ha bisogno delle armi per essere esportata; è questa la democrazia
che trionfa, e del cui trionfo c'è poco da gioire. E' di noi che parla l'Iraq.
Manifesto - 1.2.05
indietro
Da parte di Curzio (inviatomi da Lorenzo
conques@libero.it
)
Un documento dall’ International Action Center sulle
Elezioni in Iraq
“una storia, raccontata
da un idiota, piena di rumore e violenza,
che non significa
nulla.”
-William Shakespeare
I media e l’Amministrazione
Bush stanno marciando a pieno ritmo nello strombazzare le elezioni di domenica,
30 gennaio 2005, come una vittoria per la democrazia. Comunque, queste
elezioni non variano nulla nel panorama Iracheno. Il giorno dopo le elezioni,
il popolo dell’Iraq si è svegliato ancora con i 150.000 soldati USA che
occupavano il loro paese, con Ayad Allawi, il designato capo dello stato in
attività CIA, e con i progetti del Pentagono per la costruzione di 14 basi
militari permanenti che tranquillamente andavano avanti.
Democrazia significa,
“legge del popolo”. Quello che è avvenuto domenica semplicemente prosegue la
legge dell’occupazione militare e di un governo imposto.
Queste sono state
elezioni prive di significato.
Questo lavoro del
teatrino della politica non può essere assolutamente descritto precisamente
come una elezione. In una elezione, coloro che votano vanno a scegliersi i
candidati, che poi entreranno in carica ed eserciteranno il potere in qualche
misura.
In queste elezioni, i
votanti non sono andati al voto per un candidato, e nemmeno per un partito
politico. Invece si sono recati alle urne per una lista, che includeva diversi
partiti o candidati che individualmente non vi era modo di conoscere.
Queste liste erano state
approvate dall’Alto Commissariato per le Elezioni designato da Bremer. I nomi
dei 7.700 candidati non erano disponibili pubblicamente, cosicché non vi era
modo di conoscere in favore di chi effettivamente si era votato.
I candidati che verranno
selezionati alla fine di questo processo non eserciteranno alcuna autorità
esecutiva o legislativa. Formeranno solamente una assemblea nazionale
provvisoria, che delineerà una Costituzione, sotto la supervisione degli
occupanti.
Non è stata data al popolo
Iracheno l’opportunità di votare sull’occupazione, è stato concesso loro solo
di votare per delle liste anonime, che rappresentano candidati approvati dagli
USA, che non avranno alcun potere di modificare i piani USA per la
colonizzazione dell’Iraq.
Naturalmente, il popolo
dell’Iraq desidera votare in libertà e in elezioni limpide per determinare il
proprio futuro, ma l’occupazione non era oggetto del voto, e così viene
respinta qualsiasi pretesa che sia avvenuta una elezione degna di questo
nome.
Le più di 100.000 persone
che sono state ammazzate dagli Stati Uniti durante questa guerra non hanno
avuto l’opportunità di votare. Nemmeno l’hanno avuta i prigionieri nelle camere
di tortura di Abu Ghraib.
Ritornando all’Iraq del
1955.
È significativo come
l’Amministrazione Bush stia conclamando che queste sono le prime elezione
democratiche da cinquant’anni a questa parte. Si fa riferimento alle ultime
elezioni democratiche tenute sotto il regime monarchico insediato dagli USA e
dalla Gran Bretagna per eleggere una camera di consiglio, che comunque non
aveva poteri esecutivi o legislativi. La sola sua funzione era quella di
provvedere una facciata di legittimità ad un regime fantoccio; le elezioni non
cambiavano il fatto che il popolo Iracheno si trovava sotto l’oppressione delle
compagnie petrolifere Statunitensi e Britanniche.
Meno di tre anni più tardi,
una sollevazione rivoluzionaria popolare di massa abbatteva la monarchia
corrotta e, già da quel tempo, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stanno
tentando di riportare l’Iraq al medesimo stato semi-coloniale. Queste elezioni
fanno parte di questo loro piano.
Il governo USA non ha
mai dimostrato alcun interesse a portare la democrazia in Medio Oriente. L’ex
Segretario di Stato USA Henry Kissinger ha delineato la politica degli Stati
Uniti nella regione quando affermava che “il petrolio del Medio Oriente è
troppo importante per lasciarlo in mano agli Arabi.” Gli USA non hanno messo in
atto alcun tentativo per portare la democrazia in nessuna delle nazioni di
quell’area, dove loro però mantengono truppe: i popoli del Kuwait, dell’Arabia
Saudita, e degli Emirati Arabi Uniti vivono tutti sotto monarchie feudali,
senza libere elezioni, diritti civili, diritti di associazione o diritti per le
donne.
Queste sono state
elezioni sotto occupazione.
È importante
enfatizzare le circostanze sotto le quali si sono tenute queste elezioni. Più
di 150.000 soldati occupano il paese, pattugliando le strade con armi puntate
contro il popolo Iracheno. Attraverso
tutto l’Iraq, le forze di occupazione USA hanno imposto una serie di misure di
sicurezza senza precedenti – compresi coprifuochi del tipo “sparate a vista”,
chiusura delle frontiere, restrizioni sulla circolazione delle auto e sui
viaggi all’interno dell’Iraq.
Queste elezioni si
sono svolte sotto la supervisione dell’Ambasciatore USA John Negroponte.
Negroponte ha prestato servizio come Ambasciatore USA in Honduras nel
periodo 1981-1985 ed è stato coinvolto con i terroristi della Contra e con gli
squadroni della morte. Mentre era Ambasciatore, l’Honduras costituiva la
piattaforma di lancio dalla quale l’Amministrazione Reagan conduceva i suoi
violenti attacchi contro i popoli del Nicaragua, El Salvador, e Guatemala.
Il predecessore di
Negroponte, Paul Bremer, aveva fissato le regole per queste votazioni.
L’organizzazione che conduceva le elezioni, l’Alto Commissariato per le
Elezioni, era stata insediata da Bremer, e aveva l’autorità di escludere
qualsiasi partito che non incontrava il beneplacito di Washington. Prima di
abbandonare il suo posto, Bremer emetteva una serie di clausole, che non
potevano essere rovesciate da nessuna elezione. Molti di questi articoli, che
sono in violazione del diritto internazionale, hanno a che fare con il
saccheggio delle risorse dell’Iraq e con il controllo della sua economia da
parte delle Corporations USA. Questo non ha costituito materia di voto
per il popolo Iracheno, decisioni che influenzano sul suo futuro sono state
prese dal governo di occupazione agli ordini di Wall Street.
Ad assistere
Negroponte ci hanno pensato due organizzazioni con base negli USA con una lunga
pratica di manipolazione di elezioni all’estero a beneficio degli interessi
delle compagnie Statunitensi, l’Istituto Nazionale Democratico per gli Affari
Internazionali (NDI) e l’Istituto Internazionale Repubblicano (IRI).
Entrambe le organizzazioni lavorano in stretto collegamento con la Fondazione Nazionale
per la Democrazia
e con l’Agenzia USA per lo Sviluppo Internazionale, gruppi usati da molto tempo
dalla CIA per operazioni sotto copertura all’estero.
Ad esempio, sono state
implicate nell’orchestrare il colpo di stato fallito e i ripetuti referendum in
Venezuela, nel tentativo di abbattere il Presidente Hugo Chavez, eletto
democraticamente dal popolo.
Entrambe le organizzazioni
sono coinvolte nella manipolazione delle elezioni in Ucraina per assicurare
l’insediamento di un capo di stato filo Stati Uniti.
Elezioni del tutto
simili si sono svolte durante la guerra degli Stati Uniti contro il popolo del
Vietnam. Erano state condotte sotto l’occupazione militare, amministrate
dagli USA, e non si erano svolte in nessun modo per qualche reale forma di
auto-governo. Nessuna delle elezioni gestite dagli USA in Vietnam sono riuscite
a conferire legittimità al governo di occupazione o a mettere fine alla
resistenza.
Allo stesso modo, queste
elezioni sono state condotte sotto la minaccia delle armi, amministrate da un
criminale di guerra, e sotto la direzione delle Corporations con copertura CIA.
Pretendere che tutto questo
abbia a che fare con la democrazia, è oltraggioso!
Queste elezioni
non hanno alcuna credibilità.
Queste elezioni sono
risultate quasi uniche, dato che non vi erano osservatori internazionali. Non
vi era alcuna fonte esterna a monitorare il modo di votare, l’integrità delle
schede, o lo scrutinio. Il solo gruppo di monitoraggio era costituito da
osservatori addestrati da gruppi come l’Istituto Nazionale Democratico, in
altre parole dalla CIA.
In assenza di osservatori internazionali per il controllo
del processo di voto, le elezioni sono tanto credibili quanto che la gente sia
corsa a votare: l’Amministrazione Bush, che ha mentito sulle armi di
distruzione di massa, che ha mentito sui collegamenti fra Al Qaeda ed Iraq,
mente su tutto quanto sia associato a questa guerra e all’occupazione.
Queste elezioni
costituivano una campagna di pubbliche relazioni.
L’opposizione
all’occupazione è andata in crescendo negli USA. Molta gente, compresi membri
del Congresso, hanno cominciato a domandare la fine dell’occupazione. Le
elezioni erano state organizzate per creare l’illusione di un progresso, in
modo più rilevante dell’impostura del trasferimento di poteri avvenuto il 28
giugno dell’anno scorso.
L’idea era quella di creare
una nuova “fiction” per dare legittimità all’occupazione. Le falsità sulle armi
di distruzione di massa erano state svelate. La falsità che il popolo dell’Iraq
fosse coinvolto negli attentati dell’11 settembre è stata rigettata. Così ora,
l’Amministrazione Bush sta sollevando la causa delle democrazia per
giustificare una occupazione che continua.
La rivendicazione che
gli USA sentono la necessità di portare la democrazia in Iraq,
che questo paese
piomberebbe nella guerra civile senza la presenza delle truppe USA, è razzismo
puro. Si tratta del rimasticamento di argomenti usati dall’Impero Britannico e
da altri imperialismi per giustificare la colonizzazione di intere nazioni.
Molte delle persone
che sono andate a votare, hanno preso parte alle elezioni pensando che questo
faccia parte di un processo che dovrebbe portare alla fine dell’occupazione del
loro paese. Tutti i sondaggi indicano che la stragrande maggioranza degli
Iracheni esige l’immediata fine dell’occupazione. Quando gli Iracheni realizzeranno
che le elezioni sono servite solo per giustificare una occupazione ulteriore e
il saccheggio della loro nazione, questo indurrà lo sdegno e la resistenza a
livelli ancora più alti.
Il mito di un’alta
partecipazione.
Malgrado le
proclamazioni dei media di una partecipazione altissima, in molte zone i seggi
elettorali risultavano chiusi o deserti.
Solo un gruppo ristretto di
persone ha votato a Fallujah, Samarra e a Ramadi.
Degli Iracheni che vivono
all’estero, l’80% degli aventi diritto al voto non ha votato. Questo spazza via
la diceria che la bassa affluenza sia stata causata da problemi di sicurezza.
L’affluenza è stata bassa perché il popolo si oppone all’occupazione e aveva
individuato che le elezioni erano un tentativo di pubbliche relazioni, data
l’occupazione del loro paese.
Il popolo Iracheno
esige da subito la fine dell’occupazione.
L’interesse autentico
per la democrazia dovrebbe portarci a riconoscere che il popolo Iracheno
si è opposto all’occupazione. Inchieste e sondaggi hanno ripetutamente
dimostrato che il popolo dell’Iraq esigeva che le truppe se ne andassero via
subito, non dopo elezioni organizzate dietro le quinte e dopo l’insediamento di
un regime fantoccio.
La resistenza
radicata in tutto il paese dimostra qual’è il sentire del popolo Iracheno verso
gli occupanti. Gli occupanti non sono là per portare la democrazia, hanno
invece portato morte, distruzione e tortura. Il popolo Iracheno e un numero
sempre crescente di persone nel mondo esigono che tutto questo abbia fine.
19 marzo 2005
Troops Out Now! Le
Truppe Fuori Subito!
Manifestazione su
Central Park a New York!
Dimostrazioni Regionali
negli USA e in Tutto il Mondo
(Traduzione di
Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
The International
Action Center
http://www.iacenter.org
mail to:iacenter@iacenter.org
Send an email request to
Action.News-subscribe@organizerweb.com
indietro
____________________________-
www.resistenze.org - popoli resistenti - stati uniti -
Il
Messaggio di Bush sullo Stato dell’Unione
Miliardi per la Guerra
Infinita e l’Impero
Tagli al Sistema Sanitario, al Sistema Scolastico e alla Previdenza Sociale
Il Messaggio di George W. Bush sullo Stato
dell’Unione, mascherato da chiacchiericcio su “libertà” e “democrazia”, è
stato una sottolineatura di una brutale agenda di una guerra senza fine, di
un Impero globale, e della distruzione di quel che rimane dei servizi
sociali di base.
