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Note sul viaggio in Palestina  di Luigi Ficarra

Arrivammo all’albergo “Sette Archi” di Gerusalemme all’alba, proprio nel momento in cui stava sorgendo il sole: era da tanti anni che non vedevo questo fenomeno e fu per me come un augurio per il nuovo anno.

Venni subito affascinato dalla bellezza di Gerusalemme: la visione della Moschea dalla cupola d’oro, che, al centro della città, si staglia verso l’alto nell’ampia spianata ove essa sorge sopra una roccia carica di storia e di miti (Abramo ed Isacco, Gesù, Maometto); i minareti, la magnificenza delle mura erette tutt’attorno da Solimano il Magnifico, il  colore azzurro profondo del cielo, che richiamava quello a me familiare della Sicilia. Ebbi un senso di gioia, di serenità, e capii Amin, mio amico  e compagno, nato in quella terra bellissima, che, pur stanco del viaggio, rinunziò al riposo e corse subito verso la città, per abbracciarla come si fa con un’amata da cui si è stati troppo tempo lontani.

Immaginavo ciò che avremmo visto, ché conoscevo, avendola letta, la storia di sopraffazione e di violenza che il popolo palestinese ha subito e tutt’ora subisce da parte di Israele, ma mai avrei potuto concepire le forme di oppressione che ho poi constatato di persona.

1. La chiave di casa.

Il primo giorno, dopo l’incontro col sindaco di Betlhlem, un combattente ed insieme un diplomatico finissimo, avemmo una delle esperienze più illuminanti ed istruttive del viaggio: la visita al campo profughi.

Israele nasce da un vulnus, preparato sì dallo stato coloniale inglese con l’atto di Balfur, ma poi deciso e voluto dalle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, per “riparare” alla violenza incommensurabile, come  giustamente la chiamò Benjamin, subita dagli ebrei nei campi di sterminio eretti nel cuore della civile Europa, dopo secoli di cruda e barbara persecuzione. Bisognava certo riparare, perché eravamo profondamente colpevoli, noi, popoli “cristiani” dell’occidente, nei confronti di coloro che pure tanto avevano dato con la loro cultura ed il loro sapere alla storia dell’umanità intera. Ma lo si fece ai danni di un popolo innocente del massacro, estraneo alla shoah: il popolo palestinese, cui venne tolta gran parte della terra dove viveva pacificamente da secoli. Dalle fredde cifre dell’ONU risultano quattromilioni e mezzo di profughi, uomini e donne che hanno perso quanto di più caro avevano, il suolo natio, le case, gli affetti. Mi ricorderò sempre l’impressione enorme che mi fece il racconto di Amin, originario di Nablus, quando ci conoscemmo a Padova nel lontano 1969: mi parlò dell’aranceto e dell’uliveto che era stato tolto ai suoi, perché entrava a far parte, dall’oggi al domani, di Israele.

Al campo profughi Dehishe di Betlhlem ci sono tuttora coloro che, pur cacciati dalle loro case, non hanno voluto abbandonare la terra dov’erano nati essi ed i loro avi. Mentre giravamo per il “campo”, dove ci sono case malmesse e spesso prive di servizi essenziali, ma le cui le strade sono per fortuna rallegrate dalla presenza di una moltitudine di bambini festanti, una donna, che era davanti l’uscio di casa sua assieme alla figlia, ci invitò ad entrare per offrirci un caffè. Spinsi gli altri del gruppo, più restii, a raccogliere l’invito amichevole. Entrammo in una casa povera ma molto dignitosa, come tutte quelle che poi avemmo l’occasione di conoscere nel viaggio. Nel vano d’ingresso, che era poi la stanza principale, c’era, attaccata al muro, la foto grande del figlio della donna, assassinato dai soldati israeliani in uno dei tanti raid compiuti per portare il loro “ordine” nella città. Il compagno palestinese, responsabile del campo, Zaki, sollecitato dal giornalista del “Mattino di Padova”, Filippo Tosato, parlò a lungo delle esperienze di violenza da egli direttamente vissute ed in particolare della storia di un ragazzo, che visto uccidere dagli israeliani un suo coetaneo e compagno di giochi e di studi, ne rimase profondamente sconvolto e covò nel suo animo l’intento, poi superato, di immolarsi per vendicarne la morte. Si affrontò poi il tema dei profughi e della loro tragedia, e fu a questo punto che la donna che ci aveva ospitato, rimasta prima silenziosa, intervenne con voce chiara e ferma, dicendo: “perché io che ne conservo ancora la chiave non posso ritornare nella casa dove sono nata, mentre persone che alcun rapporto hanno con questa terra, persone  venute  dalla lontana Russia, l’hanno avuta assegnata: questa è violenza!” La salutammo, abbracciandola, lei che era stata due volte colpita nei suoi più profondi affetti: il figlio assassinato e la casa natia tolta ai suoi genitori.

