Spazioamico

RASSEGNA STAMPA

PRESENTAZIONI

ATEI  e AGNOSTICI

MEMORIE

                                                                  RASSEGNA STAMPA     Kosovo

Vedi anche: Srebrenica

SLOBO VIVE LA SINISTRA ITALIANA RANTOLA di Fulvio Grimaldi

 «Kosovo, la fretta di D'Alema prepara un altro disastro» Tommaso Di Francesco    Manifesto – 9.2.08

Kosovo, memorie di una guerra infinita - Tommaso Di Francesco   Manifesto, 17 maggio 2006

 Le nostre vergogne in Kosovo, la guerra e l'«indipendenza» Ennio Remondino

  «Il vero volto di Washington»: la Serbia ritira l'ambasciatore Matteo Bosco Bertolaso Manifesto 19/2/2008

1999-2009. La criminalità organizzata stupra la Jugoslavia di Fulvio Grimaldi

Lo sciagurato protettorato sul Kosovo Barbara Spinelli

Si è scoperchiato un nuovo vaso di Pandora :

il Kosovo “Indipendente” e il Progetto per un “Nuovo Medio Oriente” di Mahdi Darius Nazemroaya

In Serbia: resistenza di massa contro il ruolo sostenuto dagli USA/NATO di Sara Flounders 28 febbraio 2008

Kosovo a doppia violazione - Luciana Castellina Manifesto 19/2/2008

«Kosovo, la fretta di D'Alema prepara un altro disastro»

Tommaso Di Francesco    Manifesto – 9.2.08

Mercoledì, poco prima dello scioglimento delle Camere, Massimo D'Alema ha comunicato alle commissioni esteri di Camera e Senato che l'Italia riconoscerà l'indipendenza unilaterale del Kosovo, annunciando che ci saranno 200 italiani nella «missione civile e di polizia» di 2000 uomini che l'Unione europea vuole dispiegare in Kosovo per gestire l'indipendenza. Il parlamento italiano non l'ha mai discussa e nemmeno il governo in carica per il «disbrigo degli affari correnti» non per attivare processi internazionali delicatissimi. Di questo abbiamo parlato con il generale Fabio Mini, ex comandante della Nato in Kosovo. Non le sembra particolarmente azzardato tutto questo, così come considerare che la vittoria di misura di Boris Tadic a Belgrado apra le porte all'accettazione dell'indipendenza unilaterale del Kosovo? Il processo della definizione dello status del Kosovo è talmente delicato e complesso che è un azzardo persino pensare di liquidarlo con la discussione di qualsiasi Parlamento nazionale. La vittoria di Tadic è una buona notizia per la Serbia che vuole accedere all'Europa ed una altrettanto buona per l'Europa che vede avvicinarsi una nazione che per troppo tempo e di certo non per colpe collettive è rimasta fuori dal circuito degli stati. Ritengo però un errore pensare che Tadic possa o abbia intenzione di barattare il Kosovo con l'ammissione della Serbia all'Unione Europea. Non può sfuggire a lui, e tanto meno a Kostunica, che legare l'accesso della Serbia all'Europa all'indipendenza del Kosovo significa sottostare ad un vero e proprio ricatto. La Serbia di Kostunica non è nuova ai compromessi. Milosevic è stato consegnato in cambio di una congrua ripresa degli aiuti finanziari, ma qui la situazione è diversa: la Serbia non sta cedendo un presunto criminale ad un tribunale internazionale, ma deve cedere la propria sovranità su una parte del paese che verrà gestita da chi deve ancora fare i conti con il tribunale internazionale. Se questo nella nostra logica è equivalente non lo è per quella di nessun serbo anche se smaliziato e desideroso di entrare in Europa come Tadic. Forse da noi la voglia di chiudere le partite in sospeso prima delle ferie induce a passi affrettati, ma in questo caso la fretta è del tutto fuori luogo ed è anche un cambio sostanziale della politica ufficiale. Non dimentico che la posizione italiana è sempre stata per la prosecuzione del dialogo e non per l'avallo delle iniziative unilaterali. Senza soluzione di compromesso tra le parti il problema del Kosovo è destinato a ingigantirsi e a costituire un precedente gravissimo per l'intero diritto internazionale. Il sostegno al dialogo, a prescindere dal tempo necessario, non mi sembrava una posizione assunta per traccheggiare, ma per esprimere una politica forte di rispetto del quadro del diritto internazionale di fronte a pressioni legittime o fuori luogo di altri paesi interessati a modificarlo in maniera subdola e surrettizia. In realtà, proprio con l'elezione di Tadic le prospettive di dialogo e di soluzione positiva e concordata aumentano e, a pensar male ci si coglie sempre, forse la fretta e l'ineluttabilità servono proprio ad evitare che il dialogo riprenda. Per D'Alema l'indipendenza è «irreversibile» e «siccome i kosovari diranno "siamo indipendenti sotto l'autorità europea" l'Europa deve assumersi questa responsabilità. E intende farlo». Torna la scelta dell'indipendenza controllata del piano Ahtisaari, fallito nel negoziato. Stanno cancellando il ruolo delle Nazioni unite? Che l'Europa intenda agire in modo unitario seguendo le indicazioni delle Nazioni unite è una buona notizia. Se invece l'unità è ricercata per smantellare quel poco di legittimità rimasta all'Onu, allora ne diventa l'estrema unzione. Ritengo che al di là delle parole apodittiche la stessa Unione Europea non abbia alcuna intenzione di alterare il quadro dell'Onu, anche se questo in Kosovo ha clamorosamente fallito. I motivi sono essenzialmente due: l'Unione non è in grado di sostituirsi alle Nazioni Unite neppure se lo volesse. Non ne ha la forza e non ne ha l'autorità neppure per una situazione regionale come quella del Kosovo proprio per le implicazioni globali che questa ha. Inoltre, l'Unione europea è già parte integrante del fallimento dell'Onu in Kosovo. Il cosiddetto pilastro della Ricostruzione era ed è gestito dall'Ue. Avrebbe dovuto rappresentare anche il perno per un cambio sostanziale di stile di vita delle popolazioni e avrebbe dovuto far decollare un Kosovo non vincolato alle politiche socio-economiche della ex-Jugoslavia. L'economia è il fallimento più grave del Kosovo, quello che ha vanificato un minimo di benessere che avrebbe consentito il ritorno dei rifugiati, l'attenuarsi delle rivendicazioni e delle vendette e il ristabilimento di una vera sicurezza. Tutto questo non è avvenuto e si sono sprecati anni e risorse infinite per essere ancora, e forse peggio, alla situazione del 1999. Se alle ultime elezioni oltre la metà dei kosovari albanesi non è andata neppure alle urne significa che hanno perduto la fiducia in tutte le organizzazioni internazionali che hanno preteso di dettare le condizioni. Oggi più che della negazione di qualsiasi compromesso da parte serba e albanese, bisognerebbe prendere atto della perdita di autorevolezza di tutte le organizzazioni internazionali agli occhi dei kosovari, serbi e albanesi, affrontando il problema con una buona dose di umiltà. Con la tendenza attuale si avalla una posizione estremista ed un atto unilaterale con altrettanto estremismo ed unilateralismo a scapito dell'intero quadro generale istituzionale. La «missione civile e di polizia», votata dalla Ue martedì con l'astensione di Cipro che teme per la questione della Repubblica turco cipriota (e con i dubbi di Grecia, Slovacchia, Spagna e Romania), sarà sancita il 18 febbraio dai ministri degli esteri della Ue. Quale è il quadro di legalità di questa «missione» in rapporto alla Risoluzione 1244 (votata dal Consiglio di sicurezza Onu con assunzione della Pace di Kumanovo del giugno-luglio 1999) che riconosce invece la sovranità della Serbia sul Kosovo? Per la sostituzione di una missione Onu con una di un'organizzazione regionale, come l'Unione europea, c'è bisogno di una nuova risoluzione. Invece l'escamotage che mi sembra sia stato adottato è quello di considerare la missione Europea sempre sotto il cappello dell'Onu perché comunque la missione della «presenza militare di sicurezza» rimane invariata sotto il controllo della Nato. In ogni caso senza una chiara presa di posizione del Consiglio di Sicurezza la missione parte malissimo. Tuttavia partirebbe malissimo anche se ci fosse una nuova risoluzione per una volta tanto sincera. Il cambio di responsabilità, la chiusura di Unmik, la decisione di lasciare Kfor e l'orientamento a riconoscere l'atto unilaterale d'indipendenza da parte dei kosovari albanesi dovrebbero essere sanzionati da una risoluzione che ammettesse il fallimento di Unmik e di tutte le iniziative dell'Onu; dovrebbe elencare quali nuovi sviluppi abbiano portato al passaggio di mano, e questi non ci sono. Dovrebbe ammettere l'impotenza internazionale di fronte alle pressioni di alcune lobby, dovrebbe ammettere l'inconsistenza del tessuto istituzionale kosovaro finora realizzato, dovrebbe ammettere che dopo nove anni il Kosovo non è in grado di gestire neppure un'autonomia controllata e nel frattempo lo si considera indipendente. Dovrebbe elencare tutti i paesi e i territori che possono rivendicare lo stesso trattamento di favore a partire da Taiwan, dall'Irlanda del Nord, dai Curdi iraniani, iracheni, turchi e siriani, dai paesi caucasici in lotta con la Russia, da quelli africani, dai Baschi in Spagna e Francia, dagli Uyguri, dagli Hui e dai Mongoli in Cina e così via. Dovrebbe dire quale regola fondamentale rimane valida per dare una parvenza di legittimità ad un ordine mondiale sfasciato. Dovrebbe infine dire cosa vogliono fare dei Balcani i soloni delle nazioni che si agitano nelle varie campagne elettorali. Gli accordi e la logica di Dayton cade e così cade la Bosnia Erzegovina, si riapre la questione della Voivodina, del Sandjak, degli albanesi della Macedonia e di quelli della valle di Presevo in Serbia, di quelli in Grecia, ecc. Ed infine dovrebbe indicare chi si debba far carico di gestire le conseguenze di un tale atto. La Ue dichiara di muoversi su una «interpretazione creativa» dell'articolo 10 della Risoluzione 1244, quello sul ruolo del Segretario dell'Onu, che però, secondo l'articolo, dovrebbe intervenire per applicare la Risoluzione non cancellarla per accettare l' indipendenza unilaterale? Creare significa trarre dal nulla. Tutto il mondo pensa che dietro l'Europa ci sia qualcosa di concreto oltre ai sogni della mia generazione e alle fantasie di quelle successive. Se non c'è nulla, allora che creino pure, ma che si preoccupino anche di gestire il casino creato.    top

Le nostre vergogne in Kosovo, la guerra e l'«indipendenza»

