| RASSEGNA STAMPA |
Razzismo oggi I
ROM
La storia si ripete. Il "ritorno del Principe" è sempre attuale
(da Tajani ai nostri giorni)
Manifesto – 17.5.08
Prima che sia troppo tardi
- Livio PepinoDopo Napoli, Roma. Campi nomadi in fiamme. Uomini e donne che lanciano bottiglie molotov contro altri uomini e donne colpevoli di essere nati altrove e di essere malvestiti e straccioni. Forze di polizia in assetto di guerra che sgombrano campi, sotterranei e giardini, cacciando via (non si sa verso dove) una umanità dolente, sol perché povera e straniera. E, al seguito della polizia, camion della nettezza urbana che caricano e avviano alla distruzione materassi sporchi, suppellettili rotte, vecchi elettrodomestici (cioè le case dei poveri). Il tutto mentre circolano bozze di disegni di legge in cui si criminalizza un popolo e si affida al carcere (e ai suoi omologhi: i centri di detenzione, presto tali anche nel nome) la funzione esclusiva di discarica sociale. E ciò senza opposizione, senza proteste eclatanti, mentre in Parlamento si consuma il rito surreale di un palazzo pacificato. Chiunque ha una esperienza anche minima di questioni sicuritarie sa che tutto questo non c'entra nulla con la «sicurezza» dei cittadini. La «sicurezza», a cui, legittimamente aspiriamo tutti è altro: una prospettiva di vita degna di essere vissuta per noi e per i nostri figli, vivere in un ambiente accettabile e ospitale, sapere di non essere considerati rifiuti per il solo fatto di essere vecchi o malati. Se non cambierà questo scenario non saremo mai sicuri. La «sicurezza» è una cosa terribilmente seria e delicata e come tale va affrontata. Sappiamo bene, e non da oggi, che le ragioni della paura e dell'inquietudine stanno anche nella diffusione di forme odiose di criminalità e di comportamenti devianti (degli autoctoni e degli stranieri); e sappiamo che, in ogni caso, a chi ha paura occorre dare risposte e non citare statistiche. Ma ciò rappresenta l'inizio, non la fine, del discorso. È, in altri termini, la base su cui costruire con pazienza e senza demagogia risposte attendibili: un rilancio del welfare che tenga conto dell'esperienza e dei fallimenti - anche sull'immigrazione - dei paesi a noi vicini, dalla Francia all'Inghilterra; una politica alta, che si proponga di governare fenomeni sociali complessi e non di esorcizzarli seminando odio e paura; un'informazione che provi a rappresentare la complessità del reale e non a proporre false equazioni tra immigrazione e criminalità; politiche di integrazione rigorose lungimiranti; interventi di riqualificazione del territorio; e anche - certamente - politiche penali rinnovate, purché dirette a reprimere in modo giusto i fatti e non a sanzionare il colore della pelle. Non è questo ciò che è stato predicato in campagna elettorale (a destra e a sinistra) e che, ora, si realizza. Quel che si sta delineando è la sostituzione della razionalità e della politica con la pratica dell'odio verso il diverso: oggi l'islamico o il rom, come ieri l'ebreo. Ciò produrrà solo una sicurezza temporanea e apparente, in attesa che si prepari il nuovo nemico da odiare e da distruggere. Fino a quando ci risveglieremo, sperando che non sia troppo tardi.
L'ultima maschera
del nuovo statista
Un campione intervistato da "Sky Tg24" su questo tema,
rispondendo alla domanda "è sincero o è bugiardo?" ha dichiarato per
l'82 per cento "è bugiardo". Una parte consistente del campione è
formata evidentemente da persone che appena pochi giorni prima avevano
votato per lui. Ciò rende estremamente pertinente l'analisi di
Tocqueville.
Ma io non credo - e l'ho già scritto domenica scorsa - che Silvio
Berlusconi, bugiardo per antonomasia, in questo caso menta. E' un grande
attore e un grande venditore del suo prodotto, cioè di se stesso, e come
tutti i grandi attori si immedesima completamente con ciò che dice. Nel
momento in cui decide di assumere e interpretare il personaggio dello
statista, quella maschera diventa vera, diventa realtà, l'attore si
comporta da statista e lo è. Quindi va preso sul serio. Del resto in
politica le parole sono pietre ed è precluso fare il processo alle
intenzioni.
