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Luca Tescaroli

 

Luca Tescaroli è Sostituto Procuratore a Roma, è stato Pubblico Ministero nel processo per la strage di Capaci.

  

Voglio partire da un ringraziamento a Giorgio Bongiovanni e dai suoi collaboratori che si sono fortemente impegnati per fare in modo da organizzare un incontro così partecipato con la predisposizione di un filmato davvero molto valido e credo che a loro vada un riconoscimento anche a partire dal lavoro che dal 2000 hanno fatto creando una rivista che si occupa appositamente della criminalità mafiosa. Un dato unico nel nostro paese.

 

E vorrei partire nel mio intervento da un ricordo che è eminentemente professionale che deriva dal studio dei lavori che Giovanni Falcone compì e si tratta del suo metodo di lavoro che è risultato essere sulla utilizzazione dei collaboratori di giustizia - avete anche sentito la sua voce in questa sede sull’importanza dei collaboratori di giustizia – sul superamento della parcellizzazione del dato sulla necessità che vi siano delle risposte unitarie, globali di fronte ad un fenomeno che non è radicato esclusivamente in modeste aree geografiche ma un lavoro, un metodo di lavoro basato sulla comprensione che vi sono delle manifestazioni subdole e striscianti che hanno determinato la conservazione del potere mafioso, e queste condotte che entrano nelle cosiddette relazioni esterne in quei rapporti che gli uomini di Cosa Nostra hanno posto in essere con rappresentanti appartenenti alle pubbliche istituzioni, al mondo imprenditoriale, finanziario ed economico.

 

E lo ha anche scritto Giovanni Falcone, non lo ha solo detto, come abbiamo assistito nel filmato; lo ha anche scritto nella sentenza – ordinanza di rinvio a giudizio del maxi ter del luglio 1987. Ebbene, io credo che sia questa l’eredità di Giovanni Falcone, un’eredità che è stata raccolta dai magistrati più impegnati ed avveduti. E il suo testamento, le sue idee sono state anche la base dell’attività legislativa e investigativa che è stata svolta dopo la sua morte. Dopo quella strage – quella di via D’Amelio - il paese trasse un’energia che ha consentito di raggiungere straordinari risultati, quei risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

 

I killer di Capaci sono stati arrestati, processati e condannati. L’impegno contro il crimine mafioso vi è stato e i risultati sono stati straordinari come mai era accaduto nel passato. Gli esecutori materiali e i mandanti appartenenti a Cosa Nostra li conosciamo. E si sono intravisti anche degli elementi che consentono, hanno consentito a dei giudici nello scrivere la sentenza della strage di Capaci che è probabile l’esistenza di una convergenza di interessi di persone diverse dai vertici di Cosa Nostra nell’ideazione della strage. E questo è un dato di straordinaria importanza che è passato sostanzialmente inosservato. E stato attivato anche un cammino, un cammino faticoso, diretto ad individuare ulteriore livello ideativo di quella strage, annidate proprio in quelle che Giovanni falcone aveva capito essere l’essenza, la forza di Cosa Nostra, cioè in quelle manifestazioni criminali riconducibili proprio alle relazioni esterne di Cosa Nostra.

 

Bene quel faticoso cammino si è rotto, così come a partire dal 1987 Giovanni Falcone fu ostacolato nel compimento dell’azione giudiziaria sul versante delle contiguità mafiose un’azione investigativa diretta ad individuare i mandanti altri che è stata condizionata e rallentata. Oggi come ieri il gioco grande del potere no può consentirsi, non può permettersi la verità. Ancora una volta si è assistito al sistematico, ciclico arretramento dello stato nella lotta alla mafia e ciò è avvenuto proprio quando dalla repressione della mafia militare si tentato di passare alla repressione della borghesia mafiosa.

 

Bene, io credo che dalla commemorazione della strage di Capaci, di quel tragico massacro si deve cogliere fuori da conformismi e da atteggiamenti retorici una riflessione seria sulla criminalità del potere nel nostro paese; una criminalità che ha dimostrato di saper esaltare la convergenza di interessi tra i mafiosi dei politici e dell’imprenditoria, e più in generale del rapporto tra le classi e i settori dirigenti di questo paese e la violenza eversiva. Sono emersi dai dibattimenti tutta una serie di dati che impongono, obbligano ad intensificare lo sforzo investigativo.