La guerra contro il popolo dei lavoratori
Bush ha affermato, “Primo, noi dobbiamo essere
buoni amministratori di questa economia, e rimettere in movimento le grandi
istituzioni sulle quali fanno assegnamento milioni dei nostri
concittadini.” Ed ha dato seguito a questo con le sue promesse di ridurre o
eliminare “più di 150 programmi governativi”!
Questi tagli fanno parte dell’agenda di far
arretrare ogni conquista ottenuta dal popolo dei lavoratori in questo paese.
In un periodo di disoccupazione crescente e di aumento del costo della vita,
l’agenda di Bush è di abbattere la spesa per la scuola pubblica, per il
diritto alla casa, per il sistema sanitario, mentre propone fin da ora lo
stanziamento di altri 80 miliardi di dollari$ per finanziare la guerra
contro il popolo Iracheno
Più di 150 miliardi di dollari$ sono stati
spesi per questa guerra; nel frattempo sono stati chiusi ospedali, le scuole
sono state sovraffollate, posti di lavoro sono svaniti e i bilanci dello
Stato e locali si trovano davanti a deficits enormi. Sotto l’Amministrazione
Bush, semplicemente non vi sono soldi disponibili per far fronte alle
necessità umane.
Questi tagli arrivano in un momento in cui il
popolo dei lavoratori sta guardando i propri cari morire in Iraq in numero
crescente. I più di 1400 soldati che sono morti non sono i figli dei
dirigenti di Wall Street e dei guerrafondai neocons; sono i figli delle
contrade più interne e delle comunità povere, costretti al servizio militare
dalla cambiale della povertà.
Inoltre Bush ha sottolineato il suo piano di
privatizzazione del Sistema di Previdenza Sociale, giustificando questo con
l’evidente falsificazione che questo sistema sta facendo bancarotta. La
verità è che la Previdenza Sociale non è in deficit, non ora e non per
almeno i prossimi quarant’anni. Il fondo comune previdenziale, nel prossimo
anno, avrà un avanzo di bilancio di 1.8 bilioni (mille miliardi) di dollari$.
Nel 2011, quando la generazione del boom delle
nascite comincerà ad andare in pensione in numero consistente, il surplus
sarà diventato di 3.2 bilioni di dollari$.
Queste eccedenze, più l’entrata futura delle
imposte sulle buste paga, sono sufficienti per mantenere l’attuale livello
delle prestazioni della previdenza sociale fino al 2042, questo
secondo i gestori, gente veramente prudente,
del fondo di Previdenza Sociale.
L’imbroglio sulla “Previdenza Sociale che sta
andando in bancarotta” è un mito messo in piedi dagli approfittatori di Wall
Street che stanno dietro all’Amministrazione Bush e che anelano alla
distruzione della pubblica fiducia sulla Previdenza
Sociale. Questa non è altro che la parlantina di un
piazzista per convincere il pubblico a spendere più di 2 bilioni di dollari$
per introdurre un sistema separato per distrarre i fondi della Previdenza
Sociale verso il mercato azionario, e si tiene conto di assegnare quasi 1
bilione di dollari$ alle compagnie di Wall Street per l’amministrazione di
nuove forme di assicurazioni individuali. Questo progetto, nel favorire le
compagnie di investimento privato, vorrebbe indurre tagli alle pensioni e
dovrebbe concludersi con l’innalzamento dell’età pensionabile, e Bush ha
ammesso che entrambi questi intendimenti sono “sul tavolo”. Di più,
verrebbero messe a rischio le liquidazioni e le pensioni di milioni di
persone, soggette alle fluttuazioni di un mercato azionario volatile ed
incerto.
Cresce la Repressione
Bush afferma, “Noi trasferiremo ai nostri
figli tutte le libertà di cui godiamo, e la principale di queste è la
libertà dalla paura.” A tutt’oggi quello che ci sta propinando è paura e
repressione!
Bush ha promesso di lottare per una revisione
costituzionale per mettere all’indice i matrimoni fra lo stesso sesso, parte
di una campagna fondamentalista di odio, per negare i diritti fondamentali
dell’uomo ai membri delle comunità Lesbiche, Gay, Bi e Transessuali.
Inoltre Bush ha promesso di continuare la sua
guerra contro la gente di colore come “sfida alla vita criminale”, termini
del codice dei conservatori per esaltare i profili razziali e la brutalità
della polizia.
In tutto questo parlare di libertà e di
democrazia, Bush non ha fatto alcuna menzione sul Patriot Act, che mina i
diritti di ogni persona garantiti dalla Carta Costituzionale. Nemmeno
rinnega la politica della sua Amministrazione di imprigionamenti illegali e
di tortura.
Iraq: Occupazione Permanente
Bush ha salutato le elezioni fasulle in Iraq
come un trionfo della democrazia.
Per collocare queste elezioni, tenute sotto
occupazione, in una prospettiva, è utile andare con la memoria ad altre
elezioni tenute, anche queste sotto occupazione, 38 anni fa:
il 4 settembre 1967, il New York Times apriva
con il titolo di fondo, “Gli USA sono incoraggiati dal voto in Vietnam:
Ufficiali dichiarano l’83% di partecipazioni malgrado il terrorismo
Vietcong.”
L’articolo affermava, “Oggi, funzionari degli
Stati Uniti sono rimasti sorpresi ed incoraggiati dal tipo di partecipazione
alle elezioni presidenziali nel Sud Vietnam…Ora la speranza è che il nuovo
governo sarà capace di operare con quella fiducia e legittimazione da molto
tempo assente nei politici Sud-Vietnamiti. Questa speranza poteva essere
infranta o da una bassa partecipazione, che avrebbe indicato un disprezzo
diffuso o un insufficiente interesse allo sviluppo democratico, o
dall’interruzione da parte dei Vietcong delle operazioni di voto.”
Al tempo in cui avvenivano queste elezioni,
gli Usa tenevano in Vietnam un esercito di centinaia di migliaia di uomini.
Gli USA avevano bombardato a tappeto, lasciando cadere una pioggia di
napalm, e avevano assassinato attivisti, e questo come parte della loro
infame Operazione Phoenix. Ancora, erano stati in grado di organizzare
delle elezioni farsa e di convincere i media a riportare che le elezioni
erano state un punto cruciale di svolta nello sforzo di legittimare la
guerra.
Questo tentativo di legittimare la guerra e
l’occupazione del Vietnam è risultato uno spregevole fallimento. Le elezioni
furono seguite dall’offensiva del Tet, una sollevazione popolare di massa
contro le forze di occupazione. La guerra durò altri sette anni e mezzo, con
più di 50.000 perdite USA a partire da quelle elezioni.
Oggi, l’Amministrazione Bush sta portando la
“democrazia” all’Iraq con bombe, armi e proiettili all’Uranio depleto, e con
le camere di tortura di Abu Ghraib. Più di 100.000 Iracheni sono stati
ammazzati. Fallujah, una città storica, è stata distrutta.
Queste elezioni avranno come unico risultato
di indurre il popolo Iracheno ad una grande frustrazione e risentimento.
Qualsiasi sia stata la natura reale di questa partecipazione, l’aspettativa
calpestata di coloro i quali sono andati a votare era che le elezioni
avrebbero portato ad una fine dell’occupazione del loro paese. Quando
capiranno che Bush non ha alcuna intenzione di por fine all’occupazione,
questa frustrazione alimenterà una resistenza che è già ampiamente diffusa.
Ma Bush afferma, “Noi non costruiremo un
programma fittizio per abbandonare l’Iraq”, e questo è vero dato che i piani
dell’Amministrazione sono per una permanente occupazione!
Il comitato di affari neocon, che sta attorno
a Bush, ha da lungo tempo previsto l’occupazione militare permanente della
regione, per controllare i rifornimenti del greggio e per usare questa area
come base di lancio di operazioni offensive contro altre nazioni, come la
Siria e l’Iran. Il Pentagono sta costruendo 14 basi militari stabili, e Bush
non metterà sul tavolo alcun programma, visto che non ha proprio
l’intenzione di mettere fine all’occupazione.
Le Corporations USA, come la Halliburton &
Bechtel, che hanno già realizzato miliardi di profitti, progettano di
stringere le loro spire attorno all’economia dell’Iraq, in particolare
attorno alle sue immense riserve di petrolio.
La Guerra Infinita
In aggiunta all’occupazione continua
dell’Iraq, Bush ha fatto la lista dei nuovi obiettivi dell’aggressione
Statunitense. Usando l’accusa, che ora risulta proprio sfacciata e degna di
discredito, del possesso di armi di distruzione di massa, Bush ha messo in
chiaro che i popoli dell’Iran, della Siria e della Nord Corea dovranno
subire la stessa sorte del popolo Iracheno, se seguiranno quella strada.
Egli ha promesso solennemente che noi dobbiamo
“affrontare i regimi che continuano a dare ricetto a terroristi e aspirano
ad avere armi di assassinio di massa.”
Questa medesima giustificazione, ed è stata
provata essere una menzogna spudorata, è stata usata per scatenare la guerra
contro l’Iraq!
Nel linguaggio di Bush, questo significa
l’intenzione di aggredire ogni paese, qualsiasi e in ogni dove, se questo
serve agli interessi dell’Impero delle Corporations USA.
Il governo degli USA, nelle parole di Martin
Luther King, Jr., è “il più grosso approvvigionatore di violenza nel mondo.”
I suoi squadroni della morte sono ora al lavoro in Colombia. La città di
Miami costituisce una base per gli attacchi terroristici contro il popolo
Cubano. Gli USA detengono il più fornito magazzino del mondo di armi di
distruzione di massa; armi fuori legge, chimiche, biologiche e nucleari.
19 marzo:
Troops Out Now! Le Truppe
Fuori Subito!
Bush ha concluso il suo sproloquio con una
citazione da Franklin Roosevelt: “Ogni epoca è un sogno che sta morendo, o
uno che sta cominciando a nascere.” In realtà, il sogno dell’Amministrazione
Bush è un incubo per le classi lavoratrici dappertutto, un sogno di un
Impero globale, di una guerra permanente, e della distruzione di ogni
programma sociale.
Tutti coloro che hanno altri sogni devono
continuare nelle mobilitazioni per bloccare l’Amministrazione Bush. Nel fine
settimana del 19 marzo, secondo anniversario dell’inizio della campagna
“colpisci e terrorizza” contro il popolo Iracheno, il movimento globale
contro la guerra scenderà per le strade a reclamare la fine
dell’occupazione.
La Coalizione “Troops
Out Now”, di cui l’International Action Center è un membro,
appoggia gli inviti alle dimostrazioni in tutto il mondo. A New York City,
decine di migliaia scenderanno a marciare e convergeranno su Central Park,
in una dimostrazione regionale unitaria di massa per esigere l’immediato,
completo e incondizionato ritiro di tutte le truppe di occupazione
dall’Iraq. Il movimento contro la guerra reclamerà finanziamenti per il
lavoro, per il sistema educativo e sanitario, non per la guerra e
l’occupazione. Attivisti stanno arrivando ancora una volta dall’est degli
Stati Uniti per marciare contro la guerra infinita, la repressione e
l’avidità delle Corporations.
Bush ha sottoscritto un piano di attacco
contro le classi lavoratrici di tutto il mondo, ora è giunto per noi il
tempo di rispondergli con un rinnovato livello di impegno e di unità. Noi
abbiamo bisogno anche del vostro aiuto per fare del 19 marzo un successo.
19 marzo 2005
Troops Out
Now! Le Truppe Fuori Subito!
Manifestazione su Central
Park a New York!
Dimostrazioni Regionali
negli USA e in Tutto il Mondo
The International Action Center
http://www.iacenter.org/
mail to:iacenter@iacenter.org
(Traduzione
di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)
http://www.resistenze.org/sito/te/po/us/pous5b07.htm
indietro
_______________________________________________
Risposta di
A.N.S.W.E.R. 8 febbraio 2005
Act Now to Stop War & End
Racism
al
Messaggio di Bush sullo Stato dell’Unione
L’Impero – la vera aspirazione del governo
degli Stati Uniti – è semplicemente tenuto nascosto sotto la retorica altezzosa
del messaggio di Bush sullo Stato dell’Unione. Il governo degli Stati Uniti
persegue il suo intento di distruggere ogni governo e ogni popolo che si oppone
al suo percorso, in Medio Oriente come nel resto del mondo.