Tuttavia la memoria delle maschere assunte in precedenza rimane e deve
rimanere perché l'attore può cambiar maschera a suo piacimento e in
qualunque momento se gli ostacoli che incontra lungo la strada si
rivelino troppo difficili e troppo ostici ai suoi interessi e alle sue
ambizioni. Il grande attore non ha convinzioni proprie e una propria
identità: si immedesima nella parte e quella è la sua forza. Finita una
recita ne comincia un'altra; talvolta interpreta due parti e due
personaggi diversi e addirittura contrapposti. In queste situazioni
pirandelliane Berlusconi ci si ritrova molto bene e tutti noi, cittadini
di questo Paese, dobbiamo ricordarcelo.
Ho detto che il grande attore non ha convinzioni proprie o, se pure ne
ha, esse sono irrilevanti di fronte alla sua personalità recitante. Ma
quando la recita è finita le sue pulsioni istintuali affiorano e
determinano i suoi comportamenti. Abbiamo imparato a conoscerle, le
pulsioni istintuali di Berlusconi che è sulla scena nazionale da ormai
trent'anni. Il neo-statista va preso sul serio e gli si può e anzi gli
si deve fare un'apertura di credito; del resto le elezioni le ha vinte e
la sua legittimità è piena e fuori discussione. Non altrettanto la sua
tempra morale e politica. Perciò con lui la disponibilità deve andare di
pari passo alla memoria vigile e al riscontro costante tra parole e
fatti, tra intenzioni e realizzazioni.
* * *
La sua campagna elettorale e quella dei suoi alleati Bossi e Fini è
stata costruita soprattutto sul tema della sicurezza. Gli errori del
centrosinistra su questo tema sono stati molti e gravi: la maggioranza
si è più volte sfaldata, i dirigenti della sinistra radicale hanno
frequentemente bloccato provvedimenti di energica prevenzione e di
necessaria repressione predisposti a suo tempo dal ministro dell'Interno
Giuliano Amato in accordo con Prodi. La magistratura, le sue lentezze e
i suoi riti hanno fatto il resto e la delinquenza ha goduto di una
diffusa impunità. Non tale tuttavia da rappresentare una minaccia
nazionale. Se essa è balzata al primo posto nelle preoccupazioni degli
italiani ciò è avvenuto perché la percezione di quella minaccia e la
paura che ne è derivata sono state cavalcate senza risparmio e senza
ritegno dai triumviri del centrodestra.
Cecità di fronte al fenomeno della micro-delinquenza da parte della
sinistra radicale, eccitamento della paura da parte della destra: in
queste condizioni i richiami alla ragione e al senso di responsabilità
dei democratici sono caduti nel vuoto.
Immediatamente dopo la vittoria elettorale di Berlusconi è scoppiata la
sindrome delle ronde di strada, della repressione fai-da-te, del
giustizialismo di quartiere. Nelle province di camorra la criminalità
organizzata si è trasformata in giustizialismo di piazza: la manovalanza
camorrista ha preceduto la polizia e i carabinieri, l'assalto ai campi
rom è venuto prima delle leggi in corso di redazione da parte del nuovo
ministro dell'Interno il quale, in accordo con il sindaco di Milano e
con quello di Roma, ha anche istituito la nuovissima figura del
"Commissario ai rom".
Che cosa debba fare un commissario addetto ad un'etnia è un mistero, ma
una cosa è certa: si tratta di un'inutile e pericolosissima
criminalizzazione d'una collettività.
Maroni si affanna da qualche ora a ridimensionare gli aspetti abnormi di
queste sue iniziative strombazzate a pieno volume durante la campagna
elettorale. Il reato di immigrazione clandestina, che costituiva uno dei
punti forti della predicazione leghista, ha dovuto essere depennato di
fronte alle obiezioni del capo dello Stato e dell'opinione pubblica
europea, ma resta un contesto non solo repressivo ma persecutorio che
eccita ancora di più la gente di mano e il teppismo della destra
estrema.
L'altro ieri a Napoli uno stuolo di mamme scarmigliate e urlanti voleva
scacciare alcuni handicappati-rom che per una notte erano stati
ricoverati in un convitto dopo l'incendio del campo di Ponticelli.
