| RASSEGNA STAMPA |
vedi anche Torino, gli operai soli, feriti a morte - Loris Campetti
Manifesto – 7.12.07
Flessibili da morire
- Loris Campetti
Era molto flessibile Antonio, un giovane di 36 anni ucciso ieri alla
Thyssenkrupp di Torino. Ucciso non da un incidente, non da un infortunio: ucciso
dallo sfruttamento selvaggio che fa tirare a mille gli impianti fino a far
esplodere le macchine e costringe a un lavoro bestiale gli operai. Al momento in
cui quel maledetto tubo che trasportava olio bollente è stato colpito da una
scintilla sprigionatasi dal quadro elettrico s'è spezzato, trasformandosi in un
lanciafiamme, Antonio e una decina di ragazzi come lui sono stati colpiti. Tutto
e tutti hanno preso fuoco, gli estintori non funzionavano, la linea 5 delle ex
Ferriere sembrava una città bombardata con il napalm, raccontano i
sopravvissuti. Quando si è trasformato in una torcia umana, alle due di notte,
Antonio era alla quarta ora di straordinario. Dunque era alla dodicesima ora di
lavoro in quell'inferno. Antonio era molto flessibile, come tutti gli altri
ragazzi della Thyssenkrupp. Alle 12 ore di lavoro ne aggiungeva ogni giorno due
o tre di viaggio da casa, nel Cuneese, alla fabbrica, e ritorno. Non è che gli
restasse molto tempo per la sua compagna e i suoi tre bambini, la più grande di
6 anni e il più piccolo di 2 mesi. Antonio era proprio il tipo di operaio di cui
ha bisogno un padrone tedesco che decide di chiudere la fabbrica di Torino per
portare la produzione in Germania, ma prima di mettere i sigilli agli impianti
vuole tirare fino all'ultima goccia di sangue alle macchine e agli uomini, ai
ragazzi. Per questo una decina di loro ha preso fuoco, nel 2007, nell'occidente
avanzato, sotto il comando di Thyssenkrupp, un nome che se scomposto in due
rimanda ad altri fuochi, a un altro secolo, a un'altra guerra. C'è la fila,
adesso, di quelli che si lamentano per la mancanza di sicurezza sul lavoro.
Forse tutti si erano distratti: presi com'erano a combattere l'insicurezza
provocata dai rumeni si sono dimenticati della guerra quotidiana in fabbrica,
nei campi, nei cantieri. Chi oggi dice che servono maggiori misure di sicurezza
sul lavoro dovrebbe aggiungere che il modello sociale ed economico dominante è
criminale. Chi chiede di produrre di più, per più ore nel giorno e per più anni
nella vita è corresponsabile dei crimini quotidiani sul lavoro. La sicurezza è
incompatibile con l'accumulazione selvaggia, togliendo dignità e diritti ai
lavoratori si aumenta l'insicurezza, sul lavoro e nella vita. I teorici del
liberismo, della fine del welfare, di quella che spudoratamente chiamano
flessibilità ma che per noi è precarietà, hanno tutti i diritti nella nostra
società. Ma uno almeno non ce l'hanno: quello di piangere i morti sul lavoro
perché quei morti sono vittime della loro cultura e della loro fame di danaro e
di potere. I tre bambini di quel paesino del cuneese che si chiama Envie non
sanno che farsene delle loro lacrime. E noi con loro. Probabilmente i cancelli
della fabbrica torinese della Thyssenkrupp non riaprirà mai più. Speriamo che
non riapra più, il prezzo da pagare per tenerla aperta è troppo alto.
