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leggi pure Come muore il processo del lavoro di Massimo Roccella

 I lavoratori nella trappola dell'arbitrato. Luciano Gallino La Repubblica 15 dicembre 2009


L' articolo 35 della Costituzione, primo comma, recita: «La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni». Questa speciale tutela è resa necessaria dal riconoscimento che in tutte le fasi del rapporto di lavoro - l' assunzione all' inizio, poi le condizioni in cui si effettua la prestazione lavorativa, sino alla cessazione del rapporto per licenziamento o altri motivi - il lavoratore rappresenta dinanzi al datore di lavoro la parte sostanzialmente più debole. Tale interpretazione è stata ribadita da una lunga serie di sentenze dell' Alta Corte e della Cassazione. Può dirsi pertanto che gran parte del corpo del diritto del lavoro, nonché i dispositivi volti a rendere effettivo tale diritto, abbiano tra i loro fondamenti il suddetto articolo. Ma adesso è in arrivo il disegno di legge n. 1167, approvato dal Senato a fine novembre e trasmesso alla Camera per il voto definitivo previsto a gennaio. Il dl. n. 1167 è un orrendo coacervo di 52 articoli che affrontano le materie più disparate, tra cui l' età pensionabile dei dirigenti medici e il congedo di maternità, i gruppi sportivi delle Forze Armate e l' albo delle imprese artigiane. Però nel bel mezzo del testo compaiono tre articoli, dal 32 al 34, che sembrano concepiti apposta per indebolire ancora la parte che è già costitutivamente la più debole nel rapporto di lavoro - appunto il lavoratore. Nel perseguire tale scopo il disegno di legge segue varie strade.

 La prima consiste nel potenziamento di istituti come l' arbitrato e la conciliazione per risolvere le controversie di lavoro, a scapito della via giudiziaria. Che cosa siano questi istituti è noto. Quando due soggetti sono in lite, ma vorrebbero evitare i tempi e i costi di una causa in tribunale, designano congiuntamente un arbitro nella persona di uno o più professionisti competenti nella materia oggetto della lite, e al suo parere si attengono, anche se non sono d' accordo. Nel caso della conciliazione essi cercano invece di addivenire a un accordo, vuoi trattando tra loro, vuoi accettando o richiedendo l' intervento di un terzo. Ora, sia l' arbitrato che la conciliazione configurano un rapporto sociale ragionevolmente equilibrato allorché i soggetti in conflitto si trovano in una posizione di potere analoga e dispongono di mezzi economici simili. Per contro i due istituti configurano un rapporto decisamente squilibrato se uno dei soggetti, per dire, è un imprenditore che al momento di assumere qualcuno può scegliere tra centinaia o migliaia di candidati, e l' altro è un giovane o un disoccupato che ha un bisogno disperato di trovare un' occupazione. È qui che scatta la trappola del dl. 1167. Esso prevede infatti (art. 33, comma 9) che al momento di sottoscrivere un contratto di lavoro davanti a una delle tante commissioni locali cui è attribuito il compito di certificare se il contratto stesso definisce un' occupazione alle dipendenze oppure un lavoro autonomo (tipo collaboratore a progetto), di durata determinata oppure indeterminata e altre condizioni, il lavoratore deve compiere una scelta drastica. Deve cioè aderire, o rifiutare, un compromesso con il quale s' impegna, nel caso sorgano future controversie di lavoro, a rinunciare al ricorso al giudice a favore di una procedura di arbitrato o di conciliazione. Dei quali, stante lo squilibrio socio-economico che sussiste tra le due parti, si può agevolmente prevedere l' esito.