 

Cito solo alcuni dati; penso ad esempio a quella accelerazione di cui ci hanno parlato alcuni collaboratori di giustizia per l’esecuzione della strage di via Mariano D’Amelio, un’accelerazione che ha comportato la messa in disparte di un altro progetto di attentato che era stato concepito, quello nei confronti di Calogero Mannino; ad un certo momento era diventato particolarmente urgente colpire Paolo Borsellino e si deve capire il perché.

 

Si deve capire il perché ad un certo momento Cosa Nostra decide un redde rationem, decide di chiudere i rapporti con i propri vecchi referenti che tradizionalmente avevano assicurato le coperture e le connivenze per creare le basi per trovare le basi con nuovo i referenti, un agire criminale che si è sviluppato contestualmente allo sviluppo di singolari rapporti di trattative o di ipotesi di trattative tra i vertici di Cosa Nostra e i rappresentanti delle istituzioni. Comprendere fino in fondo il legame forte, consistente tra le bombe nei confronti dei magistrati uccisi e quelle al patrimonio storico, artistico, monumentale della nazione.

 

Capire perché l’attentato a Maurizio Costanzo, progettato già nel ’92, non fu realizzato subito nel ’92 ma fu rinviato ed eseguito solo nel ’93. Capire perché ad un certo momento quella strategia stragista interrotta, fu interrotta dopo che era stata programmata l’aggressione la più devastante, quella che doveva essere la più efficace, drammatica in termini di uccisioni: la collocazione di un’autovettura imbottita di esplosivo contenente dei chiodi all’uscita di una partita di calcio del campionato de serie A, una partita allo stadio Olimpico che doveva uccidere il maggior numero di carabinieri e di persone che si erano recate allo stadio. Una strage che poteva essere ripetuta e non lo fu.

 

Capire perché è cessata quella strategia, perché nel’94 non abbiamo più assistito a bombe eversive terroristiche come negli anni precedenti. Questi e molti altri sono gli interrogativi aperti e che io credo meritino una risposta. Perché non è accettabile che anche la strage di Capaci come quella di via D’Amelio ricada in quell’alone di mistero che ha contraddistinto lo stragismo nel nostro paese. Basta un’indagine retrospettiva per rendersi conto che i risultati ottenuti sono davvero molto modesti allorquando si è cercato di individuare i mondanti esterni degli omicidi eccellenti, delle stragi eccellenti. Si sono invece individuati fenomeni del tutto peculiari, depistaggi – abbiamo assistito a tentativi di condizionamento dei magistrati che agivano. E io credo che un paese democratico questo non lo possa accettare.

 

L’occasione offerta da questo anniversario dovrebbe tradursi in una richiesta forte per fare tutto ciò che è possibile per addivenire ad una individuazione di coloro la cui esistenza è stata giudicata probabile da un giudice. E prima di chiudere vorrei fare un cenno sulla realtà, su quello che stiamo vivendo, su quella che è stata l’attività a cui abbiamo assistito, che ha ai miei occhi suoni come una sorta di tentativo di rivincita della politica nell’applicazione della legge nei confronti della giurisdizione: abbiamo assistito ad un saccheggio del processo penale che ha comportato l’introduzione nel processo di una serie di garanzie, tanto da rendere estremamente difficile l’ottenimento di pronunce sulla responsabilità dell’imputato; abbiamo assistito a dei provvedimenti, che sono stati anche richiamati negli interventi e vi è il sospetto che siano stati varati per tornaconti privatistici; abbiamo assistito ad una campagna di delegittimazione prima dei collaboratori di giustizia proprio in corrispondenza dei momenti in cui i collaboratori di giustizia avevano osato puntare il dito accusatorio nei confronti di uomini che erano vicini al potere o detenevano il potere.

