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Razzismo oggi                                                         I ROM                                      

il pogrom moderno Adriano Prosperi 16/5/08

L'ultima maschera del nuovo statista di EUGENIO SCALFARI  18 maggio 2008

Penati attacca il Prefetto: via i nomadi  16/05/2008

In piazza contro il razzismo  Marco Incagnola 17/05/2008

SITO INTERESSANTE PER CONOSCERE I ROM

La storia dei rom: i ladri di bambini siamo noi  18/05/08

E Mosca non è più prefetto di Roma  14/11/2008

 

Stupro Caffarella.Caso grave ed emblematico  di giustizia razziale  27/2/2009

un blog interessante che si occupa di immigrazione: http://sergiobontempelli.wordpress.com/

Con la scusa del popolo  di GAD LERNER  La Repubblica 16/05/2008

Madrid all'Italia: «Siete xenofobi» 17/05/2008

quei bimbi di strada e la pietà strabica di Pietro Ancona

Media stranieri «Italia razzista» Il Manifesto 16/05/2008

Viktoria Mohacsi, deputata ungherese a Strasburgo ha visitatoi campi romani del Casilino. "Una situazione orribile" Repubblica 17/05/08  'Blitz nei campi rom e bimbi spariti'              

Roma, primo blitz dell'era Alemanno  Il Manifesto 16/05/2008  

 

Prima che sia troppo tardi - Livio Pepino 17/05/08

L'eccidio dei Rom nella seconda guerra mondiale

 

La storia si ripete. Il "ritorno del Principe" è sempre attuale (da Tajani ai nostri giorni)
 


E Mosca non è più prefetto di Roma Volevo continuare, non me l' hanno permesso
Repubblica — 14 novembre 2008   pagina 18   sezione: POLITICA INTERNA
ROMA - Se l' aspettava. Sapeva che sarebbe successo, prima o poi. Troppi i contrasti sulla sicurezza con il sindaco Alemanno e il ministro dell' Interno Maroni, che già quest' estate - in piena bagarre sul censimento dei nomadi - avevano chiesto la testa del prefetto di Roma, contrario a far prendere le impronte ai bambini rom. Un braccio di ferro durato quattro mesi, anche all' interno dello stesso governo, con il sottosegretario Gianni Letta impegnato a battersi come un leone per scongiurarne la sostituzione. Fatica vana. Ieri mattina il consiglio dei ministri ha deciso di sollevare dall' incarico Carlo Mosca e di designare al suo posto Giuseppe Pecoraro, capo dipartimento dei Vigili del Fuoco. Liquidando la questione in poche righe, in fondo al lungo comunicato diramato da Palazzo Chigi. Nel quale però il braccio destro di Berlusconi ha voluto far mettere a verbale «le alte doti di responsabilità, professionalità e senso dello Stato che hanno caratterizzato l' intera carriera del prefetto Mosca». Un attestato che non consola. «Avrei voluto continuare a fare il prefetto di Roma, non me lo hanno consentito» ha commentato a caldo l' inquilino di Palazzo Valentini. Un attimo di smarrimento. Poi, con la serenità e la forza d' animo che sono il suo tratto distintivo, ha ripreso il lavoro di sempre. Come se nulla fosse accaduto. Anche se per lui, al momento, il posto promesso in Consiglio di Stato non c' è ancora. Come non c' è la data precisa dell' avvicendamento, che probabilmente scatterà il primo dicembre. Nel frattempo dovrà «riorganizzare l' esercizio delle funzioni di rete degli uffici territoriali del governo». A prevalere è l' amarezza di quest' ultimo affronto. L' esecutivo - dicono gli uomini a lui più vicini - non ha avuto neppure il buon gusto di aspettare il valzer dei prefetti, decine di cambi di incarico e di trasferimenti, che di norma avviene a fine anno. Una carriera decisamente breve, la sua: 14 mesi vissuti all' insegna di una fede profonda e della Costituzione. Con le quali subito sfidò il sindaco Alemanno sulla gestione della sicurezza. Entrando in rotta di collisione con il Viminale. Le prime frizioni arrivano a luglio, sul censimento dei rom. Il governo vuole prendere le impronte digitali anche ai bambini ma Mosca dice no, suscitando il plauso del mondo cattolico. Ad ispirare la sua azione istituzionale, sottolineano i collaboratori, è un grande spirito umanitario. «Prima di sgomberare campi nomadi e stabili occupati bisogna trovare una soluzione per le famiglie che ci abitano» ha ripetuto fino allo sfinimento. Uno scontro concluso con la soluzione suggerita da Mosca: a Roma solo foto e non impronte per i piccoli zingari che non hanno compiuto 14 anni. Proprio quella che consentì all' Italia di scongiurare la pesante accusa di razzismo ventilata dalla Ue. Tuttavia, chiuso un fronte se ne aprirono subito altri: lo sbarco dei militari nelle città, che il prefetto volle lontani dal centro, e il patto per Roma sicura, la cui cabina di regia il sindaco Alemanno gli avrebbe volentieri scippato per affidarla al generale Mori. Incassando da Mosca l' ennesimo rifiuto. Forse quello fatale. E' stato lo stesso Alemanno, ospite a Uno Mattina, il primo a congratularsi con il nuovo prefetto, ignorando però del tutto l' uscente. Gaffe cui riparerà solo molte ore dopo, smentendo ogni illazione: «Il consiglio dei ministri non decide in base a delle frizioni». - GIOVANNA VITALE

 

Con la scusa del popolo

di GAD LERNER


LA CACCIA ai rom scatenata in tutta Italia sta cominciando a suscitare disagio, ma non ancora la necessaria rivolta morale.

Difficile, soprattutto per dei politici, mettersi contro il popolo. Col rischio di passare per difensori della delinquenza, dei violentatori, dei ladri di bambini. E' questa, infatti, la percezione passivamente registrata dai mass media: un popolo esasperato, l'ira dei giusti che finalmente anticipa le forze dell'ordine nel necessario repulisti.

Ma siamo sicuri che "il popolo" siano quei giovanotti in motorino che incendiano con le molotov gli effetti personali degli zingari fuggiaschi, le donne del quartiere che sputano su bambini impauriti e davanti a una telecamera concedono: "Bruciarli magari no, ma almeno cacciarli via"? Che importa se parlano a nome del popolo i fautori della "derattizzazione" e della "pulizia etnica", i politici che in campagna elettorale auspicarono "espulsioni di massa", i ministri che brandiscono perfino la tradizione cattolica per accusare di tradimento parroci e vescovi troppo caritatevoli?

La vergogna di Napoli, ma anche di Genova, Pavia e tante altre periferie urbane, non ha atteso l'incitamento dei titoloni di prima pagina, cui ci stiamo purtroppo abituando. "Obiettivo: zero campi rom" (salvo scatenarsi se qualche sindaco trova alloggi per loro). "I rom sono la nuova mafia" (contro ogni senso delle proporzioni). "Quei rom ladri di bambini" (la generalizzazione di un grave episodio da chiarire). Dal dire al fare, il passo dell'inciviltà è compiuto. Perfino l'operazione di polizia effettuata ieri con 400 arresti e decine di espulsioni sembra giungere a rimorchio. La legge preceduta in sequenza dalla furia mediatica e popolare, come se si trattasse di una riparazione tardiva.

Chi si oppone è fuori dal popolo. Più precisamente, appartiene alla casta dei privilegiati che ignorano il disagio delle periferie. Ti senti buono, superiore? Allora ospitali nel tuo attico! L'accusa, e l'irrisione, risuonano ormai fin dentro al Partito democratico. Proclama Filippo Penati, presidente di centrosinistra della Provincia di Milano: "I rom non devono essere 'ripartiti', bisogna farli semplicemente ripartire". E accusa Prodi di non aver capito l'andazzo, di non aver fatto lui quel che promettono i suoi successori. Nel 2006 fu Penati, insieme al sindaco Moratti, a chiedere al comune di Opera di ospitare provvisoriamente 73 rom (di cui 35 bambini). Dopo l'assedio e l'incendio di quel piccolo campo, adesso è stato eletto sindaco di Opera il leghista rinviato a giudizio per la spedizione punitiva. Mentre si è provveduto al trasferimento del parroco solidale con quegli estranei pericolosi.
 

La formula lapalissiana secondo cui "la sicurezza non è né di destra né di sinistra" appassisce, si rivela inadeguata nel tumulto delle emozioni che travolge la cultura della convivenza civile. Perfino la politica sembra derogare dal principio giuridico della responsabilità individuale di fronte alla legge. Perché un conto è riconoscere le alte percentuali di devianza riscontrabili all'interno delle comunità rom, che siano di recente immigrazione dalla Romania, oppure residenti da secoli in Italia, o ancora profughe dalla pulizia etnica dei Balcani. Un conto è contrastare gli abusi sull'infanzia, la piaga della misoginia e delle maternità precoci, i clan che boicottano l'inserimento scolastico e lavorativo, la pessima consuetudine degli allacciamenti abusivi alla rete elettrica e idrica.

Altra cosa è riproporre lo stereotipo della colpa collettiva di un popolo, giustificandola sulla base di una presunta indole genetica, etnica. Quando gli speaker dei telegiornali annunciano la nomina di "Commissari per i rom", sarebbe obbligatorio ricordare che simili denominazioni sono bandite nella democrazia italiana dal 1945. Il precetto biblico dell'immedesimazione - "In ogni generazione ciascuno deve considerare se stesso come se fosse uscito dall'Egitto" - dovrebbe suggerirci un esercizio: sostituire mentalmente, nei titoli di giornale, la parola "rom" con la parola "ebrei", o "italiani". Ne deriverebbe una cautela salutare, senza che ciò limiti la necessaria azione preventiva e repressiva.