Le
ferriere italiane che macinano utili
-
Sara Farolfi
Non c'è nuovo secolo che tenga quando si parla di siderurgia. Ferriere erano e
ferriere restano. E non solo per la presenza di uomini del calibro di "padron
Riva" - titolare della più grande acciaieria d'Europa, l'Ilva di Taranto - uomo
davvero d'altri tempi, avverso alla mercati finanziari, padrone del suo impero,
dove la mole tragica di infortuni - una quarantina dal '93 a oggi, sei solo
negli ultimi due anni - va addebitata a una certa «confidenza e noncuranza»
degli operai, e dove persino l'acqua (una bottiglietta, in reparti dove la
temperatura supera i 50 gradi) è un diritto da conquistare. Non è solo per
questo che le ferriere sono ancora degne di questo nome. Anche l'Italia è stata
interessata dal processo di concentramento in atto a livello globale. E' stata,
per la verità, terreno di conquista, e poi preda, dei colossi mondiali che si
contendono la produzione di una delle materie prime a più forte domanda:
l'acciaio, che serve per fare tutto, dalle automobili alle infrastrutture. E
così sono arrivati i tedeschi di TyssenKrupp (a Terni e a Torino), i russi di
Severstal (a Piombino, Brescia, Bari e Trieste), e poi Arcelor, il più grande
gruppo siderurgico del mondo, preda a sua volta dell'indiana Mittal (che
possiede lo storico stabilimento della Magona di Piombino). In Europa, l'Italia
è la seconda produttrice di acciaio (seconda solo alla Germania). I prezzi
dell'acciaio seguitano a crescere, trainati dalla forte domanda di Brasile,
Russia, Cina e India, e le aziende «fanno utili a manetta», sintetizza Fausto
Durante (Fiom). Distribuendo ottimi dividendi agli azionisti e garantendo lauti
guadagni per i proprietari. Il lavoro, qui con massima evidenza, resta come pura
variabile d'impresa. Lavoro giovane per lo più (l'età media oggi è sui 35 anni),
arrivato in grande massa nel turn over accentuato del decennio che ci sta alle
spalle. «Il circuito perverso», lo definisce Durante. Quello dei pensionamenti
anticipati per via dei benefici legati all'esposizione all'amianto, che si sono
portati via anche tanta perizia e capacità. Esperienze e conoscenze su cui le
imprese non hanno più investito. Chiunque abbia visto almeno una volta che cosa
è un'acciaieria, non si scompone. Lavoro pericoloso di per sè, ad alto tasso di
produttività, sui cicli continui (24 ore su 24) di una produzione che, salvo
manutenzioni, non si ferma mai. Uno dei settori dove maggiore è il tasso di
infortuni mortali o invalidanti. Per non dire degli altri, quelli non mortali,
che le imprese tentano di nascondere in ogni modo, sostituendoli con la
malattia, per non pagare i premi Inail. A Taranto, solo per fare un esempio, la
costituzione del "Nucleo integrato per la sicurezza" (organismo composto da una
serie di enti preposti alla sicurezza con libero accesso in azienda), è stato
oggetto di fortissimo ostruzionismo da parte dell'azienda. E la situazione è
ancora più drammatica nelle fonderie, diffuse soprattutto nel Nord (dove si
producono i materiali che servono poi ai grandi impianti siderurgici), dove «il
lavoro che nessuno vuole fare», lo fanno gli immigrati, e dove «i problemi di
sicurezza sono decisamente più evidenti», dice Mirco Rota, della Fiom di Bergamo
(dove ha sede la Tenaris Dalmine, di proprietà italiana, che occupa
complessivamente circa 3500 persone). Complessivamente il settore siderurgico dà
lavoro, tra occupati diretti e indotto, a 80, 100 mila persone. Nel 2005,
secondo i dati di Federacciai, il fatturato complessivo è stato di circa 35
miliardi di euro. La domanda è destinata a crescere nei prossimi anni, e con
essa i profitti. Basti pensare che alla Tenaris Dalmine di Bergamo, l'anno
scorso, il premio legato alla redditività aziendale è stato pari a 5.800 euro
per ogni dipendente.
