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L'Unità 23 settembre 2007

Magistrati in Calabria

Enrico Fierro


 
La Calabria degli onesti è drammaticamente sola. Ce lo raccontano due notizie. I progetti di attentati nei confronti dei magistrati della Direzione antimafia di Reggio Calabria e la decisione del ministro della Giustizia Clemente Mastella di chiedere al Csm il trasferimento del pm di Catanzaro Luigi De Magistris. La prima notizia, a dire il vero, non esiste. Nel senso che leggendo i giornali nazionali di ieri non si trovava traccia dell’inchiesta dei carabinieri sui recentissimi summit di ’ndrangheta nei quali è stata decisa l’eliminazione di almeno un magistrato della Dda reggina. Sui tavoli delle redazioni sono arrivati i lanci delle agenzie, i corrispondenti locali dei grandi giornali avevano a disposizione i dettagli dell’inchiesta, insomma c’era il materiale sufficiente per informare gli italiani che in un angolo d’Italia boss di mafia stanno preparando la loro svolta «corleonese». Zero, neppure una riga.

Sola eccezione questo giornale che da mesi continua a mantenere i riflettori accesi sulla Calabria. Eppure tutti, magistrati, presidente dell’Antimafia, studiosi, giornalisti, si affannano a dire che la ’ndrangheta è diventata la mafia più forte d’Europa. Circolano cifre che nessuno smentisce: 35 miliardi di fatturato l’anno, pari al 3,5% del pil, una ricchezza che arriva al 18% di quella prodotta dall’intera Calabria, un esercito di uomini a disposizione. E nessuno smentisce il signor Sabas Pretelt de la Vega, ambasciatore della Colombia in Italia, quando afferma che col traffico di cocaina ormai la ‘ndrangheta movimenta una cifra (100mila milioni di euro) «pari al 100% del pil» del suo paese.

In Calabria ci sono migliaia di amministratori locali vittime di attentati e intimidazioni, il 50% dei commercianti e degli imprenditori paga il pizzo (il 70% nella città di Reggio). Una parte del territorio nazionale ormai è persa alla democrazia. Le regole del vivere civile, della libertà di impresa, la sicurezza quotidiana, sono parole vuote e senza senso. Eppure qui lo Stato e il governo continuano a muoversi con la lentezza di sempre. Buona parte dei vertici degli uffici giudiziari sono scoperti, la Procura di Reggio Calabria è gestita da un «procuratore reggente», quella di Catanzaro ha un procuratore del quale si chiede il trasferimento. Le forze dell’ordine da tempo chiedono più uomini e mezzi. E basta andare in un commissariato della Locride e vedere che manca addirittura il collegamento alla rete internet, osservare le macchine di servizio e di scorta, per rendersi conto di cosa parliamo. La Regione, la più povera d’Italia, utilizzerà una parte dei fondi europei per acquistare Volanti nuove.

A Reggio Calabria, i magistrati lavorano in condizioni di estrema insicurezza, non sanno più da che parte è il nemico, dopo che si è scoperto l’esistenza di «talpe» all’interno della procura che informano i capi cosca sulle inchieste e sugli arresti. Si è scoperto che la ‘ndrangheta intercetta le conversazioni di alcuni pm. In città è ancora all’opera un periodico che negli anni passati si è distinto per l’opera di disinformazione, di depistaggio e per gli attacchi ai pm più esposti nella lotta alla mafia e alla massoneria. Recentissime inchieste hanno portato alla luce il legame stretto tra pezzi del mondo politico e la ‘ndrangheta. A Reggio è stato arrestato un consigliere di An - poliziotto della Mobile in aspettativa - per gli stretti rapporti con una famiglia di mafia; il capogruppo alla Regione dell’Udeur, il partito del ministro della Giustizia, è inquisito per ragioni di scambio elettorale con la mafia.

In Calabria c’è il bianco e il nero, ma domina il grigio. Agazio Loiero, il governatore, è un uomo minacciato dalle cosche, ma è sotto inchiesta per una storia di sanità e appalti, il Consiglio regionale ha norme antimafia severissime, ma nel contempo ha una quota elevatissima (33 su 50) di consiglieri inquisiti per vari reati. «Un marchio d’infamia», come ammette lo stesso Loiero, grava sull’intero mondo politico di quella realtà. La Calabria si stacca sempre più dal resto del Paese. La politica nazionale è assente, non ha programmi per affrontare una situazione sociale devastante, dove la povertà interessa il 44% delle famiglie, dove, ci dice l’Isveimer nei suoi rapporti, è ripresa l’emigrazione come negli anni Sessanta. L’informazione è distratta. Dopo la strage di Duisburg, la ‘ndrangheta è sparita subito dalle pagine dei giornali per lasciare spazio alle gemelline di Garlasco.

De Magistris. Giovane pm, battagliero lettore del Vangelo. Ha indagato sul «bubbone» che devasta e opprime la Calabria e le sue istituzioni: gli intrecci perversi tra famiglie politiche. Il sistema d’affari che qui è rigorosamente interpartitico. Destra e sinistra, governo e opposizione. Senza distinzioni. Società, intrecci, gestione del danaro pubblico. «In molte società miste - ci disse in una intervista - puoi trovare il parente del magistrato, l’amico del politico, di destra e di sinistra, non importa». Con l’inchiesta «Poseidone» - una storia di sperperi miliardari per le politiche di risanamento ambientale - portò alla luce l’intreccio tra massoneria e affari, il finanziamento illecito di partiti nazionali. Con l’inchiesta «Why Not?» ha lambito il sistema delle società e degli interessi che vedono insieme pezzi della destra e della sinistra, nomi riconducibili ai potentati (solidamente interpartitici) di Catanzaro e Cosenza. Lo hanno attaccato tutti. Senza distinzioni di bandiera. «Le sue inchieste sono inattendibili», sentenziò il segretario regionale dei Ds dimenticando che in una Repubblica seria sono i Tribunali, le Corti d’Assise a giudicare attendibile o meno una inchiesta.

Dicono che ha esagerato, che l’ha sparata grossa quando ha iscritto nel registro degli indagati Prodi e forse lo stesso Mastella. Sussurrano che ha pesantemente violato regole e procedure, che ha nascosto i fascicoli al suo capo nella procura «verminaio» di Catanzaro. Dicono, ma toccherà al Csm e ai suoi organismi verificare e giudicare. La realtà è che il suo trasferimento appare agli occhi dei calabresi onesti come uno schiaffo, una prepotenza del potere politico, un attacco ad un magistrato che stava andando fino in fondo nella battaglia per la legalità.

A Catanzaro e dintorni, ora c’è qualcuno - nel mondo politico e degli affari - che sta stappando bottiglie di champagne per la «punizione» inflitta al giovane pm. E’ un brindisi amaro, consumato sulle macerie della legalità e della speranza di riscatto della Calabria.