"Bruciarli no, ma scacciarli sì e subito" urlavano quelle mamme ed una
in particolare che era la più agitata. Si è poi saputo che è la moglie
del boss camorrista di quel quartiere.
A questo siamo arrivati, ma c'è una logica nella follia d'aver cavalcato
la paura fino a questo punto: poiché miracoli in economia non se ne
potranno fare, bisognava suscitare un nemico interno sul quale scaricare
le tensioni e doveva essere un nemico capace di concentrare su di sé
l'immaginario della nazione. Ora quell'isteria dell'immaginario ha preso
la mano da Napoli a Verona e può dar luogo a conseguenze assai gravi.
* * *
Walter Veltroni ha fatto bene ad incontrare Berlusconi a Palazzo Chigi
venerdì mattina. Dal resoconto fatto dallo stesso segretario del Pd
risulta che abbiano toccato vari e importanti argomenti: dalle riforme
istituzionali da fare insieme ai programmi dei due schieramenti che
restano invece, come è giusto che sia, fortemente conflittuali.
In particolare hanno parlato di Rai (qui la conflittualità è massima) di
sostegno dei salari (anche su questo punto non c'è stato accordo) di
legge elettorale europea (istituzione d'una soglia di sbarramento del 3
per cento).
Non si è parlato invece di sicurezza, per riguardo (così è stato detto)
alle prerogative del Capo dello Stato cui spetta di controfirmare i
decreti e i disegni di legge.
A noi non sembra una buona cosa avere escluso dall'agenda di questo
primo incontro il tema della sicurezza. Al dà degli specifici
provvedimenti di prevenzione e di repressione che si dovranno adottare,
resta una visione d'insieme che riguarda - come scrive Tocqueville nella
citazione sopra riportata - "il gusto di civiltà e di libertà".
La nostra visione di cittadini democratici mette strettamente insieme la
legalità, la protezione dei cittadini, la certezza delle pene, la
repressione rigorosa della giustizia di strada e delle ronde
"volontarie", l'opposizione più ferma ad ogni criminalizzazione di etnie
e di collettività.
Questo avremmo voluto che il segretario del Pd dicesse a titolo di
premessa nel suo primo incontro con il presidente del Consiglio.
Sappiamo che questa visione e questi valori appartengono interamente al
patrimonio etico-politico di Veltroni e del partito da lui guidato.
Vogliamo sperare che siano condivisi anche da Silvio Berlusconi nella
sua nuova veste di statista. Ma se ci si deve impegnare in una politica
di dialogo istituzionale, questi valori non possono essere sottaciuti e
dati per noti; vanno viceversa proclamati e la loro condivisione va
posta come premessa e condizione indispensabile al dialogo. Se non
fossero condivisi e tradotti in atti legislativi e in linee guida
amministrative conformi, il dialogo non potrebbe e non dovrebbe
evidentemente aver luogo.
* * *
Poche altre cose vogliamo aggiungere a proposito delle riforme
istituzionali che maggioranza ed opposizione dovranno portare avanti
insieme.
Ben venga il riconoscimento da parte di Berlusconi del governo-ombra
come interlocutore del governo governante. Ma non c'è soltanto il
Partito democratico all'opposizione, sicché se si vorrà formalizzare
questa novità bisognerà volgere al plurale quella parola perché tutte le
opposizione hanno il diritto di interloquire. Oppure non si formalizzi
nulla e si aumentino piuttosto i poteri di controllo del Parlamento in
pari misura ai maggiori poteri che è giusto riconoscere al presidente
del Consiglio, capo dell'Esecutivo.
E' passato quasi sotto silenzio (se si esclude il lucido articolo di
Ignazio Marino su "Repubblica" di venerdì) il fatto che nel nuovo
governo non esiste più il dicastero della Sanità, derubricato come parte
del dicastero del "Welfare" affidato ad un sottosegretario o vice
ministro che sia.
La derubricazione d'un ministero le cui attribuzioni sono sotto
l'usbergo della Costituzione sotto forma del diritto alla salute di
tutti i cittadini, è incomprensibile e inaccettabile. Capisco che la
derubricazione possa esser gradita ai presidenti delle Regioni più
ricche ma proprio per mantenere la parità di prestazioni sanitarie
secondo il bisogno e non secondo il reddito che la Costituzione
sancisce, non si può abolire il ministero della Salute e disossare il
Servizio sanitario nazionale.