La categoria "sicurezza" non è neutrale. Ne sa qualcosa il centrosinistra sconfitto alle elezioni, e solo degli ingenui possono credere che se Prodi, Amato o Veltroni avessero cavalcato l'allarme sociale con gli stessi argomenti della destra il risultato sarebbe stato diverso. Qualora il nuovo governo applichi con coerenza la politica di sicurezza annunciata, è prevedibile che nel giro di pochi anni il numero dei detenuti raddoppi, o triplichi in Italia. Scelta legittima, anche se la sua efficacia è discutibile. Quel che resta inaccettabile è il degrado civile, autorizzato o tollerato con l'alibi della volontà popolare. Insopportabili restano in una democrazia provvedimenti contrari al Codice di navigazione - l'obbligo di soccorso alle carrette del mare - o che puniscano la clandestinità sulla base di criteri aleatori di pericolosità sociale.

Da più parti si spiega l'inadeguatezza della sinistra a governare le società occidentali con la sua penitenziale vocazione "buonista". E' un argomento usato di recente da Raffaele Simone nel suo "Mostro Mite" (Garzanti), salvo poi trarne una previsione imbarazzante: la cultura di sinistra col tempo sarebbe destinata a essere inclusa, digerita dalla destra. Discutere un futuro lontano può essere ozioso, ma è utile invece riscontrare l'approdo a scelte comuni là dove meno te l'aspetteresti: per esempio sulla pratica delle ronde a presidio del territorio.

Naturalmente gli assalti di matrice camorristica ai campi rom di Ponticelli non sono la stessa cosa della Guardia nazionale padana. Che a sua volta non va confusa con i volontari di quartiere proposti dai sindaci di sinistra a Bologna e a Savona. Nel capoluogo ligure, per giustificare la proposta, è stata addirittura evocata l'esperienza del 1974, quando squadre antifasciste pattugliarono la città dopo una serie di bombe "nere". Il richiamo ai servizi d'ordine sindacali o di partito è suggestivo, quasi si potesse favorire così un ritorno di partecipazione e militanza che la politica non sa più offrire. Ma è dubbio che nell'Italia del 2008 - afflitta da nuove forme di emarginazione come i lavoratori immigrati senza casa, le bidonvilles fucine di criminalità ma spesso impossibili da cancellare - le ronde possano considerarsi uno strumento di democrazia popolare.

Dobbiamo sperare in una reazione civile agli avvenimenti di questi giorni, prima che i guasti diventino irrimediabili. Già si levano voci critiche ispirate a saggezza, anche nella compagine dei vincitori (Giuseppe Pisanu). Il silenzio, al contrario, confermerebbe solo l'irresponsabilità di una classe dirigente che ha già cavalcato gli stupri in chiave etnica durante la campagna elettorale.

(16 maggio 2008) http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/16/096con.html

 

 

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2008/05/16/141il.html

il pogrom moderno

"Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case": proprio voi, telespettatori, lettori di giornali, guardate e chiedetevi se sono esseri umani questa donna, quest' uomo e questo bambino che una fotografia terribile ci ha mostrato caricati coi loro stracci sul pianale di un' Ape, in fuga davanti a popoli ebbri di sangue.Così, con le parole di Primo Levi, avrebbe potuto e dovuto cominciare qualunque reportage sugli eventi di Ponticelli se il giornalismo riuscisse sempre ad avere una memoria lunga e una funzione civile, se non si riducesse talvolta a essere la registrazione muta di orrori quotidiani o la feroce amplificazione di pregiudizi e razzismi diffusi. Là dove si alzano ancora cumuli di immondizia le fiamme consumano ora baracche, materassi e stracci nelle tane dove altri esseri umani hanno trovato un rifugio meno che bestiale. La parola pogrom è uscita dalle rievocazioni storiche della Shoah per diventare realtà. Non è nemmeno escluso che si possa alla fine scoprire che stavolta - per la prima volta - gli zingari hanno cominciato a rubare bambini, come voleva il pregiudizio di quell' Italia contadina che aveva tanti figli e non conosceva altra ricchezza che la sua prole. Ma c' è un' altra prima volta, questa certa e indiscutibile, che riguarda noi, gli italiani. Da oggi la parola «pogrom» ha cessato di indicare solo tragedie di altri tempi e di altri popoli per diventare la definizione di atti compiuti da folle di italiani. Dobbiamo capire perché: e non ci aiutano le grida di incoraggiamento alle folle inferocite che giungono quasi da ogni parte politica. Bisognerebbe che qualcuno facesse un esame pacato di quel che è accaduto nelle nostre città e in quella vasta, informe e desolata periferia in cui è stata trasformata tanta parte del suolo della penisola. Come tutti sanno, la mercificazione dei suoli edificabili è stata una fonte essenziale per risolvere i problemi di bilancio delle amministrazioni pubbliche. Chi doveva pensare a provvedere di luoghi vivibili gli emarginati, gli immigrati, i residui gruppi umani non stanziali, ha fatto tutt' altro. Una frazione crescente di umanità abita oggi in Italia sotto i ponti dei fiumi e delle autostrade, vicino alle discariche, in contesti di discarica obbligata, senza acqua corrente, con stufe di fortuna. Qualcuno forse ricorda ancora altri bambini oltre a quelli «rubati» dai rom - i figli di famiglie rom morti nei roghi provocati da stufe occasionali. E ci sono altre storie che hanno un sapore tristemente familiare: quella del bambino rom che non vuole più andare a scuola perché i compagni lo escludono dal gruppo e dicono che è sporco, che puzza. Anche per gli ebrei dei secoli scorsi si diceva che fossero sporchi e riconoscibili dall' odore: ma lo dicevano coloro che prima li avevano chiusi negli spazi stretti e senza acqua dei ghetti. Ma il problema in assoluto più grave è un altro: come e perché gli italiani sono diventati razzisti? Come e quando le autorità di governo prenderanno iniziative serie per l' integrazione civile e per la tutela giuridica di tutti gli abitanti del paese? Per ora, si assiste solo a una gara a chi grida di più, a chi trova le parole più minacciose contro gli sventurati, contro i dannati della terra. E' una raffica di provvedimenti di polizia, veri o ventilati, una gara in cui sono impegnati amministratori locali e poteri centrali di ogni colore e che sarebbe ridicola se non fosse tragica per gli effetti di insicurezza e di violenza che provoca. Siamo già alle ronde. Aspettiamo l' arrivo degli squadroni della morte e delle polizie fai-da-te. Certo, se lo sguardo si ferma non su quella fotografia ma sulle altre che le fanno dissonante compagnia sulle prime pagine - quelle scattate nelle aule del Parlamento - ci sarebbe di che rallegrarsi. Non più risse nel Palazzo: anzi un venticello dolce di mutuo rispetto tra maggioranza e opposizione, un gusto della correttezza, uno scimmiottamento del perfetto stile anglosassone che fanno pensare a quelle caricature dei nostri vezzi provinciali in cui eccelleva Alberto Sordi. Di fatto nel Palazzo circola un' aria di intesa e di pace che riscalda il cuore: il governo e la sua ombra camminano lungo la stessa linea di luce, come si conviene a un paese che ha una coscienza non più divisa. E tuttavia, è spontaneo per chi ha una memoria lunga riflettere sulla opposizione speculare tra l' Italia nuova, quella della pace nei palazzi del potere e della guerra tra poveri, e l' Italia antica, quella della durissima lotta tra partiti inconciliabili e dello spirito di solidarietà diffuso in una società memore della sua storia e delle sue radici popolari. Oggi il Palazzo e la Piazza appaiono ancora una volta divisi, ma la loro divisione è di tipo insolito e inquietante. Diceva Francesco Guicciardini della Firenze del ' 500 che «spesso tra il palazzo e la piazza c' è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che...tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che si fanno in India». Oggi ancora una volta la scena italiana è divisa tra il palazzo e la piazza. Ma se allora era il popolo che non vedeva ciò che facevano i potenti nel palazzo, oggi sono i potenti che sembrano non vedere quel che accade nelle piazze e nelle periferie di questo nostro paese. O forse lo vedono: forse il pensiero nascosto dietro tutto quel fair play è che conviene a chi sta sul ponte di comando lasciare che la violenza scatenata dal malgoverno sia incanalata contro i soliti capri espiatori. - ADRIANO PROSPERI

Manifesto – 17.5.08

 

