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vedi anche Torino, gli operai soli, feriti a morte - Loris Campetti

Manifesto – 7.12.07

 

Flessibili da morire - Loris Campetti
Era molto flessibile Antonio, un giovane di 36 anni ucciso ieri alla Thyssenkrupp di Torino. Ucciso non da un incidente, non da un infortunio: ucciso dallo sfruttamento selvaggio che fa tirare a mille gli impianti fino a far esplodere le macchine e costringe a un lavoro bestiale gli operai. Al momento in cui quel maledetto tubo che trasportava olio bollente è stato colpito da una scintilla sprigionatasi dal quadro elettrico s'è spezzato, trasformandosi in un lanciafiamme, Antonio e una decina di ragazzi come lui sono stati colpiti. Tutto e tutti hanno preso fuoco, gli estintori non funzionavano, la linea 5 delle ex Ferriere sembrava una città bombardata con il napalm, raccontano i sopravvissuti. Quando si è trasformato in una torcia umana, alle due di notte, Antonio era alla quarta ora di straordinario. Dunque era alla dodicesima ora di lavoro in quell'inferno. Antonio era molto flessibile, come tutti gli altri ragazzi della Thyssenkrupp. Alle 12 ore di lavoro ne aggiungeva ogni giorno due o tre di viaggio da casa, nel Cuneese, alla fabbrica, e ritorno. Non è che gli restasse molto tempo per la sua compagna e i suoi tre bambini, la più grande di 6 anni e il più piccolo di 2 mesi. Antonio era proprio il tipo di operaio di cui ha bisogno un padrone tedesco che decide di chiudere la fabbrica di Torino per portare la produzione in Germania, ma prima di mettere i sigilli agli impianti vuole tirare fino all'ultima goccia di sangue alle macchine e agli uomini, ai ragazzi. Per questo una decina di loro ha preso fuoco, nel 2007, nell'occidente avanzato, sotto il comando di Thyssenkrupp, un nome che se scomposto in due rimanda ad altri fuochi, a un altro secolo, a un'altra guerra. C'è la fila, adesso, di quelli che si lamentano per la mancanza di sicurezza sul lavoro. Forse tutti si erano distratti: presi com'erano a combattere l'insicurezza provocata dai rumeni si sono dimenticati della guerra quotidiana in fabbrica, nei campi, nei cantieri. Chi oggi dice che servono maggiori misure di sicurezza sul lavoro dovrebbe aggiungere che il modello sociale ed economico dominante è criminale. Chi chiede di produrre di più, per più ore nel giorno e per più anni nella vita è corresponsabile dei crimini quotidiani sul lavoro. La sicurezza è incompatibile con l'accumulazione selvaggia, togliendo dignità e diritti ai lavoratori si aumenta l'insicurezza, sul lavoro e nella vita. I teorici del liberismo, della fine del welfare, di quella che spudoratamente chiamano flessibilità ma che per noi è precarietà, hanno tutti i diritti nella nostra società. Ma uno almeno non ce l'hanno: quello di piangere i morti sul lavoro perché quei morti sono vittime della loro cultura e della loro fame di danaro e di potere. I tre bambini di quel paesino del cuneese che si chiama Envie non sanno che farsene delle loro lacrime. E noi con loro. Probabilmente i cancelli della fabbrica torinese della Thyssenkrupp non riaprirà mai più. Speriamo che non riapra più, il prezzo da pagare per tenerla aperta è troppo alto.

 