Questa materia riporta l'attenzione sul federalismo fiscale, altro tema
delicatissimo che fa parte di quelle riforme da fare insieme tra
maggioranza ed opposizione.
Bossi ha programmato da tempo la sua secessione dolce del
Lombardo-Veneto basata su un federalismo fiscale spinto all'estremo e
Berlusconi, Tremonti e Fini gli hanno dato carta bianca. Dove ci può
portare questo salto nel buio in termini politici ed economici è ancora
del tutto ignoto. I primi studi effettuati da economisti indipendenti
mostrano squilibri fortissimi tra Nord e Sud, tra regioni ricche e
regioni povere, tra entrate tributarie incassate e fonti di reddito che
le generano.
Il federalismo fiscale si ripercuote anche su alcuni principi
costituzionali, sul Senato federale, sulla composizione e i poteri della
Corte Costituzionale. Se non ci sarà accordo su queste complesse e
delicatissime questioni il governo dovrà procedere da solo e poiché non
dispone della maggioranza necessaria per leggi di natura costituzionale
dovrà ricorrere ad un referendum che spaccherebbe il Paese in due.
Ci pensi bene il neo-statista di Palazzo Chigi. Noi
ci auguriamo che la sua sopravvenuta saggezza gli porti consiglio e gli
dia la forza di far marciare i suoi alleati in accordo con lui anziché
lui in accordo con loro. In caso contrario la strada sarà tutta in
salita e non sarebbe un bene per un Paese che ha bisogno di crescere
crescere crescere. Crescere soprattutto moralmente, signor presidente
del Consiglio, perché questa è ormai diventata la nostra principale
emergenza. (18 maggio 2008)
(http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/nuovo-governo/mschera-statista/mschera-statista.html)
Penati attacca il Prefetto: via i nomadi
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«Niente
ripartizioni sul territorio, ma
espulsioni e accompagnamenti»
Penati attacca il
Prefetto: via i nomadi
Il presidente
della Provincia: «Non può essere il
nostro welfare a farsi carico di queste
persone, ma quello dei Paesi di
provenienza»
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MILANO - Non «ripartizioni»
tra i Comuni, ma «espulsioni per i
delinquenti» e «accompagnamenti » alla
frontiera per chi non ha mezzi di
sussistenza. Perché «di queste persone non
può essere il nostro welfare a farsi carico,
ma quello dei paesi di provenienza ». Mai
Filippo Penati era stato così netto. Lo
spunto lo offre il prefetto Gian Valerio
Lombardi che, in attesa di essere nominato
commissario straordinario per l'emergenza
rom, in mattinata aveva parlato di «redistribuire
la presenza dei rom sul territorio » perché
«la concentrazione a Milano è eccessiva». Il
concetto era stato ribadito da Letizia
Moratti: «Di fatto, il percorso era già
stabilito nel patto per la sicurezza.
Prevede che ciascun territorio assorba le
presenze a secondo della propria capacità».
«Così partiamo con il piede
sbagliato — tuona Penati —. Significa
accettare lo status quo, i 23 mila nomadi e
i 200 campi che oggi ci sono tra Milano e
Provincia. Se non diciamo basta, se ci
limitiamo a un trasloco, presto avremo il
problema di una nuova distribuzione». E
dunque, annuncia il presidente, «fino a
chiarimenti, la Provincia non parteciperà
più al comitato per l'ordine e la
sicurezza». Detto fatto, palazzo Isimbardi
ha disertato la riunione di ieri. Aggiunge
Penati: «Trovo singolare che il compito del
commissario sia quello di passare sulla
testa dei sindaci, quando tutto il pacchetto
sicurezza ci dicono essere basato sul potere
dei sindaci».
Poi, Penati snocciola la sua
ricetta: «Primo, partiamo dai delinquenti.
In Prefettura le liste saranno pronte in
tempi rapidi. Per gli indesiderati, c'è solo
l'espulsione». Secondo: «La direttiva Ue
prevede che i cittadini comunitari possano
risiedere dove vogliono, ma solo se
dispongono di mezzi di sostentamento. Il
pacchetto sicurezza deve prevedere il modo
per accertarlo. E chi non dispone dei mezzi,
dovrà essere accompagnato ». Come? «Per
esempio, utilizzando il milione messo a
disposizione dalla Provincia per noleggiare
i pullman necessari ». Terzo: «Chiudere i
flussi dalla Romania. Non si può chiedere di
fare la carità a indigenti di altri paesi».