Ennio Remondino

Frequento il Kosovo ed il suo peggio da più di 10 anni. Gli sgherri di Milosevic e quelli dell'Uck, banditi che rappresentavano lo Stato e banditi che si sono fatti Stato, le bombe umanitarie della Nato e i risultati disumani delle bombe. Ho visto le identità nazionali farsi nazionalismo e le nazioni imporre il loro Stato alle nazioni perdenti. Ho visto l'ingerenza umanitaria che diventa aggressione contro una parte sofferente, ho visto le sofferenze da esaltare perché utili al consenso e ho visto le sofferenze da occultare perché imbarazzanti. Accademia di cinismo internazionale irripetibile, il Kosovo, di cui sono stato, con Tommaso Di Francesco, uno dei molti narratori. Cronache di una catastrofe annunciata, destinate a perdersi nella opinabilità della lettura dei fatti e delle opinioni politiche sospette. Salvo che le riflessioni non vengano da fonti culturali terze, alte, e coincidano sorprendemente coi fatti. La contraddizione, per esempio, tra nazionalità e Stato. «La nazionalità è un valore caldo: lingua, consuetudini, canzoni, paesaggi, cibi. Lo Stato è un valore freddo: leggi, regole, sicurezza e assistenza sociale. Si amano i valori caldi, ci si commuove per una canzone natia, non per un articolo di codice. Ma è quest'ultimo che permette ad ognuno di cantare, commuovendosi, le sue canzoni». Lo ha scritto lunedì scorso sul Corriere, Claudio Magris, intellettuale e uomo di cultura che i Balcani li possiede in modo naturale, come lo scorrere delle acque poderose del Danubio, ma con parole in grado di travolgere tutto. Parole lisce, quelle di Magris, parole chirurgiche, che incidono a fondo. «La vergognosa guerra del Kosovo», per esempio. Un'Italia bugiarda (e non solo lei) aveva negato di voler sottrarre alla Serbia quel territorio sapendo, in realtà, di correre in «Soccorso dei vincitori». Leggo Magris e trovo il Kosovo delle mie inquiete frequentazioni, specchio all'incontrario di quel Kosovo che vedo raccontato e progettato da una politica internazionale paranoica e bugiarda. La «nazionalità calda» di cui parla Magris la ritrovo nelle viscere della serbitudine silenziosa e arrabbiata del cine operatore storico di Rai-Balcani, Miki Stojicic. Lui che la sua lingua la mischia ad un buon inglese e ad un decente italiano, lui che le consuetudini antiche le contesta dal suo primo codino, un'era fa, ora grigio e rado, lui che le canzoni popolari serbe non le canta, ma te le fa ascoltare, lui che i paesaggi li vive attraverso la loop di una telecamera e i cibi li consuma per alimentarsi. Ovviamente la carne serba è la migliore del mondo. I valori caldi di matrice kosovaro albanese li conosco in parte attraverso Ilir, l'interprete e assistente che affianca Miki. In pubblico parlano tra loro in italiano, in privato, torna il vecchio «jugoslavo» in versione meridionale. Ilir la sua identità nazionale «calda» la traduce nel parlare delle sue speranze di lavoro e prosperità nel trevigiano dei suoi dieci anni da migrante. Recentemente nel ritrovarsi nella tradizione laicamente maomettana della famiglia, cui concede l'eccezione del bicchiere di vino ma non quella di un piatto di maiale. I «valori caldi» che invece fanno davvero paura sono quelli attorno. Sono quelli dei serbi di trincea, a Kosovska Mitrovica, dove la simpatia per noi italiani sta evaporando assieme alle speranze. Quelli dei serbi delle enclavi etniche grandi o piccole che si sanno condannati alla migrazione. I valori «caldi» albanesi che mi fanno paura sono quelli dell'ultima fila Uck, partigiani del 26 aprile, che aspettano soltanto l'occasione e l'ordine atteso per sfogare le loro frustrazioni nella violenza. Mi fa paura il carnevale perbenistico di una dirigenza politica mascherata in doppiopetto. Ovviamente in Kosovo, uno cerca anche lo Stato. Torno a Magris e leggo: «Lo Stato è un valore freddo: leggi, regole, sicurezza e assistenza sociale». Leggi. Quali leggi? La legge del più forte, la legge del Canun, la legge della Jungla, le legge dei Clan criminali che si spartiscono territorio ed elettorato? Dov'è la legge in Kosovo, dopo 9 anni di lauta amministrazione internazionale Onu? Se c'è, io non l'ho vista. Qualche regole, forse, dopo 9 anni di fastosa missione internazionale Onu. Ma quale regola varrà lunedì prossimo? La risoluzione Onu 1244, messa come cappello successivo ai bombardamenti Nato? La risoluzione premette che il territorio del Kosovo fa parte della Serbia, ma la premessa non farebbe parte dei contenuti, sentenzia qualche audace leguleio. Come un titolo di giornale non fa necessariamente parte del contenuto dell'articolo. La regola con l'eccezione incorporata, quindi. Se la regola è l'Onu, cosa c'entra l'Unione europea che sta arrivando? Qualcuno immagina una prossima risoluzione del Consiglio di Sicurezza in proposito col voto di Russia e Cina? Sul concetto di «Stato freddo», il mio Kosovo parla attraverso le mille diversità della missione internazionale. I militari Nato, innanzitutto, che è noto, non parlano di politica né discutono gli ordini. Gli ordini però devono riuscire a capirli. I militari di oggi sono colti e intelligenti. Sono gli ordini, spesso, ad essere cretini. I militari che non parlano però pensano, preoccupati di trovarsi di fronte ad ordini arzigogolati e incerti. I civili dell'amministrazione Unmik, obbligati alla riservatezza, restano civili e se non parlano, scrivono. Rapporto su criminalità organizzata e corruzione in Kosovo. La sintesi è che il fenomeno non può essere contrastato in quanto monopolio dell'attuale classe politica cui stiamo per affidare l'autogoverno, anzi l'indipendenza, perdipiù proclamata unilateralmente. Lo «Stato freddo» che non c'è, non suscita evidentemente reazioni, calde o fredde, della politica internazionale e delle cancellerie. Aspettiamo tutti a commuoverci, in monda visione, per il nuovo inno nazionale kosovaro albanese che sentiremo per la prima volta domenica 17, lasciando al dopo la noia dei «codici freddi». Anche se, in assenza di quei «codici freddi», nel nuovo Kosovo non tutti saranno liberi di cantare, commuovendosi, le loro canzoni.              top

 

              Kosovo, memorie di una guerra infinita - Tommaso Di Francesco   Manifesto, 17 maggio 2006
Diplomazia è spesso sinonimo di prudenza. Questa volta, però, Miodrag Lekic, ex ambasciatore jugoslavo a Roma, non è stato tanto «diplomatico». Ha infatti scritto e ora pubblicato - esce oggi in libreria - un diario, La mia guerra alla guerra (Guerini e Associati, pp. 397, euro 22,50) che va dall'ottobre 1998 all'ottobre 1999 e che comprende i settantotto terribili giorni di bombardamenti «umanitari della Nato» sulla ex Jugoslavia per la crisi del Kosovo. E lo ha fatto, scrive, per «esprimere una cultura della responsabilità» e «senza temere conseguenze». Del resto, poteva rimanere in silenzio il protagonista di una esperienza unica costretto a essere suo malgrado testimone di avvenimenti eccezionali? Come ricorda infatti Sergio Romano nell'introduzione, l'ambasciatore Lekic è rimasto nella sua sede ad assistere alla guerra dal territorio di un paese nemico che stava bombardando il suo, continuando al tempo stesso a negoziare per la pace. E questo perché Belgrado aveva mantenuta aperta la possibilità di trattare con due paesi della Nato, la vicina Grecia e l'Italia che - ricorda Romano - non aveva chiesto a Lekic di rientrare in patria sebbene fosse in quegli stessi giorni la portaerei dell'Alleanza atlantica. Da questo osservatorio privilegiato e rischioso Lekic dipana un resoconto originalissimo, perché l'autore vive il doppio dramma di vedere da lontano la devastazione del suo paese interponendo un'impossibile mediazione per limitare i danni, senza tuttavia nascondersi gli errori del suo governo. Non è schierato con Milosevic, Miodrag Lekic, ma si batte contro i bombardamenti della Nato: è, insomma, il rappresentante del suo popolo. Al tempo stesso deve subire un'altra privazione: quell'occidente che appare come un baluardo internazionale di democrazia all'improvviso si frantuma per diventare strumento di sopraffazione nelle mani del più forte. Tanto più che il paese da cui Lekic si aspettava di più e nel quale è ospite ingombrante se non sgradito, l'Italia con al governo per la prima volta un presidente del consiglio post-comunista, Massimo D'Alema, è diventato la pista di partenza dei bombardieri che faranno strazio di civili e infrastrutture. Quaranta miliardi di dollari di danni che nessuno ha pagato, cinquemila vittime civili, duemila morti tra cui tanti bambini e tante donne. E nessun criminale di guerra alla sbarra, aggiungiamo noi. E qui, nella sua ineludibile attualità, sta l'aspetto più rilevante del diario di Lekic. In queste ore di attesa per il nuovo governo di centrosinistra, la memoria dell'ex ambasciatore è quasi uno specchio. Giacché il libro mostra che la guerra doveva e poteva essere evitata, che averla fatta è stato un tragico errore e averla definita «umanitaria» una farsa. Non inutile. Gravava infatti su D'Alema nel marzo del '99, a ridosso dell'imbroglio di
Rambouillet e della messinscena della strage di Racak, il dubbio, scrive ancora Romano , se «si sarebbe comportato da "buon alleato"», se «sarebbe stato sufficientemente "atlantico"». Insomma D'Alema era sotto esame, dalla bicamerale doveva passare alla guerra «costituente». Esame passato con lode. Ma le menzogne usate allora sono un misfatto che ha avuto come testimoni non solo i pacifisti italiani ma anche l'ambasciatore Lekic, il quale nel suo diario racconta come nelle stesse sedute del parlamento il governo D'Alema per bocca del ministro degli esteri Dini riconobbe che sul campo la situazione era diversa rispetto a quella raccontata dalla Nato. Che l'Uck era terrorista e andava fermata perché il suo obiettivo era di internazionalizzare la crisi allo scopo di arrivare a un'occupazione militare atlantica del Kosovo per giungere all'indipendenza, un'indipendenza sciagurata visto che - osserva Lekic - perdere quel territorio, «una linea di faglia tra le civiltà come Gerusalemme», vorrebbe dire «non perdere un arto qualsiasi del proprio corpo ma una parte della testa». Si dipanano nel diario avvenimenti marginali ma significativi: come l'intermediazione dell'altra ambasciata, quella in Vaticano, che «esautorava» di fatto l'operato di Lekic; o come la sorprendente fuga di Ibrahim Rugova da Pristina non in occidente ma a Belgrado da dove poi venne consegnato come mediatore di pace (e anche su questo Rugova non fu veritiero) all'Italia. Tornano nel libro i nomi indimenticabili dei target dei bombardieri atlantici : Surdulica, la televisione di Belgrado, il mercato di Nis. Sangue che nell'autore, così lontano dai suoi luoghi, suscita perfino maggiore dolore. E a ogni «effetto collaterale» - ma chiamatelo effetto collaterale un bombardamento fatto con cluster bomb - si avverte l'impotenza di chi non riesce a fermare l'aggressione, di chi non è stato capace di impedire gli errori del proprio paese, di chi sente che l'azzeramento dei dispositivi del diritto internazionale dopo Rambouillet ha ormai cancellato ogni possibilità della pace. Ora la Serbia, ridotta a immenso campo profughi (circa un milione di fuggiaschi per le pulizie etniche subite dai serbi in Kosovo, nella Krajina croata e in Bosnia Erzegovina) è il «cuore di tenebra» dei Balcani. Nel Kosovo sotto occupazione Nato la pulizia etnica è continuata sotto segno opposto ed è in discussione perfino l'indipendenza come se il vero motivo di quella guerra fosse non il ventilato umanitarismo ma la rimessa in discussione dei confini. Con la morte oscura di Milosevic nel carcere del Tribunale dell'Aja come se a lui solo andassero ascritte le responsabilità della tragedia dell'ex Jugoslavia. Ma, si chiede Miodrag Lekic, quale sarà la fine di quelli che «cinicamente, dai loro comodi uffici nelle cancellerie occidentali, hanno precipitato i popoli jugoslavi nella guerra?».                top

=========

Manifesto – 19.2.08

 

