Francesco Renda Storia della
mafia Sigma 1997 Capitolo VI I processi Notarbartolo
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La stona non è un dramma che si recita a soggetto. Ma. nel
casoNotarbartolo, ne ha quasi l’apparenza A introibo della vicenda, lo scandalo
della Banca Romana è fatto esplodere da un siciliano, il Colaianni. La cosa in
apparenza è puramente casuale. La determinazione di accendere quell’incendio
viene da altre persone e da altre regioni. Il Colajanni ne è solo l’esecutore
ovvero l’attore che recita sulla scena la parte assegnatagli dal regista. Poi,
però, a trenta giorni dal suo discorso alla Camera, il 20 gennaio 1893. a Caltavuturo, in
provincia di Palermo, i soldati sparano su un assembramento di contadini che
manifestano per i beni demaniali del comune, uccidendone 13 e ferendone diverse
decine. A provocare la strage non è una direttiva del governo impegnato in un
audace esperimento liberale, ma la preoccupazione di chi vede in
quell’esperimento un pericolo da scongiurare. L’assassinio del Notarbartolo, il
1° febbraio, trova quindi le autorità di governo, la polizia, la magistratura,
l’opinione pubblica, la classe dirigente locale e nazionale alle prese non solo
colle notizie drammatiche degli arresti connessi con gli scandali bancari, ma
anche con le proteste e le inquietudini che derivano da quel grave eccidio
popolare consumato sulle Madonie.
Quando si scopre il cadavere del
Notarbartolo sul treno fra Termini e Trabia, gli ospedali di Palermo sono
ancora pieni dei feriti di Caltavuturo. Alla Camera dei Deputati. tuona
nuovamente la voce del Colajanni. e questa volta dietro di lui si proietta un
insolito protagonista storico, che si chiama socialismo, ossia la questione
sociale, la riscossa operaia e contadina, la minacciata o la temuta
rivoluzione. Poiché il delitto Notarbartolo vede la classe padronale divisa
parte con la vittima e parte con l’assassino o gli assassini, prevale la
considerazione che, stando il nemico alle porte, è meglio mettere tutto a
tacere.
Non passano, del resto, che
alcune settimane, e il movimento dei Fasci dei lavoratori dilaga impetuoso come
lava di vulcano irrefrenabile. A prendere fuoco è tutta l’isola, e al fine di
spegnere l’incendio sul nascere c’è chi provvede a rappresentare ogni fascio
dei lavoratori come un covo di facinorosi e di violenti associati alla mafia.
A muovere l’accusa sono coloro
stessi che con la mafia sguazzano da mane a sera. Ma per loro la denuncia è
solo un diversivo, volto a legittimare la richiesta, fatta al governo, di
sciogliere con decreto ministeriale i fasci. L’obiettivo che si persegue non ha
nulla a che vedere col delitto Notarbartolo. La falsa accusa diviene però
subito un vero e proprio depistaggio delle indagini sulle cause e sugli
esecutori e mandanti del delitto medesimo. In quel senso, non si sarebbe potuto
inventare nulla di più appropriato. A seguito della denuncia contro i fasci il
mafioso da mettere sotto vigilanza e processare non è più Palizzolo, presunto
mandante in assassinio e in intime relazioni con i vari gruppi delinquenziali
palermitani, ma Garibaldi Bosco. organizzatore delle decine e centinaia di
migliaia di lavoratori, indicati come futuri indubitabili assassini.
Tecnicamente, fra la denuncia
contro i fasci accusati di mafia e la mancata denuncia contro il Palizzolo come
mandante in assassinio non vi è alcun rapporto. Nella realtà. il legame è assai
profondo. Intanto per le autorità. Il clima di tensione. che subito dopo
l’assassinio del Notarbartolo si instaura a Palermo, è tale che politicamente
ne nasce un turbinio di situazioni difficili da classificare per ordine di
importanza, chiamando magistratura e polizia a indagare contemporaneamente
sulla mafia «vera» che ha eseguito l’omicidio dell’ex direttore generale del
Banco di Sicilia e sulla mafia «presunta» che dovrebbe mettere a ferro e fuoco la Sicilia. Cosa veniva
prima, l’indagine giudiziaria o l’indagine sui fasci? In quale dei due settori
profonderc il maggiore impegno?
Anche la classe padronale è
costretta a fare la sua scelta. Per i suoi interessi generali è prioritario
proseguire unita la distruzione della mafia «inventata» che si raccoglie
nei Fasci dei lavoratori (in realtà solo presente in alcuni Fasci locali, come
quelli di Corleone. di Chiusa Sciafani. di Siculiana e di qualche altro centro
ancora) o muoversi divisa pro e contro Palizzolo per accertare la mafia
«vera» che ha ucciso il Notarbartolo? La necessità della scelta incombe pure
sul governo. Pressato in parlamento e nel paese da chi grida al pericolo dei
fasci, il presidente del consiglio e ministro degli interni Giolitti, da una parte, lascia che la polizia disattenda il proprio impegno in
ordine alle ricerche sull’assassinio del Notarbartolo (sa bene che
nessuno gliene farà una colpa. e del resto, non a caso, a sollecitarlo è il
solito Colaianni); e d’altra parte, pur deciso a non accogliere il richiesto scioglimento
dei fasci, perchè contrario alla sua politica, dispone e sollecita che
questure, prefetture e carabinieri si mobilitino a indagare fra le decine di
migliaia dei soci dei fasci chi abbia e chi non abbia qualche macchia nella
fedina penale.