 

E poi vi è stata una legge che ha disincentivato le collaborazioni, necessaria come legge, ma che ha previsto criteri troppo rigorosi e talvolta incoerenti, tanto da disincentivare le collaborazioni, per lo meno quelle significative che possono servire a fare passi avanti nell’accertamento della verità. E poi il rischio che si corre è quello di comprometter i risultati sin qui raggiunti: basti pensare a quel progetto di legge che prevede la possibilità di rimettere in discussioni gli accertamenti, anche passati in giudicato, laddove si riscontri da parte della Corte Europea una mancanza di osservanza di principi del “giusto processo” (cioè quando viene accertata l’inesistenza, l’inapplicazione di principi che non esistevano nel momento in cui venivano celebrati quei processi, allora sulla base di questo dato si possono mettere in discussione anni di indagini, di accertamenti; pensate alla sentenza nei confronti di Bernardo Provenzano che è passata in giudicato: se si dovesse riscontrare la mancanza di principi previsti da una legge che non esisteva nel momento in cui Provenzano fu condannato si deve rimettere tutto in discussione, abbiamo scherzato in altre parole.

 

Pensate a quello che sta accadendo con la proposta di legge che vuole sottrarre al Pubblico Ministero l’indagine per conferire questa direzione alla polizia giudiziaria. Sottraendo il potere di controllo e di indagine a Pubblico Ministero che è indipendente e non è soggetto al potere politico – per lo meno fino ad ora – si ha una caduta di garanzia poiché le forze dell’ordine istituzionalmente dipendono dal potere esecutivo.

 

Sono stati accertati casi clamorosi di condizionamenti, di depistaggi (c’è Franca Imbergamo qui che certamente può chiarire quello che è successo, meglio di me, quello che è accaduto in riferimento all’omicidio di Peppino Impastato). Bene la garanzia offerta dal Pubblico Ministero e dalla sua indipendenza è stata quella che ha consentito di ottenere questi straordinari risultati nell’ultimo decennio con riferimento alla criminalità mafiosa e alla corruzione, con riferimento a tangentopoli, cioè è stato tutto possibile perché avevamo dei Pubblici Ministeri indipendenti.

 

Allora il sospetto è che si voglia raffreddare la giurisdizione perché non si accetta da parte di taluno di essere messi in discussione. La prospettiva di fiducia deve esistere, che le cose possano cambiare e i cittadini hanno in questo una grande possibilità, perché non è accettabile che nel nostro paese vi sia una forma di criminalità che toglie la garanzia principale dell’esistenza, che vi sia un’incapacità di proteggere chi decide di collaborare con la giustizia, che vi sia la necessità di deportare i collaboratori di giustizia e i testimoni.

 

Spero davvero che il futuro ci riservi una realtà diversa da quella che viviamo.

 

 

vedi anche

  "Colletti sporchi" ovvero "Alfa e Beta" ovvero "Berlusconi e Dell'Utri"

Scritto da Benny Calasanzio Martedì 09 Dicembre 2008 10:03

Lunedì mattina all'aeroporto di Bari, alle 9 non c'era ancora. Alle 10.30 a quello di Roma Fiumicino nemmeno: "Colletti de chè?, un c'è!". Ho aspettato, ho rifiutato di leggerlo in anteprima, perchè volevo averlo tra le mani. Ho atteso e devo dire che anche questa volta Ferruccio Pinotti mi ha "appagato", ha firmato l'ennesima inchiesta "bollente" con un partner d'eccellenza. Colletti Sporchi va molto oltre quello che potevo credere, e solo ora capisco perchè il titolo, come volevano gli autori, avrebbe dovuto essere "Stato Mafia", almeno moralmente.