Kosovo a doppia violazione - Luciana Castellina

«Non riconosceremo l'indipendenza del Kosovo unilateralmente dichiarata, perché contraria al diritto internazionale». Così ha detto in apertura della riunione Ue - dando con la sua autorevolezza voce a una linea già enunciata da molti governi europei - il ministro degli esteri spagnolo, Moratinos. Che ha anche aggiunto, conferendo particolare drammaticità alla sua denuncia, che accettare questa secessione dalla Serbia equivale all'invasione dell'Iraq. L'unità dell'Ue si è dunque ampiamente spezzata, al punto che l'Unione va in ordine sparso e non vale più l'argomento secondo il quale non ci sarebbero stati spazi per una posizione italiana diversa da quella che rischia invece di prevalere a Bruxelles: un'accettazione del fatto compiuto, che appare tanto più grave se si considera che così, oltretutto, si opera anche contro il Consiglio di Sicurezza e la risoluzione 1244 votata a suo tempo dall'Onu. Una doppia violazione, dunque, che per l'Italia appare anche più grave: innanzitutto perché nei mesi passati Roma aveva stabilito un dialogo con la Serbia che, nella pur difficilissima situazione, sembrava dare frutti positivi, tanto è vero che Belgrado aveva già accettato di concedere alla regione ribelle un'autonomia larghissima, tale da conferire alle autorità locali più del 90% delle funzioni statali. Bruciare così bruscamente questo rapporto produrrà inevitabili risentimenti, l'affossamento di ogni ipotesi di soluzione negoziale, la fatale ripresa di egemonia delle forze serbe più nazionaliste, a tutto danno di quelle democratiche che oggi governano. In secondo luogo è particolarmente grave per noi perché è il nostro paese che sarà capofila di una spedizione di polizia affidata a regole quanto mai confuse e destinata a imporre, in spregio ai principi del diritto internazionale, la volontà del gruppo kosovaro di Thaqi, e degli Stati Uniti che l'hanno spalleggiato. L'affermazione di Moratinos è sacrosanta: l'inviolabilità delle frontiere è uno dei cardini dell'ordine postbellico che va salvaguardata, anche se oramai da tempo le indipendenze unilateralmente annunciate e realizzate solo quando di convenienza occidentale sono diventate la prassi. Proprio l'uso arbitrario nell'attuazione delle decisioni dell'Onu sta minando ogni fiducia nella possibilità di un assetto democratico del mondo e producendo barbarie. Cosa potrà accadere ora nel Kosovo è facile da immaginare. Basti pensare a quanto è già accaduto in questi nove anni: 300.000 profughi serbi, 2.000 uccisioni, monasteri incendiati. Nessuno vuole fare il computo dei morti dell'una e dell'altra parte. Ma va ben detto che con i bombardamenti Nato sulla Jugoslavia si sono fatti altri morti e si è solo ritardata la vittoria degli oppositori di Milosevic. E che ora si apre la strada all'acutizzazione di una serie senza fine di conflitti, bruciando ogni possibilità di trovare soluzioni negoziate per dare a ogni popolo i diritti che gli spettano, ma che non necessariamente coincidono con la moltiplicazione di stati che sta sbriciolando la mappa del mondo garantendo solo un'indipendenza fittizia. Perché manovrata dall'una o dall'altra grande potenza; e, complessivamente, dai poteri forti e incontrollati del mercato globale.                 top

 

«Il vero volto di Washington»: la Serbia ritira l'ambasciatore

Matteo Bosco Bertolaso

New York - Questa volta il vecchio «falco» John Bolton sarà soddisfatto. Qualche settimana fa l'ex ambasciatore Usa alle Nazioni unite era tornato al Palazzo di Vetro per presentare il suo ultimo libro - «Arrendersi non è un'opzione», questo il titolo - lamentandosi con i giornalisti: «L'Onu non è più quello di una volta, quando ero giovane, durante la guerra fredda, i dibattiti tra gli ambasciatori si potevano vedere in televisione. Adesso, invece, tutto viene fatto a porte chiuse». Niente più scarpa di Krusciov sul banco sovietico, niente più ostruzionismo al Consiglio di sicurezza con veti incrociati. Ieri, però, le cose sono andate diversamente con il Kosovo. I quindici membri dell'organo esecutivo dell'Onu si sono divisi in un dibattito pubblico in cui sono emerse con forza le preoccupazioni per il vento che soffia dai Balcani. La sessione è iniziata con l'intervento del presidente della Serbia Boris Tadic, volato a New York per denunciare al Palazzo di Vetro quella che considera una violazione della Carta delle Nazioni unite, che difende la sovranità degli stati membri. Prima della discussione pubblica, Tadic è salito al trentottesimo piano del Palazzo di Vetro per discutere con il segretario generale dell'Onu Ban Ki-moon. Dopo la discussione pubblica, appreso che gli Usa avevano riconosciuto il Kosovo indipendente, Belgrado ha comunicato che ritirava l'ambasciatore da Washington: «L'America - ha detto il presidente Kostunica parlando al parlamento serbo - ha mostrato il suo vero volto», cioé la continuazione dell'aggressione della Nato del 1999. Mentre nubi cupe si ammassavano sul cielo di Manhattan, gli ambasciatori di Stati uniti e Russia, alleata della Serbia, si sono scontrati frontalmente nella sala del Consiglio di sicurezza. Il Kosovo ha diviso profondamente lo scacchiere internazionale: Mosca - e questa è la vera novità di ieri - ha incassato l'appoggio di Pechino. La Cina, uno dei membri del Consiglio con potere di veto, ha affermato di essere «profondamente preoccupata» per l'indipendenza del Kosovo. In una nota diffusa dal portavoce del ministero degli esteri Liu Jianchao, Pechino ha definito «unilaterale» la decisione di Pristina, aggiungendo che essa «avrà un'influenza negativa sulla pace e stabilità nella regione dei Balcani». La Cina ha due «casi kosovari» all'interno dei suoi confini: uno è Taiwan, l'altro è la regione di Xinjiang, la regione del nordovest con una forte minoranza musulmana. I cinque membri del Consiglio con potere di veto si sono spaccati: da una parte Pechino e Mosca, dall'altra Londra, Parigi e Washington. Il rischio? Ora il Palazzo di Vetro potrebbe rimanere impantanato nei Balcani e la missione Unmik si ritroverebbe in una situazione precaria, in balia delle schermaglie della diplomazia internazionale. Non a caso, domenica il segretario generale dell'Onu si è limitato ad un appello alla calma, evitando di prendere posizione. Domenica, poche ore dopo la dichiarazione di indipendenza a Pristina, c'era stato un assaggio dello scontro. Vitaly Churkin, ambasciatore della Russia al Palazzo di Vetro, aveva detto che la richiesta di Mosca al Consiglio è di «dichiarare nulla e non valida» l'indipendenza proclamata unilateralmente. Dall'altra parte, Stati uniti e membri europei del Consiglio di sicurezza (Belgio, Croazia, Francia, Gran Bretagna e Italia), assieme alla Germania, avevano preparato un documento comune in cui si afferma che la dichiarazione di indipendeza segna la fine di un processo «che aveva esaurito tutte le vie di uscita». «Ci rammarichiamo che il Consiglio di sicurezza non riesca a trovare accordo sulla soluzione, ma lo stallo è stato chiaro per diversi mesi». In effetti, la Russia ha continuato a minacciare il veto su un documento preparato dalla potenza occidentali, chiedendo invece di proseguire le consultazioni. «Abbiamo intenzione di assumerci la nostra responsabilità, come stati e attraverso l'Unione europea e la Nato - hanno dichiarato membri europei e Stati uniti - per assicurare stabilità e sicurezza nella regione». Ma la missione preparata dall'Unione europea per il Kosovo, EuLex, viene ostacolata dalla Russia. Mosca ritiene che per dare luce verde a EuLex bisogna rivedere la risoluzione 1244 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, che ha creato Unmik. Secondo le potenze occidentali, invece, il dispiegamento della forza europea è in linea con la 1244. La risoluzione, approvata nel 1999, sarà uno dei nodi legali del garbuglio balcanico attorno al Kosovo: secondo l'ambasciatore russo il documento «non permette la dichiarazione di indipendenza da parte del Kosovo». Ma a parere del suo collega degli Stati uniti, Alejandro Wolff, «la risoluzione 1244 è compatibile con la situazione attuale».                   top

 ____________________________

 Si è scoperchiato un nuovo vaso di Pandora :

il Kosovo “Indipendente” e il Progetto per un “Nuovo Medio Oriente”

 

di Mahdi Darius Nazemroaya

Mahdi Darius Nazemroaya è uno scrittore indipendente, residente ad Ottawa, specializzato in problemi del medio Oriente, ed è un ricercatore associato al Centre Studi sulla Globalizzazione (CRG).

da Global Research,

20 febbraio 2008

 

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

L’opinione pubblica Occidentale è stata indotta in errore. Gli avvenimenti e i fatti realmente successi sul campo nella ex Jugoslavia sono stati accuratamente manipolati. 
Nel dividere la Jugoslavia, la Germania e gli USA hanno profondamente radicato i loro interessi geo-strategici in quell’area. Ecco che
Washington, D.C. e Berlino sono stati i primi governi a riconoscere gli Stati secessionisti, risultato della disgregazione della Federazione Jugoslava.

Le generali implicazioni della “Indipendenza” del Kosovo

 

La dichiarazione di indipendenza del Kosovo del febbraio 2008 è la chiave verso la legittimazione su scala mondiale della dissoluzione e della disgregazione di Stati sovrani. L’Eurasia è il bersaglio principale. L’“indipendenza” del Kosovo è parte di un programma neo-colonialista con alla base interessi economici e geo-politici. L’obiettivo è di instaurare un Nuovo Ordine Mondiale e di stabilire il controllo egemonico sopra l’economia globale. In questo senso, il Kosovo fornisce lo spartito e la “prova generale” che ora possono essere applicati per la ristrutturazione dell’economia e dei confini del Medio Oriente, secondo il Progetto per un “Nuovo Medio Oriente”.  
Il paradigma ristrutturante che è già stato applicato alla ex Jugoslavia è lo stesso che si intende precisamente per il Medio Oriente, un processo di balcanizzazione e di controllo economico.

  
 

La
Pseudo-Dichiarazione di Indipendenza del Kosovo

Il 17 febbraio 2008, la Provincia secessionista del Kosovo ha dichiarato unilateralmente la sua indipendenza dalla Repubblica di Serbia. L’indipendenza è stata dichiarata, durante una sessione straordinaria, dal Parlamento Kosovaro e dai suoi organi esecutivi.                                                   Belgrado non aveva avuto più il controllo sul Kosovo dal 1999, quando la NATO aveva scatenato la guerra contro la Serbia per imporre il suo controllo sul Kosovo con il pretesto di ragioni “umanitarie”. 

Il Presidente Fatmir Sejdiu, il Primo Ministro Hashim Thaci, e il Presidente del Parlamento Jakup Krasniqi hanno esaltato l’avvenimento con discorsi dentro e fuori l’aula parlamentare Kosovara. 
Molti della maggioranza di etnia Albanese del Kosovo hanno festeggiato quello che hanno sempre pensato essere uno spostamento in avanti verso la loro auto-determinazione. Invece, la verità della questione è che la dichiarazione dell’indipendenza Kosovara è stata una dichiarazione di “dipendenza” e una camicia di forza imposta al Kosovo da parte di forze colonialiste.  Senza alcun rimorso, i dirigenti Kosovari hanno trasformato il loro territorio in un avamposto degli interessi Franco-Germanici ed Anglo-Americani.                                                                                                                 Quindi, il 17 febbraio 2008 ha segnato il giorno in cui il Kosovo è sempre più venuto a configurarsi come un protettorato della NATO-Unione Europea. Seconda l’agenda della cosiddetta “indipendenza”, il Kosovo verrà formalmente amministrato e tenuto sotto tutela da funzionari e da personale di polizia e di truppa della NATO e dell’Unione Europea. 