Le ferriere italiane che macinano utili - Sara Farolfi
Non c'è nuovo secolo che tenga quando si parla di siderurgia. Ferriere erano e ferriere restano. E non solo per la presenza di uomini del calibro di "padron Riva" - titolare della più grande acciaieria d'Europa, l'Ilva di Taranto - uomo davvero d'altri tempi, avverso alla mercati finanziari, padrone del suo impero, dove la mole tragica di infortuni - una quarantina dal '93 a oggi, sei solo negli ultimi due anni - va addebitata a una certa «confidenza e noncuranza» degli operai, e dove persino l'acqua (una bottiglietta, in reparti dove la temperatura supera i 50 gradi) è un diritto da conquistare. Non è solo per questo che le ferriere sono ancora degne di questo nome. Anche l'Italia è stata interessata dal processo di concentramento in atto a livello globale. E' stata, per la verità, terreno di conquista, e poi preda, dei colossi mondiali che si contendono la produzione di una delle materie prime a più forte domanda: l'acciaio, che serve per fare tutto, dalle automobili alle infrastrutture. E così sono arrivati i tedeschi di TyssenKrupp (a Terni e a Torino), i russi di Severstal (a Piombino, Brescia, Bari e Trieste), e poi Arcelor, il più grande gruppo siderurgico del mondo, preda a sua volta dell'indiana Mittal (che possiede lo storico stabilimento della Magona di Piombino). In Europa, l'Italia è la seconda produttrice di acciaio (seconda solo alla Germania). I prezzi dell'acciaio seguitano a crescere, trainati dalla forte domanda di Brasile, Russia, Cina e India, e le aziende «fanno utili a manetta», sintetizza Fausto Durante (Fiom). Distribuendo ottimi dividendi agli azionisti e garantendo lauti guadagni per i proprietari. Il lavoro, qui con massima evidenza, resta come pura variabile d'impresa. Lavoro giovane per lo più (l'età media oggi è sui 35 anni), arrivato in grande massa nel turn over accentuato del decennio che ci sta alle spalle. «Il circuito perverso», lo definisce Durante. Quello dei pensionamenti anticipati per via dei benefici legati all'esposizione all'amianto, che si sono portati via anche tanta perizia e capacità. Esperienze e conoscenze su cui le imprese non hanno più investito. Chiunque abbia visto almeno una volta che cosa è un'acciaieria, non si scompone. Lavoro pericoloso di per sè, ad alto tasso di produttività, sui cicli continui (24 ore su 24) di una produzione che, salvo manutenzioni, non si ferma mai. Uno dei settori dove maggiore è il tasso di infortuni mortali o invalidanti. Per non dire degli altri, quelli non mortali, che le imprese tentano di nascondere in ogni modo, sostituendoli con la malattia, per non pagare i premi Inail. A Taranto, solo per fare un esempio, la costituzione del "Nucleo integrato per la sicurezza" (organismo composto da una serie di enti preposti alla sicurezza con libero accesso in azienda), è stato oggetto di fortissimo ostruzionismo da parte dell'azienda. E la situazione è ancora più drammatica nelle fonderie, diffuse soprattutto nel Nord (dove si producono i materiali che servono poi ai grandi impianti siderurgici), dove «il lavoro che nessuno vuole fare», lo fanno gli immigrati, e dove «i problemi di sicurezza sono decisamente più evidenti», dice Mirco Rota, della Fiom di Bergamo (dove ha sede la Tenaris Dalmine, di proprietà italiana, che occupa complessivamente circa 3500 persone). Complessivamente il settore siderurgico dà lavoro, tra occupati diretti e indotto, a 80, 100 mila persone. Nel 2005, secondo i dati di Federacciai, il fatturato complessivo è stato di circa 35 miliardi di euro. La domanda è destinata a crescere nei prossimi anni, e con essa i profitti. Basti pensare che alla Tenaris Dalmine di Bergamo, l'anno scorso, il premio legato alla redditività aziendale è stato pari a 5.800 euro per ogni dipendente.

 