Pag.154 e segg.
“….. infine, il partito antipalizzoliano, (che) a
Palermo può finalmente rialzare la testa, e sotto la guida di un comitato
diretto dai principi di Camporeale e di Trabia, ma del quale molto
significativamente sono partecipi anche i socialisti, promuove una grande
manifestazione antimafia. la prima forse della storia. simile a quelle che
poi saranno promosse negli anni ‘80 e ‘90. Al corteo che percorre Corso
Vittorio Emanuele e via Maqueda. “per onorare la memoria di Emanuele
Notarbartolo in senso di affermazione dei principi di moralità e di giustizia,
e di protesta contro gli autori dell’esacrato delitto”, ma anche per promuovere
“una sottoscrizione per un busto in marmo da collocarsi nell’atrio del Banco di
Sicilia e per sostenere le spese del processo’. perché il popolo siciliano
vuole contribuire direttamente alla scoperta e alla condanna dei rei”,
partecipano più di 30 mila persone, 10 mila secondo la polizia.
Gli
effetti del processo di Milano sono anche colpi di maglio che infrangono le
ultime resistenze del fronte autoritario nazionale, scosso in parlamento
dall’ostruzionismo contro le leggi liberticide. Il ministro della guerra Mirri,
già stato capo della polizia in Sicilia, risulta compromesso col Palizzolo e
col sistema di relazioni mafiose ed è quindi costretto a presentare le
dimissioni. A sua volta, il governo Pelloux chiede precipitosamente lo
scioglimento anticipato della Camera. onde impedire che il processo contro il
Palizzolo si allargasse e si ramificasse in modo tale da non poterne trarre
alcun costrutto.
Invano a Palermo, il procuratore generale della Corte di
Appello, Cosenza, tenta disperatamente di invalidare le risultanze del processo
milanese, avocando a sé la istruttoria del formale rinvio a giudizio del
Palizzolo. Il suo proposito, oltre al dissenso della opinione pubblica
nazionale e locale, trova l’opposizione degli organi statali e in particolare
del Ministro Guardasigilli, che lo richiama al dovere. Giustamente. il prefetto
De Seta fa presente che un eventuale proscioglimento del Palizzolo in
istruttoria sarebbe uno scandalo nello scandalo. Il procuratore Cosenza è
quindi costretto a cedere, ma. nel sottoscrivere la sentenza del rinvio a
giudizio, ne dà una motivazione idonea a legittimare più l’assoluzione che la
condanna. Contemporaneamente, anche la Cassazione dà qualche punto di vantaggio alla
difesa del Palizzolo, assegnando il nuovo processo, ove il Palizzolo comparirà
finalmente come imputato, non alla Assise di Milano, bensì a quella di Bologna.
Contro
Milano si fa valere l’accusa di manifestata propensione a sovraccaricare di
foschi colori la vicenda siciliana. In effetti. il dibattito processuale che
porta alla incriminazione del Palizzolo si svolge in un clima che non si limita
alla valutazione di quanto avviene nell’aula, ma trascende in animosità che
riflettono ed esasperano le conflittualità esistenti fra Nord e Sud. Un esempio
che va oltre il segno è quello di Alfredo Oriani. In un articolo titolato Le
voci della fogna, apparso su I! Giorno dell’ 8 gennaio 1900, scrive
che “l’ isola è un paradiso abitato da demoni”, che “si rivela come un cancro
al piede dell’Italia, come una provincia nella quale né costume né leggi civili
sono possibili”. Napoleone Colajanni reagisce rimandando al mittente “l’insulto
sanguinoso”, giacché “nella fogna hanno diguazzato allegramente e vi
hanno portato un lurido e pestilenziale materiale i Balabbio, i Venturi, i
Venturini, i Codronchi, i Sacchi, i Cellario, i Mirri… nati e cresciuti tutti
al di la del Tronto” Il Colajanni coglie anche l’occasione per rilevare e
lamentare che “nella fogna ha voluto diguazzare un poco la magistratura di
Milano”. Verso la stessa magistratura meneghina non manca neppure una
qualche legittima censura anche sul piano strettamente processuale. Il
procuratore generale di Palermo protesta col Guardasigilli per lo spazio che il
tribunale milanese dà “all’ignobile e nauseabondo spettacolo di una …privata
vendetta”. E ineffabilmente il procuratore generale milanese si giustifica con
lo stesso Guardasigilli, argomentando che su certi episodi il giudizio va
demandato “alla pubblica opinione, la quale spesso non falla e distribuisce a
chi spetta. secondo giustizia, la lode e il biasimo”.
