| RASSEGNA STAMPA |
Perché ricordiamo la Rivoluzione d’Ottobre vedi L'Ernesto e COME RICOSTRUIREMO L'UNIONE SOVIETICA
di Alexander Höbel
su L'ERNESTO del 06/11/2009
A 92 anni dalla
Rivoluzione d’Ottobre, qualcuno potrebbe chiedersi (e chiederci) perché
celebriamo ancora quell’evento. A parte il fatto che anche date come il 14
luglio 1789 continuano a essere giustamente ricordate e celebrate, il punto
centrale è un altro; e cioè che continuiamo a pensare che quell’evento abbia
cambiato la storia del mondo, e che i suoi insegnamenti – e in generale la
lezione del leninismo – siano tuttora fondamentali.
Tanto per cominciare, non si ricorderà mai abbastanza il fatto che quella
Rivoluzione nacque in opposizione al massacro della guerra imperialista – la I
Guerra mondiale – che stava devastando il mondo, trasformò l’ennesimo macello
prodotto dalle logiche del capitale in un’occasione di trasformazione sociale, e
costituì la leva essenziale della dissociazione della Russia – ormai Russia dei
soviet – da quella “inutile strage”, giungendo a una pace giusta e senza
annessioni (anzi, con la perdita di rilevanti pezzi di territorio), con un gesto
che valeva molto di più delle vuote invocazioni pacifiste di tante forze
democratiche e socialiste, cui poi non corrispondevano scelte conseguenti. Gli
altri decreti varati all’indomani della Rivoluzione – quelli sulla terra ai
contadini, la nazionalizzazione dei grandi impianti, il potere dei soviet, il
rispetto delle nazionalità e il criterio della libera adesione al nuovo Stato –
costituirono le prime realizzazioni di quegli obiettivi che i bolscevichi
avevano proclamato prima della presa del potere: anche in questo caso, una
coerenza tra il dire e il fare, che accrebbe grandemente il consenso popolare.
In secondo luogo, la soluzione rivoluzionaria di quel conflitto consentì di
porre all’ordine del giorno – e di rendere per la prima volta concreto, dopo il
generoso tentativo della Comune di Parigi – l’obiettivo della costruzione di un
sistema economico e sociale diverso, di un sistema socialista. Ciò implicava un
primo tentativo di dar vita a un’economia non più regolata dalla legge del
profitto e dalle stesse regole del mercato, che pure avevano una storia
secolare, realizzando un’organizzazione economica e produttiva il cui criterio
essenziale fosse quello del benessere collettivo anziché dell’arricchimento
individuale, e al fondo quello del prevalere del valore d’uso di risorse e
merci, anziché del loro valore di scambio, che in regime capitalistico porta
alla “mercificazione di ogni cosa”, compresi ormai l’acqua, i semi da cui
nascono i frutti, il corpo e il DNA. Questa trasformazione costituiva un’impresa
enorme, di portata storica, che i bolscevichi dovettero affrontare senza poter
contare, come speravano, nella contemporanea trasformazione socialista dei paesi
europei più sviluppati (che avrebbe posto su basi strutturali più solide il
processo di transizione al socialismo), in un paese arretrato, devastato dalla
guerra e poi dalla guerra civile, invaso e poi accerchiato da eserciti
stranieri; un paese in cui la grande maggioranza della popolazione era
analfabeta e viveva e lavorava nelle zone rurali. In un paese del genere, e con
strumenti di calcolo rozzi, lontani anni luce dai moderni computer e
calcolatori, si sarebbe dovuta avviare un’economia pianificata, che consentisse
una modernizzazione equa, uno sviluppo economico ma al tempo stesso sociale e
civile – e l’esempio dei paesi capitalistici ci mostra come raramente questi
elementi procedano assieme; e quello sviluppo ci sarà, sebbene con
contraddizioni drammatiche, errori e costi umani pesanti.