In realtà, il Kosovo avrebbe potuto ottenere una ben più accentuata indipendenza, come Provincia autonoma, in un accordo di autonomia con la Serbia, come era stato previsto attraverso colloqui bilaterali tra Belgrado e Pristina. La maggioranza dei Kosovari sarebbero stati soddisfatti da tali accordi.
Comunque, le trattative erano destinate all’insuccesso per due ragioni evidenti: 1) i dirigenti del Kosovo sono agenti di interessi stranieri e non rappresentano gli interessi della popolazione Kosovara; 2) gli Stati Uniti e l’Unione Europea erano determinati a istituire e consolidare un altro protettorato nella ex Jugoslavia. 

Kosovo: un’altra fase nella colonizzazione economica della ex Jugoslavia

Una delle figure accademiche di riferimento nel mondo, che ha documentato in tutti gli aspetti la disintegrazione della Jugoslavia per azione straniera e la situazione in Kosovo, è il prof. Michel Chossudovsky.  Egli ha documentato le motivazioni economiche e geo-strategiche, che, come mani che stringono il cappio, hanno procurato il collasso della Jugoslavia e portato il Kosovo ad essere indipendente dalla Serbia. Il suo lavoro ha disvelato le verità nascoste nel retroscena della caduta della Jugoslavia e le tattiche che sono state usate per dividere le nazioni e i popoli che hanno vissuto insieme in pace per centinaia di anni.                                                                                                            Prima di una discussione ulteriore sul problema del Kosovo, è opportuno lanciare uno sguardo sulla ristrutturazione della Bosnia-Erzegovina. 
La Costituzione della Bosnia è stata scritta da “esperti” Statunitensi ed Europei nella base della Air Force USA a Dayton, Ohio. Chossoduvsky , in modo appropriato, etichetta la Bosnia-Erzegovina come una entità neo-coloniale. Sono le truppe NATO ad avere il controllo sulla Bosnia-Erzegovina, per assicurare in modo stretto l’imposizione di un nuovo modello di struttura di società, politico ed economico. 
Inoltre, la ricerca di Chossudovsky mette in luce il fatto che chi presiede effettivamente il governo Bosniaco, l’Alto Rappresentante, e il Presidente della Banca Centrale della Bosnia sono entrambi stranieri, scelti con attenzione dall’Unione Europea, dagli USA e dal Fondo Monetario Internazionale (FMI).[1] Questa è chiaramente una ri-emanazione di una amministrazione coloniale. Questo modello è stato replicato con qualche variazione anche nelle ex Repubbliche della Federazione Jugoslava. Il maggiore ostacolo alla completa applicazione di questa agenda è la volontà popolare dei cittadini della ex Jugoslavia, in particolar modo dei Serbi.
La Serbia, come un’isola di resistenza, costituisce l’ultimo bastione di indipendenza rimasto della ex Jugoslavia e nei Balcani, ma perfino in Serbia esiste un modus vivendi, per cui la gente ha fatto un contratto parziale di adesione con l’agenda economica straniera, che le consenta di continuare nel suo stile di vita ancora per un po’ di tempo. Comunque, questo accordo non è destinato a durare a lungo.  

Lo stesso modello politico e socio-economico sta per essere applicato nei Balcani e nel Medio Oriente

Il processo applicato all’Iraq non differisce di molto dal modello messo in opera nella ex Jugoslavia. Sono state accentuate le divisioni da catalizzatori esterni, l’economia è stata destabilizzata, è stata innescata la disgregazione nazionale e viene imposto un nuovo ordine  politico-socio-economico. 
Per di più, l’interferenza straniera e l’intervento militare sono stati giustificati sulla base di un falso umanitarismo. Non è una coincidenza che sia stato imposto dalla coalizione guidata dagli Stati Uniti  un “Alto Rappresentante” a governare l’Iraq sotto occupazione, quindi riproducendo il modello applicato alla Bosnia-Erzegovina, che è caratterizzato da un “Alto Rappresentante” imposto dall’Europa. Lo schema dovrebbe cominciare a diventarci familiare in modo impressionante!                     I parallelismi tra Iraq ed ex Jugoslavia sono innumerevoli.
Sull’onda dell’invasione Anglo-Americana dell’Iraq, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno istituito l’Ufficio per la Ricostruzione e l’Assistenza Umanitaria (ORHA), che si è trasformato in seguito nell’Autorità Provvisoria della Coalizione.
Chi si è trovato alla testa di questa Autorità è stato denominato come “Rappresentante Speciale”, “Governatore”, “Inviato Speciale”, perfino “Console”. 
Le giustificazioni per imporre una amministrazione di occupazione in Iraq, come pure in Bosnia-Erzegovina, all’inizio sono state umanitarie e di stabilizzazione nazionale. In realtà, i principali obiettivi dell’Autorità Provvisoria della Coalizione erano di decentralizzare lo stato e di mettere in atto un programma di massicce privatizzazioni delle risorse e delle ricchezze dell’Iraq.  
In Bosnia-Erzegovina, le fratture in questa regione avvenivano su linee etniche e religiose: Serbi, Croati, e Bosniaci; Cristiani e Musulmani. A queste divisioni di varia natura etnico-religiosa bisogna aggiungere le divisioni fra i Cristiani:gli Ortodossi d’Oriente contro i Cattolici Romani. 
Una simile strategia del “divide et impera” è stata applicata anche in Iraq, dove è stato replicato lo stesso modello, sfruttando fratture etniche e settarie: Arabi, Curdi, Turcomanni, Assiri, ed altri; Sciiti contro Sunniti. Proprio come nella ex Jugoslavia, anche il sistema economico Iracheno centralizzato veniva demolito dall’amministrazione di occupazione. Sotto l’occupazione Anglo-Americana e la sua Autorità Provvisoria della Coalizione sono entrate in Iraq compagnie straniere in una seconda ondata di invasione straniera, con presa del potere economico.                                                                     Questo progetto neo-coloniale si basa su due costrutti interdipendenti: uno scenario militare realizzato dalla NATO e un processo di ristrutturazione politica, economica e sociale messo in atto dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea nei paesi occupati, con l’aiuto di leader locali corrotti.             Il “colpisci e terrorizza” della guerra apre la porta alla destabilizzazione, seguita dalla “ricostruzione nazionale” o da un processo di ristrutturazione, che aggredisce sempre le radici culturali e sociali dello stato-nazione preso come bersaglio. Quindi, vengono sistematicamente aggrediti e cancellati i fondamentali aspetti culturali e storici che costituiscono il collante degli stati-nazione occupati.

La Colonizzazione economica del Kosovo 

Gli affari economici del Kosovo sono di esclusiva competenza dell’Unione Europea, in partenariato con gli Stati Uniti. Malgrado le proteste di Belgrado, l’euro è divenuto la moneta ufficiale corrente in Kosovo, già da molti anni prima del 2008. L’utilizzazione dell’euro faceva parte del processo di scorporo della economia Kosovara dall’economia della Serbia e aveva il significato di assunzione del controllo sulla sovranità del Kosovo attraverso strumenti monetari e finanziari.                                    La bandiera Kosovara è stata ideata per armonizzarsi con le bandiere della Bosnia-Erzegovina e dell’Unione Europea. Anche lo stendardo della Bosnia è stato disegnato per armonizzarsi con quello dell’Unione Europea. Per molti nei Balcani questi stendardi sono simboli di vassallaggio e di una condizione di protettorato di questi territori. 
Questo processo di dissoluzione, che ha implicato l’utilizzazione della forza militare, è stato il modus operandi in tutta la ex Jugoslavia. Gli attori chiave che stavano dietro a questo processo sono i soliti attori, gli USA, la Germania, la Gran Bretagna e la Francia, che si sono spartiti il bottino della guerra e della colonizzazione economica nella ex Jugoslavia. La NATO e l’Unione Europea sono stati gli agenti di questo processo per conto di queste quattro potenze Occidentali. 

Un precedente illegale, che prepara il terreno allo smantellamento di altri Stati-Nazione 

Nell’ambito del diritto internazionale, è stato scoperchiato un Vaso di Pandora. Ne è fuoriuscita una nuova forma di interferenza che minaccia gli Stati-Nazione. Rispetto alla questione del Kosovo, le Nazioni del mondo si sono divise in due campi: quelle che riconoscono il Kosovo, calpestando il diritto internazionale, e quelle che non ne riconoscono l’indipendenza.   
Rispetto agli avvenimenti in Jugoslavia, si sono innescate profonde implicazioni. Si è reso evidente che la legge della giungla e il principio che “il diritto sta nel potere” sono i veri ideali della politica estera dell’Unione Europea e dell’America. Dalla Somalia, Sudan, ed Iraq, fino alla Federazione Russa e all’Asia Centrale, è stato creato un pericoloso precedente. L’obiettivo è quello di frantumare e dividere.                                                                                                                                         Inoltre, l’Unione Europea e la NATO hanno minacciato Belgrado e il popolo Serbo di azioni militari se si fosse tentato di conservare il Kosovo. Alla fine del 2007, in vista dell’indipendenza Kosovara, la NATO si era preparata organizzando manovre belliche. Come ha ammesso la Germania, fin dall’inizio non erano mai stati presi sul serio dalle potenze Occidentali i negoziati per trovare una soluzione. Le manovre militari della NATO per la secessione del Kosovo fanno intendere che i negoziati venivano concepiti solo come un gioco diplomatico, che non avrebbe mai prodotto risultati conclusivi di successo.  Sono significative le globali conseguenze delle interferenze dell’Unione Europea e degli Stati Uniti e il palese disprezzo per le fondamentali norme del diritto internazionale. Nazioni che in tutto il mondo contrastano movimenti secessionisti hanno disapprovato ad alta voce la dichiarazione di indipendenza del Kosovo, mentre hanno espresso le loro preoccupazioni e la loro apprensione a causa dell’appoggio al Kosovo dichiarato entusiasticamente da funzionari  Americani, Tedeschi, Britannici e Francesi. 
La Cina ha protestato per il timore che Taiwan (la cinese Taipei) possa dichiarare l’indipendenza sulla base del precedente del Kosovo. L’Indonesia, Sri Lanka, Sudan, Spagna, la Georgia, la Repubblica dell’Azerbaijan, e la Russia hanno manifestato la loro opposizione, dati i loro movimenti separatisti, come le Tigri Tamil e il gruppo separatista Basco dell’ETA. 

Conseguenze del precedente Kosovaro nella zona Caucasica e nell’ex Unione Sovietica

Sebbene sia evidente in modo assoluto il fatto che il precedente del Kosovo sia internazionalmente privo di legalità, tuttavia Mosca ha utilizzato questo precedente contro la Georgia. L’obiettivo di Mosca è di rafforzare il suo controllo sul Caucaso, area geo-strategicamente importante. La Georgia si era opposta alla pressione degli Albanesi Kosovari per l’indipendenza, a causa dei movimenti secessionisti nelle sue regioni Abkhazia, Ossezia Meridionale e nell’Adjara. Mentre si sono esaurite le istanze separatiste in quest’ultima regione, l’Abkhazia e l’Ossezia Meridionale possiedono eserciti permanenti con stretti legami con Mosca, e in pratica sono indipendenti.   
La Russia argomenta che, se gli USA e l’Unione Europea riconoscono l’indipendenza del Kosovo, allora, sulla base del medesimo principio, deve essere riconosciuta anche l’indipendenza  dell’Abkhazia e dell’Ossezia Meridionale.                                                                                                      La dichiarazione di indipendenza Kosovara potrebbe presentare implicazioni anche per il Trans-Dniester (regione nota come Transnistria o Transdniestria), una piccola provincia della Moldavia, confinante con l’Ucraina, a maggioranza Russa, che tende al separatismo. 
Gli effetti dell’indipendenza del Kosovo sono stati presi in accurata considerazione anche dai leader dell’Armenia e della Repubblica dell’Azerbaijan, in relazione al conflitto per il Nagorno-Karabakh. Nei casi della Transnistria, del Nagorno-Karabakh, dell’Abkhazia e dell’Ossezia Meridionale, le quattro regioni separatiste ritengono di avere ben più robusti motivi per un riconoscimento ufficiale da parte della Comunità di Stati Indipendenti (C.I.S.), Russia, e Nazioni Unite. 

