Brutte giornate nel Parlamento, e
dintorni. E allora bisogna guardare più a fondo, e più
lontano, nel considerare il modo in cui oggi si discute
e si decide su questioni essenziali e drammatiche
dell´esistenza di ciascuno di noi – come morire e come
organizzare le relazioni affettive, come procreare e
come dare il cognome ai figli e come riconoscere
pienezza di diritti a quelli nati fuori dal matrimonio.
Sono in campo in prima persona, ed è un fatto inedito
nella storia repubblicana, tutte le grandi istituzioni:
Presidente della Repubblica, Governo, Parlamento, Corte
costituzionale, magistratura. E la Chiesa cattolica,
sempre più presente. E una opinione pubblica sempre più
sondata e sempre meno informata. Vale la pena di seguire
le mosse di alcuni di questi protagonisti.
Dice il Cardinal Ruini: è «norma di saggezza non
pretendere che tutto possa essere previsto e regolato
per legge». Dice il Presidente della Corte di
Cassazione: «Appare urgente e indispensabile un
intervento del legislatore che affronti e chiarisca i
gravi problemi che sempre più frequentemente si
presentano al giurista e al medico». Chi ha ragione?
Nessuno dei due. Intendiamoci: nelle materie che
interessano la vita è sempre necessario un uso sobrio e
prudente della legge e i giudici devono avere forti
principi di riferimento per le loro decisioni. Ma la
sobrietà, o addirittura l´assenza, dell´intervento
legislativo significa cose radicalmente diverse a
seconda che manifesti rispetto della libertà individuale
o, al contrario, intenzione di mantenere vincoli
costrittivi, volontà di girare la testa dall´altra parte
di fronte alle dinamiche sociali ed alle difficoltà
dell´esistenza. Il legislatore auspicato da Ruini non
avrebbe dovuto votare la legge sul divorzio, quella
sull´interruzione di gravidanza e neppure quella
pericolosa riforma del diritto di famiglia del 1975, a
lungo avversata da ambienti cattolici perché abbandonava
il modello gerarchico e riconosceva i diritti dei figli
nati fuori dal matrimonio (e anche allora si impugnava
una interpretazione gretta della nozione di famiglia).
Oggi siamo di fronte ad una situazione analoga.
Affrontando con poche norme le questioni delle unioni di
fatto e del diritto di morire con dignità, il
legislatore non invade indebitamente la sfera delle
decisioni private. Rimuove ostacoli ormai irragionevoli,
sviluppa logiche già ben visibili nel nostro sistema
costituzionale, non impone nulla a nessuno e mette
ciascuno nella condizione di esercitare responsabilmente
la propria libertà.
Perché, a questo punto, non si può dar ragione neppure
al Presidente della Cassazione? Perché nelle sue parole
si scorge anche un ritrarsi da responsabilità che sono
proprie della magistratura, un riflesso
dell´atteggiamento gravemente rinunciatario che si è
manifestato nelle decisioni riguardanti Piergiorgio
Welby ed Eluana Englaro. Due casi che i giudici
avrebbero potuto risolvere seguendo in particolare la
linea tracciata dagli articoli della Costituzione sulla
libertà personale e sul diritto alla salute (e che era
stata indicata con precisione da un parere della Procura
di Roma).
Sembra quasi che i giudici, messi di fronte a temi assai
impegnativi e che dividono la società, abbiano scelto di
chiamarsi fuori, di lasciare che sia solo la politica ad
affrontare e risolvere questioni che pure li investono
direttamente. Questo accade perché, provati da un lungo
braccio di ferro con una politica che voleva
mortificarne indipendenza ed autonomia, hanno deciso di
prendersi una rivincita e di lasciarla sola e nuda,
indicandola come unica responsabile delle difficoltà
presenti? Ma questa sarebbe davvero una ingiustificata
reazione corporativa e il segno di una regressione
culturale che impedisce loro di cogliere quale sia oggi
il compito istituzionale della magistratura, senza che
possa essere accusata di indebite invasioni di campo, di
esercitare una illegittima supplenza.