Tanto che la stessa Corte costituzionale si è più volte pronunciata contro il ricorso all' arbitrato nelle controversie di lavoro. Stante questo dispositivo introdotto dal dl. 1167, il ricorso alla giustizia del lavoro diventerà un lusso,o un rischio, che pochi lavoratori vorranno permettersi. In ogni caso, la neo occupata o l' ex disoccupato i quali abbiano rifiutato di firmare all' atto dell' assunzione il suddetto compromesso, e volessero correre il rischio,o permettersi il lusso, di adire al giudice del lavoro perché qualcosa non va nel loro contratto, troveranno un giudice che a loro favore, se il disegno di legge in questione diventa legge, potrà fare ben poco. Questo perché al potenziamento dell' arbitrato fa riscontro il depotenziamento del giudice. Difatti l' art. 32 (commi 1 e 2) del disegno stesso statuisce che esso giudice, a fronte di una controversia di lavoro, deve limitarsi unicamente a stabilire se il contratto tra il datore di lavoro e il lavoratore sia stato stipulato in forma legittima o no. La nuova legge gli vieta espressamente di intervenire in merito a valutazioni tecniche, organizzative e produttive. In tal modo la possibilità per il giudice di esercitare giustizia, e per il lavoratore di ottenerla, è definitivamente mutilata. Il punto critico al riguardo è che la iniziale legittimità formale di un contratto di lavoro è solamente uno dei tanti aspetti del rapporto che esso istituisce tra il datore e il lavoratore. Dopo un po' , capita di scoprire che le mansioni affidate a quest' ultimo, gli orari che è tenuto a rispettare, i mezzi di produzione che deve utilizzare, le relazioni che deve intrattenere con soggetti terzi nell' espletamento del lavoro, l' organizzazione stessa di questo, configurino come totalmente dipendente un lavoro che il contratto sottoscritto definiva come autonomo; così come può accadere l' esatto contrario. Ma il lavoratore che si ritiene danneggiato non avrà più interesse ad andare dal giudice per denunciare che le condizioni di lavoro effettive sono radicalmente diverse da quelle previste dal contratto iniziale. La nuova legge vieterà infatti all' operatore di giustizia di indagare sui suddetti aspetti sostanziali del rapporto di lavoro. Salvo modifiche rilevanti da parte della Camera, ormai imprevedibili, il dl. n. 1167 a gennaio diventerà legge.

 L' art. 3 della Costituzione perderà così gran parte della sua efficacia tutelare. Sussiste, è vero, il baluardo della Suprema Corte. Ma prima che essa arrivi eventualmente a dichiarare incostituzionali gli articoli in questione, alcune centinaia di migliaia di giovani e meno giovani dovranno comunque sottoscrivere, se vorranno essere assunti o vedere rinnovato il rapporto in essere, dei contratti di lavoro sottratti per legge al dominio della giustizia del lavoro. A parte i suoi contenuti, questa particolare iniziativa in tema di controversie di lavoro getta una luce cruda su una questione di portata generale. Mentre si discute placidamente di possibili intese bilaterali per compiere grandi riforme della seconda parte della Costituzione, riguardante l' ordinamento della Repubblica, vi sono articoli fondamentali della parte prima, riguardante i principi, che quasi ogni giorno vengono erosi, elusi, smontati pezzo a pezzo dalla maggioranza a forza di piccole leggi dall' apparenza innocua, incomprensibili o ignote ai più, ma irte di conseguenze sociali di rovinosa portata.

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martedì 13 aprile 2010 Il prof.Gallino sull'art.18 Lavoro,

Gallino: “Dal Pd un’azione debole che aiuta il governo” di Sara Farolfi, il manifesto, 8 aprile 2010

Sul «collegato lavoro» il parlamento ascolterà la prossima settimana le parti sociali. L'obiettivo è correggere rapidamente la legge che il presidente della Repubblica ha rimandato alle Camere la settimana scorsa, e arrivare alla sua approvazione entro la fine di aprile. Ma Napolitano ha richiesto modifiche sostanziose. «Ha espresso una forte critica al processo dell'arbitrato», osserva il sociologo torinese Luciano Gallino, a fronte della quale «anche gli emendamenti proposti dal Pd non sono che piccole limature, addolcimenti»: «Un'azione molto debole - la definisce Gallino - mentre ora bisognerebbe sostenere l'impostazione di Napolitano».Il presidente della Repubblica è stato chiaro. Chiarissimo direi. Il ministro Sacconi e altri esponenti del governo si sono appesi a quel passo della lettera del presidente che definisce «apprezzabile» l'introduzione di strumenti idonei a semplificare e accelerare la risoluzione delle controversie di lavoro. Ma dopo questo, che è l'unico elemento di consenso, Napolitano avanza critiche molto dure su diversi punti specifici del provvedimento. Intanto richiama le pronunce della corte costituzionale che ha dichiarato illegittime le norme che prevedono il ricorso obbligatorio all'arbitrato. Rileva con forza che la stipula del contratto con clausula compromissoria non può avvenire nella fase di costituzione del rapporto di lavoro, che per il lavoratore è il momento di maggiore debolezza. E critica la possibilità che un'eventuale clausula compromissoria comprenda anche la richiesta di decidere secondo equità e non per legge. Quest'ultimo punto è gravissimo: significa togliere dall'ambito della legge un'altra grossa parte del diritto del lavoro, perchè la valutazione secondo equità può permettersi di ignorare la legge.

