| RASSEGNA STAMPA |
"Un programma per la lotta alla mafia" di Ingroia e Scarpinato Micromega 1/2003
in Mafia e potere a cura di Livio Pepino e Nebiolo EGA editore 2006 Roberto Scarpinato
pag.106 "ordine reale fondato sul disordine controllato" pag. 106
Bernardo Provenzano e le armi di distrazione di massa
La prima esemplificazione in termini pragmatici di come la questione mafiosa fosse inestricabilmente intrecciata agli equilibri interni della classe dirigente, si ebbe a seguito di un omicidio eccellente di rilevanza nazionale. L’omicidio, nel febbraio del 1893, di Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, per mano mafiosa ma su mandato politico dell’onorevole Palizzolo, si tradusse in un braccio di ferro tra le due anime della classe dirigente del tempo, un braccio di ferro che travalicando le aule giudiziarie attraversò tutti gli apparati di potere dello Stato e ben quattro governi nazionali, sancendo la vittoria politica finale della borghesia mafiosa.
5.5
L’analisi di Franchetti conserva una sua straordinaria attualità, nonostante
il trascorrere del tempo, perché nell’esaminare gli interna corporis del
sistema di potere mafioso, mette a nudo una dinamica generale del potere nelle
società moderne, che attraversa il tempo e lo spazio.
Si tratta della dinamica che nella seconda metà del XX secolo verrà approfondita
sopratutto dalla scuola sociologica di Chicago, e che può essere definita come
quella dell’«ordine reale fondato sul disordine controllato». Ogni sistema
sociale, osservano quegli studiosi, produce un coefficiente di disordine
interno. Questo coefficiente è tanto più elevato quanto maggiore è la
disuguaglianza della distribuzione della ricchezza e delle chance di vita
all’interno della piramide sociale. Tanto più si allarga la forbice tra ricchi e
poveri tanto più aumenta il coefficiente di disordine interno prodotto dal
sistema sociale e viceversa. Nei sistemi sociali, nei quali questa forbice è
molto allargata, è impossibile o difficffissimo mantenere l’ordine dei rapporti
economici esistenti esclusivamente mediante procedure legali-formali affidate
alle forze di polizia, Il legalismo formale del sistema infatti pone dei limiti
all’uso manifesto della violenza pubblica.
In taluni di questi casi, per mantenere l’ordine reale di rapporti economici
squilibrati a favore di pochi vertici della piramide sociale, questi ultimi
fanno occultamente ricorso ad agenzie private della violenza. Gli specialisti
della violenza pongono in essere un disordine — che si manifesta in omicidi,
stragi e quant’altro — funzionale a garantire l’ordine reale del sistema.
I garanti del disordine controllato, funzionale al mantenimento dell’ordine
reale, godono di impunità e di un’autonoma sfera di operatività, a condizione
che nel loro autonomo operare non esagerino mettendo in pericolo essi stessi
l’ordine reale, divenendo così disfunzionali.
Il modello in questione, che a mio parere si attaglia perfettamente alla
descrizione del sistema di potere mafioso del Franchetti, è diffuso in molte
parti del mondo con diverse varianti. Un esempio, tra i tanti possibili, è
rappresentato dalla realtà di molti Stati latinoamericani, come il Messico o il
Brasile, caratterizzati da metropoli dove convivono sterminate favelas abitate
da milioni di poveri e quartieri di extra lusso. Le favelas sono contenitori
della negatività del sistema sociale nelle quali la pratica generalizzata
dell’illegalità — prostituzione, traffico di stupefacenti, ecc. — consente
un’economia della sopravvivenza per masse di diseredati. La violenza implode
all’interno delle favelas e deborda anche nei quartieri di un ceto medio privo
di potere sociale sempre più povero.
Mediante un uso spregiudicato della violenza, inibito alle forze di polizia,
squadroni della morte al soldo dei settori più retrivi delle classi dirigenti,
acquartierate nei quartieri di lusso, garantiscono che il disordine resti
controllato all’interno dei contenitori sociali prestabiliti e non metta in
pericolo l’ordine reale dei rapporti economici esistenti.
