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http://www.repubblica.it/2007/07/sezioni/esteri/iraq-117/ong-aiuto-umanitario/ong-aiuto-umanitario.html

La Repubblica 30 luglio 2007
Una ong inglese denuncia: un bambino su tre è denutrito
Situazione peggiorata dal 2003. Povertà assoluta per il 43% della popolazione    

Iraq, è emergenza umanitaria
"A otto milioni serve aiuto subito"

 

Un bambino nel campo di rifugiati di Najaf

AMMAN - La violenza, gli attentati e i kamikaze, rischiano di far dimenticare l'emergenza umanitaria che attanaglia l'Iraq. Almeno "otto milioni di persone - denuncia la ong inglese Oxfam - hanno bisogno urgente di aiuto".

Secondo un rapporto presentato ad Amman, i dati sulla situazione umanitaria sono drammatici: il 28 per cento dei bimbi è malnutrito, il 15 per cento degli iracheni fa fatica a trovare abbastanza da mangiare e ben il 70 per cento soffre per la mancanza cronica di acqua potabile. Il 43 per cento degli iracheni, continua il rapporto, "soffrono di povertà assoluta". E sono almeno otto milioni le persone che hanno bisogno urgente di aiuto, tra cui due milioni di rifugiati che hanno lasciato il paese e altrettanti sfollati che si trovano in Iraq.

La situazione, spiega la ong, si è deteriorata sempre più dal 2003, dall'intervento degli Stati Uniti contro il regime di Saddam Hussein. Molte associazioni umanitarie internazionali, infatti, hanno dovuto limitare la loro presenza sul territorio per questioni di sicurezza mentre le ong locali si trovano in difficoltà ad accettare aiuti che arrivano da paesi che hanno truppe schierate in Iraq. La malnutrizione infantile, per esempio, è passata dal 19 per cento del 2003 al 28 per cento di oggi.

Inoltre, spiega il direttore della Oxfam, Jeremy Hobbs, il fatto che le istituzioni irachene siano divise e lente significa che "ci sono grossi limiti a quello che l'impegno umanitario può fare".

"La terribile violenza in Iraq - continua Hobbs - fa dimenticare la crescente crisi umanitaria. La malnutrizione tra i bambini è drammaticamente aumentata e i servizi basilari, rovinati da anni di guerra e sanzioni, non bastano ai bisogni del popolo iracheno". Per questo, sottolinea la Oxfam, le Nazioni Uniti e i donatori internazionali possono e devovo fare di più: "Se i bisogni essenziali sono negati, questo destabilizzerà ancora di più il paese".

(30 luglio 2007)

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La situazione nel 2003
http://www.repubblica.it/online/esteri/iraqattaccosette/emergenza/emergenza.html
Allarme di Kofi Annan per Bassora, dove manca l'acqua
I problemi non sono alle frontiere, ma nelle città
Assediati da sete, fame e malattie
l'incubo del disastro umanitario
Per le Nazioni Unite è urgente riprendere
il programma "petrolio in cambio di cibo"
di FRANCESCA CAFERRI

 

TUTTI si aspettavano che l'emergenza si concentrasse ai confini: così non è stato. Le tende per accogliere i due milioni di profughi in fuga dall'Iraq in guerra che le agenzie delle Nazioni Unite attendevano nei paesi confinanti sono rimaste vuote. E l'emergenza umanitaria è scoppiata lì dove è più difficile rispondere: dentro i confini dell'Iraq. L'allarme ieri è stato lanciato dal segretario delle Nazioni Unite, Kofi Annan, che ha puntato l'indice su una delle zone dove i combattimenti sono stati più aspri, la città di Bassora. "La gente di Bassora rischia il disastro umanitario", ha detto Annan, spiegando che secondo la Croce rossa quattro giorni di combattimenti hanno provocato una mancanza di acqua potabile e di elettricità che mette a rischio più di un milione di persone nella città e nei dintorni. "Elettricità e acqua devono essere ripristinate al più presto", ha spiegato il segretario Onu, auspicando anche la rapida ripresa in tutto il paese del programma Oil for food, che negli ultimi anni ha sfamato 16 dei 25 milioni di iracheni.