Commentando la giurisprudenza della Corte europea dei
diritti dell´uomo, si è proprio messo in evidenza che
ormai spetta sempre a questi giudici "risolvere le più
gravi e difficili questioni di diritto civile poste dal
cambiamento dei costumi, dalla scienza e dalla tecnica".
Questo non è l´effetto di distrazioni o ritardi del
legislatore, ma del fatto che la vita propone ormai una
molteplicità di situazioni sempre nuove e sempre
variabili, che nessuna legge può cogliere e disciplinare
nella loro singolarità, in un inseguimento continuo e
impossibile. Ad essa, invece, spetta il compito di
fissare i principi di base, che l´intervento del giudice
adatterà poi ai casi concreti.
Questo quadro di principi è, e non può che essere,
quello della Costituzione italiana, integrato da
indicazioni che vengono da documenti internazionali, in
primo luogo dalla Carta dei diritti fondamentali
dell´Unione europea. Ed è proprio su questo punto che si
sta svolgendo il conflitto. Si leggono interpretazioni
di norme costituzionali contrastanti con la loro stessa
lettera o comunque incompatibili con il sistema
complessivo di cui fanno parte. Ma sempre più spesso si
va oltre, e si parla e si scrive come se la Costituzione
non esistesse. Si fa riferimento a valori,
rispettabilissimi, ma che non trovano alcun riscontro
nel testo costituzionale, o addirittura contrastano con
esso. Da tempo sottolineo che è in atto un tentativo,
strisciante ma visibilissimo, di sostituire al quadro
dei valori costituzionali un quadro del tutto diverso,
portando così a compimento una impropria e inammissibile
revisione costituzionale.
Qui è il limite dei dialoghi possibili intorno ai temi
in discussione. I principi costituzionali non possono
essere revocati in dubbio contrapponendo ad essi altri
valori "non negoziabili", che nella religione cattolica
troverebbero un fondamento così forte da imporli ad ogni
altro. Gustavo Zagrebelsky ha più volte messo in
evidenza come ciò apra un conflitto insanabile con la
stessa democrazia. E, nella concretezza della vicenda
italiana, ciò pone il problema della linea che stanno
seguendo le gerarchie ecclesiastiche. Un problema che
non si affronta e non si risolve ripetendo, come
peraltro è ovvio, che la Chiesa deve poter esercitare
pienamente il suo magistero spirituale.
Da anni sappiamo che la Chiesa, venuta meno la
mediazione svolta dalla Dc, agisce ormai in presa
diretta sulla politica italiana. Lo si ripete in questi
giorni. Ma questo vuol dire che essa si comporta come un
soggetto politico tra gli altri, sia pure con il peso
grandissimo della sua storia, e che come tale deve
essere considerata. Entrando direttamente nella
politica, la Chiesa "relativizza" sé e i suoi valori,
non può pretendere trattamenti privilegiati, che è
pretesa autoritaria, incompatibile appunto con la
democrazia.
Nella debolezza della situazione politica italiana,
nelle sue fragilità e convenienze, la pressione della
Chiesa si sta manifestando con una intensità sconosciuta
quando, in Francia o in Belgio o in Germania o in Spagna
o in Olanda, sono state affrontate, e in modo assai più
radicale, analoghe questioni intorno alla vita. La
debole Italia più agevole terreno di conquista? Una
politica che porta a ritenere inammissibile nel "cortile
di casa" quel che è tollerato quando Roma è più lontana?
Inquieta, a questo punto, la quasi totale assenza di un
mondo cattolico che conosciamo portatore di un´altra
cultura che, ad esempio, si fa sentire con chiarezza
nelle questioni riguardanti la pace. Una dura ortodossia
avvolge i temi "eticamente sensibili". Nessuno è
autorizzato ad avviare una discussione aperta, dunque
l´unica via per un vero dialogo, fosse anche il cardinal
Martini. La dura reprimenda che gli è stata rivolta, con
un´accusa neppure velata di "deviazionismo", aveva
evidentemente anche l´obiettivo di impedire che si
aprisse una falla, di intimidire chi avesse voluto
seguirne l´esempio. Anche nel silenzio di quei
cattolici, come nelle aggressività di altri e nel
disorientamento di troppa sinistra, scorgiamo la
conferma di una debolezza politica e culturale che non
autorizza troppe speranze.
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