Ciò posto, la mafia potrebbe definirsi come una declinazione italiana del
modello dell’«ordine reale fondato sul disordine controllato». Un modello che ha
avuto diverse varianti a seconda del mutare delle epoche storiche e delle
diverse zone del territorio meridionale.
Una prima variante è quella della camorra napoletana che potremmo definire
pane e camorra e che attualmente è alla ribalta nazionale. Come è noto, a
Napoli l’illegalità di massa praticata da larghi settori della popolazione meno
abbiente è stata sempre accettata, anzi è divenuta una componente stabile
dell’organizzazione politica reale, perché ha svolto la funzione di contenitore
della negatività prodotta dallo stesso sistema. Prima l’illegalità di massa si
declinava nel contrabbando di
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sigarette, nella produzione seriale dei falsi, nella prostituzione, ecc. Nel
corso dell’ultimo ventennio l’economia popolare del crimine ha fatto il salto di
qualità nel settore degli stupefacenti. A Napoli vi sono interi quartieri che —
come le favelas — godono di una sorta di extraterritonalità rispetto allo Stato
italiano perché di fatto sono notoriamente soggetti a un controllo monopolistico
del crimine organizzato che vi gestisce a cielo aperto il traffico e lo spaccio
degli stupefacenti con migliaia di acquirenti provenienti ogni giorno da tutta
la città. In questi quartieri migliaia e migliaia di persone, interi nuclei
parentali, sopravvivono grazie a un’economia criminale, forma di disordine auto-
gestito e controllato, che è espressione organica delle contraddizioni interne
al sistema politico-economico e che, proprio per questo motivo, quel sistema non
è in grado di risolvere senza con ciò stesso auto- dissolvere se stesso.
Il disordine controllato è recentemente divenuto incontrollato — accendendo
i riflettori dei media nazionali — a causa di una guerra esplosa in questi
ultimi mesi tra fazioni avverse per la conquista di questo o quel quartiere. Lo
spegnersi dei riflettori noti significherà purtroppo che è tornato l’ordine
sociale, ma che è tornato il disordine controllato garantito dai vincitori della
guerra di camorra, disordine su cui si regge l’ordine reale dei rapporti
economici.
In Sicilia, il modello dell’ordine reale fondato sul disordine controllato si
è prevalentemente declinato per molto tempo nella variante che potremmo definire
modello Ucciardone. Come è noto, sino agli anni Ottanta, quello dell’Ucciardone
era un carcere modello per tutta l’Italia. L’ordine assoluto era garantito dai
mafiosi che vi erano detenuti. In cambio di questo appalto della tutela
dell’ordine interno, i mafiosi godevano di un trattamento talmente privilegiato
che meritò a quel carcere il soprannome di “Grand Hotel Ucciardone”.
5.6
Chiarita per somme linee la dinamica generale del modello interpretativo
dell’ordine reale fondato sul disordine controllato, possiamo verificare come
questo modello possa offrire un’interessante chiave di
lettura per la comprensione dell’evoluzione dei rapporti tra classe dirigente e
struttura militare della mafia nel corso della storia del Paese.
Nella monarchia liberale, ai tempi dell’economia latifondista, la classe
dirigente siciliana utilizzava occultamente gli specialisti della violenza nei
modi e per i fini descritti da Franchetti.
Con l’avvento del fascismo, l’ordine reale non ha più bisogno di reggersi
sul disordine controllato gestito dalla struttura militare della mafia. Gli
stessi ceti sociali che erano stati l’anima e la forza politica della mafia,
infatti diventano il punto di forza della dittatura fascista. L’ordine reale può
esercitare, senza alcuna remora e in modo manifesto, la violenza pubblica per
reprimere l’antagonismo sociale e le rivendicazioni economiche dei ceti
popolari. La pubblicizzazione della violenza politica determina la revoca
dell’appalto privato di quella stessa violenza alla struttura militare della
mafia. Con le famose retate del prefetto Mori, l’ordine reale si disfa così
degli specialisti della violenza, divenuti un costo superfluo per il sistema.