Qual'è l'obiettivo? Aggirare la contrattazione collettiva a favore di quella individuale. Quando un lavoratore deve decidere al momento dell'assunzione se ricorrere o meno al tribunale o se servirsi o meno dell'arbitrato, e via dicendo, quello diventa un pilastro della contrattazione individuale, che introduce nuove disuguaglianze e complica sempre più la rappresentatività del sindacato.

Se questo è l'obiettivo, come può rispondere il sindacato? In qualche misura si è mossa la Cgil, anche se in ritardo a mio avviso. C'è un punto però nella lettera di Napolitano dove, in riferimento all'avviso comune raggiunto tra sindacati e imprese ad eccezione della Cgil, si dice che resta decisivo il tema di un equilibrio tra legislazione, contrattazione collettiva e contrattazione individuale. In altre parole solo il legislatore può stabilire le condizioni entro le quali si esprime la volontà di ricorrere all'arbitrato, non si può fare con accordo sindacale. Il sindacato deve premere su questi punti e può farlo a partire dal messaggio alle camere del presidente della Repubblica.

Il Partito democratico ha presentato emendamenti al testo del governo, come li valuta? Fanno un piccolo passo nella direzione indicata da Napolitano ma ne restano molto distanti. Quella del presidente è una forte critica al processo dell'arbitrato. Giraci attorno o addolcirlo ripresentandolo in altre forme è un'azione debole. Già lo era stata per la verità perchè, sebbene siano in commissione lavoro, la legge è andata avanti due anni senza che da parte del Pd si levassero forti voci. E ora, davanti a una presa di posizione del presidente Napolitano, che io non mi aspettavo così precisa, bisognerebbe sostenere quella impostazione, corredata peraltro da una quantità di riferimenti alla materia di notevole peso: le limature e gli addolcimenti vanno incontro al governo.

Nei giorni scorsi alcuni deputati Pd hanno presentato un disegno di legge per introdurre il contratto unico d'inserimento. Una proposta, per restare in tema di articolo 18, che va incontro anche alle esigenze delle imprese. Cosa ne pensa? Tra licenziamenti, mobilità, vendita di rami d'azienda e quant'altro, sostenere che le imprese abbiano difficoltà a licenziare significa non volere guardare alla scabra realtà delle cose. Nel merito del contratto unico, si tratta di una forma contrattuale molto simile a quella proposta in Francia, sotterrata perchè tre milioni di persone sono scese in strada a cominciare dagli studenti. È una proposta che apre alla flessibilità del licenziamento una porta dorata.

(8 aprile 2010) http://www.alato.org/Articolo18/il-profgallino-sullart18.html   


«Grave strappo dalla Fiat. Così vince solo il ricatto» Giuliano Rosciarelli intervista Luciano Gallino

INTERVISTA «Con i contratti di Mirafiori e Pomigliano le relazioni industriali hanno fatto un passo indietro che ci riporta a prima della seconda guerra mondiale». L’allarme del sociologo Gallino Il futuro della Fiat e, più in generale, delle relazioni sindacali in Italia. Terra ne ha parlato con il sociologo, scrittore e docente di sociologia Luciano Gallino, tra i maggiori esperti italiani di processi economici e delle trasformazioni del mercato del lavoro.

Pomigliano e Mirafiori si impongono oggi come paradigmi della modernità? Chi si oppone viene considerato un conservatore. Che ne pensa? Penso che in realtà sia più “vecchio” ciò che sta accadendo. Con i contratti firmati a Mirafiori e Pomigliano le politiche economiche e sociali e delle relazioni industriali hanno fatto un passo indietro che ci riporta a prima della seconda guerra mondiale. Un cammino iniziato trent’anni fa con i governi Thatcher in Inghilterra e Reagan negli Usa che hanno inaugurato un progressivo arretramento sul fronte delle condizioni di lavoro dei salari ma soprattutto sul fronte sindacale. Dopo il conflitto mondiale a livello globale i lavoratori avevano progressivamente guadagnato strada sui diritti, le malattie e le ferie pagate, le pause i diritti sindacali, le condizioni di lavoro erano migliorate grazie anche alla tecnologia. Oggi si sta annullando tutto.