«Diritti e salario, medicine per la sicurezza»
- Antonio Sciotto
L'ennesima tragedia sul lavoro, il rogo alla Thyssenkrupp di Torino, ha
riportato i riflettori sul tema sicurezza: cosa sta facendo il governo per
interrompere l'implacabile conta degli infortuni? Il Testo Unico approntato
dall'Unione potrà migliorare le cose? E come si può rispondere alla insicurezza
non solo contrattuale, ma anche salariale, che spesso è alla base di tanti
incidenti? L'elemento che colpisce di più rispetto all'incendio di ieri è il
fatto che i lavoratori coinvolti fossero alla linea già da dodici ore, per il
forte ricorso allo straordinario che già da tempo si faceva nell'acciaieria
piemontese. Il contratto dei metalmeccanici prevede infatti che nelle produzioni
a ciclo continuo si possa prolungare la giornata lavorativa quando il personale
è insufficiente, e la Thyssenkrupp di Torino è in sofferenza di organico perché
in via di smantellamento. Indubbiamente con gli straordinari i rischi si
moltiplicano, eppure il governo, con il recente Protocollo sul welfare, ha
incentivato il ricorso al lavoro aggiuntivo. Tutti interrogativi che abbiamo
girato alla sottosegretaria al Lavoro, Rosa Rinaldi. Il Testo Unico può
essere una soluzione all'emergenza sicurezza? Da sola, certo, non credo che
una legge possa cambiare le cose. Dobbiamo sicuramente rafforzare il personale
ispettivo, migliorare la vigilanza sul territorio, coinvolgere sempre di più
strutture come le prefetture, le Asl, fino agli stessi operai, con la figura
chiave degli Rls, i rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza. Un ruolo,
quello degli Rls, che il Testo Unico ha rafforzato, oltre a permettere ai
sindacati di costituirsi parte civile nei processi per gli infortuni. Inoltre,
si dà il via a una campagna nelle scuole: bisogna formare e informare su questo
tema. Gli operai coinvolti avevano fatto almeno 4 ore di straordinario: in
tutto 12 ore di lavoro. Con il Protocollo sul welfare, il governo ha
defiscalizzato il ricorso agli straordinari: non è che con queste misure si
mette a rischio la vita degli operai? Ogni infortunio ha una storia a sé, e
non possiamo allo stato accertare un rapporto causa-effetto. Ma certo, come
Rifondazione comunista abbiamo espresso il nostro disaccordo a quel punto del
Protocollo, ritenendo che favorire gli straordinari rischia di appesantire i
turni e le condizioni di lavoro. Io ritengo che avremmo dovuto favorire la
persona rispetto ai costi e al cosiddetto «efficientamento» delle imprese, ma
purtroppo ha prevalso l'influenza di Confindustria. D'altra parte il ricorso
agli straordinari ha altri punti negativi cui spesso non si pensa: come tutte le
voci salariali accessorie, favorisce più gli uomini che le donne, perché le
lavoratrici hanno minor tempo disponibile alle ore aggiuntive. I lavoratori
sono evidentemente insoddisfatti su quanto questo governo ha fatto su salari,
precarietà e sicurezza. Avete qualche carta da giocare da gennaio in poi?
Innanzitutto dobbiamo concentrarci sui rinnovi contrattuali, che devono toccare
necessariamente anche il tema della sicurezza. Sono certa che entro Natale
riusciremo a chiudere l'accordo per i lavoratori delle pulizie, anche grazie a
quel che abbiamo fatto come ministero: si tratta di 500 mila persone, in
grandissima parte donne, esposte a condizioni di lavoro e sicurezza spesso al
limite della sopportazione. Dobbiamo continuare nella lotta contro l'evasione e
il lavoro nero, che già ha dato buoni frutti. E poi credo che in gennaio
dobbiamo affrontare il nodo salari: sarebbe utile defiscalizzare gli aumenti
contrattuali, quelli nazionali. Un tema urgente, dato che con questa finanziaria
non riusciamo a restituire il fiscal drag, nonostante fosse - come tanti altri
punti finora non realizzati - nel programma dell'Unione. Aumentare i salari è
importante anche per rispondere alle domande sulla sicurezza: un operaio che
guadagna dai 1000 ai 1200 euro al mese, è ovvio che farà di tutto per portare a
casa 100 euro in più, e dunque si darà disponibile a tutti gli straordinari
chiesti dall'azienda. Dovremmo riuscire a invertire questa tendenza, fare in
modo che il lavoratore abbia margine di scelta e non sia di fatto obbligato a
rimanere sulla linea
Manifesto – 11.12.07
Torino, gli operai soli, feriti a morte
-
Loris Campetti
Gli operai torinesi, soli, «senza rappresentanza e senza rappresentazione».