A seguito della caduta del fascismo e dell’avvento della Repubblica, il
ripristino formale dello Stato di diritto, restaura il divieto dell’uso
manifesto della violenza politica per garantire l’ordine reale. Ritorna così in
vita il modello dell’ordine reale fondato sul disordine controllato, con la
delega occulta dell’esercizio della violenza materiale alla struttura militare
della mafia.
Il rapporto mafia-politica tuttavia si arricchisce di nuove connotazioni.
L’introduzione del suffragio universale rompe il monopolio politico dello Stato
esercitato dal vecchio notabilato aristocratico-alto borghese. La
liberalizzazione del mercato politico e il passaggio dall’economia agraria
all’economia cittadina, comportano un progressivo riassetto interno alle classi
dirigenti e rendono più complessa la natura dello scambio con la mafia militare.
Il vecchio notabilato cede progressivamente il posto a una borghesia che ne
eredita i metodi e i vizi quanto al rapporto con la violenza nella competizione
politica.
Si assiste infatti al fenomeno che è stato definito della “democratizzazione
della violenza”. Infatti se prima la violenza era praticata dagli specialisti su
mandato di settori dell’aristocrazia e dell’alta borghesia
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— classi dirigenti che in termini quantitativi assommavano intorno al 2% della
popolazione globale — nell’Italia repubblicana l’area della committenza politica
della violenza si allargherà in modo spropositato, coinvolgendo la nuova
borghesia mafiosa. Una borghesia della quale entrano a far parte ex
aristocratici, ex componenti della mafia militare arricchitisi e imborghesitisi,
ed esponenti di una borghesia rampante priva di scrupoli che gioca la propria
partita di potere utilizzando tutte le carte possibili: quella del consenso
spontaneo, quella del consenso procurato dalla struttura militare mafiosa,
quella della gestione clientelare della spesa pubblica e, quando è necessario,
anche quella occulta della violenza militare.
Dal secondo dopoguerra la storia del sistema mafioso si articola così
su tre versanti.
Il primo è quello delle attività criminali praticate in proprio dagli
esponenti della mafia militare: estorsioni, stupefacenti, sequestri, omicidi
interni e altre attività di ordinaria macelleria criminale.
Il secondo versante è quello delle stragi e degli omicidi compiuti dalla
struttura militare su mandato politico. Si tratta di una storia della quale ampi
capitoli sono venuti alla luce proprio grazie ai processi celebrati in quest’ultimo
quindicennio e che nulla ha a che fare con la macelleria criminale, ma che
potremmo definire piuttosto come la stanza di Barbablù, la camera della morte di
ampi settori della classe dirigente. Settori che non hanno esitato a fare
ricorso all’omicidio per eliminare tutti coloro che — in un modo o in un altro —
mettevano in pericolo gli interessi del sistema di potere politico-mafioso. Una
scia ininterrotta di sangue che, partendo dalle le vittime della strage di
Portella della Ginestra, si snoda attraverso gli omicidi di decine di
sindacalisti del mondo contadino, si ricongiunge agli omicidi di vertici
istituzionali, di magistrati, di esponenti di forze di polizia durante gli anni
Ottanta, sfociando infine nelle stragi del 1992 e del 1993.
Il terzo versante è quello cerniera tra i primi due: il versante della
compartecipazione in affari tra colletti bianchi e aristocrazie di vertice della
struttura militare. Basti accennare, tra i tanti episodi emblematici, al caso
Sindona, al caso Calvi, allo scandalo IOR, alla comune gestione dell’illecita
manipolazione degli appalti pubblici aggiudicati agli amici degli amici in
cambio di una doppia tangente: quella ai politici e quella a Cosa nostra.
Si tratta solo di alcuni momenti di visibilità di un mondo del quale i
processi di questi ultimi anni — al di là dei concreti esiti giudiziari — hanno
portato alla luce ampi squarci, squarci oscurati e condannati alla rimozione,
per i motivi prima accennati, dai media e dagli apparati culturali che
controllano l’organizzazione politica del sapere.