Infine, quel nuovo sistema produttivo poneva il problema del superamento del
lavoro alienato, non solo nel senso dell’espropriazione del lavoratore dal
prodotto che ha realizzato, ma anche nel senso della scissione tra lavoro
manuale e intellettuale, tra funzioni direttive ed esecutive; il tutto contando,
nella migliore delle ipotesi, ossia nelle punte più avanzate delle città
industriali, sulla catena di montaggio taylorista, uno strumento di produzione
rigido che, come è stato rilevato, ben difficilmente poteva costituire la base
di una liberazione del lavoro. E tuttavia anche qui si tentò, lasciando maggiore
spazio al ruolo creativo e alle innovazioni dei lavoratori, a una loro funzione
anche direttiva, e poi, in anni di maggiore sviluppo e benessere, allentando i
ritmi di fabbrica in misura tale che la competizione economica internazionale
intanto avviata coi paesi capitalistici non avrebbe perdonato.
Il tema della liberazione del lavoro rientra peraltro in un problema più
generale, quello del superamento della scissione tra dirigenti e diretti,
governanti e governati, e dunque al tema della democrazia – intesa
etimologicamente come potere del popolo –, del potere e dei suoi meccanismi.
Anche qui l’Ottobre è essenziale per il tentativo di superare la democrazia come
delega, di andare al di là di una democrazia meramente rappresentativa e
formale, per affermare un modello di democrazia diretta, sostanziale, basata
sulla partecipazione costante dei lavoratori, su un loro effettivo potere di
controllo e gestione, su funzioni di delega ben delimitate: il contrario,
insomma, di quella delega in bianco, professionalizzazione della politica e
quindi crisi della partecipazione e della stessa democrazia, che viviamo oggi
nei paesi capitalistici; e invece qualcosa di simile a quello che si cerca di
realizzare in esperienze come quelle del Venezuela bolivariano e di Cuba, e
soprattutto punti essenziali della riflessione di Lenin, da Stato e rivoluzione
agli ultimi scritti sull’“ispezione operaia e contadina” e sulla necessità di
difendere e sviluppare questo modello, scongiurando il riproporsi dei vecchi
sistemi.
Come si vede, sono tutti obiettivi di portata storica, che alludono a un vero e
proprio salto di civiltà e a un processo anch’esso storico, come peraltro
preconizzavano Marx ed Engels. La Rivoluzione d’Ottobre e l’esperienza complessa
e articolata che ne seguì semplicemente non potevano risolvere da sole questi
problemi, vincere da sole e in 74 anni queste sfide. E tuttavia esse hanno
costituito un primo, gigantesco passo in questa direzione, hanno consentito
l’ingresso nella storia – stavolta da protagonisti – dei popoli coloniali e dei
paesi periferici e semiperiferici del sistema, avviando quello smantellamento
del modello coloniale che sarebbe proseguito nel secondo dopoguerra; hanno
costituito un input essenziale per l’affermarsi dei diritti sociali nell’agenda
politica mondiale, favorendo con la loro stessa esistenza la costruzione di
sistemi di Welfare anche in Occidente.
Ma soprattutto i problemi e gli obiettivi che quella Rivoluzione poneva sono
oggi ancora più attuali di ieri: sono più necessari, poiché solo un sistema
economico che sostituisca all’anarchia del mercato e alla produzione illimitata
di merci la pianificazione razionale delle risorse e il loro uso sociale potrà
salvare il Pianeta dalla crisi alimentare, dalla tragedia della fame e della
sete, dalla catastrofe ecologica, dalle guerre per le risorse; e sono
maggiormente possibili, perché lo sviluppo delle forze produttive, delle
tecnologie informatiche, dei mezzi di comunicazione e degli strumenti di
calcolo, e infine il passaggio stesso a un sistema produttivo più flessibile,
pongono basi enormemente più avanzate per un’economia socialista. Dunque per chi
come noi, marxisti e comunisti, crede nella storia e nelle sue possibilità,
l’Ottobre è un esempio ancora vivo; è una tappa essenziale di quello che
Domenico Losurdo definisce il lungo “processo di apprendimento” delle classi e
dei popoli oppressi per emanciparsi e prendere nelle proprie mani la loro vita,
scalzando le vecchie classi dirigenti e superando la vecchia società. Per questo
nel nostro calendario il 7 Novembre sarà sempre segnato in rosso.