Quanto c’entra la politica? C’entra eccome. Le azioni che i soggetti in campo compiono sono regolate da leggi e se queste arretrano, grazie alle cosiddette riforme del lavoro che tali non sono, allora l’offensiva del capitale avanza. Oggi le leggi consentono a Fiat e a tutti gli altri soggetti imprenditoriali di comportarsi in un modo un tempo inconcepibile. Pensiamo ad esempio al governo tedesco che, grazie anche ai governi locali, impedì la vendita di Opel a Fiat perché poco conveniente per i tedeschi. Oggi in Italia un governo del genere non esiste.

Il mondo sta cambiando e il “metodo Marchionne” sembra portarci verso terre sconosciute. Cosa comporterà la cancellazione della contrattazione collettiva? Lo smantellamento del contratto nazionale cancella un quadro normativo chiaro e certo dove i soggetti si muovono seguendo delle regole ben precise. Un principio che vale soprattutto per le piccole e medie imprese. Senza contratto nazionale immagino una giunga di rivendicazioni dove nascono mille sindacati aziendali per mille vertenze con una progressiva corsa al ribasso sul piano delle condizioni di lavoro. La competitività si sposterà sulla cancellazione dei diritti riconosciuti fino ad oggi e difficilmente difendibili. Senza un contratto nazionale i sindacati vedranno diminuire il loro ruolo. Il peso contrattuale dei lavoratori sarà sempre più frammentato e quindi più basso. Come in America dove si lavora in condizioni peggiori e con risultasti peggiori.

Lo strappo di Marchionne però è un colpo anche a Confidustria. è un segnale di sfida che può essere imitato da altre imprese limitando il ruolo della confederazione? Certamente. La mancanza di regole pone problemi anche a Confindustria perché anche a lei conviene avere davanti interlocutori forti e credibili in grado di garantire il rispetto degli accordi. Con il metodo Fiat, e cioè dello strappo dalle regole ogni volta che conviene, si scivola su un terreno incerto soprattutto per le piccole realtà produttive. Il ministro del Lavoro Sacconi sostiene che il modello conflittuale tra capitale e lavoro interpretato dalla Fiom è superato e che tale impostazione ha portato negli anni a bassa produzione e bassi salari. La modernità della interpretazione conflittuale del rapporto tra capitale e lavoro è ancora valida ed l’evidenza è sotto gli occhi di tutti. Come si possono non interpretare questi contratti (Pomigliano e Mirafiori) come una offensiva del capitale contro il lavoro. Il conflitto è in corso e su larga scala in tutto il mondo. Guardando bene, da altre parti è stato gestito meglio. Basta vedere cosa è accaduto in Germania dove le retribuzioni sono più alte di almeno il 50%, rispetto a quelle italiane. Ma la validità di una tale interpretazione si può leggere anche attraverso i dati della distribuzione dei redditi e in particolare la quota dei salari sul pil che è diminuita in 20-25 anni di 9-10 punti.

L’accordo di Pomigliano pone una questione che è centrale: il problema della rappresentanza nei luoghi di lavoro. Cancellare il dissenso dalle fabbriche, come ha fatto Fiat, mette a rischio la democrazia? La democrazia è sotto attacco da molti anni, le imprese fanno quello che vogliono. Il venir meno della democrazia parte innanzitutto dal fatto che le regole le stabiliscono loro. In una fase di crisi come quella che stiamo attraversando i lavoratori dipendenti si trovano in posizione di debolezza e quindi sono più ricattabili. Tirare troppo la corda però non giova a nessuno perché il conflitto rispunterà da qualche altra parte e le condizioni saranno peggiori. Invece di trovarsi di fronte un soggetto grande e organizzato avranno a che fare con micro realtà con cui sarà difficile trattare.

Insieme a Bertinotti, Cofferati, Rodotà e tanti altri ha creato l’associazione “Lavoro e libertà” a sostegno della Fiom. E' l’embrione di un nuovo partito del lavoro dove la sinistra può riscrivere il proprio decalogo di valori? Mi sembra prematuro. L’associazione è appena nata e non saprei dirle quale veste concreta assumerà. L’obiettivo era manifestare il proprio disagio dinanzi al fatto che uno dei grandi fattori produttivi del paese, cioè il lavoro, venga ignorato, insultato come se si dovesse adeguare senza fare storie ai dettati della politica e delle imprese. L’importante ora è dare visibilità e voce a questo tema che riguarda 18 milioni di lavoratori, attualmente invisibili.

http://www.terranews.it/news/2010/12/«grave-strappo-dalla-fiat-cosi-vince-solo-il-ricatto

vedi anche Il patto sociale che uccide la speranza  Giorgio Cremaschi  Liberazione 7-11-2010