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Manifesto – 21.10.07

Un fiume in piena in cerca di sinistra - Loris Campetti

Roma - La sinistra c’è ancora. Ne ha prese tante negli ultimi mesi ma resiste e ieri ha messo le basi per iniziare una nuova storia. La sinistra sociale, innanzitutto, che non ha chiuso bottega dopo esser riuscita a mandare a casa Berlusconi, ha risposto in massa all’appello a battere un colpo lanciato dal manifesto, Liberazione e Carta insieme a un drappello di promotori. Battere un colpo che tutto il paese potesse ascoltare, a partire dalle forze che governano il paese in un modo che proprio non convince. Tutti hanno paura del ritorno di Berlusconi, ma hanno anche paura che Berlusconi non sia mai tornato a casa del tutto. Battere un colpo contro la precarietà del lavoro, dei diritti, della vita stessa di milioni di persone a cui è stato ipotecato il futuro da una cultura dominante che mette il Pil sopra ogni cosa, sopra gli uomini e le donne. Il mercato che regola tutto non riesce a regolare il cervello di quelle centinaia di migliaia di manifestanti (un milione per gli organizzatori) che ieri hanno invaso Roma. Tutta gente che sul Pantheon non mette le solite figurine (a parte quelle del manifesto che sono andate a ruba) ma contenuti «pesanti». Tanto per intenderci, pensano che la solidarietà sia un valore e invece la competizione selvaggia no. Hanno una pretesa: la nuova sinistra che nascerà non dovrà parlare a nome loro, sono loro gli embrioni, i soggetti portanti di questa nuova sinistra, gente stufa di delegare a qualcuno la soluzione dei suoi problemi. Lo pensano con determinazione e lo dicono con ironia come il gruppo dietro lo striscione dei giovani di Sinistra democratica che s’interroga: «Mi si nota di più se ci sono o se non ci sono?». A Roma sono arrivati con ogni mezzo: pullman, treni, una nave, tante macchine private. Pochi sono arrivati in aereo, il reddito medio in piazza San Giovanni abbassa il Pil medio nazionale. Essere precari vuol dire avere meno di mille euro al mese, come ripetono le lavoratrici precarie della Vodafone in via di terziarizzazione, ognuna con il cartello al collo «vendesi». Altri hanno scritto sulla maglietta «Io metalmeccanico, e tu?». I tanti tu che poi diventeranno un noi composito, colorato e unito, dicono di sé «vigili del fuoco», «ferrovieri» che trascinano una locomotiva di cartone e uno striscione che recita «No precari sui binari ». Sono i contadini di «Altragricoltura », sono i «Mobasta precari » del «Movimento di base assistenti di volo stagionali Alitalia» che ritmano «noi non siamo bamboccioni ». Sono «Disoccupati» di Scampia più rumorosi delle bande che accompagnano il corteo. Anzi, i cortei: uno ufficiale al centro, tappezzato da una marea di bandiera rosse di Rifondazione innanzitutto, ma anche del Pdci, della Fiom, della Cgil, del Sindacato dei Lavoratori, persino dei «Radicali di sinistra». Ma anche No-Tav, No Dal Molin, Glbt. Bandiere arcobaleno, non moltissime ma ci sono. E che dire degli occupanti di case o dei senza casa? E dei contadini e pastori sardi che occupano il municipio di Decimoputzu perché gli hanno messo in vendita le aziende, colpevoli di non riuscire a pagare un mutuo decuplicato? Loro scrivono in un cartellone «Banchieri usurai». Tanti i sardi, delle aziende in crisi di Macomer, Ottana, Siniscola. E i siciliani, tantissimi come i calabresi. Il sud impazza e riempie di suoni il corteo disordinato. Poi ci sono gli altri due cortei che procedono in altrettanti percorsi spontaneamente anarchici al lato, davanti, dietro o nella strada accanto al corteo ufficiale con in testa i promotori e la coda chissà dov’era rimasta. E’ il popolo di sinistra, la sinistra sociale senza bandiere regolari e con tanti cartelli irregolari e autoprodotti come usa adesso. Seri come quello che dice «Siamo tutti rom» indossato da una ragazza, a cui un ironico e dispettoso metalmeccanico di Bergamo, tentando un romanesco improbabile, risponde «Ce sarai». La ragazza sta per dargli uno schiaffo, poi capisce lo scherzo e l’abbraccia. Alcuni cartelloni sono meno seri, come quello che alza una giovane precaria: «Buon lavoro Veltrusconi». E gli studenti? Tanti, allegri e «incazzati», i più numerosi sono i fiorentini. Migranti, poi. Gli immarcescibili kurdi fuggiti dalla Turchia per disperazione, africani operai, precari, disoccupati; asiatici, est-europei (un bel cartello alzato da un polacco «Siamo tutti lavavetri»). Migranti che di strada per arrivare qui da noi in cerca di un futuro ne hanno fatta tanta, certo più degli «Interisti leninisti» arrivati da Ravenna. «Siamo tutti un programma» ma guai a dimenticare le donne «Fuori programma». O le donne in nero che hanno un chiodo fisso: «Fuori la guerra dalla storia». C’è chi scambia figurine dell’Album di famiglia del manifesto persino sul palco, come Giuliano (Giuliani): «Idea geniale, mi ritrovo a settant’anni ad appiccicare, me ne mancano dieci. Ma voi come al solito non siete dotati come commercianti, ho pochissimi doppioni, dovete farvi furbi». C’è chi porta in corteo piantine di marijuana e chi tra tanti no dice anche un «Sì alle energie rinnovabili», lo stesso pensano quelli con le pettorine «No al carbone». Altri pensano invece ai «diritti animali». Non basterebbe l’intero giornale per citare tutti, non ce ne voglia chi è rimasto fuori, ci terremo in contatto. I giovani, dicevamo. E i meno giovani, a partire da un grande padre riconosciuto da tutta la piazza come Pietro Ingrao che regala parole di speranza al «popolo di pace», e non demorde: «La lotta continua». I tanti striscioni che chiedono «Sinistra unita» impongono un salto di qualità. Come dice Marco Revelli, «la quantità enorme di persone in piazza dimostra che si è capita la posta in gioco: era in gioco l’esistenza di una sinistra in Italia. Perché una sinistra serve, diversa da quella che c’è stata finora. Che nulla ha a che fare con la logica del marketing politico dei giorni scorsi». E adesso che facciamo? «Noi che abbiamo promosso questa manifestazione, che abbiamo chiesto di battere un colpo e il colpo è stato battuto, abbiamo una responsabilità enorme», ammette Revelli. Insomma, dopo il 20 ottobre viene il 21, non possiamo defilarci. Teniamoci in contatto.