Chi non conosce Luca Tescaroli, come me, pensava che la co-paternità di un volume con un magistrato perennemente nell'occhio del ciclone fosse un freno, una moderazione. Bene, è stato esattamente il contrario. Ferruccio Pinotti si conferma tra i migliori inchiestiti italiani e conferma anche il suo stile molto "american" nel condurre le sue inchieste, e Luca Tescaroli, tra i più esperti magistrati che hanno indagato sull'anima nera della Repubblica Italiana, dalla mafia nello Stato (mandanti occulti) allo Stato nella mafia (processo Calvi) hanno dato alla luce un libro che mi auguro susciterà reazioni forti. Senza girarci troppo attorno, il pezzo forte di Colletti Sporchi è proprio la parte dedicata esclusivamente alle indagini sui mandanti occulti delle stragi del 92-93. Altrimenti, non poteva essere. Non lesina dettagli, particolari, attacchi frontali la scrittura del dott. Tescaroli, che con questo libro sicuramente andrà a rinfoltire la già satura schiera di "amici" che lo vorrebbero altrove, chi sempre sul pianeta terra ma ad occuparsi di furti di polli, chi un pò più in sù. Gioca in casa Tescaroli quando racconta le parole dei vari pentiti, da Ganci ad Aglieri, da Giuffrè a Brusca, tutti concordi nell'affermare quanto Alfa e Beta, ovvero Dell'Utri e Berlusconi, fossero in saldo contatto con Cosa Nostra, prima direttamente con Bontate, poi tramite Vittorio Mangano e infine, a quanto pare, proprio con Totò Riina in persona. La parte più amara dell'inchiesta sui mandanti occulti, come racconta il magistrato, è quella della spaccatura della Procura di Caltanissetta sull'archiviazione di Alfa e Beta (altro nome che avrebbe potuto avere il libro). Tutti concordavano che si archiviasse, perchè non c'erano certo gli elementi per istruire un processo, ma Tescaroli si oppone al proscioglimento dei due, insistendo perchè si mettesse in risalto, nel provvedimento di archiviazione, quanto acquisito durante le indagini, e cioè informazioni preziosissime che gettavano ombre pesantissime sui due politici "in mano" alla mafia. E' disarmante quando Tescaroli scrive: "Erano emersi questi fatti provati, cosa dovevamo fare? Fare finta di nulla? Non indagare? Esiste l'obbligatorietà dell'azione penale, per fortuna, e allo stesso modo della legge italiano, non posso guardare in faccia nessuno". Ferruccio Pinotti, invece, come da sua cifra stilistica, sviluppa la seconda parte del libro passando il microfono in mano a magistrati come Gratteri ed Ingroia, a banchieri che raramente parlano con i giornalisti, come Giovanni Bazoli, non risparmiando mai domande scomode e dirette. Dedica anche un paio di pagine a Paolo e Giuseppe Borsellino, imprenditori uccisi a Lucca Sicula, indicandoli come esempio di chi resiste ai "colletti sporchi". In sintesi, questo libro racconta come e perchè sia pericoloso il crimine dei colletti bianco-sporco, di come e quanto sia invasivo nella nostra economia, nella nostra politica. E la coppia inedita individua colpe precise anche nella società civile, che non punisce con la giusta riprovazione sociale questi reati, perchè alla fine, "cosa ci perdo io se un'azienda falsifica il bilancio, se una banca ricicla denaro sporco, se Mediaset ha i paradisi fiscali?". Niente, è proprio per questo che la nostra democrazia diventa, giorno dopo giorno, sempre più labile ed imperfetta, e la guerra tra Procure, o meglio, la guerra che la Procura di Catanzaro ha illeggitimamente dichiarato a quella di Salerno, gira sempre al solito, semplicissimo concetto: hanno bei vestiti, belle camice, colletti inamidati e bianchissimi, ma sono criminali come e quanto chi ha i polsini sporchi di polvere da sparo. Infine, mi consentano i due autori di dire che la prefazione di questo libro poteva essere affidata a Tommaso Buscetta, che dopo il pentimento raggiunse una moralità che oggi i nostri white collar criminals non hanno:

Sento spesso parlare di politica e giustizia. E ogni volta che un politico viene accusato, sento dire che in questo modo si attaccano le istituzioni. Mi pongo allora questa domanda: chi attacca le istituzioni? Il politico amico della mafia o il giudice che, indagando su di lui, lo sta scoprendo? È questo il mondo contraddittorio, confuso e complice che vedo dall'America. Lo trovo un mondo nauseante. In America una situazione del genere sarebbe inconcepibile ancor prima che inaccettabile”.

 

vedi http://www.radioradicale.it/scheda/274482