Marco Revelli è sconvolto da quel che succede nel mondo separato di una
multinazionale tedesca, ma è sconvolto anche dalla risposta solo operaia alla
tragedia delle ferriere, in una città come Torino che aveva una storia e una
memoria di solidarietà trasversale, e oggi l'ha perduta. Pensa al lavoro
operaio, Revelli, un obbligo e una maledizione. Cancellato, invisibile. In una
«Torino gelida da ogni punto di vista». Hai scritto molto sul Novecento e
sull'uscita da questo secolo segnato dall'homo faber. Hai anche ipotizzato un
ritorno all'Ottocento, alle radici del movimento operaio, alle società di mutuo
soccorso. La strage alla ThyssenKrupp ci dice che siamo tornati nell'Ottocento,
al ferro e al fuoco. Certo non è a questo Ottocento che pensavi. Questo è
l'Ottocento dei padroni delle ferriere. Non c'è la solidarietà, se non quella di
un pezzo di società operaia. Il corteo di oggi (ieri per chi legge, ndr) segna
la fine di Torino operaia e democratica. Nel corteo c'era una parte sola, c'era
il lutto di una sua sola parte. La composizione del corteo era impressionante,
una massa scura di facce operaie. Tanti, forse trentamila, e soli, non più la
città intera. C'erano gli operai di Torino a piangere i propri morti. Le altre
tante Torino non c'erano, ognuna a ricorrere i suoi guai. I negozi erano chiusi,
ma perché il lunedì mattina sono sempre chiusi: nei giorni precedenti non ho
percepito dolore e intensità di passioni nel corpo cittadino. C'erano le
istituzioni, è vero, distanti però, e come tali percepite dagli operai. Pensa
cosa sarebbe successo trent'anni fa in una situazione analoga: nel palco ci
sarebbe stato al centro il sindaco con la fascia tricolore, e il consiglio
comunale, e i rappresentanti dei partiti «di classe», e il presidente della
Camera. Invece questa volta chi c'era? Gianni Rinaldini, a prendersi quei fischi
rabbiosi che, insieme a pochi altri, non avrebbe meritato. Nessuno che davvero è
parte del ceto politico ha preso la parola. Bertinotti c'era, per fortuna, ma
non veniva percepito come lo sarebbe stato Ingrao trent'anni fa. E così la
piazza che piange rabbiosamente i suoi morti non ha e non si aspetta solidarietà
dall'esterno. Il Teatro Regio non ha effettuato neppure un minuto di
solidarietà. Sabato c'era lo shopping natalizio nelle vie del centro, come
sempre. La solitudine fa vivere agli operai gli altri da sé come un
indistinto ceto politico. Ma il problema è proprio la solitudine di un popolo
cancellato. Sono i guasti di questi decenni nella composizione sociale di
Torino, che ha scacciato i suoi operai in una grande buco. L'ideologia del
postindustriale, del capitalismo della conoscenza, del quaternario, dei poli
d'eccellenza, dei servizi avanzati ha nascosto sotto il tappeto il lavoro feroce
di chi si alza e va a lavorare nel fuoco o nell'amianto sapendo di giocarsi la
vita. Che strazio ascoltare le testimonianze delle mogli degli operai uccisi e