Il prefetto Lombardi,
ricordando a Penati che «il commissario l'ha
voluto anche lui», ribatte: «Io ho parlato
di redistribuzione sul territorio, senza far
nessuna menzione al territorio della
provincia di Milano». Come dire che la
ripartizione potrebbe essere su base
regionale. Inoltre, prosegue il prefetto,
«terremo tutti i campi regolari, otto a
Milano, e rimuoveremo quelli irregolari.
Mentre è già partita l'attività speciale di
controllo dei campi nomadi». Chi esulta è il
neo onorevole padano Matteo Salvini. Ha con
sé la tessera di sostenitore della Lega
numero 41508, ed è intestata a Penati:
«Approvo ogni sua parola. Anzi, lo propongo
come commissario all'emergenza. Però, queste
cose le deve dire anche alla sua
maggioranza. Spiegare che tutto è cambiato.
Ma a quel punto, sarà cambiata anche la
maggioranza». Conclude il capogruppo azzurro
Bruno Dapei «Penati non è un opinionista ma
un pubblico amministratore. Ci interessa
sapere come la pensa, ma ancor di più se ha,
politicamente, la forza di far seguire i
fatti alle sue parole. Lo sfidiamo a
verificarlo in aula».
16 maggio 2008
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La storia dei rom: i ladri di bambini siamo noi
Napoli, 14 maggio. Famiglie rom costrette a lasciare il campo dove vivevano dopo il rogo procurato ...
Rina Gagliardi
Vedete come la cronaca recente più dissennata,
il pogrom di Ponticelli, ha radici piantate nel
passato, in leggende secolari, in pregiudizi che
nessun progresso sembra poter scalfire? Sono
almeno sei-sette secoli che si dice che i Rom -
gli zingari - sono ladri.
Ladri di cose ma soprattutto di bambini.
Rapitori di neonati. Nei registri di polizia o
negli atti giudiziari non esiste alcuna
sostanziosa documentazione che, quantomeno,
incoraggi questa opinione. Ma essa si trasmette
nel tempo e nello spazio con la vischiosità del
senso comune e con il valore di una
superstizione che, in quanto tale, non abbisogna
né di prove né di fatti. Quando ero bambina, e
gli zingari arrivavano ad ogni stagione, e le
donne portavano a loro, da riparare, le pentole
e le padelle in rame sconocchiate, ci si
sussurrava di stare attenti, di non andare
troppo vicino a giocare all'accampamento
sull'Arno, «perché gli zingari portano via i
bimbi». Non fu mai registrato, a mia memoria,
alcun caso di rapimento. Non ci furono neppure
episodi di vera intolleranza - in quegli anni il
popolo "normale" e il popolo degli zingari
convivevano, alla fine, senza veri conflitti,
soltanto con una sotterranea e certo reciproca
diffidenza. C'era sì la diversità - la lingua
incomprensibile, i vestiti lunghi, consunti e
sgargianti, l'odore forte, i fazzoletti in testa
- che inquietava, incuriosiva, allarmava. Ma non
si andava oltre. Oggi, invece, è di nuovo il
tempo della ferocia. Dell'intolleranza. Della
persecuzione.
***
In verità, se i criteri del "dare" e
dell'"avere" regolassero davvero i rapporti (e i
bilanci storici) tra i popoli, è l'occidente ad
aver contratto un debito terribile nei confronti
degli zingari. Da quando - attorno al 1100 -
questo popolo di origine indiana, poi sconfinato
in Persia, si è affacciato in Europa, per loro è
cominciata, quasi soltanto, una lunga storia di
persecuzione, sofferenze, stermini. In Romania
furono subito resi schiavi: divisi in tre
"categorie" (zingari del principe", "zingari dei
boiari", "zingari dei monasteri"), divennero
merce di scambio, o di "dono", e questa
condizione si protrasse fino alla metà
dell'Ottocento. Dalla fine del quindicesimo
secolo in poi, quasi tutti gli stati europei (ad
eccezione dell'Impero ottomano) emanarono
decreti di espulsione di tutte le etnie rom,
gitane, "gipsy" (Spagna, decreto delle Cortes
del 1492, Francia, decreto di Francesco I nel
1523, Napoli nel 1555, Stato pontificio nel
1566): volevano dire, queste leggi o bandi, che
chiunque fosse stato scoperto a girovagare per
le strade e riconosciuto come zingaro, poteva
essere sull'istante ridotto in schiavitù, o
buttato per sempre in una prigione. Tra le mille
crudeltà che si potrebbero raccontare, spicca
una grida milanese del 1693. Essa recita
testualmente: «Ogni cittadino è libero di
ammazzare tutti gli zingari impune e di levar
loro ogni sorta di robba, di bestiame o di
denari che trovasse».