(pag.156) Il
rinvio del processo a Bologna è dunque, un primo piccolo successo della difesa
di Palizzolo. Ma. in attesa che quella corte decida a Palermo
attorno al Palizzolo vien fatto il deserto. A muoversi, oltre al partito
antipalizzoliano, sono anche le autorità istituzionali. Il questore Sangiorgi e
il prefetto De Seta. onde sgretolare la base su cui poggia tutta la forza
politica e sociale del Palizzolo, organizzano una energica azione repressiva
contro la mafia dell’agro palermitano. Su informazioni di fonte anonima ma
attendibile formulano, infatti l’accusa che nell’agro medesimo opera una
organizzazione centralizzata che meglio sarebbe dire una federazione delle
cosche delle borgate. Le informazioni sono precise, dettagliate,
circostanziate. “L’agro palermitano, relaziona il Sangiorgi al Ministero
dell’interno è purtroppo funestato, come altre parti di questa e delle finitime
province da una vasta associazione di malfattori, organizzati in sezioni,
divisi in gruppi; ogni gruppo è regolato da un capo che si chiama
caporione[.. . A questa compagine di malviventi è preposto un capo supremo. La
scelta dei capi è fatta dagli affiliati, quella del capo supremo dai caporioni
riuniti in assemblea”. Il punto debole di tutto l’impianto accusatorio è la
mancanza di prove testimoniali. Ciò nonostante. l’iter giudiziario si mette in
movimento e la eseguita carcerazione dei capi mafia palermitani ne paralizza
l’attività proprio mentre è in corso di svolgimento la campagna elettorale per
le elezioni politiche del giugno 1900, nelle quali il Palizzolo carcerato si
presenta candidato nel 1° collegio di Palermo.
La base
mafiosa del Palizzolo, oltre che sul piano poliziesco-giudiziario, viene
parimenti attaccata anche in via amministrativa mediante lo scioglimento,
sempre disposto dal prefetto e dal questore, di tutte le commissioni e i
consigli di amministrazione dei quali il Palizzolo fa parte. E poiché il
Palizzolo, non ostante la carcerazione, ripresenta imperterrito la propria
candidatura, ritenendosi certo di tornare alla Camera, lo si fronteggia anche
per tale circostanza. contrapponendogli. nel collegio ove si presenta,
l’avvocato Giuseppe Di Stefano Napoletano, candidato, a detta del prefetto De
Seta, “giovane, ricco, stimato nel foro e in città. e nuovo nella vita politica”.
Le elezioni pertanto si concludono con la sconfitta del Palizzolo a tutto
beneficio del candidato governativo, nonché con la vittoria del socialista
Giuseppe Marchesano, avvocato di parte civile della famiglia Notarbartolo,
anche egli candidato alla Camera nel 4° collegio palermitano.
Una
ulteriore cocente sconfitta viene inflitta al Palizzolo e a coloro che ne
sostengono la difesa, allorché il 22 luglio dello stesso 1900 si procede alla
elezione del consiglio comunale. Su 80 consiglieri, i socialisti ne ottengono
19. i radicali l0 i cattolici l9 la lista patrocinata dal prefetto 32. Come
annota il giornale L’Ora non senza acrimonia, a vincere le elezioni sono “i
socialisti, i clericali ed i radicali”. Secondo il Giornale di Sicila, invece,
nelle elezioni amministrative è da vedere un fatto meritevole di attenzione.
“Un fenomeno assolutamente nuovo fra noi è l’entrata dei partiti popolari al
municipio, un’entrata che si potrebbe dire trionfale per essi e salutare per un
non lontano risveglio dei partiti politici locali”.
Quelle
elezioni hanno però l’effetto di un boomerang. Il problema che immediatamente
si pone alle forze moderate, non importa se collocate pro o contro il
Palizzolo, è di “non abbandonare nelle mani de nemici delle istituzioni politiche
e dei presenti ordinamenti sociali le redini del comune”. A formulare quella
esigenza è in particolare Ignazio Florio, che impegna in quel senso la sua
influenza politica e sociale. E l’occasione si presenta propizia, perché
i gruppi vincitori incontrano difficoltà a formare la giunta municipale. In
conseguenza, approfittando del clima di isterismo antisocialista e
anticlericale determinatosi anche in Sicilia a seguito dell’assassinio di re
Umberto, in un subito, il 23 agosto, viene sciolto il consiglio neo eletto, e
indette le nuove elezioni per il 16 settembre, vince la lista di
“concentrazione monarchica”, che conquista il l00° dei seggi comunali. La
rottura che l’anno prima, nel nome del pro Palizzolo e del pro Notarbartolo,
aveva diviso il padronato palermitano, quindi si ricuce. Alla guida della
vincitrice “Concentrazione monarchica” è il principe di Camporeale, amicissimoo
dei Notarbartolo. Insieme con lui, sono il principe di Travia, il barone
Bordonaro. Il marchese della Cerda, il marchese della Ganzeria, Filippo
Notarbartolo principe di Sciara, nonché Vittorio Emanuele Orlando, Francesco
Maggiore Perni, Giuseppe Pitrè, l’editore Sandron.