"Libertà e democrazia” per l’Iraq, e
“libertà” in tutto il mondo, sono le nuove parole d’ordine per una strategia
globale veramente dettagliata. Secondo questa strategia, la superiorità
dell’apparato militare del Pentagono verrà impiegata per invadere, bombardare,
sovvertire e minacciare qualsiasi nazione del mondo, un tempo allo stato
coloniale o semi-coloniale, che cerchi di mantenere il controllo sulle proprie
risorse e voglia conservare non solo nominalmente indipendenza e
sovranità. Bush e i neo-conservatori sono i portavoce politici di questa
strategia. Il Congresso e le corti assumono uno status puramente
ornamentale, e il capitalismo con l’appoggio del Pentagono afferma se stesso
come il vero potere nelle politiche attuali degli Stati Uniti.
Bush e le “elezioni” in Iraq
Il messaggio di
Bush sullo Stato dell’Unione arriva pochi giorni dopo
le “elezioni” in Iraq. Il tempismo dei due eventi è stato accuratamente
messo in atto dalla Casa Bianca. Entrambi sono stati organizzati a Washington
D.C. Dopo aver ammazzato più di 100.000 Iracheni e aver distrutto le strutture
politiche e sociali dell’Iraq, (senza contare il precedente apparato statuale
Iracheno), l’Amministrazione Bush questa notte ha assunto demagogicamente
l’atteggiamento del grande liberatore. Questo è il modo di porsi assunto da
tutti gli aggressori nella storia moderna sul “fronte interno”.
Le elezioni Irachene sono state falsate da
una occupazione straniera. Quei partiti politici messi fuori legge dagli
occupanti non hanno potuto parteciparvi. Truppe straniere tengono il paese
sotto chiave. Larghe zone dell’Iraq non hanno partecipato. Ma anche per coloro
che hanno votato, la partecipazione non ha costituito un segnale di appoggio
all’occupazione del loro paese o un’espressione di amore per Bush. La stragrande
maggioranza del popolo Iracheno, che ha sofferto grandemente, esige di
riguadagnare il controllo della propria nazione. Il movimento progressista e
contro la guerra deve analizzare la situazione reale e prepararsi per iniziare
la lotta.
I reali obiettivi della guerra degli
USA in Iraq
L’amministrazione Bush aveva sperato di
invadere rapidamente l’Iraq e di insediarvi un regime fantoccio. L’obiettivo
era di distruggere il precedente governo, inoltre assicurare i suoi interessi
geo-strategici nella regione, ed indebolire l’Iraq al punto che ogni nuovo
governo avrebbe dovuto inginocchiarsi davanti a Wall Street e al Fondo
Monetario Internazionale. Questo è stato l’obiettivo determinante di tredici
anni di sanzioni economiche, dal 1990-2003.
Questo è stato l’obiettivo anche dell’Amministrazione
Clinton, visto che aveva preteso con forza la rimozione degli ispettori ONU
sulle armi di distruzione di massa nel 1998 e aveva dato inizio al bombardamento
giornaliero dell’Iraq che era continuato fino ad arrivare all’invasione totale
“colpisci e terrorizza”.
Inoltre, di primario interesse per gli USA è
la ricolonizzazione economica dell’Iraq. Il governo degli Stati Uniti spera di
capovolgere la situazione e di ritornare a quella esistente decenni prima della
nazionalizzazione del 1972 delle immense risorse petrolifere Irachene. Per di
più, l’Amministrazione Bush ha aggiunto obiettivi addizionali all’agenda
imperialista preesistente. Il più importante dei nuovi obiettivi è la creazione
in Iraq di 14 grandi basi permanenti del Pentagono con la potenzialità di
essere usate come piattaforme avanzate di addestramento per nuove aggressioni
contro nazioni di quest’area ricca di petrolio.
L’obiettivo dell’Amministrazione Bush non era
quello di occupare permanentemente l’Iraq con centinaia di migliaia di uomini.
Ma la grande resistenza armata in Iraq ha reso impossibile il ritiro delle
forze di occupazione. La resistenza, come forza di guerriglia urbana diffusa,
può esistere solo con un largo appoggio della popolazione. Questo è del tutto
collegato, e ha ostacolato la valanga del Pentagono a muoversi in piena
violenza contro l’Iran, la Siria,
il Libano, la Corea
del Nord, Cuba, il Venezuela ecc., ma dal discorso di questa notte balza in
evidenza che sono la Siria
e l’Iran i prossimi bersagli di
Bush.
L’Amministrazione Bush spera che le “elezioni” del 30 gennaio possano conferire
una quasi legittimazione al nuovo governo fantoccio Iracheno. Ma
“elezioni” manipolate non significheranno una nuova alba di pace, al contrario.
Il governo USA sta considerando che, se è possibile rendere stabile un regime
fantoccio in Iraq, potrà scatenare nuove guerre di aggressione in un tentativo
di assicurare gli interessi imperialisti geo-strategici globali degli Stati
Uniti.
Il piano Statunitense per la Palestina
La Palestina e
la dirigenza e il popolo Palestinese non sono stati ufficialmente inclusi con
Iraq, Iran e la Corea
del Nord nella lista di Bush “asse del diavolo” durante il Messaggio sullo
Stato dell’Unione di tre anni fa. Ma l’aggressione con tutti i mezzi
contro il popolo Palestinese è continuata inesorabilmente. La campagna di
terrore omicida di Israele contro il popolo Palestinese e la sua dirigenza
politica sostenuta dalla gente è una organica estensione della guerra
intrapresa dall’Impero USA contro i popoli Arabi e del Medio Oriente. Anni di
esilio, aggressioni omicide, colonizzazione, imprigionamenti di massa, la
costruzione di un odioso Muro di Apartheid, l’imposizione forzata di una
disoccupazione di massa, e la malnutrizione sono ora seguite da un Bush che
esalta le elezioni di nuovi “dirigenti”. Questo significa l’abbraccio
della “democrazia e della
libertà”!
Una volta ancora, Washington sta cercando di indebolire, dividere e distruggere
il movimento nazionale Palestinese. Bush e i suoi consiglieri stanno tentando
di indurre l’Autorità Nazionale Palestinese ad accettare un quasi mini stato
sul modello Bantustan, diviso in frammenti di territorio, sotto il
diretto controllo dell’esercito di Israele. Loro esigono che la dirigenza
Palestinese rinunci al diritto inalienabile al ritorno del popolo Palestinese,
che è stato cacciato dalla sua patria, a dispetto del fatto che tale diritto è
fondamentale secondo le leggi
internazionali.
La squadra di Bush ha l’intenzione di confinare il popolo Palestinese in un
Bantustan interamente alle dipendenze degli Stati Uniti.
Impero e “democrazia”
Bush afferma che gli USA non stanno
inseguendo l’idea di costruire un Impero. Piuttosto, egli dichiara che “è
la politica degli Stati Uniti che cerca ed appoggia lo sviluppo di crescita dei
movimenti e delle istituzioni democratiche in ogni nazione e cultura.” Uno
sguardo su Haiti basta ad illuminare questa propaganda come falsa.
Tra ventisei giorni il popolo di Haiti pieno di
livore commemorerà il primo anniversario del colpo di stato del Bush/Pentagono
e del rapimento del Presidente eletto democraticamente di quel paese.
Jean-Bertrand Aristide è stato il primo presidente eletto democraticamente ad
Haiti. L’amministrazione Bush ha sfasciato quel governo e ha insediato un
regime fantoccio degli USA.
L’appoggio dell’Amministrazione Bush al
fallito colpo di stato, e alle elezioni successivamente riconvocate, per
abbattere il governo democraticamente eletto del Presidente Venezuelano Hugo
Chavez, insieme con la campagna continua per rovesciare il governo Cubano,
ulteriormente fanno luce sulle menzogne di Bush sulla “libertà e democrazia”.
In nome della costruzione di un mondo sicuro
con la diffusione della democrazia, Bush ha invaso e insediato governi
fantoccio in Afghanistan, Iraq e Haiti. Bush sta provando ad assestare un colpo
mortale alle legittime aspirazioni del popolo della Palestina. Gli USA
intendono usare tutti gli strumenti possibili per abbattere il governo della
Siria e di incorporare nuovamente il Libano nella sfera di influenza economica
degli USA. Gli USA stanno lavorando per attirare la Libia, con o senza l’attuale
governo, nella loro sfera di influenza. Quindi stanno tentando di ridisegnare
la mappa economica e sociale del Medio Oriente, dell’Asia centrale e del Nord
Africa.
Guerra e diplomazia
La guerra, sia condotta apertamente come in
Iraq, sia in modo velato come contro l’Iran, non deve essere considerata
separata dalla diplomazia. Coloro che, nel loro opporsi ad una pura e semplice
aggressione militare, perorano il fatto che l’Amministrazione Bush dovrebbe
perseguire un approccio diplomatico, stanno facendo una distinzione
ipocrita. La guerra, le minacce di guerra, le sanzioni economiche e la
diplomazia sono solamente tattiche e modalità, mezzi per acquisire certi fini.
Per l’Amministrazione Bush, il fine è quello di creare un Impero USA esteso a
tutto il mondo. Tutte le Corporations Statunitensi, le banche ed entrambi i
partiti politici, Democratico e Repubblicano, si trovano d’accordo al 100%
intorno alla volontà di acquisire questo obiettivo. Qualsiasi siano le
differenze sulle tattiche, la politica e i tempi che pensano siano più consoni,
questo è solo secondario. Questo è quello che conta anche per l’”opposizione” Democratica
con la sua larga acquiescenza alle sempre più avventuristiche tattiche messe in
atto da Bush, Cheney e dalla loro cricca di neo-conservatori.
Difendiamo i programmi sociali e le
protezioni sociali
Il popolo degli
Stati Uniti deve sollevarsi contro l’Impero. Sfidare l’Impero non è solo un
atto di solidarietà con coloro che in tutto il mondo stanno invocando il
diritto di determinare il loro proprio destino, liberi dalla dominazione USA.
Anche
il popolo dei lavoratori in tutti gli Stati Uniti è vittima
dell’Impero. Le nostre figlie e i nostri figli vengono mandati ad uccidere e
sono uccisi. Miliardi di dollari vengono trasferiti dall’educazione, dalle cure
per la salute, dal settore della casa e dall’addestramento al lavoro, ai
finanziamenti per guerre imperialiste, una dopo l’altra.
Questa notte
Bush ha annunciato che verranno congelate, o quasi,
tutte le spese per il sociale, ma non le spese per programmi militari. Questo
significherà un severo taglio addizionale nei programmi dai quali dipendono il
popolo dei lavoratori e dei poveri. Però ha proposto uno stanziamento di 80
miliardi di dollari$ di denaro fresco per finanziare la guerra in Iraq. Si
arriva con questo a raggiungere la vetta dei 150 miliardi di dollari$ per la
guerra Irachena (quasi 270 milioni di dollari$ ogni giorno), oltre allo
stanziamento per il Pentagono che per l’anno passato è stato di 420 miliardi di
dollari$.
Ogni nuovo paese del mondo che viene
“globalizzato” nella sfera economica di influenza USA diventa un nuovo terreno
annesso per le Corporations Statunitensi con lo scopo finale di creare nuove
aree di lavoro pagato con salari da fame. Intere industrie ed imprese, non solo
i lavori, stanno per essere esternalizzati.
Dal discorso di questa notte, risulta evidente che Bush e Wall Street
pretendono di privatizzare la Previdenza Sociale, con un progetto ambiguo di
sottrarre i salari differiti, cioè la pensione, a più di 100 milioni di
lavoratori.
L’Impero beneficia le banche e le
Corporations, non certo il popolo.
La Coalizione A.N.S.W.E.R. lancia un appello ad intensificare l’azione
a tutti coloro che con noi si sono organizzati in questi ultimi pochi
anni. Milioni di persone hanno dimostrato insieme, in modo coordinato con
i popoli nei paesi di tutto il mondo. Questa è una
battaglia epocale tra il popolo da un lato e i plutocrati che campano diritti e
dirigono il paese dall’altro. I politicanti hanno dimostrato la loro
incapacità a fermare la guerra e
l’Impero.
La speranza sta con il popolo. Ogni passo in avanti negli anni Trenta, o negli
anni Sessanta o Settanta è avvenuto tramite la creazione di un movimento
popolare di massa.
Appoggia le dimostrazioni del 19
Marzo!
La Coalizione
A.N.S.W.E.R. sta lavorando da mesi per costruire ed
appoggiare dimostrazioni locali nelle città di tutto il paese. In ogni regione,
il 19 marzo la gente dovrà scendere nelle strade per manifestare la propria
protesta contro il secondo anniversario dell’invasione dell’Iraq.