Al suo appello si è aggiunto poco dopo quello dell'Unicef: l'agenzia Onu per i bambini ha diffuso un comunicato in cui spiega che a Bassora 100mila bambini sotto i cinque anni sono a rischio per la mancanza di acqua, che può provocare lo scoppio di epidemie di colera, febbre tifoide o diarrea. Per loro, come per gli altri abitanti dell'area, poco finora è stato possibile fare: il personale locale della Croce rossa è riuscito a ristabilire l'acqua per circa il 40 per cento degli abitanti. "Ma non è abbastanza - ha detto da Ginevra Nord Balthasar Staehelin, delegato della Croce rossa per la zona - la situazione è critica".

E tale è destinata a rimanere almeno per i prossimi due giorni: pressato dall'Onu e dal presidente russo Putin che ieri lo ha chiamato per sottolineare i rischi umanitari del conflitto, ieri Bush ha promesso che i primi aiuti raggiungeranno il sud dell'Iraq entro 36 ore.

 
Agli esperti la previsione sembra troppo ottimistica. Cibo, medicinali e acqua devono infatti passare per il porto di Umm Qsar, che non è ancora sotto il totale controllo degli anglo-americani. Solo quando speciali mezzi avranno sminato le acque le navi con gli aiuti potranno passare. "E' impossibile dare dei tempi per l'inizio delle operazioni in Iraq - ha detto il portavoce del Programma alimentare mondiale Trevor Rowe - la situazione nel paese è ancora troppo fluida".

Ma per i civili i tempi sono stretti: da quando, nel 1990, le Nazioni Unite hanno imposto a Bagdad un embargo che impedisce al regime di vendere liberamente petrolio, la qualità della vita della popolazione è drasticamente calata. In sei anni, l'assenza di cibo e di medicine hanno fatto fra la gente migliaia di morti, tanto da indurre nel '96 il Palazzo di Vetro a varare il programma Oil for food, cibo in cambio di petrolio. Il piano ha permesso all'Iraq di vendere all'estero una limitata quantità di greggio e di importare in cambio cibo e prodotti civili: dal cibo arrivato da Oil for food negli ultimi anni è dipesa la vita del 60 per cento dei 26 milioni di abitanti dell'Iraq.

Il programma è stato sospeso il 17 marzo, quando il personale delle Nazioni Unite ha lasciato l'Iraq: il Pam stima che la popolazione abbia accumulato scorte alimentari sufficienti per un mese. Dalla fine di aprile, avvertono i funzionari Onu, per la maggior parte della popolazione irachena scatterà l'emergenza cibo. Più grave la situazione dei bambini: 1,3 milioni, avverte l'Unicef, soffrono già di malnutrizione. Se non sarà possibile distribuire presto le scorte che l'agenzia ha accumulato nei suoi uffici di Bagdad e nelle postazioni ai confini dell'Iraq il loro destino sarà segnato.

A complicare la situazione c'è la mancanza di fondi. In un rapporto preparato prima dell'inizio dei combattimenti, l'Ufficio per il coordinamento degli affari umanitari dell'Onu aveva stimato in 5,4 milioni il numero delle persone che avrebbero avuto bisogno di aiuti immediati in caso di guerra. Per questo aveva chiesto ai paesi donatori di stanziare 120 milioni di dollari: qualche giorno fa dall'ufficio Onu di Amman, che coordina l'emergenza Iraq, è arrivato l'allarme: nelle casse sono arrivati solo 50 milioni di dollari, meno della metà della cifra richiesta. Questo si traduce in mancanza di tende, razioni di cibo e medicinali.

Dopo l'appello dell'Onu, molti governi hanno deciso di stanziare fondi di emergenza: la Germania ha promesso 10 milioni di euro, la Gran Bretagna - coinvolta direttamente nei combattimenti - ha stanziato ieri 48 milioni di euro, l'Unione europea ha sbloccato i primi 21 dei cento milioni di dollari che ha in programma di spendere per l'emergenza Iraq, gli Stati Uniti hanno fatto sapere di avere già pronta la prima tranche di aiuti, pari a 20 milioni di dollari. Ma finora tutto è rimasto sulla carta, e non è chiaro quando si muoverà davvero: la particolarità di questa emergenza dal punto di vista umanitario infatti, è legata alla natura stessa della guerra.