«Diritti e salario, medicine per la sicurezza» - Antonio Sciotto
L'ennesima tragedia sul lavoro, il rogo alla Thyssenkrupp di Torino, ha riportato i riflettori sul tema sicurezza: cosa sta facendo il governo per interrompere l'implacabile conta degli infortuni? Il Testo Unico approntato dall'Unione potrà migliorare le cose? E come si può rispondere alla insicurezza non solo contrattuale, ma anche salariale, che spesso è alla base di tanti incidenti? L'elemento che colpisce di più rispetto all'incendio di ieri è il fatto che i lavoratori coinvolti fossero alla linea già da dodici ore, per il forte ricorso allo straordinario che già da tempo si faceva nell'acciaieria piemontese. Il contratto dei metalmeccanici prevede infatti che nelle produzioni a ciclo continuo si possa prolungare la giornata lavorativa quando il personale è insufficiente, e la Thyssenkrupp di Torino è in sofferenza di organico perché in via di smantellamento. Indubbiamente con gli straordinari i rischi si moltiplicano, eppure il governo, con il recente Protocollo sul welfare, ha incentivato il ricorso al lavoro aggiuntivo. Tutti interrogativi che abbiamo girato alla sottosegretaria al Lavoro, Rosa Rinaldi. Il Testo Unico può essere una soluzione all'emergenza sicurezza? Da sola, certo, non credo che una legge possa cambiare le cose. Dobbiamo sicuramente rafforzare il personale ispettivo, migliorare la vigilanza sul territorio, coinvolgere sempre di più strutture come le prefetture, le Asl, fino agli stessi operai, con la figura chiave degli Rls, i rappresentanti dei lavoratori alla sicurezza. Un ruolo, quello degli Rls, che il Testo Unico ha rafforzato, oltre a permettere ai sindacati di costituirsi parte civile nei processi per gli infortuni. Inoltre, si dà il via a una campagna nelle scuole: bisogna formare e informare su questo tema. Gli operai coinvolti avevano fatto almeno 4 ore di straordinario: in tutto 12 ore di lavoro. Con il Protocollo sul welfare, il governo ha defiscalizzato il ricorso agli straordinari: non è che con queste misure si mette a rischio la vita degli operai? Ogni infortunio ha una storia a sé, e non possiamo allo stato accertare un rapporto causa-effetto. Ma certo, come Rifondazione comunista abbiamo espresso il nostro disaccordo a quel punto del Protocollo, ritenendo che favorire gli straordinari rischia di appesantire i turni e le condizioni di lavoro. Io ritengo che avremmo dovuto favorire la persona rispetto ai costi e al cosiddetto «efficientamento» delle imprese, ma purtroppo ha prevalso l'influenza di Confindustria. D'altra parte il ricorso agli straordinari ha altri punti negativi cui spesso non si pensa: come tutte le voci salariali accessorie, favorisce più gli uomini che le donne, perché le lavoratrici hanno minor tempo disponibile alle ore aggiuntive. I lavoratori sono evidentemente insoddisfatti su quanto questo governo ha fatto su salari, precarietà e sicurezza. Avete qualche carta da giocare da gennaio in poi? Innanzitutto dobbiamo concentrarci sui rinnovi contrattuali, che devono toccare necessariamente anche il tema della sicurezza. Sono certa che entro Natale riusciremo a chiudere l'accordo per i lavoratori delle pulizie, anche grazie a quel che abbiamo fatto come ministero: si tratta di 500 mila persone, in grandissima parte donne, esposte a condizioni di lavoro e sicurezza spesso al limite della sopportazione. Dobbiamo continuare nella lotta contro l'evasione e il lavoro nero, che già ha dato buoni frutti. E poi credo che in gennaio dobbiamo affrontare il nodo salari: sarebbe utile defiscalizzare gli aumenti contrattuali, quelli nazionali. Un tema urgente, dato che con questa finanziaria non riusciamo a restituire il fiscal drag, nonostante fosse - come tanti altri punti finora non realizzati - nel programma dell'Unione. Aumentare i salari è importante anche per rispondere alle domande sulla sicurezza: un operaio che guadagna dai 1000 ai 1200 euro al mese, è ovvio che farà di tutto per portare a casa 100 euro in più, e dunque si darà disponibile a tutti gli straordinari chiesti dall'azienda. Dovremmo riuscire a invertire questa tendenza, fare in modo che il lavoratore abbia margine di scelta e non sia di fatto obbligato a rimanere sulla linea

 

Manifesto – 11.12.07

 