Altro a
avvenimento segnaletico del mutato vento politico in senso pro Palizzolo, è la
conclusione del processo a carico della mafia palermitana. L’accusa di
associazione a delinquere per mancanza di prove non passa, la magistratura
assolve tutti gli imputati e ne ordina la restituzione alle loro case (e
naturalmente anche alle loro attività e consuete).
Quando il 31
luglio 1902. ‘Assise di Bologna conclude il processo Notarbartolo con la
condanna del Palizzolo a 30 anni di carcere, la sentenza appare quindi in
contrasto con le attese maturate. La protesta esplode perciò animosa. e si
tramuta in fatto politico, dando vita al cosiddetto
“Comitato pro Sicilia”, un movimento politico dalla significazione ben
precisa. Ad assuneme la direzione, infatti, è lo stesso staff direzionale della
«Concentrazione monarchica». Fra i promotori vi è financo quel Giuseppe Di
Stefano Napoletano, ora deputato, nelle elezioni politiche del 1900 era stato
il personale avversario del Palizzolo.
Il passaggio
alla protesta politica non è però solo motivata dalla
vicenda giudiziaria del Palizzolo.
A Palermo, sulla sua presunta innocenza o colpevolezza non c’era mai stata
unità nei gruippi dominanti cittadini. Innocentisti e colpevolisti si erano
fronteggiati con estremo vigore. Ma, come ammoniva il proverbio, fra i due
litiganti vi era stato un terzo a trarne profitto, e il processo di
Bologna ne costituiva
la conferma.
Il
dibattimento, iniziato il 9 settembre 1901, si era protratto per 195 sedute,
chiamando sul banco
dei testimoni il fior fiore
della politica isolana e nazionale, ma nella sostanza non era stato altro che
una
pura e semplice ripetizione di
quello che precedentemente si era svolto a Milano. Niente, dunque, acquisizione
di nuove prove, ma solo riproposizione di vecchi indizi e soprattutto un
gran battage denigratorio della Sicilia e dei Siciliani. Anche a
Bologna, a prealere era stata la cosiddetta “pubblica opinione”, trasformando
il processo al
Palizzolo in processo alla
Sicilia e ai Siciliani.
Il giudizio
che di tale cambiamento diede Gaetano Mosca fu oltremodo severo.
‘‘Contro l’ imputato degli assassini di Notarbartolo e
Miceli poco o nulla si poté provare, ma l’uomo apparve nella sua luce peggiore,
se non delinquente almeno protettore di delinquenti e sospetto perfino di
relazione coi briganti. [ mentre] la
Sicilia intera tu messa alla gogna, tutti i suoi difetti,
tutte le sue piaghe, tutte le debolezze della sua vita pubblica e privata
furono sciorinate al sole analizzate, qualche volta passionalmente
esagerate, qualche altra volta malaccortamente negate; e durante quelle lunghe
annate di passione Palizzolo apparve sempre come l’uomo che
incarnava
e personificava quanto di meno bello v’era nella regione che gli aveva dato i
natali; in parte a torto ma in gran pinte a ragione il suo nome diventò
così il simbolo di tutti i guai morali che travagliano la nobile
isola”.(Mosca,
Uomini e cose di Sicilia, p- 58)
Il giudizio
del Mosca, allora giovane professore universitario,rifletteva il punto di vista
delle forze politiche tradizionali. Mosca era un uomo di destra, seguace e
amico del marchese di Rudinì. Ma anche Leopoldo Franchetti era seguace
e amico del leader politico
siciliano.
Dunque, più che alla etichetta
politica, stiamo al valore delle cose dette. Il commento del giovane Mosca, che
pure non era affetto da sicilianismo esasperato, fu la sintesi di un sentimento
allora comune nella gran parte dei Siciliani ed ha il pregio di aiutarci a
capire gli avvenimenti.
Quel che
successe a Palermo, subito dopo la sentenza, merita, infatti, una attenta
riflessione, perché è indicativo, di come a volte la giusta denuncia di
un male, se spinta oltre il limite, ne offusca la chiara presa di coscienza. E
il limite nella passione pro e contro il Palizzolo senza dubbio fu superato.