Perché non solo di persecuzione e sterminio nei
confronti di un popolo "asociale"si tratta. Man
mano che ci si inoltra nell'era della modernità,
il pregiudizio, la diffidenza, o la paura nei
confronti degli zingari, diventa persecuzione
razziale. Gli zingari come razza non solo
inferiore, "subumana" ma dannosa, e come tale da
cancellare, stroncare. Gli zingari come «razza
delinquenziale», predisposta geneticamente al
crimine e alla destabilizzazione sociale,
secondo la definizione (1841) del (socialista)
Cesare Lombroso. Le pratiche di sterilizzazione
forzata cominciarono agli inizi del ‘900, non
appena la scienza mise a disposizione gli
strumenti adeguati e l'eugenetica cominciava a
trionfare - ed ebbero nei Paesi scandinavi,
dalla Svezia alla Danimarca, a partire dal 1934,
il loro apogeo. Ma un secolo prima aveva
cominciato la grande imperatrice d'Austria Maria
Teresa - proprio lei, l'illuminata, la
riformatrice - ad avviare una politica di vero e
proprio sterminio etnico-culturale: la
proibizione dei matrimoni tra Rom, la
sistematica sottrazione dei piccoli ai loro
genitori, l'assimilazione forzata per chi ce la
faceva, la scomparsa nel nulla, o la morte, per
tutti gli altri.
Vedete chi sono davvero i ladri di bambini? Noi,
il civile occidente. Non sapremo mai quanti
piccoli rom sono stati rapiti, sequestrati,
rubati, nel corso dei secoli. Riusciamo a
conoscere soltanto qualche episodio, quando
qualche pagina buia della storia viene
improvvisamente rischiarata da lunghe, tenaci
pazienti ricerche. Come l'incredibile vicenda di
un altro civilissimo e ordinatissimo Paese: la
Svizzera. Tra le due guerre mondiali del XX
secolo, il governo elvetico promosse, ed attuò
con successo, il programma di cancellazione
degli jenisches - comunità nomade, fatta in
prevalenza di artigiani, che allora assommava a
circa trentamila persone. Fu il dottor Alfred
Siegfried, scienziato stimatissimo, un po' come
molti medici tedeschi che collaborarono poi ai
mostruosi esperimenti scientifici del nazismo, a
dirigere l'operazione, diretta dal centro
nazionale "Pro Juventute" e denominata "Enfants
de la grande route": sulla base della
convinzione che gli zingari, come sosteneva il
dottor Siegfried, sono «inferiori, psicopatici e
mentalmente ritardati», insomma non sono esseri
umani, migliaia di bambini furono sequestrati
d'autorità, staccati per sempre dalle loro
famiglie, avviati al lavoro (divennero cioè
forzalavoro, apprendisti, domestiche, a
bassissimo costo). Oggi in Svizzera la comunità
jenische è ridotta a 5mila unità. C'è voluta una
lunga battaglia per squarciare il velo della
vergogna. Un velo che è durato - pensate un po'
- fino agli anni '90 del ‘900!
***
Così come ci sono voluti trent'anni per rompere
il lungo silenzio che per quasi tutto il
dopoguerra aveva rimosso lo sterminio dei rom,
nei lager nazisti. Cinquecentomila, secondo
molti accreditati studiosi, sono gli zingari
uccisi nei campi di Auschwitz (le 32 baracche
apposite dette Zigeneurlager), Ravensbruck,
Dachau, Birkenau, Treblinka - e tanti altri. Ma
se anche fossero trecentomila, o duecentomila,
che differenza farebbe? E che senso ha la
discussione su quanto è lecito paragonare questo
specifico tentativo di genocidio alla shoah
degli ebrei? Nella sua ultima fase, quando la
guerra era perduta, in tutta evidenza, e gli
schiavi dei campi di lavoro non erano più
"utilizzabili" a fini produttivi, i nazisti
adottarono per tutti i loro prigionieri la
soluzione "finale", lo sterminio di massa:
questo è la sola verità storica che interessa.