Prima che sia troppo tardi - Livio Pepino

Dopo Napoli, Roma. Campi nomadi in fiamme. Uomini e donne che lanciano bottiglie molotov contro altri uomini e donne colpevoli di essere nati altrove e di essere malvestiti e straccioni. Forze di polizia in assetto di guerra che sgombrano campi, sotterranei e giardini, cacciando via (non si sa verso dove) una umanità dolente, sol perché povera e straniera. E, al seguito della polizia, camion della nettezza urbana che caricano e avviano alla distruzione materassi sporchi, suppellettili rotte, vecchi elettrodomestici (cioè le case dei poveri). Il tutto mentre circolano bozze di disegni di legge in cui si criminalizza un popolo e si affida al carcere (e ai suoi omologhi: i centri di detenzione, presto tali anche nel nome) la funzione esclusiva di discarica sociale. E ciò senza opposizione, senza proteste eclatanti, mentre in Parlamento si consuma il rito surreale di un palazzo pacificato. Chiunque ha una esperienza anche minima di questioni sicuritarie sa che tutto questo non c'entra nulla con la «sicurezza» dei cittadini. La «sicurezza», a cui, legittimamente aspiriamo tutti è altro: una prospettiva di vita degna di essere vissuta per noi e per i nostri figli, vivere in un ambiente accettabile e ospitale, sapere di non essere considerati rifiuti per il solo fatto di essere vecchi o malati. Se non cambierà questo scenario non saremo mai sicuri. La «sicurezza» è una cosa terribilmente seria e delicata e come tale va affrontata. Sappiamo bene, e non da oggi, che le ragioni della paura e dell'inquietudine stanno anche nella diffusione di forme odiose di criminalità e di comportamenti devianti (degli autoctoni e degli stranieri); e sappiamo che, in ogni caso, a chi ha paura occorre dare risposte e non citare statistiche. Ma ciò rappresenta l'inizio, non la fine, del discorso. È, in altri termini, la base su cui costruire con pazienza e senza demagogia risposte attendibili: un rilancio del welfare che tenga conto dell'esperienza e dei fallimenti - anche sull'immigrazione - dei paesi a noi vicini, dalla Francia all'Inghilterra; una politica alta, che si proponga di governare fenomeni sociali complessi e non di esorcizzarli seminando odio e paura; un'informazione che provi a rappresentare la complessità del reale e non a proporre false equazioni tra immigrazione e criminalità; politiche di integrazione rigorose lungimiranti; interventi di riqualificazione del territorio; e anche - certamente - politiche penali rinnovate, purché dirette a reprimere in modo giusto i fatti e non a sanzionare il colore della pelle. Non è questo ciò che è stato predicato in campagna elettorale (a destra e a sinistra) e che, ora, si realizza. Quel che si sta delineando è la sostituzione della razionalità e della politica con la pratica dell'odio verso il diverso: oggi l'islamico o il rom, come ieri l'ebreo. Ciò produrrà solo una sicurezza temporanea e apparente, in attesa che si prepari il nuovo nemico da odiare e da distruggere. Fino a quando ci risveglieremo, sperando che non sia troppo tardi.

L'ultima maschera
del nuovo statista

di EUGENIO SCALFARI


COMINCIO questa mia rassegna settimanale dei principali fatti e misfatti politici con una citazione. E' tratta da un libro di Alexis de Tocqueville, "La democrazia in America" scritto due secoli fa e ormai diventato un classico. L'ha ricordato Umberto Eco nella sua "bustina" sull'Espresso di venerdì.

"Nella vita di ogni popolo democratico c'è un passaggio assai pericoloso, quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente dell'abitudine alla libertà. Arriva un momento in cui gli uomini non riescono più a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore e da un momento all'alto può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla. Non è raro vedere pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o distratta e che agiscono in mezzo all'universale immobilità cambiando le leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi. Non si può fare a meno di rimanere stupefatti di vedere in quali mani indegne possa cadere anche un grande popolo". Aggiungo per doverosa completezza l'avvertenza che spesso compare in certi film che trattano problemi e casi di stretta attualità: "Ogni riferimento a personaggi reali è infondato o puramente casuale".

Abbiamo assistito ed assistiamo, dopo la vittoria del centrodestra ad una profonda trasformazione del leader di quella parte politica, da pochi giorni asceso per la quarta volta in 14 anni alla presidenza del Consiglio. Tanto è stato demagogico e iracondo nelle sue precedenti apparizioni e tanto appare oggi uno statista pensieroso del bene comune. Molti dubitano della sincerità di questa trasformazione.

Un campione intervistato da "Sky Tg24" su questo tema, rispondendo alla domanda "è sincero o è bugiardo?" ha dichiarato per l'82 per cento "è bugiardo". Una parte consistente del campione è formata evidentemente da persone che appena pochi giorni prima avevano votato per lui. Ciò rende estremamente pertinente l'analisi di Tocqueville.
Ma io non credo - e l'ho già scritto domenica scorsa - che Silvio Berlusconi, bugiardo per antonomasia, in questo caso menta. E' un grande attore e un grande venditore del suo prodotto, cioè di se stesso, e come tutti i grandi attori si immedesima completamente con ciò che dice. Nel momento in cui decide di assumere e interpretare il personaggio dello statista, quella maschera diventa vera, diventa realtà, l'attore si comporta da statista e lo è. Quindi va preso sul serio. Del resto in politica le parole sono pietre ed è precluso fare il processo alle intenzioni.

Tuttavia la memoria delle maschere assunte in precedenza rimane e deve rimanere perché l'attore può cambiar maschera a suo piacimento e in qualunque momento se gli ostacoli che incontra lungo la strada si rivelino troppo difficili e troppo ostici ai suoi interessi e alle sue ambizioni. Il grande attore non ha convinzioni proprie e una propria identità: si immedesima nella parte e quella è la sua forza. Finita una recita ne comincia un'altra; talvolta interpreta due parti e due personaggi diversi e addirittura contrapposti. In queste situazioni pirandelliane Berlusconi ci si ritrova molto bene e tutti noi, cittadini di questo Paese, dobbiamo ricordarcelo.

Ho detto che il grande attore non ha convinzioni proprie o, se pure ne ha, esse sono irrilevanti di fronte alla sua personalità recitante. Ma quando la recita è finita le sue pulsioni istintuali affiorano e determinano i suoi comportamenti. Abbiamo imparato a conoscerle, le pulsioni istintuali di Berlusconi che è sulla scena nazionale da ormai trent'anni. Il neo-statista va preso sul serio e gli si può e anzi gli si deve fare un'apertura di credito; del resto le elezioni le ha vinte e la sua legittimità è piena e fuori discussione. Non altrettanto la sua tempra morale e politica. Perciò con lui la disponibilità deve andare di pari passo alla memoria vigile e al riscontro costante tra parole e fatti, tra intenzioni e realizzazioni.

* * *
La sua campagna elettorale e quella dei suoi alleati Bossi e Fini è stata costruita soprattutto sul tema della sicurezza. Gli errori del centrosinistra su questo tema sono stati molti e gravi: la maggioranza si è più volte sfaldata, i dirigenti della sinistra radicale hanno frequentemente bloccato provvedimenti di energica prevenzione e di necessaria repressione predisposti a suo tempo dal ministro dell'Interno Giuliano Amato in accordo con Prodi. La magistratura, le sue lentezze e i suoi riti hanno fatto il resto e la delinquenza ha goduto di una diffusa impunità. Non tale tuttavia da rappresentare una minaccia nazionale. Se essa è balzata al primo posto nelle preoccupazioni degli italiani ciò è avvenuto perché la percezione di quella minaccia e la paura che ne è derivata sono state cavalcate senza risparmio e senza ritegno dai triumviri del centrodestra.

Cecità di fronte al fenomeno della micro-delinquenza da parte della sinistra radicale, eccitamento della paura da parte della destra: in queste condizioni i richiami alla ragione e al senso di responsabilità dei democratici sono caduti nel vuoto.

Immediatamente dopo la vittoria elettorale di Berlusconi è scoppiata la sindrome delle ronde di strada, della repressione fai-da-te, del giustizialismo di quartiere. Nelle province di camorra la criminalità organizzata si è trasformata in giustizialismo di piazza: la manovalanza camorrista ha preceduto la polizia e i carabinieri, l'assalto ai campi rom è venuto prima delle leggi in corso di redazione da parte del nuovo ministro dell'Interno il quale, in accordo con il sindaco di Milano e con quello di Roma, ha anche istituito la nuovissima figura del "Commissario ai rom".
Che cosa debba fare un commissario addetto ad un'etnia è un mistero, ma una cosa è certa: si tratta di un'inutile e pericolosissima criminalizzazione d'una collettività.

Maroni si affanna da qualche ora a ridimensionare gli aspetti abnormi di queste sue iniziative strombazzate a pieno volume durante la campagna elettorale. Il reato di immigrazione clandestina, che costituiva uno dei punti forti della predicazione leghista, ha dovuto essere depennato di fronte alle obiezioni del capo dello Stato e dell'opinione pubblica europea, ma resta un contesto non solo repressivo ma persecutorio che eccita ancora di più la gente di mano e il teppismo della destra estrema.

L'altro ieri a Napoli uno stuolo di mamme scarmigliate e urlanti voleva scacciare alcuni handicappati-rom che per una notte erano stati ricoverati in un convitto dopo l'incendio del campo di Ponticelli. "Bruciarli no, ma scacciarli sì e subito" urlavano quelle mamme ed una in particolare che era la più agitata. Si è poi saputo che è la moglie del boss camorrista di quel quartiere.
A questo siamo arrivati, ma c'è una logica nella follia d'aver cavalcato la paura fino a questo punto: poiché miracoli in economia non se ne potranno fare, bisognava suscitare un nemico interno sul quale scaricare le tensioni e doveva essere un nemico capace di concentrare su di sé l'immaginario della nazione. Ora quell'isteria dell'immaginario ha preso la mano da Napoli a Verona e può dar luogo a conseguenze assai gravi.

* * *
Walter Veltroni ha fatto bene ad incontrare Berlusconi a Palazzo Chigi venerdì mattina. Dal resoconto fatto dallo stesso segretario del Pd risulta che abbiano toccato vari e importanti argomenti: dalle riforme istituzionali da fare insieme ai programmi dei due schieramenti che restano invece, come è giusto che sia, fortemente conflittuali.

In particolare hanno parlato di Rai (qui la conflittualità è massima) di sostegno dei salari (anche su questo punto non c'è stato accordo) di legge elettorale europea (istituzione d'una soglia di sbarramento del 3 per cento).