2. L’antica chiesa distrutta.

Siamo stati anche nel paese di Aboud, dove c’è una popolazione in maggioranza cristiana. Ospiti della comunità, fummo invitati ad un pranzo che ricordo molto buono, di tipica cucina palestinese. Poi girammo per il paese, recandoci anche, a gruppi, in alcune case, per parlare con gli abitanti. Il responsabile della comunità ci indicò quindi, fra gli uliveti ed i mandorleti bellissimi di cui è ricca tutta la zona, un punto non lontano dove si ergeva prima la chiesa cristiana di S. Barbara, risalente al quinto secolo dell’era volgare, orgoglio del paese,  perché di pregiato valore artistico e carica di storia. Una mattina non la videro più: di notte, senza neppure avvisarli, l’esercito israeliano l’aveva divelta dalle fondamenta con i buldozer, ché  lì dovrà sorgere il muro della separazione e della discordia: questa è violenza, è barbarie, è negazione dei valori più alti del vivere civile.

3. Il villaggio raso al suolo.

Ce ne parlò il reverendo Elia Shaqur, che, nei pressi di Nazareth, ha dato vita ad un’importante università islamico-cristiano-ebraica, per significare che si potrebbe ben vivere in pace insieme: due popoli in un unico stato laico. I palestinesi del villaggio Iqret, dov’egli era nato, e che sorgeva lì vicino, erano stati deportati ad alcuni chilometri di distanza dai nuovi venuti, subito dopo la “nascita” di Israele. Essi si rivolsero all’alta Corte di giustizia di Telaviv, la quale non potette fare a meno di riconoscere il loro palese e sacrosanto diritto di ritornare nelle proprie case. Non ebbero però il tempo di farlo, perché il governo di Israele, prima che la sentenza potesse avere esecuzione, fece distruggere con un bombardamento aereo l’intero villaggio, senza lasciarne pietra su pietra.  Questo è odio, prevaricazione violenta, usurpazione, negazione di ogni valore umano. Nulla potrà mai giustificare e lavare tale crimine.

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Una delle ultime sere di permanenza a Gerusalemme, parlammo animatamente fra di noi, come spesso ci accadeva, della scritta che, più volte ripetuta, avevamo letto sulle mura delle case del campo profughi: “Moriremo in piedi, ma non ci inginocchieremo”. Qualcuno disse che sarebbe stato più saggio dire : “chinati giunco finché passa la piena”. Li per lì ritenni avesse ragione, ma poi, riflettendoci, capii che era giusto quel che avevano scritto, perché il messaggio era ed è uguale a quello che animò la nostra lunga Resistenza contro il fascismo e poi contro gli occupanti nazifascisti: “non mollare”, non piegarsi, cioè non tradire mai la propria dignità di uomini, di un intero popolo che con orgoglio e grande coraggio lotta per la propria liberazione ed indipendenza.

L’Europa, che è tanto colpevole per quel che è accaduto, non può non scegliere tra aggressore ed aggredito fra occupante ed occupati e, pena  la perdita di ogni sua autonomia, dovrebbe, contrapponendosi alla logica della guerra infinita del governo USA non a caso solidale con quello di Sharon, intervenire con forza per bloccare la costruzione del muro ed ottenere lo sgombero dei coloni israeliani dalle terre assegnate ai palestinesi. I quali con grande realismo, tramite il loro presidente Arafat, hanno detto, per amore della pace, di essere disposti ad avere anche una parte di territorio inferiore a quella che le risoluzioni dell’ONU avevano loro assegnato.

                                                                       luigi ficarra