Manifesto – 23.10.07

 

Una giornata da non sprecare - Loris Campetti
Se a qualcuno venisse in mente di ricostruire una sinistra in Italia saprebbe da dove cominciare. Sabato a Roma, una folla enorme ha detto a tutti che a forza di accontentarsi del meno peggio si può finire nel peggiore dei modi: assomigliare sempre più a chi si combatte. Cosicché, alla fine della corsa, potrebbe succedere di aver sprecato energie e speranze a tutto vantaggio dell'avversario. Una strana eterogenesi dei fini. Le centinaia di migliaia di uomini e donne che sabato hanno manifestato avevano un nemico comune: la precarietà nel lavoro; la precarietà della vita decuplicata dall'essere entrata la guerra nella normalità delle cose; la precarietà degli ultimi, i migranti e di tutti i penultimi che li precedono e che li si vorrebbe in guerra contro gli ultimi per consentire lunga vita allo stato di cose esistente. La precarietà è un dramma collettivo, ancora più pericoloso di Berlusconi perché non si riesce a sfrattarla dal governo del paese, chiunque lo governi. Sabato abbiamo tirato un sospiro di sollievo, e non soltanto noi del manifesto che con altri uomini e donne di buona volontà abbiamo contribuito al successo di un appuntamento decisivo per chiunque abbia a cuore un futuro per la sinistra e, prima ancora, per una società solidale: tutte e due da ricostruire, partendo però da quel che non si è piegato al pensiero unico, nel sociale come nel politico. E non tutto quel che si muove a sinistra, non tutti quelli che sono convinti della possibilità di costruire un altro mondo, erano in piazza a Roma. Bisognerà tornare a parlarci e ad ascoltarci per riprendere un cammino comune. In Italia non c'è soltanto la post-democrazia plebiscitaria, ci sono persone, movimenti, esperienze politiche utili, non residuali, non necessariamente settarie e divise. Quel popolo sofferente ma potente più di quanto esso stesso non creda dev'essere ascoltato, deve ottenere risposte materiali e politiche. Non c'è molto tempo a disposizione. Tutto bene, allora? Superate a colpi di slogan, bandiere e striscioni le difficoltà e le divisioni di ieri? Certamente no, quella data sabato in piazza alla politica italiana era tutt'altro che la spallata finale. Era un inizio, importantissimo ma pur sempre un inizio. Ci saranno resistenze, ostilità, persino nel nostro campo. Forse anche dentro quelle forze politiche che con generosità hanno contribuito alla riuscita del 20 ottobre. Figuriamoci poi se non ci saranno difese corporative nel ceto politico che vive ogni respiro della società - di quella società che ha consentito di rimandare a casa Berlusconi - come un problema, un rischio da scongiurare, una critica da silenziare con ogni mezzo. Allora, che il governo cada come vuole la destra del paese e della maggioranza o che riesca a passare la nottata, la difesa della strada aperta sabato non può essere delegata a nessuno. Quel milione di persone, e i tanti che hanno scelto di guardare le immagini in tv, devono mettersi in testa che il destino è nelle loro mani. I segnali negativi non mancano. Il primo è arrivato ieri dal direttivo della Cgil che invece di tuffarsi in un mare più navigabile e conferire al processo di rifondazione della sinistra idee, cultura e organizzazione, ha aperto il processo al dissenso interno, a chi più ha mantenuto un rapporto con i lavoratori percependone la precarietà, la delusione, la solitudine. Con la motivazione che bisogna salvare il governo e impedire ogni modifica del protocollo, ogni miglioramento essendo impossibile, pena produrre squilibri a una maggioranza traballante: brutto segnale, rischia di accelerare la frattura tra lavoratori e sindacati che l'esito della consultazione ha solo nascosto. Non è un attacco solo contro la Fiom e chi si è battuto contro il protocollo, ma contro tutti noi. Che però, da sabato, siamo meno soli. E abbiamo un compito in più: aiutare la Cgil a salvarsi, anche da se stessa.