Non si è parlato invece di sicurezza, per riguardo (così è stato detto) alle prerogative del Capo dello Stato cui spetta di controfirmare i decreti e i disegni di legge.
A noi non sembra una buona cosa avere escluso dall'agenda di questo primo incontro il tema della sicurezza. Al dà degli specifici provvedimenti di prevenzione e di repressione che si dovranno adottare, resta una visione d'insieme che riguarda - come scrive Tocqueville nella citazione sopra riportata - "il gusto di civiltà e di libertà".

La nostra visione di cittadini democratici mette strettamente insieme la legalità, la protezione dei cittadini, la certezza delle pene, la repressione rigorosa della giustizia di strada e delle ronde "volontarie", l'opposizione più ferma ad ogni criminalizzazione di etnie e di collettività.

Questo avremmo voluto che il segretario del Pd dicesse a titolo di premessa nel suo primo incontro con il presidente del Consiglio. Sappiamo che questa visione e questi valori appartengono interamente al patrimonio etico-politico di Veltroni e del partito da lui guidato. Vogliamo sperare che siano condivisi anche da Silvio Berlusconi nella sua nuova veste di statista. Ma se ci si deve impegnare in una politica di dialogo istituzionale, questi valori non possono essere sottaciuti e dati per noti; vanno viceversa proclamati e la loro condivisione va posta come premessa e condizione indispensabile al dialogo. Se non fossero condivisi e tradotti in atti legislativi e in linee guida amministrative conformi, il dialogo non potrebbe e non dovrebbe evidentemente aver luogo.

* * *
Poche altre cose vogliamo aggiungere a proposito delle riforme istituzionali che maggioranza ed opposizione dovranno portare avanti insieme.

Ben venga il riconoscimento da parte di Berlusconi del governo-ombra come interlocutore del governo governante. Ma non c'è soltanto il Partito democratico all'opposizione, sicché se si vorrà formalizzare questa novità bisognerà volgere al plurale quella parola perché tutte le opposizione hanno il diritto di interloquire. Oppure non si formalizzi nulla e si aumentino piuttosto i poteri di controllo del Parlamento in pari misura ai maggiori poteri che è giusto riconoscere al presidente del Consiglio, capo dell'Esecutivo.

E' passato quasi sotto silenzio (se si esclude il lucido articolo di Ignazio Marino su "Repubblica" di venerdì) il fatto che nel nuovo governo non esiste più il dicastero della Sanità, derubricato come parte del dicastero del "Welfare" affidato ad un sottosegretario o vice ministro che sia.

La derubricazione d'un ministero le cui attribuzioni sono sotto l'usbergo della Costituzione sotto forma del diritto alla salute di tutti i cittadini, è incomprensibile e inaccettabile. Capisco che la derubricazione possa esser gradita ai presidenti delle Regioni più ricche ma proprio per mantenere la parità di prestazioni sanitarie secondo il bisogno e non secondo il reddito che la Costituzione sancisce, non si può abolire il ministero della Salute e disossare il Servizio sanitario nazionale.
Questa materia riporta l'attenzione sul federalismo fiscale, altro tema delicatissimo che fa parte di quelle riforme da fare insieme tra maggioranza ed opposizione.

Bossi ha programmato da tempo la sua secessione dolce del Lombardo-Veneto basata su un federalismo fiscale spinto all'estremo e Berlusconi, Tremonti e Fini gli hanno dato carta bianca. Dove ci può portare questo salto nel buio in termini politici ed economici è ancora del tutto ignoto. I primi studi effettuati da economisti indipendenti mostrano squilibri fortissimi tra Nord e Sud, tra regioni ricche e regioni povere, tra entrate tributarie incassate e fonti di reddito che le generano.

Il federalismo fiscale si ripercuote anche su alcuni principi costituzionali, sul Senato federale, sulla composizione e i poteri della Corte Costituzionale. Se non ci sarà accordo su queste complesse e delicatissime questioni il governo dovrà procedere da solo e poiché non dispone della maggioranza necessaria per leggi di natura costituzionale dovrà ricorrere ad un referendum che spaccherebbe il Paese in due.

Ci pensi bene il neo-statista di Palazzo Chigi. Noi ci auguriamo che la sua sopravvenuta saggezza gli porti consiglio e gli dia la forza di far marciare i suoi alleati in accordo con lui anziché lui in accordo con loro. In caso contrario la strada sarà tutta in salita e non sarebbe un bene per un Paese che ha bisogno di crescere crescere crescere. Crescere soprattutto moralmente, signor presidente del Consiglio, perché questa è ormai diventata la nostra principale emergenza. (18 maggio 2008)

(http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/nuovo-governo/mschera-statista/mschera-statista.html)

 

http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/sicurezza-politica4/intervista-eurodeputata/intervista-eurodeputata.html

Viktoria Mohacsi, deputata ungherese a Strasburgo ha visitato
i campi romani del Casilino. "Una situazione orribile"
Nomadi, la parlamentare Rom
"Attenta Italia, c'è un brutto clima"
"Questa gente ha paura. Vivono in Italia da decenni senza nessun riconoscimento"
"Arrestate e tenete in galera chi commette crimini, ma evitate la confusione"
di CLAUDIA FUSANI


 
L'on. Victoria Mohacsi
ROMA - "Attenzione, c'è un bruttissimo clima. Ricordiamoci cosa è successo negli anni trenta in Europa. La mia relazione al Parlamento europeo su quello che ho visto in Italia racconterà di questo clima. E sarà molto dura". Trentatré anni, minuta, faccia da gitana è proprio il caso di dire, sguardo intenso, anche un po' triste. Si chiama Viktoria Mohacsi, è rom di origine ungherese e dal 2004 è eurodeputato dell'Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa (Eldr). Da quattro anni, con un'altra eurodeputata di origine rom però rumena, ha l'incarico di monitorare le condizioni di vita dei 150 mila gipsy che vivono in Europa. E' la prova, semmai ce ne fosse bisogno, che è troppo facile e altrettanto sbagliato dire rom quindi zingaro quindi criminale.

Con l'aria che tira in Italia - pacchetti sicurezza, annunci di misure straordinarie, esplusioni di massa, limitazione dello spazio di libera circolazione Schengen, ronde contro gli zingari e molotov contro le baracche - Mohacsi è stata spedita qui da Annemie Neyts-Uytteboeck, leader dell'Eldr di cui fanno parte anche i radicali. L'eurodeputata infatti è accompagnata nella sua visita nella paura rom dal segretario dei radicali Rita Bernardini e dai deputati Marco Beltrandi e Maurizio Turco, eletti nelle liste del Pd. Mohacsi ha visitato il campo nomadi di Castel Romano e nel pomeriggio "Casilino 900", ammucchiata di lamiere lungo la via Casilina di cui anche Francesco Rutelli, in campagna elettorale, aveva annunciato lo smantellamento. Portare le ruspe in quel campo è uno dei primi obiettivi del sindaco Alemanno.

Domani Mohacsi andrà a Napoli "dove mi dicono che la situazione sia peggiore che altrove" e poi lunedì pomeriggio farà il suo rapporto al Parlamento europeo sullo status dei rom in Italia. Viktoria Mohacsi parla un perfetto inglese ma porta con sé un interprete, un giovane di Timisoara. Nei due campi visitati oggi non ci sono stati nei giorni scorsi nè blitz di vigili né pattuglioni delle forze dell'ordine. Sono più o meno legali, se non autorizzati almeno riconosciuti, e ci vivono circa mille e quattrocento persone. "Sono venuta qui - dice Mohacsi - soprattutto per vedere e ascoltare".

In quali condizioni ha trovati i campi?
"Ho visto più di mille persone che vivono in condizioni orribili. Soprattutto nel secondo campo (Casilino 900 ndr) non sono garantite le minime condizioni di igiene e di sicurezza. Non c'è acqua, non c'è corrente elettrica, le persone vivono in baracche fatiscenti, umide, sporche, tutto è assolutamente precario. Sono negati i diritti umani e civili basilari come l'assistenza sanitaria e l'accesso alle scuole. Non esiste nulla di simile negli altri paesi europei".

Cosa le hanno raccontato i rom che vivono in questi campi?
"Hanno paura, molta paura. Sono diffidenti. Anche quando siamo arrivati noi, lì per lì hanno mostrato diffidenza. Si tratta di persone che vivono in Italia da oltre vent'anni, per lo più di origine bosniaca, eppure non hanno documenti e nessun tipo di diritto riconosciuto. Mi è stato riferito che da un paio di mesi sta accadendo qualcosa che non era mai successo prima: almeno due rom sono stati presi dalla polizia, picchiati, portati in cella due giorni e poi rilasciati".

Saranno stati responsabili di qualche reato.
"No, non sono stati accusati di nulla. Semplicemente la polizia è venuta, li ha presi e li ha picchiati. A Castel Romano mi hanno raccontato che di notte girano gruppi di italiani armati di coltello e di pistole e bombe molotov, e così gli uomini del campo si sono organizzati per fare le ronde, tutta la notte fino all'alba".

Quali nazionalità vivono in questi campi?
"Per lo più bosniaci, kosovari, slavi, gente che è qui da decenni. E, ripeto, non hanno ancora un documento di identità o per l'accesso al servizio sanitario".

L'etnia rom conta numerose nazionalità, compresa quella italiana. E quella rumena, sicuramente la comunità più numerosa. E poi ci sono i rumeni e basta, che non c'entrano nulla con i rom. Crede che sia stata fatta un po' di confusione?
"Un po'? E' stata fatta molta confusione. Troppa. Qui ora sono gli zingari sono tutti rumeni e comunque sono tutti criminali. Non è così. La responsabilità della politica è proprio questa: aver semplificato il messaggio. Non è affatto positivo per un partito come quello che ha vinto le elezioni in Italia che la campagna elettorale si sia basata soprattutto sul sentimento antirom. Questa non è politica. Crea solo risentimento, incita all'odio, a sparare nel mucchio".