feriti: non un sabato o una domenica liberi, non c'é giorno né notte,
prigionieri di un lavoro che ti brucia la vita. La ThyssenKrupp è una fabbrica
in via di chiusura ma tutt'altro che marginale: è un'impresa centrale, con
quella che una volta si chiamava aristocrazia operaia, lavoratori con contratto
regolare in una grande multinazionale. E i figli che avrebbero preso il posto
dei padri, precipitati ora in una condizione intollerabile fatta di 12 ore di
lavoro continuativo, e se non c'è il cambio a fine turno ricominci per altre
otto ore, senza estintori, sapendo che il tuo lavoro va a morire e tu sarai
stato cancellato. In quello stabilimento è rimasto chi era costretto ad
accettare per forza il comando aziendale e ogni volta che entrava in quella
fabbrica morente sapeva di rischiare la salute e la vita. E intanto l'altra
città, distante, va avanti, non vuol vedere e sapere, per illudersi di vivere
nel miglior mondo possibile. E' l'Ottocento ma non è il tuo Ottocento. Non è
neanche il Novecento della lotta di classe e dell'emancipazione collettiva. E
non c'è più chi, come tuo padre Nuto, ci avrebbe raccontato chi erano i Thyssen
e i Krupp nella Germania nazista. Il mio Ottocento aveva Zola che scriveva
Germinal, c'era il racconto sociale. Ora niente e nessuno fa il racconto sociale
del secolo successivo, quello di Calvino o del Primo Levi della «Chiave a
stella». Quattro morti e gli ustionati gravi meritano qualche cenno di cronaca
che lascia presto il campo al gossip e alla cronaca mondana. Questa è la
tragedia di un mondo senza rappresentanza a cui è negata persino la
rappresentazione. Nel corteo mancavano tanto la Torino alta con il loden che la
Torino bassa, quella dei migranti, con l'esclusione di chi fa l'operaio in
fabbrica. Fino a trent'anni fa il clima a Mirafiori era lo stesso che a Porta
nuova. C'è un fossato, dici, che separa la città operaia dal resto. Come si
riempie questo fossato? E' un fossato profondo che ha cancellato il lavorio
di tre generazioni, neanche il lutto riesce a colmare l'abisso. Non ci sono più
i borghesi degli anni Sessanta e Settanta che camminavano spalla a spalla con
gli operai, che s'incontravano in fabbrica, a volte i figli andavano nelle
stesse scuole e un operaio poteva sperare per suo figlio un futuro da ingegnere.
La tragedia di uno pesava sull'altro. Oggi è venuta meno anche la speranza di
emancipazione, se un operaio riesce a far studiare il figlio, sa che comunque,
al massimo, da grande sarà sfruttato in un call center. La solitudine,
dicevamo, distrugge la capacità di comunicare. Ma torno alla domanda precedente:
come si colma questo fossato? E' difficile capire come far atterrare
l'astronave di chi naviga nella globalizzazione nel territorio delle vittime,
dove si lavora il ferro con il fuoco. Mi viene da dire una sola cosa:
impegniamoci a costruire un ponte sopra il fossato, per evitare di caderci
dentro.