Di seguito la lista parziale delle città
dove, il 19 marzo, avverranno dimostrazioni:
Akron, OH
Albuquerque, NM
Ann Arbor, MI
Atlanta, GA
Austin, TX
Baltimore, MD
Boston, MA
Charlotte, NC
Chicago, IL
Cincinnati, OH
Damariscotta, ME
Denver, CO
Flagstaff, AZ
Fort Bragg-Fayetteville, NC
Fort Smith, NH
Los Angeles, CA
Miami, FL
Minneapolis, MN
New Brunswick, NJ (Rutgers Univ.)
New
Paltz, NY
New York, NY
Oswego, NY
Philadelphia, PA
Portland, ME
Providence, RI
Sacramento, CA
Sal Lake City, UT
San Diego, CA
San Francisco, CA
Saratoga Springs, NY
Seoul, South Korea
St. Paul, MN
Tucson, AZ
Victoria British Colombia,
Canada
Washington, DC
Whittier,
CA
Vi preghiamo di comunicarci se nella vostra
area sono previste dimostrazioni, o se sono in fase organizzativa, in modo che
possiamo registrarle nel nostro sito web.
A.N.S.W.E.R.
Coalition
Act Now to Stop War & End Racism
http://www.ANSWERcoalition.org
info@internationalanswer.org
National Office in Washington DC:
202-544-3389
New York City: 212-533-0417
Los Angeles: 323-464-1636
San Francisco:
415-821-6545
For media inquiries, call 202-544-3389.
(Traduzione
di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova (<chinino@tiscali.it>)
http://www.pane-rose.it/pagina_art.php?id_art=4312
indietro
L'Unità 26.1.2005
Mercoledì, 26 Gennaio 2005 - 09:12 AM
Due ong Usa denunciano: ancora torture in Iraq e il
Pentagono le copre
di red.
Due importanti organizzazioni americane per i diritti civili
rilanciano e amplificano lo scandalo delle torture in Iraq. Secondo l'American
Civil Liberties Union (Aclu) il Pentagono non indagò su una serie di abusi e
torture accaduti ad Abu Ghraib e non solo: elettro-schock, sodomizzazioni e
pesanti violenze fisiche. Accuse supportate da una serie di documenti
ufficiali.
L’ong ha ottenuto i documenti grazie al Freedom of information Act, la legge
che dispone il diritto di accesso pubblico ai documenti ufficiali
dell'amministrazione Usa. Documenti che, denuncia l’Aclu, «parlano di una
storia evidente di torture sistematiche, che ha oltrepassato le mura di Abu
Ghraib». «Le indagini del governo su abusi e torture sono state dolorosamente
inadeguate - rincara la dose Anthony Romero, direttore esecutivo - In alcuni
casi li hanno di fatto coperti».
La denuncia arriva nello stesso giorno in cui un'altra organizzazione
statunitense a difesa dei diritti umani, Human Rights Watch, ha denunciato una
serie di torture commesse dalle forze di sicurezza irachene. In un rapporto di
94 pagine, l’ong scrive che gli arresti illegali, la tortura, l'isolamento
prolungato sono diventati «una routine». La denuncia è basata sulle
testimonianza di 72 iracheni arrestati che hanno dichiarato di aver subito
abusi dalle forze di sicurezza irachene.
Macabra lista: detenuti picchiati con cavi e verghe di metallo, sottoposti a
scariche elettriche in zone delicati come i lobi delle orecchie e i genitali;
bendati e lasciati con le mani legate per giorni e giorni; detenuti in
isolamento, privati di cibo e acqua, obbligati a rimanere in piedi per lunghi
periodi di tempo o costretti a pagare per potere incontrare i membri della
famiglia.
http://www.anarcotico.net/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=2653
_
indietro_________________________________________________________---
Ricevo
da ConqueS:
Scoop di Sole24ore e Financial Times:
erano gli Usa a frodare l'Onu e a favorire Saddam
OIL FOR FRAUD - LA SINGOLA PIU’ GROSSA E
PIU’ AUDACE OPERAZIONE DI CONTRABBANDO DI PETROLIO DELLA STORIA DEL PROGRAMMA
OIL FOR FOOD FU CONDOTTA ALLA VIGILIA DELL’INVASIONE DELL’IRAK CON IL
BENEPLACITO PROPRIO DELL’AMMINISTRAZIONE BUSH…
Claudio Gatti per il Sole 24 Ore
Da mesi il Congresso americano sta
investigando sulle violazioni alle sanzioni internazionali che permisero a
Saddam Hussein di accumulare fondi segreti per comprare armi e sovvenzionare
leader politici di tutto il mondo.
Il 2 dicembre scorso, George W. Bush ha dichiarato che per
poter contare su futuri finanziamenti americani, l’Onu deve fare assoluta
chiarezza su tutte le irregolarità del Oil for Food Program, il programma con
cui tra il 1996 e il 2003 l’Onu ha regolamentato l’import-export iracheno.
Ma in almeno un caso, a dover fare
chiarezza potrebbe essere proprio Washington. Da un’inchiesta condotta da Il
Sole 24 Ore in collaborazione con il Financial Times risulta infatti che la
singola più grossa e più audace operazione di contrabbando di petrolio della
storia del programma Oil for Food fu condotta alla vigilia dell’invasione
dell’Irak con il beneplacito proprio dell’amministrazione Bush.
“Anche se a beneficiarne finanziariamente
furono iracheni e giordani, rimane il fatto che il governo Usa ha partecipato a
un complotto inteso a violare le sanzioni Onu che ha arricchito il regime di
Saddam,” sostiene un ex funzionario delle Nazioni Unite. “Ed è esattamente
ciò che gli Usa accusano altri paesi di aver fatto.”
Nel febbraio del 2003, quando la stampa
Usa pubblicò per la prima volta la notizia di un’operazione di contrabbando di
petrolio dall’Iraq, attribuendola esclusivamente agli iracheni, il portavoce
della missione Usa alle Nazioni Unite, la definì “immorale”. Ma Il Sole e il FT
hanno scoperto che la missione americana e quella britannica erano state
informate dell’iniziativa mentre era in svolgimento e l’avevano segnalata ai
rispettivi governi. Nessuno era però intervenuto nonostante l’operazione
coinvolgesse ben 14 petroliere. Una misteriosa società giordana le aveva
ingaggiate per caricare almeno 7 milioni di barili, per un valore totale di non
meno di 200 milioni di dollari, un terzo dei quali sono andati al regime di
Saddam.
La spiegazione, ovviamente del tutto off
the record, è che gli Usa abbiano lasciato passare quelle petroliere
perché Amman aveva bisogno di incrementare le proprie riserve strategiche di
greggio all’indomani della guerra in Irak. La settimana scorsa, Paul Volcker,
chairman della commissione di inchiesta creata dall’Onu per investigare sulla
vicenda, ha confermato che, in riconoscimento degli interessi nazionali di un
alleato essenziale come la
Giordania, Washington aveva effettivamente permesso ad Amman
di violare le sanzioni.
Ma quest’argomentazione è indebolita
dal fatto che solo una frazione del greggio contrabbandato in quell’occasione
dall’Irak raggiunse il porto giordano di Aqaba. Il grosso del petrolio é
stato invece venduto a una raffineria egiziana, nei pressi di Alessandria, a
una di Aden, nello Yemen, e il resto ad acquirenti malesi e cinesi.
“Al di là di qualsiasi giustificazione,
la realtà é che quell’operazione non era autorizzata dalle risoluzioni del
Consiglio di Sicurezza, che il petrolio caricato non fu mai verificato dagli
ispettori e che i proventi delle vendite non transitarono attraverso i conti
gestiti dall’Onu, come previsto dal programma Oil for Food,” commenta Michel
Telling, uno dei due cosiddetti “UN Overseer”, i funzionari dell’Onu
responsabili della gestione del programma iracheno.
Nel gennaio del 2003, una società
giordana chiamata Millenium contatto’ Odin Marine, un broker navale di base a
Stanford, in Connecticut. Voleva noleggiare delle petroliere che andassero a
caricare svariati milioni di barili di petrolio in Irak.
Il problema era che nessuno aveva mai sentito nominare
Millenium. “Gli armatori erano diffidenti. Avevano ricevuto documentazione
dalla Giordania con ogni genere di timbro governativo che attestava la
legittimita’ dell’operazione. Ma non c’era niente che venisse dall’Onu,”
ricorda uno dei broker coinvolti.
Dall’Onu non poteva venire alcuna
autorizzazione per il semplice motivo che Millenium non era tra le società alle
quali era permesso caricare petrolio iracheno, e il porto in questione -
Khor al Amaya - non era tra quelli autorizzati dalle Nazioni Unite a operare.
Ma i giordani erano pronti a pagare praticamente qualsiasi cifra, e alla fine
armatori pronti a concludere l’affare furono comunque trovati. “Una delle
petroliere che noleggiai fu l’Argosea, dell’armatore greco Tsakos,” ricorda il
broker.
Simultaneamente, Millenium noleggiò anche
un paio di superpetroliere, incluso la Empress des Mers, per tenere il petrolio
parcheggiato nel Golfo Persico. A rivelarlo è stato un portavoce della
società proprietaria della Empress des Mers, secondo il quale la
superpetroliera fu noleggiata per essere caricata con il greggio di altre navi
più piccole e poi rimanere ferma nelle acque territoriali degli Emirati Arabi
Uniti, a largo del porto di Fujairah. In attesa che il petrolio fosse venduto.
L’operazione era pero’ troppo impegnativa
per passare inosservata. A metà di febbraio del 2003, gli uffici dell’Onu a New
York cominciarono a ricevere telefonate da società che stavano caricando
petrolio a Mina al Bakr, l’unico porto iracheno autorizzato a operare dall’Onu.
Si lamentavano del fatto che alcune petroliere erano improvvisamente apparse a
Khor al Amaya, una mezza dozzina di miglia a est. Poiché quel terminale era
servito dallo stesso oleodotto, il ritmo delle operazioni di carico a Mina
erano stati praticamente dimezzati, con costi aggiuntivi di 50/80.000 dollari
al giorno.
A ricevere queste rimostranze fu Michel
Tellings, che ne informò immediatamente i rappresentanti della missione Usa e
di quella britannica all’Onu, fornendo anche i nomi di alcune delle navi
coinvolte. Tellings era certo che le petroliere in questione sarebbero state
intercettate dalla Forza Multinazionale di Intercettazione (Fmi), la flotta
internazionale guidata dalla US Navy che vegliava sul rispetto dell’embargo
iracheno.
“Tre o quattro giorni dopo, non avendo
sentito più nulla, andai a chiedere spiegazioni. Mi dissero che avevano
comunicato la cosa alle rispettive capitali e che erano loro stessi sorpresi
dalla mancanza di reazione.”
Contattato da Il Sole e il FT, il
portavoce della missione Usa si è limitato a dire che “gli Usa si sono
sempre impegnati a contrastare il contrabbando di petrolio iracheno”
aggiungendo di non poter fare commenti su eventi specifici mentre è in
corso un’inchiesta dell’Onu.
Tellings non fu però l’unico a rivolgersi
invano alle autorità. Lo stesso fecero gli ispettori della Saybolt, la società
olandese assoldata dall’Onu per tenere sotto controllo le operazioni portuali
in Irak.
Il 20 febbraio del 2003, quando la
notizia dell’operazione di contrabbando trapelò per la prima volta, Jeff
Alderson, portavoce del Maritime Liason Office (Mlo), ufficio della US Navy in
Bahrain responsabile per la Fmi,
disse di “non avere alcuna informazione a proposito”. Il suo successore, Jeff
Breslau, ha confermato a Il Sole e il FT di “non avere aver trovato traccia di
alcuna segnalazione. ”Ma Il Sole e il FT hanno appurato che il 17 febbraio
Saybolt inviò un e-mail proprio al Mlo fornendo informazioni che menzionavano
specificatamente la petroliera Argosea. Alcune ore dopo dello stesso giorno, il
Mlo rispose alla Saybolt con un e-mail in cui confermava di aver ricevuto la
notifica.
Per mesi, i trader petroliferi tentarono
di trovare il modo di legittimare il carico contrabbandato da Millenium.
“Circolarono una marea di documenti governativi giordani secondo i quali il
petrolio era loro, e tutto era quindi in ordine,” ricorda un trader. “Ma noi
concludemmo che non c’era alcun modo legittimo di vendere quel petrolio.”
Questo ovviamente non significa che il
greggio non sia stato alla fine venduto comunque. Al contrario. “Dopo sei mesi,
ci chiesero di dirigere la
Empress des Mers in Egitto e scaricare il petrolio lì,”
rivela il portavoce dell’armatore proprietario dell’Empress.
Si calcola che con questa operazione gli
iracheni abbiano incassato circa 50 milioni di dollari. Tutti ovviamente al di
fuori dei conti correnti ufficiali dove il programma Oil for Food prevedeva si
versassero i proventi petroliferi. Secondo gli esperti, i profitti della
vendita del greggio hanno invece raggiunto i 150 milioni di dollari. A chi sono
andati?