Non parliamo di quanto fu fatto per impedire che il Palizzolo fosse chiamato a
comparire in giudizio. Ma neanche la invocata legittima suspicione concorse a
ristabilire,
come necessario, il dovuto
equilibrio. Una volta che il processo fu incardinato, il dibattimento non ebbe
argini come previsto nel codice di procedura. Non fu un atto giudiziario
definito. Oggetto del processo era l’accertamento se il Palizzolo fosse o no
colpevole di mandato in assassinio. Ma. poiché il Palizzolo era ritenuto
mafioso e protettore
di mafiosi, il processo assunse
a suo tema centrale la mafia. Ai tanti testimoni siciliani chiamati a deporre a
carico o a discanco dell’imputato, la domanda canonica loro sempre rivolta fu
cosa fosse la mafia.
D’altra parte, poiché la mafia
era un fenomeno ritenuto esistente solo nell’ isola, il dibattimento si
concentrò in modo particolare sulla Sicilia, e il processo al Palizzolo divenne
un processo ai Siciliani, e se
ne disse quel che Lombroso o Niceforo nei loro libri non osarono mai scrivere.
La
metamorfosi per molti aspetti era
inevitabile, perché il processo si svolgeva in un momento di svolta della vita
nazionale. e il problema mafia ha sempre avuto come sua caratteristica di
emergere proprio nei momenti di passaggio cruciale da una fase politica
all’altra. Così era stato nel 1875-77, anni di transizione dalla Destra storica
alla Sinistra storica. Così
sarebbe stato nel 1925-27, nel 1943-45, nel 1989-92. altri momenti di
transizione da vecchi a nuovi regimi. Fra il 1899 e il 1902. avveniva il
difficile passaggio dai goveni autoritari di Crispi, di Rudinì e Pelloux
ai governi liberali dei Saracco, Zanardelli e Giolitti. E in quel mutamento i
Siciliani, ossia i Crispi e idi Rudinì e i loro seguaci, avevano non pochi
conti da rendere.
C’erano le cannonate del 1898 a Milano, lo stato di
assedio e la repressione dei Fasci del 1893-94, lo scioglimento del Partito
socialista italiano, le guerre coloniali perdute e tante altre cose ancora.
L’
ipertrofia della metamorfosi fu però tale che il processo al Palizzolo cessò di
essere un fatto giudiziario e divenne un fatto politico. Nella condanna del Palizzolo la parte democratica. radicale e socialista vide una condanna e
una dura sconfitta della mafia o meglio, come specificava il Giornale
di Sicilia, “il fautore principale della mafia, il potere politico, che
della mafia si è servito come strumento della sua propria utilità, e ne ha
secondato le tendenze e incoraggiato l’espansione, per mezzo non solo dei
rappresentanti parlamentari e dei funzionari politici e amministrativi, ma
perfino della magistratura, spesso asservita al govemo per fini non sempre
giustificabili dalla ragion di Stato” (Giornale
di Sicilia, 31 luglio – 1 agostpo
1902) Anche se non si facevano i nomi, evidentemente si voleva dire che
la condanna del Palizzolo colpiva in prima persona il Crispi e il di Rudinì.
La parte
liberal moderata e conservatrice nell’esito accusatorio del processo vide
invece la vittona dei socialisti e dei radicali, e la messa in discussione,
specie in Sicilia, degli esistenti equilibri politici, anche come conseguenza
della conclusione non felice del decennio governativo crispino-dirudiniano. La
diagnosi non era fantomatica. E la reazione fu consequenziale. A difesa della
supposta innocenza del Palizzolo fu assunta la bandiera di una presunta difesa
dei calpestati o negati interessi generali della Sicilia, e la riscossa
palizzoliana assunse quindi i colori di una riscossa sicilianista. Naturalmente
a prenderne la direzione non furono i capi cosca o i capi mandamento della
mafia, ma elementi assai qualificati delle classi dirigenti per nulla
preoccupati di apparire difensori della mafia.
L’agitazione
ebbe inizio nel momento stesso in cui venne appresa a Palermo la notizia della
condanna emessa a Bologna. Tutto si svolse quasi a tamburo battente. Nella
notte. fra il 31 luglio e il l° agosto, furono fatti stampare delle strisce di
carta con la scritta “lutto cittadino” e, fattosi giorno, vennero
distribuite ai commercianti per listare a lutto i loro negozi. Due giorni dopo,
il 3 agosto, una trentina di persone, fra i quali spiccava il Pitrè, si
riunirono in casa di tale Giacinto Cricchio, piccolo proprietario mafioso, e
senza frapporre ostacoli o incertezze subito decisero di promuovere un vasto
movimento pro Palizzolo, dando incarico al Pitrè di stenderne il manifesto
programmatico. Il Pitrè assolse prontamente il suo compito e il 7 agosto. dalle
colonne del Giornale di Sicilia, chiamò a raccolta quanti avessero a
cuore l’onore offeso della Sicilia.
“Ora non si parla della Sicilia senza parlare di mafia
e mafia e Sicilia sono una stessa cosa. La mafia è la pianta indigena della
Sicilia e del fiore funesto di essa porta decorato il petto ogni siciliano.