Si prepara un precedente pericoloso per il Medio Oriente ed oltre

I fantasmi di Versailles e gli antichi schemi che il modello applicato in Jugoslavia e nel Medio Oriente ha reiterato ancora perseguitano il genere umano. La dichiarazione del Presidente degli Stati Uniti Woodrow Wilson, apparentemente piena di buone intenzioni, di creare un arco di “autodeterminazioni nazionali” che si allungasse dal Mar Baltico e i Balcani al Medio Oriente, dopo la Prima Guerra Mondiale, sta arrivando a realizzazione. 
Dalla Prima Guerra Mondiale, gli Stati dell’Europa dell’Est e del Medio Oriente di maggior estensione territoriale e più potenti sono stati progressivamente suddivisi in Stati più piccoli e più deboli. Questo processo era parte di un progetto coloniale, che ancora sussiste, per il controllo della zona centrale dell’Eurasia, di vitale importanza.[2]                                                                                          L’asse portante del processo è il riconoscimento dei nuovi Stati in un ridisegno del Medio Oriente, in totale dispregio del diritto internazionale. La dichiarazione Kosovara di indipendenza dalla Serbia fa parte di una più estesa balcanizzazione post-Guerra Fredda e della disgregazione definitiva della Jugoslavia. La legittimazione dell’indipendenza Kosovara tramite i riconoscimenti internazionali serve ad estendere l’influenza Anglo-Americana e Franco-Germanica su tutta l’Eurasia e il mondo intero. Questo modello è direttamente e strettamente collegato con i prossimi piani per il Medio Oriente predisposti per disgregare paesi come l’Iraq, la Siria, e l’Iran in protettorati frammentati e facilmente controllabili, sotto la direzione dell’Unione Europea, degli Stati Uniti e di Israele.                                                                                                                                  La Russia e la Cina temono il reale pericolo di piani per dividere i loro territori, come è stato patrocinato da anni dai costruttori Anglo-Americani delle politiche di  Washington, D.C. e di Londra, che tendono a ritornare prima della Prima Guerra Mondiale.                                                             Lo stesso vale per l’Iran, che è preoccupato per uno scenario simile a quello del Kosovo che potrebbe essere predisposto per le sue regioni a predominanza Araba nel Khuzestan.                                 La dichiarazione di indipendenza è stata presa in considerazione in modo stretto dal Governo della Regione del Kurdistan, nel Nord Iraq.  
 

La sincronizzazione di altri eventi mondiali con l’indipendenza del Kosovo: coincidenza?

Ancora una volta, l’“Arco di Instabilità” viene esasperato e turbato. In Pakistan si profilano all’orizzonte minacce di guerra civile e pericoli di balcanizzazione. Nel Levante, uno dei dirigenti massimi degli Hezbollah, Imad Mughniyeh, è stato assassinato in Siria con un’autobomba, come quelle che hanno ammazzato uomini politici Libanesi.  Molto probabilmente, Imad Mughniyeh è stato assassinato dal Mossad, il servizio di spionaggio di Israele. Verosimilmente sono stati coinvolti anche i servizi  degli USA, Giordania, Arabia Saudita, Francia e Germania. Non è un segreto che questi servizi di intelligence hanno collaborato tutti assieme in Libano contro  Hezbollah e sono nel retroscena degli attentati per far fuori i dirigenti di Hezbollah. Il tempismo dell’assassinio genera pesanti sospetti. Infatti, l’assassinio di Mughniyeh è arrivato proprio prima dell’anniversario dell’uccisione di Hariri e avrebbe potuto favorire le intenzioni di chi voleva ulteriormente galvanizzare le tensioni politiche in Libano e creare una divisione settaria fra i Musulmani Libanesi. Israele ha negato qualsiasi coinvolgimento con l’assassinio, ma ora manifesta il proposito di un nuovo conflitto con il Libano, in corso di pianificazione opportuna per accusare Hezbollah di averlo scatenato con l’aiuto della Siria e dell’Iran.                                                           Il far esplodere molteplici contrasti e crisi può essere il mezzo per accerchiare e avviluppare la periferia più occidentale della Russia all’interno di un arco di conflitti, o in altre parole può esistere un deliberato tentativo di saturare di tensioni l’“Arco di Instabilità” per paralizzare la Russia e gli altri attori sul campo visti come oppositori dei progetti strategici..   

Una soluzione preconfezionata: il sovranazionalismo?

I dirigenti della Serbia stanno puntando su una azione di equilibrio fra gli interessi del loro popolo e gli interessi stranieri. Il popolo Serbo è contrario ai progetti stranieri nella sua terra, ma la attuale classe al potere è la progenie della Rivoluzione di Velluto, scattata nel 2000, appoggiata e finanziata dall’Occidente, per spodestare Slobodan Milosevic. Una larga parte della dirigenza di Belgrado sostiene i programmi stranieri ed è stata cooptata nel progetto neo-liberista di ristrutturazione dei Balcani. Il fatto che gli Stati Uniti e l’Unione Europea siano divenuti i più importanti partner finanziari della Serbia dopo la Guerra del Kosovo è una evidente prova testimoniale di tutto ciò.                                                                                                                              Molto probabilmente stanno per essere presentati, come soluzione all’indipendenza del Kosovo, il sovranazionalismo o l’ingresso nell’Unione Europea o una più larga struttura sovranazionale, sia per la Serbia che per il Kosovo.                                                                                                                              Una soluzione del tutto identica può essere presentata anche per un Medio Oriente balcanizzato mediante progetti tipo Unione Mediterranea. Come risposta all’unificazione di Cipro, può essere imposto ancora il sovranazionalismo nell’ambito dell’Unione Mediterranea.                                                Ritornando alla Serbia e al Kosovo, molti dei leader della Serbia si stanno opponendo alla secessione del Kosovo, ma questo è solo di facciata, per raccogliere le simpatie dell’opinione pubblica Serba. Questi stessi leader hanno assunto caute posizioni sulla questione e sono orientati verso un’integrazione con l’Unione Europea. Per loro, il sovranazionalismo è una soluzione!  

Alla vigilia del Nuovo Ordine Mondiale: benvenuta la legge della giungla! 

Mentre l’Unione Europea preme per superare le divisioni etniche e nazionaliste all’interno dei suoi membri, nel caso del Kosovo e di altre regioni si comporta nella maniera opposta.                                         La Guerra Civile Americana non è stata contrassegnata dalla gloria, visto che gli Stati dell’Unione hanno combattuto una guerra per costringere con la forza gli Stati Confederati all’interno dell’“Unione Americana”?
Qualsiasi sia il caso, l’ipocrisia dell’Unione Europea e degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali è messa in risalto dal riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.                                                                        Soprattutto, si straccia il diritto internazionale mediante un cumulo di falsità e a motivo del proprio interesse, e non secondo principi sinceri o sollecitudini nei confronti del popolo Kosovaro.                                                                  Rispetto al Kosovo, la Repubblica Turca di Cipro Nord è di gran lunga più legittimata ad essere riconosciuta in base al funzionamento e alla completezza delle sue istituzioni.                                     Benché vi siano strumenti sicuri e stabili per indirizzare pacificamente le aspirazioni dei Baschi e dei Catalani nei Pirenei e dei Fiamminghi nella regione del Belgio delle Fiandre, ciò nonostante questi movimenti separatisti vengono ignorati.  
La maggioranza Armena nel Nagorno-Karabakh ha dichiarato l’indipendenza il 10 dicembre 1991. Eppure, questa Repubblica secessionista e auto-determinatasi non gode dell’appoggio ne’ degli Stati Uniti ne’ dell’Unione Europea, a differenza del Kosovo.                                                                            Cosa hanno di diverso Cipro Nord, l’Ossezia Meridionale, l’Abkhazia, la Repubblica del Nagorno-Karabakh, e la Transnistria dal  Kosovo? Questa è la risposta: gli interessi Anglo-Americani e Franco-Germanici, rappresentati dall’Unione Europea e dalla NATO, sono le forze che stanno dietro all’“eccezionalità” dell’auto- determinazione, le stesse forze che hanno consentito ai Nazisti di ritenere di poter colonizzare l’Europa dell’Est e il Centro Eurasiatico impunemente.                       I dirigenti Americani e dell’Unione Europea avevano considerato che i Serbi moralmente non erano più a lungo idonei a gestire i problemi in Kosovo. Forse lo sono i governi degli Stati Uniti,     Germania, Francia e della Gran Bretagna, dopo anni di bagni di sangue e di cumuli di menzogne? Forse che sono più credibili?  Se le loro considerazioni si fondano su qualche principio morale, allora qual’è la loro posizione nei confronti dei Palestinesi? Forse Israele ha qualche idoneità morale per tenere soggetti i Palestinesi? Eppure, siamo in presenza di una occupazione che continua da tanto tempo! Per ironia, non sono proprio le truppe Serbe ad occupare il Kosovo, ma le truppe e i carro-armati della NATO!

 

Mahdi Darius Nazemroaya è un collaboratore abituale di  Global Research.

 Global Research Articles by Mahdi Darius Nazemroaya

 NOTE

[1] Michel Chossudovsky, The Globalization of Poverty and the New World Order, (Montreal, Global Research, 2003), pp.257-277.

[2] Mahdi Darius Nazemroaya, The “Great Game:” Eurasia and History of War, Global Research, December 3, 2007.

 top

             In Serbia: resistenza di massa contro il ruolo sostenuto dagli USA/NATO
di Sara Flounders
articolo pubblicato il 28 febbraio 2008 in “Indipendenza” del Kosovo: Washington insedia una nuova colonia nei Balcani

di Sara Flounders 

articolo pubblicato il 21 febbraio 2008  in http://www.workers.org/

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

Nel valutare la recente “dichiarazione di indipendenza” del Kosovo, una Provincia della Serbia, e il suo immediato riconoscimento come Stato da parte degli Stati Uniti, Germania, Gran Bretagna e Francia, è importante conoscere tre assunti.                                                                                                       Primo, il Kosovo non ha conquistato l’indipendenza o anche solo un minimo di autonomia amministrativa. Il Kosovo verrà governato da un Alto Rappresentante e da istituzioni designate dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e dalla NATO.  Un viceré, secondo il vecchio stile coloniale, e degli amministratori imperialisti controlleranno la politica estera ed interna. L’imperialismo Statunitense ha semplicemente consolidato nel cuore dei Balcani il suo diretto controllo su una colonia totalmente soggetta e dipendente.                                                                                             Secondo, l’immediato riconoscimento del Kosovo da parte di  Washington conferma ancora una volta che l’imperialismo USA straccerà ogni trattato od accordo internazionale, anche se sottoscritto dagli stessi Stati Uniti, compresi accordi redatti ed imposti con la forza e con la violenza ad altri. Il riconoscimento del Kosovo è in diretta violazione di una norma internazionale, nello specifico della Risoluzione 12444 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che i dirigenti della Jugoslavia furono costretti a firmare alla fine di 78 giorni di bombardamenti della NATO sul loro paese, nel 1999.   Comunque, questo accordo imposto ribadisce l’“impegno di tutti gli Stati Membri alla sovranità e alla integrità territoriale” della Serbia, una Repubblica di Jugoslavia.                                                          Il riconoscimento illegale del Kosovo di questa settimana è stato condannato da Serbia, Russia, Cina e Spagna.                                                                                                                                          Terzo, la dominazione imperialista USA non porterà benefici al popolo sotto occupazione. Il Kosovo, dopo nove anni di occupazione militare diretta della NATO, ha una sconcertante percentuale di disoccupazione del 60%, ed è divenuto un centro del traffico internazionale di droga e delle organizzazioni della prostituzione in Europa. Le miniere, una volta attivissime, gli stabilimenti, le fonderie, i centri di raffinazione, e i movimenti per ferrovia di questa piccola area industriale ricca di risorse sono completamente inattivi. Le risorse del Kosovo, sotto l’occupazione della NATO, sono state privatizzate a forza e svendute alle grandi imprese multinazionali dell’Occidente. Ora, quasi l’unica possibilità di impiego consiste nel lavorare per l’esercito di occupazione USA/NATO o per qualche agenzia dell’ONU. L’unica grande struttura creata in Kosovo è quella di Camp Bondsteel, la più grande base Statunitense costruita in Europa nel corso di una generazione. Naturalmente, è l’Halliburton che ha ottenuto il contratto per i dispositivi di sicurezza del campo, per le condutture strategiche per il petrolio e per le linee di trasporto dell’intera regione.                                                                                                                                         Dal momento che gli USA e la NATO hanno assunto il controllo del Kosovo, più di 250.000 Serbi, Rom e appartenenti ad altre nazionalità sono stati espulsi dalla Provincia Serba. Quasi un quarto della popolazione Albanese è stato costretto ad abbandonare il paese alla ricerca di un lavoro.