Una ricerca alla Camera di Commercio
giordana rivela che i proprietari della società che ha gestito l’intera
operazione, Millenium, sono il magnate giordano Khaled Shaheen e i suoi due
fratelli Riyadh e Akram, insieme proprietari della Holding Shaheen Business
& Investments.
Ma Millenium operò chiaramente con il
consenso del governo giordano. A dimostrarlo sono documenti inviati agli
armatori e messaggi di posta elettronica inviati da Odin Marine in cui la
società viene chiamata “Millenium, per il commercio di materiali e olii
minerali per conto del Ministero dell’Energia e delle Risorse Minerarie del
Regno Hashemita giordano.” In aggiunta, un e-mail inviato il 6 marzo 2003 da
Odin Marine relativo al noleggio di una nave dice: “Il governo giordano,
attraverso il ministero dell’Energia e delle Risorse Minerarie… ha dato
incarico a Millenium di condurre questa transazione per suo conto, come
attestato dalla procura qui inclusa.”
L’Unità
21.11.2004
Costi della guerra in Iraq:
400mila bambini alla fame
di ma.m.
C’è un paradosso con il quale ai funzionari iracheni del
servizio sanitario piace stupire gli interlocutori stranieri: il problema più
grave che in materia di nutrizione ha afflitto il paese è stato fino a una
generazione fa l’obesità. Un paradosso che, racconta il Washington Post, stride
con la realtà dell’Iraq di oggi, disseminata dalle migliaia di vittime
silenziose, quelle che se ne vanno lentamente e che non finiscono in nessuna
contabilità di guerra. In 20 mesi di conflitto aperto e di instabilità
crescente la percentuale dei bambini che soffrono di malnutrizione acuta è
praticamente raddoppiata: era stabilmente intorno al 4 per cento prima
dell’inizio della guerra, quest’anno è al 7,7%, secondo studi condotti da
organismi delle Nazioni Unite, agenzie umanitarie e dallo stesso governo ad
interim iracheno.
Tradotto
in numeri assoluti questo significa che circa 400.000 bambini iracheni al di
sotto dei 5 anni sono deperiti, una condizione accompagnata da diarrea cronica
e un pericoloso deficit proteico, che può avere gravi conseguenze sul loro
sviluppo fisico e mentale. Nemmeno durante l’embargo, imposto al regime di
Saddam dopo l’invasione del Kuwait nel ‘90, si erano verificate condizioni
altrettanto negative. Grazie al programma Onu «Oil for food» e agli aiuti
umanitari era stato allora possibile moderare l’impatto delle sanzioni,
abbassando l’indice di malnutrizione dall’11% nel ‘96 al 4% del 2002.
Oggi
questi fattori di moderazione sono saltati. Le Nazioni Unite, colpite
sanguinosamente nei primi mesi del «dopoguerra», si sono ritirate da tempo, e
anche le organizzazioni umanitarie più temerarie hanno finito per lasciar
stare, una volta divenute bersaglio del terrorismo. L’ultima a levare le tende
è stata Care, che ha chiuso i suoi uffici dopo il rapimento della direttrice
Margaret Hassan, uccisa dai suoi sequestratori.
Distanziato
dall’Uganda e da Haiti, oggi l’Iraq può vantare lo stesso livello di
malnutrizione infantile del Burundi, un paese devastato da una guerra
decennale. La fame ha seguito la guerra passo dopo passo e lo scorrere dei mesi
continua a far virare tutti gli indicatori su dati negativi. La malnutrizione
segnala il naufragio di un intero sistema sociale ed economico. Secondo Khalil
M.Mehdi, che dirige l’Istituto per la ricerca sulla nutrizione, del ministero
della salute iracheno, il deficit alimentare è legato alla mancanza non solo di
cibo, ma soprattutto di acqua pulita e di elettricità per far bollire scorte
contaminate. Il disagio si moltiplica nelle aree più povere del paese: i prezzi
alti, la disoccupazione e un’economia disastrata hanno conseguenze assai
negative sulla salute.
Gli
ospedali di Baghdad, come durante l’embargo, si riempiono di bambini che
muoiono di diarrea e che oggi trovano ancora meno assistenza che qualche anno
fa. Malati di acqua sporca e di disoccupazione. Il Washington Post cita
l’esempio di Kasim Said, lavoratore a giornata: quando va bene porta a casa tra
i 10 e i 14 dollari, gliene servono sette per comprare un barattolo di Isomil
per nutrire suo figlio che a un anno sfiora appena i 5 chili.
L’elettricità che va e viene, il sistema fognario in disarmo, si stima oggi che
il 60% della popolazione rurale e il 20% di quella urbana non abbiano
disponibilità di acqua pulita. L’impatto delle promesse mancate di una rapida
ricostruzione è enorme soprattutto sulla salute pubblica, stando a quanto
rileva un gruppo di ricerca di Washington, il Centro studi strategici e
internazionali.
E sembra
andare di pari passo con il crollo delle illusioni di quanti avevano sperato in
un dopo-Saddam migliore di quanto non è stato finora. La violenza, come ha di
recente denunciato uno studio pubblicato dall’autorevole rivista The Lancet, è
oggi la principale causa di morte in Iraq, un rischio che dopo l’invasione
anglo-americana è aumentato di 2-5 volte. Qualcuno dovrebbe rispondere di tanti
errori commessi, errori che si pagano in vite umane, è questa la conclusione
fuori dai denti del solitamente compassato Lancet, nel numero in cui pubblica
le cifre della carneficina: centomila, ben oltre i 7350 morti civili ufficiali.
Una stima che «deve cambiare le teste così come oggi trafigge i cuori», scrive
The Lancet.
indietro
La Stampa 27 settembre 2004
http://www.lastampa.it/Speciali/iraq2004/articoli/art040927.asp
IRAQ
TANGENTI ENORMI PER CHI SPECULA SULLA TRAGEDIA
L’ultimo orrore di Baghdad
il traffico di organi umani
Un medico: «Lo abbiamo scoperto vedendo le vittime delle stragi
sconciate dai bisturi». I cadaveri portati in Kuwait e in Occidente
di Giuseppe Zaccaria
Esplodono bombe, cadono granate, si decapitano ostaggi ed ogni giorno almeno
cinquanta persone muoiono in sparatorie, rapine o incidenti, lo sterminato
obitorio iracheno continua a riempirsi di cadaveri e «l'industria della morte
lavora a pieno regime». Qualche giorno fa l'idea di indagare in un angolo buio
mai esplorato prima era nata da una frase del genere, sentita ripetere chissà
quante volte in un programma televisivo, poi quell'angolo buio ha svelato una
storia terrificante.
Chi parlava di «industria della morte» forse non si rendeva conto di quanto
vicino fosse ad una realtà che sposta ancora e sempre più avanti i confini
dell'orrore, da molti mesi in Iraq si vende la sola materia prima di cui in
Paese sia diventato ricco, ovvero i corpi umani.
Cadaveri interi, organi per i trapianti, teste mozzate che finiranno nelle
scuole per giovani dentisti vengono caricate ogni giorno su camion frigoriferi
che partono verso il Kuwait ed iL confine iraniano, per poi disperdersi verso
ospedali e centri clinici australiani, giapponesi, svizzeri. Il traffico muove
miliardi di dollari e dispensa tangenti enormi, travolge ogni regola morale e
remora religiosa, riafferma le regole selvagge di un mercato in nome dei quale
si organizzano circuiti sempre più simili a un sabba diabolico.
Le prime tracce del traffico sono emerse qualche settimana fa proprio da un
trasporto bloccato nel villaggio di Al Qaime, al confine con la Siria: dietro un carico di
carne bovina erano occultati resti umani, l'autista ha provato a corrompere i
poliziotti che evidentemente appartenevano ad un gruppo non ancora
sufficientemente «oliato», ci sono state lunghe discussioni ed infine per colmo
di atrocità quei resti sono stati dispersi nel deserto, non si sapeva cos'altro
farne, nella zona non esistevano celle frigorifere nè si conosceva la
provenienza dei reperti.
Quest'atroce storia sembrava una sceneggiatura da film dell'orrore anche a chi
oggi ve la sta raccontando, poi qualche giorno fa una visita alla «morgue»
della capitale e gli incontri con alcuni medici e qualche poliziotto hanno
rivelato quanto sia autentica, e fino a che punto il traffico si riveli fitto e
organizzato. All'ospedale di Tebe Al Adli, dove ha sede l'istituto di medicina
legale, un medico che si chiama Selim Abbas ha raccontato come da mesi molti
dei corpi portati all'obitorio mostrino strane mutilazioni.
«Abbiamo cominciato ad accorgercene durante lo scorso inverno quanto le
auto-bomba hanno preso a moltiplicarsi e dunque anche i corpi di vittine civili
arrivavano a frotte. Alcuni risultavano scempiati dall'esplosione altri dal
bisturi: era evidente, e sempre più lo è stato nei mesi successivi, che
qualcuno caricava i corpi delle vittime solo per condurli in ospedali o studi
privati nei quali venivano espiantati con grande rapidità cuore, reni e fegato
congelando subito gli organi e facendo poi giungere a noi quel che restava».
La vicenda parrebbe ancora incredibile se a confermala ulteriormente non fossero
le parole di Safa Adnan, generale e responsabile del reparto di polizia
criminale, un uomo di mezza età che sembra averle viste tutte e spiega come
traffici di questo tipo avessero avuto origine già ai tempi di Saddam.
«Purtroppo - racconta con mesta ironia - in questo Paese i morti non sono mai
mancati e già alcuni anni fa accadde che un ladro, entrato di soppiatto in una
grande villa di Al Mansour con l'idea di rubare, invece di arredi preziosi
trovasse all'interno una serie di refrigeratori con resti unami. Il bandito
fuggì subito ma poi segnalò la cosa alla polizia, ci furono irruzioni e
arresti, i giornali di Saddam ne parlarono molto, s'era scoperto un traffico di
membra umane fra l'Iraq e gli Emirati con destinazione Occidente. Sa, a voi occidentali
i musulmani potranno anche non piacere però forse a pezzi sono più appetibili,
possiedono cuore e fegato come tutti...».
Il traffico iniziatosi negli anni scorsi trovava base nella corruzione di
alcuni funzionari del regime e nei disastrosi effetti economici dell'embargo.
E' perfino troppo logico che dopo la guerra sia ripreso in forme centuplicate a
causa del semplice e terribile fatto che la povertà continua a dilagare mentre
la materia prima si è resa molto più disponibile. «In certi giorni, quando si
perpetrano le stragi più sanguinose le quotazioni scendono, un cuore appena
espiantato può valere appena duecento dollari».
«Quando riusciamo ad arrestare i trafficanti siamo inflessibili, gente simile
merita solo la morte», continua Adnan. «Teniamo gli occhi particolarmente
aperti, adesso registriamo subito qualsiasi arrivo all'obitorio, fotografiamo
le vittime e identifichiamo chi ha trasportato il corpo però il fenomeno è
troppo esteso per poterlo affrontare compiutamente. Un paio di mesi fa abbiamo
arrestato trafficanti appartenenti a bande diverse però erano i pesci più
piccoli, per così dire i barellieri mentre ogni organizzazione dispone di
"sciacalli", espiantatori nascosti fra i medici e semplici
trasportatori. Qualcun'altra invece arruola rapitori professionisti che
prendono gente per sezionarla, soprattutto bambini».
Di queste ultime cosche parleremo fra breve, adesso cerchiamo di capire come
funziona il saccheggio dei corpi. A spiegarcelo meglio è la dottoressa Tahrid
Mohammned, ginecologa alla clinica Al Beyah: «Nella classe medica di Baghdad si
discute molto di questo fenomeno perchè si è fatto sfacciatamente evidente,
esistono almeno quattro organizzazioni che il città raggruppano gli
"sciacalli», sono munite di furgoni e ambulanze oppure ricattano gli
autisti degli ospedali. Dovunque si verifichi una strage questi criminali
arrivano, scelgono le vittime con occhio esperto (i più giovani, i meno
devastati, quelli che magari respirano ancora) e le trascinano via. Quando i
resti giungeranno agli istituti di medicina legale, ai parenti verrà detto che
il corpo era irriconoscibile ed è stato subito inumato, così decine o forse
centinaia di iracheni si trasformano in merce per il mercato mondiale del
trapianto».
Già, il mercato mondiale. Duemila dinari per un rene (circa millecinquecento
dollari), mille per un fegato in buone condizioni, appena cinquanta dollari per
una testa che nelle scuole odontotecniche d'Occidente servirà alle
esercitazioni degli allievi sono prezzi incredibilmente allettanti, circa un
decimo di quel che si pagherebbe in Europa rivolgendosi, come di solito
avviene, ad ospizi oppure ospedali.