L'ernesto 9 novembre 2009 vent'anni dopo la caduta del muro
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http://www.contropiano.org/Documenti/2009/Novembre09/CadutaMuro/CadutaMuro.htm
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http://www.lernesto.it/index.aspx?m=77&f=get_filearticolo&IDArticolo=18398
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Nel quarto anniversario della Rivoluzione d'OttobreLenin, 14 ottobre 1921
... Noi abbiamo cominciato quest'opera. Quando, entro che termine precisamente, i proletari la condurranno a termine? Ed a quale nazione apparterranno coloro che la condurranno a termine? Non è questa la questione essenziale. È essenziale il fatto che il ghiaccio è rotto, la via è aperta, la strada è segnata.
Continuate pure le vostre ipocrisie, signori capitalisti di tutti i paesi, che «difendete la patria» giapponese contro quella americana, l'americana contro la giapponese, la francese contro l'inglese, ecc! .... Alla guerra imperialista, alla pace imperialista, la prima rivoluzione bolscevica ha strappato i primi cento milioni di uomini. Le rivoluzioni successive strapperanno a simili guerre ed a simili paci l'umanità intera.
E l'ultima nostra opera — la più importante, la più difficile, la più incompiuta — è l'organizzazione economica, la costruzione di una base economica per il nuovo edificio socialista che sostituisce quello vecchio e feudale distrutto, e quello capitalista semidistrutto. In questa opera, che è la più difficile e la più importante, abbiamo, più che in ogni altra, subito insuccessi e commesso errori. Come se si potesse incominciare senza insuccessi e senza errori un'opera simile, nuova al mondo! Ma noi l'abbiamo iniziata. Noi la continuiamo. Noi correggiamo appunto ora, con la nostra «nuova politica economica», tutta una serie di errori da noi commessi, noi impariamo come si deve proseguire nella costruzione dell'edificio socialista, in un paese di piccoli contadini, senza cadere in questi errori.
Le difficoltà sono immense.
Noi siamo abituati a lottare contro difficoltà immense. Non per
nulla i nostri nemici ci hanno soprannominati uomini «granitici» e
rappresentanti di una «politica che spezza le ossa». Ma noi abbiamo imparato
anche, per lo meno sino a un certo punto, un'altra arte, necessaria nella
rivoluzione, la flessibilità, la capacità di cambiare rapidamente
e bruscamente la nostra tattica, di tenere in considerazione i
mutamenti delle condizioni obiettive, di scegliere una nuova via verso il
nostro scopo se quella di prima si è dimostrata inapplicabile, impossibile
per un determinato periodo di tempo…
...Con uno studio tenace e perseverante, verificando
praticamente l'esperienza di ogni nostro passo, non temendo di rifare più
volte ciò che si è incominciato, correggendo i nostri errori, considerandone
attentamente il significato, noi passeremo anche nelle classi successive.
Noi seguiremo tutto il «corso», quantunque le circostanze della economia e
della politica mondiale lo abbiano reso molto più lungo e difficile di
quanto non avremmo voluto. Per quanto siano
dure le sofferenze del periodo transitorio… noi non ci perderemo d'animo e,
ad ogni costo, condurremo la nostra causa a una fine vittoriosa
…
Nostalgia o senso della realtà?
Secondo un sondaggio del tedesco Institut Emnid, pubblicato
nella Berliner Zeitung, la maggioranza dei tedeschi dell’Est rimpiange le
conquiste socialiste e considera che l’ex DDR aveva “più lati positivi che
negativi”. Il 49% risponde che “c’era qualche problema, ma nell’insieme
vivevamo bene”. Un altro 8% ritiene che “ nella DDR c’erano soprattutto
aspetti positivi e vivevamo contenti e meglio che nella Germania riunificata
di oggi”.
In Ungheria, secondo l’istituto tedesco GFK-Hungaria, il 62% dei cittadini
considera che l’epoca di Kadar (1957-1989) è stata “la migliore di tutta la
storia ungherese” (era il 53% nell’analogo sondaggio del 2001); mentre il
60% considera i due ultimi decenni, dopo il 1989, “il periodo più infelice
di tutto il XX secolo” (erano il 48% nel 2001).