Come mai si è potuto creare attorno a questa povera isola una leggenda così
sinistramente malevola? Come mai sul capo di ogni onesto isolano si è potuta
posare questa odiosa corona, le cui foglie sono delle spine e le spine pungono
come aculei? Fino a 40 anni fa chi sognò mai che della Sicilia e dei Siciliani
si sarebbe potuto dir tanto?”
pag.162
Il giorno seguente. 8 agosto, nell’atrio dell’ex
Palazzo Raffadali, proprietà dell’avv. Vincenzo Puglia, principe e maestro del
giure, si riunì quindi una larga assemblea, che diede vita al cosiddetto “Comitato pro Sicilia”, il nuovo partito, cui
aderirono personalità di ogni ordine e grado: avvocati, professionisti.
Commendatori, rappresentanti della grande nobiltà terriera ed esponenti della
destra parlamentare, facenti capo al Sonnino. A sostegno della iniziativa si
aggiunsero il giornale L’Ora di Palermo, proprietà dei Florio, La Sicilia di Catania,
organo di ispirazione sonniniana. e il Sole del Mezzogiorno, quotidiano
cattolico democratico cristiano, cui collaborava don Luigi Sturzo. Il «Comitato pro Sicilia» percorse trasversalmente
anche il movimento socialista Ne seguirono perciò discussioni
e polemiche.
Il
democratico cristiano avv. Vincenzo Mangano, in polemica col Domani
d’Italia, replicò sostenendo:
“La
Sicilia è stata fin qui dimenticata da tutti, meno che dal
fisco: non ha strade, non ha ferrovie, non ha bonifiche, mentre che, tirando i
conti. molti dei miglioramenti di altre regioni vengono dal denaro siciliano. La Sicilia non chiede
restituzioni, pretende che non le sia tolto l’onore. Ha ragione, ed io sto
sempre per chi ha ragione” (V.Mangano, Pro Sicilia)
Il
socialista Nicola Petrina (*), in risposta a
Bissolati, perfino rivendicò il suo passato di perseguitato socialista:
‘‘Io che sono stato in carcere per cinque anni non posso
approvare le condanne per indizio. Non conosco Palizzolo, ma davanti a una
sentenza che lo vuole seppellito vivo, penso se questo non sia un delitto più
grave di quello che ha soppresso il Notarbartolo. Sono in errore? Mi contento
di aver sbagliato nel difendere un presunto reo, piuttosto che contribuire alla
condanna definitiva di un innocente” (L’Ora, 17-18 agosto 1902)
Non meno
significativa fu la dichiarazione dell’on. Angelo Maiorana, prossimo ministro
delle finanze del governo Giolitti.
‘‘Il movimento di opinione pubblica che, dopo il
verdetto di Bologna, si è determinato in Sicilia, è uno dei più profondi e
coscienti che da lunga pezza siensi manifestati nell’isola nostra Non giova
dissimularsene né l’estensione né la intensità. Errano molti per ignoranza,
taluno per malafede, quei giornali dell’Alta Italia che l’attribuiscono alla
riscossa della mafia. Così dicendo, mostrano di disconoscere le più essenziali
condizioni dello spirito pubblico siciliano e contribuiscono ad inasprire un
dissidio che purtroppo ripete assai complesse e diverse cagioni E vero: altra
cosa è Palizzolo, altra cosa è la Sicilia. Ma che perciò? Il fatto Palizzolo non è
che l’indice o l’occasione o la goccia del vaso, per usare la frase volgare; ma la questione è molto più alta e complessa.
Negarla vuol dire aggravarla; falsarla. significa invelenirla”.
Il “Comitato pro Sicilia” non ebbe però gli
sviluppi che i suoi promotori certamente si aspettavano. Sul piano
organizzativo si estese in tutta l’isola,
costituendo nelle varie province ben 60 sezioni e raccogliendo 200 mila
adesioni. Sul piano politico il suo principale successo fu, invece,
solo l’annullamento della condanna del Palizzolo. e la celebrazione di un nuovo
processo a Firenze, la cui giuria il 23 luglio 1904 concluse con la non
colpevolezza dell’imputato. Però, a svalutare quel risultato provvide lo stesso
Palizzolo, il quale, nella sua vanità e leggerezza, organizzò senza ritegno un
ritomo trionfale a Palenno a bordo di una nave appositamente noleggiata. Anche
i suoi amici e complici mancarono del senso del limite, organizzandogli una
accoglienza al porto con migliaia di persone festanti. Commentando l’accaduto,
Gaetano Mosca scrisse “L’apoteosi di Palizzolo offende il senso morale” (Mosca
Uomini e cose di Sicilia) Ma ad
uscirne offesa fu anche la buona immagine della Sicilia.
La vanitosa
rivincita del Palizzolo segnò la fine di un decennio in cui il problema mafia
era stato al centro della lotta politica e del dibattito culturale, specie nel
passaggio dal vecchio al nuovo secolo.