«Si conoscono bene anche i nomi dei grandi trafficanti», racconta un altro
medico all'ospedale «Al Hayal», che in questo caso converrà lasciare anonimo.
«I più famosi sono un cittadino turco ed un iraniano, li conoscono tutti, come
si sa benissimo che gran parte dei trasporti all'estero passa per il villaggio
di Shalanga a Sud di Bassora. Lì pare che le tangenti tocchino anche a funzionari
occidentali». Nell'ambiente si dice che lo scorso giugno il mercante turco
associato ad un cingalese avrebbe esportato reperti umani per 4 milioni di
dollari.
In fondo però non c'è troppo da stupirsi, le dure leggi di un Paese trasformato
in palestra e tempio dell'iperliberismo vogliono che si esporti la materia
prima di cui si dispone in abbondanza. «Purtroppo - aggiunge il generale di
polizia, questa volta senza ironia alcuna - temiamo da mesi che bande di
delinquenti esportino anche bambini, rapiti per il medesimo scopo». Ma questo è
troppo anche per chi si è abituato all'orrore quotidiano di questa fabbrica di
morti.
indietro
La
Repubblica
21.10.04
http://www.repubblica.it/2004/j/sezioni/esteri/iraqita/gipdice/gipdice.html
|
"Stefio, Cupertino, Agliana e
Quattrocchi furono arruolati
da Giampiero Spinelli e dalla sua società, la
'Presidium'"
Il gip: "Gli ex ostaggi
italiani
mercenari al servizio degli Usa"
Un testimone:
"Potevano fermare le persone e aprire il fuoco"
I body guard: "Tutto falso. Eravamo operatori
della sicurezza"
BARI - Mercenari al servizio degli Stati
Uniti. Questo erano gli ex ostaggi italiani sequestrati in Iraq per 56
giorni il 12 aprile scorso Cupertino, Stefio, Agliana e Quattrocchi
(quest'ultimo ucciso dai rapitori). Lo dice il Giudice per le indagini
preliminari di Bari: "Erano veri e propri fiancheggiatori delle
forze della coalizione e questo spiega, se non giustifica,
l'atteggiamento dei sequestratori nei loro confronti".
Il provvedimento del gip del Tribunale barese Giuseppe De Benedictis è
quello con cui, nelle scorse settimane, ha imposto il divieto di espatrio
(poi annullato dal Tribunale del riesame) a Giampiero Spinelli, il
trentenne di Sammichele di Bari amico di Cupertino, indagato per
arruolamenti o armamenti non autorizzati al servizio di uno Stato estero
(articolo 288 codice penale).
Esaminando il ruolo della società "Presidium corporation" con
sede alle Seychelles, attraverso la quale - secondo l'accusa - Spinelli
ha compiuto a Sammichele di Bari i reclutamenti degli italiani, il gip
scrive che essa è "un centro di addestramento ed arruolamento di
mercenari (o peggio, come farebbe pensare la scelta della sede centrale
in un paradiso fiscale e la relativa tranquillità che offre...)".
Era già emerso che Salvatore Stefio era uno dei referenti della
Presidium.
Spinelli è accusato "in concorso con altre persone" di aver
arruolato personalmente a Sammichele di Bari Umberto Cupertino e Maurizio
Agliana "affinché militassero in territorio iracheno in favore di
forze armate straniere (anglo-americane, per la precisione) in concerto e
in cooperazione con le medesime, in contrapposizione a gruppi armati
stranieri".
Nel provvedimento il magistrato aggiunge che le indagini sinora
compiute "hanno consentito di accertare che era effettivamente vero
quanto ipotizzato, subito dopo il sequestro dei quattro italiani in Iraq,
che essi erano sul territorio di quel Paese in veste di mercenari, o
quantomeno, di 'gorilla' a protezione di uomini di affari in quel martoriato
Paese".
Tra le testimonianze raccolte del giudice è risultata determinante quella
di Paolo Casti, arruolato dal febbraio 2004 in Iraq, che ha
dichiarato che i body guard italiani arruolati dagli Stati Uniti avevano
"il potere di fermare e controllare le persone, e in caso di
necessità di aprire il fuoco, sempre e solo in risposta ad attacco
armato".
Minaccia reazioni Maurizio Agliana e controbatte: "Non è vero.
Eravamo in Iraq incaricati di protezione ravvicinata con un contratto
della Sicurezza privata, ovviamente nell' ambito del programma delle
Forze di coalizione. Tutto qui". Identica la posizione di Salvatore
Stefio: "Riaffermo che noi eravamo, come lo siamo sempre stati,
operatori della sicurezza".
(21 ottobre 2004)
|
|
|
indietro
Liberazione – 22.9.04
Lo scempio della guerra
– Gennaro Migliore
Chissà cosa penserà il presidente
Bush ascoltando Kofi Annan che, nel suo intervento di oggi all'Assemblea
generale delle Nazioni Unite, prenderà la rincorsa dal Codice di Hammurabi,
scritto appena tremila anni fa, per dichiarare la guerra in Iraq illegale e
sbagliata. Annan citerà il celebre passo dove è scritto che "è la forza
che segue il diritto" e non il contrario, come vuole la nuova dottrina
imperiale dei neocons statunitensi. Il segretario generale dell'Onu farà anche
l'elogio del multilateralismo (senza mai però mettere in discussione
l'unipolarismo nordamericano!) e il rispetto delle leggi fondamentali come
"la difesa delle vite innocenti nei conflitti(!!) ". Peccato che
arrivino tardi, dopo umiliazioni e complicità del Consiglio di Sicurezza, prima
e dopo l'inizio della guerra. Peccato che non venga mai riconosciuta una
semplice verità, ovvero che gli unici a difendere da sempre questi valori siano
stati solo i pacifisti
La strategia, se tale fosse, di salvarsi l'anima dichiarandosi contro
"questa" guerra, per manifesta sudditanza alla superpotenza
americana, non è accettabile. E' una tentazione che attraversa diversi settori
dell'establishment: da Kerry ad esponenti dell'opposizione in Italia. La tesi è
chiara: sfruttare ogni briciolo di indignazione per lo scempio prodotto dalla
guerra in Iraq per attrarre consensi ma, sostanzialmente, farsi dettare la
linea sull'immediato, proprio da chi tanto si critica. Da qui l'oscillazione
sul tema fondamentale del ritiro delle truppe e la reticenza sulla questione
del ripudio della guerra, quale fondamento di una vera civiltà, in ogni
condizione. Intanto, crescono le manifestazioni più mostruose dell'intreccio
tra guerra e terrorismo. Tutte, mi pare, sono guidate da un ferocissimo
cinismo, sia quando si bombardano a tappeto città come Falluja o Najaf, con
l'occhio rivolto ai sondaggi elettorali e non certo ai corpi straziati degli
iracheni, sia quando terroristi di inaudita ferocia continuano sequestri,
assassini e decapitazioni in diretta. La crescita dell'orrore è gestita dai
protagonisti come una sequenza di macabri colpi di scena. Non voglio certo
azzardare retropensieri complottardi, ma è sicuro che ci sono interessi
concorrenti che spingono ad una tragica guerra civile. Pur nello sgomento di
non sapere quale sia la sorte degli ostaggi o delle vittime predestinate dei
bombardamenti, dobbiamo recuperare analisi della situazione e quel tanto di
forza morale e politica che costituisce la risorsa principale del movimento
pacifista. Solo così, anche nella prossima manifestazione nazionale di
Rifondazione Comunista, potremo efficacemente combattere i signori della guerra
e costringere i "moderati" a comportamenti coerenti contro i fratelli
siamesi dell'orrore, la guerra ed il terrorismo.
indietro
Distruzione ignorata
Il 10 settembre 2001, le Nazioni Unite
hanno dichiarato le munizioni all’Uranio Impoverito (DU)
armi
di distruzione di massa. Nonostante questo tra l’esercito degli Stati
Uniti, nelle prime operazioni militari contro l’Iraq di Saddam Hussein
(accusato di avere in dotazione armi di distruzione di massa), impiega tra le
1200 e le 2200 tonnellate di uranio impoverito per i
bombardamenti ,
smistato nelle munizioni dei carri armati M-1, aerei A-10 Warthog, elicotteri
Apache, Missili Cruise Tomahawk e altri
"prodotti" dell'arsenale
americano. Tonnellate di DU che si aggiungono alle 375 utilizzate nella guerra
del golfo del 1991 e le cui conseguenze vengono a galla con maggiore
complessità di
anno
in anno.
Ad oggi, le
autorità americane
non ritengono necessario un piano di bonifica per rimuovere l’uranio
disseminato sul suolo irakeno, derivato dalle armi da loro utilizzate, “in
quanto le ricerche sul DU non hanno dimostrato che quest’ultimo abbia effetti a
lungo termine”. Eppure in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, il DU viene
trattato come sostanza ad altissimo rischio ed i governi cercano in ogni modo
di proteggere i cittadini dai risultati dei test militari condotti nelle basi
sul territorio nazionale mentre in Iraq al contrario, l’Uranio Impoverito si
trova sparso sul
deserto
.
Ma a monte c’è una realtà ben diversa dal fattore “rischi”
dovuto dall’utilizzo dell’Uranio Impoverito. Un progetto di bonifica del
territorio iracheno, cosparso di DU, costerebbe agli americani oltre 20
miliardi di dollari, nonché un gran dispendio di uomini e di tempo nelle
operazioni di raccolta, stoccaggio ed insabbiamento dei residui e delle
carcasse di automezzi civili e militari colpiti dai proiettili al DU, ed
altamente radioattivi. Ciononostante, il rischio di contaminazione per i
soldati e per la popolazione irakena è preoccupante. L’inalazione della polvere
di uranio che di disperde sul terreno dopo l’esplosione delle munizioni e dei
missili, rappresenta un fattore di elevato rischio per quanti si trovano nelle
aree infestate dal DU, di contrarre malattie mortali e disfunzioni dell’
organismo
Il Pentagono, conscio di tutto ciò, rifiuta di individuare,
rendere noti e delimitare i luoghi dove l’Uranio Impoverito è stato utilizzato.
Il Ministero della Salute irakeno, a causa delle sanzioni USA ha deciso di
sospendere ben due conferenze internazionali sulla relazione tra l’alta
incidenza di cancro e l’uso di armi al DU. I dati mostravano un aumento di sei
volte dei casi di cancro al seno, di cinque volte di casi di cancro ai polmoni
e di sedici volte dei casi di cancro alle ovaie. Per non parlare del rifiuto di
ospitare un team del Programma Ambientale dell’ONU ,L'UNEP , impiegato nello
studio degli effetti dell’Uranio Impoverito sull’ambiente in Iraq.
Il DU contamina la terra, causa malattie e tumori sia tra i
soldati che usano queste armi, sia tra la popolazione civile, portando
addirittura alla nascita di bambini malformati. L’uso di Uranio Impoverito va
considerato un crimine di guerra, un crimine contro
l'umanità!
indietro
11 settembre: la nuova
Pearl Harbour
di Sherif El Sebaie
domenica, 26 settembre 2004
Perché i sospetti sull'11 settembre non sono azzardati? Lo
rivela David Ray Griffin nel suo libro "11 settembre, la nuova
Pearl Harbour "(Fazi editore, 17 €). Da leggere, perché
"se subodoriamo il marcio ma taciamo per paura, possiamo dire
addio a qualsiasi pretesa di essere il paese degli uomini liberi e la
patria dei coraggiosi. E, di fatto, anche una democrazia."
Dopo tre anni, qualcosa è cambiato nella ricezione
tributata dall'opinione pubblica mondiale alle teorie alternative
sull'11 settembre. Il grande successo di alcune indagini indipendenti e
l'istituzione di una commissione d'inchiesta da parte del Congresso
americano - commissione di fronte alla quale recentemente né George W.
Bush né Condoleezza Rice hanno potuto negare l'esistenza di chiari segnali
precedenti all'11 settembre - sono le cause prime di questo mutamento:
l'idea che "qualcosa non vada" nella ricostruzione ufficiale
dell'amministrazione americana è ormai di pubblico dominio.
Il successo di "11 settembre, la nuova Pearl Harbour" di
David Ray Griffin - che negli Stati Uniti ha avuto tre edizioni in un
mese, ingresso nella top ten di amazon.com e che in Inghilterra è stato
prefato nientemeno che da Michael Meacher, ex ministro della Corona
- è il risultato più palese di questo mutamento. Non è
scritto da un polemista di professione, bensì dal condirettore del
Center for Process Studies che, partendo da una posizione di assoluto
scetticismo sulle cosiddette "teorie del complotto", ne
vaglia le principali e giunge a trovare in alcune di esse elementi
indubitabilmente probanti.