Dopo Roma, andrà a Napoli dove la situazione è, se possibile, ancora peggiore. Saprà, ad esempio, che pochi giorni fa una donna rom è entrata in una casa e ha cercato di portare via un neonato. E che ci sono state le ronde contro i campi. Quale la soluzione?
"Io credo e ho fiducia nella democrazia e nei diritti. In questo ambito va trovata la soluzione. Quindi le regole devono essere rispettate da tutti e chi sbaglia deve pagare. Chi commette un crimine deve essere arrestato. La giustizia italiana deve arrestare chi delinque e tenerlo in carcere. Questa è democrazia. Chi sbaglia paga. Non si può mescolare tutto".

Dirà questo nella sua relazione al Parlamento europeo?
"Anche. Non solo".

(17 maggio 2008)  
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/sicurezza-politica4/accuse-italia/accuse-italia.html
 
L'eurodeputata rom Viktoria Mohacsi (Eldr) dopo la visita di due giorni
negli insediamenti di Roma e Napoli. "Ecco le mie denunce al Parlamento"

'Blitz nei campi rom e bimbi spariti'
L'accusa dell'inviato Ue all'Italia

"Razzie di poliziotti senza spiegazioni". Non esiste "una vera politica sull'immigrazione"
"Perché non avete mai chiesto l'accesso ai finanziamenti per l'integrazione?"
di CLAUDIA FUSANI

L'eurodeputata di origini rom Viktoria Mohacsi (Eldr)

ROMA - Parlerà a Strasburgo, seduta plenaria del Parlamento europeo, Commissione dei diritti umani. Parlerà di quello che ha visto in questi due giorni visitando i campi rom tra Roma e Napoli. E lancerà contro l'Italia un grave atto di accusa: violazione dei fondamentali diritti umani, bambini di cui si sono perse le tracce, razzie notturne della polizia. Vittoria Mohacsi, l'eurodeputato rom di origine ungherese è arrivata in Italia venerdì sera inviata dal suo partito (Eldr) per capire cosa sta succedendo in Italia tra annunci di deportazioni e di rimpatri di massa. Ospite del Partito Radicale sabato ha visitato due campi nella capitale (Castel Romano e Casilino 900, circa 1400 persone) e domenica è stata Napoli, dove l'intolleranza verso i rom è emergenza sociale e di sicurezza dopo gli incendi appiccati nel campo di Ponticelli. "E' tutto bruciato, le persone sono state sfollate e messe al sicuro durante la notte, una scena desolante" dice l'europarlamentare ospite di un convegno dei Radicali nella sede di Torre Argentina. Stasera pronuncerà il suo atto di accusa al momento raccolto in appunti in un quaderno rosa a disegni cachemire. Il cahier des dolehances si sviluppa lungo due direttrici. La prima di carattere politico e denuncerà la "totale assenza" in Italia di una politica per l'immigrazione. La seconda riguarda le denunce che gli stessi rom hanno rappresentato all'europarlamentare europea.

La difficoltà di avere dati certi. Purtroppo, ha spiegato l'eurodeputata di origini rom, 33 anni e tre figli, "ho avuto molta difficoltà ad avere dati e numeri attendibili sulla comunità rom in Italia" un fatto grave di per sè perchè dimostra che c'è scarsa conoscenza del fenomeno. Le informazioni più certe sono state fornite dall'Opera nomadi: "In Italia ci sono circa 200 mila rom di varie etnie di cui solo 80 mila sono residenti in Italia. Degli altri centoventimila la maggioranza sono semillegali. Soprattutto non esistono dati su quale era la situazione prima dell'ingresso nella Ue di Romania e Bulgaria" i paesi dove vive la maggior concentrazione rom. Il problema vero è che di tutte queste persone non esiste una banca dati che dica da quanto tempo sono qui, la nazionalità, manca un identikit della comunità.
"L'Italia non ha una politica sull'immigrazione". L'assenza di dati certi dimostra che manca il presupposto per la soluzione di ogni problema: la conoscenza. "L'Italia non ha una politica sull'immigrazione, non ha mai riconosciuto i rom neppure come minoranza linguistica e non ha una politica per le minoranze etniche. Ho incontrato persone che vivono qui anche da quaranta anni e ancora non hanno uno straccio di documento". Secondo Mohacsi la politica dell'Italia con gli stranieri è "assurda": "Non si base su legami geografici ma su vincoli di sangue (la cittadinanza viene data non in base allo ius soli ma in base allo ius sanguinis ndr); molti dei 120 mila senza documenti hanno ancora passaporti con la dicitura Jugoslavia che tutti sappiamo non esistere più". Adesso la politica del governo sembra orientarsi verso i rimpatri di massa ma "la maggior parte di queste persone non ha patria. Sono cittadini europei che sarebbero trasbordati da un posto all'altro. Fare quello che vuol fare l'Italia significa solo spostare il problema". L'Italia "non riconosce agli immigrati i diritti fondamentali: l'istruzione, la casa, l'assistenza sociale e sanitaria". Questo stasera Mohacsi dirà a Strasburgo.

"Si sentono come se fossero a Auschwitz". I campi sono in condizioni
"orribili" , le persone vivono in baracche di lamiere, in mezzo ai rifiuti e ai topi, senza acqua corrente e senza luce. "Non ci sono servizi di alcuno tipo nelle vicinanze - racconta l'europarlamentare - . A Castel Romano su mille persone, 5 forse 6 hanno la cittadinanza. Una donna mi ha detto che si sente come se fosse ad Auschwitz...". Una citazione che non deve sembrare casuale. Durante la seconda guerra mondiale furono uccisi 500 mila zingari vittime del reich e dei folli progetti di dominazione razziale. Molti di loro furono deportati e sterminati proprio ad Auschwitz. Nella lingua gitana si chiama Porrajmos, significa "divoramento" e indica la persecuzione.

"Le razzie dei poliziotti". Nel suo viaggio nei campi Mohacsi ha soprattutto ascoltato. "Al campo Casilino 900 - dice - mi hanno raccontato che ogni 3 o 4 giorni verso mezzanotte arrivano pattuglie di poliziotti in divisa e armati. Non chiedono nulla, semplicemente picchiano. Ogni volta portano via circa 20 persone che scompaiono per 48 ore. Li tengono in celle dove vengono picchiati. Poi li rilasciano. Mi è stato assicurato che chi viene portato via non ha precedenti e non è ricercato".

"I bambini scomparsi". E' un altro punto agghiacciante del resoconto che l'eurodeputata farà a Strasburgo. "A Napoli la situazione è ancora peggiore. L'avvocato dell'Opera nomadi mi ha detto che da due anni sono state perse le tracce di dodici bambini accusati di accattonaggio. Questi ragazzini sembrano spariti nel nulla, non esiste neppure un pezzo di carta. Ho incontrato un nonno di 60 anni disperato perchè non sa più nulla di suo nipote". Se ribatti che i minori vengono spesso usati dai genitori per rubare, scippare, furti in casa, una vera e propria piaga, la risposta di Mohacsi è: "Bisogna punire chi delinque e tenerlo in carcere. Non far sparire i bambini".

"Chi indaga sulle molotov?". Dopo il fatto della ragazza di 16 anni accusata di voler rapire un bambino, le razzie dei poliziotti "sono aumentate". "Ho chiesto - insiste Mohacsi - tramite l'avvocato dell'Opera nomadi cosa la giustizia stesse facendo e mi ha detto che non risultano inchieste. Nè sulla ragazza accusata di voler sequestrare un bambino, nè su chi ha lanciato le molotov contro i campi e li ha incendiati".

"L'Italia chiede i fondi Ue". L'eurodeputato sa di maneggiare una questione difficile, scivolosa e delicata. Sa che quella dei rom è "un'emergenza sociale" in tutta Europa. Ma occorre tentare, provare a distinguere il bene dal male, il buono dal cattivo. Guai generalizzare. Provarci è un obbligo per un paese civile. "Alcuni paesi come Repubblica Ceca, Spagna, Romania, Bulgaria hanno ottenuto 250 milioni di euro dalla Ue per i progetti di integrazione delle popolazioni rom. Perchè l'Italia non ha mai chiesto l'accesso a questi finanziamenti?". Perchè serve un progetto. E forse non c'è mai stato.