Praticamente
quanto a vivacità e partecipazione il triennio 1899- 1902 fu del tutto simile
al triennio I 874-76. Ma i risultati furono diversi. Al momento del passaggio
dalla Destra alla Sinistra si era avuta una inchiesta pubblica e una inchiesta
privata. Indi era seguita l’azione repressiva del prefetto Malusardi. grazie
alla quale le numerose bande brigantesche erano state finalmente sgominate.
Nella transizione dal regime autoritario al regime liberale, invece, il
prefetto De Seta tentò ma non riuscì a diventare quel che era stato il prefetto
Malusardi: il processo alla mafia palermitana fu per la giustizia una clamorosa
sconfitta: e non meno disastrosa fu la conclusione del processo Notarbartolo.
Insomma, il 1899-1902 fu una vera occasione perduta. Riguardo al problema
mafia. tuttavia, l’interesse in Sicilia e nel Paese fu molto più ampio e
partecipato che nel 1874-76: intervenne tutta o quasi tutta la grande stampa
nazionale, sia quotidiana che periodica; e fatto non meno significativo la
presenza degli studiosi siciliani fu dominante.
Nel 1874-76
il dibattito era stato caratterizzato dalla prevalenza dei non siciliani.
Bonfadini, Fianchetti, Villari, Tafani, TommasiCrudeli. E naturalmente anche il
modo di vedere la mafia ne aveva subito le conseguenze. Il fenomeno era stato
inteso infatti come problema nazionale, ma più che altro per assumerlo
strumentalmente a motivo della non idoneità siciliana ad avere un ruolo
paritario con le regioni del Centro-Nord nella direzione nazionale del Paese.
Con la crisi di fine secolo, risoltosi in modo fallimentare la funzione
nazionale della Sicilia svolta dai governi Crispi e Di Rudinì, il problema
mafia cessò di avere rilievo nazionale, e divenne solo un fatto di interesse
locale, sostanzialmente coltivato dagli studiosi siciliani Alongi, Cutrera,
Vaccaio, De Felice, Pitrè, Mosca, Colajanni, Sturzo., come pure da non pochi
esponenti della magistratura inquirente o giudicante, come Cosenza. Pantaleoni
e altri.
La
differenza fra gli studiosi isolani e continentali non era, però, solo di
geografia politica. Bonfadini e Franchetti a avevano avuto spazio più che altro
nella dimensione culturale mafiologica. La stessa cosa non poteva dirsi per
Mosca, Colajanni e Sturzo, destinati a divenire grandi protagonisti della
cultura nazionale. Anche per il Pitrè. il discorso era diverso. Pitrè non era
un mafiologo. ma un demologo, uno dei fondaton di quella scienza a livello
nazionale. Nondimeno, Pitrè fu il vero trionfatore del dibattito politico e
culturale del 1899-1902, come il Bonfadini e il Franchetti lo erano stati nel
1874-76. La differenza. tuttavia, consisteva nel fatto che Bonfadini e
Franchetti avevano caratterizzato e definito l’approdo culturale del dibattito
attorno alla mafia in senso antisicilianista, e il Pitré in senso sicilianista.
Il sicilianismo non era di per sé ideologia mafiosa, ma si
prestava ad essere utilizzato in chiave ideologica mafiosa. Nella storia della
mafia è quindi da tenere sempre distinta la storia ideologica dalla storia
politica.
Sotto il
profilo ideologico, nella interpretazione sicilianista della mafia si trovavano
accomunati campioni dell’antimafia come Napoleone Colajanni. intellettuali di livello
nazionale come il Mosca. e studiosi di segno sicilianista inconfondibile come
Pitré. Non vi si trovava compreso invece Luigi Sturzo.
Sotto il
profilo politico. lo schieramento era diverso. Colajanni, Mosca e Sturzo stanno
da una parte e Pitrè dall’altra. Anche sotto il profilo scientifico, il Pitrè
occupava uno spazio tutto suo. Nei 4 volumi degli Usi e costumi
pubblicati nel 1889 il capitolo titolato La mafia e l’ omertà
comprendeva in tutto 45 pagine, delle quali 3 dedicate all’omertà, alla vendetta,
al duello, e solo 7 alla mafia Ma più che queste pagine, a far rumore e
procurare al Pitrè la qualifica di ideologo giustificazionista della mafia,
furono la testimonianza al processo di Bologna a difesa del Palizzolo e
l’articolo pubblicato sul Giornale di Sicilia nel 1902 a sostegno del
“Comitato pro Sicilia”. In effetti, in tutta la vicenda
Notarbartolo-Palizzolo, Pitrè non ebbe esitazione a schierarsi apertamente e
pubblicamente sempre dalla parte del Palizzolo. Per altro, i rapporti col
Palizzolo non erano solo di generica stima, ma anche di collaborazione
politica. Pitrè, oltre che studioso, era anche un personaggio politico, avente
un modo importante nell’amministrazione cittadina palermitana. e in varie
occasioni, come amministratore cittadino, aveva operato nell’orbita politica
del Palizzolo. Che il Pitrè fosse poi effettivamente un mafioso, è stato più
volte supposto o sussurrato e il suo comportamento non contribuisce certo a far
chiarezza. Anzi lascia supporre la positività dell’affiliazione mafiosa. Ma
tale conclusione non è collegata con la tesi interpretativa della mafia.