Personalmente, al pari di Griffin, sono poco propenso ad avallare le
teorie del complotto. Non ho mai creduto per esempio a
quelle che attribuivano ad Israele tutti i mali del mondo
arabo. Però, come dice Griffin "Sembra ampiamente diffusa
la convinzione che si possa rigettare a priori un'accusa una volta
stabilito che essa rientri nell'ambito delle "teorie di
complotto". Dichiarare di ripudiarle sembra quasi un requisito
indispensabile per essere ammessi nel forum della discussione pubblica.
Qual è la logica sottesa a questo convincimento? Non può essere il
rifiuto letterale della pura e semplice idea che esistano delle
macchinazioni. La accettiamo ad esempio ogni qualvolta crediamo che due
o più persone abbiano preso accordi in segreto per raggiungere uno
scopo illecito come rapinare una banca, frodare la clientela o alterare
i prezzi. Saremmo più onesti, quindi, se seguissimo quanto affermato da
Michael Moore: "Personalmente, non sono uno che vede complotti
ovunque, a meno che non siano palesemente evidenti".
Non voglio soffermarmi sugli avvertimenti pre-11 settembre che
sono stati ignorati, le indagini prima e dopo che sono state
ostacolate, o sulle domande rimaste tuttora senza risposta su quella
tragica giornata, tutti argomenti trattati nei minimi dettagli da
Griffin. E come lui, non credo necessariamente in una pianificazione
attiva da parte dell'amministrazione americana negli eventi drammatici
di quel giorno. Ma mi chiedo - dopo aver letto il libro - se non ci
fosse stato in qualche modo, una specie di "partecipazione
passiva" ovvero una specie di "lasciar accadere" che è
comunque un' accusa molto grave, considerato il numero elevato di
vittime. Per questo, in questa sede, vorrei almeno soffermarmi sul
titolo dell'opera:
"11 settembre, la nuova Pearl
Harbour".
Si sa che a costringere gli Stati Uniti ad intervenire nella Seconda
Guerra Mondiale fu l'attacco giapponese a Pearl Harbour. La guerra
contro il Giappone ha obbligato gli Stati Uniti - in virtù del patto
dell'Asse - ad entrare in guerra anche contro la Germania Nazista
e l'Italia Fascista. Il puro desiderio di "Liberare l'Europa dai
nazisti" non rientrava affatto nella logica statunitense tant'è
vero che molti storici oggi sostengono che l'allora presidente
statunitense ha volutamente ignorato l'allarme pre-Pearl Harbour per
convincere il paese ad uscire dall'isolazionismo in cui si era
rinchiuso.
Nella "Grande Scacchiera", un libro pubblicato
nel 1997 dall'ex consigliere alla Sicurezza Nazionale, Brzezinski (lo
stesso che, sul Nouvel Observateur del 15-21 gennaio 1998, alla
domanda: "E lei non si pente neanche di aver appoggiato il
fondamentalismo islamico, avendo fornito armi e addestramento ai
futuri terroristi? rispose, in maniera irresponsabile : Cos'è
più importante per la storia del mondo? I talebani o il collasso
dell'impero sovietico? Qualche musulmano fomentato o la liberazione
dell'Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?) Ebbene, lo
stesso Brzezinski afferma: "Il consenso popolare americano
sulle questioni di politica estera sarà difficile da ottenere eccetto
che nel caso di una minaccia esterna diretta, veramente grande e
percepita in modo generalizzato" ed infatti "Il
popolo americano sostenne l'impegno americano nella Seconda guerra mondiale
in gran parte a causa dell'effetto scioccante dell'attacco giapponese a
Pearl Harbour".
Gli attacchi dell'11 settembre, per svariate e giustificate ragioni,
sono stati spesso paragonati all'attacco di Pearl Harbour. CBS news
riferì che Bush, prima di coricarsi quella sera, aveva annotato sul
diario "Oggi abbiamo assistito alla Pearl Harbour del XXI
secolo". Un editoriale del Time incitava invece: "Mostriamo
la nostra rabbia. Quel che ci occorre è una furia livida, americana,
unificata e unificante come quella scatenatasi dopo Pearl
Harbour". Subito dopo il discorso che il Presidente tenne
alla nazione l'11 settembre 2001, Henry Kissinger scrisse "Al
governo si dovrebbe affidare la missione di dare una risposta
sistematica che condurrà, si spera, allo stesso risultato di quello che
seguì l'attacco di Pearl Harbour".
Effettivamente, gli attentati dell'11 settembre hanno provocato una
risposta analoga: ricorso alla forza militare americana,
giustificazione di esorbitanti spese militari, instaurazione di basi
americane in paesi stranieri, riduzione delle libertà civili (Oggi il
Patriot Act, durante la
II Guerra Mondiale erano i campi di concentramento e
la confisca dei beni dei nippo/italo/germano-americani). Un
membro dell'US Army's Institute for Strategic Studies (Istituto per gli
Studi Strategici dell'Esercito Americano) riferì che dopo l'11
settembre: "Il sostegno del pubblico all'azione militare è a
un livello simile a quello che seguì l'attacco di Pearl Harbour".
In un documento del Project for the New American Century
(Progetto per il Nuovo Secolo Americano, PNAC, organizzazione che già
in era Clinton raggruppava i maggiori think-thank neoconservatori
attualmente al potere negli Stati Uniti), intitolato "Rebuilding
America's defenses" (Ricostruire le difese dell'America),
reso pubblico nel 2000 durante la campagna elettorale per le
presidenziali, alcuni membri (fra cui Cheney, attuale Vice-presidente,
Rumsfeld, attuale ministro della difesa e Paul Wolfowitz,
sotto-segretario alla difesa) sostenevano che il processo per
trasformare gli Stati Uniti nella "forza dominante del
domani" si sarebbe prospettato lungo, in "assenza di
un evento catastrofico e catalizzante, quale ad esempio una nuova Pearl
Harbour". A questo punto, come dice l'ex-ministro della Corona
Michael Meacher nella prefazione del libro di Griffin: "Non è
necessario ricorrere ad alcuna teoria del complotto, se loro per primi
esplicitano le intenzioni da cui sono animati".
Ma quali sono queste intenzioni esattamente? Anch'esse sono
contenute nei documenti del PNAC: collocare più basi militari nel mondo
da cui proiettare potenza, determinare cambiamenti di regime nei paesi
ostili agli interessi americani, dare un forte impulso alla spesa
militare, in particolar modo allo scudo spaziale. Intenzioni concepite
esplicitamente non per scoraggiare eventuali aggressioni ma come "requisito
indispensabile al mantenimento del primato americano". Il
fine è chiarito in modo inequivocabile in un'altro documento intitolato
"Vision for 2020" (Prospettiva per il 2020),
documento che non si perde affatto in propaganda sentimentale sul
bisogno degli Stati Uniti di promuovere la democrazia o servire
l'umanità, ma che sostiene: "La globalizzazione dell'economia
mondiale proseguirà con un divaricamento tra "Chi ha" e
"Chi non ha" " con coseguente necessità
di non far uscire "Chi non ha" dai ranghi perché ogni
"nuovo arrivato" toglie risorse a "Chi già ha",
teoria questa elaborata nel Massachusetts Institute of Technology
(MIT).
Cosa rende "pazzo", allora, chi avanza l'ipotesi di un
qualche coinvolgimento dell'amministrazione americana negli eventi
dell'11 settembre? Il pensare che un governo possa aver complottato per
provocare una simile atrocità sul proprio territorio e a danno dei
propri cittadini. Le responsabilità principali del Presidente, del
Vice-Presidente, del loro gabinetto, delle agenzie di intelligence e
dei dirigenti militari sono infatti quelle di proteggere gli Stati
Uniti e i cittadini americani, non il contrario. Dunque, si è convinti,
come dice Griffin, a priori che qualsiasi teoria su un simile
complotto sia falsa, perché i leader americani non si comporterebbero mai
in quel modo.
Eppure precedenti storici "ufficiali" non
mancano. Basterebbe ricordare in merito l'operazione
Northwoods: nel 1962, venne formulato un piano ora noto perché di
recente ne sono stati desecretati i documenti relativi. La CIA aveva preparato "un
programma di operazioni contro il regime di Cuba" il cui
scopo era sostituire il regime di Castro con un altro "più
accettabile per gli Stati Uniti, ma con mezzi che nascondono
l'intervento statunitense". Nel primo foglio del "Memorandum
per il capo delle operazioni, Cuba project" firmato da tutti
i capi dello Stato Maggiore riuniti, era scritto : "La
decisione di intervenire rappresenterà l'esito di un periodo di
accentuate tensioni Stati Uniti - Cuba, tali da mettere gli Stati Uniti
nella posizione di nutrire ben giustificati risentimenti". E'
importante che "ne venga camuffato l'obiettivo ultimo".
Parte dell'intento era influenzare l'opinione pubblica mondiale e in
particolare le Nazioni Unite "diffondendo a livello
internazionale la convinzione del governo cubano fosse una compagine
avventata e irresponsabile, una minaccia alla pace
dell'Occidente". Basterebbe sostituire la parola "Irak"
a "Cuba" e si fa un salto dal 1962 ai giorni nostri.
A leggere i piani della CIA, tanti scenari considerati
"fantascientifici" smettono, di colpo, di esserlo: "Potremmo
condurre una campagna terroristica di matrice cubana nella zona di
Miami, in altre città della Florida e perfino a Washington. Potremmo
affondare un'imbaracazione carica di cubani in rotta verso la Florida (sia che
siano profughi veri o simulati). E' possibile creare un incidente che
dimostri in maniera convincente che un aereo cubano abbia attaccato e
abbattuto un aereo charter civile. I passeggeri potrebbero essere un
gruppo di studenti di college in vacanza". Proprio
quest'ultima ipotesi avvalora le tesi più inverosimili di chi crede in
un coinvolgimento degli Usa a fianco di Bin Laden: "Nella base
aerea di Elgin un aereo verrebbe dipinto e numerato per essere l'esatta
copia di un volo civile appartenente a una compagnia gestita dalla CIA
che opera nell'aria di Miami. A un'ora prefissata la copia si
sostituirebbe al vero aereo civile e al suo interno verrebbero fatti
salire i passeggeri già scelti in precedenza, tutti registrati con
pseudonimi appositamente preparati. Il vero aereo civile verrebbe
quindi trasformato in un drone (apparecchio automaticamente controllato
a distanza). Le ore di partenza dell'aereo drone e del vero apparecchio
verrebbero quindi calcolate in modo da permettere un rendez-vous nel
sud della Florida. Subito dopo aver raggiunto il punto di rendez-vous
l'aereo con a bordo i passeggeri scenderà a una quota minima e poi si
dirigerà verso la pista ausiliaria della base di Elgin, dove i
passeggeri saranno evacuati e l'aereo tornerà alle sue condizioni
originali. L'aereo drone nel frattempo continuerà a seguire il piano di
voto prestabilito. Quando si troverà sopra Cuba il drone trasmetterà
sulle frequenze internazionali di emergenza un messaggio "May
day", dichiarando di trovarsi sotto attacco di un MIG cubano. La
trasmissione si interromperà con la distruzione dell'aereo comandata da
un segnale radio".
Quanto riportato sopra non è un piano escogitato da extra-terrestri
e importato da Marte, ma un documento ufficiale della CIA con tanto di
firme di capi dello Stato Maggiore e di timbro Top secret. In questo
- come in altri piani - anche se fossero apparsi sui giornali
gli elenchi delle vittime per "provocare un'ondata di sdegno
nazionale", lo stratagemma non avrebbe comportato l'effettiva
perdita di vite umane. Ma ciò non valeva nel caso in cui si
prevedeva di "affondare un'imbarcazione carica di cubani"
o quando si è detto "Potremmo far esplodere una nave americana
alla fonda nella Baia di Guantanamo e poi incolpare Cuba
dell'incidente". Ecco perché i sospetti sull'11 settembre non
sono azzardati. E come dice Griffin, se subodoriamo il marcio ma
taciamo per paura, possiamo dire addio a qualsiasi pretesa di essere il
paese degli uomini liberi e la patria dei coraggiosi. E, di fatto,
anche una democrazia. Forse dobbiamo semplicemente affrontare i
discorsi che preferiamo evitare, al posto di scatenare campagne
mediatiche atte a criminalizzare e a dipingere come "pazzo"
chiunque dubiti dell'affidabilità delle "versioni ufficiali".
Questo impegno deve essere un dovere, una missione da intraprendere,
costi quel che costi, visto che c'è il sospetto - come dice Griffin -
che qualcuno si stia servendo delle versioni ufficiali per scopi
nefandi, all'interno degli Stati Uniti e nel resto del mondo.