Nato senza l'avallo delle Nazioni unite e con la forte opposizione di una buona fetta della comunità internazionale, lo scenario del conflitto e i suoi risvolti futuri sono guardati con sospetto da più parti: molte ong hanno rifiutato gli aiuti dei governi coinvolti nel conflitto o di quelli che hanno preso le parti della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, altre temono di venire strumentalizzate. Non è chiaro infatti quanto e come l'ombrello delle Nazioni Unite, che finora ha gestito tutte le grandi emergenze degli ultimi anni, potrà agire in Iraq: né è chiaro il ruolo dell'Ufficio per la ricostruzione e gli aiuti umanitari americano, che dipende direttamente dal Pentagono. E chi si è opposto con forza alla guerra ha già fatto sapere di non volere rischiare di essere strumento di una colonizzazione americana dell'Iraq post-Saddam.

(25 marzo 2003)  

 

 
Italia - 14.9.2007
La lunga marcia (della pace)
In migliaia a Capitol Hill per dire no alla guerra in Iraq
"L'invasione dell'Iraq da parte degli Stati Uniti è un attacco contro l'umanità. Un attacco contro i civili iracheni, 700 mila dei quali sono morti, e un attacco contro gli americani, 3 mila dei quali sono rimasti uccisi". La dichiarazione non è di un Democratico arrabbiato, di un militante no-global o di un mullah, ma di un soldato dell'esercito Usa, l'ufficiale di Marina Jonathan Hutto. Hutto è uno dei partecipanti alla Marcia su Washington che domani vedrà impegnati migliaia di manifestanti e di affiliati alle principali organizzazioni pacifiste statunitensi, tra cui le maggiori sono Veterans Against the War, Veterans for Peace e il Camp Casey Peace Institute.
 
Il die-in. Ma Hutto è anche uno dei portavoce di un'iniziativa chiamata 'Appeal for redress' (appello per una riforma), tramite la quale più di un centinaio di militari statunitensi presentarono richiesta ai membri del Congresso per il ritiro delle truppe dall'Iraq. Questo avveniva esattamente un anno fa. Un anno dopo, il 15 settembre, in occasione della relazione del generale Petraeus sull'andamento della guerra in Iraq, si terrà una delle più imponenti manifestazioni contro Bush. Dalla tarda mattinata, i contestatori cominceranno a riunirsi attorno alla Casa Bianca. Il corteo sarà capeggiato da un 'contingente' di Iraq War Veterans, familiari di soldati e altri veterani. Quando la marcia raggiungerà il Congresso, i manifestanti insceneranno un die-in (analogo al sit-in, ma sdraiati per terra) che simboleggerà la morte di circa 4 mila soldati. L'altro elemento centrale della protesta sarà una rappresentazione della morte di centinaia di migliaia di iracheni, proprio nel momento in cui in aula comincerà la discussione sulla spesa di ulteriori decine miliardi a sostegno del programma bellico degli Usa. Al 'die-in' prenderanno parte tutte quelle persone che sanno di poter essere arrestate, trattandosi di un atto di disobbedienza civile. Per tutti gli altri, ci sarà un corteo - autorizzato - che correrà a fianco del palazzo del Congresso.
 
L'ex avvocato di Saddam. Se verrà scarcerato, alla manifestazione prenderà parte anche Adam Kokesh, ex sergente dei Marines, oggi fervido dissidente della politica di Bush. Kokesh è stato infatti arrestato insieme a Cindy Sheehan l'11 settembre scorso mentre gridava slogan contro la guerra in un corridoio del Congresso durante l'audizione del generale Petraeus. A protestare contro la politica di Bush anche Ramsey Clark. Avvocato e attivista, già ministro della Giustizia sotto il presidente Johnson, Clark prese parte al collegio di avvocati che difese Saddam. All'epoca fu buttato fuori dal tribunale per aver giudicato il processo una "parodia della giustizia".
Luca Galassi
 
http://www.peacereporter.net/dettaglio_articolo.php?idc=0&idart=8738