Manifesto – 13.3.08
Corri operaio corri. E crepa - Loris Campetti
La lotta di classe è finita perché gli interessi degli operai e degli imprenditori convergono. Ma gli operai - spremuti come agrumi, costretti ad accelerare i tempi della prestazione per garantire la competitività ai loro padroni con cui convergono, e costretti a straordinari e turni di notte per integrare un salario indecente - continuano a morire di lavoro. Era scoccata da pochi minuti la mezzanotte quando Antonio Stramandinoli, un manutentore di 37 anni dipendente del Comau e impegnato sugli impianti della Mac di Chivasso, è stato ucciso dalla macchina che stava riparando. Aveva iniziato da due ore il suo turno notturno di lavoro quando è stato chiamato per intervenire su una pressa che si era bloccata. Ma non sempre i pezzi di ricambio sono a disposizione e i magazzini riforniti, per risparmiare soldi con il just in time. La passi vuole che l'impianto non venga bloccato per non perdere tempo e produzione. Antonio stava tentando di riattivare la pressa con un palanchino ma la pressa non ripartiva, così si è affacciato per guardare cosa la bloccasse quando la macchina si è improvvisamente rimessa in moto e l'ha travolto con un colpo d'ariete, scaraventandolo in alto per qualche metro. Quando hanno tentato di soccorrerlo non c'era più niente da fare. «A Torino crescono gli infortuni nelle grandi fabbriche», dice il segretario della Fiom torinese Giorgio Airaudo: il Comau è un'azienda Fiat con migliaia di dipendenti che costruiscono e garantiscono l'istallazione e la manutenzione di impianti produttivi. La Mac è un gruppo di proprietà di imprenditori torinesi che si occupa di stampaggio e taglio di lamiere per automobili e camion, alle cui dipendenze lavorano 10 mila dipendenti. La Mac rifornisce il gruppo Fiat, che in passato aveva al suo interno queste lavorazioni, e per l'industria tedesca, ha stabilimenti in Italia e in giro per il mondo della globalizzazione Fiat, oltre che in Germania dove ha acquisito alcune aziende. Lo stabilimento in cui è stato ucciso Antonio è a Chivasso nell'ex fabbrica della Lancia, trasformata negli anni Ottanta in un polo produttivo e di servizi soprattutto nel settore automobilistico. Antonio doveva far ripartire subito la pressa, questo era il comando aziendale che punta sulla velocità delle macchine e degli operai costretti a lavorare sempre più in fretta, «e la velocità uccide», dice sconfortato Airaudo a cui ogni volta non resta che promuovere uno sciopero. Ieri alla Mac i lavoratori si sono fermati per otto ore. «Da un po' di tempo - aggiunge - tutti i cosiddetti incidenti in fabbrica nell'area torinese hanno le stesse caratteristiche e sono provocati dalle stesse cause: gli operai sono costretti a lavorare sotto pressione, spesso minacce, in competizione tra di loro. I bassi salari riducono gli spazi di libertà e autonomia, spingono a lavorare di più, a fare ore e ore di straordinari, a fare le notti. Dunque a rischiare la vita. Per questi motivi anche alla Mac avevamo aperto una vertenza. Crescono gli incidenti nella grande industria manifatturiera dove l'uomo vale meno della macchina e viene ridotto a un fattore sacrificabile. Come alla Mac, come alla ThyssenKrupp. Negli ultimi mesi si sono verificati due gravi incidenti anche a Mirafiori, per fortuna senza conseguenze irreparabili. In lastratura un manutentore è rimasto pinzato, alla costruzione stampi un altro è stato travolto da una scocca che si è staccata dalla linea». Servono leggi adeguate, ma le leggi non sono sufficienti da sole a salvare vite umane sul lavoro. C'è un problema culturale che riguarda tutti, a partire dai padroni e scendendo giù, lungo la filiera del comando e delle responsabilità, ma anch'esso non basta a fermare la strage degli innocenti. Bisogna smantellare l'ideologia che in nome di una falsa modernità riscopre le regole del comando novecentesche, se non ottocentesche, mentre la politica - quella di chi fino a ieri si diceva dalla parte dei lavoratori - scopre le convergenze tra capitale e lavoro, il patto dei produttori, la fine della lotta di classe. E' questa l'amara considerazione di chi si sente impotente, o in grado solo di indire uno sciopero a operaio morto. Si può morire in fabbrica come Antonio, che per inciso era un militante Fiom, ci si può uccidere in casa stressato dall'intensità del lavoro come alla Renault, oppure dalla precarietà del lavoro, come è successo a Luigi Rocca, 39 anni, sempre nel torinese, operaio interinale e intermittente alla Berco. Si è impiccato quando il padrone gli ha detto che il contratto non sarebbe stato rinnovato. Può interessare il lettore la notizia che la Berco è una delle tante aziende della multinazionale tedesca che risponde al nome di ThyssenKrupp. E può anche interessare il lettore il fatto, denunciato dal sottosegretario Gianpaolo Patta, che la Fiat, proprietaria del Comau in cui lavorava Antonio, si è finora rifiutata di sottoscrivere un accordo quadro sulla sicurezza.
