| RASSEGNA STAMPA |
http://www.antimafiaduemila.com/content/view/9414/78/
Dopo Tangentopoli, cosi' il Principe si riprese le leggi e ricomincio' come prima
di Marco Travaglio - 2 ottobre 2008
Non c'è giorno che non ci domandiamo: com'è che ci siamo ridotti così?Roberto Scarpinato, magistrato siciliano,
memoria storica dell’antimafia palermitana (e dunque appena
degradato da procuratore aggiunto a semplice sostituto dalla
scriteriata riforma Mastella), ha voluto partire dal Principe di
Machiavelli per raccontare gli italiani agli italiani in un prezioso
libro-intervista a Saverio Lodato: “Il ritorno del Principe” (Chiarelettere,
pp. 347, 15,60 euro). Lodato gli ha posto le domande giuste,
Scarpinato ha dato le risposte giuste. Non è l’ennesima storia della
mafia. E’ una storia del potere che spiega anche la mafia. Ma anche
il declino italiano, di pari passo con l’escalation della
corruzione, della malapolitica, della malaeconomia, degli eterni
piduismi e stragismi, protagonisti necessari del nostro album di
famiglia. Un libro raro che rivolta la storia d’Italia come un
guanto e ne svela il “lato B”:quello che Scarpinato chiama
“l’oscenità del potere” nel senso etimologico di “fuori scena”:
“Quello degli assassini è spesso il fuori scena del mondo in cui
tanti sepolcri imbiancati si mettono in scena”. La mafia militare
addirittura come “servizio d’ordine” dei colletti bianchi, “lupara
proletaria e cervello borghese”: lasciata senza briglie quando è
utile al potere, ma scaricata e potata a suon di retate quando alza
troppo la cresta o non serve più.
Il libro sorprende e lascia a bocca aperta. In un altro paese
susciterebbe polemiche e dibattiti furibondi, invece è stato subito
avvolto da una coltre di imbarazzato silenzio. Forse perché rovescia
a uno a uno tutti i luoghi comuni, oltre il belletto delle
fiction edificanti, quelle che da una parte schierano gli eroi dello
Stato e dall’altra, a debita distanza, i mostri dell’Antistato.
Ecco, qui l’Antistato è parte integrante dello Stato. Qui si parla
di “morte dello Stato”, della sua progressiva “mafiosizzazione” che
rende quasi obsoleta, superata, superflua la violenza della mafia
d’un tempo. Oggi - dice Scarpinato - siamo in piena “post-mafia”.
Il
“concorso esterno” non è più quello di certi esponenti del potere
nei confronti delle mafie: “è quello delle organizzazioni mafiose
negli affari loschi di settori delle classi dirigenti”. Di
rovesciamenti illuminanti come questo, il libro è pieno. Si parla di
“sicurezza” e si invoca “più carcere”? Ma “il vero deterrente contro
il crimine non è la galera: è la vergogna”, che in Italia s’è
estinta da un pezzo, anzi è usata per screditare la gente onesta. Si
invoca il “primato della politica”? Ma nello Stato democratico
liberale di diritto il primato è della Legge, cui deve inchinarsi
anche la politica. Si dice che gli italiani hanno la classe politica
che si meritano? No, è la classe politica che ha gli italiani che si
merita, avendoli plasmati a propria immagine e somiglianza col
controllo militare dei media e della cultura, che ha “azzerato la
memoria collettiva”. Le pagine più devastanti sono quelle dedicate
agli intellettuali italiani, quasi sempre “organici” al potere, nati
e cresciuti come “consigliori del Principe”, servili dispensatori di
imposture, superstizioni, revisionismi, negazionismi e conformismi,
sempre pronti a tradire la missione di coscienze critiche e intenti
a giustificare gli abusi del potere. “Oggi 9 italiani su 10 sono
convinti che Andreotti è stato assolto e che la mafia è solo
Provenzano”. “All’inizio del processo Andreotti – rivela Scarpinato
- la Rai fu autorizzata a riprendere tutte le udienze; ma dopo
averne trasmesse due, con audience molto elevata, la programmazione
fu cancellata”.