(19 maggio 2008)

 

Penati attacca il Prefetto: via i nomadi

Non «ripartizioni» tra i Comuni, ma «espulsioni per i delinquenti» e «accompagnamenti » alla frontiera per chi non ha mezzi di sussistenza. Perché «di queste persone non può essere il nostro welfare a farsi carico, ma quello dei paesi di provenienza ». Mai Filippo Penati era stato così netto. Lo spunto lo offre il prefetto Gian Valerio Lombardi che, in attesa di essere nominato commissario straordinario per l'emergenza rom, in mattinata aveva parlato di «redistribuire la presenza dei rom sul territorio » perché «la concentrazione a Milano è eccessiva». Il concetto era stato ribadito da Letizia Moratti: «Di fatto, il percorso era già stabilito nel patto per la sicurezza. Prevede che ciascun territorio assorba le presenze a secondo della propria capacità».
 
http://www.corriere.it/vivimilano/cronache/articoli/2008/05_Maggio/16/rom_penati_prefetto.shtml
 
«Niente ripartizioni sul territorio, ma espulsioni e accompagnamenti»
Penati attacca il Prefetto: via i nomadi
Il presidente della Provincia: «Non può essere il nostro welfare a farsi carico di queste persone, ma quello dei Paesi di provenienza»
 
MILANO - Non «ripartizioni» tra i Comuni, ma «espulsioni per i delinquenti» e «accompagnamenti » alla frontiera per chi non ha mezzi di sussistenza. Perché «di queste persone non può essere il nostro welfare a farsi carico, ma quello dei paesi di provenienza ». Mai Filippo Penati era stato così netto. Lo spunto lo offre il prefetto Gian Valerio Lombardi che, in attesa di essere nominato commissario straordinario per l'emergenza rom, in mattinata aveva parlato di «redistribuire la presenza dei rom sul territorio » perché «la concentrazione a Milano è eccessiva». Il concetto era stato ribadito da Letizia Moratti: «Di fatto, il percorso era già stabilito nel patto per la sicurezza. Prevede che ciascun territorio assorba le presenze a secondo della propria capacità».
«Così partiamo con il piede sbagliato — tuona Penati —. Significa accettare lo status quo, i 23 mila nomadi e i 200 campi che oggi ci sono tra Milano e Provincia. Se non diciamo basta, se ci limitiamo a un trasloco, presto avremo il problema di una nuova distribuzione». E dunque, annuncia il presidente, «fino a chiarimenti, la Provincia non parteciperà più al comitato per l'ordine e la sicurezza». Detto fatto, palazzo Isimbardi ha disertato la riunione di ieri. Aggiunge Penati: «Trovo singolare che il compito del commissario sia quello di passare sulla testa dei sindaci, quando tutto il pacchetto sicurezza ci dicono essere basato sul potere dei sindaci».
Poi, Penati snocciola la sua ricetta: «Primo, partiamo dai delinquenti. In Prefettura le liste saranno pronte in tempi rapidi. Per gli indesiderati, c'è solo l'espulsione». Secondo: «La direttiva Ue prevede che i cittadini comunitari possano risiedere dove vogliono, ma solo se dispongono di mezzi di sostentamento. Il pacchetto sicurezza deve prevedere il modo per accertarlo. E chi non dispone dei mezzi, dovrà essere accompagnato ». Come? «Per esempio, utilizzando il milione messo a disposizione dalla Provincia per noleggiare i pullman necessari ». Terzo: «Chiudere i flussi dalla Romania. Non si può chiedere di fare la carità a indigenti di altri paesi».
Il prefetto Lombardi, ricordando a Penati che «il commissario l'ha voluto anche lui», ribatte: «Io ho parlato di redistribuzione sul territorio, senza far nessuna menzione al territorio della provincia di Milano». Come dire che la ripartizione potrebbe essere su base regionale. Inoltre, prosegue il prefetto, «terremo tutti i campi regolari, otto a Milano, e rimuoveremo quelli irregolari. Mentre è già partita l'attività speciale di controllo dei campi nomadi». Chi esulta è il neo onorevole padano Matteo Salvini. Ha con sé la tessera di sostenitore della Lega numero 41508, ed è intestata a Penati: «Approvo ogni sua parola. Anzi, lo propongo come commissario all'emergenza. Però, queste cose le deve dire anche alla sua maggioranza. Spiegare che tutto è cambiato. Ma a quel punto, sarà cambiata anche la maggioranza». Conclude il capogruppo azzurro Bruno Dapei «Penati non è un opinionista ma un pubblico amministratore. Ci interessa sapere come la pensa, ma ancor di più se ha, politicamente, la forza di far seguire i fatti alle sue parole. Lo sfidiamo a verificarlo in aula».
 
 
 
16 maggio 2008

 

 

 

Madrid all'Italia: «Siete xenofobi»
L'affondo della vicepremier spagnola De la Vega contro le politiche italiane sugli immigrati. E l'Ue smentisce Frattini sul trattato di Schengen: «Non sarà rivisto»
Alberto D'Argenzio
Bruxelles

 
«Il governo spagnolo rigetta la violenza, il razzismo e la xenofobia e pertanto non può condividere ciò che sta succedendo in Italia». Maria Teresa Fernandez de la Vega, la vice di Zapatero, mette da parte la diplomazia e attacca senza mezzi termini la politica sulla sicurezza del governo Berlusconi, dal suo punto di vista assolutamente sbilanciata. «La Spagna - ha detto Fernandez de la Vega stirando un parallelismo Madrid- Roma - lavora per una politica di immigrazione legale ed ordinata che permetta di riconoscere diritti ed obblighi». Parole che pesano e che segnano una prima decisa presa di distanza da quanto sta compiendo il governo italiano. E dire che ultimamente Zapatero ha assai indurito la sua politica migratoria, procedendo a numerose espulsioni.
Se dalla capitale spagnola arriva una chiara censura, dalla capitale comunitaria arrivano smentite a un tassello importante del Berlusconi III, a quel Franco Frattini fino all'altro ieri commissario europeo alla giustizia ed interni. In pratica uno che dovrebbe sapere di cosa parla, soprattutto quando si tratta dell'accordo di Schengen. Frattini, in un'intervista uscita ieri mattina su Il Messaggero, ha detto che l'Europa avrebbe presto rivisto il regolamento di Schengen per il controllo delle frontiere e che dal 2009 sarebbe diventato obbligatorio l'uso dei visti con i dati biometrici: «Chi non appartiene all'area Schengen deve farsi prendere le impronte, anche se europeo», diceva l'ex commissario alludendo a bulgari e soprattutto rumeni. Peccato che Bruxelles la pensi in maniera diversa.
«La Commissione non ha intenzione in questo momento di prendere alcuna iniziativa né proporre nessuno studio relativo all'accordo di Schengen - ha affermato senza tentennamenti Pietro Petrucci, portavoce comunitario - né a quelle parti dell'accordo di Schengen che regolano l'abolizione dei controlli nelle frontiere interne o la reintroduzione temporanea di questi controlli». Il portavoce parla di possibile «malinteso» sulle parole di Frattini, riferendosi a quei visti biometrici che verranno introdotti nel 2009 in ossequio all'entrata in funzione di Schengen 2, la seconda generazione del sistema di controllo informatico, che però - precisa Bruxelles - «non è una modifica dell'accordo in vigore». In serata, lo stesso Frattini ha precisato le sue parole: «È necessaria una verifica sul trattato di Schengen, non una sua revisione». «Quando uno parla della verifica delle regole di Schengen - ha dichiarato il capo della diplomazia italiana - non significa negoziare la revisione del trattato, ma verificare se il trattato, venti anni dopo, funziona o non funziona». Frattini ha poi confermato che nell'agenda della Commissione Europea c'è un documento che serve per fare il «tagliando» a Schengen. «È un documento in cui si analizza come (il trattato, ndr) è stato applicato in questi venti anni, un documento di analisi e verifica», ha spiegato il capo della Farnesina.
Al di là dei malintesi, Frattini sbaglia comunque. I visti biometrici, oltre a non implicare una revisione di Schengen (che al momento, con buona pace dell'Italia, nessuno appoggia), varranno solo per i paesi terzi, non certo per rumeni e bulgari che come britannici ed irlandesi sono cittadini comunitari pur non appartenendo all'area Schengen. «Le impronte digitali - afferma una fonte comunitaria - verranno prese ai cittadini per i quali è richiesto il visto all'ingresso nell'Ue». E così, insiste la fonte «la raccolta dei dati biometrici (contenuti in un chip che accompagna il visto, ndr) riguarda solo i paesi, anche europei ma non dell'Ue, per i cui cittadini è richiesto il visto». In sostanza per indiani e angolani, ma non per rumeni e bulgari, che sono nella Ue, pur non aderendo ancora a Schengen (dovrebbero farcela per il 2010).
(http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Maggio-2008/art14.html)


http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Maggio-2008/art15.html
 
Media stranieri «Italia razzista»

 
La notizia degli assalti al campo nomadi di Ponticelli a Napoli, delle retate arresti di immigrati irregolari e le proposte del governo italiano per far fronte alla questione sicurezza trovano spazio nei siti internet dei maggiori quotidiani e media stranieri. Tutti i servizi sono corredati con foto di grande impatto che mostrano i roghi degli assalti ai campi nomadi a Napoli. La stampa straniera non nasconde la preoccupazione per una deriva razzista nel nostro Paese. Da quando ha vinto
il centrodestra e in particolare il sindaco postfascista Gianni Alemanno a Roma il nostro paese è diventato un sorvegliato speciale per la grande stampa internazionale. E i politici italiani fin da subito non hanno fatto nulla per smentire i timori della vigilia. «In Italia un clima di caccia allo straniero» è il titolo sull'edizione on-line del quotidiano francese Le Monde. «Un clima di caccia allo straniero sembra insediarsi mentre il governo prepara un giro di vite contro l'immigrazione» si legge all'interno. Anche il britannico The Independent pone l'accento sul rischio xenofobia. «La tolleranza italiana va in fumo insieme al campo nomadi dato alle fiamme» titola l'edizione on-line. «Con un inusuale e crudele accordo - si legge - il nuovo governo dell'Italia, la sua polizia e i carabinieri, e persino i suoi criminali, hanno rivolto le loro forze congiunte contro il nemico numero uno della nazione: i nomadi». L'Independent è fin dall'inizio il giornale internazionale con meno peli sulla lingua sul caso Italia. Dello stesso tenore uno dei titoli che il quotidiano spagnolo El Pais dedica alle vicende italiane: «L'Italia apre la caccia ai clandestini». Sul pacchetto sicurezza al vaglio del prossimo Consiglio dei ministri il quotidiano spagnolo scrive: «Le misure d'emergenza di Berlusconi suscitano preoccupazione in Italia. Il presidente Napolitano pone obiezioni al decreto legge per combattere la delinquenza e i clandestini, che ritiene debba applicarsi in momenti di necessità e urgenza». «L'Italia arresta centinaia di immigrati» è il titolo del New York Times, mentre il Times online scrive: «Bruciano le baraccopoli rom a Napoli e la polizia italiana prende di mira gli immigrati illegali». Per la più sobria Bbc, infine, «L'Italia si impegna a rinforzare la sicurezza».

