Impatto tra generazioni
Marco d'Eramo
Nulla fa imbestialire di più che essere presi per i fondelli senza
ritegno. E tra queste beffe, la più spudorata è quella che tira
fuori il «patto tra generazioni» come ragione per innalzare l'età
pensionabile. Di motivi per discutere di pensioni ce ne sarebbero
tanti, e seri, ma l'argomento dell'investimento per i giovani è un
rospo troppo grosso e sfacciato da mandare giù, anche per la sua
vena ricattatoria: se vi opponete, è perché siete (o sarete)
vecchiacci egoisti e ve ne fregate dell'interesse comune.
Da questo ostentato altruismo generazionale trapela un irridente
disprezzo per la nostra intelligenza. O allora, se così non è, cari
preclari economisti e prestigiosi governatori che pontificate sul
fatidico «patto generazionale», sottoponetevi per favore a un esame
di aritmetica elementare. Ci dite che se non si innalza l'età
pensionabile subito, gli italiani che ora sono giovani non
otterranno mai la pensione, perché il sistema previdenziale sarà in
bancarotta, a causa della denatalità che accresce la percentuale di
anziani nella popolazione. Questo sarebbe vero se, mentre i
pensionandi lavorano qualche anno di più, nel frattempo i giovani
avessero posti di lavoro «buoni», con contributi pensionistici. Ma
così non è: la stragrande maggioranza dei nuovi lavori è precaria e
senza copertura pensionistica. Nei fatti, più a lungo un «anziano»
lavora, e più a lungo occupa un «posto buono» che rende così
indisponibile per i nuovi venuti. Così a ogni anno di pensione
risparmiata sugli anziani corrisponderà un anno in meno di
contributi degli esordienti.
Spiegateci allora in che cosa consiste l'investimento per i giovani
di una riforma che ritarda sempre più l'inizio dell'età contributiva
e quindi allontana sempre più - per questi stessi giovani - il
conseguimento della pensione. Più a lungo lavorano oggi gli anziani,
meno pensioni avranno domani i giovani attuali.
Per di più, ogni discorso sul «collasso della previdenza» è viziato
a monte, perché sottintende che sono i lavoratori attuali a pagare
ora le pensioni di chi oggi si ritira: ma in realtà chi oggi va in
pensione gode del frutto maturato prima dai suoi 20, 30, 40 anni di
contributi. Non c'è nessuno che sta pagando per lui; lui si è già
pagato da sé in anticipo, settimana dopo settimana, mese dopo mese,
busta paga dopo busta paga.
E non è finita: un cinquantenne che cerchi un nuovo posto, già oggi
non lo trova. Se non è già sotto contratto, un lavoratore (e tanto
più una lavoratrice) a 50 anni è fuori dal mercato del lavoro e mai
potrà farsi assumere. Altro che innalzare l'età pensionabile! Ma
proprio questo ultimo elemento getta una luce più chiara, anche se
più cruda, sul vostro nobile «patto generazionale». Se i giovani
sono destinati a entrare sempre più tardi nel mercato del lavoro e a
uscirne sempre più presto, e se il periodo contributivo per ottenere
la pensione deve dilatarsi, allora la regola per cui 3 - 3 = 0 (qui
intervengono le vostre competenze aritmetiche) ci dice che l'esito a
lungo termine del patto generazionale è uno solo: abolire le
pensioni, magari lasciando - per residua decenza - quelle di
anzianità, altrimenti dette «di povertà».
Ma allora ditecelo senza pestare l'acqua nel mortaio: firmiamo un
nuovo, bellissimo contratto sociale: niente pensioni. E smettetela
di manipolarci il fondoschiena.