Sul fronte
antimafia e comunque in posizione antitetica al Palizzolo furono schierati
Napoleone Colajanni, Gaetano Mosca e Luigi Sturzo. (1)
vedi anche di Fr. Renda
una
pagina molto significativa che illustra lo scontro Nord - Sud
(*) Nicola Petrina
Il 18 marzo 1889 fonda a
Messina il primo fascio siciliano riunendo le società operaie della città. Nel
Luglio dello stesso anno viene arrestato e condannato a due anni di reclusione.
Il 9 maggio 1898 partecipa al corteo che protesta contro l’aumento del prezzo
del pane , e per questo arrestato dalla polizia.
(1)Di Luigi Sturzo, Renda più avanti a
pagina 167 di questo capitolo ci riporta questa citazione: <<La mafia
..... ha i piedi in Sicilia ma afferra anche Roma, penetra nei gabinetti
ministeriali, nei corridori di Montecitorio...>>
vedi Delitto
Notarbartolo
alla luce de "Il ritorno del Principe" Giuseppina Ficarra
di Renda vedi
anche: il teorema
politico di una Sicilia e di un Mezzogiorno posti al di fuori della civiltà
moderna e inabilitati a partecipare oltre che alla direzione anche alla
dialettica politica del paese si rivelò del tutto inattuale e fuorviante
Francesco Renda
Storia della mafia
Renda
A
proposito dei rapporti mafia-politica
Renda
una pagina molto significativa che illustra lo scontro Nord - Sud
Origine di uno stereotipo
Renda
A proposito dei rapporti
mafia-politica
Il procuratore generale Diego Taiani si
dimette dalla magistratura per protesta contro la mancata esecuzione di un
mandato di cattura contro il questore Albanese per complicità in assassinio
dietro diretto intervento del ministro dell'interno. (Renda in
Storia della mafia Sigma 1997 pag.88).
Anche
il prefetto di Palermo, Malusardi quando comincia a rivolgere le sue
attenzioni alle contiguità tra mafia e personaggi di alto rango viene
ostacolato e per protesta si dimette
Sui
rapporti Palizzolo – Crispi ancora Renda in Storia della mafia Sigma
1997 Capitolo VI I processi Notarbartolo, pag. 149 scrive:
<<
prefetti, procuratori generali, commissari civili e militari con autorità
viceregia in Sicilia, come l’ex commisano civile di Sicilia Codronchi e come
il futuro ministro della guerra generale Mirri, e ancora altri ministri e
gli stessi presidenti del consiglio, Crispi e di
Rudini. manifestavano la convinzione che il Palizzolo fosse un gran
delinquente, se non proprio il mandante dell‘assassinio del Notarbartolo; ma
non lo toccavano, non indagavano e non facevano indagare sul suo conto: anzi
lo proteggevano, ne accettavano o ne sollecitaano i servigi, lo ricevevano
coi segni del rispetto e della deferenza, gli affidavano missioni
elettorali, gli accordavano o consentivano che gli si accordassero alte
onorificenze, e soprattutto gli concedevano di svolgere la sua attiva opera
di protezione a vantaggio di mafiosi e delinquenti>>. Per un approfondimento
Renda in nota a pie’ pagina rimanda a Colajanni Nel regno della mafia
pag.75 e sg; a Lupo Storia della mafia , pp. 75 sg (esposizione
ampia ed esaustiva); e anche a Romano, Storia della mafia, pg. 166
sg.
Più
avanti Renda scrive: <<Anche se non si facevano i nomi, evidentemente si
voleva dire che la condanna del Palizzolo colpiva in prima persona il
Crispi e il di Rudinì.>>
A
proposito poi di Giolitti Renda a pag.151 op. cit scrive:
<<Pressato in parlamento e nel paese da chi grida al pericolo dei fasci, il
presidente del consiglio e ministro degli interni Giolitti, da una parte,
lascia che la polizia disattenda il proprio impegno in ordine alle ricerche
sull’assassinio del Notarbartolo (sa bene che nessuno gliene farà una colpa,
e del resto, non a caso, a sollecitarlo è il solito Colaianni); e
d’altra parte, pur deciso a non accogliere il richiesto scioglimento dei
fasci, perchè contrario alla sua politica, dispone e sollecita che questure,
prefetture e carabinieri si mobilitino a indagare fra le decine di migliaia
dei soci dei fasci chi abbia e chi non abbia qualche macchia nella fedina
penale.>>
Lo studioso e
uomo politico Napoleone Colajanni definì il governo "re della mafia" e in
seguito Gaetano Salvemini definisce Giovanni Giolitti "ministro della
malavita"
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