 

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/17-Maggio-2008/art11.html
 
In piazza contro il razzismo»
Coro di sì alla proposta dell'europarlamentare Agnoletto. Un corteo a fine maggio
Marco Incagnola

 
Una manifestazione nazionale contro il razzismo istituzionale. Una giornata di mobilitazione contro le misure predisposte dal governo in tema di sicurezza e immigrazione. Che potrebbe svolgersi entro la fine di maggio. E' la proposta nata ieri nel corso del Convegno organizzato da un cartello di associazioni composto da Antigone, Cnca, Arci, Ora d'Aria, Associazione Link, Progetto Diritti, Asgi dal titolo Clandestini per forza. Contro la direttiva Ue in materia di immigrati e rimpatri. Contro il pacchetto sicurezza del Governo. La prima tra le manifestazioni di opposizione sociale organizzata dal mondo dell'associazionismo. La sede romana del Parlamento europeo era affollata per la presenza numerosa delle comunità bengalese, kurda, rumena, senegalese e srilankese. In poche ore sono accorsi anche tutti coloro che in questi anni si sono occupati di immigrazione. Complice anche il silenzio di questi giorni delle forze istituzionali, a partire dal Partito democratico.
«Siamo colpiti da stupore e indignazione - ha dichiarato nell'introduzione Patrizio Gonnella di Antigone - E' importante che l'associazionismo e il sindacato creino un argine di fronte a questa ondata violenza istituzionale. Molte misure promesse sono vera e propria propaganda. Ci dovranno spiegare dove trovare mezzo milione di posti letto in cui collocare i potenziali autori del reato di immigrazione clandestina». Le critiche rivolte ai due provvedimenti, quello italiano e la direttiva europea, sono state dello stesso tenore. In entrambi i casi si è parlato di «deriva» della cultura e della politica verso un approccio esclusivamente repressivo in tema di sicurezza, a svantaggio dell'accoglienza e dell'integrazione degli immigrati. Una modalità che alla lunga «rischia di creare fenomeni di razzismo». Angelo Caputo di Magistratura Democratica ha ribadito i punti della compressione dello stato di diritto presenti nella direttiva Ue in materia di immigrati e rimpatri nel pacchetto sicurezza.
Per il presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura Mauro Palma, invece, «il provvedimento è disastroso dal punto di vista della rottura dei legami sociali. A volte si preannunciano misure che hanno una valenza simbolica e culturale più che una ricaduta reale». Polemico anche Baglioni (Asgi) secondo cui «è assurdo che su questi temi si usi la decretazione d'urgenza». All'iniziativa erano presenti gli europarlamentari Pasqualina Napoletano (Sd), Giusto Catania e Vittorio Agnoletto (Prc), i quali hanno ribadito la propria contrarietà alla direttiva comunitaria. E' stato proprio quest'ultimo ad offrire una sponda alla proposta di una mobilitazione generale, ribadendo quanto dichiarato ieri su questo giornale. «E' necessario più che mai che oltre a mobilitare le coscienze si mobilitino anche le persone. Non si può tacere sui provvedimenti in arrivo, sono crimini contro l'umanità».
Le testimonianze più toccanti però sono state quelle dei rappresentanti delle comunità straniere. «I rumeni non sono una minoranza europea - ha detto in un accorato intervento Monica Rebegea - Nessuno parla dei tanti lavoratori rumeni che restano invalidi a vita e che, lavorando in nero, non si vedono riconosciuti i diritti previdenziali e assistenziali». Mentre Suddique Alam Batchu, della comunità bengalese, avverte che l'introduzione del reato di clandestinità sta spingendo molti immigrati a non uscire più di casa.
E' intervenuto anche il presidente dell'associazione Link, Luigi Nieri, che ha parlato della «scomparsa dell'azione pedagogica della politica che oggi preferisce appiattirsi sui sentimenti più retrivi della popolazione». Caustico, invece, Pietro Soldini della Cgil: «Nella nostra organizzazione abbiamo 300mila immigrati iscritti eppure nessuno ci ha chiamato per chiederci come la pensiamo su questo tema». Ma l'appuntamento non è sfuggito alla televisione pubblica. Ad informare i cittadini ci ha pensato infatti la Zdf, la Rai 2 tedesca.

http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/16-Maggio-2008/art31.html
Nella notte fermate e poi rilasciate 24 persone nel campo nomadi di via di Salone
Roma, primo blitz dell'era Alemanno
Stefano Milani
Roma

 
Un blitz da manuale. Da farlo studiare nelle caserme di tutta Italia. In piena notte, senza far rumore e con quel metodo da «bastone e carota» che piace tanto ad Alemanno. Fermezza e compassione, chiedeva il sindaco e fermezza e compassione è stata. E non poteva essere altrimenti, perché ad aspettare l'incursione militare di ieri nel campo nomade di via di Salone, a Roma, c'era uno stuolo di giornalisti, con flash e telecamere, celermente avvertiti qualche ora prima. Bisogna documentare tutto e bisogna farlo bene. «Qui c'è il rispetto totale per le persone», dice fiero un agente mentre chiede i documenti ad un ragazzo rom, attento a non impallare l'inquadratura della telecamera.
E' l'una e trenta di notte quando un'ottantina tra agenti della polizia municipale e operatori della protezione civile irrompono nell'accampamento. Siamo nella periferia est di Roma, tra via Tiburtina e il viadotto dell'autostrada per L'Aquila. Il più grande campo nomade autorizzato della Capitale e anche il più popoloso, dopo quello di Casilino 900. Ci vivono circa 700 persone, per di più provenienti dalla Bosnia, Croazia e Romania. La metà sono bambini, molte le donne. Gli agenti arrivano su auto e camionette a lampeggianti e a fari spenti. Le pistole nella fondina, in mano solo torce per illuminare la strada che si sonda all'interno del campo. Fuori, a quell'ora, non c'è nessuno. Tutti dormono nei loro container, come fosse una notte come tante. Ma non è così. «Polizia, aprite!», a gruppi di quattro gli agenti cominciano a bussare alla porta di ogni baracca. Si sente qualche urlo. C'è chi piange. I bambini svegliati nel cuore della notte si infilano sotto la gonna della madre o prendono la mano del papà mentre consegnano i documenti alla polizia.
Chi ce l'ha bene, chi non li esibisce viene portato via. Alla fine saranno ventiquattro le persone trovate sprovviste di passaporto e trasportati nella sede dell'VIII gruppo della municipale e l'ufficio stranieri della polizia di Roma. Tutti, una volta chiarita l'identità e accertato di non avere precedenti penali, saranno rilasciati e potranno tornare dai loro familiari. Durante l'operazione sono state trovate anche una ventina di auto rubate parcheggiate all'esterno del campo.
Qui ai controlli ci sono abituati. Almeno una volta alla settimana una o più pattuglie della polizia ispezionano il campo che è comunque monitorato ventiquattr'ore su ventiquattro da decine di telecamere di sorveglianza. Hanno però difficoltà a comprendere il blitz della scorsa notte. «E' giusto fare i controlli ma non alle due di notte, spaventando i bambini. Che modo è?», si domanda una donna bosniaca. All'interno del campo vive anche qualche detenuto agli arresti domiciliari, ma la maggiorparte è gente che un documento e un lavoro ce l'ha.
Ma d'ora in avanti anche per loro la vita sarà dura. Alemanno, ringraziando «la professionalità e capacità d'intervento» delle forze dell'ordine, ha ribadito anche ieri la tolleranza zero perché «pure nei campi regolari esistono aree di criminalità molto forti». Lascia così intendere che anche quelli «a norma» hanno i giorni contati e promette controlli più duri. E a chi gli domanda se anche a Roma possono esplodere ritorsioni contro i rom come accaduto a Napoli risponde: «Mi auguro non ci siano questi rischi ma il modo migliore per scongiurarli è dimostrare che le istituzioni non trascurino le emergenze». Perché «la sicurezza non è stato di polizia, non è repressione ma è libertà: dobbiamo essere liberi e padroni a casa nostra!», dirà più tardi dal palco del Maurizio Costanzo show, sommerso dagli applausi.

La storia dei rom: i ladri di bambini siamo noi

 

 

Napoli, 14 maggio. Famiglie rom costrette a lasciare il campo dove vivevano dopo il rogo procurato ...

