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Gianni Rinaldini: «Siamo alla fine del contratto nazionale e della
democrazia»
  Fabio Sebastiani (Liberazione, 11.6.11)
Stando a quanto scrivono i giornali siamo vicini a una nuova svolta nell'attacco al contratto nazionale.
Siamo all'accelerazione. Le parti sindacali saranno convocate a metà della prossima settimana per definire, o
con un accordo tra le parti o con un avviso comune, le questioni relative alla rappresentanza e all'erga omnes
dei contratti e le relative forme di validazione. Vogliono implementare l'accordo separato del 2009 soprattutto
per quel che riguarda le deroghe. Faccio presente che nell'accordo separato dei metalmeccanici le deroghe
sono previste su tutte le materie. L'obiettivo è quello di arrivare alla possibilità di sostituire il contratto
nazionale con i contratti aziendali.

Che è in sostanza quello che chiede la Fiat, ma che in realtà è scritto nella
relazione della Marcegaglia all'assemblea della Confindustria. Evidentemente, la Fiat ha chiesto tempi più
rapidi, preoccupata da quello che può essere l'esito della denuncia presentata dalla Fiom. Addio al contratto
nazionale, quindi, attraverso l'estensione del modello Fiat. Siamo di fronte a una operazione che chiude la
partita sulla validazione degli accordi ricalcando il modello di relazioni sociali e sindacali degli Stati Uniti.
Ovvero, non c'è più il contratto nazionale. L'azienda decide su cosa gli conviene fare e sulle forme di
validazione. Una operazione non solo antidemocratica ma di salvaguardia delle burocrazie sindacali e
padronali. E' ridicolo oggi pensare che, con tutto quello che sta succedendo non solo in Italia ma nel mondo, i
lavoratori e le lavoratrici non abbiano il diritto di votare su quel che li riguarda. Alla faccia di quelli che parlano
di innovazione e di cambiamento, secondo i quali a Cgil e la Fiom, sarebbero un elemento di conservazione. E'
vero l'opposto, perché gli imprenditori hanno in mente solo i loro interessi. Credo che qualsiasi ipotesi che non
preveda il riconoscimento del contratto nazionale, l'erga omnes e il voto dei lavoratori e delle lavoratrici è non
solo inaccettabile ma rappresenta una aggressione alla democrazia nei luoghi di lavoro. Non mi sembra che il
Comitato direttivo nazionale abbia dato un mandato a firmare un impianto del genere.

La Cgil non ha
alcun mandato per firmare un accordo del genere, perché abbiamo deciso altre cose, che prevedono la
certificazione e/o referendaria del voto dei lavoratori. E la certificazione non può che essere il referendum. Di
fronte al precipitare della situazione gli organismi direttivi dovranno essere inevitabilmente convocati. Del
resto, credo che non sfugga a nessuno che questo governo sia stato sostenuto da Cisl e Uil. Un quadro
nettamente diverso da quello del '94 quando l'opposizione sociale creò le premesse per la caduta
dell'esecutivo. Siamo l'unico paese europeo dove non c'è stata nessuna iniziativa di opposizione. C'è una
specificità in Italia che riguarda l'atteggiamento di Cisl e Uil.

 Quindi, firmando l'accordo il governo
riprenderebbe fiato. Se è un accordo come quello che si preannuncia non c'è dubbio che il governo
riprenderebbe fiato. Sarebbe paradossale che la Cgil arrivasse a condividere una ipotesi di quella natura dove
c'è lo zampino della Fiat, e che prevede di far fuori la Cgil. Credo che la Cgil non la firmi. Nessuno ne parla,
ma il congresso della Cgil si chiuse con un documento in cui si parlava di aumento del salario. Non si
discute solo sulla Fiat ma si arriva al sistema complessivo che riguarda tutti i lavoratori. Il quadro cambia
completamente, e quindi anche la parte sul salario. La prima questione che avrà di fronte la Cgil è quali
iniziative produrre. Anche perché si parla di mettere in campo una legge. Saremmo di fronte alla crisi dello
spirito stesso della Costituzione. Se si andasse ad una nuova rottura sindacale il centrosinistra sarebbe in
difficoltà... Anche a livello politico la questione della democrazia è un elemento di discrimine.

 Lo dico ancherispetto ai partiti. Primarie e non primarie eccetera, alla fine gli unici che non possono votare sono i lavoratorisul loro contratto. Vale più di cento documenti questo elemento nel rapporto con i lavoratori. E questo la dicelunga su quale modello si sta pensando rispetto al lavoro. Rimane un punto centrale, l'idea di uscire dalla crisirilanciando lo stesso modello sociale che ha portato alla crisi, quello degli Usa, la demolizione dei diritti e delle tutele fino al superamento del contratto nazionale lungo un percorso dove la cosiddetta modernità vuole dire che la competitività di una azienda è rispetto ad un unico valore assoluto, il mercato.