Torino, gli operai soli, feriti a morte - Loris Campetti
Gli operai torinesi, soli, «senza rappresentanza e senza rappresentazione». Marco Revelli è sconvolto da quel che succede nel mondo separato di una multinazionale tedesca, ma è sconvolto anche dalla risposta solo operaia alla tragedia delle ferriere, in una città come Torino che aveva una storia e una memoria di solidarietà trasversale, e oggi l'ha perduta. Pensa al lavoro operaio, Revelli, un obbligo e una maledizione. Cancellato, invisibile. In una «Torino gelida da ogni punto di vista». Hai scritto molto sul Novecento e sull'uscita da questo secolo segnato dall'homo faber. Hai anche ipotizzato un ritorno all'Ottocento, alle radici del movimento operaio, alle società di mutuo soccorso. La strage alla ThyssenKrupp ci dice che siamo tornati nell'Ottocento, al ferro e al fuoco. Certo non è a questo Ottocento che pensavi. Questo è l'Ottocento dei padroni delle ferriere. Non c'è la solidarietà, se non quella di un pezzo di società operaia. Il corteo di oggi (ieri per chi legge, ndr) segna la fine di Torino operaia e democratica. Nel corteo c'era una parte sola, c'era il lutto di una sua sola parte. La composizione del corteo era impressionante, una massa scura di facce operaie. Tanti, forse trentamila, e soli, non più la città intera. C'erano gli operai di Torino a piangere i propri morti. Le altre tante Torino non c'erano, ognuna a ricorrere i suoi guai. I negozi erano chiusi, ma perché il lunedì mattina sono sempre chiusi: nei giorni precedenti non ho percepito dolore e intensità di passioni nel corpo cittadino. C'erano le istituzioni, è vero, distanti però, e come tali percepite dagli operai. Pensa cosa sarebbe successo trent'anni fa in una situazione analoga: nel palco ci sarebbe stato al centro il sindaco con la fascia tricolore, e il consiglio comunale, e i rappresentanti dei partiti «di classe», e il presidente della Camera. Invece questa volta chi c'era? Gianni Rinaldini, a prendersi quei fischi rabbiosi che, insieme a pochi altri, non avrebbe meritato. Nessuno che davvero è parte del ceto politico ha preso la parola. Bertinotti c'era, per fortuna, ma non veniva percepito come lo sarebbe stato Ingrao trent'anni fa. E così la piazza che piange rabbiosamente i suoi morti non ha e non si aspetta solidarietà dall'esterno. Il Teatro Regio non ha effettuato neppure un minuto di solidarietà. Sabato c'era lo shopping natalizio nelle vie del centro, come sempre. La solitudine fa vivere agli operai gli altri da sé come un indistinto ceto politico. Ma il problema è proprio la solitudine di un popolo cancellato. Sono i guasti di questi decenni nella composizione sociale di Torino, che ha scacciato i suoi operai in una grande buco. L'ideologia del postindustriale, del capitalismo della conoscenza, del quaternario, dei poli d'eccellenza, dei servizi avanzati ha nascosto sotto il tappeto il lavoro feroce di chi si alza e va a lavorare nel fuoco o nell'amianto sapendo di giocarsi la vita. Che strazio ascoltare le testimonianze delle mogli degli operai uccisi e feriti: non un sabato o una domenica liberi, non c'é giorno né notte, prigionieri di un lavoro che ti brucia la vita. La ThyssenKrupp è una fabbrica in via di chiusura ma tutt'altro che marginale: è un'impresa centrale, con quella che una volta si chiamava aristocrazia operaia, lavoratori con contratto regolare in una grande multinazionale. E i figli che avrebbero preso il posto dei padri, precipitati ora in una condizione intollerabile fatta di 12 ore di lavoro continuativo, e se non c'è il cambio a fine turno ricominci per altre otto ore, senza estintori, sapendo che il tuo lavoro va a morire e tu sarai stato cancellato. In quello stabilimento è rimasto chi era costretto ad accettare per forza il comando aziendale e ogni volta che entrava in quella fabbrica morente sapeva di rischiare la salute e la vita. E intanto l'altra città, distante, va avanti, non vuol vedere e sapere, per illudersi di vivere nel miglior mondo possibile. E' l'Ottocento ma non è il tuo Ottocento. Non è neanche il Novecento della lotta di classe e dell'emancipazione collettiva. E non c'è più chi, come tuo padre Nuto, ci avrebbe raccontato chi erano i Thyssen e i Krupp nella Germania nazista. Il mio Ottocento aveva Zola che scriveva Germinal, c'era il racconto sociale. Ora niente e nessuno fa il racconto sociale del secolo successivo, quello di Calvino o del Primo Levi della «Chiave a stella». Quattro morti e gli ustionati gravi meritano qualche cenno di cronaca che lascia presto il campo al gossip e alla cronaca mondana. Questa è la tragedia di un mondo senza rappresentanza a cui è negata persino la rappresentazione. Nel corteo mancavano tanto la Torino alta con il loden che la Torino bassa, quella dei migranti, con l'esclusione di chi fa l'operaio in fabbrica. Fino a trent'anni fa il clima a Mirafiori era lo stesso che a Porta nuova. C'è un fossato, dici, che separa la città operaia dal resto. Come si riempie questo fossato? E' un fossato profondo che ha cancellato il lavorio di tre generazioni, neanche il lutto riesce a colmare l'abisso. Non ci sono più i borghesi degli anni Sessanta e Settanta che camminavano spalla a spalla con gli operai, che s'incontravano in fabbrica, a volte i figli andavano nelle stesse scuole e un operaio poteva sperare per suo figlio un futuro da ingegnere. La tragedia di uno pesava sull'altro. Oggi è venuta meno anche la speranza di emancipazione, se un operaio riesce a far studiare il figlio, sa che comunque, al massimo, da grande sarà sfruttato in un call center. La solitudine, dicevamo, distrugge la capacità di comunicare. Ma torno alla domanda precedente: come si colma questo fossato? E' difficile capire come far atterrare l'astronave di chi naviga nella globalizzazione nel territorio delle vittime, dove si lavora il ferro con il fuoco. Mi viene da dire una sola cosa: impegniamoci a costruire un ponte sopra il fossato, per evitare di caderci dentro.