Rina Gagliardi
Vedete come la cronaca recente più dissennata, il pogrom di Ponticelli, ha radici piantate nel passato, in leggende secolari, in pregiudizi che nessun progresso sembra poter scalfire? Sono almeno sei-sette secoli che si dice che i Rom - gli zingari - sono ladri.
Ladri di cose ma soprattutto di bambini. Rapitori di neonati. Nei registri di polizia o negli atti giudiziari non esiste alcuna sostanziosa documentazione che, quantomeno, incoraggi questa opinione. Ma essa si trasmette nel tempo e nello spazio con la vischiosità del senso comune e con il valore di una superstizione che, in quanto tale, non abbisogna né di prove né di fatti. Quando ero bambina, e gli zingari arrivavano ad ogni stagione, e le donne portavano a loro, da riparare, le pentole e le padelle in rame sconocchiate, ci si sussurrava di stare attenti, di non andare troppo vicino a giocare all'accampamento sull'Arno, «perché gli zingari portano via i bimbi». Non fu mai registrato, a mia memoria, alcun caso di rapimento. Non ci furono neppure episodi di vera intolleranza - in quegli anni il popolo "normale" e il popolo degli zingari convivevano, alla fine, senza veri conflitti, soltanto con una sotterranea e certo reciproca diffidenza. C'era sì la diversità - la lingua incomprensibile, i vestiti lunghi, consunti e sgargianti, l'odore forte, i fazzoletti in testa - che inquietava, incuriosiva, allarmava. Ma non si andava oltre. Oggi, invece, è di nuovo il tempo della ferocia. Dell'intolleranza. Della persecuzione.
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In verità, se i criteri del "dare" e dell'"avere" regolassero davvero i rapporti (e i bilanci storici) tra i popoli, è l'occidente ad aver contratto un debito terribile nei confronti degli zingari. Da quando - attorno al 1100 - questo popolo di origine indiana, poi sconfinato in Persia, si è affacciato in Europa, per loro è cominciata, quasi soltanto, una lunga storia di persecuzione, sofferenze, stermini. In Romania furono subito resi schiavi: divisi in tre "categorie" (zingari del principe", "zingari dei boiari", "zingari dei monasteri"), divennero merce di scambio, o di "dono", e questa condizione si protrasse fino alla metà dell'Ottocento. Dalla fine del quindicesimo secolo in poi, quasi tutti gli stati europei (ad eccezione dell'Impero ottomano) emanarono decreti di espulsione di tutte le etnie rom, gitane, "gipsy" (Spagna, decreto delle Cortes del 1492, Francia, decreto di Francesco I nel 1523, Napoli nel 1555, Stato pontificio nel 1566): volevano dire, queste leggi o bandi, che chiunque fosse stato scoperto a girovagare per le strade e riconosciuto come zingaro, poteva essere sull'istante ridotto in schiavitù, o buttato per sempre in una prigione. Tra le mille crudeltà che si potrebbero raccontare, spicca una grida milanese del 1693. Essa recita testualmente: «Ogni cittadino è libero di ammazzare tutti gli zingari impune e di levar loro ogni sorta di robba, di bestiame o di denari che trovasse».
Perché non solo di persecuzione e sterminio nei confronti di un popolo "asociale"si tratta. Man mano che ci si inoltra nell'era della modernità, il pregiudizio, la diffidenza, o la paura nei confronti degli zingari, diventa persecuzione razziale. Gli zingari come razza non solo inferiore, "subumana" ma dannosa, e come tale da cancellare, stroncare. Gli zingari come «razza delinquenziale», predisposta geneticamente al crimine e alla destabilizzazione sociale, secondo la definizione (1841) del (socialista) Cesare Lombroso. Le pratiche di sterilizzazione forzata cominciarono agli inizi del ‘900, non appena la scienza mise a disposizione gli strumenti adeguati e l'eugenetica cominciava a trionfare - ed ebbero nei Paesi scandinavi, dalla Svezia alla Danimarca, a partire dal 1934, il loro apogeo. Ma un secolo prima aveva cominciato la grande imperatrice d'Austria Maria Teresa - proprio lei, l'illuminata, la riformatrice - ad avviare una politica di vero e proprio sterminio etnico-culturale: la proibizione dei matrimoni tra Rom, la sistematica sottrazione dei piccoli ai loro genitori, l'assimilazione forzata per chi ce la faceva, la scomparsa nel nulla, o la morte, per tutti gli altri.
Vedete chi sono davvero i ladri di bambini? Noi, il civile occidente. Non sapremo mai quanti piccoli rom sono stati rapiti, sequestrati, rubati, nel corso dei secoli. Riusciamo a conoscere soltanto qualche episodio, quando qualche pagina buia della storia viene improvvisamente rischiarata da lunghe, tenaci pazienti ricerche. Come l'incredibile vicenda di un altro civilissimo e ordinatissimo Paese: la Svizzera. Tra le due guerre mondiali del XX secolo, il governo elvetico promosse, ed attuò con successo, il programma di cancellazione degli jenisches - comunità nomade, fatta in prevalenza di artigiani, che allora assommava a circa trentamila persone. Fu il dottor Alfred Siegfried, scienziato stimatissimo, un po' come molti medici tedeschi che collaborarono poi ai mostruosi esperimenti scientifici del nazismo, a dirigere l'operazione, diretta dal centro nazionale "Pro Juventute" e denominata "Enfants de la grande route": sulla base della convinzione che gli zingari, come sosteneva il dottor Siegfried, sono «inferiori, psicopatici e mentalmente ritardati», insomma non sono esseri umani, migliaia di bambini furono sequestrati d'autorità, staccati per sempre dalle loro famiglie, avviati al lavoro (divennero cioè forzalavoro, apprendisti, domestiche, a bassissimo costo). Oggi in Svizzera la comunità jenische è ridotta a 5mila unità. C'è voluta una lunga battaglia per squarciare il velo della vergogna. Un velo che è durato - pensate un po' - fino agli anni '90 del ‘900!
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Così come ci sono voluti trent'anni per rompere il lungo silenzio che per quasi tutto il dopoguerra aveva rimosso lo sterminio dei rom, nei lager nazisti. Cinquecentomila, secondo molti accreditati studiosi, sono gli zingari uccisi nei campi di Auschwitz (le 32 baracche apposite dette Zigeneurlager), Ravensbruck, Dachau, Birkenau, Treblinka - e tanti altri. Ma se anche fossero trecentomila, o duecentomila, che differenza farebbe? E che senso ha la discussione su quanto è lecito paragonare questo specifico tentativo di genocidio alla shoah degli ebrei? Nella sua ultima fase, quando la guerra era perduta, in tutta evidenza, e gli schiavi dei campi di lavoro non erano più "utilizzabili" a fini produttivi, i nazisti adottarono per tutti i loro prigionieri la soluzione "finale", lo sterminio di massa: questo è la sola verità storica che interessa. Questa è la follia di cui furono gli ebrei le grandi vittime sacrificali, perché l'hitlerismo era nato e cresciuto sulla base di un programma privilegiato, l'eliminazione del "pericolo ebraico". Ma per questa follia scattarono tanti altri eccidi di massa : gli omosessuali, i comunisti, gli slavi, i disabili - tutti i diversi, tutti i variamente "asociali", tutti coloro che erano considerati incompatibili con l'ordine costituito. Come i rom. Contro i quali, già nel 1938, Himmler aveva lanciato l'offensiva finale («lotta per cancellare la piaga degli zingari», 8 dicembre). Come le donne rom, a Ravensbruck, ridotte a cavie dagli esprimenti sulla cancrena del dottor Gebhardt, morte tra atroci dolori e lunghe agonie. Come i ragazzini rom, caduti nelle mani del famigerato dottor Mengele per le sue indagini sullo sconosciuto morbo "Noma".
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Sì, bisognerà scriverla, al più presto, una storia dell'infinita crudeltà che l'occidente cristiano ha riservato a questo popolo, "arianissimo" e per lo più cristiano. Una crudeltà reiterata nei secoli, ma mai davvero affiorata alla coscienza, e quindi mai affrontata, elaborata, discussa, in qualche modo e per qualche via superata. In compenso, però, il popolo zingaro ha alimentato la nostra letteratura e la nostra musica, spesso come protagonista indiscusso: il melodramma, di cui dicevamo, che ha decine e decine di opere a centralità gitana, come la Carmen , la donna seduttrice così libera che preferisce farsi ammazzare piuttosto che tornare con un uomo che non ama più; la letteratura, che ci offre, nell'Hemingway di Per chi suona la campana , la splendida figura di Pilar e, nel grandissimo Victor Hugo, l'epopea di Esmeralda ( Notre Dame de Paris ), morta per amore, per fedeltà, tra le torture, Che cos'è questa mitizzazione degli zingari e delle zingare, questa scoperta letteraria della loro umanità e del loro fascino, questo tributo reso alla loro fierezza, al loro senso indomito di libertà? Forse, una riduzione folkloristica, tutta e solo di comodo, tutta e solo per alimentare comunque stereotipi e vaghe mitologie libertarie ( «Questo è il canto di chi non conosce frontiera/ è l'ardente preghiera del gitano che va» cantava Dalida nei primi anni '60). Forse, un tentativo di risarcimento, di riscatto dal senso di colpa. Forse, chissà, la manifestazione di un rapporto che è sempre stato intimamente contradditorio. Come se il popolo zingaro, nella irriducibilità della sua esistenza, nella sua alterità, nella sua supposta "inadattabilità", rappresentasse l'inquietante limite alla superiorità altrimenti indiscutibile della nostra civiltà e dei nostri modelli di vita. Come se ci rinviasse, dunque, l'immagine plastica di un'altra chance umana.
Ma forse anche queste sono riflessioni tutte interne ad un immaginario - il nostro - che, buoni o cattivi che siamo, resta l'immaginario dei colonizzatori. E, oggi, dei colonizzatori impauriti, intolleranti di ogni diversità, bisognosi di scaricare addosso al Nemico di turno tutte le loro frustrazioni e le loro angosce per un futuro che non si vede più.
Questo è il pericolo gravissimo che oggi incombe sull'Occidente declinante: la vendetta, i pogrom, la voluttà della cancellazione dell'altro. I rom, oggi, sono un Nemico perfetto - anche perché lo sono sempre stati e sempre ci siamo rifiutati di conoscerli. E' tempo di fare qualcosa, prima che sia troppo tardi. Prima che la crisi di civiltà diventi irreversibile.

Liberazione
18/05/2008