Morire di Renault. Nuovo suicidio al Technocentre - Anna Maria Merlo
Parigi - C'è stato un nuovo suicidio al Technocentre della Renault. Non sono stati rivelati né il nome né l'età del tecnico di una società di servizi informatici che si è tolto la vita a fine febbraio. Una fonte sindacale denuncia un problema di «eccesso di lavoro». La persona, che si è suicidata a casa propria, era dipendente di una società, la Assystem, che lavora in subappalto per la Renault. Lavorava da vari anni sul sito di Guyancourt. Dall'ottobre del 2006, è la quarta persona che si suicida al Technocentre Renault di Guyancourt, nelle Yvelines. Il primo di questi suicidi, dopo un lungo braccio di ferro con la direzione della Renault, è stato considerato ufficialmente un «incidente sul lavoro» dalla Cassa di assicurazione-malattia del dipartimento degli Hauts-de-Seine. Carlos Ghosn, il presidente di Renault, era stato costretto ad ammettere che ci sono dei problemi al Technocentre. I sindacati sottolineano che i dipendenti, in maggioranza quadri e tecnici, sono sottoposti a una forte pressione, i tempi di progettazione sono sempre più brevi e manca personale. Un sindacalista della Cgt racconta: «prima di Carlos Ghosn, un'automobile veniva concepita in 5 anni. Oggi, in 36 mesi. Prima, c'era un caposquadra, con cui si poteva discutere. Oggi, non ci sono più punti di riferimento e troppi progetti in ballo. Io, per esempio, mi occupo della concezione di tutto ciò che circonda il volante di un'automobile. Devo rendere conto della mia attività a date precise. Ricevo delle mail: non ci parliamo più come prima. Sono diventato aggressivo, ho gravi problemi di mal di schiena. In realtà si trattava di depressione. Mi sono fermato per due mesi. Giravo per casa in pigiama tutta la giornata. Mia moglie non capiva. Ho conosciuto due dei tre quadri che si sono suicidati. Gli psicologi ci hanno spiegato che il passaggio al suicidio avviene in fretta, in 20-30 minuti». La gravità dello stress sul luogo di lavoro è tale che il ministro del lavoro, Xavier Bertrand, ha commissionato una ricerca allo statistico Philippe Nasse e allo psichiatra Patrick Lagéron. I due studiosi propongono un indicatore statistico nazionale sullo stress al lavoro come in Gran Bretagna, e di lanciare una campagna di sensibilizzazzione sulla questione. Invitano a formare i manager alla prevenzione. «Il 90% dei dipendenti stressati - afferma la psicologa Marie Pezé - si vedono imporre enormi aumentii di produttività. I dirigenti ripetono agli impiegati: c'è la guerra economica, siate dei buoni soldati! Questo è il risultato di trent'anni di disoccupazione di massa. La gente ha paura». La medica del lavoro Dorothée Ramaud dice la stessa cosa: «A forza di introdurre la competizione nell'organizzazione, è ormai il regno dell'ognuno per sé. Il collettivo non esiste più». In Francia esistono già più di una trentina di centri medici che si occupano della sofferenza sul luogo di lavoro e seguono un numero crescente di pazienti. Per le donne, è ancora più grave: «Il 30% delle donne messe sotto pressione si ammala di cancro al seno o al collo dell'utero», afferma Marie Pezé.