Magistrati in Calabria
Enrico Fierro
La Calabria degli onesti è drammaticamente sola. Ce lo raccontano due
notizie. I progetti di attentati nei confronti dei magistrati della
Direzione antimafia di Reggio Calabria e la decisione del ministro della
Giustizia Clemente Mastella di chiedere al Csm il trasferimento del pm
di Catanzaro Luigi De Magistris. La prima notizia, a dire il vero, non
esiste. Nel senso che leggendo i giornali nazionali di ieri non si
trovava traccia dell’inchiesta dei carabinieri sui recentissimi summit
di ’ndrangheta nei quali è stata decisa l’eliminazione di almeno un
magistrato della Dda reggina. Sui tavoli delle redazioni sono arrivati i
lanci delle agenzie, i corrispondenti locali dei grandi giornali avevano
a disposizione i dettagli dell’inchiesta, insomma c’era il materiale
sufficiente per informare gli italiani che in un angolo d’Italia boss di
mafia stanno preparando la loro svolta «corleonese». Zero, neppure una
riga.
Sola eccezione questo giornale che da mesi continua a mantenere i
riflettori accesi sulla Calabria. Eppure tutti, magistrati, presidente
dell’Antimafia, studiosi, giornalisti, si affannano a dire che la
’ndrangheta è diventata la mafia più forte d’Europa. Circolano cifre che
nessuno smentisce: 35 miliardi di fatturato l’anno, pari al 3,5% del pil,
una ricchezza che arriva al 18% di quella prodotta dall’intera Calabria,
un esercito di uomini a disposizione. E nessuno smentisce il signor
Sabas Pretelt de la Vega, ambasciatore della Colombia in Italia, quando
afferma che col traffico di cocaina ormai la ‘ndrangheta movimenta una
cifra (100mila milioni di euro) «pari al 100% del pil» del suo paese.
In Calabria ci sono migliaia di amministratori locali vittime di
attentati e intimidazioni, il 50% dei commercianti e degli imprenditori
paga il pizzo (il 70% nella città di Reggio). Una parte del territorio
nazionale ormai è persa alla democrazia. Le regole del vivere civile,
della libertà di impresa, la sicurezza quotidiana, sono parole vuote e
senza senso. Eppure qui lo Stato e il governo continuano a muoversi con
la lentezza di sempre. Buona parte dei vertici degli uffici giudiziari
sono scoperti, la Procura di Reggio Calabria è gestita da un
«procuratore reggente», quella di Catanzaro ha un procuratore del quale
si chiede il trasferimento. Le forze dell’ordine da tempo chiedono più
uomini e mezzi. E basta andare in un commissariato della Locride e
vedere che manca addirittura il collegamento alla rete internet,
osservare le macchine di servizio e di scorta, per rendersi conto di
cosa parliamo. La Regione, la più povera d’Italia, utilizzerà una parte
dei fondi europei per acquistare Volanti nuove.
A Reggio Calabria, i magistrati lavorano in condizioni di estrema
insicurezza, non sanno più da che parte è il nemico, dopo che si è
scoperto l’esistenza di «talpe» all’interno della procura che informano
i capi cosca sulle inchieste e sugli arresti. Si è scoperto che la
‘ndrangheta intercetta le conversazioni di alcuni pm. In città è ancora
all’opera un periodico che negli anni passati si è distinto per l’opera
di disinformazione, di depistaggio e per gli attacchi ai pm più esposti
nella lotta alla mafia e alla massoneria. Recentissime inchieste hanno
portato alla luce il legame stretto tra pezzi del mondo politico e la
‘ndrangheta. A Reggio è stato arrestato un consigliere di An -
poliziotto della Mobile in aspettativa - per gli stretti rapporti con
una famiglia di mafia; il capogruppo alla Regione dell’Udeur, il partito
del ministro della Giustizia, è inquisito per ragioni di scambio
elettorale con la mafia.
In Calabria c’è il bianco e il nero, ma domina il grigio. Agazio Loiero,
il governatore, è un uomo minacciato dalle cosche, ma è sotto inchiesta
per una storia di sanità e appalti, il Consiglio regionale ha norme
antimafia severissime, ma nel contempo ha una quota elevatissima (33 su
50) di consiglieri inquisiti per vari reati. «Un marchio d’infamia»,
come ammette lo stesso Loiero, grava sull’intero mondo politico di
quella realtà. La Calabria si stacca sempre più dal resto del Paese. La
politica nazionale è assente, non ha programmi per affrontare una
situazione sociale devastante, dove la povertà interessa il 44% delle
famiglie, dove, ci dice l’Isveimer nei suoi rapporti, è ripresa
l’emigrazione come negli anni Sessanta. L’informazione è distratta. Dopo
la strage di Duisburg, la ‘ndrangheta è sparita subito dalle pagine dei
giornali per lasciare spazio alle gemelline di Garlasco.
De Magistris. Giovane pm, battagliero lettore del Vangelo. Ha indagato
sul «bubbone» che devasta e opprime la Calabria e le sue istituzioni:
gli intrecci perversi tra famiglie politiche. Il sistema d’affari che
qui è rigorosamente interpartitico. Destra e sinistra, governo e
opposizione. Senza distinzioni. Società, intrecci, gestione del danaro
pubblico. «In molte società miste - ci disse in una intervista - puoi
trovare il parente del magistrato, l’amico del politico, di destra e di
sinistra, non importa». Con l’inchiesta «Poseidone» - una storia di
sperperi miliardari per le politiche di risanamento ambientale - portò
alla luce l’intreccio tra massoneria e affari, il finanziamento illecito
di partiti nazionali. Con l’inchiesta «Why Not?» ha lambito il sistema
delle società e degli interessi che vedono insieme pezzi della destra e
della sinistra, nomi riconducibili ai potentati (solidamente
interpartitici) di Catanzaro e Cosenza. Lo hanno attaccato tutti. Senza
distinzioni di bandiera. «Le sue inchieste sono inattendibili»,
sentenziò il segretario regionale dei Ds dimenticando che in una
Repubblica seria sono i Tribunali, le Corti d’Assise a giudicare
attendibile o meno una inchiesta.
Dicono che ha esagerato, che l’ha sparata grossa quando ha iscritto nel
registro degli indagati Prodi e forse lo stesso Mastella. Sussurrano che
ha pesantemente violato regole e procedure, che ha nascosto i fascicoli
al suo capo nella procura «verminaio» di Catanzaro. Dicono, ma toccherà
al Csm e ai suoi organismi verificare e giudicare. La realtà è che il
suo trasferimento appare agli occhi dei calabresi onesti come uno
schiaffo, una prepotenza del potere politico, un attacco ad un
magistrato che stava andando fino in fondo nella battaglia per la
legalità.
A Catanzaro e dintorni, ora c’è qualcuno - nel mondo politico e degli
affari - che sta stappando bottiglie di champagne per la «punizione»
inflitta al giovane pm. E’ un brindisi amaro, consumato sulle macerie
della legalità e della speranza di riscatto della Calabria.