Che nelle intenzioni dell'amministrazione Bush ci fosse già
l'intenzione di usare "la guerra al terrorismo" come pretesto
ad attaccare altri paesi non è un mistero. Un articolo del Newsweek
riporta una notizia in base alla quale, prima di andare in Irak, alcuni
consiglieri di Bush patrocinavano anche azioni contro l'Iran, la Corea del Nord, la Siria e l'Egitto.
Molti analisti sostengono, a ragione, che gli obiettivi di questa
guerra sono quelli di condizionare lo sviluppo politico ed economico
dell'Europa e della Cina.
A rendere ancora più preoccupante questa visione di "guerra
globale" e ad avvicinarla - piaccia o meno - ai folli piani di
Hitler, basta leggere le parole di Richard Perle - membro
fondatore del PNAC e consigliere fino al febbraio del 2004 del
Pentagono - che in un'occasione descrisse la "guerra al
terrorismo" in questi termini: "Si tratta di una guerra
totale. La combattiamo contro nemici di ogni risma. Quanti ce ne sono
in giro ! Non si fa che parlare di andare prima in Afghanistan, poi in
Irak [...]. Questo modo di affrontare la faccenda è del tutto
sbagliato. Basta far sì che la nostra visione del mondo si diffonda
[...] ingaggiando una guerra totale [...] e tra qualche tempo i nostri
figli intoneranno inni sulle nostre imprese"
Autore: DAVID RAY GRIFFIN
Titolo: 11 Settembre
Editore: Fazi editore, 2004
indietro
===============================================================================
Chi è Negroponte?
L'annuncio di Bush sulla sua intenzione di
nominare John Negroponte come nuovo ambasciatore Usa in Iraq dovrebbe
spaventare tutti coloro che hanno a cuore il rispetto dei diritti umani.
Negroponte, attualmente ambasciatore Usa
alle Nazioni Unite, é stato ambasciatore in Honduras negli anni '80, e
strettamente coinvolto nella sporca guerra di Reagan contro i sandinisti del
Nicaragua. Reagan mosse gran parte di quella guerra illegale proprio
dall'Honduras, e Negroponte era il suo uomo di punta.
Da un'accurata inchiesta svolta nel 1995 dal
Baltimore Sun, è emerso che
Negroponte ha occultato alcune fra le più orribili violazioni dei diritti
umani. Secondo il quotidiano, la
Cia ha organizzato, addestrato e finanziato un'unità
dell'esercito chiamata Battaglione 316, specializzata nella tortura. Questa
unità ha rapito, torturato e ucciso centinaia di honduregni. «Durante gli
interrogatori utilizzava tecniche quali l'elettroshock e il soffocamento. I
prigionieri spesso venivano lasciati senza abiti e, quando non più utili,
uccisi e sepolti in fosse comuni».
L'ambasciata Usa in Honduras era a
conoscenza di queste violazioni ma ha sempre impedito che queste informazioni
imbarazzanti fossero rese pubbliche, scrive ancora il giornale. «Decisi ad
evitare che il Congresso facesse interrogazioni al riguardo, i funzionari Usa
in Honduras nascosero le prove delle violazioni».
Negroponte ha negato un suo coinvolgimento,
e prima che il suo posto alle Nazioni Unite venisse confermato dal Senato, ha
testimoniato: «Non credo che le squadre della morte stessero operando in
Honduras».
Il Baltimore
Sun al contrario ha affermato: «L'ambasciata era a conoscenza dei
numerosi rapimenti di esponenti di sinistra», sostenendo inoltre che Negroponte
ebbe un ruolo attivo nel coprire le violazioni dei diritti umani. «Casi
specifici di brutalità da parte dei militari honduregni non sono mai apparsi
nei rapporti sulle violazioni dei diritti umani preparati dall'ambasciata sotto
la supervisione diretta dello stesso ambasciatore Negroponte», riporta ancora
il giornale. «I rapporti dall'Honduras vennero redatti accuratamente con
l'obiettivo di creare l'impressione che l'esercito honduregno rispettasse i
diritti umani».
Così, questo é l'uomo che dovrebbe indicare
agli iracheni la strada verso la democrazia?
Più probabilmente, man mano che
l'insurrezione crescerà, questo sarà l'uomo che sovrintenderà e poi metterà a
tacere tutte le brutali repressioni che seguiranno.
Matthew Rothschild
(Copyright The Progressive -
Traduzione per Is in Sardegna
Laura Uselli)
_____________________________________________________________________________
John Negroponte : dal Centroamerica all'Iraq
Noam Chomsky (trad. A. Bariviera)
Un principio morale che non
deve provocare controversie è quello
dell'universalità: dobbiamo applicare verso noi stessi gli stessi modelli
che applichiamo verso gli altri. E, sicuramente, con più impegno.In genere,
se gli stati hanno il potere di agire con impunità, rifiutano i principi
morali, dato che sono loro che stabiliscono le regole. Questo è un nostro
diritto se ci consideriamo esenti dal principio di universalità. E lo
facciamo in modo costante. Tutti i giorni sorgono nuovi esempi.
Soltanto il mese scorso, John Negroponte
viaggiò a Baghdad come ambasciatore
degli Stati Uniti in Irak, per guidare la missione diplomatica più grande
del mondo. La sua intenzione era consegnare la sovranità agli iracheni al
fine di eseguire la "missione messianica" di George W. Bush di
istaurare la
democrazia in Medio Oriente e nel mondo. Al meno è quella l'informazione che
ci diede in modo solenne.
Nessuno però deve tralasciare un precedente:
Negroponte imparò il
suo mestiere di ambasciatore degli Stati Uniti nel Honduras negli anni 80,
durante la prima guerra contro il terrore che i sostenitori di Ronald Reagan
dichiararono in Centroamerica e in Medio Oriente.
Ad aprile, Carla Anne Robbins, di The Wall
Street Journal, scrisse un
articolo sulla nomina di Negroponte in Irak sotto il titolo di "Un
proconsole moderno". In Honduras, Negroponte era conosciuto come "Il
proconsole", titolo dato ai potenti governatori dell'epoca coloniale. Lì
era
a capo della seconda ambasciata più grande dell'America Latina, dov'era
insediata anche la più grossa sede della CIA del mondo in quel periodo. E
non era perche l'Honduras fosse il centro del potere mondiale.
Robbins sottolineò che Negroponte era stato
criticato da attivisti
appartenenti a gruppi di difesa dei diritti umani per "coprire gli abusi
dell'esercito dell'Honduras", eufemismo per chiamare il terrorismo di
Stato
in grande scala, al fine di "assicurare il flusso degli aiuti
statunitensi"
vitali per questo paese, che era "la base per la guerra occulta del
presidente Reagan contro il governo sandinista del Nicaragua".
La guerra occulta fu scatenata dopo che la
rivoluzione sandinista prese il
controllo del Nicaragua, Il timore di Washington era che nel paese
centroamericano sarebbe potuto nascere una seconda Cuba. In Honduras,
l'incarico del proconsole Negroponte era di soprintendere le basi dove
un'esercito di terroristi mercenari, i contras, era addestrato, armato e
inviato a sconfiggere i sandinisti.
Nel 1984, il Nicaragua rispose in modo
corretto, come uno Stato rispettoso
della legge: portò il caso contro gli Stati Uniti alla Corte Internazionale
di Giustizia, a La Haya.
La corte ordinò agli Stati Uniti di smettere
con "l'uso illegale della forza" oppure per dirlo in parole chiare,
con il terrorismo internazionale, contro il Nicaragua , e di pagare sostanziali
risarcimenti. Ma Washington ignorò la corte, e porse il veto a due risoluzioni
del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nelle quali si appoggiava la
decisione e si richiedeva con forza a tutti gli stati di rispettare la legge
internazionale.
Il consulente legale del Dipartimento di
Stato, Abraham Sofaer, spiegò la
logica della Casa Bianca. Dal momento che la maggior parte del mondo "non
condivide il nostro punto di vista", dobbiamo "riservarci il potere
di
determinare" come agiremo e quali problemi "ricadono essenzialmente
all'interno della giurisdizione degli Stati Uniti, determinati dagli stessi
Stati Uniti". In questo caso, le operazioni in Nicaragua condannate dalla
corte.
Il disprezzo di Washington per il verdetto
della corte e la sua arroganza verso la comunità internazionale sono forse
rilevanti in relazione all'attuale situazione in Irak.
La campagna nel Nicaragua lasciò una democrazia
dipendente a un prezzo
incalcolabile. Le morti dei civili sono state calcolate in migliaia. Secondo
Thomas Carothers, importante storico specializzato nei processi di
democratizzazione in America Latina, il numero dei morti "è in proporzione
molto più alto del numero di statunitensi morti durante la guerra civile
negli Stati Uniti e in tutte le guerre del XX secolo messe assieme".
Carothers scrive dal punto di vista di un
profondo conoscitore, oltre che di
erudito, dato che è stato nel Dipartimento di Stato nell'epoca di Reagan
durante il programma di "rafforzamento della democrazia" in America
Centrale.
I programmi dell'era di Reagan sono stati
"sinceri", anche se "fallirono",
secondo Carothers, dato che Washington poteva tollerare soltanto "forme
limitate dei cambiamenti democratici, dal alto verso il basso, al fine di
non mettere in pericolo le strutture tradizionali di potere con le quali gli
Stati Uniti erano alleati da molto tempo". Si tratta di una familiare
inibizione storica nella ricerca dei miraggi della democrazia, che gli
iracheni sembrano capire, perfino se noi non lo facciamo.
Attualmente, il Nicaragua è il secondo paese
più povero dell'emisfero (sopra
Haiti, altro principale obiettivo degli interventi militari statunitensi durante
il XX secolo).
Circa il 60 per cento dei bambini
nicaraguensi di età inferiore ai due anni sono affetti di anemia a causa della
denutrizione. Uno dei più cupi indicatori di quella che si considera una
vittoria della democrazia.
Il governo di George W. Bush assicura che
desidera portare la democrazia in
Irak, utilizzando lo stesso esperto funzionario che utilizzò in Centroamerica.
Durante le sedute per la conferma di
Negroponte, la campagna terroristica
internazionale in Nicaragua fu solo accennata, ma non fu considerata di
particolare importanza grazie, sembra, a che siamo totalmente esenti dal
principio di universalità.
Diversi giorni dopo dell'assegnazione di
Negroponte, l' Honduras ritirò il suo
piccolo contingente militare dall'Irak. Sarà stata una coincidenza. Oppure
forse gli hondureños ricordano qualcosa del periodo nel quale Negroponte è
stato lì. Qualcosa che noi preferiamo dimenticare.
Note:
______________________________________________________________________---
Mr.
Negroponte:chi è il futuro ambasciatore USA in Iraq
lunedì 24
maggio 2004.
di Carlos Fazio
(giornalista de "La
Jornada", Messico)
John Dimitri
Negroponte è il nuovo ambasciatore statunitense in Iraq. Ex ambasciatore in
Messico e attuale rappresentante degli USA all'ONU, assumerà l'incarico il 30
giugno, data in cui gli Stati Uniti dovrebbero concedere qualche compito
amministrativo a un governo fantoccio locale. Nell'ultimo hanno ha lavorato
duramente per far sì che l'ONU approvasse l'invasione dell'Iraq.
Negroponte è un
"troubleshooter", uno da compiti difficili. Estremamente
conservatore, falco pragmatico e interventista, è stato ufficiale in Vietnam,
ha fondato la Contra
nicaraguense e come ambasciatore di Reagan in Honduras, ha convertito questo
paese in una portaerei nordamericana durante gli anni '80.
Nel gennaio del
1983 il presidente Reagan aveva autorizzato un ampliamento delle attività
operative del Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC). Da quel momento è nato il
Progetto Democrazia, combinando la diplomazia pubblica con operazioni coperte
ultra segrete. Erano i tempi della guerra sporca degli Stati Uniti contro il
Nicaragua sandinista.
Dal 1981 al 1985
Negroponte è a capo della missione statunitense a Tegucigalpa - Honduras e
secondo il New York Times, partecipa attivamente nell'organizzazione della
Contra. Nel libro "Guerrieri segreti", Steven Emerson rivela come
Negroponte abbia appoggiato le azioni segrete del tenente colonnello James
Longhofer nella guerra civile in Salvador e contro il Nicaragua attraverso
l'azione di minare i porti, la raccolta di informazioni aeree elettroniche,
atti di sabotaggio contro installazioni civili e l'appoggio militare alla
Contra.
Secondo
Newsweek, il direttore della CIA, Casey, organizzava le azioni e Negroponte le
realizzava tanto che la Contra
lo chiamava "The Boss".
Con questo
curriculum si appresta a prendere in mano la situazione in Iraq.
|