Dalle ruberie della Banca Romana al delitto Notarbartolo, dalle
stragi dei sindacalisti siciliani all’eccidio di Portella della
Ginestra, dall’intrigo del caso Giuliano-Pisciotta alle stragi degli
anni 60 e 70, fino ai delitti politici degli anni 80 (terribili le
tragedia greche di Mattarella e Dalla Chiesa), ai processi
Andreotti, Dell’Utri e Cuffaro, alle bombe politiche del ‘92-’93,
mentre lo Stato trattava con la mafia alle spalle dei cittadini in
lutto, alla lunga pax mafiosa che dura tuttoggi, Lodato e Scarpinato
ci accompagnano passo passo nel retrobottega dell’ ultimo secolo e
mezzo di storia patria, in una “stanza di Barbablù” irta di
scheletri e fantasmi, segreti e ricatti: segnata da quello che il pm
chiama “il rapporto irrisolto fra classi dirigenti e violenza” in un
paese dove “la criminalità fa la Storia”. Non è un caso - sostiene
Scarpinato - se il Risorgimento, la Resistenza, la Costituente e il
biennio magico di Tangentopoli e Mafiopoli sono oggi così
impopolari: sono le sole parentesi felici in cui piccole élites
liberali consentirono all’Italia di alzarsi in piedi oltre la
propria statura media, ai livelli delle vere democrazie, salvo
ripiombare regolarmente e rapidamente in balia delle eterne
sottoculture autoctone dominanti, tutte autoritarie e illiberali:
cattolicesimo controriformista, “familismo amorale”, “machiavellismo
deteriore” tutto rivolto all’interesse particulare ed ”eterno
fascismo italiano” scandagliato dai rari intellettuali disorganici
come Flaiano, Sciascia, Pasolini e Montanelli.
Per questo la Costituzione va così stretta ai nostri politici, che
da vent’anni fan di tutto per riscriverla: nella Costituente, per
una provvidenziale “alchimia della storia”, dominavano le culture
liberali da sempre minoritarie. Una parentesi eccezionale,
miracolosa che partorì una Carta infinitamente più matura dell’
Italietta arretrata e contadina del tempo, una “raffinata ingegneria
della divisione bilanciata dei poteri” lontana anni luce dalle
culture dominanti, tornate subito dopo al potere. Insomma, uno
smoking calcato addosso a un maiale. Non appena la Costituzione
cominciò ad essere attuata fino in fondo, in base ai principi
rivoluzionari di solidarietà, di eguaglianza e di legalità, il
Principe sentì tremare la terra sotto i suoi piedi e riprese
prontamente il sopravvento, “svuotandola dall’interno”. Lo stesso
accadde dopo il 1992-’93, quando la legge fu davvero uguale per
tutti e dunque il Principe non potè sopportarlo, riportando
rapidamente a galla gli eterni don Rodrigo, don Abbondio e
Azzeccagarbugli. I tre santi patroni nazionali. Amarissime,a tal
proposito,le pagine sulla normalizzazione della Procura di Palermo,
quando a Caselli subentrò Piero Grasso.
Qualche spiraglio resta aperto alla speranza. Mai illusoria o
consolatoria. Responsabilizzante. Scarpinato la coglie nel raro
protagonismo civile degli italiani che rifiutano il rango di
sudditi: i girotondi di qualche anno fa, le recenti manifestazioni
in difesa di De Magistris in Calabria, la rivolta giovanile di
Addiopizzo a Palermo e quella di parte della Confindustria siciliana
contro il racket. E indica una strada: cercare e pretendere sempre
la verità. Cita l’indovino Tiresia sulle rovine di Tebe, corrotta e
malgovernata: “L’offesa alla verità sta all’origine della
catastrofe”. Tiresia era cieco, ma vedeva tutto. I tebani avevano
ottima vista, ma non vedevano più nulla.L'Unità
****
Ne Il RITORNO DEL PRINCIPE Roberto Scarpinato a pag.14 scrive:
<<Personaggi come Provenzano, Riina e altri capi sono il sottoprodotto e la replica popolare di questo modo di esercitare il potere. Durano nel tempo non per forza propria, ma perché sono leve necessarie del gioco grande del potere. Quando esauriscono la loro funzione vengono abbandonati alloro destino. Anche dopo continuano tuttavia a svolgere un ruolo essenziale: fungere da parafulmine su cui scaricare tutta la responsabilità del male e da paravento della criminalità del potere. Provenzano e altri capi della mafia militare del suo livello sono oggi divenuti scorie mediatiche che galleggiano nel mare della storia.>>
In un filmato tratto dal film-inchiesta
"Il fantasma di Corleone" del regista Marco Amenta compaiono due interviste molto interessanti al magistrato Roberto Scarpinato ed al colonnello dei carabinieri Michele Riccio.