 

 

Manifesto – 13.3.08

 

Corri operaio corri. E crepa - Loris Campetti

La lotta di classe è finita perché gli interessi degli operai e degli imprenditori convergono. Ma gli operai - spremuti come agrumi, costretti ad accelerare i tempi della prestazione per garantire la competitività ai loro padroni con cui convergono, e costretti a straordinari e turni di notte per integrare un salario indecente - continuano a morire di lavoro. Era scoccata da pochi minuti la mezzanotte quando Antonio Stramandinoli, un manutentore di 37 anni dipendente del Comau e impegnato sugli impianti della Mac di Chivasso, è stato ucciso dalla macchina che stava riparando. Aveva iniziato da due ore il suo turno notturno di lavoro quando è stato chiamato per intervenire su una pressa che si era bloccata. Ma non sempre i pezzi di ricambio sono a disposizione e i magazzini riforniti, per risparmiare soldi con il just in time. La passi vuole che l'impianto non venga bloccato per non perdere tempo e produzione. Antonio stava tentando di riattivare la pressa con un palanchino ma la pressa non ripartiva, così si è affacciato per guardare cosa la bloccasse quando la macchina si è improvvisamente rimessa in moto e l'ha travolto con un colpo d'ariete, scaraventandolo in alto per qualche metro. Quando hanno tentato di soccorrerlo non c'era più niente da fare. «A Torino crescono gli infortuni nelle grandi fabbriche», dice il segretario della Fiom torinese Giorgio Airaudo: il Comau è un'azienda Fiat con migliaia di dipendenti che costruiscono e garantiscono l'istallazione e la manutenzione di impianti produttivi. La Mac è un gruppo di proprietà di imprenditori torinesi che si occupa di stampaggio e taglio di lamiere per automobili e camion, alle cui dipendenze lavorano 10 mila dipendenti. La Mac rifornisce il gruppo Fiat, che in passato aveva al suo interno queste lavorazioni, e per l'industria tedesca, ha stabilimenti in Italia e in giro per il mondo della globalizzazione Fiat, oltre che in Germania dove ha acquisito alcune aziende. Lo stabilimento in cui è stato ucciso Antonio è a Chivasso nell'ex fabbrica della Lancia, trasformata negli anni Ottanta in un polo produttivo e di servizi soprattutto nel settore automobilistico. Antonio doveva far ripartire subito la pressa, questo era il comando aziendale che punta sulla velocità delle macchine e degli operai costretti a lavorare sempre più in fretta, «e la velocità uccide», dice sconfortato Airaudo a cui ogni volta non resta che promuovere uno sciopero. Ieri alla Mac i lavoratori si sono fermati per otto ore. «Da un po' di tempo - aggiunge - tutti i cosiddetti incidenti in fabbrica nell'area torinese hanno le stesse caratteristiche e sono provocati dalle stesse cause: gli operai sono costretti a lavorare sotto pressione, spesso minacce, in competizione tra di loro. I bassi salari riducono gli spazi di libertà e autonomia, spingono a lavorare di più, a fare ore e ore di straordinari, a fare le notti. Dunque a rischiare la vita. Per questi motivi anche alla Mac avevamo aperto una vertenza. Crescono gli incidenti nella grande industria manifatturiera dove l'uomo vale meno della macchina e viene ridotto a un fattore sacrificabile. Come alla Mac, come alla ThyssenKrupp. Negli ultimi mesi si sono verificati due gravi incidenti anche a Mirafiori, per fortuna senza conseguenze irreparabili. In lastratura un manutentore è rimasto pinzato, alla costruzione stampi un altro è stato travolto da una scocca che si è staccata dalla linea». Servono leggi adeguate, ma le leggi non sono sufficienti da sole a salvare vite umane sul lavoro. C'è un problema culturale che riguarda tutti, a partire dai padroni e scendendo giù, lungo la filiera del comando e delle responsabilità, ma anch'esso non basta a fermare la strage degli innocenti. Bisogna smantellare l'ideologia che in nome di una falsa modernità riscopre le regole del comando novecentesche, se non ottocentesche, mentre la politica - quella di chi fino a ieri si diceva dalla parte dei lavoratori - scopre le convergenze tra capitale e lavoro, il patto dei produttori, la fine della lotta di classe. E' questa l'amara considerazione di chi si sente impotente, o in grado solo di indire uno sciopero a operaio morto. Si può morire in fabbrica come Antonio, che per inciso era un militante Fiom, ci si può uccidere in casa stressato dall'intensità del lavoro come alla Renault, oppure dalla precarietà del lavoro, come è successo a Luigi Rocca, 39 anni, sempre nel torinese, operaio interinale e intermittente alla Berco. Si è impiccato quando il padrone gli ha detto che il contratto non sarebbe stato rinnovato. Può interessare il lettore la notizia che la Berco è una delle tante aziende della multinazionale tedesca che risponde al nome di ThyssenKrupp. E può anche interessare il lettore il fatto, denunciato dal sottosegretario Gianpaolo Patta, che la Fiat, proprietaria del Comau in cui lavorava Antonio, si è finora rifiutata di sottoscrivere un accordo quadro sulla sicurezza.