Come insediare una amministrazione coloniale

Consideriamo il piano mediante il quale è avvenuta l’“indipendenza” del Kosovo. Non solo si sono violate le Risoluzioni dell’ONU, ma è stata imposta anche una struttura decisamente colonialista, del tutto simile al potere assoluto tenuto da L. Paul Bremer nei primi due anni di occupazione Statunitense dell’Iraq. Chi ha imposto questo progetto colonialista? Responsabili sono state le stesse forze che hanno operato per il disgregamento della Jugoslavia, per i bombardamenti della NATO e per l’occupazione del Kosovo.                                                                                                               Nel giugno 2005, il Segretario Generale dell’ONU Kofi Annan nominava l’ex Presidente Finlandese Marti Ahtisaari come suo Inviato Speciale per condurre le trattative sullo status finale del Kosovo. Difficilmente si può affermare che Ahtisaari poteva comportarsi da arbitro neutrale di fronte all’intervento USA in Kosovo. Ahtisaari è Presidente emerito del Gruppo di Crisi Internazionale  (ICG), un’organizzazione fondata dal multimiliardario George Soros, che sponsorizza gli interventi di espansione della NATO ad aprire nuovi mercati in favore degli investimenti degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.  Il Consiglio dell’ICG comprende due funzionari chiave Statunitensi, responsabili dei bombardamenti sul Kosovo, il Gen. Wesley Clark e Zbigniew Brzezinski.

Nel marzo 2007, Ahtisaari presentava al nuovo Segretario Generale dell’ONU Ban Ki-moon la Proposta Comprensiva per la Risoluzione dello Status del Kosovo.                                                          I documenti che stabiliscono la nuova forma di governo per il Kosovo sono disponibili a  unosek.org/unosek/en/statusproposal.html. Una sintesi è disponibile sul sito Web del Dipartimento di Stato degli USA a state.gov/p/eur/rls/fs/100058.htm                                                                                        Ad amministrare il Kosovo verrà incaricata una Rappresentativa Civile Internazionale (ICR) costituita da funzionari USA e dell’Unione Europea. In Kosovo, questa istituzione incaricata può revocare qualsiasi provvedimento, revocare le leggi e rimuovere dall’incarico chiunque. La ICR eserciterà un totale e decisivo controllo sui Dipartimenti delle Dogane, delle Imposte, del Tesoro e sul Sistema Bancario.                                                                                                                                      L’Unione Europea insedierà una Missione Europea per le Politiche sulla Sicurezza e Difesa  (ESDP), mentre la NATO costituirà una Presenza Militare Internazionale. Entrambe queste Istituzioni assumeranno in Kosovo il controllo sulla politica estera, sulla sicurezza, sulla polizia, sul sistema della giustizia, su tutti i tribunali e le carceri, e avalleranno l’immediato e completo diritto di accesso a qualsiasi attività, procedura o documentazione.                                                                     Queste Istituzioni e la ICR  avranno la voce determinante in capitolo su quali crimini dovranno essere perseguiti e contro chi; le decisioni potranno da loro essere rovesciate o annullate.                       La più grande prigione in Kosovo viene insediata nella base USA Camp Bondsteel, dove i prigionieri possono essere incarcerati senza imputazioni, senza supervisione o patrocinio legale.   Allora, il riconoscimento dell’“indipendenza” del Kosovo costituisce l’ultimo passaggio di una guerra USA di riconquista, che è stata inesorabilmente perseguita per decenni.  

Divide et impera

I Balcani sono stati una vivace mescolanza di culture, religioni e di molte nazionalità oppresse. La Federazione Socialista di Jugoslavia, istituita dopo la Seconda Guerra Mondiale, comprendeva sei Repubbliche, nessuna delle quali aveva il predominio sulle altre. dThe Balkans has been a vibrant patchwork of many oppressed nationalities, cultures and religions. La Jugoslavia era nata ereditando antagonismi che erano stati sfruttati continuamente dai Turchi Ottomani, dall’Impero Austro-Ungarico, dagli imperialismi Britannico e Francese con le loro interferenze, seguiti dall’occupazione Nazista Tedesca e Fascista Italiana durante la Seconda Guerra Mondiale.                      In questa guerra, le popolazioni Serbe e gli Ebrei hanno dovuto subire le più gravi perdite. Contro l’occupazione Nazista e tutte le ingerenze straniere veniva forgiato un potente movimento di resistenza guidato dai comunisti, costituito da tutte le nazionalità che avevano dovuto subire nei modi più diversi. Dopo la liberazione, tutte le nazionalità veniva coinvolte e cooperavano nella costruzione della nuova Federazione Socialista.

In 45 anni, la Federazione Socialista di Jugoslavia, da una regione impoverita, sottosviluppata, di tipo feudale, ricca di antagonismi, si trasformava in una nazione stabile con una struttura industriale, alfabetizzata completamente, e con un servizio sanitario per tutta la popolazione.                                                             Con il collasso dell’Unione Sovietica, agli inizi degli anni Novanta il Pentagono immediatamente pianificava l’espansione aggressiva della NATO attraversa l’intera regione. Dappertutto venivano incoraggiate e finanziate le forze di destra, conservatrici, filo-capitaliste. Quando l’Unione Sovietica veniva disgregata in Repubbliche separatiste, indebolite, instabili, antagoniste, la Federazione Socialista di Jugoslavia cercava di resistere a questa ondata reazionaria.                                                                    Nel 1991, mentre l’attenzione del mondo si focalizzava sui bombardamenti USA che devastavano l’Iraq, Washington appoggiava, finanziava ed armava movimenti separatisti di destra nelle Repubbliche di Croazia, Slovenia e Bosnia della Federazione Jugoslava. In violazione di accordi internazionali, la Germania e gli USA fornivano un immediato riconoscimento a questi movimenti secessionisti e approvavano la creazione di diversi mini-stati di natura capitalista. Allo stesso tempo il capitale finanziario Statunitense imponeva pesanti sanzioni economiche alla Jugoslavia per indurre alla bancarotta la sua economia.                                                                                                                     In questo stesso periodo, nella provincia Serba del Kosovo iniziava il rifornimento di armi e di denaro al movimento secessionista di destra UCK. Il Kosovo non era una repubblica distinta all’interno della Federazione Socialista di Jugoslavia, ma una provincia della Repubblica Serba. Storicamente, la provincia era stata il centro dell’identità nazionale dei serbi, ma con una popolazione Albanese sempre più crescente.                                                                                              Washington dava inizio ad una feroce campagna propagandistica accusando la Serbia di mettere in atto operazioni di genocidio di massa contro la maggioranza Albanese del Kosovo. I media Occidentali erano pieni di storie di fosse comuni e di stupri brutali. Funzionari Statunitensi sostenevano che erano stati massacrati dai 100.000 ai 500.000 Albanesi. Durante l’amministrazione Clinton, i dirigenti USA/NATO proponevano un oltraggioso ultimatum, che la Serbia accettasse immediatamente l’occupazione militare e consegnasse tutta la sovranità sul Kosovo o affrontasse il bombardamento NATO dei suoi paesi, città e infrastrutture. Quando, dopo un tavolo di trattative a  Rambouillet, Francia, il Parlamento Serbo respingeva le richieste della NATO, iniziavano i bombardamenti.                                                                                                                                                     In 78 giorni, il Pentagono sgangiava 35.000 bombe a frammentazione (cluster bombs), effettuava migliaia di scariche di proiettili radioattivi all’uranio depleto, insieme a missili distruggi bunker e missili Cruise.  I bombardamenti hanno distrutto più di 480 scuole, 33 ospedali, numerose cliniche sanitarie, 60 ponti, assieme ad impianti  industriali, chimici, e farmaceutici e la rete di distribuzione elettrica. Il Kosovo, la regione che presumibilmente Washington era determinata a liberare, subiva la maggiore distruzione. Alla fine, il 3 giugno 1999, la Jugoslavia veniva costretta a firmare un cessate il fuoco e ad accettare l’occupazione del Kosovo.

Ci si aspettava di trovare cadaveri sepolti in fosse comuni in ogni dove, ma le squadre di medici legali di 17 paesi della NATO, organizzate dal Tribunale dell’Aja per i Crimini di Guerra, dopo avere sondato per tutta l’estate 1999  il Kosovo occupato, hanno trovato un totale di soli 2.108 corpi di tutte le nazionalità. Molti erano stati uccisi dai bombardamenti della NATO ed altri nel conflitto fra l’UCK e l’esercito e la polizia Serba. Non venne rinvenuta alcuna fossa comune e non è stato possibile evidenziare massacri o un “genocidio”. Questa assordante smentita della propaganda imperialista proviene da un rapporto rilasciato dal Procuratore Generale del Tribunale Internazionale per i Crimini nella ex Jugoslavia, Carla Del Ponte. La sua pubblicazione avveniva nel New York Times dell’11 novembre 1999, però senza alcuna risonanza.                                                La propaganda selvaggia del genocidio e le dicerie sulle fosse comuni si basano su menzogne, tanto quanto le accuse che l’Iraq era in possesso e stava preparandosi ad usare “armi di distruzione di massa”. Mediante la guerra, assassini, colpi di mano e strangolamento economico, fino ad ora  Washington ha avuto successo nell’imporre politiche economiche neo-liberiste su tutte le sei repubbliche della ex Jugoslavia e ha smembrato la Federazione Socialista in mini-stati instabili e impoveriti. 

La vera instabilità e la povertà dolorosa che l’imperialismo ha procurato alla regione, a lungo andare, saranno i germi della sua rovina. La storia delle conquiste realizzate quando la Jugoslavia godeva di una effettiva indipendenza e sovranità attraverso l’unità e lo sviluppo socialista in futuro verrà rivendicata.    

Kosovo, Serbia and Washington's imperialist agenda 

 

Sara Flounders, co-direttrice dell’International Action Center, ad un Workers World Forum, NYC, 22 febbraio 2008

(AUDIO FILE. Running Time 22:09)

 

http://www.workersdaily.org/podcast/audio/sf22Feb2008.mp3

 

Giù le mani dalla Serbia!