Questa è la follia di cui furono gli ebrei le
grandi vittime sacrificali, perché l'hitlerismo
era nato e cresciuto sulla base di un programma
privilegiato, l'eliminazione del "pericolo
ebraico". Ma per questa follia scattarono tanti
altri eccidi di massa : gli omosessuali, i
comunisti, gli slavi, i disabili - tutti i
diversi, tutti i variamente "asociali", tutti
coloro che erano considerati incompatibili con
l'ordine costituito. Come i rom. Contro i quali,
già nel 1938, Himmler aveva lanciato l'offensiva
finale («lotta per cancellare la piaga degli
zingari», 8 dicembre). Come le donne rom, a
Ravensbruck, ridotte a cavie dagli esprimenti
sulla cancrena del dottor Gebhardt, morte tra
atroci dolori e lunghe agonie. Come i ragazzini
rom, caduti nelle mani del famigerato dottor
Mengele per le sue indagini sullo sconosciuto
morbo "Noma".
***
Sì, bisognerà scriverla, al più presto, una
storia dell'infinita crudeltà che l'occidente
cristiano ha riservato a questo popolo,
"arianissimo" e per lo più cristiano. Una
crudeltà reiterata nei secoli, ma mai davvero
affiorata alla coscienza, e quindi mai
affrontata, elaborata, discussa, in qualche modo
e per qualche via superata. In compenso, però,
il popolo zingaro ha alimentato la nostra
letteratura e la nostra musica, spesso come
protagonista indiscusso: il melodramma, di cui
dicevamo, che ha decine e decine di opere a
centralità gitana, come la Carmen , la donna
seduttrice così libera che preferisce farsi
ammazzare piuttosto che tornare con un uomo che
non ama più; la letteratura, che ci offre,
nell'Hemingway di Per chi suona la campana , la
splendida figura di Pilar e, nel grandissimo
Victor Hugo, l'epopea di Esmeralda ( Notre Dame
de Paris ), morta per amore, per fedeltà, tra le
torture, Che cos'è questa mitizzazione degli
zingari e delle zingare, questa scoperta
letteraria della loro umanità e del loro
fascino, questo tributo reso alla loro fierezza,
al loro senso indomito di libertà? Forse, una
riduzione folkloristica, tutta e solo di comodo,
tutta e solo per alimentare comunque stereotipi
e vaghe mitologie libertarie ( «Questo è il
canto di chi non conosce frontiera/ è l'ardente
preghiera del gitano che va» cantava Dalida nei
primi anni '60). Forse, un tentativo di
risarcimento, di riscatto dal senso di colpa.
Forse, chissà, la manifestazione di un rapporto
che è sempre stato intimamente contradditorio.
Come se il popolo zingaro, nella irriducibilità
della sua esistenza, nella sua alterità, nella
sua supposta "inadattabilità", rappresentasse
l'inquietante limite alla superiorità altrimenti
indiscutibile della nostra civiltà e dei nostri
modelli di vita. Come se ci rinviasse, dunque,
l'immagine plastica di un'altra chance umana.
Ma forse anche queste sono riflessioni tutte
interne ad un immaginario - il nostro - che,
buoni o cattivi che siamo, resta l'immaginario
dei colonizzatori. E, oggi, dei colonizzatori
impauriti, intolleranti di ogni diversità,
bisognosi di scaricare addosso al Nemico di
turno tutte le loro frustrazioni e le loro
angosce per un futuro che non si vede più.
Questo è il pericolo gravissimo che oggi incombe
sull'Occidente declinante: la vendetta, i
pogrom, la voluttà della cancellazione
dell'altro. I rom, oggi, sono un Nemico perfetto
- anche perché lo sono sempre stati e sempre ci
siamo rifiutati di conoscerli. E' tempo di fare
qualcosa, prima che sia troppo tardi. Prima che
la crisi di civiltà diventi irreversibile.
Liberazione
18/05/2008