 

Morire di Renault. Nuovo suicidio al Technocentre - Anna Maria Merlo

Parigi - C'è stato un nuovo suicidio al Technocentre della Renault. Non sono stati rivelati né il nome né l'età del tecnico di una società di servizi informatici che si è tolto la vita a fine febbraio. Una fonte sindacale denuncia un problema di «eccesso di lavoro». La persona, che si è suicidata a casa propria, era dipendente di una società, la Assystem, che lavora in subappalto per la Renault. Lavorava da vari anni sul sito di Guyancourt. Dall'ottobre del 2006, è la quarta persona che si suicida al Technocentre Renault di Guyancourt, nelle Yvelines. Il primo di questi suicidi, dopo un lungo braccio di ferro con la direzione della Renault, è stato considerato ufficialmente un «incidente sul lavoro» dalla Cassa di assicurazione-malattia del dipartimento degli Hauts-de-Seine. Carlos Ghosn, il presidente di Renault, era stato costretto ad ammettere che ci sono dei problemi al Technocentre. I sindacati sottolineano che i dipendenti, in maggioranza quadri e tecnici, sono sottoposti a una forte pressione, i tempi di progettazione sono sempre più brevi e manca personale. Un sindacalista della Cgt racconta: «prima di Carlos Ghosn, un'automobile veniva concepita in 5 anni. Oggi, in 36 mesi. Prima, c'era un caposquadra, con cui si poteva discutere. Oggi, non ci sono più punti di riferimento e troppi progetti in ballo. Io, per esempio, mi occupo della concezione di tutto ciò che circonda il volante di un'automobile. Devo rendere conto della mia attività a date precise. Ricevo delle mail: non ci parliamo più come prima. Sono diventato aggressivo, ho gravi problemi di mal di schiena. In realtà si trattava di depressione. Mi sono fermato per due mesi. Giravo per casa in pigiama tutta la giornata. Mia moglie non capiva. Ho conosciuto due dei tre quadri che si sono suicidati. Gli psicologi ci hanno spiegato che il passaggio al suicidio avviene in fretta, in 20-30 minuti». La gravità dello stress sul luogo di lavoro è tale che il ministro del lavoro, Xavier Bertrand, ha commissionato una ricerca allo statistico Philippe Nasse e allo psichiatra Patrick Lagéron. I due studiosi propongono un indicatore statistico nazionale sullo stress al lavoro come in Gran Bretagna, e di lanciare una campagna di sensibilizzazzione sulla questione. Invitano a formare i manager alla prevenzione. «Il 90% dei dipendenti stressati - afferma la psicologa Marie Pezé - si vedono imporre enormi aumentii di produttività. I dirigenti ripetono agli impiegati: c'è la guerra economica, siate dei buoni soldati! Questo è il risultato di trent'anni di disoccupazione di massa. La gente ha paura». La medica del lavoro Dorothée Ramaud dice la stessa cosa: «A forza di introdurre la competizione nell'organizzazione, è ormai il regno dell'ognuno per sé. Il collettivo non esiste più». In Francia esistono già più di una trentina di centri medici che si occupano della sofferenza sul luogo di lavoro e seguono un numero crescente di pazienti. Per le donne, è ancora più grave: «Il 30% delle donne messe sotto pressione si ammala di cancro al seno o al collo dell'utero», afferma Marie Pezé.