Fuori gli USA/Nato dai Balcani!

No ad un sistema coloniale degli USA in Kosovo!

 

La realtà consiste in una gigantesca base militare USA e in una totale dominazione –

No all’“indipendenza” del Kosovo!

Manifestanti Serbi dimostrano opposizione resistente alla presa di possesso della loro Terra, in puro stile coloniale, da parte degli USA 

 

La manifestazione di più di 500.000 persone a Belgrado e l’attacco contro l’Ambasciata Statunitense evidenziano quanto profondi siano lo sdegno e la collera per la rapina della provincia Serba del Kosovo. Negli ultimi tre giorni, due posti di confine con il Kosovo sono stati distrutti, uno incendiato, l’altro fatto saltare in aria, e dieci punti vendita della McDonald presi di mira con diversi istituti bancari Occidentali ed altri bersagli detestati. 

I media Occidentali avevano applaudito in modo schiacciante le distruzioni causate dagli USA nel 1999, ed ora hanno la responsabilità di spiegare le ragioni della collera di massa di milioni di persone. Lo sdegno è procurato dal fatto che alla provincia del Kosovo non viene garantita in effetti l’“indipendenza”. Milioni di persone si rendono conto che il riconoscimento dell’“indipendenza” del Kosovo di questa settimana è un tentativo di legittimare la diretta colonizzazione del Kosovo da parte degli USA e di assicurare la permanenza in sicurezza della gigantesca base militare Statunitense nella regione.   

Rispetto alla ipocrita condanna da parte di Washington che manifestanti inferociti hanno preso di mira l’Ambasciata USA, gli Statunitensi dovrebbero ricordarsi che, nel 1999, durante i 78 giorni di bombardamenti USA/NATO sulla Serbia, le bombe USA hanno distrutto l’Ambasciata Cinese. Altre diciannove missioni diplomatiche e consolari sono state danneggiate dai bombardamenti, oltre a 480 scuole e 33 ospedali, strutture sanitarie, impianti di depurazione fognaria, ponti, vie di comunicazione, reti di distribuzione dell’elettricità ed altri obiettivi civili. 

Quindi, il riconoscimento dell’“indipendenza” del Kosovo costituisce l’ultimo passaggio di una guerra USA di riconquista di questa strategica regione.                                                                                           Ma la manifestazione di massa di ieri dimostra che questa manovra sprezzante ed illegale può scatenare un vortice di opposizione e resistenza!

 

 

Nel corso dei bombardamenti USA/NATO del 1999, l’ International Action Center aveva inviato in Serbia una delegazione, e sulla crisi Balcanica ha pubblicato diversi libri, fra cui  Hidden Agenda: U.S./NATO Takeover of Yugoslavia -  L’agenda segreta: l’assunzione del controllo della Jugoslavia da parte degli USA/NATONATO in the Balkans: Voices of Opposition – la NATO nei Balcani: le voci di chi si oppone; The Defense Speaks for History and the Future – La difesa parla a nome della storia e del futuro – tutti disponibili presso Leftbooks.com     top

                                                           ****

In Serbia: resistenza di massa contro il ruolo sostenuto dagli USA/NATO
di Sara Flounders
articolo pubblicato il 28 febbraio 2008 in
http://www.workers.org/2008/world/serbia_0306/ dal titolo “Washington gets a new colony in the Balkans”

Washington impone una nuova colonia nei Balcani

(Traduzione di Curzio Bettio di Soccorso Popolare di Padova)

 

In ultima analisi, la storia non è mai decisa da risoluzioni, leggi o proclami. 
Viene decisa da esplosivi movimenti di massa che creano sconvolgimenti dal basso in risposta a intollerabili condizioni e ad eventi che suscitano sdegno. 
Il 24 febbraio, centinaia di persone si sono radunate davanti alla Casa Bianca per manifestare la loro opposizione all’ultima aggressione degli USA contro la Serbia. La manifestazione era stata organizzata da STOP alla Coalizione (STOP, Stop Terrorizing Orthodox Peoples, acronimo per Stop a Terrorizzare i Popoli Ortodossi). Importanti manifestazioni di protesta si sono tenute a Ginevra e a Zurigo, in Svizzera; a Vienna, Austria; ad Atene, Grecia; a Vicenza, Italia; a Montreal e a Toronto; a Cleveland e a Chicago. Altre dimostrazioni avverranno questa settimana, come la importantissima manifestazione del 2 marzo, dalle ore 2 alle ore 4 del pomeriggio, davanti alle Nazioni Unite.

---

Il 21 febbraio, una enorme ed infiammata dimostrazione, con una partecipazione stimata dal mezzo milione a ben oltre un milione di persone, a Belgrado, capitale della Serbia, ha cambiato i termini del dibattito sul Kosovo.  
A seguito di questa colossale manifestazione in opposizione al furto da parte di Washington della provincia Serba del Kosovo, migliaia di persone hanno assediato l’Ambasciata USA di Belgrado e l’hanno incendiata. Sono state attaccate anche le Ambasciate di Gran Bretagna, Germania, Croazia, Belgio e Turchia. Sono state prese come bersaglio da giovani infuriati concessionarie e punti vendita Occidentali, 10 McDonalds, negozi della Nike, e sportelli bancari. Sono avvenuti scontri nella notte con le forze di polizia antisommossa. 
In migliaia hanno manifestato contro i posti di confine fra la Serbia e il Kosovo. Due postazioni doganali sono state distrutte, una incendiata, l’altra fatta saltare in aria.  Tutte queste azioni hanno mandato un inequivocabile messaggio, che la decisione USA di insediare direttamente una colonia in Kosovo riconoscendone l “indipendenza” sarebbe stata sfidata da un movimento esplosivo che sarebbe andato ben oltre la sola dichiarazione di opposizione ufficiale da parte del governo Serbo.

In un articolo del New York Times del 25 febbraio veniva rivelata la preoccupazione che Washington potesse avere sottovalutato la risposta Serba. Veniva considerato che gli artefici della politica a  Washington e a Brussels stanno temendo che una opposizione rabbiosa possa “destabilizzare l’intera regione”. L’articolo, dal titolo “Il furore Serbo per il Kosovo: ultimo sussulto o primo soffio di vita?”, rifletteva molti altri nuovi commenti: “Il mondo è in attesa di vedere se i tumulti di giovedì sono stati in Serbia un accesso di collera o la prima scossa di un nuovo terremoto nei Balcani.” 
Naturalmente, è il pericolo di un nuovo terremoto Balcanico che il potere delle grandi imprese USA temono. È evidente con certezza che il governo USA, ancora una volta, ha sottovalutato l’opposizione alla sua politica criminale. Washington aveva considerato che la sua decisione da tanto tempo annunciata di riconoscere un nuovo mini-stato nei Balcani non avrebbe ricevuto contrasti. L’“indipendenza” era da considerarsi un fatto compiuto. Anche se per un certo periodo di tempo il Kosovo non poteva ricevere l’approvazione ufficiale da parte delle Nazioni Unite, comunque si era ritenuto che l’immediato riconoscimento da parte degli USA e dell’Unione Europea, accompagnato da finanziamenti e dalla continua presenza di forze internazionali, avrebbe schiacciato l’opposizione dei Serbi. 
Gli USA sono così abituati ad avere un atteggiamento arrogante e a violare gli accordi internazionali, perfino le clausole dettate da loro stessi a Washington relative all’espansione della NATO, ai confini e alla sovranità nazionale, da rimanere sconvolti di trovarsi di fronte ad una seria opposizione.
Sicuramente, molti uomini politici in Serbia, smaniosi di un ingresso della Serbia nell’Unione Europea, erano disposti a manifestare non più che una simbolica opposizione! Ma la risposta densa di collera dell’intera popolazione Serba ha veramente buttato all’aria le fondamenta di quest’ultimo tentativo imperialista di impadronirsi di territori. 

Si anima la lotta

Attualmente, il personale dell’Unione Europea e le altre forze si stanno ritirando dalle zone settentrionali del Kosovo, attorno alla città di Mitrovica, che è stata divisa in due aree, una occupata prevalentemente dall’etnia Serba, l’altra dall’etnia Albanese. Comunque, in Kosovo vivono altri raggruppamenti nazionali. Storicamente, tutti sono stati oppressi, di recente dagli imperialisti dell’Europa Occidentale e degli USA, in precedenza da imperi feudali. 
Sul ponte di Mitrovica che scavalca il fiume Ibar, per tutta la settimana, tra il Servizio di Polizia del Kosovo (KPS), una forza multi-etnica, e la polizia delle Nazioni Unite si è venuta a creare una situazione di stallo. La polizia KPS si era rifiutata di entrare al servizio di un nuovo Kosovo, dichiarato stato. Moltissimi mezzi che trasportavano manifestanti si sono diretti al confine della Provincia per partecipare a dimostrazioni contro la separazione del Kosovo. Nel frattempo le forze USA/NATO, cioè la KFOR, si sono mosse per sbarrare il confine con veicoli corazzati e carri armati per arrestare l’affluenza di potenziali contestatori.  
Una volta ancora, in Europa, la sfida al peso schiacciante dell’imperialismo arretrato USA, le cui minacce e pressioni hanno disfatto tanti stati socialisti, compresa la Jugoslavia, è venuta dal movimento di massa dei Serbi. 
Il 24 febbraio, si sono tenute manifestazioni di solidarietà in tutta Europa, in Canada e negli Stati Uniti, che sono continuate per tutta la settimana.
Per molti, è la situazione veramente ipocrita in cui si trovano gli USA che li ha messi in stato di allarme, dato che sono spinti da motivazioni ben più rovinose che desiderare di garantire l’indipendenza del Kosovo. Dopo tutto, gli Stati Uniti hanno rifiutato di concedere l’indipendenza a Porto Rico, malgrado 100 anni e più di tentativi, ed ora sono stati i primi a riconoscere l’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, nello stesso giorno in cui è avvenuta la dichiarazione unilaterale. 

Opposizione internazionale

Sia la Russia che la Cina, che detengono il potere di veto presso il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, hanno pubblicamente dichiarato che non avrebbero permesso che l’ONU confermi il furto illegale e violento del Kosovo arrecato alla Serbia.
Russia e Cina hanno espresso gravi preoccupazioni che questo pericoloso precedente apra la strada nel mondo ad ulteriori spaccature di stati nazione, fatti bersaglio dall’intervento imperialista. 
La dichiarazione unilaterale è stata una diretta violazione della Carta delle Nazioni Unite, del diritto internazionale ed anche dei termini della Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, disegnata dagli Stati Uniti dopo i 78 giorni di bombardamenti sulla Serbia nel 1999.                             Malgrado la mancata approvazione dell’ONU, gli USA, la Germania, la Francia e la Gran Bretagna  sprezzantemente hanno continuato sulla strada del riconoscimento del Kosovo.
Si sono opposte al riconoscimento la Serbia, Russia, Cina, Spagna, Grecia, Venezuela, Bolivia,
Portogallo, Slovacchia, Malta, Bulgaria, Romania, Cipro, Sri Lanka e Armenia. Inoltre, tante altre nazioni non hanno ancora preso la decisione, anche se sottoposte ad un’intensa pressione da parte Statunitense. 
Il Presidente Hugo Chávez ha affermato che il Venezuela si propone di coagulare altri paesi nella condanna della dichiarazione. “Questa non può essere accettata. Costituisce un pericoloso precedente per il mondo intero”. 
Anche la Bolivia si è rifiutata di riconoscere l’indipendenza del Kosovo. Il Presidente Evo Morales  ha paragonato i separatisti Kosovari ai dirigenti delle quattro Province Boliviane orientali ricche di materie prime, che ricevono l’appoggio incoraggiante degli USA nell’esigere una più larga autonomia, in un tentativo di rottura e per arrestare riforme di progresso emanate dal governo federale.  
Il 22 febbraio, l’ambasciatore Russo presso la NATO Dmitry Rogozin ha dichiarato alla rete televisiva Vesti-24 che la separazione del Kosovo dalla Serbia era il risultato di un “tentativo imperialista Americano di divide et impera.”  Rogozin lanciava un avvertimento di cattivo augurio, che difficilmente poteva essere ignorato. Egli affermava che l’esercito Russo poteva venire coinvolto, se tutti i paesi Europei riconoscevano l’indipendenza del Kosovo all’interno di un accordo ONU. Se succedesse questo, la Russia “ne deriverà il presupposto che per essere rispettati bisogna fare uso brutale della forza militare”. 
Il 24 febbraio, il Ministro degli Esteri Russo Sergei Lavrov si trovava a Belgrado con l’attuale Primo Ministro Dmitri Medvedev, che è diventato il successore del Presidente Vladimir Putin, per rendere chiara la posizione della Russia.
Medvedev dichiarava che, “è inaccettabile che, per la prima volta nella storia del dopo-guerra, un paese membro delle Nazioni Unite sia stato diviso in violazione di tutti i principi da osservare per risolvere i conflitti territoriali. Noi continuiamo a considerare la Serbia come uno stato unitario con la sua giurisdizione estesa sull’intero territorio, ancora integro come in precedenza, e terremo ferma questa posizione di principio anche per il futuro. Risulta assolutamente evidente che la situazione di crisi che si è ingenerata ricade sulla responsabilità di coloro che hanno preso la decisione illegittima, e che avrà sfortunatamente per lungo tempo conseguenze per la pace sul continente Europeo.”  
Medvedev firmava un accordo per la costruzione di un tratto del gasdotto “Corrente del Sud” attraverso la Serbia. Il gasdotto trasporterà il gas Russo attraverso i Balcani al Mar Mediterraneo. Inoltre si è consolidato un accordo commerciale tra la compagnia statale Serba per il petrolio, la NIS, e OAO Gazprom, il gigante Russo per l’energia. 

Il Kosovo non è indipendente 

È essenziale spiegare ogni volta che si discute del problema del riconoscimento della “indipendenza” del Kosovo che il Kosovo non ha conseguito uno straccio di auto-determinazione e tanto meno di auto-governo, nemmeno sulla carta. 
Se questo non viene di continuo chiarito e ripetuto, molti attivisti politici, che difendono il principio di auto-determinazione per le nazioni oppresse, possono ingenuamente appoggiare l’“indipendenza” del Kosovo. 
Il piano secondo cui il Kosovo è divenuto “indipendente” insedia una struttura coloniale vecchio-stile nella sua forma più cruda. In effetti, il Kosovo verrà gestito da un Alto Rappresentante e da istituzioni amministrative imposti dagli USA, dall’Unione Europea e dalla NATO, l’alleanza militare sotto Comando statunitense.    
Gli amministratori imperialisti avranno il diretto controllo su ciascun aspetto della politica interna ed estera. Eserciteranno il controllo sui dipartimenti delle Dogane, delle Imposte, del Tesoro e del Sistema Bancario; controlleranno la politica estera, la sicurezza, la polizia, il sistema giudiziario, i tribunali e le prigioni. Questi funzionari imposti dall’Occidente in Kosovo potranno revocare ogni provvedimento, annullare le leggi e rimuovere qualsiasi persona dal suo incarico.
Diversi possibili progetti stanno alla radice di quest’ultima flagrante violazione del diritto internazionale da parte degli USA. L’aver separato il Kosovo dalla Serbia induce a successive scomposizioni dell’intera regione Balcanica. Questa è stata la politica degli USA nei riguardi dei Balcani, dell’Europa dell’Est e delle ex Repubbliche Sovietiche, dal momento del collasso dell’Unione Sovietica, nel 1991. I mini-stati deboli, divisi, in preda a forti contrasti potranno opporsi con maggiore difficoltà al dominio delle imprese e del mercato Statunitensi.
Quindi, il riconoscimento del Kosovo divide e logora relazioni nell’Unione Europea; certamente Washington non fa nulla per placare il dissenso seminato fra le forze che al contempo sono alleati, ma anche concorrenti imperialiste. Gli USA sono riusciti a spaccare l’Europa su questa “indipendenza”, visto che un terzo dei suoi 27 membri sono contro questo proclama.
L’aver imposto un governo in Kosovo, dove gli USA hanno la piena autorità di scrivere le leggi e gli accordi, rafforza la continuità della presa di potere da parte del Pentagono attraverso la nuova e formidabile base militare presente in Kosovo, Camp Bondsteel. Inoltre, cosa più importante, fornisce l’accesso senza limiti e il trasferimento delle ricche materie prime della regione, come il petrolio e il gas naturale che sono stati proprio adesso scoperti. 

Camp Bondsteel

Una nuova ed immensa base militare Statunitense, Camp Bondsteel, costruita dalla Halliburton, costituisce il punto di ancoraggio del pentagono nella regione. Situata nelle vicinanze del confine con la Macedonia, occupa più di 1.000 acri di terreno, (un acro equivale a 4.047 m2), e comprende più di 300 edifici. La base schiaccia il piccolo Kosovo, una provincia più piccola dello stato del Connecticut.
L’insediamento è stato scelto per le sue potenzialità di espansione. Esistono proposte che la base potrebbe sostituire la base dell’Air Force USA ad Aviano, in Italia. 
Nella base possono essere accasermati in modo confortevole migliaia di soldati delle truppe USA/NATO. La base può dare facilmente alloggio a 7.000 militari dell’esercito USA, insieme a migliaia di contractors, mercenari privati. Il personale militare USA esce da Bondsteel in elicottero o in grossi convogli dotati di armi pesanti. 
Il campo è situato nei pressi di oleodotti e corridoi di energia di capitale importanza, attualmente in costruzione, come l’oleodotto Trans-Balcanico finanziato dagli Stati Uniti e quello che è noto come Corridoio di Energia 8. 
Gli Stati Uniti avevano cominciato a pianificare la costruzione di Camp Bondsteel molto prima dei loro bombardamenti sulla Jugoslavia nel 1999, come riferisce il Col. Robert L. McClure in un documento su “Engineer”, il Bollettino Professionale per i reparti del Genio dell’Esercito. Un altro documento, “U.S. Army Engineers in the Balkans 1995–2000 – Le Unità del Genio dell’Esercito USA nei Balcani, 1995-2000 ,” è disponibile on-line, e contiene foto e descrizioni dei progetti per la base. (web.mst.edu)
Presso Camp Bondsteel si trova l’ospedale più all’avanguardia in Europa, ci sono teatri, ristoranti, un impianto per la depurazione dell’acqua, lavanderie e negozi per fare acquisti, e sono possibili collegamenti via satellite ed antenne per le comunicazioni, e …minacciosi elicotteri d’assalto.   
La gente che vive nelle zone circostanti il campo soffre di una disoccupazione all’80%. La Halliburton, consociata alla Kellogg Brown and Root, paga ai lavoratori Kosovari, quando li assume, un misero salario da 1 dollaro ($1) fino a 3 dollari ($3) all’ora. Più del 25% della popolazione Albanese del Kosovo è stata costretta ad emigrare all’estero in modo da mandare a casa delle rimesse alle loro famiglie. 
Sotto l’occupazione degli Stati Uniti, più di 250.000 Serbi, Rom, Turchi, Gorani e altre popolazioni di questa ricca Provincia multi-etnica sono stati costretti ad andarsene dal Kosovo, e a questi è stato negato il ritorno.

 

La ricchezza di risorse in Kosovo

Le grandi imprese Statunitensi sono ben informate sulla ricchezza di risorse del Kosovo. Vi sono miniere ancora ampiamente da sfruttare di piombo, zinco, cadmio, lignite, oro ed argento a Stari Trg, per non parlare di circa 17 miliardi di tonnellate di riserve di carbone. L’unico complesso minerario di proprietà statale di Trepca è stato descritto dal New York Times dell’8 luglio 1998 come “il pezzo di terra nei Balcani più autenticamente prezioso”. Il complesso comprende depositi, impianti per fonderie, impianti di raffinazione, aree per il trattamento dei metalli, linee ferroviarie e scali merci, centrali elettriche. Prima dei bombardamenti della NATO/USA del 1999, seguiti dall’occupazione del Kosovo, era in modo incontestabile la più produttiva fonte di ricchezza nell’Europa dell’Est, non ancora nelle mani dei capitalisti USA o Europei. E attualmente, costoro si stanno battendo per vedere chi di loro riuscirà a sfruttare queste ricchezze.
Dal momento che le forze della NATO hanno occupato il Kosovo, quasi tutto il complesso minerario e i centri di raffinazione sono stati chiusi. Tutto questo sta inutilizzato, mentre le maestranze di tante nazionalità che vi hanno operato sono state disperse.
Ora, le grandi imprese Occidentali hanno scoperto il Kosovo come una ancora più grande fonte di ricchezza e sono bramose di ottenere un incontrastato dominio sulla Provincia.
Infatti, il 10 gennaio 2008, la agenzia di notizie Reuters riportava che la compagnia Svizzera Manas Petroleum Corp. aveva annunciato che la Gustavson Associates LLC's Resource Evaluation aveva identificato estesi giacimenti di petrolio e riserve di gas naturale in Albania, nelle vicinanze del Kosovo. Le stime assegnate si aggirano intorno ai 2.987 miliardi di barili di petrolio e ai 3.014 bilioni di piedi cubici di gas naturale (un piede cubico corrisponde a 28,318 m3).
Chiaramente, le corporations USA sentono che devono giocarsi una bella scommessa nella regione, e quindi, dietro alle quinte, hanno messo in piedi operazioni commerciali segrete e hanno assicurato alla Germania, Francia e Gran Bretagna di ottenere il loro consenso su tutti questi affari.    
Ma questo è proprio il tempo giusto per ricordare quanto maturo per la raccolta era stato visto l’Iraq dall’Halliburton e dalla Exxon nel 2003. Sembrava facile ricevere la condiscendenza di tanti paesi, anche se Washington non poteva dirsi sicura dell’approvazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, malgrado le sue menzogne rivolte a quell’Assemblea.  
Gli Stati Uniti sono forse il primo impero a sottovalutare la potenza di un movimento di massa che si eccita a rovesciare i suoi piani. L’arroganza imperialista e la menzogna possono portare a giudizi severamente sbagliati.
I popoli in lotta per la pienezza dei diritti e per la sovranità nazionale considerano di grande importanza dimostrare solidarietà e difendere la resistenza eroica che il popolo Serbo ha evidenziato nella settimana scorsa. Queste lotte potranno aprire un giorno nuovo di resistenza al dominio che le grandi imprese degli Stati Uniti vogliono imporre all’Europa dell’Est e ai Balcani. 


Sara Flounders si trovava in Jugoslavia nel 1999 durante i bombardamenti USA/NATO per testimoniare sugli attacchi devastanti contro le popolazioni civili. La Flounders è co-autrice ed editrice di "NATO in the Balkans" e "Hidden Agenda: U.S./NATO Takeover of Yugoslavia – Un programma segreto: la presa di possesso della Jugoslavia da parte di USA/NATO" disponibili a Leftbooks.com.

Workers World, 55 W. 17 St., NY, NY 10011
Email: ww@workers.org
Subscribe wwnews-subscribe@workersworld.net
Support independent news http://www.workers.org/orders/donate.php

The original english text:
Washington gets a new colony in the Balkans

By Sara Flounders - Feb 21, 2008

http://www.workers.org/2008/world/kosovo_0228/
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/5923

torna su